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Giù le mani dei fascisti dalla CGIL!

 


Per l'autodifesa delle lavoratrici e dei lavoratori dalla violenza fascista e reazionaria. Per una svolta radicale della politica del sindacato

15 Ottobre 2021

Testo del volantino per la manifestazione del 16 ottobre

Questo è il volantino che il PCL distribuirà domani alla manifestazione antifascista convocata da CGIL, CISL e UIL dopo i fatti di sabato scorso. Parteciperemo alla manifestazione con le nostre bandiere, un nostro striscione, le nostre parole d'ordine; contro i fascisti ma da un'angolazione di classe indipendente. In solidarietà con la CGIL contro l'attacco fascista, ma senza un grammo di sconto alla sua burocrazia dirigente, alla sua politica, alle sue enormi responsabilità di fronte ai lavoratori e alle lavoratrici.


L’attacco fascista alla sede nazionale della CGIL è un atto infame. I fascisti non attaccano una politica sindacale ma il sindacato in quanto tale, ossia il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a una propria organizzazione, a tutela degli interessi della propria classe. È la natura stessa del fascismo, che si distingue da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio. Oggi le organizzazioni fasciste usano il movimento reazionario No vax e No green pass come proprio terreno di pascolo, di reclutamento, di organizzazione. L’attacco fascista del 9 ottobre è frutto di questa miscela.

Contro le organizzazioni fasciste è necessaria un’azione indipendente del movimento operaio. Affidarsi allo Stato è un'illusione, come dimostra l’intera esperienza del dopoguerra. Le leggi antifasciste già ci sono ma non hanno portato a risultati, o perché non vengono applicate o perché non producono effetti concreti. Lo scioglimento di Ordine Nuovo (1973), di Avanguardia Nazionale (1976), del Fronte Nazionale (2000) non ha cancellato la presenza dei fascisti, che si sono riorganizzati ogni volta in altre forme e sotto altre sigle. Ed oggi Fratelli d’Italia e la Lega provano addirittura a far leva sulla proposta di scioglimento di Forza Nuova per invocare misure liberticide contro le organizzazioni comuniste, sventolando la squallida mozione del Parlamento Europeo che equipara nazismo e comunismo.

La violenza reazionaria non è solo quella delle organizzazioni fasciste, che ha la sua specificità. È anche quella delle squadre di picchiatori assoldati dalle aziende contro i picchetti di lavoratrici e lavoratori in sciopero, nella logistica, alla FedEx, alla Texprint. Una violenza incoraggiata dalle leggi contro gli immigrati, dalla tolleranza degli abusi padronali, dalla copertura dello Stato. I decreti Salvini e la criminalizzazione delle forme di resistenza sociale (picchetti, blocchi stradali, etc.) ha moltiplicato i casi di repressione aziendale, poliziesca, giudiziaria contro le lotte operaie.

Tutto questo va contrastato e respinto. Contro le organizzazioni fasciste e ogni forma di violenza reazionaria le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a difendersi, a difendere le proprie Camere del lavoro, le proprie pratiche di lotta, i propri spazi, le proprie conquiste. La cultura dell’autodifesa appartiene alla storia migliore del movimento operaio. Se i fascisti vogliono riproporre azioni squadriste da anni ’20, allora le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto a rispondere: presidiando le Camere del lavoro, organizzando la difesa dei picchetti, opponendo alla forza reazionaria la propria forza organizzata. Lo stesso vale contro le azioni squadriste di picchiatori o crumiri.

Parallelamente va rivendicata la cancellazione dei decreti Salvini, sia nella parte che criminalizza i migranti sia in quella che attacca i diritti di lotta del movimento operaio. Come va respinta la pretesa del governo Draghi e del Ministro degli Interni Lamorgese di restringere ulteriormente i diritti di manifestazione prendendo a pretesto l’aggressione fascista di sabato scorso. Far leva sulle azioni fasciste per restringere la libertà di manifestare è un'operazione inaccettabile che la CGIL ha il dovere di contrastare.

In realtà è tutta la politica sindacale a essere chiamata a un cambio di rotta. Come siamo intransigenti nel difendere la CGIL dalle minacce fasciste, così vogliamo essere netti nel giudicare la linea del suo apparato dirigente, che consideriamo disastrosa, sindacalmente e politicamente. Da anni e decenni si insegue la concertazione con il padronato e i suoi governi, cioè la trattativa sulla piattaforma della controparte. Prima sulla scala mobile; poi sulla precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, i tagli sociali; poi ancora sulle pensioni, con le ridicole tre ore di sciopero contro la Legge Fornero, che hanno regalato a Salvini milioni di voti operai; infine, persino sui licenziamenti, concedendo a padroni e governo lo sblocco in cambio di un “avviso comune” che è solo una truffa. Parallelamente si sono abbandonate a loro stesse centinaia di vertenze per la difesa del lavoro, senza dar loro una indicazione unificante né in fatto di rivendicazioni né in fatto di forme di lotta e di organizzazione.

Il risultato di tutto questo è uno solo: i padroni si sono rafforzati, la precarietà del lavoro è dilagata, e le morti sul lavoro ne sono una misura agghiacciante. Ma soprattutto è arretrata la coscienza delle masse. Milioni di lavoratrici e lavoratori, sentitisi senza tutela, hanno cercato a destra quello che non trovavano a sinistra, finendo con l’essere dirottati contro falsi bersagli: ieri contro i migranti e oggi magari contro i vaccini. Lo stesso movimento No vax e No green pass catalizza, su basi reazionarie, diversi motivi di malcontento. Lo spazio dei fascisti è figlio di questo clima.

La direzione della CGIL non può chiamarsi fuori da questo bilancio. In quanto direzione del più grande sindacato di massa, ne porta per intero la responsabilità. Eppure, vediamo che persevera come se nulla fosse accaduto. Persino i fatti di sabato scorso sembrano diventare una leva di accreditamento presso il governo Draghi, nel segno dell’abbraccio tra Draghi e Landini. Un abbraccio che non è solamente uno scatto d’immagine ma la cornice simbolica di una politica, una politica di unità nazionale con il governo del capitale finanziario. Lo stesso che liberalizza i licenziamenti, peggiora il reddito di cittadinanza, abbassa la tassazione delle rendite finanziarie, cancella persino l’elemosina di Quota 100, destina alla sanità pubblica l’ultima voce di spesa tagliando per di più l’IRAP che la finanzia. Continuare a sostenere di fatto questo governo, come fa Landini, significa disarmare le lavoratrici e i lavoratori, e alimentare anche nelle loro file gli umori peggiori.

Occorre allora un’altra direzione del sindacato e della CGIL. Occorre un sindacato che unifichi le vertenze del lavoro, che costruisca una cassa nazionale di resistenza, che dica che le lavoratrici e i lavoratori debbono occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN, e che rivendichi la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Occorre un sindacato che si batta per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40. Occorre un sindacato che chieda il raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, finanziato dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche e da una patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco. Un sindacato che recuperi insomma la propria autonomia dai padroni e dal governo, e per questo possa unire le lavoratrici e i lavoratori in un vero sciopero generale.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in CGIL e in ogni sindacato classista per questa svolta generale di indirizzo. Per restituire il sindacato a lavoratrici e lavoratori. Per unirli in una lotta comune, al di là di ogni diversa appartenenza sindacale. Per ricondurre ogni loro lotta alla prospettiva di un loro governo. Un governo anticapitalista, basato sulla forza e l’autorganizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori. L’unico governo che possa cambiare davvero le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Squadrismo fascista, no vax, autodifesa

 


Riflessione sui fatti di Roma

10 Ottobre 2021

L'attacco squadrista del 9 ottobre a Roma contro la sede nazionale della CGIL richiede alcune considerazioni aggiuntive rispetto al comunicato che abbiamo pubblicato, anche a fronte di alcuni elementi di confusione presenti nello stesso dibattito dell'avanguardia, o di posizioni che riteniamo profondamente sbagliate.

La prima considerazione riguarda la natura dell'atto compiuto, la sua matrice, il suo retroterra. Su questo non possono esserci dubbi o rimozioni di sorta. Si è trattato di un atto squisitamente fascista, guidato dai massimi dirigenti politici (Roberto Fiore) e militari (Giuliano Castellino) di Forza Nuova, per l'occasione affiancati da squadristi riconosciuti di altre formazioni di estrema destra, inclusi i capi delle curve (Verona in primis). Un atto non improvvisato, ma preparato e organizzato per tempo, nel quadro di una manifestazione nazionale, come tale convocata con post e locandine on line, con simbologie tricolori e parole d'ordine di Forza Nuova. Un atto che rientra nella peggiore tradizione del movimento fascista, come sa chiunque conosca la storia d'Italia, e non solo.

L'attacco è stato rivolto contro la sede nazionale del principale sindacato italiano. Non è un fatto casuale. Il movimento fascista si distingue storicamente da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira in ultima analisi alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio, dalle più moderate alle più radicali. L'aggressione alle Camere del lavoro fu infatti l'esordio dello squadrismo un secolo fa.

Nessuna considerazione sulla politica della burocrazia sindacale può giustificare il rifiuto di condannare l'azione squadrista e/o il rifiuto di dare la solidarietà all'organizzazione sindacale aggredita. Non è questa infatti la tradizione dei comunisti rivoluzionari.

La burocrazia sindacale della CGL di un secolo fa era la stessa che aveva tradito il biennio rosso, che giunse a siglare il patto di pacificazione coi fascisti nel 1921, che finirà con l'accettare il proprio scioglimento da parte del governo fascista nel 1925 (Patto di Palazzo Vidoni). Alcuni dei suoi massimi dirigenti passeranno dalla parte del regime dopo le leggi eccezionali. E allora? I comunisti che combattevano questa politica della burocrazia con tutte le proprie forze furono in prima fila a difendere le Camere del lavoro dallo squadrismo, lasciando sul campo per questo centinaia di morti e feriti. Perché difendere le Camere del lavoro non era difendere la burocrazia ma il sindacato, la propria organizzazione di classe, più in generale il proprio diritto ad avere un sindacato.

Così, su un piano diverso, nel secondo dopoguerra. La CGIL di Di Vittorio – nata in contrapposizione alla CGL classista di Napoli con un'operazione burocratica diretta da Togliatti – era quella che tra il 1943 e il 1947 difese i governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, de Gasperi, e quindi la loro politica di sacrifici, sblocco dei licenziamenti, incremento dello sfruttamento, ritorno dei vecchi padroni (come Valletta), e persino l'amnistia per gli aguzzini fascisti decretata da Togliatti, ministro di Grazia e giustizia. Fu la stessa burocrazia stalinista che nel 1948 tradì l'enorme sciopero generale spontaneo in reazione all'attentato a Togliatti abbandonando decine di migliaia dei propri militanti alla vendetta dei padroni e di Scelba. Eppure, quando dopo il 1948 si scatenò la reazione contro il movimento operaio, e si moltiplicarono gli attacchi a diverse Camere del lavoro, tutti i militanti classisti difesero la CGIL dalla reazione condannando senza riserve le aggressioni. Perché difendevano il proprio sindacato, e più in generale il diritto al sindacato come diritto dei lavoratori.

Naturalmente ad oggi non siamo né al 1921 né al 1948. Ma il punto è di metodo generale. Quando si difende un sindacato dalla reazione si difende un diritto collettivo della classe operaia, non i burocrati che lo tradiscono ogni giorno. Confondere le due cose, smarrire il confine tra movimento operaio e reazione nel nome della denuncia della burocrazia sindacale e delle sue malefatte non solo favorisce la tenuta di quest'ultima nel rapporto con la propria base, ma rischia, oltre una certa soglia, di portare lontano. Come portò lontano un secolo fa settori disorientati del sindacalismo rivoluzionario che in odio alla burocrazia finirono col confluire nel campo della reazione. Nessuna organizzazione del sindacalismo di classe, sia chiaro, ha oggi propensioni del genere, ma è bene da subito segnalare e rimuovere posizioni equivoche e pericolose. Tanto più se e quando si manifestano nel campo del sindacalismo di classe più combattivo e radicale.

I fatti di Roma inducono a una chiarificazione ulteriore sulla natura del movimento no vax e no green pass. Lo ribadiamo a scanso di equivoci: non equipariamo il movimento no vax e no green pass al movimento fascista. Tanto meno ci sogniamo di affermare che tutti i no vax e no green pass sono fascisti. Ma non è possibile mantenere ambiguità ed equivoci sulla natura reazionaria di questo movimento. L'humus che lo alimenta – non l'unico ma quello essenziale – si fonda sulla “libertà individuale” contrapposta alla solidarietà sociale, e sulla contestazione della scienza a favore di ciarlatanerie grottesche.
Sono gli ingredienti classici di movimenti populisti di carattere reazionario, non diversi da quelli che negli USA si sono raccolti attorno a Trump per la libertà di non vaccinarsi, libertà che oltretutto ha moltiplicato contagi, ricoveri e morti negli stati repubblicani del Sud. Movimenti populisti di carattere reazionario non diversi da quelli che in Brasile, col sostegno delle Chiese evangeliche, impugnano i crocifissi contro i vaccini, in un paese in cui il Covid ha fatto oltre seicentomila morti (e sono solo quelli censiti). Il 9 ottobre a Roma è stato applaudito dalla piazza il messaggio fatto pervenire da Monsignor Carlo Maria Viganò, simpatizzante lefebriano: “La pandemia è stata causata da Dio per punire peccati individuali e sociali”. C'è bisogno di aggiungere altro?

Questa è la ragione per cui le organizzazioni fasciste trovano nei movimenti no vax, nelle loro diverse declinazioni, un terreno naturale di pascolo, di reclutamento, di organizzazione, di egemonia di piazza. Quei compagni che pensano di contrastare l'egemonia dei fascisti sul terreno da loro scelto non solo contraddicono le ragioni di classe ma sono destinati a una marginalità umiliante e subalterna. La Piazza del Popolo a Roma della giornata del 9 ottobre ha fornito in questo senso un'immagine plastica: i caporioni fascisti sul palco a comiziare davanti a un pubblico plaudente, e un gruppetto di sinistra ai margini della piazza a fare da comparsa impropria e infelice in un film che non solo non è il suo, ma ha registi, scenografi, attori che militano ogni giorno contro di lui. Gli stessi che magari domani davanti allo sciopero dei trasporti denunceranno “il caos , le code, i diritti violati dei consumatori...” e naturalmente “la libertà costituzionale” di muoversi violata e impedita. È la libertà del piccolo-borghese di ogni tempo.

Per queste ragioni ribadiamo che è stato un errore aver introdotto la parola d'ordine del no al green pass nella piattaforma di lotta dello sciopero di domani. Un conto è opporsi alla cancellazione dello stipendio per chi non si vuole vaccinare, cosa importante, necessaria e giusta. Altra cosa è contrastare in quanto tale una misura che favorisce di fatto l'estensione della vaccinazione senza imporne l'obbligo (obbligo che oggi non è necessario e che avrebbe implicazioni assai più vincolanti e pesanti per chi non vuole vaccinarsi). Il rischio ora è che settori dei media presentino lo sciopero dell'11 come sciopero contro il green pass, ignorando totalmente la sua piattaforma classista. Circuiti no vax, infarciti di reazionari e fascisti, già hanno annunciato in alcuni territori la volontà di partecipare alle manifestazioni dell'11 “contro il green pass”. Crediamo, tanto più dopo i fatti di Roma, che ogni inquinamento delle manifestazioni sindacali da parte di tali ambienti vada respinto con la massima chiarezza e fermezza da tutte le organizzazioni promotrici.

Infine i fatti di Roma introducono un nuovo tema nella riflessione sulle pratiche dell'antifascismo, il tema dell'autodifesa e dell'azione diretta. L'esperienza del 9 ottobre ha confermato una volta di più che non sarà lo Stato borghese a proteggere le Camere del lavoro, e più in generale a contrastare i fascisti. I fermi di Fiore e Castellino valgono lo spazio di una telecamera.
Ciò che tutti possono osservare e sperimentare è che i picchetti operai sono sfondati a manganellate, con licenziamenti e fogli di via, o magari assaliti a bastonate dalle guardie private delle aziende con i poliziotti che stanno a guardare, mentre ai fascisti è stato consentito di devastare la sede nazionale della CGIL nella capitale d'Italia, con tanto di inni e foto ricordo. Ciò che è accaduto a Roma può accadere altrove. Occorre allora affrontare seriamente la questione dell'autodifesa. Non si può delegare allo Stato borghese una funzione che per sua natura non può assolvere. Occorre che ci pensi il movimento operaio e le sue organizzazioni.

La questione dei fascisti rimarrà sul tappeto nella prossima fase, e non solo per i no vax. Il 2022 è il centenario della Marcia su Roma, e già si annunciano iniziative di commemorazione dell'evento (manifestazioni, conferenze, raduni anche di carattere internazionale...) con le diverse organizzazioni fasciste Forza Nuova, CasaPound, Lealtà Azione, che in parte unitariamente, in parte in concorrenza tra loro, stanno lavorando ai festeggiamenti. Noi pensiamo che queste manifestazioni, comunque mascherate, non si debbano tenere. Punto. Ma per impedirle è necessario preparare e organizzare per tempo una mobilitazione antifascista che miri allo scopo.
A mettere fuori legge i fascisti non sono le leggi della democrazia borghese, come mostra l'esperienza italiana del dopoguerra e la stessa esperienza della Repubblica di Weimar con i suoi decreti antinazisti dei primi anni '30. Può essere solo la forza organizzata del movimento operaio, in una logica di fronte unico d'azione, ampia e risoluta.
Il Partito Comunista dei Lavoratori intende porre a tema questa necessità in tutte le organizzazioni antifasciste, di classe e di massa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le donne sotto attacco. Il manifesto della vergogna

 


Pubblichiamo il comunicato del Comitato 23 settembre di denuncia dei vergognosi manifesti di Pro Vita & Famiglia, associazione ultrafondamentalista e reazionaria, con legami con Forza Nuova (1), contro la pillola abortiva RU486. I manifesti sono un palese e violento attacco repressivo e prevaricatore ai diritti riproduttivi delle donne e alla loro autodeterminazione, davanti al quale non rimarremo mai in silenzio, impegnandoci a costruire il più ampio fronte contro ogni forma di oppressione e violenza che le donne subiscono.


Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL



Le donne del Comitato 23 settembre esprimono viva condanna e grande sdegno contro la campagna reazionaria contro le donne, messa in atto dall'associazione ultrafascista "Pro Vita & Famiglia". L'ignobile manifesto in formato gigante affisso in molte città d'Italia fa parte di una campagna terroristica di menzogne e ricatti per boicottare l'uso della pillola abortiva RU486 e si inserisce nel quadro di un'aggressione che, a livello europeo, partiti e associazioni di destra, al governo e all'opposizione, stanno sferrando contro le donne.

Già da molto prima della crisi pandemica il diritto all'aborto era minato dalla presenza massiccia degli obiettori di coscienza. L'obiezione è una piaga che trova sempre più spazio all'interno dei pubblici ospedali, rendendo sempre più complicato l'accesso all'aborto libero e medicalmente assistito, mentre nessun atto è volto al ripristino dei consultori autogestiti, conquistati in passato con dure lotte. Questi presidi per le donne, per l'infanzia e l'adolescenza vanno incrementati e diffusi, con l'obiettivo di favorirne l'uso come centri di informazione e prevenzione soprattutto per le più giovani, le più esposte, assieme alle donne immigrate, al rischio di maternità non volute.
La crisi della pandemia ha aggravato la situazione delle donne che vogliono accedere all'aborto: pensiamo al caso dell'Umbria che, in piena emergenza Covid-19, ha abolito la possibilità di praticare l'aborto farmacologico tramite la pillola RU486 in day hospital, ripristinando l'obbligo di ricovero per tre giorni. Proprio quando ci viene consigliato di non accedere alle strutture ospedaliere laddove fosse possibile un'alternativa, la giunta di destra della regione ha reintrodotto il ricovero ospedaliero senza alcuna motivazione terapeutica e senza che il governo facesse nulla. In seguito al caso dell'Umbria, si è "scoperto" che in 15 regioni italiane l'aborto farmacologico è sempre applicato contestualmente al ricovero ospedaliero!

Nella cancellazione dei diritti delle donne pensiamo risieda il vero veleno di questo governo contro le donne, un governo che non ha mosso un dito contro i fascisti di queste pseudoassociazioni e che, consentendo il proliferare dei "cimiteri dei feti", ha mostrato il suo volto più lugubre.

La vergognosa ipocrisia delle istituzioni non si limita a questi casi-limite.
Nel mentre si mette in atto una campagna per convincere le donne a restare a casa e dedicarsi alla cura dei figli e della famiglia, si penalizzano fortemente le lavoratrici madri, costringendo le donne a rinunciare al lavoro, e quindi al salario che è alla base della loro autonomia e molto spesso della sopravvivenza delle loro famiglie.
Questo attacco risulta ancora più crudele se si osservano i dati delle donne che devono lasciare il lavoro quando nasce un figlio. Se nel 2019 le lavoratrici erano costrette ad abbandonare la propria occupazione in sette casi su dieci, nel 2020 la situazione è peggiorata drammaticamente, sia dal punto di vista lavorativo con un aumento significativo della disoccupazione femminile e del carico di lavoro nella sfera domestica, sia nella possibilità di esercitare il diritto di scelta in merito alla maternità. Ricordiamo in particolare che sono le donne della classe lavoratrice a pagare per prime queste scelte, indotte dal padronato pubblico e privato e mai osteggiate apertamente dal governo.
Il nostro comitato si batte a fianco delle lavoratrici, delle lotte di tutte le donne oppresse, che hanno dato in questi anni battaglia in Italia e nel mondo per la difesa dei diritti conquistati, che in questa crisi vengono sistematicamente aggrediti e compromessi. È la lotta l'unica difesa contro il peggioramento della loro condizione materiale e contro l'attacco continuo alla loro dignità.





(1) https://www.provitaefamiglia.it/blog/perche-non-serve-una-legge-sullomotransfobia-dubbi-dati-e-risposte-lo-studio-di-alessandro-fiore-video

https://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/07/06/tutti-legami-pro-vita-forza-nuova-0f71ba70-6254-11e7-84bc-daac3beed6c1.shtml

Comitato 23 settembre

I fatti di Napoli

 


La crisi congiunta della borghesia e del movimento operaio

26 Ottobre 2020

I fatti di Napoli di venerdì 23 ottobre sono al centro di un vasto commentario politico.
Non ci interessano in questa sede le grida scandalizzate dei tutori padronali dell’ordine pubblico: sono gli stessi partiti di governo di ieri e di oggi che hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica mentre ingrassavano i profitti delle banche e dell’industria militare. Il loro “ordine” criminale è il primo responsabile dell’emergenza attuale. Men che meno ci interessano le posture teatrali del governatore De Luca che ha spolpato la sanità campana anche per finanziare le proprie clientele elettorali, combinando il sottobosco democristiano con il bonapartismo populista, sempre sondaggi alla mano.

Ci interessa invece il confronto apertosi sulla vicenda all’interno della sinistra, anche di quella classista e antagonista. Due sono le letture specularmente opposte dei fatti di Napoli che si alimentano reciprocamente sui social.
La prima vede i fatti di Napoli come una rivolta “guidata dai fascisti” e dominata da posizioni negazioniste. Una lettura variamente appoggiata dagli ambienti borghesi liberali per motivare il riflesso d’ordine e l’appello al pugno di ferro. E anche alimentata per interesse proprio dagli stessi ambienti dell’estrema destra, che provano a intestarsi la ribellione sui media non potendosela intestare sulla piazza. Il tentativo di Forza Nuova di mimare il giorno dopo a Roma la rivolta di Napoli, attraverso un po’ di fuochi artificiali e qualche sparuta decina di fascisti, ha misurato il patetico fallimento dell’operazione.
La seconda è quella che rappresenta i cortei di venerdì notte come una rivolta sociale progressista, espressione del proletariato napoletano o di suoi settori colpiti dalla crisi e minacciati dal lockdown. Una lettura sostenuta o corteggiata da alcuni circuiti di estrema sinistra che tendono a vedere in ogni dinamica di piazza in quanto tale un antagonismo salutare e progressivo. È il caso ad esempio dei CARC, che passano con disinvoltura dalla partecipazione alle peggiori manifestazioni nazionaliste, reazionarie, negazioniste ("Liberiamo l'Italia", Roma 10 ottobre) all'esaltazione dei fatti di Napoli come «resistenza spontanea delle masse popolari».
Ciò che accomuna le due opposte letture è l’assenza di un’analisi di classe, rimpiazzata da schemi ideologici che confondono la realtà con l’immaginario.


UNA PIAZZA COMPOSITA

Va intanto premesso che la piazza di Napoli ha avuto dimensioni obiettivamente contenute, nell’ordine di uno o due migliaia di partecipanti, secondo le stime più ottimistiche fornite dagli stessi promotori. Chi confonde queste dimensioni con quelle di una sollevazione popolare non sa cosa cos’è quest’ultima, forse perché non gli interessa. È in effetti più facile salutare ovunque una rivoluzione immaginaria che lavorare per una rivoluzione reale.

Lo spaccato sociale delle manifestazioni di venerdì rivela al tempo stesso un quadro composito.
Un ruolo centrale l’ha avuto la piccola borghesia della città, a sua volta impasto di ingredienti diversi. Ne fanno parte innanzitutto i piccoli padroni evasori del fisco che tengono in nero i lavoratori che sfruttano, nei retrobottega, nelle cucine, ai banchi dei bar, nei servizi di pulizia, negli studi professionali. Le loro associazioni cittadine (commercio, alberghiero, ristorazione) sono state in prima fila nella convocazione della piazza, e ora fanno leva sulla minaccia dell’ordine pubblico per battere cassa presso lo Stato e la giunta regionale. Il loro obiettivo è la salvaguardia di un privilegio sociale oggi minacciato dalla crisi.
Al loro fianco sono scesi in piazza lavoratori autonomi realmente proletarizzati, piccole partite IVA che non sfruttano lavoro salariato, che hanno già chiuso o che stanno per chiudere, che cercano la tutela sociale da un declassamento già di fatto operante. Sono i percettori annunciati prima dei 600 euro, poi dei 1000, spesso oltretutto arrivati – quando sono arrivati – a rovina già consumata.

Alla piccola borghesia si è aggiunto un settore di lavoro dipendente direttamente coinvolto dalla crisi degli esercizi presso cui lavora, per lo più in nero o con contratti usa e getta. Salariati minacciati dalla disoccupazione, che spesso non potrebbero accedere per via dei mille paletti neppure alla miseria del reddito di cittadinanza o di emergenza, e che dunque vedono nella salvezza dei propri padroni la difesa di qualche forma di reddito.

In entrambi i cortei si è fatto vivo un pezzo del mondo calcistico delle curve, che soffre oggi la privazione dello stadio e riproduce nello scontro con la polizia il proprio codice paramilitare.

Un settore di sottoproletariato, prevalentemente disoccupato, componente stabile del tessuto sociale napoletano, che ha visto oggi ulteriormente immiserita la propria condizione e allargate le proprie dimensioni.

Infine era certamente presente un settore criminale di basso profilo, colpito in primis dal coprifuoco notturno, che rende più complicate alcune attività criminali (spaccio), e poi dalle maggiori difficoltà di raccogliere il pizzo da attività colpite dal lockdown parziale. Anche se altri settori della malavita si sono ingrassati col lockdown grazie alla pratica dell’usura e dell’acquisto a prezzi stracciati.

Questo magma sociale contraddittorio si è espresso in due cortei diversamente convocati: uno organizzato da giorni dalle corporazioni cittadine delle classi medie, un altro improvvisato venerdì stesso da ambienti antagonisti e partito dal piazzale antistante l'Università Orientale. L’annuncio perentorio di De Luca di un immediato lockdown regionale – senza alcuna copertura economica per nessuno degli interessi colpiti – ha irrobustito entrambi i cortei, popolandoli di altre centinaia di persone, che hanno espresso per questa via la propria protesta.
La composizione dei cortei, entrambi diretti verso i palazzi della Regione, ha così travalicato la diversità delle piattaforme iniziali. Durante la prima ondata della pandemia, che solo marginalmente ha toccato la Campania, De Luca aveva potuto finanziare il proprio blocco clientelare con sussidi varia natura, ottenendo anche per questa via la rielezione. Ora che la seconda ondata travolge Napoli, il Presidente eletto entra in rotta di collisione con gli interessi che aveva foraggiato. Le manifestazioni di venerdì sono anche la crisi di una parte del suo blocco sociale di riferimento.


LA CRISI CONGIUNTA DELLA BORGHESIA E DEL MOVIMENTO OPERAIO

Più in generale, i fatti di Napoli sono il riflesso – in ultima analisi e al di là delle loro modeste dimensioni – della crisi congiunta della borghesia e del movimento operaio. La profondità della crisi capitalista erode l’egemonia borghese su ampi settori di classe media, mentre la crisi del movimento operaio porta tra le braccia della classe media settori di salariati e disoccupati. La risultante d’insieme è un blocco sociale spurio e instabile.
Nell’ultimo decennio abbiamo visto diverse espressioni di questo fenomeno. Ne è stata un'espressione il fenomeno dei "forconi" nel 2010-2011, con un marcato profilo reazionario. Ne è stata un'espressione in Francia il fenomeno dei gilet gialli, con un profilo molto più indefinito e poliedrico. A Napoli non è nato un movimento, si è trattato ad oggi di una manifestazione. Ma nella manifestazione si sono espressi a livello embrionale gli ingredienti potenziali della stessa miscela.
Questa miscela non è stata diretta o ispirata dai fascisti e/o dalla camorra, come vorrebbero quegli ambienti liberali che invocano il pugno di ferro della polizia, ma certo non è diretta né può esserlo, per la sua stessa natura, dalla classe lavoratrice e dalle sue ragioni sociali.

Il tema strategico per la sinistra di classe non è allora l’impossibile egemonia su questo blocco, ma la sua rottura e scomposizione lungo una linea di classe. Una linea che punti a sottrarre salariati, precari, disoccupati all’egemonia piccolo-borghese per ricomporli attorno a una piattaforma di classe unificante e a una mobilitazione generale.

Le misure di emergenza sanitaria le paghino i padroni, non i proletari e nemmeno la piccola borghesia!

- 100% di copertura salariale per tutti i cassaintegrati.
- Blocco generale dei licenziamenti, contro ogni minaccia di sblocco
- Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire oggi da Whirlpool.
- Regolarizzazione dei precari: a pari lavoro, pari diritti. Nella sanità, nella scuola, nelle fabbriche, nel terziario, nei campi. Ovunque.
- Abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, e la giungla delle cooperative e degli appalti.
- Salario dignitoso ai disoccupati.
- Copertura delle perdite di esercizi commerciali ed artigiani, sulla base del reddito (dichiarato) del 2019.
- Un grande piano di nuovo lavoro nel trasporto pubblico, nella bonifica da amianto, nel risanamento del territorio, nella messa in sicurezza delle abitazioni.
- Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, 30 ore pagate 40. Il lavoro che c’è sia ripartito fra tutti.
- Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica e requisizione di quella privata, con l’assunzione a tempo indeterminato di 100000 medici e infermieri e la riapertura dei duecento ospedali soppressi.
- Patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco e abbattimento delle spese militari. Paghi chi non ha mai pagato.


Sono rivendicazioni che non si limitano a difendere l’immediato interesse della nostra classe, ma puntano alla ricomposizione attorno ad essa di un più vasto blocco sociale anticapitalista.
Solo un'irruzione sul campo della nostra classe, attorno a un proprio programma unificante, può consentirle di polarizzare l’enorme malcontento sociale che monta anche tra le fila dei settori declassati della piccola borghesia, incorporandoli alle ragioni del proletariato e a una prospettiva di governo dei lavoratori.
Il rischio altrimenti è muoversi a rimorchio di altre classi, fosse pure nel nome dell’antagonismo o, addirittura, della rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Fascisti su Marte con il sidecar

Il blitz contro un gruppo di terroristi fascisti che in provincia di Siena stavano pianificando un attentato contro una moschea non sorprende chi, come noi, da tempo conosce il ritrovato dinamismo delle formazioni di estrema destra e invoca un'azione dal basso per fermarle.

La vicenda del gruppo senese, costituito da appartenenti al Movimento Idea Sociale fondato da Pino Rauti, oltre a destare impressione per la quantità di armi a disposizione dei protagonisti, ci riporta in mente il periodo in cui la Toscana era uno snodo chiave del neofascismo armato. Nei primi anni Settanta infatti, tra le provincie di Arezzo, Siena, Firenze e Lucca, venne fondato il Fronte Nazionale Rivoluzionario, ma sopratutto operarono cellule della rete di Ordine Nero, organizzazione coinvolta nello stragismo e responsabile dell'attentato al treno Italicus. Sempre nei dintorni di Arezzo si svolgevano i conciliaboli golpisti di Gelli e Borghese per pianificare il tentato colpo di Stato del 1970.
Sebbene in un contesto storico diverso, anche in tempi più recenti la Toscana è stata teatro di continue provocazioni e aggressioni anche armate. La memoria corre subito alla strage di Piazza Dalmazia del 2011, operata a Firenze da Gianluca Casseri, attivista di CasaPound. Ma non solo. Nel 2018, sempre a Firenze, Idy Diene, un ragazzo senegalese, venne brutalmente ucciso da mano razzista.
Poi ci sono una serie di episodi che hanno trovato minore risonanza mediatica nazionale, ma sono ugualmente significativi. A Lucca, per alcuni anni esponenti del neofascismo locale con frequentazioni nella tifoseria della Lucchese calcio e nella destra extraparlamentare, hanno imposto a suon di coltellate e agguati la loro linea dentro lo stadio e negli ambienti giovanili locali. Per capire la pericolosità dei soggetti in questione basti pensare che uno degli ex ultrà lucchesi è ora uno dei capi di una milizia fascista filorussa impiegata nella guerra del Donbass.
Venendo ai giorni nostri, soltanto in questa settimana ci sono giunte notizie di un'ulteriore aggressione a sfondo razzista a Firenze, ai danni di un venditore ambulante africano da parte di almeno due soggetti incappucciati, e dell'imbrattamento a Pontedera della lapide in memoria del già citato Idy Diene.

Non possiamo rimanere a guardare mentre è in fermento l'attività di chi nelle nostre città, favorito dalla propaganda reazionaria locale e nazionale, diffonde odio orizzontale tra lavoratori, fomenta guerre tra poveri e arriva ad aggredire fisicamente e pianificare stragi. Mentre i comuni toscani targati Lega e Fratelli d'Italia escono dalle reti di antidiscriminazione, tagliano fondi SPRAR e intitolano strade e rotatorie a politici missini, i gruppi fuori da quello che una volta si sarebbe chiamato “arco costituzionale” sfruttano il clima favorevole a un loro sostanziale sdoganamento per compiere iniziative sempre più audaci.
Senza contare che la continua tolleranza di aperture di sedi neofasciste, come quella di Forza Nuova a Montevarchi e quelle di CasaPound a Pontedera e a Castiglion Fiorentino (benedetta dal locale assessore alla cultura, avvocato Lachi), offre anche una sponda logistica a queste organizzazioni.
Alla connivenza spudorata della destra si aggiungono anche gesti ambigui da parte di esponenti del centrosinistra (poi impegnati in un borghese antifascismo da salotto e di facciata), come quando il sindaco del PD di Siena Valentini nel 2017 si fece fotografare a bordo di un sidecar delle SS.

La lotta al fascismo è per il Partito Comunista dei Lavoratori un terreno sul quale organizzare un fronte unico delle organizzazioni anticapitaliste e delle sinistre di opposizione, proprio come la difesa del lavoro per cui in questi giorni abbiamo lanciato una assemblea nazionale a Roma.
In Toscana nel 2009 le sezioni del PCL di Massa-Carrara e Lucca-Versilia furono tra i fondatori del Coordinamento Antifascista e Antirazzista Toscano (CAAT), cui poi presero parte le altre sezioni toscane del PCL e anche numerose sigle tra partiti, organizzazioni sindacali di base, centri sociali e altri raggruppamenti. In quel periodo le destre proponevano di organizzare ronde, utilizzando e gonfiando artatamente il clima della paura instaurato anche con l'ausilio dei mezzi di comunicazione borghese. In questo contesto si inserivano le solite sigle fasciste che cercavano, a volte camuffando il proprio nome, di accreditarsi come tutori dell'ordine, e avere così l'autorizzazione a colpire immigrati e "rossi". Il CAAT contribuì a sensibilizzare l'opinione pubblica su questo pericolo (poi scampato) con manifestazioni pubbliche, e contrastò efficacemente iniziative fasciste come quella di “Destra Unita”, raggruppamento dietro cui si celava Forza Nuova, che avrebbe dovuto tenersi a Viareggio nel giugno del 2010 ma che fu annullata dopo che centinaia di antifascisti scesi in piazza misero in chiaro i rapporti di forza tra le due realtà.
Oggi serve rilanciare un fronte unico antifascista e anticapitalista che operi in nome di quella che Victor Serge chiamava vigilanza rivoluzionaria. Con lo stesso spirito venne creato il CAAT, e allo stesso risultato dobbiamo mirare tenendo conto del mutato contesto storico e politico rispetto a dieci anni fa.

Partito Comunista dei Lavoratori - coordinamento Toscana


25 APRILE 2019

FB Antifascismo di Classe

PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE
Sono ormai anni che in Italia si assiste ad una ripresa impetuosa di manifestazioni politiche e organizzazioni fasciste, mentre il razzismo e una cultura di destra radicale hanno fatto una breccia enorme nelle classi lavoratrici, nei quartieri popolari e in quello che era il blocco sociale di riferimento della sinistra.
Il Ministro dell’Interno, Salvini, con un ruolo sempre più preponderante nel governo “giallo-bruno” Lega-M5S, soffia sul fuoco della xenofobia fino al punto di commettere un crimine contro l’umanità respingendo dei rifugiati in un paese in guerra, come la Libia.
Lo stesso Salvini è oggi il campione di settori popolari affascinati dalla retorica dell’estrema destra e delle organizzazioni fasciste. Le sue ruspe distruggono i campi nomadi, i fascisti di Casapound e Forza Nuova completano il pogrom aizzando i residenti dei quartieri poveri contro i Rom e i migranti che cercano una soluzione abitativa.
Ancora una volta razzismo e fascismo vengono utilizzati dalle destre per dividere la classe lavoratrice; ponendo da una parte i cosiddetti lavoratori autoctoni e dall’altra i migranti, si crea un falso nemico contro cui scatenare le proprie frustrazioni e sofferenze. I poveri e i poverissimi diventano i nemici di Stato, mentre il padronato continua indisturbato nei suoi affari.  I porti chiusi in faccia ai migranti che scappano da guerra e miseria sono il prodotto dell’intervento imperialista del capitalismo italiano in Libia, l’effetto collaterale delle politiche padronali sul piano internazionale. Non un caso, un accidente o un’eccezione.
Per questo oggi non può bastare un antifascismo di maniera, retorico, da celebrare solo alle feste comandate.
No. È urgente e necessario un ritorno alle mobilitazioni di classe. 
E’ evidente. Lo dimostra proprio questo governo: le leggi contro la ricostituzione del partito fascista, la sua propaganda la Costituzione non bastano a respingere il fascismo. Se quelle leggi servissero, non potrebbero esistere un governo e un ministro che favoriscono la crescita dell’estrema destra e delle organizzazioni fasciste. La maschera grottesca di Salvini, le sue leggi sulla sicurezza (decreto sicurezza) e sulla legittima difesa lo dimostrano eloquentemente.
È necessario riprendere, oggi come non mai, il filo dell’antifascismo come lotta di classe del mondo del lavoro contro il padronato.
PER UN ANTIFASCISMO ANTICAPITALISTA
«Nessuno deve restare indietro, sia esso italiano, nero o rom». Un ragazzino di quindici anni, figlio di un licenziato di Almaviva, ha fronteggiato da solo i fascisti nella borgata di Torre Maura a Roma, la sua borgata. Lo ha fatto dopo che ha visto i fascisti calpestare il pane destinato ai rom, sospinto da un senso elementare di umanità e di giustizia. 
L'episodio dice molto, soprattutto a sinistra. 
La prima cosa che dice è che è possibile contrastare i fascisti, anche sui temi più difficili. Casa Pound e Forza Nuova hanno imposto la propria legge, cioè la legge della forza squadrista. Ora la loro vittoria rischia di propagare l'esempio in altri quartieri e città, offrendo una bandiera miserabile a settori popolari immiseriti e declassati. È’ necessario allora recuperare l'iniziativa antifascista costruendo ill fronte unitario più largo e determinato.
La seconda cosa che l'episodio coraggioso indica è come contrastare il fascismo. “Nessuno deve restare indietro, italiano, nero o rom” corrisponde ad una piattaforma di mobilitazione che vada ben al di là della solidarietà ai rom e agli immigrati. E’ necessario avanzare rivendicazioni comuni capaci di unire tutti gli sfruttati al di là di ogni differenza etnica. Casa per tutti anche attraverso l'esproprio di grandi proprietà immobiliari, un lavoro per tutti anche attraverso l'investimento pubblico nel risanamento di case fatiscenti e strade disselciate, un sistema di servizi sociali, a partire dagli asili, che dia supporto alle famiglie povere... sono rivendicazioni patrimonio dell’iniziativa iniziativa antifascista. I fascisti occupano spazi che la sinistra politica ha abbandonato e tradito. Solo rioccupando quegli spazi è possibile tagliare l'erba sotto i piedi dei fascisti. Ma ciò non significa tenere convegni sull'abbandono delle periferie, magari sotto elezioni.
Significa organizzare gli sfruttati e la loro lotta contro il loro vero nemico. Che è il capitalismo, innanzitutto quello di casa nostra
L'antifascismo, più che mai, o è anticapitalista o non è.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

Roberto Fiore accusa... Trotsky per la strage di Bologna

Ma la vera notizia sono i buoni rapporti fra Forza Nuova e il governo

Nella conferenza stampa tenuta ieri a Bologna, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi hanno attribuito in ultima analisi a... Trotsky la strage di Bologna del 2 agosto del 1980. Non è uno scherzo, né una battuta. Lo si può constatare dalla puntuale registrazione della conferenza. La tesi di Fiore, se si può chiamare così, è molto semplice. “Trotsky teorizzava la rivoluzione permanente a carattere internazionale. Per questo voleva la destabilizzazione, il disordine, l'anarchia ovunque possibile. La STASI tedesco-orientale aveva rotto col KGB negli anni '70 per fomentare la destabilizzazione. La RAF tedesca era controllata dalla STASI. La STASI aveva in Emilia Romagna 250 agenti, e aveva infiltrato l'estrema sinistra italiana. Da qui la strage neotrotskista, coperta dal PCI e dai poteri forti che hanno depistato la verità per incolpare i fascisti”. Testuale.

Non replichiamo naturalmente alle farneticazioni teoriche di Forza Nuova. Attribuire a Trotsky la teoria della destabilizzazione attraverso il terrore, per di più stragista, è già di per sé un'idiozia troppo grottesca per meritare risposta. Rappresentare poi la STASI come agenzia trotskista della rivoluzione è puro delirio.

Ciò che invece ha rilievo nella conferenza stampa fascista è ben altro. Roberto Fiore ha candidamente rivelato le nuove relazioni tra Forza Nuova e la Presidenza del Consiglio. Forza Nuova ha chiesto a Conte gli incartamenti confezionati quarant'anni fa dagli stessi servizi segreti coinvolti nelle operazioni stragiste. Incartamenti che avvalorerebbero, secondo Fiore, guarda caso, la “pista neotrotskista” su Bologna. La Presidenza del Consiglio e il ministero degli Interni hanno risposto positivamente alla richiesta di Forza Nuova, che sentitamente ringrazia. Questa è l'unica vera rivelazione di Roberto Fiore.

Il fatto non è irrilevante. Nel nuovo contesto politico italiano, i fascisti ottengono entrature istituzionali. Non solo sul terreno quotidiano delle politiche xenofobe, dove agiscono sempre più spesso in tanti territori come i mazzieri di Salvini, ma anche sul terreno della revisione storica degli anni '70. Lo stesso governo che ha promosso la caccia alle streghe contro i cosiddetti “terroristi comunisti” di quarant'anni fa esibendo come trofeo la loro cattura, oggi apre alle sollecitazioni di capi fascisti già condannati per banda armata (Fiore e Adinolfi) offrendo loro la spazzatura che cercano sulla realtà di quegli anni. Il revisionismo storico è al lavoro: i fascisti erano innocenti, i colpevoli erano i comunisti. Fiore e Adinolfi ringraziano Conte e Salvini, Salvini vuole in cambio (anche) i voti dei fascisti. Più in generale, vuole accreditarsi come riferimento politico di garanzia di tutta l'estrema destra italiana. Questa è la vera partita di scambio che la conferenza di ieri ha rivelato.

Il PCL denuncia non solo le provocazioni grottesche dei fascisti, ma anche le coperture che il governo Conte offre loro. La battaglia contro il revisionismo storico sugli anni '70 non è meno importante della battaglia antirevisionista sulla Resistenza. Le classi dominanti non si limitano a colpire le conquiste dei lavoratori, vogliono anche riscrivere la loro storia. Vogliono capovolgere la verità per rimuovere le proprie responsabilità, sino ad attribuire i propri crimini alle loro vittime. Lo fanno su Bologna come sull'esperienza partigiana. I fascisti e le loro cialtronerie farneticanti sono solo uno strumento di questa operazione. Una ragione in più per combatterla, senza nessuna concessione.
30 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Provocazione fascista contro i trotskisti

La conferenza stampa di oggi promossa da Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi a Bologna per svelare «la pista neotrotskista» (!) sulla strage del 2 agosto 1980 è una provocazione infame e grottesca. Una provocazione infame, tenendo conto che si tiene a Bologna, la città colpita dall'atto più sanguinoso di stragismo che l'Italia abbia mai conosciuto per mano di servizi segreti e ambienti fascisti loro complici. Ma anche una provocazione farneticante e grottesca, perché rivolta contro i trotskisti, notoriamente estranei ad ogni forma di terrorismo, tanto più di tipo stragista. Evidentemente Fiore e Adinolfi pensano di sfruttare il nuovo contesto politico reazionario e l'attuale ministero degli Interni in mano a Salvini per imbastire nuove campagne di calunnie infamanti contro i comunisti rivoluzionari, a vantaggio dei propri amici stragisti. Le relazioni intercorse tra la Presidenza del Consiglio e Forza Nuova, rivelate dallo stesso Fiore, sono sotto questo profilo tanto eloquenti quanto inquietanti. Ma i trotskisti hanno la pelle dura: i fascisti troveranno pane per i loro denti.

29 gennaio 2019

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro il ddl Pillon e le politiche reazionarie del governo!

In questo ultimo anno la destra cattolica e quella fascista si sono fatte molto più spavalde, e certamente l'insediamento del nuovo governo Salvini-Di Maio si è rivelato per loro un terreno proficuo per fare affari d'oro sulla pelle delle donne.
Solo nelle ultime settimane a Verona la giunta leghista, con i voti anche della capogruppo del PD, ha approvato una delibera in cui si dichiara Verona “città a favore della vita” e si promuovono fondi da destinare ad associazioni cattoliche antiabortiste. La stessa operazione è stata tentata sia a Milano che a Roma, dove tra l'altro la giunta grillina guidata da Virginia Raggi sta portando avanti da più di un anno una guerra senza quartiere ai centri antiviolenza, ai consultori e alle case delle donne.
Lo stesso neoministro leghista della “famiglia e disabilità” Lorenzo Fontana è attivo insieme ai fascisti di Forza Nuova nel Comitato No 194, che ha l'evidente obiettivo di abolire attraverso un referendum la legge 194, e di ottenere l'applicazione di condanne fino agli 8 anni di carcere sia per le donne che ricorrono all'interruzione volontaria di gravidanza che per i medici che la praticano.
Dal canto suo Papa Francesco, da vero galantuomo compassionevole qual è, per mostrare la riconoscenza della Chiesa cattolica per la piega assunta dai partiti di governo, ha pensato bene di dire che abortire è come assoldare un sicario.

Il nuovo governo non si limita però solo a discriminare o togliere autonomia alle donne nelle scelte che riguardano la propria salute sessuale, ma attacca anche il loro legittimo diritto all'autodeterminazione in senso più ampio.
Il governo Salvini-Di Maio, espressione più autentica della piccola e media borghesia bigotta e rancorosa, ha fatto della difesa della proprietà privata in tutte le sfere della società il suo principale asse politico. In questo senso, la torsione familista in chiave nazionalpopolare e patriarcale è il principio alla base della recente proposta di legge in materia di separazione, divorzio e affido dei minori promossa dal leghista Simone Pillon, fondatore del Family Day.
Il ddl Pillon infatti, perseguendo un astratto principio di “equiparazione” dei compiti genitoriali, introduce alcune proposte irrazionali e discriminatorie sia per le donne che per i minori. Innanzitutto obbliga i coniugi con figli che avviano il percorso di separazione a ricorrere obbligatoriamente e a proprie spese a un “mediatore familiare”, una figura pseudoprofessionale molto nebulosa di cui non si capiscono quali sarebbero i compiti e le competenze. Già solo questo primo aspetto mette in evidenza la natura classista di questa riforma, poiché i soggetti economicamente deboli non sarebbero in grado di coprire le spese del “mediatore”. Inoltre, la mediazione obbligatoria non tutela in alcun modo le donne che scappano da una situazione di abuso domestico, anzi le espone ulteriormente alla violenza dei partner.
Il ddl Pillon inoltre prevede la cancellazione degli assegni familiari e introduce il mantenimento diretto dei figli, non tenendo nuovamente conto del fatto che la disparità economica fra uomini e donne è un fatto reale, e che si è ulteriormente acuito in dieci anni di crisi economica.
Questo disegno di legge inoltre è controverso e problematico anche dal punto di vista dei minori, poiché concepisce i figli come “proprietà”, oggetti e non soggetti di diritto, beni materiali da spartire equamente fra i genitori. Infatti il concetto di bigenitorialità e la doppia domiciliazione ledono il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità, e all’espressione delle loro esigenze e volontà, riportando la genitorialità all'idea di potestà sui figli anziché a quella di responsabilità.
Infine, se viene introdotto il concetto di alienazione parentale, il minore perde di fatto il diritto di esprimersi in merito al proprio benessere e alla propria autodeterminazione e tutela; così se viene manifestato il rifiuto palese a vedere o vivere con uno dei due genitori da parte del figlio, per Pillon ciò è avvenuto poiché c'è stata manipolazione del minore da parte dell'altro genitore, e la legge interviene invertendo il domicilio e il figlio viene obbligato a trasferirsi proprio in casa del genitore che ha rifiutato di vedere. Sembra inequivocabilmente che il ddl Pillon voglia castigare le donne che vogliono abbandonare i (tanti) mariti violenti, o comunque scoraggiarle dal desiderio di iniziare una nuova vita, rendendo l'esperienza della separazione e del divorzio macchinosa, economicamente dispendiosa e dolorosa.

Questa idea reazionaria di figli come “proprietà” non si manifesta solo nella legislazione in materia familiare.
Proprio Pillon, lo scorso marzo, aveva attaccato pubblicamente alcune iniziative didattiche promosse nelle scuole di Brescia, additandole come stregoneria: «Nelle scuole della mia Brescia, dopo il Gender, sono arrivati a imporre la stregoneria, ovviamente all'insaputa dei genitori» (1).
Anche Radio Maria e la stampa cattolica avevano sguaiatamente sostenuto e rilanciato le preoccupazioni di Pillon. In realtà con “stregoneria” veniva additato un normalissimo progetto interculturale promosso dalla biblioteca civica e finanziato dal comune, in cui venivano raccontate fiabe e racconti dal mondo.
Ma l'aspetto più significativo e simbolicamente violento di questa vicenda è contenuto in un passaggio dell'intervento del senatore leghista che è stato di fatto ignorato dai media ma che è emblematico della sua cultura della proprietà privata dei figli: «Appena insediato farò un'interrogazione parlamentare su questa vergognosa vicenda, perché è la Costituzione a garantire il diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i figli». Al di là dei toni macchiettistici, il principio per cui bisogna garantire il "diritto dei genitori, e solo dei genitori, a educare i propri figli" è estremamente reazionario e perfettamente in linea con il progetto di smantellamento della scuola pubblica che da ormai vent'anni viene portato avanti. Se è solo un diritto dei genitori l'educazione dei figli, come possiamo porci nei confronti di quelle famiglie che ad esempio segregano in casa la figlia adolescente perché non accettano il fatto che sia lesbica? (2)

Dunque, dopo anni di denunce e battaglie del movimento femminista per far emergere la realtà della violenza domestica e dopo altrettante mobilitazioni portate avanti per costruire gli strumenti di difesa e di autonomia delle donne e dei minori, è evidente che la politica del governo giallo-verde è quella di spazzare via le conquiste del movimento delle donne e di far tornare a essere la violenza maschile sulle donne e sui figli “un affare privato”, di cui non si deve parlare, non si deve sapere, e che comunque non può divenire un “pretesto” per mettere in discussione l'istituto familiare e la subalternità femminile alla famiglia.
Infatti, mentre si tagliano milioni di euro alla scuola pubblica, alla sanità e allo stato sociale in generale per poter finanziare la detassazione dei padroni e coprire il debito delle banche, la “manovra del popolo” prevede che alle famiglie che generano il terzo figlio venga regalato un pezzo di terra. È evidentemente un ritorno grottesco al premio di maternità di stampo fascista, orpello ideologico al fatto che è proprio la donna in ultima istanza a essere chiamata – e costretta – a fare da supplente di quel welfare pubblico che lo Stato non intende più garantire. La famiglia viene messa – per lo meno ideologicamente – al di sopra di tutto, soprattutto della libertà e del benessere delle donne e dei figli.




(1) http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/03/14/news/dopo-il-gender-e-allarme-streghe-la-battaglia-del-neosenatore-leghista-nelle-scuole-1.319535 .

(2) http://www.today.it/citta/ragazza-17-anni-lesbica-segregata-casa-roma-gay-center.html .
Chiara Mazzanti

7 NOVEMBRE 1944: PORTA LAME. LA BATTAGLIA DI IERI PER UNA LOTTA CHE CONTINUA OGGI


Il 7 novembre celebriamo a Bologna la battaglia di Porta Lame, una delle più grandi battaglie partigiane in una città europea durante la II guerra mondiale.
 Il 7 novembre è anche la ricorrenza storica della Rivoluzione d’ ottobre a cui guardavano i partigiani rossi che componevano la 7 G.A.P. e le Brigate Garibaldi, le formazioni che diedero battaglia quel giorno nella speranza di far insorgere tutta Bologna contro fascisti e nazisti.
Nell’immediato era necessario sconfiggere militarmente le forze fasciste repubblichine e i nazisti, ma i partigiani di estrazione proletaria non volevano limitarsi a questo. Non volevano il ritorno del vecchio regime monarchico liberale, nel cui alveo e con la cui complicità era nata la violenza fascista finanziata dal grande padronato industriale  e dalla grande proprietà terriera. Insomma volevano farla finita per sempre allora e per il futuro con ogni forma di fascismo e con la dittatura dei padroni.
La storia purtroppo ci ha consegnato un esito diverso: al riparo di una costituzione “antifascista” lo stato borghese ha realizzato la propria continuità nelle istituzioni, nelle leggi e perfino nelle persone del regime fascista. E’ stato riedificato il capitalismo che con le sue smanie imperialiste aveva aizzato il fascismo, le conquiste coloniali fino alla guerra mondiale. Il sogno socialista dei partigiani rossi si è infranto perché è stato tradito dalle direzioni opportuniste dei principali partiti della sinistra, il PCI e il PSI, interessati a garantire il potere dei capitalisti pur di avere un giorno la speranza di andare al governo.
Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti i sinceri antifascisti: il governo Lega-Cinquestelle riecheggia nei proclami xenofobi e nei provvedimenti di stampo nazionalista e “sovranista” (“prima gli italiani”) i grandi proclami del ventennio fascista. Nel Paese, le sparate di Salvini spandono i mefitici miasmi razzisti tra le classi popolari, come allora contro le popolazioni africane (guerra in Libia e in Etiopia) e gli ebrei (leggi razziali). I diritti dei lavoratori sono compressi, i salari impoveriti, mentre la borghesia possidente continua a godere di sgravi fiscali e condoni. Infine questo terreno è fertile per la crescita militante delle formazioni neofasciste e neonaziste come Casapound e Forza Nuova impegnate nel sviluppo di una violenta campagna contro i migranti, i centri sociali e gli attivisti della sinistra.
La lotta, dunque, deve continuare.
La lotta deve continuare dal versante della classe lavoratrice e dei ceti popolari, gli unici interessati a cambiare l’ordine sociale da cui continuamente scaturiscono le organizzazioni fasciste.
La lotta partigiana di ieri si ricollega alla necessità della lotta antifascista e antirazzista di oggi. 

Tutti a Roma sabato 10 novembre!

MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA
SABATO 10 NOVEMBRE ORE 14 – ROMA
Info.: 3391636764


FB Antifascismo di classe


Grande Guerra, grande menzogna nazionalista

Nel tripudio sovranista e nazionalista che segna lo scenario italiano, le peggiori destre reazionarie celebrano il 4 novembre come cemento dell'unità nazionale. CasaPound e Forza Nuova sfilano in parate militari inneggiando al "riscatto dell'Italia". Fratelli d'Italia propone di abrogare il 25 aprile a favore del 4 novembre quale simbolo della nazione. La Lega salviniana, archiviata la Padania, coltiva attentamente le relazioni con questi ambienti intestandosi la difesa dei sacri confini contro i nuovi invasori migranti.
Ma lo sciovinismo non abbraccia le sole forze reazionarie. Il liberale Corriere della Sera (2 novembre) ospita con grande evidenza una lunga intervista del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito italiano, Salvatore Farina, intrisa del più becero patriottismo. «Noi dell'Esercito andremo nelle scuole a spiegare con filmati dell'epoca cosa avvenne nella Grande Guerra... I giovani devono conoscere... i valori morali dei nostri nonni e i loro sacrifici per compiere l'ultimo atto del Risorgimento». Segue l'esaltazione di D'Annunzio (che “umiliò gli austriaci”) e l'apologia degli appelli del Generale Diaz ai soldati (“tenete bene a mente che strappando il suolo al nemico, ognuno di voi protegge la sua terra, la sua casa, la sua famiglia”).

Ma l'ingresso dell'Italia in guerra non ebbe nulla a che vedere con la difesa della terra e delle case dei contadini, e neppure col Risorgimento. L'Italia entrò nella Grande Guerra per precise mire annessionistiche e coloniali. Non è una supposizione, è un fatto incontestabile documentato dal Patto di Londra del 26 aprile 1915; il Patto stipulato tra l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna e la Russia zarista. Un patto che avrebbe dovuto rimanere segreto, e che invece fu reso pubblico dal governo di Lenin e di Trotsky dopo la vittoria della rivoluzione bolscevica. Un patto tra briganti per la spartizione di zone d'influenza, basi militari, possedimenti coloniali, all'insaputa dei popoli coinvolti nella guerra, trasformati unicamente in carne da cannone.

Il Patto assegnava ad esempio all'Italia, in caso di vittoria, il Sud Tirolo, e la sua popolazione austriaca; un terzo della Dalmazia, a vantaggio dell'egemonia italiana sull'Adriatico; le basi militari di Valona in Albania e la concessione come protettorato italiano della parte centrale dell'Albania stessa, che pure era uno Stato indipendente; il bacino carbonifero di Adalia in Turchia e il controllo sulle isole del Dodecanneso, nella logica di spartizione dell'Impero Ottomano; la conferma della sovranità italiana sulla Libia e il diritto di partecipazione italiana alla spartizione delle colonie tedesche.
Cosa ha a che vedere tutto questo col Risorgimento e l'unità d'Italia? Assolutamente nulla. Ha molto a che vedere invece con le ambizioni (poi frustrate) di un imperialismo italiano “straccione” (Lenin) che voleva conquistare il proprio posto a tavola nella spartizione del bottino di guerra. Una guerra che costò complessivamente oltre 10 milioni di morti, per lo più operai e contadini, e tra questi 650.000 soldati italiani.

Per questo il 4 novembre non abbiamo alcuna vittoria da celebrare, ma semmai un grande crimine da denunciare. Con le stesse parole di un canto di protesta - tra i tanti - che allora si levò nelle trincee: «...Traditori signori ufficiali che la guerra l'avete voluta, scannatori di carne venduta e rovina della gioventù».

Partito Comunista dei Lavoratori

I fascisti scavalcano Salvini. Fermare le ronde nere!

Ad Aprilia un giovane marocchino è stato inseguito, malmenato, assassinato. L'ennesimo episodio di odio razzista, ma non solo. La specificità del caso sta nel fatto che l'assassinio è opera di un gruppo di “cittadini volontari”, una “ronda”, un “presidio dissuasivo”, come si è aulicamente definito. Poco importa il nome, si tratta di una forma di autorganizzazione reazionaria.

“È finita la pacchia” significa anche questo. In tutta Italia nascono e si riproducono iniziative di azione diretta contro gli immigrati, al di fuori delle strutture ordinarie dello Stato borghese.

Intendiamoci, lo Stato dà il la. In questi giorni, in tutta Italia, le strutture territoriali di polizia e vigili vengono sguinzagliate lungo le spiagge affollate e sui lungomari per “cacciare gli abusivi”, sequestrare i loro averi, punire con multe salatissime gli incauti acquirenti delle merci contraffatte. Le lobby dei commercianti applaudono entusiaste. Mentre uomini e donne di colore, alla ricerca quotidiana della sopravvivenza, fuggono nel migliore dei casi coi loro fagotti di fortuna, per riprendere il giorno dopo la stessa vita. Il ministro degli Interni si intesta il tutto all'insegna dell'ordine e del decoro. Di più. Incoraggia pubblicamente le “passeggiate della legalità”: iniziative volontarie di perlustrazione da parte dei “cittadini” che fiancheggiano vigili e polizia a caccia di “clandestini” e “abusivi”. Lo Stato diventa dunque promotore di strutture parallele, preposte all'ordine costituito. La Lega dirige, il M5S avalla e segue.

Il punto è che le organizzazioni fasciste entrano in questo varco aperto dal Viminale per giocare allo scavalco. CasaPound, Forza Nuova, Lealtà Azione lanciano ovunque possono proprie iniziative di vigilanza squadrista. CasaPound apre la campagna contro i parcheggiatori abusivi, da Cagliari a Ostia, cacciandoli a suon di sganassoni. Forza Nuova sale sui vagoni dei treni, sui bus, in metro, per ripulirli dagli immigrati. Entrambi, in concorrenza tra loro, rivendicano la liberazione del territorio dagli "invasori”, spaziando dai centri storici ai quartieri metropolitani. La parola d'ordine è: “lo Stato non ci va? Ci andiamo noi”. Se gli immigrati vanno cacciati, occorre passare dalle parole ai fatti. I fascisti si sostituiscono allo Stato, stando nella scia dell'iniziativa dello Stato. Se Minniti ha concimato il terreno di Salvini, Salvini concima il terreno dei fascisti.


LA “CASA DEI PATRIOTI” A BRESCIA 

Esemplare il caso di Brescia. Forza Nuova apre a Brescia, città operaia, la "Casa dei Patrioti”, un avamposto fascista impegnato a «pattugliare i quartieri della vergogna», cioè quelli in cui vivono gli operai di colore, già supersfruttati nelle fabbriche del circondario, e poi relegati all'abbandono e al degrado. Lo schema di Brescia viene proiettato su scala nazionale. In tutta Italia vengono lanciate le cosiddette “no go area”, aree in cui si proibisce la presenza migrante attraverso iniziative di espulsione diretta. Iniziative che intruppano la peggiore marmaglia, squadristi patentati, ambienti delle curve ultras, vecchi arnesi della malavita locale, in qualche caso persino fascisti stranieri, come a Rimini, dove Forza Nuova ha potuto contare sulla collaborazione dell'ONR polacca.
Il segno comune è il salto di qualità dell'iniziativa fascista sul terreno dell'azione diretta. Oggi essenzialmente contro gli immigrati, ma domani? Gli attacchi ripetuti a sedi sindacali o a picchetti di lavoratori in lotta (logistica) sono episodi sintomatici.

È necessaria un'azione di contrasto, non si può voltare la testa da un'altra parte o minimizzare il problema. Certo, i fascisti sono oggi ancora una presenza marginale come forza organizzata. Ma questa forza si sta allargando. Estende il proprio reclutamento, rafforza la propria organizzazione paramilitare, e soprattutto gode di un retroterra di legittimazione strisciante sempre più ampio a livello di senso comune in significativi settori di massa. L'arretramento profondo della coscienza politica di milioni di proletari diventa il terreno di pascolo della peggiore demagogia reazionaria. Se un ministro degli Interni può tranquillamente ostentare i motti del Duce (“molti nemici, molto onore”) senza che si produca una reazione di scandalo, lo stesso vale in misura diversa per le iniziative fasciste. Il dirottamento della rabbia sociale contro gli immigrati - asse centrale del salvinismo - diventa sdoganamento di CasaPound e Forza Nuova. Non conta i voti che prendono, sicuramente ancora pochi (per quanto in crescita), conta il bacino potenziale molto più ampio di cui dispongono, e soprattutto l'assenza di ogni seria barriera.


RICOSTRUIRE UN FRONTE DI MASSA 

Non si può rimontare la china e ricostruire una barriera senza recuperare una opposizione di classe e di massa che ricostruisca coscienza tra gli sfruttati. Se l'humus dei fascisti è l'arretramento profondo del movimento operaio, solo una sua ripresa può alzare un argine contro la reazione.
Ma una ripresa del movimento operaio esige qualcosa di più di un semplice approccio democratico alla questione dell'immigrazione.

La reazione fa leva non solo su disvalori ideologici regressivi, ma soprattutto sull'insicurezza sociale, sulla miseria, sulla disperazione: “Come fa ad esservi lavoro, casa, asili, per gli immigrati se non ci sono neppure per noi?”. Occorre rispondere a questa domanda rovesciando il senso comune: “lavoro, casa, servizi, non ci sono per noi per la stessa ragione per cui non ci sono per gli immigrati. È la legge del profitto la radice del problema”. Da qui l'esigenza di intrecciare il sostegno ad ogni singola lotta di resistenza sociale (tanto più oggi preziosa) con la proposta di ricomposizione di un fronte generale di massa cementato da rivendicazioni unificanti. Ripartire il lavoro tra tutti, attraverso una riduzione generale dell'orario a parità di paga; un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, finanziato dalla tassazione dei grandi patrimoni, rendite e profitti; uguali diritti per lavoratori italiani e immigrati, con la cancellazione di ogni legge discriminatoria, sono rivendicazioni che parlano all'interesse comune dei salariati e lo contrappongono al capitale. Possono unire lavoratori italiani e immigrati, pubblici e privati, del Nord e del Sud.
Non c'è lotta possibile alla xenofobia fuori dalla ricomposizione di questo fronte di lotta.
Per la stessa ragione, l'attuale passività della burocrazia CGIL di fronte al governo giallo-verde, come già prima verso i governi PD, è oggi come ieri un aiuto obiettivo alla reazione.


STRUTTURE AUTORGANIZZATE DI VIGILANZA CLASSISTA 

Ma la svolta di lotta non basta. Occorre combinarla da subito con l'azione di contrasto diretto delle iniziative reazionarie e fasciste.

In risposta alla provocazione di Forza Nuova, la CGIL di Brescia ha dichiarato: “Fermiamo i fomentatori d'odio, le ronde razziste, le ronde nere”. Bene. Ma le parole non servono a nulla se non si traducono in azione. Tanto più se servono a salvarsi l'anima e a restare passivi. Magari appellandosi, come avviene ogni volta, alla Costituzione e alla Repubblica democratica. C'è qualcuno che può seriamente pensare che le famose leggi antifasciste di marca costituzionale, rimaste carta straccia per settant'anni, sotto i governi borghesi di ogni colore, possano trovare oggi applicazione per mano... del governo Salvini-Di Maio?
Nessuna fiducia può essere riposta nello Stato. Tanto più oggi, solo l'azione diretta del movimento operaio può mettere i fascisti nell'impossibilità di nuocere. Ad ogni iniziativa fascista va contrapposta una iniziativa unitaria del movimento operaio e sindacale, capace di aggregare in un unico fronte tutte le forze disponibili. Un'azione di controvigilanza organizzata e promossa unitariamente dalle Camere del lavoro, da tutti i sindacati classisti, da tutte le organizzazioni della sinistra e antifasciste. Un'azione mirata espressamente a bloccare, impedire, disperdere l'iniziativa fascista. Le ronde nere non sono una fatalità da commentare, sono un pericolo da estirpare alla radice, per impedire ogni effetto di imitazione e propagazione. Se i fascisti si sostituiscono allo Stato (in realtà fiancheggiandolo), lo stesso possono fare i lavoratori e le organizzazioni antifasciste, tanto più a fronte oggi del ministero Salvini.
I fascisti contano sul successo propagandistico delle proprie azioni squadriste per suscitare fascinazione militare e attrarre consenso. Ogni gruppo di immigrati allontanati dalla loro azione è esibito sui loro siti come trofeo di vittoria. È la spazzatura con cui i fascisti nutrono il proprio immaginario. Per la stessa ragione ogni successo di un'azione di massa antifascista nel disarmare e sbaragliare l'iniziativa dei fascisti può minare il loro prestigio e demoralizzare le loro fila, incoraggiando al tempo stesso una volontà di riscossa sul nostro fronte.

Il movimento operaio pagò a caro prezzo nei primi anni '20 l'appello di Turati al “coraggio di essere vili”, cioè a non rispondere alla forza dello squadrismo con la propria forza organizzata.
Cento anni dopo, è una lezione da ricordare.
Partito Comunista dei Lavoratori