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Foibe: pulp history e verità di Stato

 

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0 Febbraio 2022

(Prima parte)

Pubblichiamo la prima parte (a breve la seconda) di un testo tratto da un lungo saggio sul falso storico.


Fin dai primi decenni dell'epoca postunitaria, in periodo liberale e fascista l'espansione coloniale è stata considerata il naturale compimento dell'Unità: la retorica delle “terre irredente”, del “posto al sole” della “quarta sponda”o dell'impero che “risorge sui colli fatali di Roma”, “le nostre terre” (riferito all'Istria e alla Dalmazia) stanno a indicare un concetto di “patria” che si estende geograficamente ben oltre i confini naturali della Penisola, e sfocia nel mito della pretesa che le sponde del Mediterraneo meridionale e orientale appartengano di diritto all'Italia: «il passato coloniale italiano – ha notato Nicola Labanca – non è un'appendice esterna e trascurabile della storia italiana» [1].

Da Nizza, Savoia e Corsica, al Quarnaro, a Malta, alla Libia e alla Tunisia, come nella canzone Mediterraneo. Riassunta nelle parole dello stesso capo del fascismo:

«Fa’, o gioventù italiana di tutte le scuole e di tutti i cantieri, che la Patria non manchi al suo radioso avvenire; fa’ che il XX secolo veda Roma, centro della civiltà latina, dominatrice del Mediterraneo, faro di luce per tutte le genti» [2].

Ernesto Bignami, insegnante di filosofia e fervente fascista, in un saggio per le scuole, pubblicato nel 1935 e premiato dal Regime, parla di ingiustizia storica consumata a Versailles, dopo la prima Guerra mondiale, contro i diritti italiani nel Mediterraneo orientale [3] e conclude:

«L' espansione mediterranea, è per 1'Italia necessità di vita: popolo eccezionalmente prolifico e migratorio, e pur nello stesso tempo cosi povero di materie prime e di risorse naturali, ha pure il diritto di vedersi garantito uno sfogo su terre che offrano la duplice possibilità di un ampio popolamento e di ricche materie prime. Terre, naturalmente, appartenenti alla zona mediterranea: perché qui convergono da secoli i massimi interessi della Nazione» [4].

A questa pretesa di diritto naturale si è accompagnata, nel corso dei decenni, il mito del “buon italiano”, suffragato da un'ampia letteratura nazionalpopolare, da Pascoli a De Amicis a Salgari [5] e alimentato in epoca fascista, come nel testo di Renato Micheli della canzone Faccetta nera: l'Italia che andava in Africa non era l'Italia dei carri armati e dell'iprite, ma l'Italia proletaria, che esportava lavoro e civiltà, emancipando gli schiavi africani. A tale scopo, per lungo tempo si è cercato di nascondere o semplicemente negare i massacri, le deportazioni di popolazione, le stragi, quando non i veri e propri genocidi compiuti ai danni delle popolazioni sottomesse: dall'Etiopia alla Libia [6], dalla Grecia [7] all'Albania all’ex Jugoslavia, di cui si dirà in seguito. Dei criminali di guerra italiani di cui si è chiesta l'estradizione, ai termini dell'articolo 45 del Trattato di pace, nessuno è stato estradato nei paesi nei quali si è reso responsabile di questi delitti [8]. L'amnistia Togliatti e i processi successivi, tutti rigorosamente celebrati in Italia e non per i crimini commessi all'estero, posero la pietra tombale sulla possibilità di punire i responsabili delle avventure coloniali e dei crimini di guerra. Ne uscì rafforzata l'idea del “buon italiano” e delle aggressioni coloniali come missioni di civiltà.

Che questo mito sia duro a tramontare, del resto, lo confermano anche vicende recenti. Come ha notato Angelo Del Boca, quando il 10 novembre del 2003 i guerriglieri di Abu Omar al-Kurdi, facendo esplodere un camion imbottito di esplosivo, causarono la morte di 21 militari del contingente italiano a Nassirya, in Italia si ebbe una reazione mista di dolore e stupore, increduli che i nostri soldati in Iraq potessero essere in qualche modo considerati truppe straniere d'occupazione e non un contingente “di pace” [9].

E che la mentalità colonialista non sia un semplice retaggio del passato, lo mostra la vicenda di Indro Montanelli, che, ancora nel 2000 dichiarava, quasi divertito, da maschio coloniale bianco, di aver “comprato” una bambina dodicenne in Etiopia, spiegando questo gesto con la semplice differenza culturale con il paese africano: «lei era un animalino docile; ogni 15 giorni mi raggiungeva ovunque fossi insieme alle mogli degli altri» [10].

Nonostante la ricerca abbia compiuto notevoli progressi rompendo l'egemonia di una memoria consegnata in gran parte ai vecchi funzionari coloniali e rappresentata nella monumentale, quanto incerta dal punto di vista scientifico, opera L'Italia in Africa [11], dedicata essenzialmente a dimostrare i meriti della colonizzazione e a imporre il mito degli “italiani, brava gente”, questa narrazione delle nostre (borghesi, ndr) imprese coloniali sopravvive tutt'oggi. I lavori attinenti a quest'opera sono durati per oltre un trentennio, fino allo scioglimento, nel 1984, del comitato che ne aveva assunto il compito. Tuttavia, che l'idea che sorreggeva quest'opera sia dura a morire è dimostrato dalla pubblicazione, meno di dieci anni fa, del volume di Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936 – 1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano [12], a cura dell'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'esercito, che ripropone l'ideologia di un “colonialismo buono” perfino in quella che è stata la più brutale e spietata operazione coloniale dell'imperialismo italiano, ovvero l'occupazione dell'Etiopia.

Oltre che alle rimozioni e alle amnesie, a inibire la formazione di una coscienza critica del colonialismo italiano, si è anche ricorso a una vera e propria censura su opere cinematografiche come Il leone del deserto [13], che narra le vicende del dirigente della Resistenza libica Umar el-Mukhtar, oppure il documentario di Ken Kirby e Michael Palumbo Fascist Legacy [14]. Si può senz'altro concordare con quanto osserva Patrizia Palumbo, che nel dopoguerra il discorso culturale in Italia non ha attraversato il processo di decolonizzazione che hanno sperimentato altre nazioni, come la Francia, tanto che «Il discorso coloniale è parte integrante della cultura italiana» [15]. Conclude Labanca: «il colonialismo, pur finito nella storia politica, continua (ovviamente trasformandosi e adattandosi ai tempi nuovi) nelle menti degli italiani» [16].

Una mentalità che emerge a ogni contingenza politica che in qualche modo abbia attinenza con il passato coloniale e i presunti interessi dell'Italia all'estero. Ma che è esplosa in tutta la sua potenzialità tra la fine del ventesimo e l'inizio del ventunesimo secolo sulla questione del confine orientale.

Il 14 giugno 1992, poco dopo la dissoluzione della Jugoslavia, l'allora Movimento sociale – Destra nazionale organizzò, sotto la presidenza di Maurizio Gasparri, un convegno dal titolo Dalla fine della Jugoslavia al ritorno dell'Italia in Istria, Fiume e Dalmazia. Il giorno dopo era previsto il riconoscimento delle neonate repubbliche di Slovenia e Croazia da parte del governo italiano.

Nell'intervento iniziale, rivolgendosi ai suoi “camerati”, Gasparri invitava il governo a ”rimettere in discussione” i trattati internazionali (dal “dictat” del Trattato di pace del 1947 a quello di Osimo del 1975), «imposti dalla defunta Jugoslavia che hanno decurtato l'Italia di terre, di storie e di tradizioni» [17]. Al convegno sfilava una vera e propria galleria degli orrori del reducismo, da ex repubblichini di Salò a partecipanti alla guerra di Spagna, a esponenti neofascisti che troveremo in seguito arruolati nei vari governi Berlusconi. Il senso del convegno era che l'Italia sarebbe stata vittima di un'ingiustizia storica consumatasi sul confine orientale: un'ingiustizia alla quale occorre porre termine col ritorno in Istria e Dalmazia. Si tratta di una lettura del trattato di pace che mostra la difficoltà ad accettare la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, ma è anche indicativa della coscienza collettiva di una nazione che non ha mai fatto i conti con il proprio passato coloniale e le conseguenti atrocità commesse nei territori occupati, in Africa come nei Balcani.

Mentre per ciò che riguarda le ex colonie africane, di cui peraltro in sede di revisione del Trattato di pace si fece fatica a rinunciare (in particolare alla Libia e alla Somalia) non c'è stata nel dopoguerra una massiccia campagna di riacquisizione territoriale, non si sono mai smorzate del tutto le aspirazioni sulle terre di confine con la Jugoslavia, considerate “italiane” a tutte gli effetti. Gli equilibri emersi dal secondo conflitto mondiale e la particolare collocazione della Jugoslavia nel contesto della guerra fredda tuttavia impedirono, fino al crollo della federazione jugoslava, un chiaro programma irredentista da parte italiana. Per l'Italia, nel 1991 sembrò arrivato il momento di riaprire il contenzioso di frontiera con le nuove repubbliche sorte dalla dissoluzione del paese balcanico. Secondo un lungo e argomentato articolo di «Limes», l'allora segretario del Movimento sociale – Destra nazionale, Gianfranco Fini, trattò con la leadership serba sulla spartizione della Croazia tra Italia e Serbia, e la revisione dei confini con la Slovenia [18].

Il convegno del 14 giugno 1992, cui si è accennato poco sopra, è il corollario di questi avvenimenti. In virtù di questi riallineamenti internazionali, il primo governo di centro – destra, nel 1994, si oppose all'ingresso della Slovenia in Europa [19].

Seppure originato dalla contingenza geopolitica degli inizi degli anni Novanta, il revisionismo dei confini orientali era indice di un più profondo fiume carsico che pervadeva la coscienza storica nazionale e riemergeva a ridefinire i riferimenti e i miti della nazione. Come si è accennato, l'integrazione del Movimento sociale nell'area di governo aveva fatto cadere la pregiudiziale antifascista e messo in crisi la retorica dell' “arco costituzionale”; d'altro canto, l'abbandono ad ogni riferimento, seppure formale, al comunismo da parte del Pci e la trasformazione in un partito democratico di centro-sinistra comportava il riconoscimento reciproco dei due ex avversari.

L'incontro a Trieste tra Gianfranco Fini e Luciano Violante, nel 1998, organizzato da Giampaolo Valdevit, importante esponente dell'Istituto per la storia del Movimento di liberazione del Friuli Venezia – Giulia, stava a suggello della nuova svolta, che verrà formalizzata con la Legge del 30 marzo 2004, approvata dall'intero Parlamento con la sola eccezione di Rifondazione comunista e dei Comunisti italiani, istitutiva del “giorno del ricordo”, da celebrare il 10 febbraio, data della firma del trattato di pace del 1947. Era il punto di arrivo di un iter parlamentare durato circa dieci anni (la prima proposta era stata presentata nel 1995 da un gruppo di deputati dell'allora neonata Alleanza nazionale [20]), che aveva visto confrontarsi iniziative parlamentari di vari schieramenti. Nel corso del dibattito, l'unica fonte citata, da parte neofascista, è Luigi Papo di Montona, autore di un Albo d'Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo conflitto [21], che elenca circa ventimila vittime “giuliano-dalmate” della seconda Guerra mondiale, in un periodo che va dal 16 ottobre 1940 al 1993 (sic!) [22]. Del resto Luigi Papo stesso dichiarava: «la storia, quando serve alla propaganda, può benignamente essere falsata» [23].

Infine la legge istitutiva recitava:

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

L'istituzione del “giorno del ricordo” è stato preceduto dalla ripresa del dibattito nazionale sulle vicende di confine tra Italia e Slovenia. Prima di questa decisione del Parlamento, si è tentata la strada della collaborazione tra storici, culminata nel 1993 nella formazione di una Commissione storico culturale italo – slovena, che affrontasse le relazioni storiche tra i due Stati, nel periodo 1880 – 1956 (un'analoga commissione italo – croata non vide mai la luce, benché formalmente istituita).

Dopo sette anni di lavoro, la Commissione di storici giunse alla formulazione di una relazione comune e ne raccomandava una «presentazione pubblica ufficiale della relazione nelle due capitali, possibilmente in sede universitaria, come segno di stabile riconciliazione tra i due popoli; pubblicazione del testo nelle versioni italiana e slovena; • raccolta e pubblicazione degli studi di base; diffusione della relazione nelle scuole secondarie» [24].

Nel licenziare la versione definitiva del rapporto, l'allora ministro degli Esteri sloveno, Dimitrij Rupel dichiarava, con eccessivo ottimismo visti gli sviluppi successivi:

«Il Rapporto sloveno-italiano relativo al passato è un documento destinato al futuro. Nel suo messaggio vi è la consapevolezza che i contrasti avuti nella storia non devono trasformarsi in discordie del presente e oberare le relazioni del futuro. Se saremo in grado di accettare la storia, le nostre relazioni saranno maggiormente improntate alla spontaneità e all'amicizia. La storia non può venire conformata o assoggettata alla volontà degli attuali governanti. Il Rapporto comune italo-sloveno raccoglie dati che a molti non piaceranno. I contenuti del documento in Slovenia non vengono respinti, li accettiamo in quanto relativi a fatti storici» [25].

Da parte slovena venne data la massima diffusione alla relazione comune, mentre in Italia non c'è stata alcuna divulgazione, se non su qualche rivista locale, e nessuna delle misure di pubblicazione venne adottata. La propaganda neoirredentista, divenuta ideologia di Stato, non poteva tollerare una valutazione equilibrata come quella emersa dalla commissione di storici.

Vedremo che, nel corso degli ultimi 15 anni, questa vicenda da complessa viene notevolmente semplificata, dato che agli storici verrà progressivamente impedito di intervenire sulla questione. Con l'istituzione della Legge del ricordo, sono stati anche stanziati fondi per le associazioni degli esuli, oltre che per i familiari delle vittime.

Oltre a un programma apertamente revanscista, l'istituzione del “giorno del ricordo” costituisce un tassello fondamentale nel cambio di paradigma storico dell'Italia del dopoguerra, a causa di un discorso pubblico pervicacemente egemonizzato da una destra, non più in cerca di legittimità ma aggressivamente protesa a imporre una narrazione postfascista della storia d'Italia mediante il ricatto morale, la censura e il controllo sui testi.

Posto a ridosso del 27 gennaio, “giorno della memoria” delle vittime della Shoah, il “giorno del ricordo” suggerisce artatamente un paragone con la tragedia che ha sterminato milioni di esseri umani, tra cui sei milioni di ebrei, oltre a rom, testimoni di Geova, prigionieri di guerra sovietici e oppositori politici, vittime del Nazismo e del Fascismo. Come ha dichiarato, parlando delle “foibe”, Maurizio Gasparri: «sono grandi tragedie, come quelle dell'Olocausto o di Anna Frank» [26].

Allo scopo di questa olocaustizzazione non si fa riferimento ad alcuna storiografia o ricerca sostenuta da fonti e dati certi, ma a una malastoriografia [27] incerta, confusa e contraddittoria, dal citato Luigi Papo a padre Flaminio Rocchi, da Marco Pirina a Giorgio Rustia da Ugo Fabbri a Augusto Sinagra ad Antonio Serena [28], tutti personaggi di estrema destra, in transito tra formazioni fasciste e Lega nord, che hanno prodotto lavori confusi e pervasi da un comune furore ideologico antislavo.

A seconda delle ricostruzioni, gli stessi numeri di “infoibati” passa da alcune centinaia a decine di migliaia se non centinaia di migliaia di vittime. L'allora presidente della Camera Ferdinando Casini, in sede di discussione, parlò di “centinaia di migliaia di italiani” oggetto di persecuzione [29]. L'oscar dell'abominio però spetta a Maurizio Gasparri, uno dei “foibologi” più impegnati nella diffusione di false notizie su questo avvenimento. In un intervento alla trasmissione 3131 di Rai 2, nel febbraio del 2004, l'allora Ministro delle Comunicazioni dichiarò all'intervistatore Pierluigi Diaco che «milioni di italiani furono gettati vivi solo per essere italiani» [30]. Basti ricordare che l'intera popolazione italofona in Istria e Dalmazia non raggiungeva le cinquecentomila unità.

Ai fini di questa ricostruzione che di storico ha ben poco, occorre semplificare, come si diceva prima, le vicende delle terre dell'Alto Adriatico e confinarle nel periodo 1943 – 45. Eppure la loro storia non inizia nel 1943. Senza addentrarci nelle vicende delle origini della formazione delle ideologie nazionali nell'Impero asburgico [31], basti ricordare che negli anni del primo dopoguerra l'irredentismo italiano in Istria e in Dalmazia si salda col mito della “vittoria mutilata” e vede nell'impresa fiumana di D'Annunzio il momento del riscatto nazionale.

Come ha osservato Brunello Mantelli, un ruolo importante fu giocato dall’antislavismo radicale costitutivo del nazionalismo espansionistico italiano di fine Ottocento, uno dei principali filoni confluiti nel movimento interventista che nel 1914 si agitò per spingere l’Italia nella prima guerra mondiale; nei confronti degli slavi, vissuti come ostacolo da quelle correnti irredentistiche che, nel primo scorcio del secolo XX, avevano ormai trasformato l’aspirazione al completamento dell’unità nazionale in slancio imperialistico verso la sponda orientale del mare Adriatico, iniziarono allora a risuonare accenti razzisti; nelle parole scritte immediatamente prima dello scoppio della Grande guerra dall’esponente nazionalista Ruggero Fauro (più noto con lo pseudonimo di Timeus, con cui era solito firmare i suoi scritti) [32]:

«Nell'Istria la lotta nazionale è una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono...» [33].

Questo progetto diventa concreto con l'irrompere del fascismo sulla scena politica; la situazione dei territori dell'Alto Adriatico muta radicalmente. Il 13 luglio 1920 veniva dato alle fiamme dai fascisti agli ordini di Francesco Giunta il Narodni Dom di Trieste, che ospitava l'hotel Balkan e simbolo della presenza slava in città, sede di associazioni culturali serbe, croate e slovene, ma anche ceche. Seguì l'incendio della Casa del popolo di Pola e, nel corso di queste violenze, vennero incendiati 134 edifici, tra cui 100 circoli di cultura, case del popolo, camere del lavoro e cooperative. In seguito alla resistenza operaia dei minatori dell'Arsa, i fascisti incendiarono interi villaggi [34]. Negli anni a seguire, la violenza nazionalista italiana si scatenò non solo contro gli oppositori politici, socialisti, comunisti, liberali e tutto ciò che era in odore di “antifascismo”, ma soprattutto contro sloveni e croati, non risparmiando neppure i preti che si opponevano a quell'orgia di brutalità, tanto da suscitare anche la reazione del papa Benedetto XV che deplorava la ferocia sui sacerdoti [35].

Il 3 marzo 1922 nella città libera di Fiume un colpo di stato fascista con l'attivo sostegno dei carabinieri, dell'esercito e della marina italiani, depose il governo locale, costringendo all'esilio Riccardo Zanella, presidente della giunta autonomista fiumana [36]. Lo stesso capo del fascismo, del resto, dichiarava il 20 settembre 1920 in un discorso al teatro Cescutti di Pola:

«Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere il Brennero, il Nevoso e le (Alpi) Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!… Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraaneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche» [37].

Non si trattava solo di un piano di espansione geopolitica, ma della definizione di un nuovo concetto di italianità, che univa lingua, nazione e razza. Lo strumento per la sua affermazione era la “bonificazione etnica” degli “allogeni”, come venivano chiamate le popolazioni slave. Riferendosi al programma fascista, Enzo Collotti ha parlato dell'«italianità di frontiera come quintessenza e distillato allo stato della massima purezza dell'italianità» [38].

Gli anni dal 1922 al 1941, data dell'invasione della Slovenia, furono anni terribili per le popolazioni sottomesse al governo di Roma. Il fascismo procedette a tappe forzate a un programma di italianizzazione e fascistizzazione delle istituzioni, mediante la distruzione della cultura e delle istituzioni slave; venne proibito l'uso delle lingue locali, italianizzati i cognomi e, come si è visto, perfino il clero non fu risparmiato da questo processo. L'intero sistema creditizio venne italianizzato, privando in questo modo le cooperative rurali dei fondi necessari al loro sviluppo. Entro il 1928 oltre 300 tra cooperative e istituti finanziari passarono in mani italiane. Mediante questi strumenti economici si provvide a colpire la proprietà slava a favore di una borghesia italiana, agraria e industriale, che fin dall'inizio aveva sostenuto il fascismo, convinta di trarre notevoli benefici economici. Nel 1931, lo stesso Mussolini inviava una circolare ai prefetti nei quali proponeva di espropriare «le proprietà terriere … che si trovano oggi in possesso di allogeni» [39]

[continua...]


NOTE

1 - Nicola Labanca, Introduzione, a Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 2007, p. 14.

2 - Alberto Maria Banti, Sublime madre nostra, cit. p. 154.

3 - Ernesto Bignami, Cos'è il fascismo. Saggio premiato nel decennale della rivoluzione., Milano, 1935, p. 48.

4 - Ibidem.

5 - Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? Neri Pozza, Vicenza, 2010, p. 4.

6 - Secondo le stime più accurate, l'occupazione italiana in Libia ha prodotto circa 100.000 vittime, su una popolazione di 800.000 persone; in Etiopia secondo il governo etiope le vittime furono circa 500.000, anche se stime più accurate (Del Boca) ne considerano circa 300.000. Per una bibliografia non esaustiva sul colonialismo italiano, v. di Giorgio Rochat Militari e politici nella preparazione della campagna d'Etiopia. Studio e documenti, FrancoAngeli, Milano, 1971; di Angelo Del Boca, si ricordano soprattutto Gli italiani in Africa orientale, in quattro volumi, che ha conosciuto diverse edizioni presso Laterza e poi Mondadori, ma anche Le guerre coloniali del fascismo, Laterza, Roma – Bari, 1991 e Gli italiani in Libia, Mondadori, Milano, 1997 Di Nicola Labanca si ricordano essenzialmente Oltremare. Storia dell'espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2002, La guerra di Libia, 1911 – 1931, Il Mulino, Bologna, 2011, La guerra d'Etiopia. 1935 – 1941 Il Mulino, Bologna, 2015; di Matteo Dominioni, Lo sfascio dell'impero. Gli italiani in Etiopia 1936 - 1941, Laterza, Roma – Bari, 2008; di Luigi Goglia, Il colonialismo italiano da Adua all'impero, Laterza, Roma - Bari, 1981; di Calchi – Novati, Africa: la storia ritrovata. Dalle prime forme politiche alle indipendenze nazionali, Carocci, Roma, 2005, ma anche i numerosi articoli e saggi apparsi in riviste e opere collettanee, che è impossibile citare estesamente; Eric Salerno, Genocidio in Libia. Le atrocità dell'avventura coloniale italiana (1911 – 1931), SugarCo, Milano, 1978; tra le varie opere di Romain Rainero, v. essenzialmente Il colonialismo, Le Monnier, Firenze, 1978, Il risveglio dell'Africa nera, Laterza, Bari, 1960, Colonialismo e decolonizzazione nelle relazioni italo – francesi, Società toscana per la storia del Risorgimento, Firenze, 2001; C. Zaghi, L'Africa nella coscienza europea e l'imperialismo italiano, Guida, Napoli, 1973; Renato Mori, Mussolini e la conquista dell'Etiopia, Le Monnier, Firenze, 1978; Gianluigi Rossi, L'Africa italiana verso l'indipendenza, Giuffré, Milano, 1980; L. Ceci, Il papa non deve parlare, Laterza Roma – Bari, 2010; Federico Cresti e Massimiliano Cricco, Storia della Libia contemporanea. Dal dominio ottomano alla morte di Gheddafi, Carocci, Roma, 2012.

7 - Secondo l'Unrra e la Croce rossa internazionale, le vittime dell'occupazione nazifascista della Grecia furono in totale 620.000, v. Davide Conti, L'occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente”, Odradek, Roma, 2008, p. 189.

8 - Gli italiani richiesti dalla Jugoslavia, fin dal febbraio del 1945, erano circa 700. Michael Palumbo, L'olocausto rimosso. I crimini di guerra italiani in Africa e nei Balcani, Rizzoli, Milano, 1992.

9 - Angelo Del Boca, Italiani brava gente?, cit.; secondo un'inchiesta delle Iene, militari italiani non erano estranei alle torture ai danni di prigionieri iracheni nella base militare di White Horse, http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Un-militare-confessa-Gli-italiani-torturavano-a-Nassiriya-de7c29fc-6ede-4cc8-81b1-0b222ff26570.html?refresh_ce (visitato il 23 maggio 2020).

10 - https://it.aleteia.org/2018/08/16/indro-montanelli-elvira-banotti-violenza-bimba-12-anni-africa/ (visitato il 23 maggio 2020); video disponibile in https://www.youtube.com/watch?v=N_2xZWu_Ak8 (visitato il 24 maggio 2020) rispondendo a una lettrice, dalle pagine del «Corriere della sera» del 12 febbraio 2000, Montanelli dichiara anche le sue difficoltà ad «avere un rapporto sessuale», non per remore morali o d'altro tipo, ma perché la ragazza era infibulata (problema risolto dalla madre, per la gioia del tenente italiano) e «puzzava di sego di capra».

11 - Comitato per la documentazione dell'opera dell'Italia in Africa, L'Italia in Africa, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1955 – 1974. Per un'analisi critica di quest'opera, v., tra gli altri, Antonio M. Morone, I custodi della memoria, in «Zapruder», n. 23, settembre – dicembre 2010; sullo stesso numero della rivista, v. anche Chiara Ottaviano, Riprese coloniali e Giulietta Stefani, Eroi e antieroi coloniali, ma anche Giuliano Leoni e Andrea Tappi, Pagine perse, sui manuali scolastici del dopoguerra.

12 - Saini Fasanotti, Federica, Etiopia 1936 – 1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano, Stato maggiore dell'esercito – Ufficio storico, Roma, 2010: dall'introduzione del generale Montanari: “Mancò, lo si è detto, il tempo per raggiungere la pacificazione: ma – riferisce con inconsueta onestà intellettuale l'Autrice – in quello stesso periodo, ancorché breve, l'iniziativa italiana trovò il modo di realizzare in Etiopia … una rete stradale e ferroviaria di base, l'impianto urbano delle maggiori città, villaggi, ospedali, ambulatori, scuole, chiese per tutte le confessioni, la scolarizzazione dei giovani, il tentativo di modernizzare l'agricoltura”.

13 - Prodotto nel 1981, censurato perché ritenuto lesivo dell'onore dell'esercito italiano; alcune proiezioni private vennero addirittura interrotte dalla Digos, come a Trento nel 1987. Si è potuto proiettare liberamente solo dal 2009.

14 - La Rai acquistava i diritti per il filmato nel 1990, ma non l'ha mai mandato in onda. Qualche spezzone è stato trasmesso da La7, soltanto nel 2004. Oggi, una versione di History Channel è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=2IlB7IP4hys (sito visitato il 24 maggio 2020).

15 - Patrizia Palumbo, (ed.), A place in the sun. Africa in Italian Colonial culture from post – unification to the present, University of California Press, Berkeley and Los Angeles – London, 2003, p. 11; sulle nostalgie coloniali si veda anche Angelo Del Boca, Nostalgia delle colonie, Mondadori, 2001; ma anche Nicola Labanca, Perché ritorna la “brava gente, in Angelo Del Boca (a cura) La storia negata, cit., p. 76 ss.

16 - Idem, p. 94.

17 - Qui la registrazione dell'intero convegno: http://www.radioradicale.it/scheda/44063/dalla-fine-della-jugoslavia-al-ritorno-dellitalia-in-istria-fiume-e-dalmazia (visitato il 13 maggio 2020).

18 - Quando Fini sognava Istria e Dalmazia, «Limes» disponibile qui: https://www.limesonline.com/cartaceo/quando-fini-sognava-istria-e-dalmazia?prv=true (visitato il 25 maggio 2020).

19 - Guido Franzinetti, La riscoperta delle foibe, in Jože Pirjevec, Foibe. Una storia d'Italia, Einaudi, Torino, 2009, p. 320.

20 - Qui il testo della proposta del 1995: https://www.camera.it/_dati/leg12/lavori/stampati/pdf/56004.pdf (visitato il 25 maggio 2020).

21 - Luigi Papo di Montona, Albo d'Oro. La Venezia Giulia e la Dalmazia nell'ultimo conflitto, Unione degli istriani, Udine, 1989.

22 - Citato in Claudia Cernigoi, Operazione “foibe” tra storia e mito, KappaVu, Udine, 2005, p. 84.

23 - Citato in Idem, p. 85

24 - Il testo della relazione ufficiale si può leggere qui: http://aestovest.osservatoriobalcani.org/documenti/Relazione_CommMista_italo-slovena.pdf?fbclid=IwAR3WuqjervYXR8svMKtnZU-vm0TCyMcw2JYY9cavIeNl62vvQCZWj7u_ETo (visitato il 30 maggio).

25 - Ibidem.

26 - La stampa, 18 aprile 2002.

27 - Il termine è di Alessandra Kersevan, La malastoriografia. Esempi nella storia del confine orientale, in Cesp, Revisionismo storico e terre di confine. Atti del corso di aggiornamento. Trieste 13 -14 marzo 2006, KappaVu, Trieste 2006, p. 175 – 195. Esempio di questa malastoriografia è anche l'uso spregiudicato di immagini di atrocità dell'esercito italiano spacciate per azioni di repressione dell'Esercito jugoslavo di liberazione. In una celebre puntata di Porta a porta, il 13 febbraio 2012, la stessa storica ha smentito il conduttore che presentava come azione antiitaliana l'esecuzione di cinque contadini sloveni, nel villagio di Dane avvenuta il 31 luglio 1942. Per i dettagli si rimanda al sito di wumingfoundation: https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/03/come-si-manipola-la-storia-attraverso-le-immagini-il-giornodelricordo-e-i-falsi-fotografici-sulle-foibe/ (visitato il 18 maggio 2020).

28 - Per una attenta disanima dell'infondatezza di questa malastoriografia v., oltre a ibidem, anche Claudia Cernigoi, Operazione 'foibe'... cit., p. 79 ss.; della stessa autrice Foibe, tra storia e propaganda, in Aa. Vv. Foibe. La verità contro il revisionismo storico. Atti del convegno. Sesto San Giovanni, 9 febbraio 2008, KappaVu, Udine 2008; vale la la pena sottolineare che tutti i nomi citati transitano nell'area dell'estrema destra, tra formazioni fasciste e Lega nord.

29 - Per il dibattito parlamentare v. Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, KappaVu, Udine, 2014, p. 90 – 94.

30 - http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2004/02/08/Politica/FOIBE-GASPARRI-RICORDARE-TUTTI-GLI-ORRORI-DELLA-STORIA_110100.php (visitato il 26 maggio 2020); persino il giornale ufficiale di Casapound, riprendendo Papo, è costretto ad ammettere che il numero delle vittime accertate nelle foibe carsiche nel periodo 1943 – 45 è di circa un migliaio di persone: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/quanti-furono-i-morti-delle-foibe-5300/ (visitato il 26 maggio 2020).

31 - Per le quali vicende si rimanda, anche per la bibliografia all'articolo di Boris Gombač, La patria cercata. La nascita della coscienza nazionale negli slavi del Sud, in «Zapruder», n. 15, gennaio – aprile 2008, p. 23 – 41; per un'analisi più approfondita v. AA. VV., Dall'Impero austro-ungarico alle foibe. Conflitti nell'area alto-adriatica, Bollati Boringhieri, Torino, 2009; Darko Darovec, Breve storia dell'Istria, Forum, Udine, 2010.

32 - https://anpicatania.wordpress.com/2011/02/10/brunello-mantelli-gli-italiani-nei-balcani-1941-1943/ (visitato il 1 giugno 2020).

33 - Citato in Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi. 1941 – 1943, Nutrimenti, Roma, 2008, (epub).

34 - Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 141 – 146.

35 - Mario Pacor, Confine orientale. Questione nazionale e Resistenza nel Friuli Venezia Giulia, Feltrinelli, Milano 1964, p. 107.

36 - Idem, p. 167 – 168.

37 - Riportato nel «Manifesto», 5 febbraio 2014.

38 - Enzo Collotti, Sul razzismo antislavo, in Alberto Burgio, Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d'Italia 1870 – 1945, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 54.

39 - Citato in Stefano Bartolini, Fascismo antislavo. Il tentativo di “bonifica etnica” al confine nor orientale, I.S.R.Pt editore, Pistoia, 2006 p. 123, al quale si rimanda anche per tutta la documentazione relativa a questa questione.

Gino Candreva

Addio a Gino Strada, una voce generosa e autentica contro la guerra

 


“Non sono pacifista, sono contro la guerra”. Questa frase ricorrente sulle labbra di Gino Strada è richiamata in queste ore da tanti sepolcri imbiancati che si dichiarano pacifisti ma hanno votato le guerre. Non mischieremo il nostro ricordo di Gino Strada col loro.


Gino Strada non è stato certo un comunista rivoluzionario, né ha mai preteso di esserlo. Ma ha contrastato con coerenza le guerre dell’imperialismo, a partire da quelle cui ha partecipato l’imperialismo italiano. Ha contrastato la prima guerra del Golfo, costitutiva del nuovo ordine mondiale dopo il crollo del Muro. Ha denunciato la guerra della NATO in Jugoslavia, cui il governo D’Alema partecipò in prima fila, senza neppure il voto formale del Parlamento. Ha soprattutto denunciato la vera natura imperialista della guerra in Afghanistan, quella che ora si sta risolvendo nella rivincita dei tagliagole talebani, cui le politiche dell’imperialismo e dei suoi agenti corrotti ha spianato la strada.

Questo noi oggi lo vogliamo ricordare. E lo possiamo fare senza imbarazzo. Perché anche noi, da un versante rivoluzionario, abbiamo contrastato quelle guerre, l’aumento delle spese militari, il finanziamento delle missioni, l’ipocrisia delle menzogne “democratiche” o “umanitarie” dei governi che li promuovevano e delle sinistre che li votavano, in cambio di ministeri, o di sottosegretariati, o di cariche istituzionali. Gino Strada era di un’altra pasta, non aveva la lingua biforcuta, non amava contorsioni e bizantinismi quando si parlava di guerra. Non era opportunista, e non è cosa da poco.

Gino ha inoltre rivendicato il diritto alla salute come diritto universale. A un giornalista televisivo che un anno fa in piena pandemia gli chiedeva un parere sul rapporto tra sanità pubblica e sanità privata ha risposto con semplicità: “La sanità dovrebbe essere tutta pubblica, la sanità privata non dovrebbe esistere”. Con la stessa passione ha sostenuto il diritto universale e gratuito al vaccino, contro il brevetto delle multinazionali, ma anche contro le idiozie no vax. Denunciando sempre i tagli criminali alla sanità pubblica per pagare il debito pubblico alle banche che tutti i governi hanno compiuto e che sono tanta parte della tragedia sanitaria in corso.

Questo vogliamo ricordare di Gino Strada, persona generosa, onesta, autentica. A differenza di tanti che oggi lo ricordano in morte dopo aver calpestato i suoi valori in vita.

Addio Gino, che la terra sia lieve.

Partito Comunista dei Lavoratori

E allora la lotta di classe? Eric Gobetti e le foibe

 


Uscito in formato un po’ scarno, per i tipi della Laterza, quasi già a sminuirlo fin dalla confezione, il piccolo saggetto di Eric Gobetti, E allora le foibe?, si trova spesso seminascosto in qualche angolo degli scaffali delle grandi catene librarie come Mondadori, quasi che la sua presenza lillipuzziana potesse infastidire gli enormi banchetti allestiti per il “Giorno del ricordo”, il giorno del “rovescismo” per eccellenza, quando le vetrine si riempiono di opere strappa lacrime per il povero italiano infoibato, quasi sempre un ricco fascista conclamato.


Nonostante la sua presenza microscopica, Gobetti si difende benissimo tra i giganti del nulla e della propaganda, tanto più quando la maggior parte di quelle pubblicazioni sono del tenore de Il Giornale che sputa veleno sul libro senza manco averlo letto. Il libro è di agile lettura, breve e sostanzialmente riassuntivo della vicenda.


LA FICTION DELLE FOIBE

Il prologo potrebbe essere anche l’epilogo, visto che nella parabola del “Giorno del ricordo” c’è già tutto il significato recondito di quella operazione politica. Istituita il 30 Marzo 2004 su iniziativa del picchiatore fascista Ignazio La Russa e dei “fascisti moderni e perbene” di Alleanza Nazionale, col consenso bipartisan di pressoché tutto il parlamento, ha avuto il suo vero debutto televisivo l’anno dopo, nel 2005, nel film “Il cuore nel pozzo”. Questo filmetto – ancora troppo fresca l’iniziativa di legge – non poteva scoprirsi più di tanto, per cui non si schiodò dalla visione angelicata dei poveri italiani “brava gente” investiti improvvisamente dal belzebù rosso della Resistenza jugoslava, barbara e cattiva senza motivo.

Naturalmente poiché al “Giorno del ricordo” e ai fascisti che l’hanno promosso, delle vittime italiane innocenti importa meno di nulla, specie se proletarie, abbiamo dovuto aspettare quattordici anni per vedere, nell’ideale “seguito” di quel film, le vere intenzioni dell’operazione. “Rosso Istria”, andato in onda sulla Rai il 10 Febbraio 2019, mette a nudo il vero significato dell’operazione politica: riabilitare i fascisti. Infatti nel film, le vittime non sono più puri e semplici italiani, ma sono fascisti dichiarati e i salvatori sono addirittura i nazisti che riportano la pace e la giustizia laddove i “titini” portano morte e distruzione.


LE FOIBE NELLA STORIA RESISTENZIALE

Gobetti riporta coi piedi per terra la nuvola nera che si aggira attorno al “Giorno del ricordo”, parla della complessità storica della vicenda legata alle foibe, tuttavia a noi sembra che non sia così difficile comprenderla se solo si ragionasse un po’. Persino chi ha una conoscenza storica perlopiù scolastica dovrebbe riuscire a capire a grandi linee quel che è successo in quel frangente, senza scostarsi più di tanto dal vero. Gobetti con la precisione dei dati statistici, non fa che confermare questa nostra impressione.

Come tutte le zone di confine, quello orientale, ha subito i capricci delle varie borghesie in lotta tra loro per l’espansione dei loro mercati. Quando la borghesia italiana vinceva, si spostava un po’ più in là verso i Balcani, quando perdeva si restringeva verso le Alpi. La popolazione di quei luoghi, più che italiana o slava o tedesca “da sempre”, è quindi da sempre “di confine”, c’è chi sente più italiano che slavo e chi più slavo che italiano, e molti, probabilmente la maggior parte, si sentono meticci, un mix di tutte le popolazioni presenti in quei luoghi. Come scrive Gobetti, quelle popolazioni sono state «per molti secoli, multiculturali, multilinguistiche, multinazionali». Lo scrittore triestino Italo Svevo, che sceglie questo pseudonimo proprio per rimarcare il suo essere italiano e tedesco allo stesso tempo, è il simbolo di tale crogiuolo.

Tale miscellanea è presente vistosamente proprio nella Resistenza jugoslava che incorporò nella sua file, oltre a tanti altri, tra i venti e trentamila partigiani italiani: «sono cifre incredibili. Per avere un termine di paragone, i partigiani in Italia sono, nella stessa epoca, numericamente equivalenti». Difficile quindi, con un’incorporazione così massiccia di forze italiane, procedere immediatamente e tanto facilmente a una pulizia etnica. La pulizia etnica ci fu e spaventosa, nel ventennio fascista, che dopo essersi annesso circa un terzo dei territori jugoslavi, cercò di italianizzare a forza una popolazione che tutta italiana non era. La popolazione slava dovette subire segregazione, razzismo, stupri e violenze di ogni tipo ma il peggio doveva ancora avvenire. Quando si costituì la resistenza jugoslava, la repressione fascista si intensificò. Interi villaggi sospettati di sostenere i partigiani vennero distrutti, oltre centomila le persone sfollate e rinchiuse in campi di concentramento in condizioni miserevoli. Qui persero la vita molte donne e bambini. Non è quindi difficile immaginare che al crollo del fascismo, seguì l’inevitabile vendetta del popolo jugoslavo seviziato per anni dal regime fascista. Vendetta tutt’altro che improvvisa e incomprensibile.

Quello che andò in scena sul confine orientale sul finire del conflitto bellico, fu il più classico degli appuntamenti finali di una guerra: “la resa dei conti”. È indubbio che in un clima del genere anche tanti “italiani innocenti” persero la vita, come del resto la persero altrettanti “stranieri innocenti”, anche se il “Giorno del ricordo” se li scorda perché ha una memoria solo tricolore. Il punto è stabilire con chi in generale furono regolati i conti. La Resistenza jugoslava che aveva un progetto di un unico stato slavo in cui tutti i cittadini di tutte le nazionalità avessero pari diritti, colpì in particolar modo i collaborazionisti fascisti e nazisti: «le uccisioni commesse sul confine orientale nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945, non possono essere in alcun modo considerate un tentativo di genocidio, e le vittime non sono individuate in quanto appartenenti ad uno specifico popolo».

Il repulisti di fascisti, nazisti e collaborazionisti, costa dalle 3000 alle 4000 vittime (stima di Gobetti), cifra massima e molto generosa che tiene conto di tutto, anche dei dispersi che probabilmente hanno perso la vita in altro modo, magari in battaglia. Quasi tutte queste vittime furono fascisti conclamati come dimostrano pressoché tutti i paladini della destra innalzati a martiri delle foibe, dai tanti riabilitati e medagliati per essere stati fascisti convinti, a Norma Cossetto, fascistissima figlia di un fascistissimo federale, fino all’unico sopravvissuto al “milione” di infoibati, Graziano Udovisi, che ancora oggi potete sentire pianger su youtube come “povero santo italiano” nella puntata del Mixer di Minoli del 1991. È strano che l’unico ago spuntato fuori dal pagliaio degli italiani infoibati, sia proprio un fascista collaborazionista e “rastrellatore”. Si vede che anche la sorte ha simpatie fasciste, perché tra i “milioni” di italiani innocenti, ha preferito scegliere l’unico colpevole di fascismo…

Anche le poche volte che si tratta di veri e propri innocenti, si tratta quasi sempre dell’opposto di quel che vuol far credere la propaganda fascista. La famosa foto presentata da Vespa a Porta a Porta nel febbraio 2012 e ripresa spesso da iniziative fasciste, per dimostrare l’efferatezza dei partigiani jugoslavi, è in realtà la foto di un’esecuzione di cinque partigiani sloveni da parte dell’esercito italiano fascista di occupazione.

E allora le foibe? Le foibe sono voragini tipiche delle zone carsiche ed erano usate per la sepoltura veloce, di fronte a un terreno particolarmente duro. Furono usate da entrambe le parti: «anche nella seconda guerra mondiale vengono sepolti nelle foibe, ad esempio, sia i civili e i partigiani uccisi da fascisti e nazisti, sia i soldati o i collaborazionisti uccisi dai partigiani». Dal 1943 fino alla fine della guerra, le vicende belliche sono instabili. Anche se la sconfitta dell’asse era ormai cosa più o meno sicura, la liberazione fu lenta e sanguinosa. Interi territori potevano passare dalla sera alla mattina da un campo all’altro. Le foibe servivano, quindi, anche e soprattutto a occultare cadaveri per «evitare rappresaglie da parte tedesca contro i villaggi vicini». Chi denuncia semplicemente le foibe senza domandarsi il rischio che si correva a lasciare in vista i cadaveri, parla così perché ora non rischia niente. Fosse stato là, tra i partigiani, difficilmente avrebbe fatto diverso se non avesse voluto rimetterci la ghirba. Come spesso avviene in questi casi, le condanne non potevano andare tanto per il sottile, ma va detto che le sentenze fasciste furono di grana molto più grossa. Il rapporto infatti tra partigiani uccisi dai fascisti e viceversa e di 5 a 1. Di efferato, in generale, ci fu solo il nazifascismo, non la resistenza. Tanto più che i cinque uccisi possono indubbiamente essere riconosciuti come partigiani innocenti, l’ucciso dai partigiani è invece per lo più colpevole di fascismo.

Nel calderone indiscriminato delle foibe, entra anche la repressione operata dalle forze di liberazione sul finire del 1945. Le parti si invertono. Oltre 10000 persone vengono arrestate tra Pola, Fiume, Gorizia e Trieste, un migliaio fucilate, il resto internato nei campi di concentramento. Qui i più saranno liberati alla fine delle ostilità, altri troveranno la morte per fame o condizioni miserabili. Per quanto sia doloroso, il fatto non è qualcosa di così eccezionale. È un «fenomeno drammaticamente “moderno”, paragonabile a numerosi fenomeni simili che avvengono negli stessi giorni in tutto il continente europeo». È difficile pensare che la liberazione da tanta violenza nazifascista e gratuita, potesse avvenire senza prendere simili misure cautelative. E come sempre succede, più il numero necessario delle persone da bloccare sale, più in mezzo ci finiranno anche tanti innocenti. Non è un buon motivo, però, per non distinguere un’occupazione abominevole e disumana, da una liberazione storicamente giusta.


LO STALINISMO IN SALSA JUGOSLAVA

In mezzo a questo repulisti, il nazionalismo, giocò senz’altro un ruolo crescente e nefasto. Ma sul finire della guerra non colpì tanto gli italiani così cari alla destra, cioè i borghesi e i fascisti, ma proprio i partigiani. È il caso della brigata Osoppo, formazione partigiana di orientamento cattolico e socialista, che a Porzûs perdette 17 componenti trucidati da partigiani comunisti. È lì che vi perse la vita, tra gli altri, il fratello di Pier Paolo Pasolini. Il CLNAI, l’organo di coordinamento della Resistenza per il Nord Italia, aveva ordinato di sottostare al movimento partigiano jugoslavo.

Gobetti, in quanto semplice storico, non lo dice, forse perché non ci ha riflettuto a fondo, ma qui giocò un ruolo nefasto lo stalinismo in un mix di salsa titina e togliattiana. Il problema dei confini all’interno dei vari gruppi della resistenza, infatti, venne affrontato alla stessa maniera dei borghesi. I partigiani jugoslavi volevano Trieste jugoslava e quelli italiani, ma non stalinisti, italiana. In tutta la vicenda, non gioca alcun ruolo l’internazionalismo proletario. Siamo lontani anni luce da Lenin. Qui la spartizione è fatta dall’alto, dietro le quinte, è decisa a tavolino tra tutti gli alti comandi stalinisti, nonostante si basi su rapporti di forza favorevoli. Per Lenin era questione proletaria e di autodeterminazione dal basso. Non solo: si pensi alla pace di Brest-Litovsk e si provi a fare un parallelo. Per tutti gli storici borghesi Lenin ha regalato un terzo di Russia alla Germania, ma la verità di classe è che per preservare un pezzo di Russia ai proletari che fino ad allora non avevano avuto niente né in Russia né in Germania né altrove, Lenin, con rapporti di forza del tutto sfavorevoli, cedette una parte di Russia borghese (la rivoluzione proletaria era ancora lungi dall’aver vinto definitivamente) alla Germania borghese. La speranza era che, preservando quell’avamposto proletario in Russia, si potesse incendiare con la rivoluzione tutta l’Europa. Nulla di tutto questo avvenne sul confine orientale, le varie anime della resistenza si scontrarono in base a uno spirito astratto di gretto nazionalismo. Ma la colpa non sta nella Brigata Osoppo, che comunista non era, qui la colpa di un internazionalismo di facciata ce l’hanno gli stalinisti. Con un approccio veramente classista e internazionalista, molte di queste morti si sarebbero potute evitare.


ESODO

Orfana di un genuino spirito internazionalista, la resistenza jugoslava opera comunque una vera e propria rivoluzione sociale. Senza soviet, ricalcata sul modello sovietico stalinista, la Jugoslavia si appresta a varare un nuovo modello sociale, un nuovo modo di produzione: «collettivizzazione forzata, nazionalizzazione delle proprietà, rapida industrializzazione a fronte di una scarsissima attenzione ai consumi». È il corredo classico del “socialismo” stalinizzato che espropria i ricchi borghesi e mette in crisi anche i piccoli coltivatori e i piccoli commercianti. È soprattutto da qui che parte il cosiddetto “esodo”. Non è un fenomeno legato esclusivamente alla fine della guerra, ma «dura in forma intensiva quasi quindici anni». Coinvolge prima di tutto collaborazionisti fascisti che scappano da una possibile cattura, e si intensifica in base ai vari accordi e trattati di pace che spostano ora qua, ora più in là, i confini. I trasferimenti degli italiani «non avvengono nell’arco di ore o di giorni, come accade per le espulsioni forzate, ma di mesi e anni». Gli unici veramente espulsi sono i tedeschi ai quali in tutta Europa spetta l’esodo più terrificante e disumano. Ma chi può condannarlo senza comprendere la motivazione storicamente giusta?

Agli italiani comunque è consentito scegliere se restare o andarsene. Restare, però, significa restare in uno stato, in teoria, in fase di transizione verso il socialismo, per molti significa perdere dei privilegi di classe. Di qui l’impressione che si debba andare via ora o si resterà lì per sempre. La politica ufficiale del governo jugoslavo, ovvero la “fratellanza italo-slava”, subisce le incrostazioni nazionalistiche che lo stalinismo titino, come tutti gli stalinismi, porta avanti man mano che mette radici profonde nella società. La maggior parte degli italiani viene pertanto vista dai burocrati del regime come una popolazione per lo più di ex fascisti. L’oppressione del nazionalismo in salsa titina gioca un ruolo nefasto. Molti italiani finiscono per sentirsi stranieri in casa propria.

Il risultato di tutte queste contraddizioni è un trasferimento in massa. Nel volgere di quindici anni, i profughi sono 300000, di cui 250000 di nazionalità italiana. Dall’Istria se ne va almeno la metà della popolazione e in tutta la zona si registra un 83% di italiani in meno. Abbiamo anche un “controesodo”: sono i circa tremila comunisti italiani che se ne vanno in Jugoslavia a “costruire il socialismo”. La vicenda è emblematica perché con la rottura tra Stalin e Tito del 1948, questi compagni, rimasti fedeli a Stalin, si vedranno espulsi o incarcerati o internati, come filostalinisti, nel gulag di Goli Otok, un’isola della Dalmazia. Questo rimarrà a perenne onta dei due socialismi in due soli paesi, cioè di due deficienze per uno stalinismo solo, perché è doloroso pensare all’abnegazione di tanti compagni che si sono trasferiti in cerca del socialismo ed hanno sempre trovato, ad est e ovest, quella caricatura penosa che si chiama stalinismo.

Gobetti conclude dicendo che la vicenda dei profughi istriano-dalmati è una tragedia legata al mutamento dei confini e degli assetti internazionali. È il risultato estremo di un «circolo vizioso innescato dall’imperialismo italiano e poi dal fascismo. Gli esuli sono le vittime ultime della politica aggressiva del regime, dei crimini di guerra… e della sconfitta militare».

Ci sembra un giudizio sostanzialmente equilibrato che deve però essere bilanciato dal peso non indifferente dello stalinismo che Gobetti sottovaluta. Una rivoluzione su basi sane, non avrebbe potuto impedire l’esodo delle classi spodestate, né probabilmente quello politico di chi era avverso al comunismo ma non necessariamente fascista. Inoltre una rivoluzione socialista non parte avvantaggiata rispetto al capitalismo, parte arretrata, quindi o colma in fretta il divario economico estendendosi su scala internazionale o sarà sempre meno attrattiva rispetto al capitalismo. Perciò qualcuno si sarebbe sempre sentito attratto dal capitalismo.

Fatte queste debite premesse, però, una rivoluzione sana, basata sui soviet e sull’internazionalismo proletario, avrebbe sicuramente ridotto al minimo le storture più evidenti prodotte dall’intreccio della sconfitta bellica con la vittoria dello stalinismo titino. Il dramma di molti avrebbe potuto essere ridotto. Applicando il principio di autodeterminazione usato da Lenin le zone liberate avrebbero potuto procedere a una migliore integrazione senza esodi così enormi. E forse espatriare dalla Jugoslavia all’Italia, avrebbe significato restare all’interno di un unico confine, dalle Alpi ai Balcani, bonificato da quella rivoluzione internazionale che lo stalinismo stroncò.


LA REPUBBLICA DELLE FOIBE

Nell’ultimo capitolo Gobetti passa in rassegna la presunta “congiura del silenzio” sulle foibe. Delle foibe, come di tante altre storie, si è sempre scritto, ma in un paese di non lettori come l’Italia, la pretesa è che ne parlino i politici che sono per lo più ignoranti in materia di storia o quando non lo sono, sono interessati a farlo solo per i loro giochi politici.

Finita la guerra, con il mondo diviso in blocchi contrapposti e il governo di unità nazionale, DC e PCI non se la sentono di pestarsi i piedi. Rinvangare le foibe da una parte, significa ricordare dall’altra l’invasione fascista. L’Italia è pur sempre un paese sconfitto, il blocco sovietico è invece uno dei grandi vincitori, al capitalismo italiano non conviene rinvangare il passato con troppe pretese. Il baratto delle colpe, soddisfa tutte e due le false coscienze. Con la rottura Stalin-Tito, il PCI è ben felice di poter attaccare strumentalmente Tito sulle foibe, ma non lo sono la DC e il capitalismo occidentale che vedono in Tito una possibile spina nel fianco dell’Unione sovietica. La situazione resterà più o meno bloccata così fino allo smembramento della Jugoslavia.

È con lo smembramento della Jugoslavia e con il crollo internazionale dello stalinismo che la questione delle foibe viene usata dall’imperialismo italiano per ritornare all’attacco delle zone perdute che nel frattempo sono inserite in stati estremamente più piccoli, e quindi più facilmente conquistabili, della grande Jugoslavia. Nasce il “Giorno del ricordo” a senso unico. Le vittime sono solo italiane e gli slavi sono barbari e comunisti. L’uso patriottico della Storia a fini imperialistici, genera in Slovenia un’altra giornata a senso unico: il “Giorno del ritorno del litorale sloveno alla Madrepatria”. Qui le vittime sono solo sloveni. La demenza è internazionale.

Accanto a queste manifestazioni pubbliche di becero nazionalismo, meno pubblicizzati stanno invece i lavori della commissione italo-slovena di storici di entrambe le nazioni. Gobetti contesta giustamente l’idea di fondo di una “memoria condivisa”, la Storia infatti non si può fare distribuendo equamente torti e ragioni quasi che lo scopo fosse raggiungere un accordo tra le parti, tuttavia proprio laddove la storia coinvolge zone di confine al crocevia di diverse nazionalità, provare a scriverla a più mani di diversi paesi, può essere un buon modo, se fatto con intelligenza e amore per la verità, per non scadere nel patriottismo più deleterio.

Ignorati in Italia, gli studi della commissione, sono stati invece accolti con grande interesse in Slovenia, il che significa solo che l’Italia è un paese imperialistico che non può rinunciare alle sue mire espansionistiche e la Slovenia no. A parti invertite, la Slovenia borghese farebbe lo stesso.


LE CONCLUSIONI DI GOBETTI E LE NOSTRE

Il “giorno del ricordo” non è nato solo per onorare i "martiri" fascisti delle foibe. Il vero scopo è contrapporlo al 25 aprile. La festa partigiana deve aver un corrispettivo nella festa dei fascisti. Al momento la destra non c’è ancora riuscita, ma per Gobetti se non ci stiamo attenti presto il “giorno del ricordo” sarà trasformato completamente nel “giorno dell’orgoglio fascista”. Per evitarlo, secondo lo storico, occorre cambiare la rotta, inquadrare la storia nel suo contesto, separare le vittime dai carnefici. Solo così il “giorno del ricordo” diventerebbe una data importante per tutto il confine orientale, per ricordare tutte le vittime dei fascismi, dei nazionalismi e dei totalitarismi senza discriminazione alcuna per le nazionalità.

Da storico non materialista, Gobetti non poteva che concludere scivolando nell’idealismo. Per lui, tale inversione di rotta, consentirebbe all’Italia repubblicana e democratica di liberarsi una volta per tutte «dal peso della colpa del passato regime». Addirittura il riconoscimento degli orrori fascisti darebbe all’Italia «l’opportunità di stabilire relazioni più serene» con le ex colonie e i paesi occupati, oltreché «una vera riconciliazione nazionale sulla base del ripudio del fascismo».

Mancando il marxismo, il problema delle foibe può essere risolto solo da uno sforzo della “ragione” e della buona volontà. Ma le foibe, come tutto il resto, sono un problema di lotta di classe, non tanto di pensiero. Nessuna Italia democratica, repubblicana e borghese potrà mai liberarsi del tutto dalle colpe fasciste che sono le colpe del capitalismo italiano che anche la repubblica borghese rappresenta. Fascismo e democrazia repubblicana, non vanno contrapposte e separate come due compartimenti stagni. Sono lo stesso stato italiano capitalistico in due fasi diverse della sua storia. Il passato imperialista sotto il fascismo, continua oggi in modo diverso e meno esplicito nell’Italia repubblicana. Se il fascismo invadeva la Jugoslavia nel 1941 per occuparla senza tanti complimenti, la repubblica la bombardava per smembrarla negli anni ’90 in nome della pace. L’imperialismo italiano non è interessato a relazioni più serene con gli sloveni, gli unici interessi che ha sono quelli economici e di dominio con la forza delle armi. Se fosse interessato ad aver relazioni più serene, le avremmo già avute. Proprio per questo relazioni più serene, potranno essere solo un sintomo di rapporti di forza diversi e più equilibrati, mai il frutto di chissà presa di coscienza e di consapevolezza della borghesia italiana, che al contrario è ben cosciente dei suoi interessi.

Per lo storico non materialista, la Repubblica democratica rappresenta le colonne d’Ercole della sua indagine storica. Davanti alla repubblica borghese e alla sua democrazia, la Storia dello storico diventa immanente, sub specie aeternitatis, perde la sua caratteristica peculiare: il suo carattere transeunte. Non è più qualcosa figlia di determinati rapporti di forza tra le classi, è il governo ideale disceso in terra a miracol mostrare, manco fosse la Repubblica di Platone. Per cui una repubblica democratica borghese, che già non è riuscita a riconciliare nulla e ad avere veri rapporti più sereni con gli altri stati, quando i rapporti di forza erano più favorevoli rispetto ad un tale progetto, non si capisce come possa farlo oggi in piena disgregazione. Quel poco di buono che la repubblica borghese aveva da dare, è già stato dato da tempo, ora il suo compito è sparire per sempre nel museo delle antichità della Storia, non c’è spazio per nessuna sua rivitalizzazione vera e propria.

Infatti, la riconciliazione nazionale non è che una pia illusione interclassista. L’Italia è divisa in classi del tutto inconciliabili e la riconciliazione nazionale sarebbe soltanto la riconciliazione della borghesia col proletariato, ed è per questo che 25 aprile e “giorno del ricordo” saranno sempre date divisive. Perché dietro quelle commemorazioni, c’è sempre, ineliminabile, lo scontro tra borghesia e proletariato.

Gobetti, pur in buona fede, non riflette nemmeno su che cosa significhi davvero, anche nel suo caso, la “riconciliazione”. Ammesso per un momento potesse davvero avvenire nel modo astorico da lui sognato, sarebbe naturalmente col proletariato a fare sempre da serva e la borghesia a fare sempre da padrona. Perché provate a riconciliare le classi con la borghesia sotto il proletariato e vedrete che anche gli storici più di sinistra andranno in crisi con le loro riconciliazioni a tavolino e ce li troveremo contro, in difesa della loro immacolata concezione della repubblica borghese e democratica.

La borghesia può ripudiare il fascismo solo a parole, come avviene retoricamente ogni anno, sui suoi giornali, il 25 aprile. Nei fatti la borghesia sarà sempre fascista ogni volta che la classe operaia sarà sul piede di guerra come nel “biennio rosso”. I rigurgiti fascisti, i miasmi sempre più frequenti che si sentono a questo o quel livello, gli ammiccamenti alle foibe e ai revisionisti ipocriti alla Pansa, sono appunto il sintomo ineliminabile del germe fascista che sta dentro la borghesia pronto a venire fuori alla bisogna. Ed è proprio perché la guerra di classe latita che il revisionismo ha preso piede e rischia di completare il suo giro.

Il crollo dell’Urss, la sequela interminabile di sconfitte, i colpi di maglio di tutte le controriforme della borghesia e il lungo sonno della classe operaia, hanno permesso ai fascisti di rialzare la testa e all’imperialismo italiano di avanzare di nuovo le sue pretese. Solo una vittoria eclatante da qualche parte della classe operaia, in Italia, in Europa o nel mondo, può invertire il discorso sulle foibe. Senza una tale vittoria, il discorso virerà sempre più a destra, fino a che il revisionismo avrà completato il suo giro nel “rovescismo”. Libri come quello di Gobetti aiutano a prepararla. Lo leggiamo con viva gioia per questo.

Lorenzo Mortara

Pulp history: a proposito di foibe e infoibatori della verità

Puntualmente ogni anno, attorno al 10 febbraio, eletto dal 2004 “Giorno del ricordo”, si scatena la canea mediatica e istituzionale che da qualche anno ha raggiunto anche i più alti vertici delle istituzioni, come la presidenza della Repubblica, prima con Napolitano e oggi con Mattarella, che per l'occasione ha aggiunto una chiosa contro le “sacche di negazionismo militante”. Anche se non ci è dato conoscere quali, visto che ormai esiste una vasta produzione storiografica che contesta la narrazione unilateralmente falsa e priva di riscontri, mitopoietica di un senso comune fascistoide.
A dispetto di serie ricerche sull'argomento, si vuole affermare una “verità di Stato”, priva di qualsiasi fondamento storico, con la convinzione che “una menzogna ripetuta diventa verità”, soprattutto se ripetuta da pulpiti rispettabili. Qualsiasi ricercatore, che si occupi seriamente della questione, viene tacciato di “negazionismo”: l'ultimo caso, per ora, è rappresentato da Eric Gobetti, oggetto di attacchi da parte dell'organizzazione fascista Aliud e di associazioni di esuli giuliano-dalmati, interessati ad un uso politico delle vicende del confine orientale. La “questione delle foibe” è diventata così uno strumento dell'estrema destra per tentare di costruire un'egemonia culturale a scopi politici. Rincorrendola su questa questione, il centro liberale le ha spianato la strada, e oggi la rincorre sullo stesso terreno. Infatti, solo Rifondazione Comunista si oppose nel 2004 all'istituzione del cosiddetto “giorno del ricordo”. Ma perché il 10 febbraio?


10 FEBBRAIO: UNA DATA REVANSCISTA

Nel 1941 l'Italia, senza neppure una dichiarazione di guerra, insieme con i suoi alleati tedeschi, iniziò l'occupazione della Jugoslavia. La Jugoslavia venne spartita tra Germania, Bulgaria, Ungheria e Italia, alla quale toccarono Montenegro, parte del Kosovo e della Macedonia, parte della Dalmazia e la Slovenia. Il 3 maggio iniziò la fascistizzazione e l'italianizzazione della zone occupate, che consistette in trasferimenti forzati di popolazioni, ripopolamento con i coloni italiani delle zone così svuotate, eliminazione delle tradizioni e della lingua nazionale, eliminazione delle scuole in lingue slave, forzata italianizzazione di cognomi. A eseguire queste misure è chiamato il generale Emilio Grazioli. La stessa Lubiana, divenuta italiana, fu interamente circondata da filo spinato per la repressione antislava.
Nel 1942-'43 si organizzò la resistenza: il fronte di liberazione slavo univa comunisti, cristiano-sociali e liberali. L’Italia promosse così lo stato di “guerra totale”. Il generale Mario Roatta, al comando della II armata, assunse il controllo politico della regione. Centinaia di processi sommari, con decine di condanne a morte e migliaia di condannati all’ergastolo o a pene di 30 anni. È molto difficile un censimento preciso. Tone Ferenc, storico sloveno, ha registrato 1569 esecuzioni capitali; 1376 decessi nei campi di concentramento italiani, dove furono deportate 25 mila persone, pari grosso modo all’8% della popolazione slovena (336 mila abitanti), ma a questo dato minimo va aggiunto un gran numero, nell’ordine delle molte migliaia, di vittime della guerra antipartigiana, che consisteva in rastrellamenti, incendi di villaggi ed esecuzioni sommarie che non risparmiavano donne, vecchi e bambini. Il generale Robotti nel 1942 scriveva alle truppe, lamentandosi che «si ammazza troppo poco», e lo stesso capo del fascismo, in un discorso alle truppe della seconda armata in Dalmazia scriveva: «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori». Dopo l'8 settembre, scoppiarono insurrezioni contadine in Slovenia e Istria, a carattere sociale, contro l'élite economica, in particolare per la riappropriazione dei campi concessi dal fascismo a nuovi proprietari italiani. Nel tipico stile delle jacqueries vennero incendiati i catasti e distrutti documenti che riconoscevano i privilegi dell'élite coloniale italiana sulla popolazione slava. In quest'occasione circa 400 persone sono state gettate nelle foibe, tra tedeschi, italiani, sloveni e altri.
La seconda ondata di “infoibamenti” avvenne nel maggio del 1945, dopo la liberazione di Trieste da parte dell'Esercito Popolare di Liberazione (EPL) jugoslavo. Nei giorni confusi che seguirono la liberazione di Trieste si verificarono processi sommari, vendette personali, rastrellamenti “privati” che talvolta si conclusero con l'occultamento dei cadaveri nelle foibe del Carso. Ma qui occorre una precisazione; a questi episodi l'EPL jugoslavo tentò di porre un freno, e spesso condannò a pene severissime, talvolta alla pena capitale, chi si rendeva colpevole di questi crimini. Per due fondamentali ragioni storiche: da una parte l'Esercito Popolare era parte integrante degli eserciti alleati, anch'essi presenti in città; in secondo luogo, aveva tutto l'interesse a presentarsi come garante della sicurezza e della pace di Trieste, città di cui cercava l'annessione alla Jugoslavia.

Dunque, se le “foibe” si sono verificate in settembre (1943) e maggio (1945), perché il 10 febbraio è stato scelto come data simbolo?
Il 10 febbraio 1947 venne firmato il trattato di pace che frustrava le aspirazioni italiane sull'Istria e la Dalmazia, oltre che su una parte dell'entroterra triestino, passate alla nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Non è un caso che questa data sia stata rispolverata in seguito al crollo dell'URSS e dello smembramento dell'ex Jugoslavia, al quale l'imperialismo italiano ha contribuito in maniera determinante. La data scelta nascondeva le aspirazioni ritrovate dell'imperialismo di casa nostra di ridiventare l'unica potenza adriatica. Ma il senso della scelta della data è anche un altro: il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell'Armata rossa, si celebra il Giorno della memoria. La data del 10 febbraio, posta così vicina, ha due scopi: da una parte far passare in secondo piano la tragedia della Shoah, nella quale circa sei milioni di ebrei, rom, comunisti, omosessuali, oppositori politici e altre minoranze furono sterminate dai nazisti e dai loro alleati fascisti italiani; in secondo luogo alimentare la falsa equipollenza della Shoah e delle foibe, come dichiarava nel 2002 l'allora ministro della cultura Gasparri.

Tuttavia il “giorno del ricordo” ha radici più lontane nel tempo. Subentrato l'esercito tedesco all'esercito italiano in disfatta, nel 1943 i nazisti, insieme con i servizi della Repubblica Sociale Italiana, cominciarono a orchestrare una campagna propagandistica antislava per dimostrare che le foibe fossero state uno strumento della pulizia etnica slavo-comunista ai danni degli italiani. Tutta la retorica odierna sulle “foibe” e la “pulizia etnica” non è altro che una riproposizione dell'opuscolo nazista "Ecco il conto!", diffuso in Istria e a Trieste dopo il 1943. Persino le foto, che accompagnano l'opuscolo, sono le stesse che corredano le varie mostre in giro per l'Italia.
Nell'immediato dopoguerra i servizi segreti collegati alla Decima Mas continuarono ad alimentare presso gli alleati la mitologia anticomunista delle migliaia di morti, innocenti, nelle “foibe”. Ed è questa retorica che viene riproposta ogni 10 febbraio: “negazionismo” è diventata non solo la parola in codice per tentare di mettere a tacere ogni ricerca storica, con l'utilizzare in maniera oscena lo stesso termine che si usa per chi nega la Shoah, ma un vero e proprio appello all'aggressione fisica contro gli studiosi che si oppongono alla menzogna di Stato.
Il metodo dei falsificazionisti, nel '43-'45 come oggi, consiste nel decontestualizzare gli avvenimenti storici, soffermandosi sugli aspetti raccapriccianti, sui morti, gli stupri, condendo il tutto con qualche particolare scabroso, e, se non ci sono, li si inventa.
Si inventano cifre ed episodi, foto e testimonianze. I numeri lievitano, fino a cifre inverosimili, le fonti si ignorano o si creano. Il meccanismo probatorio, tipico di ogni indagine storica, è ignorato. Si mette in moto un rovesciamento metodologico: invece di partire dalle ricerche per giungere a delle conclusioni, si afferma una menzogna che poi la storiografia deve avallare.


L'ABUSO POLITICO DI UNA TRAGEDIA

Significativamente l'attenzione sulla questione delle foibe si è moltiplicata dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la disgregazione della Jugoslavia, che in Italia ha avuto come effetto l'autoscioglimento del PCI e l'abbandono di qualsiasi riferimento al comunismo dei suoi eredi, fino alla formazione di un partito dichiaratamente appartenente al centro liberale, come il PD.
Per l'estrema destra, e in particolare gli eredi del MSI, rientrata in pieno nel gioco parlamentare grazie ai governi Berlusconi, è stata l'occasione per tentare di imporre un rovesciamento ideologico nella lettura del dopoguerra. L'istituzione della “giornata del ricordo” nel 2004 ha avuto questo scopo: sostituire i miti fondanti della Repubblica italiana, dal 25 aprile e 2 giugno al 4 novembre e 10 febbraio. In questo modo si tenta di ristabilire la continuità dello Stato dal liberalismo al fascismo alla cosiddetta seconda Repubblica, condannando qualsiasi tentativo di ribellione che provenga dalla classe operaia e dai settori subalterni, individuata nella Resistenza e nella liberazione della Jugoslavia di Tito dal nazifascismo.
Negli anni Duemila appaiono vari sceneggiati e programmi radio che puntano sulla banalizzazione del fascismo, concentrandosi su aspetti personali della vita dei gerarchi, oppure sulla retorica dei “vinti”. Il culmine della delegittimazione della Resistenza è stato raggiunto con i romanzi del giornalista appena scomparso Giampaolo Pansa. La questione quindi è passata dal campo storiografico al campo politico, mediante l'affermazione di una verità accertata e, come si è detto, il linciaggio mediatico degli storici che si sono occupati della questione. Oggi, scomparsa Alleanza Nazionale, con il riposizionamento dell'estrema destra tra Fratelli d'Italia e Lega, con le loro appendici neofasciste, e l'adesione ai miti fondanti patriottici da parte della sinistra post-sovietica, si è realizzato un consenso generalizzato in funzione anticomunista e antislava.
La ricerca dell'egemonia in questo campo ha però anche un'implicazione più direttamente politica: è funzionale alle politiche razziste securitarie, che uniscono l'estrema destra e il centro rappresentato da PD e 5 stelle. In questo senso, l'”antifascismo” del PD appare strumentalmente orientato ai suoi interessi elettorali, e a far dimenticare le politiche antioperaie di questo partito. Ristabilire la verità storica significa anche ristabilire il diritto delle classi subalterne alla resistenza all'oppressione.




Per chi voglia saperne di più:

Circolari del generale Robotti

Dossier sulle foibe e il confine orientale

Sulla falsificazione delle foto
Gino Candreva

Comunisti e guerra in Kosovo. I crimini non vanno taciuti

“20 anni fa la NATO aggrediva la Jugoslavia bombardando Belgrado, con la complicità dell’Italia e del Governo D’Alema. La maschera di una alleanza “difensiva” cadeva definitivamente, dinanzi all'evidenza di una aggressione criminale voluta dai grandi monopoli ma giustificata con il pretesto dei “diritti umani”, come poi sarebbe avvenuto in Iraq, Afghanistan, Libia, ecc. L’Italia non sia mai più complice di una guerra imperialista. Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia.” 

Il Fronte della Gioventù Comunista (FGC), organizzazione giovanile del Partito Comunista di Marco Rizzo, con queste parole il 24 marzo ha ricordato l’inizio dei bombardamenti contro la Jugoslavia ad opera della NATO. Vent'anni fa Belgrado veniva bombardata, con aerei italiani che partivano dalla base italiana di Aviano. Un crimine imperialista che i rivoluzionari denunciarono allora e denunciano oggi. 

L’opposizione dei comunisti agli interventi dell’imperialismo è una questione di principio, e non è nostro interesse quindi polemizzare con questa giusta presa di posizione del FGC in merito a quei drammatici eventi. Anzi, siamo perfettamente d’accordo con la dichiarazione delle compagne e dei compagni. 

Tuttavia, ci pare necessario ricordare quale è stata la natura del governo D’Alema: un governo di cui faceva parte, con tanto di ministri, il Partito dei Comunisti Italiani, nato nel 1998 come scissione (di destra!) dal Partito della Rifondazione Comunista, con l’esplicita volontà di continuare a sostenere il primo governo Prodi, al quale Bertinotti era stato costretto a togliere la fiducia. 

Ebbene Marco Rizzo, oggi segretario del Partito Comunista, fu tra i principali organizzatori della scissione del Partito dei Comunisti Italiani, e all'epoca era deputato e coordinatore della segreteria nazionale del PdCI. 

A nulla possono valere i tentativi di giustificazione o rimbalzo di responsabilità riguardo ai fatti di vent'anni fa. La storia parla chiaro. Cossutta, Diliberto, Rizzo hanno rappresentato in Italia la peggiore deriva governista di uno stalinismo italiano che, nell'ottica delle “alleanze contro la destra” e dell’unità con il centrosinistra, è passato dai compromessi storici alla partecipazione criminale ai governi della guerra. 

C’è chi, come Marco Rizzo vent’anni fa, ha rotto con il PRC per appoggiare un governo di centrosinistra che ha bombardato Belgrado, e chi invece, come il Partito Comunista dei Lavoratori, è nato contro i governi di centrosinistra, contro i governi di guerra, per l’opposizione a tutti i governi borghesi. 

Si obietterà: “oggi Rizzo è cambiato, ha ammesso i suoi errori, il PC è alleato del grande KKE greco”. Tralasciando per un istante quali furono i veri motivi della “svolta a sinistra” che Marco Rizzo fece nel 2009, il punto è un altro: non è cambiato il bilancio che è necessario fare riguardo a tutta la storia dello stalinismo internazionale, perché è in questo che risiede l’origine degli errori. Non è forse vero che il KKE greco, oggi partito fratello del PC di Marco Rizzo, dall’alto della fraseologia pseudorivoluzionaria, ben dieci anni prima di Rizzo partecipò al governo di unità nazionale del 1989, a braccetto della socialdemocrazia e della destra postfascista? Può essere, questo, semplicemente un errore di percorso? 

Perché allora il FGC tace sulle responsabilità del segretario del Partito Comunista? Se sostenere un governo borghese è di per sé imperdonabile per i comunisti, sostenere e partecipare ad un governo di guerra non è un semplice errore o una svista, ma un crimine. 

Chiamare i propri dirigenti alle loro responsabilità, riscoprire il marxismo rivoluzionario e studiare con spirito libero la storia del movimento operaio e comunista: è questo l’invito e l’augurio che facciamo alle giovani compagne e compagni del FGC.
Partito Comunista dei Lavoratori