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Marcelo Nowerzstern (Roberto Gramar)


 Mercoledì 31 gennaio ci ha lasciato il compagno Marcelo Nowerzstern, più conosciuto col suo nome politico di Roberto Gramar, fondatore e a lungo dirigente del Partido Obrero (PO) argentino (alla sua epoca, Politica Obrera) e successivamente, nell’emigrazione in Francia e rimanendo sempre legato al PO, del Nuova Partito Anticapitalista (NPA) e della sua tendenza di sinistra Anticapitalisme & Révolution (A&R).

Alcuni tra i compagni più vecchi (di militanza) del partito se lo ricordano perché intervenne al primo congresso del nostro partito, nel 2008. Pochi altri per averlo incontrato a una delle Feste annuali di Lutte Ouvrière a Parigi.

Marcelo è morto di tumore all’età di 82 anni, dopo una vita tutta spesa per la rivoluzione.
Giovanissimo militante socialista, poi del gruppo di estrema sinistra antistalinista (ma non trotskista) centrista Praxis, nel 1961, all’età di 19 anni ne uscì con altri sei giovani compagni, tra cui Jorge Altamira, per dar vita ad un gruppo intorno ad una piccola rivista dal nome di Politica Obrera. Tre anni dopo, nel 1964, rafforzatasi con altri militanti, Politica Obrera si costituì in vera e propria organizzazione. Marcelo ne era uno dei principali dirigenti accanto a Jorge Altamira. Ma benché i due apparissero allora come una specie di coppia di amici personali o politici, i caratteri dei due compagni non potevano essere più distanti (perlomeno se erano già quelli che abbiamo conosciuto in anni successivi). Autocentrato e bonapartistico Altamira, convinto di avere tutte le verità in tasca, anche se irrispettoso solo verso i deboli e non verso chi gli teneva testa. Aperto, democratico e senza manie di grandezza, con un carattere che lo faceva amare da tutti, Marcelo.

All’inizio degli anni ’70 fu tra coloro che allargarono la visione nazionale del PO, ponendolo in contatto con il Partito Operaio Rivoluzionario (POR) di Bolivia diretto da Guillermo Lora e poi con la corrente lambertista (dal suo dirigente principale Pierre Lambert) che nel 1972 diede vita con appunto PO e il POR al Comitato d’Organizzazione per la Ricostruzione della Quarta Internazionale (CORQI). Con impegno internazionalista si trasferì con la sua compagna di tutta una vita Ester (con cui ebbe due figlie in quegli anni) in Cile nel 1971, al momento della presidenza Allende, per cercare di costruire un'organizzazione trotskista conseguente in quel paese. Riuscì in effetti a costruire una piccola organizzazione centrata sulla città di Concepción, la Organizzazione Marxista Rivoluzionaria (OMR), che fu travolta dalla repressione golpista, a eccezione di una cellula di giovani portuali che si mantenne per più di un decennio nella clandestinità.

Marcelo si trovava casualmente a Buenos Aires, ma Ester era in Cile e fu arrestata. Dopo un mese, però, essendo straniera, fu espulsa con altri argentini.
È proprio dopo il golpe, nel novembre del 1973, che Marcelo rappresentò il PO ad una riunione del CORQI, largamente dedicata proprio all’esperienza cilena, e fu lì che chi scrive lo incontrò per la prima volta.
Poiché su decisione congiunta del PO e del CORQI Marcelo fu assegnato al lavoro tra gli esuli cileni, la maggioranza dei quali erano rifugiati in Europa, Marcelo si trasferì a Parigi, come funzionario del CORQI, per dedicarsi a questa attività.
La questione si complicò e assunse aspetti drammatici perché Ester, che doveva partire più tardi per raggiungerlo, fu bloccata all’aeroporto di Buenos Aires e imprigionata sotto l’accusa di far parte di un'organizzazione guerrigliera, anzi di esserne una coordinatrice internazionale nel Cono sud dell’America Latina. Fortunatamente si era prima del golpe militare del marzo 1976, e dopo pesantissimi mesi di prigione con altri prigionieri fu rilasciata ed espulsa, e poté riunirsi con Marcelo e le sue figlie a Parigi.

Nel 1979 Lambert e la sua organizzazione (Organizzazione Comunista Internazionalista, OCI, che dominava il CORQI) decisero di attuare una manovra di unificazione con la corrente detta morenista (dal suo lider maximo Nahuel Moreno), che veniva dalla rottura col Segretariato Unificato della Quarta Internazionale. La presenza del PO, storico avversario politico dell’opportunismo morenista in Argentina, creava evidentemente un problema a tale manovra, per cui, con gli inqualificabili metodi loro propri, i lambertisti cominciarono ad attaccare e poi calunniare il PO, arrivando ad espellerlo dal CORQI nonostante questo gli costasse la rottura anche con il POR e altre organizzazioni minori. Tutto questo in un momento in cui la situazione in Argentina, sotto la dittatura di Videla, era al punto più tragico.

Marcelo naturalmente fu licenziato da funzionario, riuscendo però fortunatamente a trovare presto un nuovo lavoro. Nel frattempo partecipava alla piccola cellula del PO in Francia, partecipando in primo luogo all'azione di solidarietà con i militanti latinoamericani vittime delle varie dittature allora esistenti. Nello stesso periodo riprese il contatto tra noi e le organizzazioni interazionali di cui facevamo parte, da un lato, e il PO, inizialmente via Parigi e tramite soprattutto Marcelo. Contatti facilitati anche dall'estrema gentilezza fraterna di Marcelo e Ester, che finché fu possibile (prima cioè dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Marcelo) ospitarono in occasione dei suoi viaggi a Parigi chi scrive nel loro appartamento della periferia della grande metropoli.

Con il ritorno della democrazia borghese in Argentina, Marcelo ritornò per un periodo in Argentina, riprendendo a militare in quello che era diventato il Partido Obrero. Ma ciò non durò a lungo. Ester e le sue figlie, ormai adolescenti e inserite nell’ambiente parigino, erano rimaste in Francia. Dopo circa un anno, anche Marcelo rientrò in Francia. Poiché il PO, con una scelta certo strana per un'organizzazione trotskista, non ha mai avuto una politica di costruzione in situazioni nazionali a partire da piccoli nuclei, il lavoro di politico di Marcelo si limitò per diversi anni al sostegno al PO, anche come suo corrispondente dalla Francia (più qualche rientro breve in Argentina) e alla solidarietà internazionalista. Ma Marcelo era troppo uno spirito politico attivo. Così, vincendo l’approccio limitato di Altamira e, per quanto ci riguarda, con il nostro pieno sostegno, decise circa vent'anni fa di entrare nella sezione del Segretariato Unificato, la Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR), poi trasformatasi in NPA. Naturalmente lo fece in difesa di posizioni trotskiste conseguenti, e quando queste si espressero in una battaglia di tendenza partecipò alla vita della sua sinistra (A&R), non solo come militante ma come dirigente, logicamente rispetto alle sue qualità politiche. Infatti nell’unica occasione in cui A&R elesse un proprio esecutivo nazionale, nel 2015, Marcelo fu uno dei suoi nove componenti. E sempre in rappresentanza di A&R fu eletto nel Comitato Nazionale del NPA. È tanto più significativo questo suo impegno perché da diversi anni Marcelo soffriva e si curava per un tumore.

Nel 2017 scoppiò uno scontro del tutto imprevisto e imprevedibile nel PO. Finalmente la maggioranza del suo gruppo dirigente si ribellò al dominio bonapartistico di Altamira, ponendolo in minoranza, fino a portarlo a una scissione nel 2019. Con sorpresa forse di Altamira ma certo non nostra, Marcelo e Ester scelsero senza esitazione la parte giusta, ossia la maggioranza del partito.
Negli ultimi anni il peggiorare delle condizioni di salute obbligò Marcelo a ridurre sempre di più l’attività politica. Questo fu molto negativo per A&R e per noi, in parte politicamente ma soprattutto sul terreno dei rapporti. Perché, anche per la storia comune, Marcelo era certamente il compagno di A&R più vicino a noi. Rispetto allo stesso PO e alle nostre divergenze con esso, non su tutte le questioni importanti ma certo su alcune di esse (l’analisi catastrofista della situazione mondiale, le posizioni confuse e contraddittorie sul processo di restaurazione del capitalismo in Russia e Cina), era più vicino a noi che al PO.

La scomparsa del compagno Marcelo è quindi una grande perdita, per noi come per il PO, in termini politici. Ma soprattutto è una enorme perdita umana per tutti quelli che lo hanno conosciuto. Compensata da una vita piena, felice accanto a Ester per sessant'anni, sempre il lotta per l’avvenire socialista.

Addio Marcelo.

Franco Grisolia

La scuola nazionale di formazione del PCL. Il successo di un'iniziativa



 La scuola nazionale di formazione del Partito Comunista dei Lavoratori tenutasi tra l’8 e il 10 settembre a Cagli, in provincia di Pesaro e Urbino, è stata una iniziativa di successo. Non è certo la prima scuola di formazione del partito, ma sicuramente è la più riuscita. Da diversi punti di vista. Non solo nella campagna di promozione e di raccolta fondi che l’ha accompagnata – grazie al gruppo di lavoro che l’ha organizzata – ma anche e soprattutto dal punto di vista politico. La platea dei partecipanti ha visto la presenza attiva non solo di militanti e iscritti al partito, ma anche di nuovi simpatizzanti ed interlocutori interessati. Nutrita in particolare la presenza di giovani, i primi destinatari del lavoro di formazione, spesso i più motivati.


In tre giornate intense, vasta è stata la gamma dei temi affrontati: la crisi del capitalismo e le ragioni dell’alternativa socialista (Diego Ardissono); l’attualità del Programma di transizione (Federico Bacchiocchi); il senso e le ragioni del partito leninista, come organizzazione rivoluzionaria d’avanguardia (Natale Azzaretto); il centenario della nascita dell’Opposizione di sinistra allo stalinismo, con la ricostruzione della sua storia e delle sue ragioni (Eugenio Gemmo); le lezioni dell’esperienza del Cile tra il 1970 e il 1973, con l’analisi del fallimento del riformismo e del centrismo (Marco Ferrando); la lunga battaglia del trotskismo conseguente in Italia a partire dai primi anni ‘70, e del suo lavoro per l’internazionale rivoluzionaria (Franco Grisolia). Su ognuno di questi temi si è registrato lungo l’intero arco dei lavori un forte coinvolgimento e attenzione di tutte le compagne e i compagni presenti, con interventi, domande, approfondimenti.

Toccante in particolare è stato il ricordo della figura di Pietro Tresso, cui è stato riservato un prezioso documentario autoprodotto, proiettato nella serata dell’8 settembre, con riferimenti inediti e diverse testimonianze.
Gli interventi conclusivi di Salvo Lo Galbo, sul lavoro della Commissione formazione, e di Marco Ferrando, sulla costruzione del partito nella prossima fase, sono stati accompagnati da un clima di entusiasmo che ha riassunto l’esperienza dei tre giorni di scuola. Tre giorni che hanno non solo rafforzato le motivazioni politiche dei militanti e avvicinato nuovi giovani al PCL, ma hanno soprattutto consolidato un forte spirito di comune appartenenza al partito e al suo progetto generale. Uno spirito che si è riflesso anche nei momenti di socializzazione della scuola, come quello offerto dalla chitarra pregevole di Marco Sonaglia, in collaborazione con Salvo Lo Galbo, nella serata del 9 settembre.

È utile precisare un concetto. A differenza di alcune organizzazioni e tendenze che fondano la propria costruzione sulle false mitologie di una rivoluzione sempre imminente e/o dei propri inarrestabili successi (ogni giorno sempre più travolgenti), il PCL non nasconde le enormi difficoltà del movimento operaio italiano, la profondità degli arretramenti da questo subiti, la complessità della costruzione controcorrente di un partito leninista. Né tanto meno nasconde a sé stesso le difficoltà della ricostruzione di un'Internazionale rivoluzionaria. Ma proprio le difficoltà e l’orgoglio di una battaglia controcorrente forgiano un'organizzazione rivoluzionaria, la tempra morale dei suoi militanti, la sua tensione concentrata attorno al fine della liberazione della classe lavoratrice e dell’umanità. Questa è la tradizione autentica del trotskismo. Questo è lo spirito di comunità compatta che ha segnato il clima della nostra scuola e le sue conclusioni. È il clima di una sincera fraternità rivoluzionaria, che ora sarà investito, giorno dopo giorno, nella costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori. Cioè nella unificazione attorno alla stessa organizzazione di tutti coloro che, indipendentemente dalla loro provenienza, ne condividono i principi fondamentali e il programma generale.

I lavori della scuola saranno presto documentati attraverso i video delle relazioni e la pubblicazione degli atti. Forti del successo registrato, terremo sicuramente ogni estate questa esperienza di scuola, allungandone i tempi di svolgimento in quattro giorni e puntando a una partecipazione sempre più ampia e sempre più giovane. Per questo diamo già ora appuntamento a tutti i compagni e le compagne che vorranno condividere con noi le ragioni della rivoluzione. Augurandoci di incontrarli da subito nelle battaglie quotidiane che ci attendono.

Partito Comunista dei Lavoratori

Viva la sconfitta del pinochetista Kast. Nessuna illusione in Boric

 


Per la costruzione del partito rivoluzionario in Cile

La vedova di Pinochet ha ricevuto la definitiva sepoltura domenica 19 dicembre, quando l'onda d'urto di cinque milioni di cileni ha abbattuto José Antonio Kast, erede dichiarato del pinochetismo, col 55% dei voti.
La dinamica del voto è significativa. Kast aveva riportato la maggioranza relativa al primo turno elettorale. Appariva pertanto il grande favorito. Proprio questa vittoria è stata la leva della sua disfatta. Per sbarrare la strada a Kast sono accorsi a votare milioni di cileni che al primo turno non avevano votato, nonostante le imprese del trasporto avessero ostacolato in ogni modo l'accesso alle urne. Operai, giovani, donne, popolazione povera delle periferie e della provincia sono il volto della vittoria di Boric. È la domanda del “cambio” che già si era affacciata nelle strade e nelle piazze del Cile nei giorni della grande ribellione popolare contro Piñera dell'autunno del 2019 e che aveva segnato lo stesso voto per l'Assemblea Costituente un anno dopo, quando il 78% dei cileni chiese di abrogare la Carta Magna di Pinochet.

Ma se la sconfitta di Kast è ragione di sacrosanta soddisfazione non solo per i lavoratori e i giovani del Cile ma per le masse oppresse di tutta l'America Latina, non è e non sarà il Presidente Boric la risposta alla domanda del cambio. “Hanno vinto i comunisti, la sinistra-sinistra, la sinistra unita” si sono affrettati a dichiarare i dirigenti riformisti della sinistra cosiddetta radicale a tutte le latitudini del mondo, con l'intento di beneficiare della vittoria di Boric in casa propria riscattando le proprie magre fortune. Ma alimentano così una illusione senza futuro. Guardiamo in faccia la realtà.

La coalizione di Apruebo Dignidad rappresentata da Boric tiene insieme il Frente Amplio e il Partito Comunista del Cile (di estrazione stalinista), assieme a una costellazione di formazioni minori (Convergencia Social, Revolución Democrática, Comunes, Federación Regionalista Verde Social, Fuerza Comun, Movimiento Unir, Acción Humanista, sinistra cristiana, Izquierda Libertaria...). Una coalizione della sinistra riformista. Alle primarie di coalizione Boric aveva prevalso come candidato moderato sul candidato del PC grazie al sostegno del Frente Amplio. PC e Frente Amplio hanno partecipato alla lunga stagione di governo di centrosinistra a guida Bachelet, che col suo fallimento aveva spianato la strada nel 2018 alla vittoria reazionaria di Piñera.

Quando nel 2019 si levò la grande ascesa del movimento operaio e popolare cileno contro il governo Piñera, PC e Frente Amplio, con Boric in testa, furono determinanti nel disinnescare la mobilitazione di strada e incanalarla su binari istituzionali. L'accordo di pacificazione del novembre 2019 (“Accordo per la pace sociale e la nuova Costituzione”) salvò la pelle a Piñera e gli garantì l'impunità in cambio di un'assemblea costituente, mentre decine di migliaia di operai e giovani protagonisti della rivolta stanno ancora a marcire nelle galere del Cile, sottoposti a vessazioni e torture.

Oggi Boric è presidente, beneficiando di quella stessa spinta del cambiamento che ha lavorato a contenere. La promessa di superare il sistema previdenziale pinochetista e di investire nella sanità e nella scuola è stata la bandiera del suo successo. Ma tutta la sua campagna elettorale è stata indirizzata a garantire la borghesia cilena, gli investimenti imperialisti, la stessa destra politica, circa la propria volontà di collaborazione sociale e di unità nazionale.
“Sarò il presidente di tutti, sapremo costruire ponti, il progresso richiederà ampi accordi” ha immediatamente esclamato, con un occhio alle Borse e alle ambasciate. “Avanzare richiederà ampie intese, non vogliamo fare passi falsi” ha ribadito (Corriere della Sera, 21 dicembre). È del resto sulla base di tali rassicurazioni che al ballottaggio ha ottenuto l'appoggio della Concertacion, la coalizione di centrosinistra tra Partito Socialista e Democrazia Cristiana a guida Bachelet che assieme al PC ha governato il Cile per due lunghe legislature. Ed è con la Concertation che oggi Boric sta cercando l'intesa di governo per coprirsi le spalle nel rapporto con la borghesia. Persino la destra, sconfitta nelle urne, diventa oggetto di attenzioni da parte del vincitore: “È importante che la destra conservatrice, fondamentalmente la destra economica di questo paese, comprenda che la pace sociale si costruisce attraverso la trasformazione e che deve appoggiare tale processo. Altrimenti non ci saranno vantaggi nemmeno per loro” dichiara Alejandra Sepulveda, portavoce di Boric. Madame Rios, altra esponente di primo piano dello staff, conferma: "Il dialogo col centrosinistra, ma anche con l'opposizione di destra, è necessario. Non sarà possibile avanzare nello stesso tempo su tutte le riforme” (Le Monde, 21 dicembre).

Il messaggio di entrambi è chiarissimo: “cari industriali, agrari, banchieri, cileni e stranieri, noi vogliamo la pace sociale con voi. Voi lasciateci realizzare qualche misura riformatrice senza mettervi di traverso. Altrimenti la pressione sociale dei lavoratori e della popolazione povera rischia di travolgere non solo noi ma anche voi. Nel vostro stesso interesse, aiutateci”. In altre parole, lasciateci fare qualche misurata riforma per evitare il rischio di una rivoluzione, nell'interesse comune.

Non sarà semplice. Il nuovo Parlamento eletto il 21 novembre è molto frammentato, non definisce una maggioranza chiara, né Boric sembra intenzionato a forzare verso nuove elezioni per incassare una maggioranza più ampia. Ma soprattutto l'economia capitalistica cilena è in stagnazione, e non si prevede una ripresa in tempi brevi. Il debito estero con le banche e i paesi imperialisti è gigantesco, mentre la domanda di una svolta vera è incoraggiata proprio dalla sconfitta del pinochetismo.

L'esultanza popolare per la vittoria non è solo un omaggio al vincitore ma anche una ipoteca sulla vittoria. Tutte le domande della sollevazione di ottobre 2019 sono risuonate una dopo l'altra nella piazza festante: via i fondi pensione, salario minimo, istruzione pubblica e gratuita, scala mobile dei salari, privati e pubblici, indulto per tutti i prigionieri politici, diritto all'aborto libero e gratuito. Nessuna di queste rivendicazioni può essere soddisfatta senza una rottura anticapitalista, che cancelli il debito pubblico, espropri il capitale finanziario, colpisca i santuari storici della reazione cilena (le gerarchie militari, l'apparato repressivo, i privilegi clericali).
La collaborazione di classe e l'intesa politica con la destra dispongono dunque di una base materiale assai esile e instabile, esposta al rischio di nuove possibili esplosioni sociali. Di certo solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e la loro organizzazione può realizzare le misure di svolta necessarie.

La costruzione di un partito rivoluzionario della classe operaia del Cile è dunque più che mai all'ordine del giorno. Un partito irriducibile nemico della reazione pinochetista, forte ancora di un ampio consenso, e al tempo stesso un partito di opposizione classista al nuovo governo annunciato del centrosinistra cileno, che deluderà le attese popolari, come sempre è avvenuto nella storia del Cile. Con incognite serie, potenzialmente drammatiche.

“Vayan a sus casas con la alegria sana de la limpia victoria alcanzada”: con queste parole Salvador Allende nel 1970 salutò la folla accorsa ad acclamare la sua vittoria elettorale. Fu l'inizio di una esperienza di governo che cercò di combinare riforme parziali e progressive con la ricerca affannosa di un accordo con la borghesia, con l'imperialismo, con la stessa casta militare. Augusto Pinochet fu ministro di Allende, prima di diventare il suo boia. Il dirigente stalinista Corvalan fu il principale ispiratore di questa politica suicida. Il prezzo lo pagò la classe operaia con un bagno di sangue e decenni di infame dittatura.

Oggi Boric ha voluto, nel giorno stesso del suo trionfo, ripetere alla folla quella frase di Allende, per rievocare il suo mito: “Tornate nelle vostre case con l'allegria sana della limpida vittoria ottenuta”. È comprensibile nella logica rassicurante della pacificazione nazionale e della smobilitazione. Ma la parola d'ordine dei marxisti rivoluzionari cileni è opposta: “Tornate nelle strade e nelle piazze del Cile, avanzate tutte le vostre rivendicazioni senza arretrare di un passo, chiedete la liberazione dei detenuti della rivolta del 2019 e la punizione dei loro aguzzini, sviluppate la vostra organizzazione indipendente nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, abbiate fiducia solamente nella vostra forza”. È la prospettiva di una rivoluzione, la sola prospettiva che può regolare i conti, fino in fondo, con la reazione pinochetista. La sola prospettiva che può liberare il Cile dalla dittatura dei capitalisti e dal saccheggio dell'imperialismo.

Nella vicina Argentina, le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria trotskista (Frente de Izquierda) rappresentano ormai la terza forza politica del paese col 6-7% dei voti, una propria rappresentanza parlamentare di opposizione al governo di centrosinistra peronista di Fernandez, e soprattutto un vasto insediamento nella classe operaia, nelle organizzazioni sindacali, nei quartieri popolari, nelle università e nelle scuole, nel movimento delle donne. L'unificazione di queste organizzazioni in Argentina in un comune partito rivoluzionario darebbe una enorme spinta alla costruzione del partito rivoluzionario della classe operaia cilena. Di certo il Partito Comunista dei Lavoratori augura ai marxisti rivoluzionari del Cile una prospettiva di crescita, di radicamento, di organizzazione pari a quella argentina.

La sinistra di casa nostra si balocchi pure con il successo effimero di Boric come già di Fernandez, nel mentre tace scandalosamente sul trotskismo argentino. La realtà presenterà il conto alle illusioni. La vecchia talpa della rivoluzione continua, nonostante tutto, a scavare. Ha bisogno di un partito internazionale, quello che siamo impegnati a costruire, con i marxisti rivoluzionari di tutto il mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dove va il Cile?

 


La Costituzione di Pinochet è stata abrogata

29 Ottobre 2020

Domenica 25 ottobre il referendum sull’abrogazione o meno della vecchia Costituzione di Augusto Pinochet ha riportato il 78,3% dei voti a favore del cambio, con un affluenza al voto del 51% (altissima nella tradizione cilena). È un risultato che esprime la forte domanda di svolta della grande maggioranza della società, a partire dalla classe operaia e dalla giovane generazione.

L’apertura del processo costituente è stato un sottoprodotto della grande sollevazione popolare che ha attraversato il Cile nell’autunno del 2019. “Il paese più stabile dell’America Latina”, come lo aveva definito il Presidente Piñera, fu attraversato in poche settimane da una crisi prerivoluzionaria. Innescata, come spesso accade, da un fatto apparentemente minore: il rincaro del biglietto dei mezzi pubblici. Quando il vaso è colmo basta una goccia a farlo traboccare. La sollevazione ha visto irrompere sullo scenario politico tutte le rivendicazioni sociali e politiche del proletariato cileno e delle masse oppresse del paese: aumento dei salari, calo dei prezzi dei servizi e dei generi di largo consumo, fine delle privatizzazioni nell’istruzione e nella sanità, diritto alle pensioni, rispetto dei diritti di genere, riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene (il 12,8% del paese). Le azioni repressive dei famigerati carabineros contro la protesta popolare (uccisioni, torture, stupri) hanno sollevato uno scandalo nell’opinione pubblica e hanno sospinto a più riprese il processo di radicalizzazione del movimento di massa, con ripetuti scioperi generali. La parola d’ordine “Via Piñera” ha unito sul terreno direttamente politico la domanda di rottura col passato.

Messo alle corde da una sollevazione che minacciava di travolgerlo, Piñera ha cercato di dirottare la pressione sociale su un canale istituzionale. Un itinerario apparentemente “democratico” che gli consentisse di guadagnare tempo e di salvaguardare il potere. L’operazione è riuscita grazie al cosiddetto “Accordo di pace” siglato dal grosso del Parlamento cileno, dai partiti di destra oggi al governo sino alle forze del centrosinistra, incluso il riformista “Frente Amplio”. Il PC stalinista – che esercita un controllo decisivo sulla Confederazione Unitaria dei Lavoratori – si è pudicamente “astenuto”. L’accordo di unità nazionale è stato celebrato naturalmente nel nome della democrazia. L’apertura del processo costituente è la concretizzazione dell’accordo. Per salvarsi da una rivoluzione reale è stata promessa una rivoluzione fittizia.

La convenzione che verrà eletta ad aprile al fine di redigere la nuova costituzione è già condizionata al piede di partenza da forti limiti sul terreno stesso della democrazia. Un terzo dell’assemblea avrà diritto di veto sulle decisioni, assicurando alla destra una possibile rendita di posizione. L’assemblea non potrà intervenire su materie economico-sociali, dove l’attuale Parlamento continuerà ad esercitare poteri sovrani. Anche i trattati internazionali, al pari degli apparati repressivi, saranno estranei alle sue competenze. I lavori della convenzione dureranno due anni. Nel frattempo sarà il Presidente Piñera che continuerà a governare, tenendo sotto controllo i poteri decisivi dello Stato.

Ma la domanda di svolta che si è espressa sul terreno referendario contro la Costituzione di Pinochet rappresenta, ciò nonostante, un problema per la borghesia cilena. Milioni di cileni hanno votato di fatto il 25 ottobre per cancellare il passato. La dinamica esplosiva, radicale e concentrata, di un anno fa è stata contenuta, ma le sue domande non sono rifluite e si sono espresse nel voto. Le masse hanno avanzato non solo una domanda di democrazia ma una richiesta di svolta nelle condizioni materiali della propria esistenza. Il tripudio nelle strade e nelle piazze, con l'interminabile festa popolare, con cui è stato salutato l’esito del voto, rivela l’aspirazione di massa a una nuova vita. Non sarà facile domarla. Piñera è riuscito a rimanere in sella grazie alla politica controrivoluzionaria del Frente Amplio e del PC. Ma il cavallo su cui è seduto non si presenta docile.

La costruzione a sinistra del PC del partito della rivoluzione cilena è il compito dell’avanguardia di classe della nuova generazione operaia e studentesca. Tutta la storia del Cile dell’ultimo mezzo secolo ripropone questo nodo strategico.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ciao compagno Sepúlveda

È deceduto per coronavirus Luis Sepúlveda. Lo scrittore aveva contratto il virus a febbraio, e alle fine dello stesso mese era ricoverato in ospedale a Oviedo, in Spagna.
Sepúlveda era uno scrittore di talento, aveva raggiunto il successo internazionale nel 1989 con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, mentre Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare diventò un film. Il filo conduttore che lega la sua opera è l’indiscussa difesa dei diritti dell’uomo e la consapevolezza del proprio essere, la consapevolezza dell’individuo.

Alla sua indubbia capacità di scrittore va sommato il suo attivismo politico.
In Cile durante la presidenza di Salvador Allende si era iscritto al Partito Socialista, ed era entrato a far parte della guardia personale del presidente cileno. Imprigionato nel 1973, dopo il golpe di Pinochet, era stato liberato sette mesi dopo per le pressioni di Amnesty International, ma un nuovo arresto lo costrinse all'esilio.
Nel 1979 in Nicaragua si era unito al movimento trotskista, alla Brigata Simon Bolivar, con cui partecipò alle fasi finali della lotta contro il dittatore Somoza. La Brigata organizzò i lavoratori nicaraguensi di diverse fabbriche in sindacati classisti, e per questo fu espulsa dal paese dal governo sandinista, già allora capeggiato da Daniel Ortega.
Negli anni Ottanta Sepúlveda fu anche membro dell'equipaggio su una nave di Greenpeace.

Ci mancherà il grande scrittore e compagno Sepúlveda. Potremo sempre apprezzare il suo grande patrimonio letterario, ma noi così vogliamo ricordarlo, con una sua frase: "la felicità è un diritto umano".
Partito Comunista dei Lavoratori

Bolivia: ahora sí, guerra civil

Non per Morales, ma per il potere operaio e contadino

12 Novembre 2019
La Bolivia precipita in queste ore nel caos. Dimessosi nella giornata di ieri, sotto pressione delle forze armate e della polizia nazionale, Evo Morales annuncia il suo rifugio in Messico, che gli concede asilo politico.
Dopo giorni di tensioni, dovute al non riconoscimento del risultato delle elezioni presidenziali da parte dell’opposizione, la Bolivia è a un passo dalla guerra civile. Da una parte l’esercito, la polizia e la destra golpista. Dall’altra la base sociale del MAS (Movimiento Al Socialismo) al grido di “Aahora sí, guerra civil!”
In queste ore drammatiche il posto dei marxisti rivoluzionari è al fianco dei giovani, dei lavoratori e delle masse popolari che si oppongono al colpo di Stato. Ma questo posizionamento di campo, contro i settori della destra razzista, filoimperialista e reazionaria, non deve significare in nessun momento un appoggio politico a Evo Morales.
Come marxisti rivoluzionari siamo sempre stati all’opposizione del governo di Evo Morales, un governo di collaborazione di classe che ha spianato la strada, negli anni, alla ripresa dell’iniziativa dei settori più reazionari della borghesia boliviana. La Bolivia ci insegna, ancora una volta, che non esistono rivoluzioni possibili entro un quadro elettorale e di collaborazione di classe. Solo la classe lavoratrice e le masse popolari, attraverso i loro strumenti di autorganizzazione e basandosi sulla loro forza, possono aprire la strada per una riorganizzazione socialista della società. Solo una rivoluzione socialista, in Bolivia, in Cile e in tutta l’America Latina, può stroncare per sempre la destra e l’imperialismo. La costruzione di un partito rivoluzionario in Bolivia e a livello internazionale è condizione essenziale per guidare questo processo alla vittoria.
Da questa angolazione, e con queste parole d'ordine, parteciperemo a tutte le iniziative di solidarietà contro il golpe in atto in queste ore, al fianco della resistenza del popolo boliviano. 

No al golpe in Bolivia! Nessun appoggio politico al governo! Costruiamo la solidarietà internazionalista!
Per un’iniziativa indipendente del movimento operaio e contadino contro i tentativi golpisti!
Per l’armamento delle masse popolari e la loro autorganizzazione in milizie e consigli!
Dal Cile alla Bolivia, una sola classe, una sola via!
Partito Comunista dei Lavoratori