Quattro anni dopo l’invasione, ribadiamo che questa guerra è un’aggressione imperialista nella sua piena accezione, al di là di ogni retorica di “denazificazione”.
Le ragioni di Meloni. E quelle dell’imperialismo italiano English version La partecipazione italiana, in veste di “osservatori”, al cosidd...
Il giorno di Natale 2025 le forze statunitensi hanno colpito obiettivi nello Stato nord-occidentale di Sokoto, che Washington ha descritto come legato a gruppi affiliati all’ISIS. Almeno sedici missili da crociera Tomahawk sarebbero stati lanciati da piattaforme navali statunitensi. Il governo federale della Nigeria ha dichiarato che l’operazione è stata condotta con sua accondiscendenza e suo coordinamento. Trump, tuttavia, ha pubblicamente presentato gli attacchi come un’ azione unilaterale di difesa dei cristiani perseguitati.
All’inizio di febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno ufficialmente confermato il dispiegamento di un piccolo contingente militare in Nigeria. Funzionari del Comando degli Stati Uniti in Africa hanno dichiarato che l’iniziativa è stata intrapresa dopo colloqui di alto livello con il governo nigeriano, e mira a rafforzare la cooperazione antiterrorismo di fronte alla persistente violenza e insicurezza jihadista. Questa forza di effettivi è descritta come limitata e focalizzata su intelligence, sorveglianza e supporto, piuttosto che su combattimenti su larga scala, ma segna il primo riconoscimento formale di truppe statunitensi sul suolo della Nigeria dai tempi degli attacchi aerei di Natale. Il dispiegamento segnala uno spostamento dalla pressione militare a distanza a una presenza diretta, sollevando nuove preoccupazioni sulla sovranità, la stabilità regionale e la possibile espansione dell’intervento imperialista in Africa occidentale.
COMPRENDERE L’AZIONE MILITARE STATUNITENSE IN NIGERIA
La giustificazione ufficiale degli Stati Uniti si basa su due argomenti. Il primo è la necessità di fermare la violenza estremista. Il secondo è la presunta difesa dei cristiani che rischiano lo sterminio sistematico. Trump ha ripetutamente affermato che i militanti islamici stavano compiendo un genocidio e che la forza militare era l’unica risposta adeguata.
La realtà sul campo è molto più complessa. La Nigeria soffre di molteplici conflitti sovrapposti determinati da fattori sociali, economici e politici. Questi includono un’insurrezione di lunga durata che coinvolge Boko Haram, il gruppo rivale Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) nel nord-est, l’ascesa di altri gruppi armati localizzati come Lakurawa, che operano in alcune parti del nord-ovest, banditismo diffuso e rapimenti radicati nella povertà e nel collasso dello Stato, conflitti tra agricoltori e pastori nelle regioni centrali dovuti alla pressione sulla terra, allo stress climatico e all’emarginazione etnica.
La violenza in Nigeria non segue un semplice binario religioso. Gruppi armati attaccano sia musulmani che cristiani. Tra le cause dell’insicurezza ci sono la disoccupazione, la disuguaglianza, il degrado ambientale, le istituzioni deboli e la corruzione radicata delle élite.
Gli obiettivi degli attacchi statunitensi erano apparentemente accampamenti associati a Lakurawa, un gruppo emerso nella zona e operante negli Stati di Sokoto e Kebbi. La natura di questo gruppo rimane controversa. Alcuni analisti si chiedono se Lakurawa sia effettivamente un’affiliata dell’ISIS o se funzioni principalmente come una rete armata locale emersa dal collasso economico e politico. Le autorità nigeriane hanno sottolineato che l’operazione non aveva motivazioni religiose e hanno inquadrato la cooperazione con gli Stati Uniti in una strategia più ampia per combattere la violenza.
IMPERIALISMO, NARRAZIONI RELIGIOSE E TEATRO POLITICO
Da una prospettiva socialista rivoluzionaria, l’invocazione della persecuzione religiosa svolge diverse funzioni politiche. Mobilita il sostegno interno negli Stati Uniti, soprattutto tra i settori evangelici e conservatori, inquadra l’intervento militare come un salvataggio morale e non come una proiezione di potere. Infine, distoglie l’attenzione dalle cause strutturali dell’insicurezza radicate nel capitalismo e nel fallimento dello Stato.
Le potenze imperialiste hanno sempre avvolto i loro interventi nel linguaggio della protezione e del dovere umanitario. Che si tratti di difendere le minoranze, diffondere la democrazia o combattere il terrorismo, queste narrazioni nascondono obiettivi strategici. Il controllo delle regioni, dei mercati, delle risorse e degli Stati clienti rimane la logica di fondo.
La retorica di Trump si inserisce perfettamente in questa tradizione. Il linguaggio morale viene utilizzato per legittimare la violenza oscurando gli interessi di classe che essa serve. Il risultato è un teatro politico che sacrifica vite nigeriane per rafforzare la credibilità imperiale.
LE RADICI DI CLASSE DELLA VIOLENZA E I LIMITI DELLA SUPREMAZIA AEREA
L’insicurezza in Nigeria non può essere risolta con la tecnologia militare. La disoccupazione cronica, la marginalizzazione rurale, il crollo dei servizi pubblici e l’assenza di responsabilità democratica creano condizioni in cui i gruppi armati prosperano. Quando lo Stato si ritira, milizie e reti criminali colmano il vuoto, a volte fornendo ordine, entrate economiche o protezione.
I bombardamenti aerei non risolvono queste contraddizioni. Le armi di precisione possono uccidere i combattenti, ma non possono costruire scuole, redistribuire terre o creare lavoro decente. Nel migliore dei casi, gli attentati sostituiscono la violenza. Nel peggiore dei casi, frammenta i gruppi armati e alimenta cicli di rappresaglie.
I benefici tattici a breve termine spesso comportano costi strategici a lungo termine. L’inquadramento religioso dell’intervento rischia di diventare uno strumento di reclutamento per le organizzazioni militanti. Gli attacchi stranieri aggravano il risentimento, rafforzano la resistenza e minano la legittimità locale.
RIVALITÀ IMPERIALISTE E SOVRANITÀ NIGERIANA
L’intervento americano deve essere considerato anche nel contesto della crescente rivalità interimperialistica in Africa. La crescente presenza economica della Cina e gli accordi di sicurezza con la Russia hanno spinto Washington a riaffermare la propria influenza militare. La Nigeria, essendo il paese più popoloso dell’Africa, occupa una posizione strategica nell’Africa occidentale e nel Sahel.
Nella loro risposta, i governanti nigeriani hanno sottolineato la sovranità e il rispetto reciproco. Tuttavia, la dipendenza dalle potenze imperialiste in materia di sicurezza riflette una debolezza strutturale più profonda. Gli Stati schiacciati dal debito, dall’austerità e dalla condotta predatoria delle élite lottano per perseguire percorsi indipendenti verso la stabilità. La cooperazione militare spesso rafforza la dipendenza piuttosto che l’autonomia.
CRITICA DEL CAMPISMO
I socialisti rivoluzionari rifiutano la logica che divide gli interventi imperiali in campi buoni e cattivi. Che sia giustificata da linguaggio umanitario o da richieste antiterrorismo, la violenza imperialista serve sistematicamente le classi dominanti e non i lavoratori.
In Nigeria le masse sopportano fame, disoccupazione e il crollo delle infrastrutture. Non ottengono nulla dai calcoli strategici americani. La vera sicurezza richiede il controllo democratico delle forze di sicurezza, investimenti massicci nei servizi pubblici, riforme agrarie e una distribuzione equa delle risorse, nonché una cooperazione regionale indipendente dal dominio imperiale.
Questi obiettivi non possono essere raggiunti tramite un intervento militare straniero. Al contrario, l’intervento rafforza le élite locali allineate con gli interessi imperiali e reprime le alternative popolari.
LEZIONI DELLA STORIA
La storia rivoluzionaria offre chiari avvertimenti. Trotsky sosteneva che la liberazione non può essere fornita dalle potenze imperialiste. Le esperienze di Algeria, Vietnam, Iraq e Libia mostrano che l’intervento straniero sostituisce una forma di dominio con un’altra e lascia la società frammentata e instabile.
La Nigeria affronta un pericolo simile. La dipendenza dalla potenza di fuoco statunitense senza trasformazione sociale rischia di riprodurre cicli di violenza. Rapporti di intelligence scarsi e obiettivi poco chiari sollevano serie preoccupazioni riguardo a danni ai civili e forze mal indirizzate. Questi risultati erodono ulteriormente la fiducia e la legittimità.
IL PERCORSO DELLA CLASSE LAVORATRICE VERSO LA SICUREZZA
La sicurezza durevole nasce dal potere collettivo, non dai missili. Una strategia della classe lavoratrice deve concentrarsi sulla mobilitazione democratica e sulla trasformazione sociale. Ciò include la creazione di movimenti sindacali indipendenti che trascendano i confini etnici e religiosi, lo sviluppo di una difesa fondata sulla comunità e responsabile verso il popolo, una lotta per la terra e una rivoluzione delle risorse che elimini le radici economiche della violenza, una lotta per l’espansione dell’accesso all’istruzione, alla salute e all’occupazione, e un collegamento delle lotte delle masse nigeriane alla resistenza globale della classe lavoratrice contro l’imperialismo e alla lotta per il socialismo.
Questo approccio rifiuta sia la repressione autoritaria sia il militarismo straniero. Riconosce che il capitalismo produce insicurezza e che solo le masse organizzate possono smantellarla.
LOTTA E RESISTENZA
Gli attacchi in Nigeria rappresentano una pericolosa escalation dell’intervento imperialista nell’Africa occidentale. Nuove azioni militari probabilmente aggraveranno le fratture sociali e rafforzeranno i discorsi estremisti.
Allo stesso tempo, la resistenza crescerà. Questa resistenza sarà quella dei lavoratori nigeriani che sfidano sia le élite interne sia la dominazione straniera, alleanze su scala regionale di lavoratori in lotta contro la militarizzazione e movimenti internazionali contro la guerra che combattono lo sfruttamento capitalistico.
La solidarietà della classe lavoratrice deve attraversare i confini. I lavoratori nigeriani condividono interessi comuni con quelli di tutta l’Africa e del mondo. Il loro futuro non è nelle potenze imperiali, ma nella lotta collettiva.
Gli attacchi aerei di Trump in Nigeria mettono in luce la bancarotta delle soluzioni imperialiste rispetto alla crisi sociale. Riflettono un calcolo politico e non una preoccupazione umanitaria. Intensificano le criticità che pretendono di risolvere.
La sicurezza e la liberazione non possono essere garantite dagli eserciti stranieri. Devono essere costruiti attraverso un’organizzazione democratica dal basso. Solo un programma della classe lavoratrice basato sul socialismo, sull’uguaglianza e l’internazionalismo offre una via verso la pace, l’autonomia e la dignità per la Nigeria e il continente africano.
Ezra Otieno
La partecipazione italiana, in veste di “osservatori”, al cosiddetto Board of Peace è densa di significato politico.
La natura coloniale della struttura è talmente sfacciata da imporsi all’evidenza generale. Un consesso di Stati inventato da Trump, su invito di Trump, presieduto dalla persona di Trump addirittura con carica vitalizia. Una struttura priva di qualsivoglia missione formale, se non quella di celebrare chi la presiede e di consegnarlo alla storia. Nei fatti una struttura che assorbe, sotto regia americana, funzioni molteplici e combinate: imporre una ricostruzione di Gaza secondo gli interessi immobiliari americani, e dell’entourage affaristico presidenziale; liquidare definitivamente la presenza palestinese e ogni sua forma di resistenza all’occupazione; presidiare il territorio distrutto con una forza militare multinazionale; imporre un nuovo ordine mediorientale che sancisca ad un tempo la vittoria dello Stato genocida sionista, la subordinazione complice e interessata delle monarchie del Golfo, la demolizione di ciò che resta del vecchio asse iraniano. Infine, far leva sulla posizione di forza conquistata nella regione per negoziare con gli imperialismi rivali (Russia e Cina) la spartizione degli equilibri globali.
Il Board of peace trumpiano è lo strumento per imporre un nuovo ordine mediorientale al servizio diretto degli interessi politico-affaristici dell’imperialismo USA e del sionismo genocida.
La nuova ONU trumpiana rimpiazza di fatto la vecchia cariatide dell’ONU formale. Ma paradossalmente col suo semaforo verde. Il fatto che Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU si stiano astenuti sul varo del “Consiglio di pace”, consentendogli il timbro delle Nazioni Unite, non è privo di significato. Dimostra da un lato la cinica complicità di tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel calpestare la causa palestinese e coprire la continuità di un genocidio. Dall’altro, dimostra il riconoscimento di un successo di fase americano nella regione, e la disponibilità a negoziare con gli USA su altri scacchieri, con la speranza di compensazioni. Una speranza contraddetta dalla pirateria americana in Venezuela, ma alimentata dal negoziato in corso tra Russia ed USA sulla spartizione neocoloniale dell’Ucraina.
Certo, non mancano contraddizioni e incognite. Le ambizioni di potenza della Turchia, e il suo ruolo accresciuto, collidono col progetto della “Grande Israele”. L’annessione israeliana della Cisgiordania, col metodo del terrore e degli espropri, crea problemi alle diplomazie arabe. L’incerto futuro dell’Iran, alleato della Russia e primo fornitore di petrolio alla Cina, interroga le scelte dell’imperialismo USA, ancora incerto tra guerra e negoziato.
Ma Trump segna il nuovo terreno di gioco negli equilibri di potenza. La posizione di forza conquistata dagli USA in Medio Oriente, sul sangue palestinese, non ha precedenti nel passato recente. Il Board of Peace è la struttura cortigiana che la sigilla.
La scelta italiana di partecipare al Board sta in questo quadro complesso. Sicuramente pesa in questa scelta la contiguità politica col trumpismo di un governo a guida postfascista: l’unico governo a direzione sovranista tra i grandi paesi europei, e l’unico governo imperialista del vecchio continente ad essere salito sul carro, sia pure in una forma mediata con la Presidenza della Repubblica, e con l’accorgimento diplomatico del ruolo “osservatore”. Non è un caso. Le relazioni politiche di Giorgia Meloni e della destra italiana con l’ambiente MAGA, e col circuito reazionario continentale, da Orban ad Abascal, sono un dato materiale e non solo formale.
E tuttavia questo fattore politico non spiega tutto. E anzi si espone a qualche interrogativo.
Perché esibire una relazione speciale con Trump nel momento più critico della parabola trumpiana dopo i fatti di Minneapolis? Perché esibirlo col coinvolgimento italiano in un Consiglio di Pace obiettivamente grottesco, impresentabile agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica italiana ed europea? Perché, insomma, arrischiare la propria immagine alla vigilia di un referendum decisivo per lo stesso futuro del governo?La partecipazione italiana è dettata dall’appoggio di Meloni all’imperialismo USA e alla contiguità politica e culturale con il trumpismo. Ma non solo.
La risposta richiede uno sguardo più ampio, che travalica considerazioni esclusivamente politiche o elettorali.
Il Board of Peace distribuirà le carte in Medio Oriente. Segnerà equilibri, sfere di influenza, partite di interesse obiettivamente enormi: la ricostruzione di Gaza; la filiera degli affari con le monarchie del Golfo; le relazioni economiche e militari con lo Stato sionista; la distribuzione di giganteschi appalti nel campo della logistica, delle infrastrutture, dell’industria militare, delle risorse energetiche. L’imperialismo italiano vuole entrare nella partita con un ruolo accresciuto. Il fatto di disporre di entrature politiche particolari con l’ambiente trumpiano (e anche sionista), grazie a Meloni, diventa la leva di un proprio accreditamento come possibile socio in affari. Un socio di prim’ordine. Il Piano Mattei non è solo propaganda. È la candidatura delle grandi aziende italiane a un ruolo nuovo e più ampio in Medio Oriente e in Africa. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri, prenotano un posto d’onore al tavolo della ripartizione, a scapito del vecchio colonialismo francese, ormai in disarmo, e in gioco di sponda con l’imperialismo USA.
Partecipare al Board of Peace significa (anche) questo. Non a caso il quotidiano di Confindustria, che pure è formalmente critico verso la politica trumpiana, afferma che in fondo si tratta dell’unico piano di pace oggi esistente in Medio Oriente, e che questo è il suo pregio. Insomma, come si fa a restar fuori dal giro?
L’imperialismo italiano vuole giocare la sua partita, indipendentemente dalla natura e dalla guida politica del “Consiglio di pace”. L’importante è che lo strumento sia funzionale ai fini della rapina imperialista.
Il comitato d’affari meloniano del capitalismo tricolore ha fatto dunque la sua mossa. Non sappiamo se gli porterà voti. Sicuramente porterà profitti ai suoi committenti, ciò che veramente conta per il capitale. Se oggi a portare profitti è il governo della destra, il governo più stabile tra i grandi d’Europa, ben venga il governo Meloni e il Board of Peace. Domani si può sempre cambiare cavallo all’occorrenza, l’essenziale è avere in mano le briglie. Così ragionano i grandi azionisti, i giocatori di Borsa, gli amministratori delegati delle grandi imprese.
L’insegnamento per la nostra classe e per la sua avanguardia è speculare: solo liberando la società dalla dittatura dei capitalisti si può realizzare una alternativa vera. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può schierarsi dalla parte dei popoli oppressi, contro tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi. A partire da quello di casa nostra.
Partito Comunista dei Lavoratori
Bandierine tricolori festanti in mano ad un’ignara scolaresca hanno accolto la recente visita di Meloni ad Addis Abeba. Un classico della coreografia coloniale. Una visita regolarmente accompagnata dal capitalismo italiano al gran completo: ENI, Enel, Leonardo, Acea, Terna, Snam, con le rispettive delegazioni di amministratori delegati.
Una presenza comprensibile. L’obiettivo di fondo del Piano Mattei in Africa è allargare la presenza italiana negli spazi scoperti dalla crisi del vecchio colonialismo francese, e al tempo stesso interagire con gli interessi americani ed europei (Global Gateway) nel contenimento dell’espansionismo imperialista cinese.
L’Etiopia è un punto cruciale dell’operazione. Lo è in quanto vecchia eredità del (peggiore) colonialismo italiano. Lo è in termini di posizionamento strategico quale crocevia di Nord Africa, Corno d’Africa e Golfo, lungo un crinale di profonda instabilità in cui si affacciano nuove medie potenze, quali Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Lo è in termini di affari economici, grazie alle politiche di liberalizzazione imposte all’Etiopia dal Fondo Monetario Internazionale, a partire da telecomunicazioni e banche, ciò che consente (anche) ai capitali italiani una più agevole penetrazione. Del resto, in Africa tutto ormai è stato interamente privatizzato nell’ultimo quarto di secolo, sanità ed istruzione incluse. L’Etiopia non fa certo eccezione. E l’Italia partecipa al banchetto.
La retorica di accompagnamento della sorella d’Italia è scontata: l’Italia porterebbe in Africa una logica nuova “non predatoria”, “non assistenziale”, mirata allo “sviluppo”. Lo proverebbe ad esempio una esibita disponibilità italiana verso l’enorme esposizione debitoria dell’Etiopia, e più in generale di larga parte degli Stati africani: in caso di catastrofe climatica, dichiara Meloni, l’Italia sarebbe disponibile a “sospendere” la propria richiesta di incasso sui prestiti elargiti.
È facile osservare che la catastrofe climatica, anche in Africa, è una realtà del presente, non una eventualità futura, e che l’attuale rinuncia degli imperialismi (tutti) persino alle promesse di “transizione ecologica” – col governo italiano in prima fila nella ritirata – è uno dei fattori che vi concorre.
Ma c’è di più. L’Italia propone in realtà la cosiddetta conversione del debito africano. Volete che vi sospendiamo il pagamento del debito? Basta che lo “convertiate” in nuove offerte decennali vantaggiose per le nostre aziende e i nostri monopoli. Tutti in prima fila ad accaparrarsi commesse, infrastrutture, materie prime, terre. Naturalmente… per beneficenza. Il sostegno italiano ad Addis Abeba nel suo duro contenzioso con l’Egitto in fatto di risorse idriche (vedi lo scontro sulla Diga della Rinascita etiope) rientra in questa logica di scambio.
Non è solo una questione di Etiopia. Il Piano Mattei candida l’Italia a “ponte privilegiato” fra L’Africa e l’Europa, coinvolgendo ben quattordici paesi africani, tra cui l’Angola, il Ghana, il Kenya, la Mauritania, il Mozambico, il Congo. ENI, prima azienda estera in tutta l’Africa, sta moltiplicando la scoperta di nuovi giacimenti di gas e petrolio, dalla Costa d’Avorio al Mozambico all’Angola. Ma fa solo da apripista di altri interessi e operazioni.
Il Congo è, sotto questo profilo, esemplare. «In Congo è pronta la prima farm agricola made in Italy» dichiara gongolante Il Sole 24 Ore (10 febbraio), presentando il nuovo investimento agroalimentare di BF International in quel di Malolo come «un nuovo modello di business per tutta l’Africa». Che sia un business è indubbio. L’azienda ottiene 10000 ettari di terra in concessione per 49 anni, naturalmente rinnovabile. Godrà di esenzioni doganali e fiscali e di procedure organizzative accelerate. Produrrà innanzitutto soia a volontà per il mangime destinato agli allevamenti del Presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso, grande proprietario e investitore nel settore. Ma potrà anche «offrire lo stesso servizio di gestione ad altri committenti del medesimo Paese oppure di Paesi vicini». Insomma carta bianca, pieni poteri. «Abbiamo una sconfinata capacità di crescita», afferma l’amministratore delegato dell’impresa, «la superficie fondiaria che possiamo intercettare con i nostri servizi è enorme, milioni di ettari su cui generare valore senza comprare la terra». Non a caso BF International sta esportando lo stesso modello di business in Senegal, Ghana, Algeria… Naturalmente «col supporto delle istituzioni alle spalle», dichiara sorridente l’amministratore delegato.
La bandiera tricolore avvolge solo un nuovo modello di business per i capitalisti di casa nostra (e non solo). In un continente nel quale quasi seicento milioni di persone risultano prive delle risorse vitali più elementari, si va scatenando una nuova grande corsa al saccheggio imperialista. L’imperialismo italiano vuole semplicemente un posto a tavola. Per meglio dire, un nuovo posto al sole.
Solo un’alternativa socialista potrà liberare l’Africa dal vecchio e nuovo colonialismo, comunque mascherato. Le sezioni africane della Lega Internazionale Socialista sono e saranno in prima fila in questa lotta di liberazione.
Partito Comunista dei Lavoratori
L’11 febbraio 2026 davanti ai cancelli di Mirafiori è iniziato un presidio di tre giorni promosso dalla FIOM-CGIL, con il tentativo di coinvolgere i lavoratori dello stabilimento torinese di Stellantis, tra i più colpiti dalla crisi. Noi, come Partito Comunista dei Lavoratori, eravamo presenti per distribuire “Lotte operaie” il nostro bollettino di intervento nelle fabbriche, e per rimarcare la nostra distanza dalle burocrazie sindacali. La mobilitazione precede e si collega direttamente alla manifestazione del 14 febbraio, “Innamorati di Torino”, organizzata dalle principali sigle metalmeccaniche. Il contesto, tuttavia, va oltre la pur significativa protesta: è il sintomo di una crisi profonda dell’automotive e, più in generale, della deindustrializzazione torinese.
Il presidio iniziato l’11 febbraio davanti ai cancelli di Mirafiori non è un rito consolatorio, ma la cartina di tornasole della crisi di un modello: quello di un capitalismo automobilistico che ha esaurito la sua promessa di progresso e integrazione sociale. I numeri parlano chiaro: nel 2025 la produzione Stellantis in Italia è scesa a 250.000 veicoli, minimo storico dal 1954, mentre a Mirafiori la soglia di sopravvivenza (200.000 unità all’anno) resta un miraggio, con stime attorno a 80.000 vetture per l’anno in corso. Sono dati che non descrivono una “congiuntura”, ma una strategia di disinvestimento e delocalizzazione funzionale ai rendimenti degli azionisti, non ai bisogni dei lavoratori. Le parole pronunciate al presidio dal segretario generale della FIOM De Palma — «la fabbrica non è di Elkann, ma degli operai e degli italiani» — almeno in apparenza sembrano essere un enunciato politico che rimette al centro chi produce il valore e chi oggi ne decide il destino da lontano. In realtà mascherano le solite “parole forti” di rito al di là delle quali vi è un sindacato che fa della concertazione la sua unica arma di contesa, senza una reale prospettiva di lotta di lunga durata.
La manifestazione del 14 febbraio, preparata da tre giorni di presidio, segna l’unità delle principali sigle metalmeccaniche e l’ambizione di trasformare una vertenza “di stabilimento” in un tema cittadino. È un passaggio importante, perché Torino resta la capitale dell’indotto auto e della meccanica, con una filiera che vale un terzo della componentistica nazionale: quando si fermano i flussi a Mirafiori, il contraccolpo investe officine, subfornitori, logistica, competenze e scuole tecniche. Ma proprio perché la posta in gioco è cittadina e nazionale, la risposta non può limitarsi a una invocazione di “più investimenti” da parte dell’azienda e di “più attenzione” da parte delle istituzioni. È già successo e non ha funzionato. Serve cambiare il terreno della contesa.
L’errore sta nell’orizzonte difensivo. Quando l’unità sindacale si traduce in piattaforme che chiedono nuovi modelli e incentivi, ma non mettono in discussione proprietà, comando e profitti, il risultato è la gestione ordinata del declino. La 500 ibrida assegnata a Mirafiori è stata il frutto di mobilitazioni reali, ma già oggi appare insufficiente: senza volumi adeguati, ogni “riconversione” resta un ponte verso il vuoto. Se l’obiettivo minimo per la tenuta dello stabilimento è 200.000 vetture all’anno, restare a quota 80.000 significa precarietà permanente per operai e indotto. Continuare a chiedere nuovi modelli senza mettere le mani sul potere decisionale è un loop che consuma energie e tempo, mentre i cicli finanziari continuano a dettare legge.
Ciò che accade a Torino non è un’eccezione: è la forma italiana di un fenomeno globale, dove multinazionali come Stellantis agiscono su base transnazionale, ottimizzando costi e fiscalità, e dove i governi competono con sussidi e deregolazione per strappare una tranche di investimenti. In questo schema, lo Stato viene chiamato a fare l’arbitro e il finanziatore, ma non il protagonista. L’idea che la “buona politica industriale” possa bastare da sola è un’illusione, se non si tocca la leva proprietaria. A maggior ragione in un territorio in cui, nel giro di pochi anni, si sono sommate operazioni su asset strategici (da Iveco all’incertezza su Marelli), confermando che il criterio guida non è il lavoro, ma la redditività finanziaria. È questo il cuore del problema che i presidi e i cortei, se restano nel perimetro della concertazione, non possono risolvere. Quello che abbiamo di fronte è dunque un sindacato concertativo in difficoltà: l’unità sindacale, spesso celebrata come un valore, rischia di tradursi in un compromesso al ribasso. Come mostrano anche le richieste dei sindacati sull’Iveco e sulla componentistica, rimane forte un approccio interclassista, che vede nelle istituzioni e negli industriali interlocutori da convincere, non forze con cui contrapporsi sul piano dei rapporti di forza reali.
Per noi del Partito Comunista dei Lavoratori la strada è un’altra: nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che ridimensionano e delocalizzano e controllo operaio sui processi produttivi. Non un ritorno allo statalismo degli apparati, ma una pianificazione democratica a partire dai lavoratori che risponda a criteri sociali (occupazione, sicurezza, transizione ecologica reale) e non ai profitti per gli azionisti. Questo significa cominciare dove siamo: comitati eletti in reparto, coordinamenti tra siti, scioperi prolungati e blocchi mirati delle fasi logistiche, perché è lì che il capitale è più vulnerabile. Senza discontinuità conflittuale, ogni tavolo si limita a gestire esuberi, cassa integrazione e incentivi all’esodo. È storia recente.
C’è poi una questione di democrazia sindacale. La composizione della forza lavoro è cambiata: somministrati, appalti, subfornitura, linee spezzate tra stabilimenti e Paesi. Una lotta efficace non può essere delegata interamente alle burocrazie confederali; ha bisogno di strutture autonome e intersettoriali capaci di unire metalmeccanici, logistica, servizi in appalto e giovani precari. Mirafiori può essere il laboratorio di questa ricomposizione, ma solo se la mobilitazione smette di essere episodica e diventa processo: dal presidio alla costruzione di un fronte permanente di lotta su salario, orari, ritmi, sicurezza e controllo delle scelte industriali.
Vi è poi la transizione ecologica, che non può essere consegnata ai board aziendali. Elettrico, ibrido, piattaforme software, batterie: senza indirizzo pubblico e controllo dal basso, diventano alibi tecnologici per comprimere organici e delocalizzare in nome della competitività. La transizione, per essere sociale, deve essere pianificata, finanziata tagliando rendite e extraprofitti, e orientata a produzioni utili: dal trasporto collettivo alla riconversione ecologica della componentistica. Non è neutralità tecnologica: è scelta politica su cosa produrre e per chi. Mirafiori potrebbe essere un polo pubblico dell’e-mobility e della meccanica verde, ma questo comporta rompere la gabbia degli incentivi a pioggia e del “dialogo responsabile” che ha accompagnato il declino fino a qui.
Infine, c’è un nodo che non può essere ignorato: la crisi e la deindustrializzazione non riguardano solo lo stabilimento di Mirafiori, ma tutti gli stabilimenti Stellantis in Italia e l’intera filiera dell’indotto automotive. La politica portata avanti dalla FIOM e dal suo segretario De Palma di condurre vertenze e lotte stabilimento per stabilimento conduce in un vicolo cieco. Nel dibattito sulle rivendicazioni stabilimento per stabilimento dentro Stellantis, è utile ricordare come questa impostazione non sia nuova. Già nel 2010, di fronte al “patto per la fabbrica” imposto da Marchionne, Landini scelse di non firmare e di puntare sulla mobilitazione e sul referendum in ogni singolo sito produttivo. Una scelta che, pur animata dalla volontà di resistere, finì per rinchiudere la lotta dentro i confini di Mirafiori, Pomigliano e degli altri stabilimenti, lasciando all’azienda la possibilità di giocare una partita a scacchi su più tavoli, dividendo i lavoratori e isolando le resistenze.
Quell’esperienza dovrebbe essere una lezione chiara: quando il conflitto viene frammentato, il padrone vince. Marchionne lo capì perfettamente. La FIOM, pur opponendosi, accettò di fatto il terreno di scontro imposto dall’azienda, un terreno locale, spezzettato, dove ogni fabbrica era costretta a difendersi da sola. Il risultato fu che la forza potenziale di un’intera categoria venne dispersa in mille rivoli.
La frammentazione delle vertenze non è una scelta neutra: spezza la forza collettiva, isola i lavoratori e concede all’azienda un vantaggio strategico enorme. Oggi, con Stellantis che opera su scala globale e che usa la concorrenza interna tra stabilimenti come leva per comprimere salari e diritti, riproporre la stessa logica significa ripetere l’errore. Le rivendicazioni separate, per quanto combattive, non possono reggere l’urto di un gruppo multinazionale che decide investimenti, produzioni e chiusure guardando all’intero continente.
Come Partito comunista dei lavoratori sosteniamo la necessità di una vertenza nazionale unitaria, capace di collegare le lotte di Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino e di ogni altro sito produttivo. Solo un fronte comune può rompere la logica della competizione tra stabilimenti, che è esattamente ciò su cui Stellantis punta per comprimere salari, diritti e condizioni di lavoro. Un’unica battaglia nazionale permetterebbe di trasformare la rabbia dispersa in una forza organizzata, di rimettere al centro la solidarietà operaia e di imporre all’azienda un terreno di confronto che non sia quello, debole e frammentato, delle singole fabbriche.
La storia del movimento operaio insegna che quando i lavoratori si muovono insieme, nessun padrone è troppo grande. È questo il nodo politico: ricostruire un’unità reale dal basso, superare la logica difensiva delle vertenze locali e tornare a parlare il linguaggio della forza collettiva. Solo così la classe lavoratrice può tornare a incidere davvero sui rapporti di potere dentro e fuori le fabbriche.
La verità è dunque semplice: o la classe lavoratrice torna a incidere sulla proprietà e sul comando, o la storia la scriveranno i consigli d’amministrazione. Il presidio dell’11 febbraio e la piazza del 14 possono diventare tappe di un percorso se diventano l’inizio di una strategia offensiva: organizzazione autonoma, continuità della lotta, obiettivi chiari (nazionalizzazione, controllo operaio, gestione dal basso, vertenza nazionale che coinvolga l’intero settore automotive). In caso contrario, Torino continuerà a celebrare il suo passato industriale mentre negozia, pezzo dopo pezzo, il proprio futuro postindustriale. Mirafiori non chiede un altro modello: chiede un altro potere, quello operaio!
NUOVA E PIÙ GRANDE IMPRESA
Giovedì 5 febbraio il Comitato Direttivo della Global Sumud Flotilla ha tenuto una conferenza stampa presso la fondazione Nelson Mandela, a Johannesburg, in Sud Africa. I rappresentanti dell’Africa, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Alleanza di Solidarietà Palestinese annunciano la realizzazione di una nuova impresa verso la Palestina. In questa occasione sarà contemporaneamente marittima e terrestre, partendo il 29 marzo da Barcellona, dall’Italia, dalla Tunisia e da altri punti del Mediterraneo.
Gli organizzatori progettano di contare su più di 3.000 partecipanti da oltre di 100 paesi, viaggiando su più di 100 imbarcazioni e veicoli. Questo sarà possibile grazie allo sforzo collettivo di attivisti, personale medici, ingegneri, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni civili; tanto in mare come via terra.
MAGGIORE ESPERIENZA E OBIETTIVI PIÙ AMPI
La nuova flotilla partirà con un bagaglio di esperienza accumulata di grande valore umano e organizzativo. La prima missione non ha potuto prendere terra a Gaza a causa del blocco, ma ha avuto comunque successo perché incarnava uno sforzo collettivo, affrontava le difficoltà a testa alta senza perdere di vista la denuncia del genocidio e della fame, sfidava la complicità e/o l’inazione dei governi, resisteva a campagne diffamatorie e forniva uno spazio per l’internazionalismo organizzato.
A differenza della precedente flottiglia, gli obiettivi della nuova non saranno esclusivamente umanitari. Rifiuterà la normalizzazione delle enormi sofferenze dei civili e risponderà direttamente alle proposte di “ricostruire Gaza” senza sovranità o partecipazione palestinese, compresi i piani che consoliderebbero il controllo esterno negando ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione.
RIMANE LA NECESSITÀ DI MOBILITAZIONI E AZIONI CONCRETE
Il 10 ottobre 2025, mentre gli ultimi attivisti rilasciati dalle prigioni israeliane stavano ancora tornando a casa, è stato firmato l'”Accordo Trump-Israele”. Da allora, l’esercito sionista rimane a Gaza, uccidendo, occupando territori e godendo dell’impunità per il genocidio compiuto. I palestinesi intanto muoiono di fame, sono senza assistenza e confinati in piccole aree isolate, tuttora sotto la minaccia sionista e l’intervento imperialista. Non esiste una pace giusta, ma solo l’imposizione del dominio. Di conseguenza, rimane la necessità di riprendere le mobilitazioni e le azioni di massa a sostegno della Palestina e del suo popolo sofferente.
LA LIS PARTECIPERÀ DI NUOVO
La nostra organizzazione internazionale parteciperà ancora una volta alla Global Sumud Flotilla. La nostra compagna Celeste Fierro (MST, Argentina) si è unita alla prima Flotilla a bordo della goletta “Adara”, portando con sé la bandiera della Lega Internazionale Socialista (LIS), che sarà nuovamente rappresentata da due compagni, che sosterranno attivamente e riferiranno sui progressi della seconda missione, già in corso.
Rimaniamo incondizionatamente al fianco del popolo oppresso, promuovendo la lotta per i suoi bisogni urgenti, infinitamente aggravati dalla crudeltà del genocidio, della pulizia etnica e dell’occupazione territoriale. Siamo convinti che la soluzione fondamentale risieda nella sconfitta dello Stato di Israele attraverso una rivoluzione socialista in Medio Oriente e la creazione di una Palestina unita, laica, non razzista, democratica e socialista, dal fiume al mare.
Rubén Tzanoff
Socialistas en Lucha (SeL) respinge l’intensificazione delle politiche coercitive del governo degli Stati Uniti contro Cuba. Le recenti misure volte a penalizzare i paesi terzi che commerciano petrolio o prodotti petroliferi con l’isola costituiscono misure unilaterali di pressione economica extraterritoriale che incidono direttamente sulle condizioni di vita della popolazione cubana. Queste politiche non sono strumenti di democratizzazione: sono meccanismi di punizione collettiva che trasferiscono le controversie geopolitiche alla sfera sociale.
L’attuazione di queste misure coincide con un momento di estrema vulnerabilità. L’interruzione delle forniture energetiche dal Venezuela – quasi 30.000 barili al giorno, tra il 30 e il 40% del fabbisogno nazionale – ha lasciato Cuba priva di uno dei suoi principali supporti operativi. A gennaio, il Paese ha ricevuto solo 84.900 barili in un’unica spedizione dal Messico, ben al di sotto della media giornaliera di 37.000 barili registrata nel 2015. Il risultato è una profonda crisi energetica, con prolungati blackout, calo della produttività e gravi interruzioni dei servizi di base.
In questo contesto, è necessario riconoscere un’innegabile realtà sociale: lo sfinimento materiale e politico ha portato settori crescenti della popolazione a percepire la pressione esterna – e persino l’intervento – come una possibile soluzione. Questa percezione non deriva dalla fedeltà a una potenza straniera, ma piuttosto dall’assenza di prospettive interne credibili, dal soffocamento del dibattito politico e dalla mancanza di meccanismi efficaci per influenzare la direzione del Paese. Comprendere questa tendenza è essenziale per delegittimarla.
Da una prospettiva di sinistra democratica, affermiamo con chiarezza che nessuna trasformazione emancipativa può derivare da coercizioni esterne. Le grandi potenze non agiscono in nome dei diritti dei popoli, ma piuttosto in nome dei propri interessi strategici. La storia latinoamericana dimostra che la pressione economica e la tutela politica generano dipendenza, frammentazione sociale e nuove forme di subordinazione, non certo democrazia o giustizia sociale.
Ma allo stesso modo, sarebbe politicamente improduttivo attribuire la crisi cubana esclusivamente a fattori esterni. La responsabilità dell’attuale blocco al potere è centrale. Per decenni, si è consolidato un modello di potere altamente centralizzato, con scarsa predisposizione a rendere conto di ciò che fa, ostile al pluralismo politico e sempre più slegato dalle reali dinamiche sociali. La riduzione del socialismo a amministrazione burocratica e controllo politico ha svuotato del suo contenuto il progetto emancipativo che un tempo mobilitava ampi settori della società.
La sovranità non può essere sostenuta solo attraverso il rifiuto delle interferenze straniere. È inscindibile dalla democrazia politica, dai diritti civili e da un’effettiva partecipazione popolare. Quando i cittadini non hanno canali autentici per deliberare, organizzare e contestare le decisioni strategiche, la sovranità diventa una formula retorica amministrata dall’alto.
Le sanzioni, le restrizioni finanziarie e le politiche di isolamento commerciale imposte dagli Stati Uniti sono reali e profondamente dannose. Ma il loro impatto è amplificato da una situazione di stallo interno fatta di rigidità economiche, mancanza di trasparenza, criminalizzazione del dissenso e una cultura politica che confonde la stabilità con la paralisi. Questa situazione complessa spiega perché ampi settori della società non vedano soluzioni che vengano dall’interno del Paese, e finiscano per riporre speranze contraddittorie e disperate in fattori esterni.
Oggi Cuba si trova ad affrontare una crisi a diversi livelli: una popolazione che invecchia di oltre il 20%, pensioni che non coprono il costo della vita, un sistema sanitario in deterioramento, un sistema educativo in declino, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture al collasso e un processo informale di dollarizzazione che esaspera le disuguaglianze. A ciò si aggiunge la continuità della repressione politica, con oltre 1.185 persone incarcerate per aver esercitato diritti fondamentali, che erode ulteriormente la fiducia dei cittadini.
Noi di Socialistas en Lucha (SeL) sosteniamo che il modo migliore per prevenire l’intervento straniero non sia l’inazione, ma una profonda democratizzazione. Solo un’autentica espansione dei diritti politici, il riconoscimento del pluralismo sociale, la legalizzazione delle organizzazioni indipendenti e il ripristino della sovranità popolare possono ricostruire una visione condivisa e restituire legittimità al progetto socialista.
Cuba non si trova di fronte a una scelta tra coercizione esterna e continuità autoritaria. La vera alternativa è tra dipendenza e democrazia, tra amministrazione burocratica e protagonismo popolare.
La nostra posizione è inequivocabile: rifiuto di ogni forma di dominio esterno e opposizione all’ordine interno che ha soffocato la partecipazione sociale. Difendiamo un socialismo democratico, basato sui diritti, sulle decisioni pubbliche e sul controllo popolare del potere.
Né controllo imperiale né chiusura burocratica.
Per la sovranità popolare, la democrazia politica e il socialismo dal basso.
Socialistas en Lucha
I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.
LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE
La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.
Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:
Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?
«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.
Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.
Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.
LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA
Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.
Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.
La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.
Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.
L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.
QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA
Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.
Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.
La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.
Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.
L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.
Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.
Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.
In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.
Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.
La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.
La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.
Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.
Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.
Marco Ferrando