Post in evidenza

Verso il 10 ottobre

  🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼 🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Pal...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Omar al-Muktar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Omar al-Muktar. Mostra tutti i post

Angelo Del Boca, uno studioso onesto del colonialismo italiano

 


All'età di 96 anni si è spento Angelo Del Boca, studioso intellettualmente onesto del colonialismo italiano e dei suoi crimini. Tutto il suo imponente impegno storiografico si è concentrato sulla demolizione del presunto carattere “mite e generoso” delle imprese imperialiste dell'Italia nel corso della sua storia, ottenendo per questo l'aperta ostilità o la silenziosa diffidenza non solo delle destre reazionarie ma anche di buona parte della storiografia di estrazione socialdemocratica e/o togliattiana, sempre alla ricerca di un proprio posto al sole nella storia patria.


Italiani brava gente: il mito dell'italiano antropologicamente buono, incapace per la sua stessa indole di violenza e sopraffazioni ai danni di altre popolazioni, fu un mito coloniale. Nacque con l'esordio della politica coloniale italiana in Africa negli ultimi decenni dell'800, a partire dallo sbarco in Eritrea con la conquista di Asmara. Giunto per ultimo al colonialismo tra gli imperialismi europei, l'imperialismo italiano si presentò già allora come colonialismo progressista, per questo incapace di «rimanere spettatrice inerte di fronte alla battaglia tra la civiltà e la barbarie», come disse il governo di Stanislao Mancini. Naturalmente la “barbarie” erano le popolazioni indigene, la “civiltà” la patria tricolore.

Del Boca ha documentato metodi e fini di questa “civiltà”: i 100.000 libici uccisi tra il 1911 e il 1932 in Libia, e la deportazione alle Isole Tremiti e a Ustica di decine di migliaia di prigionieri ridotti a larve umane; le rapine e gli eccidi compiuti in Cina nel corso della lotta ai Boxer (assieme a inglesi, russi, giapponesi, tedeschi) per conquistare aree portuali e sbocchi commerciali; le stragi indiscriminate di civili in Etiopia dopo l'attentato al maresciallo Graziani nel febbraio del 1937, con l'uso dell'iprite e delle armi chimiche per annientare la resistenza del Negus; la diretta partecipazione allo schiavismo in Somalia lungo le rive dei grandi fiumi, con tanto di spartizione di tangenti tra compagnie italiane e britanniche; le “bonifiche etniche” praticate nei Balcani contro le popolazioni croate e slovene...
La storia dell'imperialismo italiano è bagnata dal sangue delle sue vittime, piegate con l'uso del terrore. Nessuno di questi crimini è stato punito, a partire dagli ufficiali. Chi volesse documentarsi al riguardo può leggere Italiani, brava gente?, scritto da Del Boca nel 2005, e ripubblicato in edizioni successive. Di certo vi troverà ciò che non potrà trovare in alcun libro di liceo.

L'occupazione italiana della Libia fu al centro degli studi di Del Boca. Possiamo anzi dire che lo studio più serio e documentato in Italia della storia libica dal 1911 alla fine della seconda guerra è stato quello condotto da Del Boca, con numerosi lavori. L'unico altro lavoro che regge in parte il confronto è quello dello storico americano di origini italiane Claudio Segrè. Per il resto silenzio pressoché totale.
Non è un silenzio casuale, perché la Libia sbugiarda il pregiudizio secondo cui se là vi sono stati orrori sono tutti imputabili al fascismo. No, l'impresa libica è stata avviata dal governo liberaldemocratico di Giolitti nel 1911, sotto la pressione del Banco di Roma, per partecipare alla spartizione dell'Impero ottomano. I primi gas asfissianti contro la resistenza berbera, le prime “cacce agli arabi” per le vie di Tripoli con relative torture e squartamenti, le prime grandi deportazioni di massa dei prigionieri libici, sono avvenute all'ombra dell'Italia liberale. La riconquista libica tra il 1922 e il 1931 da parte del governo e poi del regime di Benito Mussolini ha ripercorso a ritroso le tracce del colonialismo giolittiano, aggiungendovi un gigantesco carico di sangue.

La storiografia borghese, conservatrice e progressista, è incapace di riconoscere le responsabilità dello Stato italiano e delle sue gerarchie militari nelle responsabilità del colonialismo. La retorica patriottica non lo consente. Le carriere accademiche o giornalistiche neppure.
In Francia esiste un dibattito pubblico, seppur distorto e ipocrita, sulle responsabilità di Parigi in Algeria o in Ruanda. In Belgio esiste un confronto pubblico sui crimini compiuti dal proprio imperialismo in Congo. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti le responsabilità dei rispettivi imperialismi sono emerse nella denuncia delle organizzazioni antirazziste imponendosi all'attenzione di decine di milioni di uomini e di donne e guadagnando per questa via legittimazione e accesso sulla stessa stampa borghese. In Italia no. La brava gente non deve essere scossa dalla conoscenza della verità. Il libro dell'imperialismo tricolore va tenuto chiuso.
L'opera di Del Boca Gli italiani in Africa orientale, che pur si occupa prevalentemente del colonialismo fascista, venne denunciata dalle associazioni dei reduci d'Africa e dal MSI come lesivo dell'interesse nazionale. Indro Montanelli sentì il bisogno di confutare la documentazione di Del Boca, salvo uscire dal confronto completamente spennato e con la coda tra le gambe. La Chiesa cattolica, che benedì ogni patria impresa, si guarda bene dal sollevare questioni: anche perché ad esempio sarebbe imbarazzante ricordare lo sterminio di duemila preti e diaconi nella città etiope di Debra Libanòs da parte delle cristianissime truppe fasciste.

Il film sulla eroica resistenza berbera guidata da Omar al-Mukhtar, Il leone del deserto, non è mai stato proiettato in Italia, nonostante l'illustre interpretazione di Anthony Quinn. L'onore dell'esercito italiano non può essere offeso dall'immagine della impiccagione di Omar, dell'esposizione pubblica del cadavere martoriato di un difensore della propria gente e della propria terra, unicamente colpevole di resistenza all'invasione italiana. Né gli italiani possono leggere quello che scriveva a Graziani il maresciallo Badoglio, futuro presidente del Consiglio (col sostegno di Stalin e di Togliatti) dopo l'assassinio di Omar: «[...] la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

Oggi, nei tempi del rilancio del nazionalismo italiano, con sventolio di tricolore, canti compunti dell'inno nazionale, generali in uniforme con tanto di pennacchio impegnati nelle vaccinazioni; nel tempo in cui l'Italia dell'ENI ritorna in Libia per contenderla alla Turchia e alla Francia, come un secolo fa agli ottomani; nel tempo in cui l'Italia si spinge sino al Sahel per sbarrare la via di fuga dalla fame di centinaia di migliaia di uomini e di donne, privati di tutto, persino della loro dignità... oggi sentiamo il dovere di rendere omaggio ad Angelo Del Boca, alla testimonianza della sua ricerca controcorrente, a parole autentiche di verità.

Partito Comunista dei Lavoratori

Tripoli bel suol d'amore

 


L'“antica amicizia” italo-libica celebrata da Draghi in Libia

Con aria compunta, come da copione, Mario Draghi fa a Tripoli la sua prima uscita all'estero. Tutta la stampa borghese dedica pagine su pagine all'evento: “L'Italia torna il Libia”. Se n'era mai andata?
Draghi ha motivato con parole auliche la scelta di recarsi a Tripoli: “voglio rinnovare l'antica amicizia tra l'Italia e la Libia”. Antica amicizia?

Trentadue anni di occupazione militare. Annientamento di un ottavo della popolazione libica. Deportazione di quasi metà degli abitanti della Cirenaica. Repressione sanguinosa della resistenza araba con l'uso delle mitragliatrici, dei bombardamenti aerei, dei gas asfissianti. Campi di concentramento per i resistenti sopravvissuti e deportazione dei loro familiari, imbarcati sulle carrette del mare per le Isole Tremiti, Ustica, Ponza, per marcire in tuguri malsani per il resto della loro vita, carrette stracolme che spesso affondavano nella traversata, o che venivano alleggerite buttando i prigionieri in mare. Impiccagione nella pubblica piazza dei capi della resistenza, a partire da Omar al-Mukhtar, 73 anni, capo indomito della resistenza libica, che rifiutò di arrendersi alle truppe di Graziani e di Badoglio, il cui cadavere fu esposto a ventimila libici adunati a forza perché guardassero coi loro occhi la punizione umiliante che spettava ai ribelli.

“Orrori del fascismo”? Non solo. L'occupazione coloniale iniziò nel 1911 sotto il liberale progressista Giolitti. Fu l'Italia di Giolitti che invase “lo scatolone di sabbia”, come allora lo chiamò Gaetano Salvemini, sotto la pressione della Banca di Roma e delle ambizioni dell'imperialismo straccione. Fu allora che iniziarono gli eccidi contro la popolazione autoctona, la caccia all'arabo per le vie di Tripoli, le deportazioni di massa via mare. Fu allora che in un solo giorno nell'ottobre del 1911 furono assassinati per rappresaglia 4000 libici, comprese donne e bambini. Di questo riferì un tenente colonnello, Gherardo Pantano, talmente sconvolto dall'esperienza da doversene dissociare: «Si sentono nostri ufficiali proclamare le teorie più reazionarie e più feroci... Si raccontano con compiacenza, e come utili e belle imprese, cose sbalorditive: arabi trovati feriti gravemente, inondati di benzina e bruciati; altri gettati nei pozzi... altri fucilati senza ragione se non quella di un feroce capriccio... Vi sono ufficiali che si incaricano personalmente di simili esecuzioni... Da dove venga tanta cieca ferocia e tanta sete di sangue, tanta raffinatezza di crudeltà, io non so comprendere.» (rapporto per il Generale Santangelo dal titolo ”Spirito di ufficiali e truppa”).

Ogni crimine commesso in Libia dalle truppe italiane è rimasto impunito. Il Maresciallo Badoglio, tra i primi responsabili dei massacri, guidò il governo del fronte nazionale di Liberazione, con tanto di riconoscimenti patriottici, inclusi quelli di Stalin e di Togliatti. Nessuna vera riparazione è stata mai pagata alla Libia per gli orrori coloniali.

In compenso la grande stampa borghese oggi ci informa che Draghi sta trattando sul pagamento dei debiti libici alle aziende italiane per 324 milioni di dollari certificati e sulla commessa di cinque miliardi già concordata tra Gheddafi e Berlusconi nel 2008 per la costruzione dell'autostrada costiera. Cosa non si fa per l'amicizia tra i popoli.

Partito Comunista dei Lavoratori