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Il marxismo rivoluzionario ed il riformismo di fronte alla prova della Catalogna

 Ogni precipitazione dello scontro politico e sociale mette alla prova gli orientamenti generali della sinistra e ne svela la natura profonda. La precipitazione dello scontro tra Spagna e Catalogna è sotto questo profilo un caso di scuola. 

Lo Stato spagnolo ha dichiarato guerra alla Repubblica di Catalogna. Rajoy ha definito la dichiarazione di indipendenza “un atto criminale”. Il PP invoca la “repressione della ribellione”. Il Psoe annuncia che “la legalità tornerà in Catalogna con ogni mezzo necessario”. Ciudadanos chiede “un immediato piano di intervento senza limitarsi alle parole”. La magistratura legittima l'arresto dei “responsabili della sedizione” con una imputazione di stampo franchista che prevede decenni di galera. La prima pagina di El Pais grida a titoli cubitali “ Il Parlamento di Catalogna consuma un golpe contro la democrazia, lo Stato si appresta a soffocare la insurrezione” ( testuale, 28/10). Intanto dieci mila militari della guardia civil, ormeggiati nel porto di Barcellona, attendono disposizioni.

A cosa si deve questa minacciosa isteria reazionaria? A un fatto semplice. La Catalogna ha rotto con la monarchia spagnola. Lo ha fatto col referendum del primo Ottobre, quando oltre due milioni di catalani hanno sfidato la repressione poliziesca per esprimere la volontà di indipendenza. Lo ha fatto con la continuità di una mobilitazione di massa, in particolare dei giovani, che ha retto alla paralisi e alle indecisioni del governo della Generalitat e ha finito con l'imporre la dichiarazione della Repubblica. Nulla chiarisce meglio la natura del sentimento nazionale catalano, le sue radici storiche nella rivoluzione repubblicana e nell'opposizione al franchismo, quanto il coraggio della resistenza popolare a Madrid. E nulla chiarisce meglio la contiguità culturale di tanta parte dello Stato spagnolo col passato franchista quanto la furia repressiva contro la Catalogna.

PODEMOS E IZQUIERDA UNIDA CONTRO LA REPUBBLICA DI CATALOGNA 


In questo quadro il dovere elementare di una avanguardia di classe è quello di difendere la Repubblica di Catalogna contro la repressione di Madrid, dal versante di una prospettiva socialista. Dunque dal versante di una aperta battaglia politica dentro il movimento indipendentista per una egemonia di classe alternativa : in direzione di una Repubblica socialista di Catalogna, nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Le sinistre riformiste di Spagna e Catalogna fanno l'opposto. La loro subalternità all'imperialismo spagnolo emerge in questi giorni in tutta la sua gravità. Prima hanno supplicato per mesi a mani giunte il “dialogo” tra la Spagna e la Catalogna, nel nome sempiterno della “democrazia”, del “reciproco rispetto”, della “ricerca di una soluzione concordata” tra lo Stato spagnolo e il movimento di massa catalano. Cioè tra oppressori e oppressi. Ora che la frattura annunciata si è definitivamente prodotta, non esitano a dissociarsi dalla dichiarazione di indipendenza. Naturalmente “criticano” l'adozione dell'articolo 155 da parte di Rajoy. Ma si affrettano a rassicurare l'opinione pubblica sciovinista sul fatto che sono assolutamente contrari alla Repubblica di Catalogna. Podemos dichiara che “ non c'è alcuna base di diritto per la dichiarazione di indipendenza” . La sindaca di Barcellona Ada Colau contesta la “scelta unilaterale del governo catalano”. Izquierda Unida afferma che la “dichiarazione di indipendenza è un atto di irresponsabilità e una oggettiva provocazione”..
La risultante di queste posizioni è una sola: la sinistra spagnola cosiddetta “radicale” volta le spalle alla Catalogna nel momento stesso in cui tutta la peggiore reazione spagnola affila le armi contro di essa.

L'INTERNAZIONALISMO DI ALBERTO GARZON 


Alberto Garzon, segretario di Izquierda Unida, cerca di razionalizzare questa posizione con una lunga dissertazione riportata dal quotidiano Il Manifesto.

“Non è coerente essere comunista e indipendentista.... il comunismo è internazionalista” dichiara solennemente Garzon. Da qui una filippica interminabile contro una dichiarazione di indipendenza “priva di ogni legittimità”, “un gesto assolutamente antidemocratico” “un fatto di irresponsabilità”e via denunciando...

E' davvero una argomentazione rivelatrice. Il comunismo è internazionalista, non c'è alcun dubbio. Si batte (... a differenza di Garzon) per la rivoluzione socialista internazionale. Ma il programma del socialismo internazionale è chiamato a combattere assieme allo sfruttamento del lavoro ogni oppressione nazionale, ogni oppressione di una nazione dominante su una nazione dominata. Un popolo che opprime un altro popolo non può essere libero diceva Marx, rivendicando l'indipendenza repubblicana dell'Irlanda dalla corona britannica. La Repubblica sovietica di Lenin e di Trotsky, “libera unione di libere nazioni”, riconobbe perciò stesso il diritto di autodeterminazione, cioè di separazione,di tutte le nazionalità oppresse dalla vecchia Russia. Di più: la libera autodeterminazione delle nazionalità oppresse fu una delle bandiere della rivoluzione d'Ottobre e della Terza Internazionale Comunista: in polemica frontale con le posizioni scioviniste di quelle sinistre riformiste , che dopo aver votato i crediti di guerra dei propri imperialismi, rifiutavano di riconoscere i diritti nazionali dei popoli che i propri imperialismi opprimevano evocando.... il“rifiuto del nazionalismo” e i valori dell'Internazionalismo. Esattamente come oggi fa Izquierda Unida, che ai tempi di Zapatero sosteneva il governo dell'imperialismo spagnolo, ma oggi scopre...”l'internazionalismo comunista” per contrapporsi alla liberazione della Catalogna dalla Monarchia di Spagna.

A ognuno la sua coerenza. Nessuno certo contesta quella di Garzon. Ma lasciamo in pace...il comunismo.
Partito Comunista dei Lavoratori


Per la Repubblica Socialista di Catalogna

 Il Parlamento catalano ha votato la dichiarazione di indipendenza della Catalogna, nella forma di Repubblica. Dopo le funamboliche oscillazioni di Puigdemont, alla ricerca disperata di una soluzione concordata con Madrid, l'intransigenza reazionaria del governo spagnolo e la pressione di massa indipendentista hanno imposto uno sbocco che nessuno degli attori in scena aveva né voluto né previsto.

La dichiarazione di rottura della Catalogna con il governo e con la monarchia di Spagna è un fatto importante e progressivo. Corrisponde al diritto di autodeterminazione della Catalogna, quale nazionalità politicamente oppressa. Corrisponde alla volontà espressa dal voto referendario del primo ottobre, difeso dalla repressione poliziesca. Corrisponde alla volontà manifestata dallo sciopero generale in Catalogna del 3 ottobre. Corrisponde alla mobilitazione di massa dell'ultima settimana contro l'arresto dei dirigenti indipendentisti e contro il colpo di stato di Madrid portato con l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione spagnola (scioglimento del governo catalano, commissariamento del Parlament, cambio dei vertici della Tv regionale, destituzione dello stato maggiore dei Mossos e suo rimpiazzo con forze militari di Madrid). Un corso politico reazionario che reca l'impronta inconfondibile di metodi franchisti. E che a maggior ragione valorizza la natura democratica del movimento indipendentista e repubblicano di Catalogna.

Ma la dichiarazione di indipendenza, per quanto progressiva, è solo una dichiarazione. Le grandi questioni storiche non si risolvono con carte da bollo, si risolvono sul terreno dei rapporti di forza.

Si prepara in queste ore uno scontro frontale tra Catalogna repubblicana e governo spagnolo che può concludersi solo con un vincitore. L'applauso scrosciante del Senato spagnolo a Rajoy nel momento in cui poche ore fa chiedeva pieni poteri contro la Catalogna è lo specchio simbolico della determinazione reazionaria di Madrid. Rajoy ha oggi il mandato pieno dello Stato spagnolo, delle gerarchie militari, della magistratura, della Guardia Civil, per “ripristinare la legge e l'ordine” in Catalogna. Si può essere certi che onorerà il mandato, con tutti gli strumenti che l'apparato spagnolo gli consente.

Di fronte alla precipitazione annunciata, si pone l'esigenza di un cambio di linea del movimento indipendentista. Il nazionalismo borghese che guida la Generalitat ha dimostrato in queste settimane tutti i limiti politici che derivano dalla sua natura sociale. Appelli alla Unione Europea, ricerca di una soluzione “pactada” con Rajoy, suppliche interminabili di dialogo con gli avversari della Catalogna, in un gioco tutto istituzionale fatto di furbizie tattiche, continui rimandi delle decisioni, illusioni e speranze su una via d'uscita concordata e indolore. Parallelamente nulla sul fronte sociale, mentre 1500 imprese della borghesia catalana fuggivano dalla Catalogna, e nulla sul fronte dell'organizzazione della resistenza di massa a Madrid. Ora tutto questo corso politico è stato smentito nel modo più clamoroso dalla dinamica degli avvenimenti.

Ora, nelle ore di fuoco che si annunciano, non c'è più spazio per rinvii e furbizie. Ora si tratta di mettersi al passo del livello di scontro che la dichiarazione di indipendenza ha aperto, e che la reazione di Madrid imporrà. Organizzazione della difesa di massa della Repubblica Catalana, estensione e centralizzazione progressiva dei comitati di difesa della Repubblica, nati per difendere il diritto di voto del primo ottobre e poi generalizzatisi in molte realtà cittadine e di quartiere; sciopero generale contro ogni intervento, militare o giudiziario, del governo spagnolo; nazionalizzazione delle banche e delle imprese fuggitive, sotto il controllo dei lavoratori, in tutta la Catalogna; abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna; appello al movimento operaio spagnolo per un fronte comune contro la repressione di Madrid e il governo reazionario di Rajoy, per un programma comune di svolta sociale.

Una svolta di linea del movimento indipendentista è l'unica che può tenere aperta la partita. Ma richiede un cambio di direzione. Solo la classe lavoratrice catalana, mettendosi alla testa della grande mobilitazione della gioventù, può costruire la nuova direzione del movimento indipendentista. Nuova direzione significa a sua volta nuova prospettiva. I fatti dimostrano che senza la rottura con la borghesia catalana, senza misure anticapitaliste, senza la costruzione di un altro potere a partire dalle fabbriche, dai luoghi di lavoro, dai quartieri, difficilmente la dichiarazione di indipendenza si trasformerà in realtà. L'obiettivo di uno “Stato sovrano, democratico e sociale” sottoscritto dal fronte popolare tra Puigdemont e CUP, che dovrebbe inverarsi attraverso un processo costituente dentro l'ossatura dello Stato borghese di Catalogna, a braccetto dei partiti nazionalisti borghesi e secondo la “Legge di Transizione” con questi concordata, è una pura finzione letteraria, che lega le mani ai lavoratori e alla loro mobilitazione indipendente.
Tutto lascia pensare che la Repubblica di Catalogna o sarà socialista o non sarà.

Nell'appellarci a tutte le sinistre italiane, politiche e sindacali, perché si schierino senza riserve al fianco della Catalogna contro la monarchia di Spagna, e perché promuovano la protesta unitaria sotto i consolati spagnoli, ci impegniamo a portare nelle iniziative solidali di mobilitazione questo punto di vista. Che è lo stesso punto di vista dei marxisti rivoluzionari catalani e spagnoli.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sosteniamo l'azione di sciopero generale del 27 ottobre

 Il 27 ottobre l'area più classista del sindacalismo di base (SGB, CUB, SiCobas, SLAI COBAS, USI-AIT) ha promosso un'azione di sciopero generale contro il padronato, contro il governo, su una piattaforma di rivendicazioni classiste. Una piattaforma positivamente estranea a pericolose suggestioni sovraniste che oggi attraversano anche ambienti sindacali di avanguardia. 

Il PCL sostiene questa azione di sciopero.

In un contesto segnato dalla continuità dell'offensiva padronale contro il lavoro, da una legge di stabilità che elargisce un'altra pioggia di miliardi ai padroni, da un clima generale di carattere reazionario particolarmente concentrato contro i migranti, l'azione di sciopero del 27 ottobre rappresenta un momento positivo di unità di lotta di settori di avanguardia della classe. Settori di avanguardia già protagonisti di importanti lotte di settore, in particolare nei trasporti e nella logistica, dove la sindacalizzazione e il coinvolgimento di lavoratori immigrati sul terreno della lotta acquista tanto più oggi una valenza politica non solo sindacale.

Al tempo stesso è evidente che proprio la gravità dell'offensiva in corso contro il lavoro pone l'esigenza di ricomporre una risposta di massa della classe lavoratrice, ben oltre la dimensione dell'avanguardia: l'unica risposta in grado di incidere sui rapporti di forza tra le classi e di aprire dal basso un cambio di scenario. Questa esigenza si scontra oggi principalmente con la politica di totale passività della burocrazia CGIL, tutta protesa a ricercare un nuovo quadro di concertazione con padronato e governo. Una burocrazia che oggi rifiuta la via dello sciopero generale persino di fronte alle risposte sprezzanti del governo in tema di pensioni. Una paralisi che contribuisce non solo alla sconfitta sindacale, ma alla deriva politica reazionaria in atto.

Il PCL porterà dunque tra i lavoratori, nelle assemblee annunciate, e nella stessa iniziativa d'avanguardia del 27 ottobre, l'esigenza centrale di un vero sciopero generale di massa contro governo e padronato, chiamando in causa apertamente le responsabilità della CGIL. Dentro questa logica e prospettiva di massa, contrasterà come sempre all'interno dell'avanguardia, laddove si manifesti, ogni logica di frammentazione e autocentratura minoritaria.

Solo una svolta unitaria e radicale del movimento operaio, solo un fronte unico di classe e di massa che rimetta al centro dello scontro politico le ragioni del lavoro, può contrastare efficacemente la valanga reazionaria in atto.
Partito Comunista dei Lavoratori


Santiago Maldonado: un crimine di Stato

 Santiago Maldonado, l’attivista che lottava insieme al popolo Mapuche contro l’usurpazione delle terre del popolo nativo in favore di Benetton, è stato ritrovato. 
Purtroppo, come era immaginabile, è stato ritrovato senza vita.


LA RESPONSABILITÀ DELLO STATO 


Come è stato raccontato nell’articolo “Santiago Maldonado: una desaparicion scuote l’Argentina”, la scomparsa di Santiago avvenne durante la repressione di un picchetto del popolo Mapuche che rivendicava il diritto di questo popolo ad abitare le proprie terre.

La responsabilità dello Stato argentino non consiste solo nell’essere il mandante della repressione e nell’averla eseguita materialmente – basti pensare che, come dicevamo, “il Capo di Gabinetto del Ministero della Sicurezza, Pablo Noceti, era presente in Chubut [e dichiarava] che i militanti Mapuche erano da considerarsi «come membri di un'organizzazione terroristica e che tutti sarebbero stati arrestati senza un ordine del tribunale»”. Ma consiste inoltre nell’essere il responsabile dell’occultamento delle prove, in primis del corpo, che avrebbero potuto incriminare i responsabili diretti.
Solo così si spiega come un corpo appaia dopo tre mesi in un fiume, il Rio Chubut, dopo che lo stesso tratto di fiume era stato perlustrato tre volte (come denuncia la famiglia Maldonado); dopo che il governo, e la stampa legata ad esso, hanno seminato versioni menzognere sulla sua scomparsa, dall’essere fuggito in Brasile all’aver aggredito un poliziotto con un coltello… fino alla clamorosa menzogna, pochi giorni prima dell’apparizione del corpo, da parte della candidata della destra macrista Lisa Carrio alle elezioni parlamentari di Buenos Aires capitale, sulla «probabilità del 20% che Santiago stia in Chile».


I COMPITI DELLA SINISTRA 


In uno scenario politico dove il macrismo fa appello a non «speculare elettoralmente» sulla la scomparsa di Santiago per nascondere le responsabilità del proprio governo, in primis della Ministra della Sicurezza Bullrich; e dove il centrosinistra kirchneriano fa appello a smobilitare le piazze per fini elettorali – le organizzazioni in difesa dei diritti umani cooptate dal kirchnerismo non hanno partecipato alle manifestazioni in seguito al ritrovamento del corpo di Santiago – volendo evitare di passare per estremista e soprattutto volendo evitare una radicalizzazione della propria base popolare; il compito principale della sinistra, del Partido Obrero e del FIT, è quello di fare appello alla mobilitazione per la cacciata della ministra Bullrich e la condanna ai responsabili di questo crimine di Stato.
La manifestazione di sabato 21 ottobre, convocata dal Encuentro Memoria Verdad y Justicia (Incontro Memoria Verità e Giustizia) – organizzazione in difesa dei diritti umani, indipendente dallo Stato e composta dalle varie correnti e partiti della sinistra – che ha mobilitato più di 200.000 persone in Plaza de Mayo, dimostra che la sinistra classista può aspirare ad essere la principale opposizione al macrismo se difende la propria autonomia e alternatività rispetto al centrosinistra kirchnerista.
Grazie all’enorme mobilitazione popolare è stato possibile ritrovare il corpo di Santiago. Solo attraverso la continuazione di quella stessa mobilitazione potranno ora essere trovati, e condannati, anche i responsabili di questo crimine.
Michele Amura

Multedo, migranti e barbarie

A Genova, la reazione razzista di un quartiere popolare e operaio per tradizione, la necessaria risposta classista e antirazzista

La difficoltà della sinistra rivoluzionaria e l'arretramento della coscienza di classe segnano sempre di più il passo anche nei quartieri popolari e di tradizione operaia. Così avviene anche a Genova, dove anche un quartiere come Multedo si accoda alle proteste contro i rifugiati e i migranti che già si sono viste in molte altre occasioni in cui si annunciasse l'istituzione di un centro o di qualche appartamento per l'accoglienza: Villa Ines a Struppa, Via XX Settembre e Via Caffaro in centro, Via Edera a Quezzi.
Ma a Multedo la popolazione, grazie alla campagna messa in piedi tanto da esponenti del PD, tra cui il presidente del Municipio VII Ponente Chiarotti, quanto da esponenti della Lega e della nuova giunta comunale di Bucci, ha raggiunto un livello di mobilitazione reazionaria e xenofoba ai limiti del pogrom: assemblee oceaniche, presidi, blocchi autostradali, striscionate, lanci di pietre e atti di vandalismo contro l'asilo di proprietà della Curia che dovrebbe ospitare i rifugiati, e, la sera del 17 ottobre, una fiaccolata con oltre 200 persone, che tragicamente ha fatto tornare alla mente richiami alle mobilitazioni del Ku Klux Klan.

Multedo è uno dei quartieri più devastati da inquinamento industriale, speculazione edilizia, cementificazione, invasione di camion delle cave del Terzo Valico che attraversano il centro cittadino a velocità pericolosissime disperdendo polveri di amianto. Allo stesso tempo i suoi abitanti in buona parte erano e sono gli operai delle industrie e della cantieristica navale che oggi è sotto costante attacco con licenziamenti, delocalizzazioni, aggressioni ai diritti acquisiti, sfruttamento sempre più sfrenato tramite gli appalti e i subappalti. Eppure quel quartiere non si è mai mosso ed è rimasto sostanzialmente passivo a queste vicende, mentre si mostra immediatamente disposto a mobilitarsi, anche con forme violente, contro "l'invasione dei 50 migranti". Questa è la più grande tragedia che i rivoluzionari, gli anticapitalisti e gli antirazzisti devono affrontare, con serietà e dedizione, analisi e costanza.


I PERCORSI CITTADINI IN CONTRASTO ALLA DERIVA XENOFOBA

In mezzo a questo marasma, per fortuna, alcuni lumicini di risposta in senso contrario cominciano ad apparire, tanto in città come nel quartiere di Multedo. In città, infatti, il quadro non è meno tragico. Dopo l'apertura della sede e le provocazioni di Forza Nuova a Sturla, ora vengono regolarmente annunciate, e poi ritirate all'ultimo istante, le aperure delle sedi di altre due organizzazioni espressamente neofasciste: CasaPound (poco distante da Piazza Alimonda, luogo simbolo delle lotte del G8 del 2001 proprio perché li venne assassinato Carlo Giuliani con una pallottola in fronte) e Lealtà e Azione (quest'ultima sotto le mentite spoglie di "La Superba", una associazione di beneficenza selettiva - solo agli italiani - e con l'ospitalità e la copertura dei Padri Scolopi, uno dei tanti rami della Chiesa cattolica).

In termini più diretti e militanti, contro l'apertura di queste sedi, si è mobilitata l'Assemblea Antifascista Genovese, di cui i nostri militanti sono parte integrante. La stessa assemblea che aveva portato in piazza a Genova il 30 giugno 2017 oltre duemila persone, oggi, sebbene con alcune difficoltà, continua la sua opera di contrasto a queste organizzazioni, così come è stato con le contromanifestazioni del 7 ottobre e il presidio del 14 ottobre.
Dall'altra parte, anche qui su iniziativa di alcune realtà politiche e sindacali cittadine, è nato il Coordinamento Antirazzista. Un coordinamento nato su iniziativa del nostro partito e dei compagni di Si.Cobas, USB, Sinistra Anticapitalista, GenovaCityStrike, Sinistra Classe Rivoluzione, Resistenze Internazionali e dal Comitato Anitrazzista della Valpolcevera "Milet Tesfamariam". Il Coordinamento, sulla base di un documento fondativo caratterizzato da un approccio classista e anticapitalista alla questione delle migrazioni, ha come primo obiettivo quello di costruire interventi nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nel mondo dell'accoglienza con la prospettiva di sviluppare l'autorganizzazione dei migranti attraverso piattaforme rivendicative e lotte che possano unificare il proletariato migrante alle lotte dei lavoratori in generale.
Come Partito Comunista dei Lavoratori, ovviamente, interveniamo con la nostra linea classista e rivoluzionaria e con i nostri militanti e aderenti in entrambi questi percorsi, ribadendo sempre la necessità di porre al centro delle valutazioni e delle impostazioni lo scontro tra capitale e lavoro, tra sfruttati e sfruttatori, e con la prospettiva di collegare la lotta contro il razzismo e il fascismo alla lotta al capitalismo e alle tre forze politiche dominanti che ne esprimono la copertura ideologica: Partito Democratico, Lega Nord e Movimento 5 Stelle.

Di particolare interesse è anche il percorso degli Operatori e delle Operatrici X. Un percorso che ha visto la prima presa di coscienza di un sempre più nutrito gruppo di lavoratori e lavoratrici del sociale che si oppone alla trasformazione del proprio ruolo in semplice controllore di chi è in difficoltà, che organizza e ha organizzato corsi di autoformazione sui temi delle migrazioni e delle difficoltà sociali. Un percorso che ragiona anche di prime forme di sindacalizzazione e di assunzione di coscienza delle proprie condizioni estremamente arretrate, in un settore in cui la maggior parte della forza lavoro è composta da volontariato, servizio civile e, nei casi dei dipendenti o dei soci, con forme contrattuali e retribuzioni ai limiti della dignità: insomma manodopera e competenze a titolo gratuito o sottopagato.


MULTEDO: COMITATO ACCOGLIENTE E FIOM IN CAMPO

Nel contesto specifico di Multedo, in prima battuta si è sviluppato, grazie all'attivazione di alcuni abitanti del quartiere e con il supporto dei giovani militanti dello Spazio Libero Utopia e dei compagni della Associazione 3 Febbraio, il Comitato Accogliente di Multedo, il cui scopo era dare voce a tutte quelle persone che non condividono e vogliono contrastare la retorica razzista, la quale mobilita chi non vuole i migranti nel quartiere o chi vorrebbe che fossero loro imposte condizioni concentrazionarie, impedendo loro di uscire, di esprimersi e di muoversi liberamente.
In tutto questo la sproporzione di forze e di potenza mediatica è chiara a tutti. Da una parte la Lega Nord con in testal'assessore Garassino, che si è permesso di dichiarare che avrebbe preso «a calci in culo» qualsiasi migrante che avrebbe visto fare "l'accattone", il presidente del comitato di Multedo e il Presidente del Municipio Ponente, Chiarotti, in quota Partito Democratico, complice e portatore a livello nazionale delle leggi razziali Minniti-Orlando e degli accordi con i governi africani per dar mano libera e sostegno economico nelle operazioni di pulizia etnica e sterminio dei migranti. Dall'altra, un comitato ancora debole, solidale con i migranti, ai suoi primi passi, nonostante il supporto annunciato e ricevuto tanto dal Coordinamento Antirazzista quanto da varie realtà dell'antagonismo genovese.

A questo proliferare di raggruppamenti e interventi si aggiunge, ultimo ma non meno importante, l'intervento della FIOM, della Camera del Lavoro e delle RSU di ILVA e ABB, l'ANPI - uscita dal silenzio e dall'immobilismo desolante - e del Centro di Documentazione LOGOS - che sta organizzando mostre sulle Conferenze di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916) - che hanno chiamato, il 19 ottobre a Sestri Ponente, un'assemblea costituente in cui annunciare la discesa in campo della sigla Genova Solidale. Un passaggio fondamentale e da salutare positivamente perché, per la prima volta dopo molti anni, esprime un intervento diretto, massiccio e sostanziale del sindacato e della classe lavoratrice in quanto tale, al di fuori della fabbrica, per difendere i diritti dei propri compagni migranti e per rivendicare lo stretto legame tra la tradizione del movimento operaio e la lotta al razzismo.
Un intervento che si è sostanziato in due presidi con volantinaggi nei quartieri di Multedo e di Pegli, e con la contromanifestazione a Multedo nel giorno della sopracitata fiaccolata contro i migranti. E che ora si protrarrà con la chiamata antifascista del 28 ottobre – anche se con taglio costituzionalista e con le ipocrite e criminali adesioni del Partito Democratico e di MDP-Articolo 1 – e il contropresidio del 25 ottobre all'ennesima fiaccolata chiamata dal comitato di quartiere contro l'arrivo dei primi dodici profughi all'Asilo Govone.

A questa mobilitazione di tutto rispetto fa da contraltare, invece, la dichiarazione di UIL e UILM che si schierano con gli abitanti di Multedo che protestano contro l'arrivo dei profughi, denunciando proprio ciò che oggi invece può considerarsi un passo in avanti della FIOM, ossia la fuorisucita del sindacato dalla semplice gestione della contrattazione sindacale ed economica in termini atomizzati e completamente slegati dal contesto politico e sociale (salvo poi aderire, anche loro, alla chiamata del 28 ottobre).


LA NECESSITÀ DI OGGI

La necessità oggi, che si deve porre ogni organizzazione coerentemente anticapitalista e classista, è la costruzione del più ampio fronte di classe e di massa contro la crescita del razzismo e della guerra tra poveri; una guerra tra sfruttati che lascerà solo macerie per i proletari di ogni provenienza e origine. Macerie su cui già oggi i governi del PD, la demagogia del M5S e della Lega Nord, e la borghesia in generale che di questi si serve, possono marciare per aggredire sempre più indisturbatamente le condizioni di vita e di lavoro di ogni proletario, sia esso italiano o migrante, profugo o clandestino. In questo senso tutti questi percorsi (Coordinamento Antirazzista, Assemblea Antifascista, Genova Solidale etc.) devono saldarsi nella prospettiva di costruire lotte e piattaforme unificanti, che pongano sul terreno della mobilitazione generale le rivendicazioni con cui poter invertire la rotta, pretendendo:

– la ripartizione del lavoro tra tutti a parità di salario e l'abolizione di tutte le leggi che permettono la precarizzazione del lavoro a partire dal Jobs Act fino al Pacchetto Treu;

– case a prezzi popolari per tutti attraverso la requisizione dello sfitto e dei grandi patrimoni immobiliari in mano a Chiesa, banche, grandi proprietari;

– l'esproprio o il mantenimento della proprietà pubblica di tutte le aziende e di tutti i settori legati ai servizi(scuola, sanità, trasporti, assistenza sociale etc.) e l'affidamento della loro gestione direttamente ai lavoratori, per garantirne l'universalità e la gratuità;

– un sistema di accoglienza e integrazione fondato sul lavoro dignitoso, sull'accesso ai servizi e ai documenti, sulla formazione alla lingua e all'autonomia tramite la gestione assembleare diretta dei migranti, e quindi l'abolizione di tutte le leggi razziali, dai decreti Minniti-Orlando alla Bossi-Fini e la Turco-Napolitano;

– l'apertura di canali umanitari garantiti e la cancellazione degli accordi con i governi africani (Somalia, Libia etc.) che forniscono fiumi di denaro a chi si fa strumento di stragi, torture, stupri, massacri e internamenti per chi ha la sola colpa di migrare.

Rivendicazioni che possono essere attuate solo con una prospettiva anticapitalista, che ponga in essere la costruzione degli organi di autogoverno dei lavoratori, degli sfruttati e di tutti gli oppressi, che saranno la base del governo dei lavoratori, il solo governo che possa rappresentare gli interessi di questi contro i padroni, gli sfruttatori, i banchieri, e tutte le cancrene annesse.
Cristian Briozzo

Giù le mani dalla Catalogna!


Le misure annunciate dal governo Rajoy contro la Catalogna sono inaudite. Dopo aver scagliato la Guardia Civil contro persone inermi in coda per votare nel referendum del primo Ottobre, dopo aver arrestato i massimi esponenti del movimento indipendentista con l'accusa di sedizione, il governo spagnolo annuncia la destituzione del governo catalano, il commissariamento del Parlamento di Catalogna, la cancellazione della TV catalana, lo scioglimento dei Mossos e il loro rimpiazzo con forze militari di Madrid.
Si tratta di un vero e proprio colpo di Stato, con metodi di tradizione franchista.
Il Partito Popolare che si appresta a varare tali misure ha appena l'8,5% dei voti in Catalogna. Ma può contare sul sostegno compatto della monarchia, del Psoe, della magistratura, dell'esercito, dei corpi di polizia, del capitale finanziario, delle cancellerie dell'Unione Europea. Tutti uniti contro il diritto di autodeterminazione della nazione catalana, per paura della diffusione del contagio presso altre nazionalità oppresse di Spagna e d'Europa.

E' l'ora della mobilitazione al fianco del popolo Catalano.
Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di un pronunciamento netto e incondizionato contro il colpo di Stato di Madrid. Il colpo di Stato di Madrid chiarisce una volta di più la natura oppressiva della Spagna verso la Catalogna. Chiarisce una volta di più le ragioni democratiche e progressive della volontà di indipendenza del popolo catalano dalla Spagna. Le posizioni ecumeniche assunte da tanta parte della sinistra italiana (“ Nè con la Spagna, né con la Catalogna”), o addirittura l'assimilazione demenziale della ribellione catalana al leghismo reazionario di casa nostra ( Il Manifesto), sono smentite clamorosamente dall'evidenza dei fatti. Tra uno Stato che opprime e una nazionalità politicamente oppressa, non si può essere equidistanti. Persistere tanto più oggi nella equidistanza sarebbe complicità con l'oppressione.

Facciamo appello a tutte le sinistre italiane- politiche, sindacali, associative, di movimento- per la più ampia mobilitazione a difesa della Catalogna contro la reazione spagnola. Portiamo la protesta sotto tutti i consolati spagnoli in Italia. No al colpo di Stato di Rajoy! Giu' le mani dalla Catalogna!

Nella mobilitazione unitaria a difesa della Catalogna contro il governo reazionario di Madrid porteremo la posizione indipendente dei comunisti rivoluzionari, già argomentata a più riprese su questo stesso sito:

- Immediata proclamazione della Repubblica Catalana.
- Abolizione del debito pubblico della Catalogna verso la Spagna.
- Nazionalizzazione delle banche catalane, senza indennizzo per i grandi azionisti, a tutela dei piccoli risparmiatori.
- Requisizione delle imprese in fuga dalla Catalogna sotto il controllo dei lavoratori.
- Appello al proletariato spagnolo per una mobilitazione comune contro il governo reazionario di Madrid.
- Organizzazione dell'autodifesa di massa catalana contro la repressione spagnola.
- Sviluppo delle strutture di autorganizzazione di classe e di massa, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, nei quartieri e loro centralizzazione democratica.

Per una Repubblica socialista di Catalogna nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa
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Partito Comunista dei Lavoratori