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Logica e prospettive del trumpismo

 


La pirateria in Venezuela e le minacce a Colombia e Cuba. Le mire sulla Groenlandia. La dottrina “Donroe” e la spartizione negoziata del mondo con Russia e Cina. L'utopia del pacifismo. Il fallimento del campismo

8 Gennaio 2026

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A fianco della sollevazione colombiana

 


O rivoluzione socialista o reazione militare

Da sei giorni la Colombia è attraversata da un'autentica sollevazione popolare. Il governo Duque aveva varato una riforma fiscale basata sull'aumento delle imposte indirette sui consumi di prima necessità. Questo in un paese stremato da una recessione economica impressionante, che ha visto nel 2020 il crollo del 6,8% del Pil e la caduta verticale delle già miserabili condizioni di vita della maggioranza della popolazione povera. La reazione di massa non si è fatta attendere. Sei giorni di sciopero generale, promosso dalle tre centrali sindacali (CUT, CTC e CGT) e dalla Federazione dei docenti; enormi manifestazioni di massa in tutto il paese a partire da Bogotà, Medelin, e soprattutto Calì. Tutta la Colombia è paralizzata dalla mobilitazione, che ha bloccato la produzione, i trasporti, i servizi. Il governo ha dapprima usato l'arma della repressione poliziesca, che ha fatto al momento trenta morti tra i manifestanti. Ma la repressione non solo non ha piegato il movimento, ma gli ha conferito una nuova spinta e un nuovo allargamento. A questo punto il governo ha dovuto fare una clamorosa marcia indietro, prima dichiarando la disponibilità a rivedere la riforma fiscale, poi di fronte all'intransigenza della protesta comunicando in TV il ritiro del progetto. Il ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla ha rassegnato le dimissioni. È una prima grande vittoria della mobilitazione dovuta alla sua radicalità, alla sua ampiezza, al suo carattere prolungato.

Il governo si attendeva che il ritiro della riforma rasserenasse gli animi e riportasse la calma. Ma ha fatto male i suoi conti. La vittoria strappata incoraggia il movimento a proseguire sulla propria strada. I nuovi bersagli della mobilitazione sociale sono le altre “riforme” che il governo persegue, nel campo delle pensioni, del lavoro e persino della sanità, dove in piena pandemia il governo ha disposto un progetto di privatizzazione ulteriore del servizio che prevede il pagamento di una polizza per patologia senza la quale nessuno ha più diritto alle cure.
Non si tratta di misure casuali. Sono dettate alla Colombia dal Fondo Monetario Internazionale, a fronte dell'enorme debito pubblico accumulato. Il governo Duque pretende che il conto sia pagato dalla popolazione povera del paese a vantaggio del capitale finanziario, lo stesso che saccheggia le materie prime della Colombia, requisisce le terre e l'acqua, inquina l'ambiente, colpisce le diverse minoranze indigene che popolano il paese.
Ormai l'impoverimento di massa, letteralmente la fame, investe secondo gli stessi dati ufficiali il 42% della società colombiana. Questo spiega l'ampiezza della mobilitazione: nelle strade si va esprimendo un grande fronte di massa che vede fianco a fianco la classe operaia, i giovani, le popolazioni indigene, le organizzazioni delle donne, l'insieme delle masse oppresse. È il potenziale della rivoluzione colombiana.

Non vi sono sul campo possibili soluzioni intermedie cosiddette democratiche. Le promesse dei cosiddetti accordi di pace tra governo colombiane e FARC del 2016, che avrebbero dovuto, secondo l'annuncio di entrambi, aprire un epoca nuova di prosperità, di concordia, di democrazia, si sono rivelati com'era prevedibile una truffa. Dal 2016 ad oggi oltre 900 leader sociali, a partire dai sindacalisti, sono stati assassinati dalle forze militari o da milizie private reazionarie e parafasciste.
Il sangue nelle piazze di questi giorni per opera dei corpi di polizia dimostra una volta di più che non c'è pace possibile tra le domande di libertà e di riscatto sociale e l'apparato repressivo dello Stato borghese colombiano. Né è possibile alcuna pace col capitale finanziario che dissangua il paese e coi governi esattori che lo servono.
Al tempo stesso, proprio l'esperienza di queste giornate dimostra una volta di più che la via della rivoluzione vera non passa per le mitologie della guerra di guerriglia. Passa per la sollevazione di massa della classe lavoratrice e della gioventù, per il loro diritto di autodifesa contro la repressione militare, per l'esercizio collettivo della loro forza. O rivoluzione socialista o reazione militare: questa è la lezione che ci viene dai fatti di Colombia di questi giorni e di queste ore.

È necessaria e urgente una azione internazionale di solidarietà di classe con la ribellione popolare colombiana, con presidi e manifestazioni sotto i consolati di Colombia. È necessario portare nella più ampia iniziativa di solidarietà un contenuto di classe anticapitalista e antimperialista.

Ritiro integrale delle misure d'austerità e di tutte le controriforme sociali!
Via il governo reazionario e assassino di Duque!
Scioglimento dei corpi repressivi dello stato colombiano e punizione dei responsabili dei crimini compiuti!
Comitati operai e popolari e loro coordinamento nazionale!
Cancellazione del debito estero della Colombia, non un soldo alle banche strozzine e al FMI!
Radicale riforma agraria!
Governo operaio e contadino, basato sulla forza e l'autorganizzazione delle masse!

Partito Comunista dei Lavoratori

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

L'arresto dell'”economo del Papa” Vallejo Balda da parte della Gendarmeria vaticana con l'accusa di “divulgazione di notizie riservate” rivela la lotta interna ai sacri palazzi di Oltretevere. L'intero commentario della stampa borghese parla dell'eroica lotta di “Santo Padre Francesco” per “ripulire il Vaticano” e della sorda resistenza degli ambienti vaticani a questa operazione di pulizia. Ma i conti non tornano, e anche la logica ha i suoi diritti.

Balda viene arrestato, su diretto mandato del Papa, per aver reso pubbliche informazioni riservate sulle sterminate proprietà vaticane, sulla continuità dei traffici IOR, sulla amministrazione truffaldina dei fondi pubblici e degli oboli privati da parte della macchina statale pontificia. L'arresto è scattato solo dopo la notizia della uscita imminente di due libri dedicati alle rivelazioni. Domanda: perché il Vaticano pretende che le informazioni sul suo stato patrimoniale e sulla sua gestione debbano restare “riservate”? Non era stata annunciata l'operazione trasparenza? Perché si ricorre addirittura all'arresto (con la minaccia di 8 anni di carcere) del responsabile, reale o presunto, delle rivelazioni? Perché si minaccia, come già in passato, di chiedere il blocco delle pubblicazioni editoriali annunciate?

La stampa borghese tace su questi interrogativi elementari. Ha paura anche solo a formularli. Si diffonde in pagine e pagine di retroscena, più o meno scandalistici, sulla figura di Balda e della sua collaboratrice, e sulle motivazioni interessate delle rivelazioni fatte (vendetta per una nomina mancata). Ma sul contenuto delle rivelazioni, e soprattutto sulla ragione delle pretese censorie del Vaticano, nessun commento. Anzi, là dove si balbetta qualcosa, si ripete a pappagallo, per paura di sbagliare, la velina ufficiale vaticana: «Un tentativo di infangare l'azione di rinnovamento condotta da Papa», ecc ecc. Amen. Ma come? Un'azione di “pulizia” e “rinnovamento morale” non dovrebbe denunciare i mercimoni affaristici della macchina vaticana anziché arrestare chi li rivela?


UN PAPA PERONISTA A CACCIA DI CONSENSO. IL POPULISMO ECCLESIASTICO COME LEVA DI POTERE 

La verità è più semplice, in una cornice più complicata e generale.

Papa Francesco, come ogni Papa, è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che in tutto il mondo è parte organica del capitalismo, con possedimenti finanziari e immobiliari giganteschi. Come ogni stato capitalista, ma con una presenza mondiale ineguagliabile, lo Stato Vaticano è attraversato da guerre per bande e cordate in lotta per il potere. La novità dell'attuale Papa Bergoglio - non a caso di estrazione peronista - è che egli tenta di coprire la realtà dello Stato Vaticano con la promozione di un'immagine pubblica misericordiosa, attenta alla condizione dei poveri, meno dottrinaria, più comunicativa nei confronti del senso comune popolare. Siamo in presenza di un Papa “populista”, mirato alla conquista del consenso pubblico, che fa leva sul consenso pubblico per accrescere il proprio potere assoluto nella Chiesa: modificando a proprio vantaggio i rapporti di forza con la Curia romana, con la Conferenza Episcopale, con la Segreteria di Stato vaticana, e più in generale con l'insieme delle strutture tradizionali dirette e indirette dell'istituzione ecclesiastica. Il braccio di ferro sotterraneo nel recente Sinodo è la cartina di tornasole della lotta in corso.

Un Papa dunque più “democratico”, più rispettoso della laicità dello Stato? Al contrario. Il Papa populista usa la propria ritrovata credibilità pubblica per allargare oltre misura il raggio d'intervento della propria Chiesa.
Ricerca e ottiene pubblica udienza presso le camere congiunte del Parlamento italiano, presso il Parlamento europeo, presso lo stesso Congresso americano, per avere su di sé i riflettori del mondo, carpire nuovi consensi e dunque maggiore forza politica.
Si fa diretto protagonista sulla scena internazionale intervenendo come intermediario del negoziato tra USA e Cuba per la restaurazione del capitalismo a Cuba; e persino del negoziato tra Stato colombiano e FARC per la loro integrazione nel capitalismo colombiano.
Promuove una politica di “pacificazione” ecumenica con le altre chiese e autorità religiose (ebraiche, greche ortodosse, islamiche...) per allargare la propria influenza presso le basi di massa delle altre fedi, e dunque estendere il proprio peso politico internazionale.
Infine invade Roma con un Giubileo di venti milioni annunciati di fedeli, pretendendo dallo Stato e dal Comune di Roma una rapida funzione di servizio, pagata con risorse pubbliche: anche per questo scarica il sindaco delle nozze gay, a favore di un commissario prefettizio in grado di amministrare la grande torta del nuovo business capitolino e di lustrare a dovere l'immagine pubblica del Papa nell'anno della Misericordia. Nel frattempo attiva tutti i canali di interlocuzione possibili col mondo laico, dalle telefonate con Scalfari sino all'incredibile lettera di riconoscimento... al consigliere romano Alzetta (detto Tarzan): cercando dal primo lo sdoganamento della cultura laica, e dal secondo forse un'attenzione di riguardo alle proprietà vaticane nella gestione dell'occupazione delle case a Roma.
Un Papa, dunque, “totale”, pervasivo di ogni campo a 360 gradi, proiettato quotidianamente nella sfera temporale come mai in precedenza, determinato a risollevare la forza della Chiesa ad ogni latitudine istituzionale, dopo anni di crisi e decadenza della sua pubblica credibilità (corruzione, pedofilia, crimini dello IOR...).


LA REALTÀ DEL CAPITALISMO ECCLESIASTICO CHE BERGOGLIO VORREBBE COPRIRE 

Ecco allora il perché della reazione poliziesca del Pontefice “misericordioso” alle rivelazioni di un prelato infedele. Perché proprio quelle rivelazioni mostrano lo scarto abnorme tra l'immagine pauperistica della Chiesa che il Papa populista vuole accreditare, e la intatta miseria morale della Chiesa reale, quale parte inseparabile del capitalismo italiano e mondiale. La Chiesa che detiene quasi 5 miliardi in sole proprietà immobiliari, spesso facendosele valutare “un euro” per evadere il fisco. Che fa 60 milioni ogni anno vendendo benzina, sigarette, vestiti pregiati a basso costo, attraverso 41.000 tessere a raccomandati vip e amici degli amici nella sola città di Roma. Che imbosca i 380 milioni annui dell'Obolo di San Pietro, destinandoli a ben altri usi dalla “carità evangelica”. Che truffa sull'8 per mille con la complicità dello Stato italiano, come confessa la stessa Corte dei Conti. Che, contro la sbandierata moralizzazione, continua a proteggere attraverso lo IOR i conti bancari di grandi costruttori coinvolti nella ristrutturazione a prezzi stracciati di proprietà vaticane. Per citare solamente alcune anticipazioni pubbliche delle rivelazioni annunciate.
Qualcuno si può stupire, se il populista Papa Francesco si sente minacciato dalla verità e preferisce arrestarla? Il solo aspetto comico è che gli autori dei libri incriminati invece di rivendicare le proprie rivelazioni come demistificazione del nuovo corso papalino e denunciare le minacce ricevute, si affrettano a presentare il proprio lavoro “come un aiuto fornito al Santo Padre” (Nuzzi). La potenza del nuovo Pontefice strappa reverenze insospettabili.

La sinistra riformista italiana, anch'essa succube del nuovo Pontificato (perché succube dell'ordine capitalista) si chiude non a caso in un ermetico silenzio di fronte alle nuove rivelazioni. Vendola e Ferrero non si sono forse sperticati per due anni nel lodare Papa Francesco come campione della lotta al “liberismo” e nuova autorità morale di riferimento, coprendo su tutta la linea il nuovo corso populista del papato? La “nuova cosa rossa” in gestazione cerca la benedizione del Papa. Avallando le sue mistificazioni tra i lavoratori.

Il PCL, in quanto partito di classe e anticapitalista, rilancerà una forte campagna pubblica anticlericale ed antipapalina, in occasione del Giubileo e delle elezioni comunali a Roma. E chiama tutte le organizzazioni del movimento operaio e tutte le associazioni coerentemente laiche ad una azione comune di controinformazione e denuncia su questo terreno elementare.
Partito Comunista dei Lavoratori