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Brasile. Trump-Lula, tappeto rosso per la consegna delle “terre rare”

 


Verónica O’Kelly

«Ho appena concluso il mio incontro con Luiz Inácio Lula da Silva, il dinamico presidente del Brasile», ha scritto Donald Trump sui suoi account social poco dopo l’incontro, durante il quale ha riservato al presidente brasiliano un’accoglienza calorosa. Lula, dal canto suo, ha risposto con entusiasmo: «Il nostro rapporto è ottimo. Direi un rapporto che pochi credevano potesse nascere in così poco tempo».

E si è spinto oltre. Ha affermato che il rapporto tra loro sembrava essere stato «amore a prima vista», «una certa chimica», e ha espresso la speranza che questo legame possa continuare sotto qualsiasi governo brasiliano. Le sue dichiarazioni non potrebbero essere più simboliche. In un momento di crisi internazionale, con l’ascesa dell’estrema destra e un imperialismo in escalation, Lula sceglie di celebrare il suo riavvicinamento con Trump.

Ma non si trattava solo di parole. L’incontro era direttamente collegato agli interessi economici e strategici dell’imperialismo statunitense in merito alle risorse naturali brasiliane, in particolare alle cosiddette “terre rare”. Lula ha affermato che il Brasile deve «condividere con chiunque voglia investire» e ha invitato le compagnie straniere a partecipare all’estrazione e allo sfruttamento di queste risorse, citando i nuovi regolamenti approvati dal Congresso.

Stiamo parlando di una legge disastrosa che consolida il modello estrattivo, dipendente e subordinato al capitale internazionale. Questa politica mette a repentaglio risorse comuni strategiche, amplifica la distruzione ambientale, minaccia territori e popolazioni e rafforza un modello economico basato sull’esportazione di risorse naturali, mentre la maggior parte della popolazione attiva continua a vivere nella disoccupazione, nel lavoro precario, nell’inflazione e nei bassi salari. Non c’è nulla di “sviluppo sovrano” nel cedere minerali strategici alle grandi potenze e alle multinazionali.

SECONDO LULA, LE “PIÙ GRANDI DEMOCRAZIE” DEL CONTINENTE SONO UN ESEMPIO PER IL MONDO

Allo stesso tempo, Lula ha elogiato la “democrazia” degli Stati Uniti. La stessa democrazia imperialista responsabile di invasioni, guerre, embarghi economici e continui attacchi ai popoli del mondo. La stessa democrazia che sostiene politicamente, militarmente ed economicamente lo Stato sionista di Israele nel genocidio televisivo del popolo palestinese a Gaza, nell’apartheid e nella pulizia etnica in Cisgiordania.

Le dichiarazioni di Lula risultano ancor più oltraggiose alla luce del rapimento del compagno Thiago Ávila, che era detenuto in un atto di pirateria promosso da Israele nel Mediterraneo mentre partecipava a una missione umanitaria di solidarietà con il popolo palestinese, portando acqua, cibo e medicine alla popolazione colpita dalla fame e dalla distruzione a Gaza.

È inaccettabile che, mentre Trump minaccia i popoli del mondo intero, rafforza le politiche belliche e promuove attacchi contro le libertà democratiche e i diritti sociali, Lula venga accolto con onori e lasci l’incontro celebrando una sorta di “fidanzamento” politico con il principale rappresentante dell’offensiva imperialista e reazionaria internazionale.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari non possono restare a guardare. È necessario difendere l’indipendenza di classe, la sovranità dei popoli e la lotta internazionalista contro ogni forma di dominio imperialista. Siamo al fianco dei popoli palestinese, libanese, iraniano, venezuelano, cubano e ucraino contro ogni aggressione imperialista, per l’autodeterminazione dei popoli e per una soluzione socialista e rivoluzionaria alla barbarie capitalista.

Gran Bretagna. Giù le mani da Palestine Action!


 Nel quadro di una grave intensificazione della repressione imperialista, lo Stato britannico ha messo al bando l'organizzazione Palestine Action ai sensi del Terrorism Act. Questa misura, sostenuta dai guerrafondai sia laburisti che conservatori, segna un inasprimento qualitativo della guerra della borghesia contro il dissenso. Deve essere osteggiata incondizionatamente da ogni lavoratore cosciente, da ogni comunista e da ogni oppositore dell'imperialismo britannico.


Il crimine di Palestine Action? Azioni dirette contro i trafficanti d'armi britannici, in particolare Elbit Systems, il produttore di armi israeliano complice del massacro dei palestinesi. Prendendo di mira le fabbriche Elbit, le basi della Royal Air Force e le aziende complici del terrore sionista, Palestine Action ha smascherato la macchina insanguinata dell'imperialismo britannico e il suo sostegno allo Stato sionista genocida. Per questo sono stati bollati come “terroristi”, mentre i veri terroristi siedono in Parlamento, indossano uniformi e sganciano bombe.

Siamo chiari: non si tratta di “violenza”. Si tratta dello Stato capitalista che difende il suo sacro diritto di trarre profitto dal massacro imperialista. Come insegnava Lenin, lo Stato borghese non è altro che “un corpo speciale di uomini armati” finalizzato alla repressione della classe operaia. Questo divieto dimostra ancora una volta che la classe dirigente britannica non si fermerà davanti a nulla per mettere a tacere la resistenza ai suoi crimini imperialisti.

Più di 500 persone sono già state arrestate, tra cui pensionati e manifestanti disabili, per il “reato” di aver esposto cartelli o indossato i distintivi del gruppo. La legge prevede fino a 14 anni di carcere per chiunque sia semplicemente ritenuto “sostenitore” del gruppo. Questo è il volto della democrazia capitalista: un sorriso ai ricchi, le manganellate per tutti gli altri.

I riformisti e le ONG progressiste si lamentano della “libertà di parola” e delle “libertà civili”, ma non offrono alcun programma per combattere la repressione statale. La risposta non sta nei tribunali o nelle petizioni, ma nella lotta di classe di massa. La classe lavoratrice britannica deve rompere con il Partito Laburista filoimperialista e costruire un nuovo partito dei lavoratori armato di un programma anticapitalista per guidare la lotta contro il capitalismo, l'imperialismo e il sionismo.

Rivendichiamo:

- No alla messa al bando di Palestine Action!
- Ritiro di tutte le accuse contro i manifestanti: libertà per tutti i prigionieri politici!
- Un'azione dei lavoratori per boicottare e punire tutti gli scambi e le relazioni con lo Stato sionista!
- Truppe e armi britanniche fuori dal Medio Oriente. Distruggiamo l'imperialismo con la rivoluzione operaia!

Solo la rivoluzione socialista può portare giustizia agli oppressi e porre fine allo spargimento di sangue imperialista. La vittoria della Palestina non richiede proteste liberali, ma la sconfitta dell'imperialismo britannico in patria e all'estero attraverso la rivoluzione socialista internazionale!

KD Tait

LA BUONA CONDOTTA DELLE/DEGLI STUDENT3 CHE OCCUPANO

 









Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà e vicinanza alle/agli student3 che stanno occupando diverse scuole medie superiori di Bologna.

Le/gli student3 sono oggetto da parte degli organi amministrativi delle scuole di una vera campagna fatta di minacce, denunce e provvedimenti sia amministrativi che sul voto di condotta con la conseguenza del rischio di perdita dell’anno scolastico o l’impossibilità di accedere all’esame di maturità.

È la scuola del ministro Valditara con la sua riforma, quella delle scuole efficienti e competitive nel formare menti obbedienti e di “buona condotta”. Quelle stesse regole a cui tutti i governi che si sono succeduti, di ogni colore politico, sono venuti meno quando hanno messo a repentaglio il diritto allo studio mediante tagli e disinvestimenti nella scuola con la conseguenza di un fortissimo abbandono scolastico.

Invece l3 student3 che scioperano e occupano non solo dimostrano di avere a cuore la scuola ma anche di “fare scuola”. Infatti, stanno dando una dimostrazione di critica e resistenza ossia proprio quello che la scuola dovrebbe insegnare.

Essi stanno costituendo un presidio resistente contro la riforma della scuola del ministro Valditara e le sue misure repressive (condotta>) e reazionarie (studio della Bibbia), contro il progetto autoritario e poliziesco del governo contenuto nel DDL ex1660, il Decreto sicurezza, che reprime le lotte sociali e solletica la parte più retriva della popolazione e delle forze dell’ordine, contro il progetto del cosiddetto “riarmo” europeo, ossia il massiccio aumento delle spese militari a danno dello stato sociale (sanità, scuola ecc.…) ed infine contro la complicità di governo, istituzioni ed enti, tra cui le università cono lo stato sionista responsabile dell’occupazione della Palestina, del genocidio di Gaza e della pulizia etnica sia a Gaza che in Cisgiordania.

Una condotta esemplare e di cui il sistema scolastico dovrebbe essere orgoglioso.

Le/gli student3non possono essere lasciat3 sol3. Occorre innanzitutto riunire intorno a loro tutte le realtà che si stanno battendo per le loro stesse ragioni. Questo però non è sufficiente. Occorre costruire in fronte unico di massa che unisca lavoratrici/ori, student3e tutti i settori oppressi della società a cominciare dal movimento delle donne, su una piattaforma anticapitalista. Solo questa grande forza che si basa sulle organizzazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, delle studentesse e degli studenti e tutti gli altri settori sociali, puo cambiare i rapporti di forza tra le classi, aprire il varco ad una stagione nuova potenzialmente in grado di condurre ad un’alternativa di società.

Beninteso, nessun governo, di qualsiasi colore politico, fosse pure di “sinistra” può garantire le conquiste sociali e civili che si potrebbero raggiungere in questo modo. Solo un governo di tipo nuovo perché basato sulle organizzazioni di massa e non pencolante nel putrido sistema politico borghese potrebbe assicurare la difesa di queste conquiste: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


Meloni d'Arabia

 


L'imperialismo italiano in manovra

L'imperialismo italiano è in manovra. Il recente viaggio a Riad di Giorgia Meloni può essere visto da angolazioni diverse, ma complementari.
Un aspetto riguarda le relazioni italiane con l'imperialismo USA, e in particolare con la sua nuova amministrazione. Dopo il crollo del regime di Assad, la sostanziale sconfitta di Hezbollah in Libano, il netto ridimensionamento del peso dell'Iran in Medio Oriente, Donald Trump punta a rilanciare gli accordi di Abramo tra lo stato sionista e le potenze del Golfo. Lo fa nel suo proprio interesse. Per concentrare le forze contro l'imperialismo cinese sui mari del Pacifico, Trump ha bisogno di lasciarsi alle spalle un equilibrio stabile in Medio Oriente, naturalmente sulla pelle dei palestinesi. Il coinvolgimento dell'Arabia Saudita è fondamentale per l'operazione. L'Italia si candida al ruolo di mediatrice attiva del progetto, anche al fine di lustrare la propria credibilità presso gli USA.

Ma chi vede solamente questo aspetto rimuove l'altra faccia della medaglia. L'Italia non è a Riad “per conto degli USA”, ma innanzitutto per il proprio interesse imperialista. I paesi del Consiglio del Golfo (Arabia Saudita, Barhein, Emirati, Kuwait, Qatar e Oman) hanno sviluppato una forte proiezione in Africa: tra il 2012 e il 2022 una massa di investimenti pari a 100 miliardi di dollari, prevalentemente nel settore minerario e in infrastrutture (porti, scali aereo portuali, ferrovie): la sola Arabia Saudita annuncia programmi di investimento di 41 miliardi nel prossimo decennio. L'Italia vede nell'Africa la propria proiezione naturale, secondo la dottrina del “Mediterraneo allargato” (...molto allargato), a scapito dell'area di influenza francese, ormai in declino. Da qui l'idea di una “partnership strategica” tra Roma e Riad. Una convergenza di interessi.

Due degli accordi siglati da Meloni in Arabia Saudita riguardano l'intesa tra l'italiana SACE, il gruppo energetico saudita ACWA Power, e la Banca Araba per lo Sviluppo Economico in Africa. La SACE (grande gruppo assicurativo, partecipato dal Tesoro) offre copertura agli investimenti congiunti, e ottiene in cambio laute contropartite per le imprese italiane. Non solo in Africa ma anche nella regione araba. Leonardo offre ai sauditi nuovi sistemi di combattimento aereo e l'ingresso nel progetto di caccia militare d'avanguardia condiviso con Gran Bretagna e Giappone. Fincantieri, già impegnata a costruire la flotta militare del Qatar, entra nel business dei servizi logistici per navi militari saudite. Snam incassa l'accordo per trasportare in Europa idrogeno verde, di cui Riad è il principale produttore mondiale. Pirelli – già partecipata dal Fondo sovrano saudita – ottiene l'apertura di nuovi stabilimenti nel paese..

Il volume d'affari si estende all'esportazione italiana in fatto di macchinari, apparecchiature elettriche, prodotti alimentari, articoli di moda, coinvolgendo più di venti grandi imprese tricolori, mentre calano del 31% le importazioni italiane da Riad.
Un accordo vantaggioso per Roma, stimato in più di 10 miliardi di euro. La IV edizione dell'Arab Italian Business Forum organizzato a Roma dalla Camera di Commercio Italo-Araba plaude entusiasta all'intesa. Con un risvolto importante nella UE: il governo Meloni vuole presentarsi a Bruxelles come avamposto obbligato delle relazioni europee con i paesi arabi e col continente africano. Anche qui scavalcando la Francia.

Il cosiddetto Piano Mattei non è solo propaganda. Nella nuova giungla delle contese imperialiste, l'imperialismo italiano ricerca il proprio posto al sole. Con grandi difficoltà, ma anche una determinazione nuova. In ogni caso, col pieno appoggio del grande capitale di casa nostra.

Certo la disinvoltura non manca alla Presidente del Consiglio: per anni aveva denunciato, dall'opposizione (non senza retorica islamofoba) quel Bin Salman con cui oggi negozia. Ma la contestazione di incoerenza rivolta a Meloni da parte del centrosinistra fa sorridere gli uomini d'affari. Tutti i governi italiani, tutti i partiti borghesi, hanno trafficato negli anni col Regno sanguinario e misogino di Riad .Tutti hanno votato a favore della spedizione navale in Golfo Persico, al fianco di Israele e contro gli houthi. Tutti hanno armato lo stato sionista e coperto la sua barbarie in Palestina. Meloni si muove nel solco tracciato, con una marcia in più. “Io porto risultati”, ha replicato. I capitalisti italiani ringraziano.

Partito Comunista dei Lavoratori

AGGIORNAMENTI DALLA PALESTINA

 


Serata a cura del Partito Comunista dei Lavoratori,
sez. Romagna

24 gennaio ore 21.00
presso il circolo Karl Marx, via Via G. Matteotti, 23 – Forlì




Nessuno stato sionista in Palestina. Stop all’invasione del Libano. Fuori gli Stati Uniti dal Medio Oriente! Per una Palestina unica, democratica, laica e socialista!

Il 7 ottobre segna un anno da quando Hamas ha invaso le difese di confine nel sud di Israele, attaccato obiettivi militari, preso ostaggi – per lo più civili – ed è tornato alle sue basi. L’operazione ha colto Israele di sorpresa, ha distrutto il mito della sua invulnerabilità e ha paralizzato il processo di “normalizzazione” delle sue relazioni con gli Stati arabi complici sponsorizzati dall’imperialismo statunitense. Il dolore per la morte e il maltrattamento di civili inermi non può nascondere il fatto che la parte essenziale responsabile della violenza è lo Stato sionista e colonialista, che ha commesso pulizia etnica e genocidio contro il popolo palestinese dalla fine della prima guerra mondiale, nel 1918, sotto la protezione dell’imperialismo britannico, con un salto drammatico quando lo Stato israeliano è stato fondato nel 1948, 76 anni fa.

 Durante l’ultimo anno, gli attacchi e le operazioni armate di Israele hanno raggiunto anche la Siria, lo Yemen e l’Iran, sempre con il sostegno economico, politico e militare degli Stati Uniti, dell’imperialismo occidentale e dei loro governi. Israele ha anche la complicità esplicita o implicita dei nuovi imperialismi di Russia e Cina, e della maggior parte dei governi capitalisti dei paesi arabi. Al di là della sua retorica anti-israeliana, il regime reazionario e teocratico iraniano non ha sostenuto la resistenza palestinese nella pratica, in conformità con le sue aspettative. Allo stesso tempo, la più grande minaccia alla possibilità di una vera pace nella regione è l’oppressione sionista-imperialista.

Nonostante l’enorme disparità di forze e i massacri, Israele non è ancora riuscito a superare la resistenza palestinese, a smantellare Hamas o a recuperare gli ostaggi. Allo stesso tempo, nei principali paesi imperialisti, nel mondo arabo e a livello globale, con i giovani all’avanguardia, ci sono manifestazioni di massa, accampamenti e altre azioni in solidarietà con la Palestina, e il boicottaggio degli interessi sionisti che espongono il ruolo criminale di Israele. Gli attivisti sfidano la repressione e la persecuzione dei governi complici. Questo crescente rifiuto ha spinto la Corte Penale Internazionale e le agenzie delle Nazioni Unite a emettere risoluzioni di condanna di Israele, chiedendo un cessate il fuoco, l’arrivo di aiuti umanitari e la fine dell’occupazione di nuovi territori. Ma si limitano a dichiarazioni formali, senza sanzioni effettive. L’unico strumento decisivo per la vittoria rimane la resistenza palestinese e la solidarietà attiva dei popoli arabi e del mondo intero.

Il governo di estrema destra di Netanyahu, del Likud e dei partiti religiosi sta approfondendo la sua offensiva antipalestinese di natura chiaramente pogromista. Le proteste in Israele criticano il governo e chiedono che negozi lo scambio di prigionieri con Hamas, ma sostengono la dominazione sionista. I settori progressisti contro l’occupazione sono molto in minoranza. D’altra parte, l’Autorità Palestinese di Abu Mazen e l’OLP in Cisgiordania svolgono un ruolo di collaborazione più o meno aperta con Israele. Per quanto riguarda Hamas, Hezbollah e altre leadership nazionaliste borghesi e jihadiste, il loro progetto politico è uno Stato palestinese capitalista e fondamentalista islamico nello stile dell’Iran, che consideriamo reazionario e autoritario. Siamo separati da questa strategia da differenze inconciliabili, motivo per cui incoraggiamo la costruzione di una nuova leadership palestinese rivoluzionaria, socialista e internazionalista.

Nonostante queste differenze fondamentali, sosteniamo incondizionatamente la causa del popolo palestinese per la sua liberazione e autodeterminazione, il suo diritto a difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione e a tornare e recuperare le sue case e terre usurpate. Facciamo appello ai giovani, ai lavoratori e ai popoli; alle organizzazioni popolari e a quelle per i diritti umani, agli attivisti arabi ed ebrei antisionisti negli Stati Uniti, in Europa, in Medio Oriente, nel Maghreb e nel mondo intero per raddoppiare la loro mobilitazione nel ripudio dello Stato di Israele e a sostegno della Palestina. Il primo compito dei socialisti rivoluzionari è quello di promuovere la massima unità d’azione possibile contro il genocidio sionista e in solidarietà con il popolo palestinese. Estendiamo questo sostegno al popolo libanese, oggi sotto attacco impunito da parte di Israele.

Non c’è stata, non c’è e non ci sarà alcuna pace giusta e duratura in Medio Oriente fino a quando persisterà l’oppressione dello Stato sionista, teocratico e terrorista di Israele, artificialmente posizionato come gendarme filoimperialista dei popoli arabi. Né con la fallimentare politica dei due stati, che l’imperialismo e i suoi alleati stanno cercando di ricreare, né con uno stato palestinese capitalista e islamista. Per svolgere un ruolo progressista, la classe operaia e i giovani israeliani devono rompere con il sionismo, rifiutare la sua guerra e sostenere la causa palestinese. La pace sarà possibile solo con la sconfitta definitiva dell’oppressivo Stato israeliano e la sua sostituzione con una Palestina unica, laica, democratica e socialista nel quadro di una rivoluzione socialista regionale.

Solidarietà al Nouveau Parti Anticapitaliste


 Le autorità francesi hanno bloccato gli strumenti di comunicazione social del NPA (Nouveau Parti Anticapistaliste). La ragione risiede nel ruolo svolto da NPA nella promozione delle manifestazioni di solidarietà col popolo palestinese contro l'infame massacro in corso a Gaza per mano dello Stato di Israele.


È un fatto gravissimo. Un colpo inaccettabile alla libertà di espressione di una organizzazione rivoluzionaria da parte di un governo solidale con lo Stato sionista.
Purtroppo non si tratta di un fatto isolato. In larga parte d'Europa i governi borghesi di diverso colore hanno intrapreso una campagna di criminalizzazione delle iniziative di solidarietà con la Palestina e la sua resistenza. Il governo tedesco a guida socialdemocratica ha vietato le manifestazioni filopalestinesi. Il governo conservatore britannico pretendeva di proibire la manifestazione oceanica che si è svolta a Londra contro lo Stato sionista. Ovunque governi solidali coi crimini di guerra d'Israele cercano di tappare la bocca a chi li denuncia.

Non riusciranno nell'intento. La solidarietà con la Palestina cresce nel mondo.
Come Partito Comunista dei Lavoratori diamo piena solidarietà ai compagni e alle compagne di NPA contro le misure liberticide delle autorità francesi. La loro lotta è più che mai la nostra lotta: contro lo Stato sionista, a sostegno della resistenza palestinese, per il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese!
Giù le mani dal NPA!

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra di Israele

 


7 Febbraio 2023

English translation

I recenti fatti di Jenin dimostrano che il governo di estrema destra a guida Netanyahu è un atto di guerra dichiarata contro il popolo palestinese. Che tuttavia è privo più che mai di una direzione. La cosiddetta Autorità palestinese, da tempo incorporata all'occupazione sionista, è stata in larga parte esautorata dal nuovo corso di Netanyahu che ha dato mano libera ai coloni. La sua unica rivendicazione è quella di poter svolgere come in passato le proprie funzioni di polizia nei territori, a garanzia dell'ordine di Israele. Basti pensare che le ultime elezioni in Cisgiordania si sono tenute nel 2006. Hamas recita parole di fuoco contro il governo israeliano ma la sua vera preoccupazione è quella di mantenere il proprio controllo su Gaza su basi reazionarie e panislamiste. La retorica antisionista è solo copertura ideologica della propria autoconservazione.

Ma sotto la coltre dei vecchi apparati, la giovane generazione ribolle. In Cisgiordania vivono – si fa per dire – tre milioni di palestinesi. A Gaza due milioni. In Israele vivono due milioni di arabi su nove milioni di abitanti. A ciò si devono aggiungere i milioni di palestinesi della diaspora, quelli ammassati nella disperazione dei campi profughi di tutto il Medio Oriente. L'età media dei palestinesi è 21 anni, il 38% ha meno di 15 anni.

Questi dati descrivono l'enorme base di massa e il potenziale di energia di una rivoluzione palestinese. Senza direzione o con direzioni compromesse, la rabbia palestinese alimenta inevitabilmente il terrorismo contro i civili ebrei all'interno della stessa Israele. È la risposta impari e suicida al terrorismo sionista, quello dell'esercito e dei coloni, incomparabilmente superiore perché su basi di Stato. Il terrorismo disperato di un tredicenne non può nulla contro il terrorismo delle forze sioniste di occupazione. E finisce di fatto col rafforzarlo. E tuttavia rivela nel suo spontaneo primitivismo l'indisponibilità della giovane generazione palestinese a subire il tallone di ferro di Israele. Quando l'eroismo dei giovani palestinesi troverà una direzione politica rivoluzionaria, capace di unire gli oppressi e di dar loro un progetto, lo Stato sionista tremerà. E sarà l'inizio di una storia nuova in Medio Oriente.

L'illusione subalterna di “due popoli, due Stati”, nutrita per mezzo secolo dal riformismo internazionale, è ormai e da tempo definitivamente crollata. Solo la dissoluzione rivoluzionaria dello Stato sionista, solo una Palestina libera, laica, socialista, può garantire la pacifica convivenza della maggioranza araba e della minoranza ebraica. Una prospettiva inseparabile a sua volta dalla rivoluzione socialista nella regione araba e mediorientale.

Negli ultimi tredici anni grandi masse hanno preso la parola, in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Siria, in Algeria, in Iraq, in Sudan e infine in Iran, dimostrando ovunque la propria forza e il proprio coraggio. Ma non hanno trovato una direzione all'altezza di quel coraggio. Da qui i ripetuti rovesci (Algeria, Iraq), la subordinazione a vecchie o nuove influenze imperialiste (Egitto, Libia, Siria), il tradimento delle speranze (Tunisia), la tenuta di tirannie dispotiche (Iran).

Non mancheranno nuove sollevazioni. Il problema centrale resta la loro direzione. Costruirla è il compito dei marxisti rivoluzionari, e non solo in Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

No al terrorismo imperialista USA!

L'attacco militare ordinato da Trump in Iraq contro l'élite dirigente delle forze militari iraniane è un atto squisitamente terroristico. Esprime l'arroganza della principale potenza imperialista del pianeta, che rivendica il diritto di fare ogni cosa nel mondo che risponda ai superiori interessi americani, fuori persino da qualsiasi concertazione preventiva con le potenze imperialiste alleate o avversarie. "America first" di Donald Trump significa questo: il ritorno in grande stile della politica di potenza degli USA.

L'azione terroristica degli USA si colloca in un contesto preciso della vicenda mediorientale. Da dieci anni la nazione araba e il Medio Oriente vivono un riassetto generale di equilibri e relazioni. L'imperialismo USA ha subìto, più che dirigere, i processi politici della regione. La disfatta politica delle avventure imperialiste in Iraq e in Afghanistan, unita alla grande crisi capitalistica e alla nuova polarizzazione del confronto mondiale tra USA e Cina, ha impedito agli USA di disporre di proprie significative forze militari nella lunga guerra di Siria contro l'ISIS. Di ciò si è avvantaggiata la Russia di Putin, che punta a ricostruire in Medio Oriente l'area di influenza della vecchia URSS, ma anche due potenze regionali chiave della regione, la Turchia di Erdogan e l'Iran di Khamenei. Erdogan si allarga in Siria, massacrando i curdi col lasciapassare americano (e russo), ma anche in Libia, offrendosi come scudo militare di al-Sarraj. Il regime teocratico di Teheran punta a consolidare l'asse sciita nella regione e a incassare sul piano politico il ruolo militare giocato in Siria e in Iraq.
L'amministrazione americana punta ora a riequilibrare i rapporti di forza nella regione. Lo fa ricomponendo l'asse di ferro coi propri alleati di sempre, lo Stato sionista e l'Arabia Saudita, entrambi nemici mortali dell'Iran. La disdetta dell'accordo nucleare con l'Iran, la ripresa delle sanzioni contro Teheran, puntano al cuore della potenza economica e militare iraniana, a vantaggio dei sauditi e di Israele. L'atto terroristico compiuto è in linea con questa impostazione.

L'Iraq è più che mai teatro diretto della contesa tra USA e Iran. Paradossalmente fu la maldestra aggressione imperialista all'Iraq, con il rovesciamento di Saddam Hussein, senza disporre di una soluzione politica di ricambio ed umiliando la minoranza sunnita, a spingere l'Iraq nelle mani della potenza iraniana e di un governo controllato dall'Iran. Ora l'imperialismo USA punta a scalzare l'Iran dall'Iraq. Lo fa nel momento di massimo indebolimento politico della presenza iraniana in Iraq, oggetto di una grande rivolta popolare di massa contro il governo iracheno filoiraniano che ha costretto alle dimissioni il governo Mahdi lasciando 400 morti nelle piazze. Lo fa nel momento di crisi politica dell'influenza iraniana in Libano, dove una grande rivolta di massa ha messo in discussione i vecchi equilibri confessionali. Lo fa nel momento in cui il regime oppressivo iraniano si vede contestato nello stesso Iran dalla più ampia mobilitazione popolare dal 2009.

“Rivolte orchestrate dagli USA e da Israele”, come recitano le veline iraniane, e purtroppo a rimorchio tanti campisti di casa nostra? Nulla di più falso. Sono rivolte popolari di massa innescate dalla miseria, dalla disperazione, dalla volontà di ribellione della giovane generazione contro regimi oppressivi. Gli USA non hanno speso una parola per i 400 giovani e lavoratori assassinati in Iraq dal regime filoiraniano. Ed oggi paradossalmente proprio la drammatizzazione militare dello scontro con l'Iran da parte degli USA potrebbe semmai indebolire la dinamica di massa, consentendo al regime iraniano e ai suoi alleati di capitalizzare il sacrosanto sdegno antiamericano e di recuperare in parte il consenso perduto. Ancora una volta l'imperialismo USA si conferma da ogni punto di vista il principale nemico di ogni rivoluzione progressiva, come fu peraltro a fronte delle rivoluzioni arabe in Egitto, Libia, Siria, quando l'imperialismo, a partire dagli USA, usò tutte le leve politiche e militari di cui disponeva per spezzare le potenzialità delle sollevazioni di massa e dirottarle verso la disfatta e la controrivoluzione.

Il regime iraniano è un regime reazionario e sanguinario che opprime la classe lavoratrice, le nega le libertà sindacali, reprime e tortura chi si ribella. Ma solo i lavoratori e le lavoratrici di Iran possono chiamare il regime sul banco degli imputati costruendo una propria alternativa. Non certo il terrorismo degli USA, il principale gendarme imperialista del mondo.


No al terrorismo imperialista degli USA!
Via le truppe USA dall'Iraq!
Via l'imperialismo e il sionismo dalla nazione araba e dal Medio Oriente!

Pieno sostegno alle rivolte popolari in Iraq e in Iran contro regimi sanguinari oppressivi!
Pieno diritto d autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dai palestinesi e dai curdi!
Per una federazione socialista del Medio Oriente!
Partito Comunista dei Lavoratori

COMUNICATO STAMPA: ADESIONE DELLA SEZIONE DI BOLOGNA DEL PCL AL PRESIDIO CONTRO LA GUERRA IN SIRIA INDETTO DA SGB

La sezione di Bologna del Partito Comunista dei Lavoratori aderisce al presidio davanti al consolato francese indetto da SGB  giovedi 19  aprile alle ore 17 per protestare contro i bombardamenti in Siria.
CONTRO LA GUERRA, DA UN VERSANTE CLASSISTA E INTERNAZIONALISTA
Il partito Comunista dei Lavoratori si oppone  all'aggressione in Siria dell'imperialismo Usa, di Francia e Gran Bretagna. 
Ma lo facciamo dal versante dei popoli oppressi, non degli imperialismi e potenze rivali. E denunciando tutti gli interessi in gioco, non solo una parte.
NO ALL'AGGRESSIONE IMPERIALISTA IN SIRIA
VIA L'ITALIA DALLA NATO E LA  NATO DALL'ITALIA
PER L'UNITA' E L'INDIPENDENZA DEI LAVORATORI, DELLE LAVORATRICI, DEI POPOLI OPPRESSI CONTRO TUTTI GLI IMPERIALISMI E CONTRO  LO STATO SIONISTA
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
SEZ. DI BOLOGNA
Il volantino del PCL: