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Nuova pubblicazione. Ženotdel: ascesa e liquidazione di una rivoluzione nella rivoluzione

 


È disponibile il secondo numero di Classe, genere, rivoluzione, una serie di pubblicazioni tematiche a cura della Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL.

Puoi scaricare gratuitamente l’opuscolo in da questa pagina. Se preferisci una copia cartacea contatta la sezione più vicina oppure scrivici a info@pclavoratori.it o in chat alla nostra pagina Facebook

Un rapporto dialettico con la storia è imprescindibile per chiunque si definisca marxista rivoluzionario, e lo è ancora di più per chiunque si definisca femminista, laddove con questo termine si indichi l’adesione a quel femminismo che ha contribuito alla Rivoluzione bolscevica, un femminismo di classe, socialista, marxista e rivoluzionario rigidamente demarcato dal femminismo borghese suffragista. Un femminismo che ancora oggi, faticosamente, si demarca dal femminismo borghese. A guardarla bene, la storia del femminismo e delle femministe nella Rivoluzione ci è utile per sciogliere anche numerosi nodi tematici, teorici e pratici odierni. Zetkin scrive:

«La visione materialista della storia non ci ha fornito - è vero - risposte pronte sulla questione femminile. Ma ci ha dato qualcosa di meglio: il metodo corretto e preciso per studiare e comprendere tale questione»

Per navigare tra questi nodi è opportuno approfondire la storia dello Ženotdel, il dipartimento per il lavoro tra le donne del Partito bolscevico negli anni immediatamente dopo la Rivoluzione d’Ottobre, forse la manifestazione concreta più completa, evidente e incisiva del femminismo marxista rivoluzionario e la strada che portò alla creazione di questo dipartimento speciale, così come la lezione che deriva dalla sua liquidazione durante la controrivoluzione stalinista.


QUALE FEMMINISMO PER LA RIVOLUZIONE?

La nascita dello Ženotdel ha avuto prodromi piuttosto lunghi, eppure la caratterizzazione dell’oppressione femminile e della sua specificità si trova sin a partire dai testi di Engels.

Oltre al successivo Origine della famiglia, la prima menzione dell’oppressione femminile nell’opera di Engels risale al 1844, con “La condizione della classe operaia in Inghilterra”, in cui veniva descritta in dettaglio la situazione delle operaie tessili inglesi e le condizioni in cui affrontavano maternità e figli.

La questione femminile venne trattata anche ne L’ideologia tedesca (1845-46) in cui, per la prima volta, si decostruisce il mito della famiglia “naturale” e “immutabile”.

«La divisione del lavoro, che implica tutte queste contraddizioni e che a sua volta è fondata sulla divisione naturale del lavoro nella famiglia e sulla separazione della società in singole famiglie opposte l’una all’altra, implica in pari tempo anche la ripartizione, e precisamente la ripartizione ineguale, sia per quantità che per qualità, del lavoro e dei suoi prodotti, e quindi la proprietà, che ha già il suo germe, la sua prima forma, nella famiglia, dove la donna e i figli sono gli schiavi dell’uomo. La schiavitù nella famiglia, che certamente è ancora molto rudimentale e allo stato latente, è la prima proprietà, che del resto in questa fase corrisponde già perfettamente alla definizione degli economisti moderni, secondo cui essa consiste nel disporre di forza-lavoro altrui».

Le donne, insomma, erano (e sono) la prima forma di proprietà privata. Erano proprietà degli uomini, proprietà che si estendeva al frutto del potere riproduttivo delle donne, i figli. Già questo elemento teorico dovrebbe farci comprendere la specificità dell’oppressione femminile e l’impossibilità di sovrapporla, inglobarla e risolverla all’interno della lotta di classe.

Un importante contributo teorico e organizzativo al femminismo marxista rivoluzionario fu quello di Clara Zetkin, instancabile nel suo lavoro di organizzazione delle masse femminili. Zetkin spesso si scontrò con i componenti più conservatori del mondo sindacale che cercavano di eliminare le donne dalla forza lavoro proponendo un “salario famigliare”. Per Zetkin, i sindacati dovevano iniziare a organizzare le donne. Il salario, infatti, era un requisito essenziale per la loro indipendenza. Nel suo discorso al Congresso fondativo della II Internazionale, nel 1889, spiegò: «Non è il lavoro delle donne in sé che, in competizione con i salari maschili, causa l’abbassamento dei salari, ma lo sfruttamento della manodopera femminile dai capitalisti che se ne appropriano».

Di nuovo, oppressione di classe e oppressione di genere sono intrecciati e interdipendenti.

Intorno al 1890 Zetkin aveva ottenuto il diritto di condurre un lavoro particolare tra le donne socialiste in concomitanza con i congressi del partito. Gli sforzi di Zetkin furono coronati dalla convocazione, nel 1907, della prima Conferenza internazionale delle Donne Socialiste (seguita da altre due nel 1910 e nel 1914) e la creazione di un Segretariato Internazionale delle Donne permanente, con lei al vertice. In Germania quindi, negli stessi anni in cui in Russia facevano capolino i movimenti femminili, grazie al proprio instancabile lavoro, aveva diviso la farina dalla crusca: da una parte il Frauenbewegung, il movimento femminile interclassista borghese, e dall’altra l’Arbeiterinnerbewegung, il movimento delle donne lavoratrici. E fu quest’ultimo ad avere un’influenza determinante in Russia.

Dal 1891 al 1896, Nadežda Konstantinovna Krupskaja impiegò il proprio straordinario talento nella formazione marxista delle lavoratrici e dei lavoratori del distretto industriale della capitale russa. Qui, insieme ai compagni, faceva visita alle fabbriche, stilando rapporti e raccogliendo informazioni che confluiranno nel primo scritto teorico esclusivamente dedicato alla questione femminile, dal punto di vista marxista, pubblicato nel 1901.

Venne scritto nel 1899, con lo pseudonimo di Sablina, mentre Krupskaja era in esilio in Siberia, a Šušenskoe, insieme al marito Lenin e ad altri compagni con cui anni prima aveva tentato di pubblicare “Raboceie Delo” (trad. La causa operaia), un giornale di agitazione e propaganda.

Il pamphlet si intitola “La donna lavoratrice”, e venne ritirato dalla circolazione già nel 1905, in seguito alla repressione che seguì alla rivoluzione di quell’anno. Venne poi ripubblicato nel 1925, con una nuova prefazione dell’autrice.

Per la prima volta si analizzava la questione femminile in termini marxisti, si descriveva la condizione delle donne proletarie sotto lo zarismo e si invitavano le donne a unirsi ai lavoratori nella lotta di classe. Krupskaja scrive: «La lavoratrice fa parte della classe lavoratrice e tutti i suoi interessi sono strettamente collegati agli interessi di tale classe».

Tuttavia, nella prefazione all’edizione del 1925, Krupskaja non poté fare a meno di notare come, vent’anni dopo e con le rivoluzioni di Febbraio e di Ottobre nel mezzo, molto ci fosse ancora da fare per l’emancipazione della donna lavoratrice: «Le sezioni femminili del Partito Comunista hanno ampliato sensibilmente le loro attività e, con ogni giorno che passa, le lavoratrici e le contadine stanno acquisendo coscienza di classe, stanno guadagnando fiducia in se stesse e stanno partecipando sempre di più alla costruzione di una nuova vita. […] Ma si vede anche il rovescio della medaglia, ossia che molto resta ancora da fare e di quanta perseveranza serve per lavorare all’emancipazione completa della donna lavoratrice».

È da queste radici teoriche che nasce il femminismo marxista rivoluzionario.

Nel 1906, Aleksandra Kollontaj, allora ancora menscevica, iniziò a organizzare le lavoratrici di San Pietroburgo in gruppi di discussione socialdemocratici. Nel 1909 scrisse una delle sue opere più importanti, “Le basi sociali della questione femminile”, un’opera agile e lineare, che ricevette ampia circolazione tra le lavoratrici.

L’intento, oltre a quello di fare avanzare la coscienza di classe nella popolazione femminile, era tenere lontane le lavoratrici dalle lusinghe del femminismo borghese e suffragista.

Non sorprende che i bolscevichi si distanziassero con orrore dalla parola “femminismo”, che all’epoca designava esclusivamente il movimento suffragista borghese. Molti bolscevichi e bolsceviche eminenti, tra loro Luxemburg e Zasulich, ritenevano prematuro occuparsi della questione femminile quando in gioco c’erano le sorti delle masse, e sottolineavano il pericolo rappresentato dall’incanalare le energie nella lotta femminista, temendo che ciò avrebbe voluto dire dirottarle dalla lotta di classe, preoccupandosi delle trivialità della vita quotidiana.

Il 12° Congresso del Partito, ancora nel 1923, metteva in guardia dal pericolo delle “tendenze femministe” che “sotto la bandiera del miglioramento delle condizioni femminili potrebbero in realtà portare il contingente femminile della forza lavoro a distanziarsi dalla lotta di classe”.

Un timore, errato, che, unito alle tendenze maschiliste ancora presenti nel Partito, rese difficile l’azione delle bolsceviche e la creazione dello Ženotdel. Lenin stesso, più volte, deplorò gli atteggiamenti dei militanti che, a parole, si riempivano la bocca di emancipazione femminile, ma poi impedivano alle mogli di partecipare ai lavori del dipartimento femminile.

Kollontaj, Armand e altre bolsceviche intuirono invece una realtà fondamentale, quasi matematica: senza affrontare i problemi di oltre la metà della classe, la lotta di classe è inevitabilmente destinata al fallimento. Ciò che alcuni rivoluzionari disprezzavano come trivialità della vita quotidiana, e di cui non si vollero occupare, era in realtà precisamente la componente che la lotta di classe da sola non avrebbe potuto rovesciare, il byt, la realtà giornaliera delle masse, uno dei fattori che faranno la differenza tra una rivoluzione riuscita e la controrivoluzione stalinista.

Mentre Krupskaja lavorava al suo pamphlet nel 1899, Lenin chiese di fare una modifica alla bozza del programma del partito, aggiungendo “il raggiungimento della piena uguaglianza di diritti tra uomini e donne”, una modifica ratificata al Secondo Congresso del 1903, con l’uguaglianza dei sessi in termini di diritti civili e politici e nell’istruzione. Lo stesso congresso richiedeva inoltre l’esclusione delle lavoratrici da settori nocivi, congedo di maternità di 10 settimane, strutture per i bambini e ispettrici sui luoghi di lavoro.

Nel 1914, il movimento femminile proletario ricevette una nuova spinta con la pubblicazione del giornale “L’operaia”, redatto da Krupskaja, Kollontaj e Inessa Armand, Anna Elizarova Ul’janova (sorella di Lenin) e altre attiviste. Il giornale ebbe vita breve, alla pubblicazione (l’8 marzo 1914) a San Pietroburgo, le redattrici locali vennero tutte arrestate. La pubblicazione del giornale riprese nel 1917, con il ritorno in patria di Kollontaj, Krupskaja e Armand, e con il ripristino e la ricostituzione fulminea di un movimento femminile di massa che la guerra aveva fiaccato.

Già in questo primo numero, Krupskaja spiegava la demarcazione tra il femminismo borghese e il femminismo proletario: «Le donne della classe operaia prendono atto del fatto che la società attuale è divisa in classi. Ciascuna classe ha i suoi propri interessi, la borghesia ha i suoi e la classe operaia ne ha altri, che sono opposti tra di loro. La differenza tra donne e uomini non è così importante per le donne proletarie. Ciò che unisce le lavoratrici con i lavoratori è molto più forte di ciò che li divide».

[continua]



Puoi scaricare l’opuscolo in formato PDF in fondo a questa pagina ("allegati").
Se ti sei persa/o il primo numero, lo trovi qui.



Lotta di classe e pandemia di Spagnola

Nessun governo della borghesia ha l’interesse a contare i morti delle sue crisi: ogni deceduto è un'accusa al sistema irrazionale basato sul profitto. In tempi normali la salute e la sicurezza sul posto di lavoro, per i capitalisti, diventano degli orpelli fastidiosi. Ma nelle crisi reali come le pandemie o le guerre, questo diventa ancora più evidente. La conta dei morti è un fattore pericoloso che va ad incidere direttamente sui meccanismi del consenso, e li sgretola come castelli di sabbia. È stato dimostrato che durante la pandemia di Covid-19 in tutto il pianeta i decessi sono stati superiori a quelli ufficiali almeno, in media, del 50%. Nella sola provincia di Bergamo alcuni studi addirittura parlano del 460% in più rispetto alla media, a New York del 200%, a Madrid del 160%.

Tutto questo però ha un precedente storico: la pandemia di influenza "spagnola".
Tra il 1918 e il 1919 scoppia una devastante pandemia. Alcune stime parlano di 50 milioni di vittime provocate dal virus, altre di decine di milioni di morti in più, su una popolazione mondiale complessiva di due miliardi di persone. L'influenza era nata da un ceppo del virus della polmonite atipica H1N1. "Spagnola" fu la definizione coniata, per le false notizie – oggi le definiremmo fake news – sull'origine in Spagna del morbo. La posizione neutrale della Spagna durante la prima guerra mondiale lasciava più aperti i suoi canali di informazione di massa. Viceversa, i paesi coinvolti nel conflitto erano stretti nella censura di guerra. Quando la pandemia scoppiò, tra l’estate e l’autunno del 1918, le informazioni su di essa arrivavano quasi solamente dalla Spagna. La realtà fu ben diversa.
Il primo conflitto mondiale aggravò la diffusione della pandemia, la cui origine resta ancora oggi indefinita.

Anche in Italia i comportamenti di massa seguirono l’informazione di regime, che aveva tutto l’interesse a minimizzare o addirittura a nascondere la realtà. La difesa del consenso alla fine del conflitto mondiale era la priorità assoluta.
Anche la mancanza di una stima reale della situazione portò il governo della borghesia a non adottare la necessaria strategia sanitaria per contenere la pandemia, e a nascondere la gravità della situazione. L’informazione nazionale intrisa di spirito nazionalistico e patriottico, e l'azione della Chiesa cattolica, furono un valido appoggio alla mistificazione di regime. Addirittura si diffusero diverse notizie complottistiche contro la Germania, vista come responsabile dell'origine di un’arma virale creata in laboratorio. A livello popolare si innescarono voci di ogni genere contro la scienza, e la medicina in particolare. Vennero pubblicizzate anche tramite i giornali dell’epoca cure fantasiose, come il consumo smodato di tabacco o l’alcol.

Della pandemia del 1918-'19 non ci sono molti riscontri approfonditi nei libri di storia, né giorni della memoria. Ma i ricordi trasmessi, anche solo orali, tra le generazioni successive descrivono una vera catastrofe umanitaria.
Il rapporto con la morte in una popolazione già fortemente provata dalla guerra cambiò anche culturalmente i modi vivere, le usanze e i rapporti interpersonali.

I decessi erano brutali; colpivano i più giovani, che morivano per soffocamento polmonare. Molti soldati reduci dal conflitto mondiale descrivevano quello che vedevano come ben peggiore di quello che avevano provato in prima linea in guerra. I pellegrinaggi funebri verso i cimiteri vennero paragonati ai percorsi delle formiche. Il governo Orlando dovette dare una stretta all’informazione dei giornali e vietare il libero accesso ai cimiteri e i cortei funebri. I funerali furono concessi solo in forma strettamente privata e in orari particolari.

Il giornale socialista La Squilla, di Bologna, scrive nel gennaio 1919: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».

Non esiste una statistica ufficiale sulle morti di Spagnola in Italia. Le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di vittime. Nelle fabbriche tutto sembra continuare come sempre, tra censura e tentativi di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Ma le testimonianze verbali corrono comunque in tutto il paese, e la pandemia si inserisce dentro la lotta di classe alla vigilia del biennio rosso, costellato di conflitti sociali e politici.

Anna Kuliscioff scrive a Filippo Turati, il 12 ottobre 1918:
«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».

Le immagini dell’epoca riportano il diverso approccio tra la classe borghese e piccolo-borghese e quella lavoratrice: famiglie borghesi ben vestite e molto attente all’uso delle mascherine, operai in lotta nei cortei o nelle fabbriche senza alcuna protezione sanitaria.

Malgrado la feroce pandemia, la lotta di classe non si ferma.

In tutto il pianeta il dramma del primo conflitto mondiale e lo stretto rapporto umano con la morte causata dalla guerra vennero messi sullo stesso livello della malattia e delle sue conseguenze, contribuendo a sbiadirne la memoria storica ufficiale. Ma il rapporto tra le classi e il loro conflitto, la crisi del capitalismo, le fasi ricorrenti di strappi della storia hanno lasciato comunque la testimonianza indelebile che la causa di fondo della delle stragi provocate dalla pandemia e dalle guerre è unicamente da attribuire alla barbarie del capitalismo.
I rivoluzionari di un secolo fa non ebbero però alcun timore reverenziale verso la pandemia, che restò all’interno di una dimensione personale. Per loro lottare contro il capitalismo significava rovesciare tutto e cancellare gli orrori provocati dalla classe dominante. La pandemia era all’interno di questo concetto.


SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE, PROVATE VOI A LAVORAR...

All’inizio del 1919 il paese si trova ad affrontare una crisi senza precedenti, provocata dalle conseguenze del conflitto mondiale in un clima di trasformazione della produzione industriale, in riconversione da economia di guerra nella ripresa del tempo di pace. Ma la spinta delle lotte operaie mette in discussione perfino l’organizzazione del lavoro, con la rivendicazione di un nuovo orario di lavoro settimanale.
L'accordo per le 48 ore viene stipulato il 20 febbraio 1919, in piena pandemia, fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM. Venne accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore in tre turni.
Ma le lotte, in piena esplosione di massa del contagio, non ebbero freni e sfociarono in continui scioperi generali tra le città e le campagne, per evolversi nelle occupazioni delle fabbriche nel 1920.
In tutta Europa la dinamica fu identica. Basterebbe ricordare quello che stava avvenendo in Russia e l’impegno dell’Armata rossa nel respingere i tentativi controrivoluzionari dei bianchi, nello stesso 1919, in una situazione difficile per la popolazione, colpita dalla pandemia.
Non solo. I rivoluzionari riuscirono ad organizzare quello che nel marzo del 1919 fu il primo congresso dell’Internazionale Comunista. Disgraziatamente, nello stesso mese dello stesso anno la pandemia uccise Jakov Sverdlov, uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista bolscevico. Ma il sistema sanitario sovietico fu il primo modello al mondo di copertura sanitaria universale e gratuita.

La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, fu colpita pesantemente dalla pandemia tra il 1918 e il 1919. Ma l'ondata rivoluzionaria non si fermò nemmeno lì. Fra il 4 ed il 6 gennaio 1919 diverse organizzazioni, tra le quali la Lega Spartaco di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, lanciarono a Berlino l’insurrezione dei consigli operai nella Ruhr e ad Essen, dove vennero deliberate le socializzazioni delle industrie carbonifere. Il tentativo venne represso duramente e terminò con l’arresto e l’uccisione di Rosa e Karl.

Non solo in Europa, ma anche dall’altra parte dell’oceano la spinta della lotta di classe non venne scalfita minimamente dalla pandemia. Negli Stati Uniti, a cavallo del 1918 e il 1919, morirono circa settecentomila persone. Ma nel 1919 scioperarono quattro milioni di operai, cioè un quinto della forza lavoro, una proporzione mai eguagliata. Perfino i cantieri navali di Seattle furono bloccati da uno sciopero generale che coinvolse tutta la città, e che durò settimane. Trecentomila lavoratori si mobilitarono nel primo sciopero nazionale dell’acciaio, fermando le più grandi aziende del paese. Scioperarono circa quattrocentomila lavoratori delle miniere di carbone, sfidando persino le disposizioni del presidente Woodrow Wilson e le ingiunzioni del tribunale federale.

La pandemia, con le sue decine di milioni di morti, colpì alla fine del conflitto gli strati più poveri della popolazione mondiale. Accentuò in modo indelebile le differenze tra le classi ma non fermò il conflitto tra di esse, anzi forse dette ancora più ossigeno al fuoco rivoluzionario e alla coscienza di classe.
La vita e la morte assumevano coscientemente un valore diverso. Un valore di classe, il motivo valido della stessa lotta di classe. Ne era ben consapevole Antonio Gramsci, che in un polemico articolo su l’Avanti contro la propaganda borghese, il 4 aprile 1919 si esprime così:
«Cosa sono i venti milioni di morti per grippe o febbre spagnola, o peste polmonare, ossia peste di guerra, determinata e propagata e coltivata dalle condizioni create e lasciate dalla guerra? Cosa sono le migliaia e migliaia di creature umane che muoiono quotidianamente di fame, di scorbuto, di assideramento in Romania, in Boemia, in Armenia, in India, per accennare solo a paesi amici dell'Intesa? Cosa sono gli ottanta miliardi di deficit del bilancio Italiano, i centoventi miliardi del bilancio francese, i duemila miliardi di danni determinati dalla guerra? Cosa sono stati i cinquecentomila russi sterminati dal governo zarista nella repressione dei Soviet del 1905? Cosa farebbero i venti milioni di russi che verrebbero sterminati se trionfasse la controrivoluzione dei generali Krasnof, Denikin e Kolciak, gli amici dell'Intesa che fanno impiccare ed esporre per tre giorni un operaio su dieci dei paesi che riescono a riconquistare, gli amici dell'Intesa che spediscono a Pietrogrado vagoni piombati di soldati soviettisti tagliati a pezzettini?».

Anche oggi, in un’altra fase storica, la pandemia di Covid-19 mostra chiaramente la differenza tra le classi e il differente valore morale attribuito alla vita e della morte. Li mostra attraverso le lotte in difesa del diritto alla salute dei lavoratori contro il profitto ad ogni costo, attraverso le lotte per l’accesso alle cure mediche per tutti come diritto inalienabile.
Solo un progetto rivoluzionario per il socialismo può dare valore alla vita contro gli orrori del capitalismo. La barbarie delle sofferenze dei più deboli e delle morti per pandemia ha come unico responsabile il capitalismo. Torneremo nelle strade, nelle fabbriche e nei quartieri a gridarlo con forza. La lotta di classe non si ferma.
Ruggero Rognoni

L'Ottobre e l'Internazionale comunista

Ricordiamo la rivoluzione russa con uno dei principali risultati dell'Ottobre: la nascita della Terza Internazionale, l'Internazionale comunista di Lenin e Trotsky. Lo facciamo attraverso l'appello che nel congresso di fondazione (marzo 1919) ne sancì l'atto di nascita, cioè il Manifesto al proletariato di tutto il mondo, scritto da Trotsky, che costituì una delle risoluzioni finali del congresso. L'esperienza russa, riferimento esplicito nel Manifesto, è inserita magistralmente all'interno di una sintetica ma profonda analisi del quadro mondiale, che da esso traeva forza e che a esso rimandava nelle sue prospettive strategiche saldamente internazionaliste e rivoluzionarie.


Sono passati settantadue anni dacché il partito comunista annunciò al mondo il proprio programma sotto forma di un Manifesto scritto dai massimi maestri della rivoluzione proletaria, Karl Marx e Friedrich Engels. Anche a quel tempo il comunismo, che era appena entrato nell'arena della lotta, fu aggredito con irrisione, menzogne, odio, e persecuzione dalle classi possidenti, che giustamente sentivano in esso il proprio nemico mortale. Nel corso di quei settant'anni il comunismo si sviluppò per vie intricate, periodi di precipitose avanzate alternatisi con periodi di declino; ha conosciuto dei successi, ma anche delle dure sconfitte. Tuttavia il movimento procedette essenzialmente sulla via indicata in anticipo dal Manifesto del partito comunista. L'epoca della lotta finale, decisiva, giunse più tardi di qual che gli apostoli della rivoluzione sociale avevano creduto e sperato. Ma ora è giunta. Noi comunisti, rappresentanti del proletariato rivoluzionario di vari paesi d'Europa, America, e Asia, che ci siamo riuniti nella Mosca sovietica, ci sentiamo e ci riteniamo gli eredi e gli esecutori della causa il cui programma fu annunciato 72 anni fa. È nostro compito generalizzare l'esperienza rivoluzionaria della classe operaia, ripulire il movimento dagli inquinamenti disgregatori dell'opportunismo e del socialpatriottismo, mobilitare le forze di tutti i partiti autenticamente rivoluzionari del proletariato mondiale e così facendo facilitare e accelerare la vittoria della rivoluzione comunista in tutto il mondo.

Oggi, mentre l'Europa è coperta di macerie e rovine fumanti, i più infami incendiari sono occupati a scovare i criminali responsabili della guerra. Dietro di loro stanno i loro cattedratici, membri del parlamento, giornalisti, socialpatrioti, e altri ruffiani politici della borghesia.

Per molti anni il socialismo predisse l'inevitabilità della guerra imperialista, vedendone le cause nella cupidigia insaziabile delle classi possidenti dei due maggiori schieramenti, e, in generale, di tutti i paesi capitalisti. Al congresso di Basilea, due anni prima dello scoppio della guerra, dirigenti socialisti responsabili di tutti i paesi bollarono l'imperialismo come autore dell'imminente conflitto, e minacciarono alla borghesia la rivoluzione socialista come vendetta proletaria per i crimini del militarismo. Oggi, dopo l'esperienza degli ultimi cinque anni, dopo che la storia ha messo a nudo le brame predatorie della Germania, e le azioni non meno criminali dell'Intesa, i socialisti di stato dei paesi dell'Intesa continuano insieme con i propri governi ad accusare il deposto Kaiser tedesco. Per giunta, i socialpatrioti tedeschi che nell'agosto 1914 proclamarono che il libro bianco diplomatico degli Hohenzollern era il più sacro vangelo delle genti, ora, come vili leccapiedi, seguono le orme dei socialisti dell'Intesa e denunciano la monarchia tedesca caduta, che un tempo hanno servito in modo abbietto, come il principale criminale. Sperano così di far dimenticare la loro propria colpa e al tempo stesso di meritare la benevolenza dei vincitori. Ma la luce gettata da avvenimenti rivelatori e da rivelazioni diplomatiche smaschera, fianco a fianco, le vacillanti dinastie Romanov, Hohenzollern e Asburgo, le cricche capitaliste dei loro paesi, le classi dominanti di Francia, Inghilterra e Stati Uniti in tutta la loro sconfinata infamia.

La diplomazia inglese non uscì allo scoperto fin proprio al momento in cui scoppiò la guerra. Il governo dei finanzieri ebbe cura di non rilasciare alcuna dichiarazione esplicita della propria intenzione di entrare in guerra al fianco dell'Intesa per non spaventare il governo di Berlino. A Londra volevano la guerra. Ecco perché si comportarono in modo che Berlino e Vienna contassero sulla neutralità dell'Inghilterra, mentre Parigi e Pietrogrado confidavano fermamente sull'intervento dell'Inghilterra.

Maturata per decenni da tutto il corso degli avvenimenti, la guerra fu scatenata grazie alla provocazione diretta e deliberata della Gran Bretagna. Il governo inglese calcolò di offrire alla Russia e alla Francia quel tanto di appoggio da farle procedere finché, trovandosi queste ai limiti della resistenza, anche il nemico mortale dell'Inghilterra, la Germania, fosse paralizzato. Ma la potenza della macchina militare tedesca si rivelò troppo formidabile e non lasciò all'Inghilterra altra scelta che l'immediato intervento in guerra. Il ruolo di tertius gaudens cui la Gran Bretagna, seguendo un'antica tradizione, aspirava, toccò agli Stati Uniti. Il governo di Washington si rassegnò con la massima facilità al blocco inglese, che limitava unilateralmente la speculazione della Borsa valori americana sul sangue europeo, dato che i paesi dell'intesa compensarono la borghesia americana con pingui profitti per le violazioni della "legge internazionale". Ma la schiacciante superiorità militare della Germania costrinse il governo di Washington ad abbandonare la propria fittizia neutralità. Rispetto all'insieme dell'Europa, gli Stati Uniti assunsero il ruolo che aveva assunto l'Inghilterra rispetto al continente in guerre precedenti e che cercò di assumere nell'ultima guerra, vale, a dire: indebolire un campo aiutando l'altro, intervenire nelle operazioni militari solo quel tanto che basti ad assicurarsi tutti i vantaggi della situazione. Rispetto al livello delle speculazioni americane, la puntata di Wilson non era molto alta, ma fu la puntata definitiva, e gli assicurò il premio.

La guerra ha reso consapevole l'umanità delle contraddizioni del sistema capitalistico che si configurano in sofferenze primordiali, fame e freddo, epidemie, crudeltà morali. Questo ha risolto una volta per tutte la controversia accademica all'interno del movimento socialista a proposito della teoria dell'impoverimento e dell'indebolimento progressivo del capitalismo da parte del socialismo. Per decenni studiosi di statistica e pedanti fautori del superamento delle contraddizioni hanno cercato di scovare in ogni angolo del globo fatti veri o presunti che attestino il maggior benessere di vari grippi e categorie della classe operaia. Si suppose che la teoria dell'impoverimento fosse stata sepolta sotto alle irrisioni sprezzanti con cui la bersagliavano gli eunuchi della professoralità borghese e i mandarini dell'opportunismo socialista. Oggigiorno quest'impoverimento, non più solamente di genere sociale, ma anche fisiologico e biologico, ci si pone di fronte in tutta la sua spaventosa realtà.

La catastrofe della guerra imperialista ha spazzato via ogni conquista delle lotte sindacali e parlamentari. Perché questa guerra fu un prodotto delle tendenze insite nel capitalismo tanto quanto lo furono quegli accordi economici e quei compromessi parlamentari che la guerra seppellì nel sangue e nel fango.

Lo stesso capitale finanziario, che fece precipitare l'umanità nell'abisso della guerra, nel corso della guerra subì mutamenti catastrofici. Il rapporto tra carta moneta e base materiale della produzione è completamente spezzato. Perdendo costantemente importanza come tramite e regolatore della circolazione capitalistica dei beni, la carta moneta è divenuta strumento di requisizione, di ladrocinio, di violenza militare-economica in generale. L'assoluto svilimento della carta moneta rispecchia la mortale crisi generale dello scambio capitalistico dei beni. Nei decenni precedenti la guerra, la libera concorrenza, in quanto regolatrice della produzione e della distribuzione, era già stata sostituita nei campi più importanti della vita economica dal sistema dei trust e dei monopoli; ma durante la guerra il corso degli eventi strappò questo ruolo dalle mani di tali associazioni economiche e lo trasferì direttamente al potere statale militare. La distribuzione delle materie prime, l'utilizzazione del petrolio di Baku o romeno, del carbone del Donetz e del frumento ucraino, la sorte delle locomotive, dei vagoni e delle automobili tedesche, l'approvvigionamento di pane e cibo per l'Europa affamata – tutte queste questioni fondamentali della vita economica del mondo non vengono decise dalla libera concorrenza, né dalle associazioni di trust e consorzi nazionali e internazionali, ma dall'esercizio diretto del potere militare negli interessi della propria prolungala conservazione. Se la assoluta soggezione del potere statale al potere del capitale finanziario condusse l'umanità alla carneficina imperialista, in seguito attraverso questo macello di massa il capitale finanziario ha completamente militarizzato non soltanto lo stato ma anche se stesso, e non è più in grado di adempiere alle proprie funzioni economiche primarie altrimenti che per mezzo del sangue e del ferro.

Gli opportunisti, che prima della guerra fecero appello agli operai perché esercitassero la moderazione nell'interesse della transizione graduale al socialismo, e che durante la guerra richiesero la docilità di classe in nome della pace civile e della difesa nazionale, ora chiedono di nuovo l'abnegazione del proletariato per sormontare le terrificanti conseguenze della guerra. Se le masse operaie dovessero dar retta a questa paternale, lo sviluppo capitalista celebrerebbe la propria restaurazione in forme nuove, più intense e più mostruose, sopra le ossa di molte generazioni, con la prospettiva di una nuova e inevitabile guerra mondiale. Fortunatamente per l'umanità ciò non è più possibile.

Il controllo statale della vita economica, cui il liberalismo capitalista si opponeva tanto strenuamente, è diventato una realtà. Non c'è nessuna possibilità di un ritorno alla libera concorrenza, e neppure alla dominazione di trust, gruppi monopolistici, ed altri mostri economici. C'è soltanto un unico problema: d'ora innanzi chi si incaricherà della produzione nazionalizzata – lo stato imperialista o lo stato del proletariato vittorioso?

In altre parole: tutta l'umanità che lavora duramente diventerà schiava di una cricca mondiale vittoriosa che, sotto il nome di Società delle Nazioni e aiutata da un esercito "internazionale" e da una marina "internazionale", qui deprederà e reprimerà e lì getterà le briciole, ovunque incatenando il proletariato con il solo scopo di mantenere il proprio dominio; oppure la classe operaia d'Europa e dei paesi avanzati di altre parti del mondo prenderà in mano essa stessa l'economia disgregata e distrutta per assicurarne la ricostruzione su basi socialiste?

È possibile abbreviare l'attuale epoca di crisi soltanto per mezzo della dittatura del proletariato, che non guarda al passato, che non tiene in considerazione né privilegi ereditari né diritti di proprietà, ma che prende come punto di partenza la necessità di salvare le masse affamate e mobilita a tal fine tutte le forze e le risorse, introduce l'obbligo universale del lavoro, stabilisce il regime della disciplina operaia, non soltanto al fine di risanare nel corso di qualche anno le ferite aperte dalla guerra ma anche al fine di sollevare l'umanità ad altezze nuove e inimmaginate.

Lo stato nazionale, che impartì un possente impulso allo sviluppo capitalistico, é diventato troppo angusto per l'ulteriore sviluppo delle forze produttive. Questo rende ancor più insostenibile la posizione dei piccoli stati circondati dalle maggiori potenze d' Europa e d'altri continenti. Questi piccoli stati, che sorsero a seconda delle volte come frammenti ricavati da altri più grandi, come spiccioli in pagamento di svariati servizi resi o come cuscinetti strategici, hanno dinastie loro proprie, cricche dominanti proprie, pretese imperialistiche proprie, propri intrighi diplomatici. La loro illusoria indipendenza poggiava, prima della guerra, sulle stesse basi su cui poggiava l'equilibrio di potere europeo - l'antagonismo ininterrotto tra i due campi imperialisti. La guerra ha disgregato quest'equilibrio. Dando un'enorme preponderanza alla Germania nelle prime fasi, la guerra costrinse i piccoli stati a cercare salvezza nella magnanimità del militarismo tedesco. Quando la Germania fu sconfitta, la borghesia dei piccoli stati, insieme ai loro "socialisti" patriottici, si accostò agli imperialismi alleati vittoriosi e incominciò a cercare garanzie per il mantenimento della propria esistenza indipendente nelle clausole ipocrite del programma wilsoniano. Nello stesso tempo il numero dei piccoli stati aumentò; dalla monarchia austroungarica, da parti dell'antico impero zarista, sono state ricavate nuove entità statali, che non appena nate balzarono l'una alla gola dell'altra per la questione delle frontiere di stato. Intanto gli imperialisti alleati stanno componendo alleanze di piccole potenze, sia vecchie sia nuove, ad essi legate con la garanzia della loro mutua inimicizia e comune impotenza.

Mentre opprimono e coartano i popoli piccoli e deboli, con ampi ceti intermedi tanto nelle campagne quanto nelle città sono ostacolati dal capitalismo, e sono in ritardo nel proprio sviluppo storico. Al contadino del Baden e della Baviera che non è ancora capace di vedere al di là del campanile della chiesa dei paese, al piccolo produttore di vino francese che viene rovinato dai capitalisti che operano su vasta scala e che adulterano il vino, e al piccolo coltivatore americano derubato e truffato dai banchieri e dai membri del Congresso - a tutti questi ceti sociali, spinti dal capitalismo fuori della corrente principale dello sviluppo, apparentemente si fa appello, in regime di democrazia politica, per dirigere lo stato. Ma in realtà, in tutte le questioni importanti che determinano i destini dei popoli, l'oligarchia finanziaria decide alle spalle della democrazia parlamentare. Ciò fu soprattutto vero per quel che riguardava la guerra; è vero ora per quel che riguarda la pace.

Quando l'oligarchia finanziaria ritiene opportuno avere una copertura parlamentare per i propri atti di violenza, lo stato borghese ha a propria disposizione a questo scopo molteplici strumenti ereditati da secoli di dominio di classe e moltiplicati da tutti i miracoli della tecnologia capitalista - menzogne, demagogia, irrisione, calunnia, corruzione, e terrore.

Esigere dal proletariato che, come un mite agnello, ottemperi alle prescrizioni della democrazia borghese nella lotta finale, per la vita o per la morte, con il capitalismo, è come chiedere ad un uomo che lotta per la propria vita contro dei tagliagole di osservare le regole artefatte e restrittive della lotta francese, redatte ma non osservate dai suoi avversari.

In questo regno della distruzione, dove non soltanto i mezzi di produzione e di scambio ma anche le istituzioni della democrazia politica giacciono sotto rovine insanguinate, il proletariato deve creare il suo proprio apparato, destinato in primo luogo a collegare la classe operaia e ad assicurare la possibilità di un intervento rivoluzionario nello sviluppo futuro dell'umanità. Questo apparato è il soviet degli operai. I vecchi partiti, i vecchi sindacati, hanno dimostrato nelle persone dei propri dirigenti di essere incapaci di condurre a buon fine, persino di comprendere, i compiti indicati dalla nuova epoca. Il proletariato ha creato un nuovo tipo di apparato, che abbraccia l'intera classe operaia indipendentemente dall'occupazione specifica e dalla maturità politica, un apparato flessibile capace di rinnovamento e di estensione continui, capace di attirare nella propria orbita ceti sempre più vasti, aprendo le porte ai lavoratori della città e della campagna che siano vicini al proletariato. Questa organizzazione insostituibile dell'autogoverno della classe operaia, della sua lotta, e poi della sua conquista del potere statale, è stata collaudata nell'esperienza di vari paesi e rappresenta la conquista maggiore e l'arma più potente del proletariato del nostro tempo.

In tutti i paesi in cui le masse si sono risvegliate alla coscienza, continueranno a costituirsi i soviet dei delegati degli operai, soldati, e contadini. Rafforzare i soviet, accrescerne l'autorità, erigerli in contrapposizione all'apparato statale della borghesia - questo è oggi il compito più importante dei lavoratori leali e dotati di coscienza di classe di tutti i paesi. Per mezzo dei soviet la classe operaia può salvarsi dalla disgregazione introdotta nel suo seno dalle orribili sofferenze della guerra e della fame, dalla violenza delle classi possidenti e dal tradimento dei suoi vecchi dirigenti. Per mezzo dei soviet la classe operaia sarà in grado di arrivare con maggiore sicurezza e facilità al potere in tutti quei paesi in cui i soviet sono in grado di raccogliere la maggioranza dei lavoratori. Per mezzo dei soviet la classe operaia, una volta conquistato il potere, dirigerà tutte le sfere della vita economica e culturale, com'è attualmente il caso della Russia.

Il crollo dello stato imperialista, da quello zarista a quello più democratico, va di pari passo col crollo del sistema militare imperialista. Gli eserciti innumerevoli mobilitati dall'imperialismo potevano reggersi soltanto finché il proletariato fosse rimasto obbedientemente sotto il giogo della borghesia. Lo sfacelo dell'unità nazionale significa anche uno sfacelo inevitabile dell'esercito. Questo è quanto accadde prima in Russia, poi in Austria-Ungheria e in Gerso di tutti gli strumenti a propria disposizione per paralizzare l'energia del proletariato, prolungare la crisi, e rendere così anche maggiori le calamità dell'Europa. La lotta contro il centro socialista è la premessa indispensabile per la lotta vittoriosa contro l'imperialismo.

Nel respingere la pavidità, le menzogne e la corruzione degli antiquati partiti socialisti-ufficiali, noi comunisti, uniti nella terza Internazionale, riteniamo di continuare in successione diretta gli sforzi eroici e il martirio di una lunga serie di generazioni rivoluzionarie da Babeuf a Karl Liebknecht a Rosa Luxemburg.

Se la prima Internazionale previde il futuro corso degli eventi e indicò le vie che esso avrebbe seguito, se la seconda Internazionale raccolse e organizzò milioni di proletari, la terza Internazionale, dal canto suo, è l'Internazionale della aperta lotta di massa, l'Internazionale della realizzazione rivoluzionaria, l'Internazionale dell'azione.

L'ordine mondiale borghese è stato fustigato a sufficienza dalla critica socialista. Il compito del Partito comunista internazionale consiste nel rovesciare quell'ordine e nell'erigere al suo posto l'edificio dell'ordine socialista.

Noi facciamo appello ai lavoratori e alle lavoratrici di tutti i paesi perché si uniscano sotto la bandiera comunista sotto cui sono già state ottenute le prime grandi vittorie.

Proletari di tutti i paesi! Nella battaglia contro la ferocia imperialista, contro la monarchia, contro le classi privilegiate, contro lo stato borghese e la proprietà borghese, contro tutti i generi e le forme di oppressione sociale e nazionale: Unitevi!

Sotto la bandiera dei soviet degli operai, sotto la bandiera della lotta rivoluzionaria per il potere e la dittatura del proletariato, sotto la bandiera della terza Internazionale - proletari di tutti i pesi, unitevi!

6 marzo 1919

Cento anni dai giorni che sconvolsero il mondo


Ciclo di conferenze nazionali del Partito Comunista dei Lavoratori sulla storia e attualità della Rivoluzione russa

Cento anni dopo la Rivoluzione d'ottobre, il capitalismo attraversa la crisi più profonda degli ultimi decenni. Il crollo dell'URSS e la restaurazione capitalistica in Cina non hanno prodotto un rilancio storico del capitalismo, ma una nuova contesa per l'egemonia mondiale tra vecchi e nuovi imperialismi. Parallelamente, il vecchio compromesso sociale tra capitale e lavoro, sospinto nel dopo guerra dall'esistenza dell'URSS, lascia il posto ad una profonda regressione di conquiste e diritti della classe lavoratrice. L'Europa è al centro di questa regressione storica. Come un secolo fa, la crisi combinata del capitalismo e del riformismo ripropone la prospettiva della rivoluzione socialista quale unica soluzione progressiva della crisi dell'umanità.

Nel cuore dell'Europa, Syriza e Podemos configurano una nuova illusione riformistica proprio nel momento storico in cui essa è priva di una base materiale. Tutta la loro esperienza è e sarà la documentazione viva di questa illusione. Ogni eventuale simulazione di quel “modello”, non farebbe che riproporne le insuperabili contraddizioni.

La ricostruzione di una sinistra rivoluzionaria non può essere un'improvvisazione. Richiede un bilancio di verità del movimento operaio del '900, a partire dalla pagina tragica dello stalinismo. La riattualizzazione delle concezioni di Lenin, Trotsky, Rosa Luxemburg e Gramsci è parte insostituibile del recupero del nostro patrimonio, così come un secolo fa il recupero e il rinnovamento del programma di Marx fu alla base della nascita della Terza Internazionale e dello stesso successo della Rivoluzione d'ottobre.


Le conferenze nazionali del PCL sulla Rivoluzione russa si terranno a:

- Milano: Sabato 4 novembre 2017 alle ore 15:00 - Sala CAM "Falcone e Borsellino", Corso Garibaldi 27 (M2 Lanza)

- Firenze: Domenica 5 novembre 2017 alle ore 15:00 - Casa del Popolo "Il Progresso", Via Vittorio Emanuele 135

- Reggio Calabria: Sabato 11 novembre 2017 alle ore 16:30 - Sala Fondazione Lucianum, Via Monsignore De Lorenzo 30
Partito Comunista dei Lavoratori