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I palestinesi non si faranno né intimidire né comprare

La cosiddetta “soluzione per la Palestina” cucinata da Trump e Netanyahu è una provocazione per i palestinesi e la nazione araba. L'occupazione israeliana della Cisgiordania si trasforma in annessione diretta. Legittimazione definitiva degli insediamenti coloniali. Gerusalemme capitale d'Israele. Una entità palestinese senza controllo dei propri confini, senza esercito proprio, senza continuità territoriale. In conclusione un bantustan, una riserva coloniale sotto il tallone della potenza sionista. Altro che “Stato palestinese”!

L'imperialismo USA chiude così il lungo tragitto dei famosi accordi di Oslo del 1993 siglati da Clinton e Arafat. La promessa era quella di un futuro Stato palestinese nei territori di Gaza e Cisgiordania. Ad Arafat si concedeva l'amministrazione “autonoma” dei territori nella prospettiva di una futura indipendenza. Nei fatti la direzione di Al Fatah pattuiva con Israele la propria funzione di polizia nei territori occupati, in cambio di laute prebende. Tutta la sinistra internazionale applaudì all'epoca all'“accordo di pace”, incluso il neonato PRC. La parola d'ordine “due popoli due Stati” venne celebrata negli ambienti riformisti di tutto il mondo come la soluzione democratica finalmente scoperta per la Palestina; una soluzione che le stesse diplomazie imperialiste hanno a lungo recitato come un mantra.

In realtà quella promessa era semplicemente una truffa, come tale denunciata dalla sinistra palestinese e a maggior ragione dai marxisti rivoluzionari. Come potevano due minuscoli territori accerchiati da Israele rappresentare il luogo dell'autodeterminazione palestinese? Il diritto dei palestinesi a ritornare nella terra da cui furono cacciati era la prima vittima degli accordi di Oslo. La degenerazione di Al Fatah e del suo gruppo dirigente, sospinta dalla corruzione dilagante e dalla collaborazione con le forze di occupazione, fu il suo inevitabile risvolto. Hamas e il panislamismo reazionario capitalizzarono a Gaza la deriva di Al Fatah in Cisgiordania.

Ora Trump e Netanyahu forniscono agli accordi di Oslo la loro concreta traduzione politica. “Due popoli due Stati” diventano una enclave palestinese sotto la dominazione di Israele, una dominazione militare, politica, territoriale, accompagnata da una pioggia di miliardi per chi volesse vendersi. Una prigione a cielo aperto e senza vie d'uscita, benedetta dalle monarchie del Golfo. Un ultimatum provocatorio per le stesse direzioni palestinesi, alle quali si chiede semplicemente una resa definitiva e umiliante agli occhi del loro stesso popolo.

Trump e Netanyahu esibiscono la propria “soluzione” anche a fini di politica interna. Trump, oggetto di impeachment, punta alla propria rielezione a novembre. Netanyahu, sotto processo per corruzione, deve affrontare la terza competizione elettorale nel solo ultimo anno. La cancellazione della questione palestinese è solo merce di scambio nei loro calcoli cinici. Hanno scelto non a caso, per fare l'annuncio, il giorno internazionale della memoria della Shoah, per fornire al colonialismo sionista la maschera di un popolo oppresso. Come se il terribile sterminio degli ebrei da parte del mostro nazista potesse legittimare l'oppressione dei palestinesi. Come se l'ebraismo potesse essere arruolato nel sionismo.

Ma la questione palestinese non si farà cancellare da Trump. Nessuna oppressione nazionale può essere cancellata sulla carta nel momento stesso in cui è riproposta in tutta la sua brutalità materiale. Il popolo palestinese ha dimostrato nella propria storia l'eroismo di cui è capace un popolo oppresso. Non si farà né intimidire né comprare. Ma certo la provocazione dell'imperialismo e del sionismo sottrae ogni spazio alle illusioni. Il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese non troverà un proprio spazio all'ombra dello Stato di Israele, né ora né mai. Uno Stato che si regge sulla negazione del diritto al ritorno, sui privilegi confessionali, sulla potenza militare, sulla discriminazione della sua stessa minoranza araba, è incompatibile coi diritti dei palestinesi. Solo la dissoluzione dello Stato d'Israele può consentire il diritto al ritorno. Solo una sollevazione rivoluzionaria della popolazione palestinese ed araba, combinandosi con la migliore opposizione ebraica al sionismo, può dissolvere lo Stato d'Israele, aprendo la via all'unica possibile soluzione storicamente progressiva: quella di uno Stato nazionale palestinese, laico, democratico, socialista, rispettoso dei diritti nazionali della minoranza ebraica, dentro una federazione socialista della nazione araba e del Medio Oriente.

È una prospettiva terribilmente difficile, ma è l'unica reale. Ogni altra soluzione, negoziata con l'imperialismo e col sionismo, può essere solo un inganno. E dunque fonte di nuove tragedie e sofferenze.

Peraltro in larga parte del Medio Oriente e della nazione araba si è levato da tempo un vento nuovo. Le ribellioni democratiche e di massa di dieci anni fa in Tunisia, in Egitto, in Siria si sono risolte in drammatici rovesci, per responsabilità delle loro direzioni liberali e dell'imperialismo. Ma la rivoluzione ha rialzato la testa in Algeria, in Sudan, in Iraq, in Libano, mentre in Iran un nuovo movimento sfida l'oppressione del regime. Ovunque la giovane generazione si ribella alle divisioni confessionali, al dispotismo di regimi teocratici, alla presenza di forze di occupazione. Le ragioni del popolo palestinese possono dunque trovare nuove energie nelle masse oppresse della regione. Ma è necessaria una nuova direzione, all'altezza di un vero progetto di liberazione: una direzione rivoluzionaria e socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

No al terrorismo imperialista USA!

L'attacco militare ordinato da Trump in Iraq contro l'élite dirigente delle forze militari iraniane è un atto squisitamente terroristico. Esprime l'arroganza della principale potenza imperialista del pianeta, che rivendica il diritto di fare ogni cosa nel mondo che risponda ai superiori interessi americani, fuori persino da qualsiasi concertazione preventiva con le potenze imperialiste alleate o avversarie. "America first" di Donald Trump significa questo: il ritorno in grande stile della politica di potenza degli USA.

L'azione terroristica degli USA si colloca in un contesto preciso della vicenda mediorientale. Da dieci anni la nazione araba e il Medio Oriente vivono un riassetto generale di equilibri e relazioni. L'imperialismo USA ha subìto, più che dirigere, i processi politici della regione. La disfatta politica delle avventure imperialiste in Iraq e in Afghanistan, unita alla grande crisi capitalistica e alla nuova polarizzazione del confronto mondiale tra USA e Cina, ha impedito agli USA di disporre di proprie significative forze militari nella lunga guerra di Siria contro l'ISIS. Di ciò si è avvantaggiata la Russia di Putin, che punta a ricostruire in Medio Oriente l'area di influenza della vecchia URSS, ma anche due potenze regionali chiave della regione, la Turchia di Erdogan e l'Iran di Khamenei. Erdogan si allarga in Siria, massacrando i curdi col lasciapassare americano (e russo), ma anche in Libia, offrendosi come scudo militare di al-Sarraj. Il regime teocratico di Teheran punta a consolidare l'asse sciita nella regione e a incassare sul piano politico il ruolo militare giocato in Siria e in Iraq.
L'amministrazione americana punta ora a riequilibrare i rapporti di forza nella regione. Lo fa ricomponendo l'asse di ferro coi propri alleati di sempre, lo Stato sionista e l'Arabia Saudita, entrambi nemici mortali dell'Iran. La disdetta dell'accordo nucleare con l'Iran, la ripresa delle sanzioni contro Teheran, puntano al cuore della potenza economica e militare iraniana, a vantaggio dei sauditi e di Israele. L'atto terroristico compiuto è in linea con questa impostazione.

L'Iraq è più che mai teatro diretto della contesa tra USA e Iran. Paradossalmente fu la maldestra aggressione imperialista all'Iraq, con il rovesciamento di Saddam Hussein, senza disporre di una soluzione politica di ricambio ed umiliando la minoranza sunnita, a spingere l'Iraq nelle mani della potenza iraniana e di un governo controllato dall'Iran. Ora l'imperialismo USA punta a scalzare l'Iran dall'Iraq. Lo fa nel momento di massimo indebolimento politico della presenza iraniana in Iraq, oggetto di una grande rivolta popolare di massa contro il governo iracheno filoiraniano che ha costretto alle dimissioni il governo Mahdi lasciando 400 morti nelle piazze. Lo fa nel momento di crisi politica dell'influenza iraniana in Libano, dove una grande rivolta di massa ha messo in discussione i vecchi equilibri confessionali. Lo fa nel momento in cui il regime oppressivo iraniano si vede contestato nello stesso Iran dalla più ampia mobilitazione popolare dal 2009.

“Rivolte orchestrate dagli USA e da Israele”, come recitano le veline iraniane, e purtroppo a rimorchio tanti campisti di casa nostra? Nulla di più falso. Sono rivolte popolari di massa innescate dalla miseria, dalla disperazione, dalla volontà di ribellione della giovane generazione contro regimi oppressivi. Gli USA non hanno speso una parola per i 400 giovani e lavoratori assassinati in Iraq dal regime filoiraniano. Ed oggi paradossalmente proprio la drammatizzazione militare dello scontro con l'Iran da parte degli USA potrebbe semmai indebolire la dinamica di massa, consentendo al regime iraniano e ai suoi alleati di capitalizzare il sacrosanto sdegno antiamericano e di recuperare in parte il consenso perduto. Ancora una volta l'imperialismo USA si conferma da ogni punto di vista il principale nemico di ogni rivoluzione progressiva, come fu peraltro a fronte delle rivoluzioni arabe in Egitto, Libia, Siria, quando l'imperialismo, a partire dagli USA, usò tutte le leve politiche e militari di cui disponeva per spezzare le potenzialità delle sollevazioni di massa e dirottarle verso la disfatta e la controrivoluzione.

Il regime iraniano è un regime reazionario e sanguinario che opprime la classe lavoratrice, le nega le libertà sindacali, reprime e tortura chi si ribella. Ma solo i lavoratori e le lavoratrici di Iran possono chiamare il regime sul banco degli imputati costruendo una propria alternativa. Non certo il terrorismo degli USA, il principale gendarme imperialista del mondo.


No al terrorismo imperialista degli USA!
Via le truppe USA dall'Iraq!
Via l'imperialismo e il sionismo dalla nazione araba e dal Medio Oriente!

Pieno sostegno alle rivolte popolari in Iraq e in Iran contro regimi sanguinari oppressivi!
Pieno diritto d autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dai palestinesi e dai curdi!
Per una federazione socialista del Medio Oriente!
Partito Comunista dei Lavoratori