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UE, un altro mattone nel muro della “fortezza Europa”

 


Il Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, approfondendo una politica migratoria reazionaria. L’estrema destra e Trump stanno provocando una forte reazione, che si è manifestata con mobilitazioni di massa contro le loro politiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’unità d’azione nella mobilitazione e il fronte unico sono strumenti potenti per contrastarli. L’alternativa alla barbarie è il socialismo, in un mondo senza frontiere

UN SALTO NELLA POLITICA DI ESPULSIONE

Dopo aver ottenuto l’approvazione degli Stati membri (il Consiglio) alla fine dello scorso anno, l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, che prevede: la creazione di centri di rimpatrio in paesi terzi, l’estensione della durata della detenzione, la sospensione delle prestazioni sociali, i controlli d’identità, le ispezioni nei luoghi di lavoro e i divieti di ingresso. Inoltre, ha aperto la porta alla cooperazione con regimi extracomunitari, cosa che non è nuova ma che ora ha subito una legittimazione.

Nel testo, che è stato ratificato al Parlamento Europeo con i voti del Partito Popolare Europeo, dei conservatori e dell’estrema destra, è stato eliminato il punto più controverso, ovvero la possibilità di effettuare ricerche porta a porta di persone prive di documenti, come fanno gli agenti incappucciati dell’ICE negli Stati Uniti. Ma è possibile che si tratti solo di una soluzione momentanea, poiché il Consiglio non respinge le retate e gli arresti domiciliari, per cui rimane aperta la possibilità che vengano inclusi in seguito a negoziati istituzionali. Hanno così aggiunto un nuovo mattone alle mura della “fortezza Europa”.

GRADUALE SVOLTA DI NORMALIZZAZIONE DELL’ESTREMA DESTRA

L’idea di esternalizzare la politica di asilo (trasferimento forzoso in paesi diversi da quelli di sbarco e di destinazione, ndt) non è nuova per l’UE. In passato era stata scartata più volte per questioni legali, ma ora è una realtà. Le decisioni adottate continuano a smantellare il “cordone sanitario” contro l’estrema destra e, di conseguenza, contribuiscono alla sua normalizzazione istituzionale e sociale.

Nel corso del 2015 è scoppiata una crisi migratoria quando un milione di rifugiati raggiunse i confini europei. Da allora, il blocco delle entrate ha seguito una via altalenante, ma in una direzione chiaramente reazionaria, manifestatasi con le crisi delle navi come la Ocean Viking e molte altre, bloccate nel Mediterraneo.

L’arrivo di barconi che vengono abbandonati al loro destino o a cui viene impedito l’ingresso dalle autorità europee fa sì che molti finiscano in fondo al mare. I dati di varie ONG, diverse fra loro (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Caminando Fronteras, ecc.) ma concordi nelle stime, danno per scontato che si tratti di cifre sottostimate a causa delle imbarcazioni scomparse e delle morti non registrate. Alcuni dati approssimativi mostrano l’orrore che l’Europa sta alimentando: nel 2025, via mare, sono morti tra 2.000 e 2.500 persone. In rotta verso la Spagna, su piccole imbarcazioni, sono morte 3.090 persone, di cui 437 bambini.

NON SONO EPISODI OCCASIONALI, MA UNA DERIVA DURATURA

La prossima estate entrerà in vigore il Patto sull’asilo e la migrazione, con la creazione di centri di rimpatrio verso paesi terzi – senza che sia necessario alcun tipo di legame con il luogo di destinazione – ma previo accordo con gli Stati membri. Nel 2018 si era tentato di creare delle “piattaforme di sbarco”, progetto che però dovette essere abbandonato a causa dei dubbi sulla sua legalità. Fu allora che gli accordi migratori con la Turchia aprirono la strada a comprare con milioni di euro i governi dei paesi di origine e di transito in cambio del blocco delle imbarcazioni nel Mediterraneo.

La crescente “mano dura” sull’immigrazione è una tendenza che si consolida. Nel 2025 in Francia, Macron ha schierato 4.000 agenti di polizia per effettuare retate nelle stazioni degli autobus e dei treni, e da tempo promuove una legislazione anti-immigrati. Nel Regno Unito, guidato dai pseudoprogressisti del Partito Laburista, si è festeggiato un numero “record” di retate in luoghi come saloni di manicure, lavanderie e parrucchieri. In Belgio, il governo sta valutando la possibilità di consentire alla polizia di perquisire le abitazioni. E la prima ministra italiana Giorgia Meloni è l’avanguardia dell’esternalizzazione delle espulsioni: con l’appoggio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promosso la creazione di centri di detenzione temporanea in Albania.

PEDRO SANCHEZ NON ALTERA LA REGOLA

Il presidente spagnolo Pedro Sánchez (PSOE) ha adottato alcune misure parziali che si allineano rigorosamente alla dinamica dominante, mentre critica Trump. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il suo partito è un pilastro del regime del ’78, plasmato dal franchismo con un’impronta razzista. Non mette in discussione le normative europee, ha accordi con il Regno del Marocco per fermare l’immigrazione in quel paese e reprimere alla frontiera meridionale spagnola, che è la porta d’ingresso in Europa, come hanno fatto le forze di entrambi i paesi uccidendo più di 40 persone alla frontiera di Melilla. Mantiene in vigore la nefasta legge sull’immigrazione ed effettua anche rimpatri immediati. Le quote di migranti che ammette si basano sulla necessità di disporre di manodopera a basso costo che mantenga in piedi i fondi pensionistici. Lo fa perché il suo governo è molto contestato, ha bisogno di riconquistare i settori che si sono allontanati e intende guidare un fronte “progressista” internazionale insieme ad altri riformisti.

In definitiva, le pratiche reazionarie, discriminatorie e violatorie dei diritti umani non sono solo patrimonio dei governi ultranazionalisti, ma anche dei liberali e di coloro che si definiscono falsamente “socialisti” e “di sinistra”.

MOBILITAZIONI DI MASSA NEGLI USA E NEL REGNO UNITO

Il corso degli imperialismi europei procede all’ombra dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il cui operato è noto per le misure razziste e la brutalità disumana dei suoi agenti. Ma questo non è l’unico aspetto della crescente polarizzazione politica e sociale che attraversa il mondo.

Trump è messo sotto scacco dalle mobilitazioni. Centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a una nuova ondata di mobilitazioni in tutti gli Stati Uniti, articolate attorno al movimento “No Kings”, con circa 3.300 marce in città grandi, medie e in zone rurali. Si tratta della terza grande mobilitazione nazionale dal 2025. I cortei di massa, con cori, costumi e cartelli, sono un riflesso della repulsione nei confronti di Trump come un fenomeno che trascende i grandi centri urbani e raggiunge persino gli stati tradizionalmente conservatori.

Le cause di questa esplosione sono legate alla svolta autoritaria e bellicista del governo di Trump: l’uso intensivo di ordini esecutivi per aggirare il Congresso, gli interventi militari in Palestina e in Iran, la repressione migratoria — con retate, deportazioni e violenze da parte della polizia — e una politica economica che aggrava la crisi del costo della vita. Trump è un mostro che va sconfitto!

E nel Regno Unito, che non fa parte dell’Unione Europea, mezzo milione di persone è sceso in piazza a Londra per protestare contro l’avanzata dell’estrema destra e le guerre in Iran e a Gaza. Gli slogan principali univano il rifiuto del razzismo e dell’islamofobia, la difesa dei rifugiati e una forte denuncia contro figure dell’estrema destra come Nigel Farage (Reform UK), insieme a critiche agli agitatori reazionari e al ruolo delle potenze occidentali nei conflitti internazionali.

La mobilitazione ha anche messo in discussione il governo del Partito Laburista guidato da Keir Starmer, accusandolo di aver abbandonato i propri principi storici e di mostrare complicità o passività di fronte alle offensive di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. In questo contesto, la protesta ha espresso non solo un rifiuto dell’estrema destra ma anche una crescente rottura con il Labour, che settori della sinistra ritengono responsabile di non offrire una reale alternativa all’avanzata reazionaria.

UNITÀ NELLA MOBILITAZIONE PER I DIRITTI UMANI E DEMOCRATICI

La svolta reazionaria nell’UE e in altri governi europei riprende il programma e le misure dell’estrema destra. Per questo respingiamo il Regolamento sul rimpatrio, il Patto sull’asilo e la migrazione e ogni politica di esternalizzazione delle frontiere, di detenzione e di espulsione dei migranti. Nessuna persona è illegale!

Difendiamo l’apertura delle frontiere, il pieno diritto a emigrare, all’asilo, la chiusura dei centri di detenzione e la fine immediata dei respingimenti. Lottiamo per la cancellazione delle leggi reazionarie e per il riconoscimento di tutti i diritti politici, sociali e lavorativi per i migranti, a parità di condizioni con la classe lavoratrice autoctona. Documenti per tutti, subito!

Lottiamo per la più ampia unità d’azione per affrontare queste politiche nelle strade, promuovendo l’organizzazione indipendente dei lavoratori, dei migranti e dei rifugiati. Solo attraverso una mobilitazione di massa e prolungata sarà possibile sconfiggere questa offensiva reazionaria. C’è bisogno di un movimento intercontinentale in difesa dei diritti dei migranti!

SOCIALISMO O BARBARIE. PER UN MONDO SENZA FRONTIERE

La radice di queste politiche è in un sistema capitalista in crisi che ha la necessità di dividere la classe lavoratrice per mantenere i propri profitti. Per questo motivo la lotta contro il razzismo, le espulsioni e la “fortezza Europa” è indissolubilmente legata alla lotta per una soluzione socialista, basata sulla solidarietà internazionale e sul governo dei lavoratori. Socialismo o barbarie è un’alternativa sempre più attuale, e che richiede di lottare per un mondo senza frontiere.

Florencia Salgueiro

È il tempo di redimersi: i carnefici hanno gli occhi lucidi

 


Una lettura dell’intervista di Repubblica allo scrittore David Grossman: un tentativo di creare dei sionisti buoni davanti all’evidenza della strage

3 Agosto 2025

La Repubblica del 1° agosto ha dedicato due pagine di intervista a David Grossman, scrittore sionista di fama internazionale. Grossman ha dichiarato che, nonostante gli si «spezzi il cuore» deve constatare che quello in corso a Gaza «è un genocidio». Si chiede come uscire «da questa associazione fra Israele e il genocidio» e riduce l’intera attività storica di Israele agli atti di «gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra)» a cui governare uno stato potente come Israele sembra avere dato alla testa. Dal 7 ottobre tante persone conosciute da Grossman «hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra».

Lo sforzo di Grossman è quello di stabilire un ‘noi’ e un ‘loro’ all’interno del sionismo. Il ‘noi’ nel nuovo paradigma per lavarsi la coscienza senza rinunciare alle proprie idee razziste comprende i presunti buoni, i sionisti liberali fantasiosamente «di sinistra». Ebbene, tali sionisti di sinistra hanno avvertito il pericolo che il mondo si prepara a presentargli il conto per la loro posizione storica di complicità con Israele. Ci si deve domandare, però, se non sia già un ossimoro pensare che possa esistere un suprematismo di sinistra.

Dal canto suo La Repubblica ne approfitta per riabilitarsi agli occhi di tutta la sua platea vagamente progressista davanti alla quale ha perso credibilità, grazie alla sua efferata propaganda sionista. Quale occasione migliore per salvare capra e cavoli, sionisti israeliani e stampa italiana, di un israeliano che pronuncia la parola proibita: «genocidio». Ovviamente ribadendo una falsità storica e giustificazionista: che senza il 7 ottobre il genocidio non sarebbe esistito. Fa tenerezza però constatare che a questi pianificatori dell’assenso, almeno, gli si «spezzi il cuore».

Grossman prosegue il suo sforzo muscolare-nervoso: «il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla (Gaza, nda) in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele». Si arriva all’assurdo: i palestinesi sarebbero colpevoli delle azioni dei sionisti. Israele avrebbe agito come una furia divina, fatale e inarrestabile, per conseguenza della poca lungimiranza dei palestinesi.

È un’operazione retorica macabra quella di Grossman, che rassomiglia a un carnefice che dice alla vittima di non battere i pugni sulle sue braccia, mentre la strangola. Va detto che l’estremismo islamico di Hamas, come i pugni sulle braccia, è un sottoprodotto dell’efferatezza sionista e imperialista occidentale. Ma Hamas ha garantito alla resistenza palestinese - che non è Hamas - la capacità militare utile a continuare ad esistere. Anche qui le parole di Grossman sembrano essere le parole della linea editoriale de La Repubblica. Insieme compiono il tentativo estremo di passare dalla parte dei presunti buoni, senza rinunciare alle proprie posizioni.

L’operazione è quella di costruire mediaticamente un nuovo paradigma della vittima: inventare la figura del sionista dissidente, del sionista che vorrebbe ma non può far nulla per evitare che il suo stato suprematista smetta di compiere crimini inenarrabili.

Coerentemente con la subdola visione suprematista della borghesia italiana benpensante, i palestinesi diventano una macchietta che ha il diritto di salvarsi solo se Israele ne ha la volontà. Questa volontà, come quella di un dio sadico, dipende dalla volontà dei palestinesi di arrendersi al proprio sterminio.

Riferirsi all’occupazione israeliana del 1967 dei territori palestinesi nei termini di una «maledizione» che ha colpito Israele (così dice Grossman), è un’operazione utile a sollevare dalla responsabilità storica il sionismo e i sionisti, ancora nell’ottica di una lettura della storia totalmente metaforica, astratta e retorica.
Se i palestinesi non avessero commesso l’errore storico di voler continuare a vivere senza che gli si dicesse a quali condizioni farlo, continua Grossman, «magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa».

Così Grossman ribadisce l’idea di riconoscere uno stato palestinese, ma a «condizioni ben precise: niente armi». Sarebbe una bella prospettiva, se si ammettesse il disarmo globale. Ma ciò non è possibile, perché Israele in primis esiste come laboratorio di tecnologia militare degli imperialismi occidentali, che ben fanno profitto sulla morte.

In questi stessi giorni la Francia e la Gran Bretagna hanno dichiarato di voler riconoscere uno stato palestinese. Il riallineamento della stampa nazionale e internazionale risponde anche all’esigenza del Governo Meloni di non isolarsi davanti a questa nuova spaccatura europea. Ma l’atto simbolico di riconoscere uno stato di Palestina da parte di Macron e Starmer è vile perché arriva nel momento in cui l’80% della Striscia di Gaza è occupata dall’esercito israeliano, in cui l’apartheid e il controllo anche in Cisgiordania si inasprisce tremendamente e a favore dei nuovi insediamenti dei coloni. Ma soprattutto arriva nel momento in cui, con il loro benestare, l’economia agricola palestinese è stata annientata con le ruspe, rendendo sterili i campi coltivati, in cui i centri abitati sono stati ridotti in macerie, e in cui nessuna forza politica palestinese sarebbe capace in questo momento di rimediare senza indebitarsi fino al collo con i capitali a prestito dei suoi stessi carnefici.

Gli imperialismi europei continuano nei fatti a sostenere Israele come ben illustrato dal report ONU elaborato da Francesca Albanese, non a caso ostracizzata e isolata con forza da queste stesse forze sioniste. Tentano di rimediare al dissenso interno con azioni di solidarietà vuote e di facciata. La stampa borghese si affanna per riposizionarsi coerentemente senza perdere la faccia dopo aver costruito narrazioni fasulle e tendenziose per decenni, e specialmente nell’ultimo anno. Non lo fa dando parola ai palestinesi, ma dando parola ai sionisti redenti, agli oppressori che hanno deciso di considerare come degna di attenzione la realtà vissuta dagli oppressi, conducendone la narrativa.

Ma su una cosa ha ragione Grossman: «più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele […], l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato». Questa presa di consapevolezza non arriva dal cielo, non è una maledizione. È invece frutto del movimento globale che ha dimostrato la capacità di costruire l’isolamento di Israele. È frutto della resistenza armata palestinese, senza cui la questione oggi non si porrebbe perché lo sterminio sarebbe stato attuato.

Consci di questa grande occasione storica, è necessario ora fare un salto di qualità approfondendo le lotte antisioniste e legando la questione palestinese a quella imperialista.

Perciò il compito dei comunisti rivoluzionari risulta oggi fondamentale: per liquidare una volta per tutte lo stato suprematista, razzista e antidemocratico di Israele, per la creazione di un’unico stato palestinese che garantisca a ogni essere umano i propri diritti individuali e sociali, è necessario innanzitutto volgere le armi verso l’imperialismo di casa propria. E noi verso il governo Meloni e la borghesia italiana, diretti colpevoli e sostenitori consapevoli di questo genocidio.

Per una Palestina libera, laica e socialista.

Emerigo C.