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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Stato di emergenza

Pubblichiamo un contributo di riflessione interessante da parte di un compagno simpatizzante del PCL


Ricordate Matteo Salvini e il suo “…chiedo agli italiani pieni poteri”?
Stato di emergenza
All'approssimarsi del 4 maggio l’euforia della liberazione diventa palpabile. Complice il sole e l’avvicinarsi di una bella stagione (si spera), tutti quelli che sono rimasti in buona salute aspettano il momento in cui le misure disposte a contrasto della pandemia Covid 19 diventino un fatto concreto. L’ottimismo è obbligato, ma la completa libertà, è ancora lontana.
Sono in fila per entrare al supermercato. Bologna. Tutto procede, distanziamento rispettato, mascherine indossate, i più rigorosi, o impauriti, portano anche i guanti. Questa condizione durerà ancora a lungo.
In fila ci sono persone di tutte le età, donne e uomini in età da lavoro, pensionati. Nessun adolescente, questo fa pensare. E tanto sole. Nonostante il caldo, nessuna esibizione di mezze maniche. Meglio evitare anche un semplice raffreddore. O qualsiasi malanno che imponga un contatta diretto con la sanità, il medico di base, il numero verde, o peggio l’ospedale. Probabili reduci da notti di informazione Covid, hanno ascoltato troppe parole, ricavandone poche certezze.
In fila l’euforia della liberazione sembra spegnersi. Prevalgono mestizia e rassegnazione nell’accettare un cambio tanto radicale dell’esistenza. Si conversa al telefonino, ma ci si guarda bene dal rivolgersi a chi fisicamente è davanti o dietro di noi. Distanziamento fisico, e soprattutto psicologico. Ognuno, credo, è percepito come un potenziale portatore, un probabile veicolo d’infezione. Non può essere diversamente, se tutti noi ci siamo nutriti al quel festival della notizia e dell’allarme, che spesso appare come frutto illegittimo dello showbiz.

Rimozione
Si tende a dimenticare, a rimuovere. Aiutati da quella che è ormai diventata la retorica del coronavirus, si diluiscono nella memoria, se mai ne sono emersi, alcuni aspetti sostanziali del periodo che stiamo vivendo. “Andrà tutto bene!” Forse, ma non è detto. La cronaca si è fatta epopea di eroi. Ce n’è bisogno? Probabilmente è il frutto dell’elusione a una domanda che il nostro paese deve porsi, oggi più che mai: abbiamo maggior bisogno di eroi o forse è meglio fare affidamento su efficienti e sufficienti strutture sanitarie? Ripartiremo. Certo, a meno che non si metta in conto l’estinzione della specie umana. Ma come ripartiremo?
Ancora in fila. Il distanziamento impone precauzione e contingentamento degli ingressi. È l’emergenza.
Siamo in democrazia. Al telefonino impazzano quesiti serissimi su cosa comprare per il pranzo, quale sia il detersivo mancante, dove trovare il vino alla spina per risparmiare. Poi vengono i contenziosi familiari, le notizie scambiate su parenti e nonni, che da un momento all’altro non abbiamo potuto più incontrare. Finirà la clausura. Pochi giorni ancora, è vero. Ma i contenuti del comunicare, sospesi in una lontananza inconsapevole dalla gravità della situazione, portano a galla una domanda. Quanti, qui e ora attori di questo serpentone schietto e consumista, sono consapevoli fino in fondo di cosa è cambiato sopra le loro teste, da gennaio a oggi?

31 gennaio: viene dichiarato lo stato di emergenza
Quale è il livello attuale delle garanzie istituzionali verso il singolo, rispetto a quanto sancito dalla Costituzione, con particolare riferimento ai contenuti dell’art. 13. La domanda sorge spontanea seguendo le notizie di cronaca. In che modo sono cambiati i limiti delle inviolabili libertà personali?

Con un certo senso di incredulità ho assistito all’esercizio sproporzionato della dissuasione verso solitari bagnanti da parte di elicotteri in volo a bassa quota; ho letto di una multa inflitta (e prontamente tolta, con tante scuse) a una famiglia che portava la figlioletta leucemica in ospedale per un controllo; non è mancata la sanzione a chi, pur proditoriamente seduto con giornale, era in fila per entrare al supermercato. Multa nonostante l’osteoporosi; mancava il certificato. Non sappiamo com’è andata a finire. Nella rete delle sanzioni anche un solitario canoista. Che tentasse di contagiare i pesci? D’altro canto abbiamo assistito ai report delle scuse più fantasiose, creative e assurde, per poter giustificare la propria presenza fuori dai confini dell’abitazione.
Tutto questo può accadere perché il 31 gennaio è stato dichiarato lo “stato di emergenza” a causa della pandemia Covid 19. Sei mesi la durata.
Una prima considerazione: lo “stato di emergenza” non è previsto dalla nostra Costituzione. L’unica emergenza contemplata è lo stato di guerra (art. 78).
Il dispositivo emesso dal Consiglio dei Ministri è una delibera, e come tale non è soggetta all’approvazione del Parlamento.
È l’art. 5 della L. 225\1992 a istituire il Servizio Nazionale della Protezione Civile e a prevedere la possibilità di dichiarare lo “stato d’emergenza”. Rileviamo una contraddizione, che riguarda la sua durata. Nella legge è indicata in 180 giorni rinnovabili per una volta. Nel regolamento della Protezione Civile (art. 24, comma 3 del D. legislativo n.1 del 2\1\2018) si legge invece che lo stato di emergenza nazionale “non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Un chiarimento sarebbe utile.

Il decreto legislativo
Per l'attuazione degli interventi da effettuare durante lo stato di emergenza dichiarato a seguito degli eventi di cui all'articolo 2, comma 1, lettera c), si provvede anche a mezzo di ordinanze in deroga ad ogni disposizione vigente”.
Tanto potere viene attribuito al Consiglio dei Ministri, senza alcun passaggio parlamentare. A parte la prevista ratifica dei decreti legge. Che restano comunque efficaci per sessanta giorni.
Altra condizione che deve fare riflettere riguarda la natura stessa del decreto legislativo (fonte del regolamento di Protezione Civile). Esso ha forza di legge, e sancisce una delega del Parlamento al Governo, scavalcando il principio della separazione dei poteri. È il governo a legiferare, senza alcuna discussione in Parlamento. È accettabile?

Governo Conte bis
In principio era il Conte 1. La coalizione di governo Lega-5Stelle alla Camera di 344 deputati su 630. Fuori dalla maggioranza, risultavano ristretti in un unico vagone, passeggeri davvero incompatibili tra loro. Uno schieramento eterogeneo, a definirlo con un eufemismo, senza una concordanza d’indirizzi, che potesse riflettere una qualche efficacia politica. Diversa e un poco più ballerina per il governo la situazione in Senato.

Elezioni Europee del 26 maggio. La Lega arriva al 34%. Il Movimento 5Stelle si sgonfia fino al 17%, perdendone quasi il 19%. Diventa lecito qualche dubbio sulla rappresentatività del premier Conte. Salvini invoca nuove elezioni, ma le sue improvvide evoluzioni balneari, lo porteranno a dover subire il Conte bis.
Il Conte bis, o governo giallo-rosa entra in carica il 5 settembre. Tecnicamente dispone di una maggioranza in aula, ma solo considerando ancora attuali, e indicatori della volontà degli elettori i risultati del 4 marzo 2018. Fatto che i recenti sondaggi mettono in totale discussione. Molto è cambiato ad oggi, nelle percentuali di gradimento degli elettori.
L’attuale Governo, secondo i sondaggi, non ha il sostegno della maggioranza degli elettori. Questa condizione, certamente percepita a più livelli all’interno delle forze politiche, lo indebolisce, e lo allontana per naturale autodifesa, da una ricerca costante e ripetuta del confronto in Parlamento, per questo consultato nel limite dell’obbligo istituzionale. Pesa inoltre la perplessità a livello nazionale e internazionale sulla reale caratura politica del premier Conte, disposto a trasformare gli alleati politici in acerrimi nemici.

Quello che conta
Torniamo allo “stato d’emergenza”. Molte azioni legate alla vita quotidiana sono vietate o contingentate. Fino a data da destinarsi le nostre libertà personali restano limitate. E nonostante l’avvicinarsi della Fase 2, lo saranno anche dopo il 4 maggio. Al momento in cui scrivo non è possibile lasciare la propria residenza, se non per motivi di necessità o di salute, diversamente interpretati da regione a regione, attraverso i decreti attuativi. Passeggiare o correre non sempre è concesso. Ma non si vogliono descrivere qui solo le evidenze spicciole. C’è altro da sapere. Con sapore di paradosso.
Fino al 3 maggio non potrete sposarvi. Già, né in chiesa né in comune. Dopo si vedrà. Pensiamo a chi, magari travolto dalla tragedia del virus, poteva sperare in una pensione di reversibilità. È vita dura anche per i funerali. Esequie minime, solo al cimitero e la partecipazione ristretta ai familiari.
E in termini di diritti politici come vanno le cose? Nessuna manifestazione è possibile. Mentre scrivo so che non potrò partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e del 1° maggio. Che restano però liberamente fruibili da chi rappresenta le Istituzioni. Una condizione che rappresenta un discrimine per chi dissente, e per tutti coloro che desiderano rendere pubblico il proprio punto di vista. Restano i social, ma l’accesso indiretto ai mezzi d’informazione esercitando il diritto di cronaca passivo, è più difficile, se non impossibile. Per essere fisicamente presenti, seppur distanziati, non viene lasciata che la finestra della disobbedienza, infrangendo la legge. Certo è vero che l’emergenza sanitaria esiste, ma a condizioni date l’esercizio delle prerogative politiche individuali ne è fortemente limitato.
Proviamo invece a vedere cosa è cambiato, con lo “stato di emergenza” dal punto di vista della produzione di beni. Prendiamo in esame due decreti della PdC emessi nelle date dell’11 e del 22 marzo 2020.
L’impressione che se ne ricava? Molto è possibile. Forse troppo. La delega è ampia per le imprese.
Un paragrafo, nel decreto dell’11, appare come una abdicazione al principio del distanziamento. “…laddove
non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento si impone l’uso di strumenti di protezione individuale”. Ma che genere di dispositivi si debbano indossare non è specificato. Ed è bene ricordare come in quel periodo le mascherine fossero pressoché introvabili. Senza distanza e senza protezioni quale tutela resta al lavoratore?
Abbiamo detto di una delega ampia. È bene ricordare la polemica scaturita dalla patente d’impunità rilasciata alle attività delle industrie “dell’aerospazio e della difesa”. Vengono definiti settori strategici. Dove si può lavorare a stretto contatto se dotati di strumenti di protezione individuale. Ritorna la domanda, quali?
Certo è che all’inizio di aprile Fincantieri annuncia il contratto con la Marina Militare: due sottomarini U 212 per una spesa di oltre un miliardo di euro. Se ne può fare a meno? A proposito, Fincantieri costruisce su licenza della Thyssen Krupp. Un nome che ricorda una pagina particolarmente dolorosa riguardo il capitolo delle morti sul lavoro. E relative impunità.
La produzione dell’F35 a Cameri continua. Cosa c’è di essenziale, oltre la tutela della salute degli operai, nell’assemblaggio di un cacciabombardiere dal costo di circa cento milioni di euro, cifra con cui si potrebbero realizzare mille posti letto di rianimazione.
Resta il fatto che fino al 4 maggio ogni imprenditore che ritenga la sua azienda essenziale all’interno della filiera produttiva potrà continuare a operare, inviando alla Prefettura una comunicazione. Vale il silenzio assenso. Secondo dati riferiti dalla Uil, attualizzati alla fine di marzo le richieste di deroga presentate sono state 15.980 in Emilia-Romagna, 14.279 in Lombardia, 4.664 in Piemonte. Quanti sono stati i controlli effettuati?

Concludiamo qui, ma già ora è urgente interrogarsi sui meccanismi di tenuta democratica del nostro paese. L’anomalia tutta italiana, di un governo nominato e non eletto, anche se prevista dalle leggi della Repubblica, indebolisce necessariamente l’azione di un esecutivo. Ancora di più la condizione delle due Camere, dove il divario tra la consistenza dei diversi gruppi e le attuali percentuali indicate dai sondaggi, rischia di trasformarle, in un sistema a circuito chiuso, lontano dal poter rappresentare efficacemente le istanze del paese.
Era davvero necessario dichiarare lo stato di emergenza? L’impressione è che venga svenduta dal sistema la grande illusione di vivere in una democrazia diffusa, dove la condizione irrinunciabile per partecipare è quella di dare potere ai tablet, ma quando le cose si fanno serie, le decisioni che contano si prendono nelle solite stanze.
In attesa della fase 2.
Mario De Pasquale



Art. 75 Cura Italia

(Acquisti per lo sviluppo di sistemi informativi per la diffusione
del lavoro agile e di servizi in rete per l'accesso di cittadini e
imprese)

1. Al fine di agevolare la diffusione del lavoro agile di cui
all'articolo 18 della legge 22 maggio 2017, n. 8, favorire la
diffusione di servizi in rete e agevolare l'accesso agli stessi da
parte di cittadini e imprese, quali ulteriori misure di contrasto
agli effetti dell'imprevedibile emergenza epidemiologica da COVID-19,
le amministrazioni aggiudicatrici, come definite dall'articolo 3
decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50, nonche' le autorita'
amministrative indipendenti, ivi comprese la Commissione nazionale
per le societa' e la borsa e la Commissione di vigilanza sui fondi
pensione, in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella
penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni del codice delle
leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto
legislativo 6 settembre 2011, n. 159, sono autorizzate, sino al 31
dicembre 2020, ad acquistare beni e servizi informatici,
preferibilmente basati sul modello cloud SaaS (software as a
service), nonche' servizi di connettivita', mediante procedura
negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara ai sensi
dell'articolo 63, comma 2, lett. c), del decreto legislativo 18
aprile 2016, n. 50, selezionando l'affidatario tra almeno quattro
operatori economici, di cui almeno una «start-up innovativa» o un
«piccola e media impresa innovativa», iscritta nell'apposita sezione
speciale del registro delle imprese di cui all'articolo 25, comma 8,
del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con
modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 17 dicembre 2012, n. 221 e
all'articolo 4, comma 2, del decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3,
convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, L. 24
marzo 2015, n. 33.


Ovvero del fatto che il governo delle nostre vite è ad oggi e fino al 31 luglio, determinato da quanto consegue a uno “stato di emergenza”? Hanno consapevolezza di cosa significa e delle possibili conseguenze?
Quanti sono i cittadini in grado di recepire e interpretare i decreti e le leggi che ordinano il predetto stato? Credo che la risposta giusta sia pochi, pochissimi. La maggioranza dei cittadini basa le sue opinioni da quanto apprende dalla televisione e dal web. Pur riconoscendo che i dispositivi governativi e parlamentari sono accessibili con facilità dai siti dedicati, è da ritenere che ancora meno dei pochissimi siano andati alla consultazione diretta.
La coalizione al governo a fronte di una maggioranza di 353 deputati su 630, disporrebbe del consenso di soltanto il 37% degli elettori. Qualcuno può pensare di forzare i numeri, ma difficilmente si arriva a un plausibile 40%.

Partono le campagne nazionali del coordinamento unitario delle sinistre d'opposizione!

Qui trovi, in allegato i volantini delle campagne nazionali promosse dal coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione.

Il testo che qui pubblichiamo informa l'iniziativa e le campagne del coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione emerso dall'assemblea del 7 dicembre a Roma. In coda al testo si fa riferimento ai volantini specifici delle singole campagne.

Il coordinamento è e resta aperto, nazionalmente e localmente, all'adesione ulteriore di soggetti politici e sindacali.

Il PCL, con la propria autonomia politica, ha dato e dà un contributo determinante all'unità d'azione e all'iniziativa del coordinamento
.




UNIRE LE LOTTE
CONTRO UN GOVERNO PADRONALE
CONTRO LE DESTRE REAZIONARIE
PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA



Il secondo governo Conte si era presentato a settembre come un governo di svolta. Si è rivelato invece, come era facile prevedere, un governo di continuità. Basta guardare i fatti.

Salvaguardia di tutte le misure degli ultimi decenni (Jobs Acts e precarizzazione del lavoro, Legge Fornero). Salvaguardia e consolidamento del patto di stabilità dell'Unione Europea attorno al debito pubblico, con la conseguente continuità delle politiche di austerità. Salvaguardia dei decreti sicurezza di Salvini e degli accordi infami con la Libia, veri accordi criminali finanziati con risorse pubbliche. Salvaguardia e anzi sviluppo del progetto di “Autonomia differenziata”, che accresce le disuguaglianze sociali e territoriali, attacca i contratti nazionali di lavoro, sospinge la privatizzazione ulteriore di servizi e patrimonio pubblico. Salvaguardia delle politiche internazionali militariste, nel quadro della Nato, a partire dalle missioni militari, incrementando persino l'acquisto degli F35, e sottraendo così risorse a beneficio dei settori più deboli della società.

La logica d'insieme resta la stessa dei precedenti governi: la dominazione del profitto a scapito della società, dell'ambiente, dei diritti sociali e democratici.

Ci pare scandaloso che questo governo e questa politica riceva il sostegno di tutta la sinistra parlamentare e della burocrazia sindacale. È un sostegno disastroso, per ragioni sociali e politiche.
Per ragioni sociali, perché protegge gli interessi dei capitalisti a spese dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani, e di tutti gli sfruttati, isolando e frantumando le lotte di resistenza, bloccando ogni loro estensione, impedendo la loro unificazione.
Per ragioni politiche, perché questa condotta subalterna e complice getta milioni di lavoratori e lavoratrici tra le braccia della destra più reazionaria: una destra nazionalista, militarista, misogina, che dirotta la rabbia sociale verso i migranti per impedire che si rivolga contro i capitalisti.

A tutto questo noi vogliamo opporci. Non per custodire una piccola nicchia, ma per costruire e rilanciare politicamente una grande opposizione di massa e di classe.
Una opposizione che metta al centro della scena politica le ragioni del lavoro. Che punti a unire le tante lotte di resistenza. Che punti a ribaltare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nella società. Che assuma sino in fondo le ragioni del movimento ecologista per la salvezza del pianeta e del movimento femminista per la propria liberazione, movimenti di portata mondiale che investono il futuro stesso dell'umanità. Che sappia costruire una relazione viva con quei movimenti democratici che oggi positivamente occupano le piazze contro la destra ma che rimuovono tra gli altri i temi del lavoro, col rischio molto concreto di venire subordinati al sistema capitalista dal PD e dai suoi satelliti.

Il grande sciopero che ha percorso la Francia contro l'aumento dell'età pensionabile dimostra che solo la forza di massa di lavoratori e lavoratrici, continuativa e radicale, può impaurire le classi dominanti, incrinare il blocco sociale reazionario, unificare un blocco sociale alternativo. Solo un movimento di questa portata può fare argine contro le destre.

Vogliamo dunque contribuire ad una piattaforma di lotta generale e unificante del mondo del lavoro.

Sono 30 anni che il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori è privo di una propria piattaforma di lotta indipendente. Per contribuire a ricostruirla intendiamo promuovere una campagna unitaria attorno ad alcune rivendicazioni centrali.


1) RIDUZIONE GENERALE DELL'ORARIO DI LAVORO A TRENTA ORE A PARITÀ DI RETRIBUZIONE

Le controriforme degli ultimi trent'anni (dal pacchetto Treu del 1997 al Jobs Act e alla riforma Fornero) vanno tutte cancellate: hanno aumentato la disoccupazione, l'orario di lavoro complessivo e la sottrazione del tempo di vita.

Ora basta!

Vogliamo lavorare per vivere, non vivere per lavorare a beneficio dell'arricchimento di un pugno di sfruttatori! Ridurre l'orario di lavoro senza ridurre salari e stipendi permette di redistribuire il lavoro fra tutte e tutti, difendere i posti di lavoro attuali, aumentare l'occupazione, unire occupati e disoccupati, dare la nostra risposta allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche e migliorare drasticamente la qualità della vita e la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Vanno ripristinati i diritti del lavoro, a partire dall'abrogazione delle leggi che lo hanno precarizzato. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro. 30 ore settimanali a parità di retribuzione corrispondono a tale scopo. L'alternativa, come i fatti dimostrano, è l'aumento dei disoccupati e dello sfruttamento


2) ABOLIZIONE VERA DELLA LEGGE FORNERO, PER UN SISTEMA PREVIDENZIALE PUBBLICO A RIPARTIZIONE E RETRIBUTIVO, CON IL DIRITTO DI ANDARE IN PENSIONE A 60 ANNI O CON 35 ANNI DI LAVORO, CON LA CERTEZZA DI UNA PENSIONE FUTURA DIGNITOSA PER I GIOVANI

Non vogliamo vivere di più per lavorare di più, e sempre più duramente. Vogliamo avere pensioni che ci consentano di vivere dignitosamente, non pensioni integrative private buone solo per chi se le può permettere, rischiose per il futuro, e utili solo per arricchire la grande finanza. Le nostre pensioni devono pagarle quelli che si arricchiscono con il nostro sudore e i nostri affanni. Le paghino i grandi profitti, le rendite, i grandi patrimoni!

Solo un sistema previdenziale pubblico a ripartizione con calcolo retributivo può garantire la solidarietà tra generazioni. Solo un lavoro liberato dalle leggi di precarizzazione degli ultimi decenni, ed esteso a tutti attraverso la riduzione dell'orario, può sostenere il sistema previdenziale pubblico e assicurare ai giovani una pensione futura certa e dignitosa.


3) NAZIONALIZZAZIONE DEI SETTORI STRATEGICI DELL'ECONOMIA
E DELLE AZIENDE CHE LICENZIANO, CHE DELOCALIZZANO, CHE INQUINANO


È disumano che centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori siano trattate/i come limoni da spremere e poi gettar via per fare più profitti! È inaccettabile che le aziende possano devastare l'ambiente e poi cavarsela come nulla fosse!

I casi Whirpool, Ilva, Embraco, Bekaert, Mercatone Uno, Conad, Unicredit, Alitalia e tanti altri sono tutti scandali sociali inaccettabili. È necessaria una svolta radicale e veramente risolutiva. Solo la nazionalizzazione, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori e senza alcun indennizzo alle aziende dopo tutti i miliardi a perdere che hanno ricevuto dallo Stato, è possibile salvaguardare l'occupazione e la salute pubblica. Se un azienda licenzia va nazionalizzata a tutela del lavoro. Se inquina la nazionalizzazione è la premessa di una riconversione della produzione e del risanamento dell'ambiente a tutela sia del lavoro che della salute. In entrambi i casi la nazionalizzazione deve avvenire sotto il controllo dei lavoratori stessi.


4) ABROGAZIONE, SENZA SE E SENZA MA, DEI DECRETI SICUREZZA DI MATTEO SALVINI E DEGLI ACCORDI CRIMINALI CON LA LIBIA

I decreti sicurezza sono un’infamia: negano i diritti di protezione umanitaria, colpiscono i salvataggi in mare di chi fugge da fame, guerre, devastazioni ambientali, criminalizzano forme di lotta più determinate e quindi più efficaci della classe lavoratrice (picchetti, blocchi stradali, occupazioni aziendali).

Il settore più colpito è quello dei lavoratrici e dei lavoratori immigrate/i, perché spesso e volentieri prive/i di diritti a causa di una precisa volontà politica: senza riconoscere pieni diritti a questo settore della nostra classe è più facile dividere le lotte e mettere lavoratrici e lavoratori le une contro le/gli altre/i, alimentare il razzismo e indebolire il conflitto. La classe lavoratrice è una: tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalla cultura di provenienza, condividono gli stessi interessi e hanno lo stesso nemico. Colpire una parte della classe lavoratrice significa colpire e indebolire tutte e tutti, ed essere così più sole e soli di fronte a chi vuole sfruttarci e opprimerci per il profitto.
Invece lottare fianco a fianco per la ripartizione del lavoro, per un grande piano di opere sociali (a partire dal riassetto del territorio), per la requisizione di grandi patrimoni immobiliari sfitti, significa battersi di fatto per dare a tutti/e il diritto al lavoro e alla casa, che sono diritti inseparabili, rafforzando tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, anche quelle e quelli autoctoni.


5) NO ALLA GUERRA, USCITA DELL'ITALIA DALLA NATO, PER LA DRASTICA RIDUZIONE DELLE SPESE MILITARI (F35), PER IL RITIRO DELLE TRUPPE ITALIANE DALLE MISSIONI

L'attacco terroristico dell'imperialismo Usa in Iraq riporta in primo piano il tema dell'imperialismo e della guerra. La Nato è uno strumento di guerra e di oppressione dei popoli, come da ultimo dimostra la copertura offerta al terrorismo Usa e alle operazioni turche in Kurdistan e in Libia.
L'oppressione dei popoli parte “in casa propria” con l'oppressione delle lavoratrici e dei lavoratori. È inconcepibile che ogni anno quasi trenta miliardi siano destinati alle spese militari mentre si tagliano pensioni, sanità, istruzione. Le spese militari servono solo a garantire alle potenze imperialiste, Italia inclusa, strumenti utili per una competizione globale sempre più disumana, feroce e pericolosa.
Nessun essere umano deve soffrire e morire per le loro sporche guerre!
È necessario rompere con la Nato e difendere i diritti dei popoli oppressi contro ogni imperialismo a partire da quello di casa nostra, destinando le risorse pubbliche così liberate alla scuola, alla sanità, alla previdenza, al lavoro.

Ci dicono che queste rivendicazioni sono incompatibili con l'Unione Europea e le leggi del “mercato”. È vero. Ma solo perché l'Unione Europea e il capitalismo su cui si fonda sono una macchina da guerra contro i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici, dei giovani, delle donne, della larga maggioranza della società.

Per questo non serve questo o quel governo di gestione di interessi che non siano quelli della grande maggioranza della società. Come dimostra il fallimento di tutti i governi di sinistra e di centrosinistra in Europa.

Serve un governo che, fondato sulla più ampia democrazia delle lavoratrici e dei lavoratori sui luoghi di lavoro e nella società, dunque sul loro potere, rompa del tutto con il sistema capitalistico e i suoi difensori! Per una alternativa anticapitalista e socialista in Italia e in Europa.

Si obietta che tutto questo è impossibile perché “le lavoratrici e i lavoratori non hanno più la forza di un tempo”. Ma è falso. Diciassette milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia sono una forza enorme. Se questa forza si motiva e si organizza attorno a un proprio programma di lotta indipendente tutto diventa possibile. Come ha dimostrato lo stesso movimento di lotta che si è sviluppato in Francia.

Attorno alla mobilitazione di massa delle lavoratrici e dei lavoratori, l'unica in grado di ribaltare i rapporti di forza sociali, è possibile saldare tutte le rivendicazioni che danno un senso al cambiamento radicale della società: quelle ecologiste, di genere, democratiche.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione vuole dare un contributo in questa direzione. Siamo organizzazioni diverse, con una propria autonoma identità, ma vogliamo unire le nostre forze in una battaglia comune, e coinvolgere nel modo più aperto ogni altro soggetto disponibile (politico, sindacale, associativo, di movimento).

Non abbiamo un recinto da difendere ma tanti steccati da abbattere! Gli steccati che per tanti anni hanno diviso le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, degli sfruttati, degli oppressi. Sono le lotte che è necessario unire.

Contro il governo, contro la destra, contro il capitalismo che entrambi difendono.

PER UN’ALTERNATIVA DI SOCIETÀ!
Coordinamento unitario delle sinistre di opposizione

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista, La Città Futura,
Fronte Popolare, Partito del Sud, Partito Marxista-Leninista Italiano