All’inizio del 2026, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato l’offensiva contro Cuba: l’imposizione di dazi a qualunque paese tentasse di fornire petrolio all’isola. La misura, giustificata con la premessa che il governo dell’isola rappresenti una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense, ha aggravato la crisi energetica e portato il paese sull’orlo del collasso.
Non si tratta di un fatto isolato, ma della continuità di una politica sostenuta per oltre sei decenni. L’embargo/blocco economico, commerciale e finanziario ha condizionato strutturalmente lo sviluppo di Cuba e, lungi dal colpire i vertici governativi, ha avuto e continua ad avere un impatto diretto sulle condizioni materiali di vita della popolazione. Non è uno strumento di democratizzazione, ma un meccanismo di punizione collettiva.
In questo contesto di asfissia, il 13 marzo 2026 il presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez ha confermato ciò che già si sospettava: L’Avana e Washington erano in «dialogo». Persino dagli Stati Uniti, il deputato cubano-americano Mario Díaz-Balart ha affermato l’esistenza di conversazioni di alto livello con l’entourage di Raúl Castro, in termini simili a quelli che l’amministrazione Trump ha intrattenuto con la cerchia ristretta di Nicolás Maduro.
Meno di 24 ore prima, il governo cubano aveva annunciato la scarcerazione di 51 persone in seguito alla mediazione del Vaticano. Sebbene non sia mai stata utilizzata la categoria di “prigionieri politici”, attivisti e organizzazioni per i diritti umani sostengono che parte di essi faccia parte del gruppo di oltre mille prigionieri di coscienza che, in ripetute occasioni, sono stati usati come moneta di scambio nei negoziati con Washington.
Cuba arriva a questo scenario schiacciata da una doppia pressione: l’aggressione esterna dell’imperialismo statunitense e i limiti interni di un modello sempre più chiuso, gestito da una burocrazia che ha ristretto la partecipazione popolare.
CUBA PER TUTTI, TRANNE PER I CUBANI
In una situazione di carenza quasi totale di greggio e senza la capacità di coprire un fabbisogno giornaliero di 100.000 barili, i blackout a Cuba raggiungono le 20 ore consecutive, con due interruzioni nazionali in meno di 15 giorni e un totale di 7 in meno di 18 mesi. Una paralisi quasi totale dell’economia e gravi ripercussioni sui servizi di base: salute, istruzione e alimentazione.
La risposta del governo cubano è stata l’applicazione di misure che richiamano il “Periodo speciale” (anni ’90): appelli all’autosufficienza e apertura agli investimenti stranieri nel settore privato, inclusi quelli provenienti da una diaspora storicamente stigmatizzata dallo stesso discorso ufficiale.
In alcune dichiarazioni alla NBC News, Oscar Pérez-Oliva Fraga, ministro del Commercio Estero e pronipote di Fidel Castro, ha anticipato che il governo cubano è aperto a «mantenere una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi».
La disponibilità a negoziare con Washington non è nuova. Nel 2016, durante il cosiddetto “periodo del disgelo”, imprenditori statunitensi sbarcarono in massa per iniettare dollari nell’industria del turismo. Barack Obama non solo sventolò la bandiera statunitense all’Avana, ma assistette a una partita di baseball tra i Tampa Bay Rays e la nazionale cubana allo Stadio Latinoamericano: alla sua destra la famiglia, alla sua sinistra Raúl Castro, allora presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri.
La notizia di nuovi negoziati — privi di trasparenza sui termini — ha quindi risvegliato un misto di aspettativa e indignazione. Sui social network si ripeteva una frase: “hanno preferito dialogare con il nemico piuttosto che con il popolo”, riaprendo le ferite dell’11 luglio 2021, quando migliaia di persone scesero in strada in una protesta senza precedenti terminata con oltre 1.500 arresti. Tra questi, un numero significativo di minori.
«L’ordine di combattimento è stato dato», disse allora Díaz-Canel.
La rivolta ha messo a nudo la differenza tra “la dittatura del proletariato” e “la dittatura di un manipolo di politici”. Sono rimasti per strada i resti di una rivoluzione svuotata di contenuto e tradita. Perché, insieme alla richiesta di cibo e medicine, il popolo ha gridato anche “libertà”.
LA LUCE CHE NON È MAI ARRIVATA DEL TUTTO
Il processo rivoluzionario del 1959 ha segnato un prima e un dopo nella storia di Cuba e nella lotta contro l’imperialismo statunitense in America Latina. La caduta di Fulgencio Batista fu il risultato dell’azione combinata del movimento operaio, contadino e studentesco, e trovò nello sciopero generale del 1° gennaio un punto di svolta che consolidò il trionfo. La mobilitazione popolare fu il motore delle prime trasformazioni: campagne di alfabetizzazione, impulso all’industrializzazione e un vasto sviluppo culturale.
Per la prima volta nella regione, una rivoluzione espropriò i latifondisti e la borghesia, aprendo un processo di transizione al socialismo a poche miglia dalla principale potenza imperialista del mondo. A soli 90 miglia di distanza, l’esperienza cubana divenne un riferimento per un’intera generazione, uno stimolo per le lotte antimperialiste, anticapitaliste e socialiste, e una sfida diretta al potere degli Stati Uniti.
Tuttavia, quell’energia non si è mai tradotta in un reale controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione. Con il passare del tempo, è stata assorbita da una burocrazia che non ha ceduto il potere, finendo per consolidarsi come una classe privilegiata.
Oggi, questa struttura si esprime in conglomerati come GAESA, sotto il controllo delle Forze Armate e senza meccanismi di controllo pubblico: un intreccio che spazia dai porti al turismo e al settore immobiliare, passando per la rete delle rimesse e i negozi in dollari, notevolmente più riforniti rispetto a quelli che operano in pesos cubani. La saggista e docente Alina López Hernández è arrivata a definire GAESA come un ossimoro all’interno di un paese che si proclama socialista.
Una dirigenza che, inoltre, ha ceduto risorse strategiche ad altri imperialismi come Russia e Cina, e che nel 2022 ha approvato un Codice Penale che ha ampliato i reati sanzionabili nel nome della “sicurezza dello Stato”, limitando ulteriormente le libertà politiche. La maggior parte di essi prevede la pena di morte come misura punitiva.
Ma il ruolo di questa burocrazia trascende l’ambito nazionale. Il suo consolidamento è stato legato alla dottrina stalinista del “socialismo in un solo paese”, che ha implicato la rinuncia all’espansione rivoluzionaria e l’accettazione della coesistenza con l’imperialismo come orizzonte. Sotto questa logica, lo Stato cubano ha agito più come fattore di contenimento che come motore emancipatore. Negli anni ’80, la burocrazia ha aiutato a incanalare i processi insurrezionali verso soluzioni negoziate in America Centrale. E due decenni dopo ha accompagnato il processo bolivariano entro i medesimi limiti: dando priorità alla stabilità dei governi rispetto alla radicalizzazione democratica e al protagonismo popolare.
Il risultato è una burocrazia che ha finito per scavare la fossa del proprio isolamento: un potere chiuso, conservatore e sempre più distante dalla base sociale che dice di rappresentare.
UNA FORMULA PER RESISTERE ALLE INGERENZE ESTERNE
Cuba arriva, dunque, al 2026 in uno scenario critico, dove la pressione esterna si combina con un modello interno esaurito. Una crisi multidimensionale, con una popolazione invecchiata che supera il 20%, pensioni che non coprono il costo base della vita, un sistema sanitario deteriorato, un’istruzione in regresso, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture collassate e un processo di dollarizzazione informale che acuisce le disuguaglianze.
A ciò si aggiunge la persistenza della repressione politica: le organizzazioni per i diritti umani stimano circa 1.214 persone private della libertà per aver esercitato diritti fondamentali. Un dato parziale, poiché la cifra reale è sconosciuta e il Partito Comunista Cubano ne nega l’esistenza. Tutto ciò ha eroso la fiducia sociale del popolo verso un regime burocratico — e i suoi alleati internazionali campisti e progressisti — che ha sacralizzato concetti come Rivoluzione o Socialismo, ma ha spinto una parte della classe lavoratrice verso un’ultradestra che non offre risposte strutturali, e portando tre milioni di persone all’esodo di massa da Cuba.
Possono essere rivoluzionari coloro che cercano di perpetuare lo status quo? Sono rivoluzionari coloro che limitano le libertà politiche? O sono rivoluzionari coloro che lottano per ampliarle? Un popolo senza autodeterminazione — senza canali reali per deliberare e decidere — manca degli strumenti per resistere alle ingerenze esterne.
In questo contesto, emerge anche una nuova ondata di attivismo: un’avanguardia giovanile di sinistra critica che, dall’interno e dall’esterno dell’isola, inizia a contestare il senso stesso della Rivoluzione. Organizzazioni come Socialistas en Lucha (SeL), un collettivo marxista, anticapitalista, internazionalista e antiautoritario, promuovono da una prospettiva antimperialista e di difesa delle conquiste sociali la richiesta di diritti democratici, pluralismo politico, libertà di organizzazione e di protesta, nonché piena indipendenza dal regime di governo.
SeL ha assunto un ruolo attivo durante lo sciopero nazionale studentesco e dei docenti universitari del maggio 2025, in risposta al “tarifazo” (aumento delle tariffe) del governo sui servizi internet, che mirava a limitare il consumo interno e favorire il pagamento in dollari attraverso ricariche e rimesse.
«Dissentire dal castrismo da sinistra è una posizione politica di estrema coerenza», ha dichiarato Raymar Aguado Hernández, membro del collettivo.
In questa frattura — tra la critica all’autoritarismo interno e il rifiuto dell’ingerenza esterna — si gioca oggi una delle contese più complesse del presente cubano.
Per questo, più che mai è necessario circondare il popolo di solidarietà attiva, senza bé subordinazione al regime né concessioni all’imperialismo. Non una solidarietà astratta, ma impegnata nella difesa dei diritti politici, delle condizioni materiali di vita e dell’autonomia di chi resiste dentro e fuori l’isola.
Riprendersi la rivoluzione non è un gesto nostalgico: è un compito aperto il cui esito dipenderà dalla capacità del popolo cubano di tornare a essere soggetto della propria storia, riconfigurare i propri orizzonti politici e affrontare, dal basso, il senso stesso dell’emancipazione.
Daniella Fernández Realin

