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CONTRO IL FASCISMO, PER LA DIFESA DEI DIRITTI DELLA POPOLAZIONE RUSSOFONA DEL DONBASS UCRAINO

 


CONTRO GLI OLIGARCHI E L’IMPERIALISMO DI PUTIN

La Sezione di Bologna del Partito Comunista dei Lavoratori partecipa al presidio indetto per la giornata del 2 novembre in ricordo della sporca guerra che il governo golpista ucraino conduce nella regione del Donbass

La rivolta reazionaria, cosiddetta di Euromaidan, ha portato al potere un governo appoggiato da settori apertamente fascisti e nazisti. Per reprimere le popolazioni dell’est ucraino ha avuto bisogno delle milizie di estrema destra come Settore destro e Svoboda che con la loro ideologia nazionalista Grande Ucraina vogliono negare i diritti più elementari della popolazione russofona dell’est.

Il nostro sostegno va incondizionatamente alla lotta antifascista e per i diritti della popolazione russofona e denuncia con forza il sostegno diretto e indiretto dato dalla UE, nella sua veste di accordo tra i rapaci imperialismi europei, e dall’imperialismo USA, al governo che conduce questa sporca guerra.

Allo stesso tempo invitiamo con forza gli antifascisti e le organizzazioni del movimento operaio ucraine e internazionali a non concedere nessuna fiducia a Putin e alle mire imperialiste del suo governo.

La nostra posizione è pertanto quella di Lenin del 1917: contro il fascismo e i governi che se ne servono come quello Ucraino, contro gli interessi imperialistici delle potenze europee e Usa, ma completo disfattismo contro le mire imperialiste e nazionaliste di Putin (come allora lo Zar).

Solo lo sviluppo indipendente del movimento operaio può dare soluzione progressiva alla crisi ucraina. Con l'esproprio dell'oligarchia capitalista dell'ovest e dell'est e il controllo operaio sull'industria. Con l'esproprio delle banche e la loro concentrazione in una unica banca pubblica sotto controllo popolare. Con l'annullamento dell'enorme debito pubblico dell'Ucraina verso le banche imperialiste occidentali e russe. Con la realizzazione di un governo dei consigli dei lavoratori, dell'Est e dell'ovest, basato sull'armamento del popolo e dunque sul disarmo di tutte le forze reazionarie, a partire dalle milizie fasciste. Con l'edificazione di una Ucraina unita e socialista rispettosa dei diritti di tutte le minoranze nazionali, anche nella forma di uno stato federale, nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Solo questa soluzione può garantire l'indipendenza dell'Ucraina dalle pressioni imperialiste di diverso segno – occidentali e russe-che oggi si contendono la sua spartizione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZIONE DI BOLOGNA

La sollevazione popolare in Libano

La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. La stessa sorte toccata a suo tempo al governo Hariri, anch'esso disarcionato dalla prima ribellione di massa iniziata il 17 ottobre 2019.

Chi nutre una visione geopolitica e spesso complottistica della storia, secondo cui tutto ciò che avviene è deciso dietro le quinte da un pugno di burattinai (siano essi gli imperialismi, le multinazionali, Soros e Bill Gates...) che manovrerebbero le masse a proprio piacimento, avrà qualche difficoltà a interpretare la dinamica libanese. Perché l'intero corso politico dell'ultimo anno nel paese dei cedri ha come primo protagonista la rivolta di massa contro un intero sistema di potere, e di poteri: quello che gli imperialismi e le potenze regionali avevano architettato per i libanesi.


EREDITÀ COLONIALE E SPARTIZIONE CONFESSIONALE

La divisione confessionale dello stato libanese è in ultima analisi un'eredità coloniale. Dopo la disgregazione dell'impero ottomano seguito alla prima guerra mondiale, l'imperialismo francese e l'imperialismo inglese si spartirono le sue spoglie disegnando la geografia del Medio Oriente. Fu il trattato di Sykes Picot,
1916, rivelato e denunciato agli occhi del mondo dalla rivoluzione bolscevica. La Francia ottenne il mandato per Libano e Siria, creature artificiali del nuovo ordine stabilito con riga e compasso. La divisione confessionale del Libano fu la forma politica funzionale al suo controllo. La conquista dell'indipendenza nel 1943/'45 preservò questa eredità, dandole nuove forme. Il lungo periodo dei trent'anni gloriosi del secondo dopoguerra consentì al Libano risorse economiche sufficienti per sostenere il proprio equilibrio interno fondato sull'alleanza tra borghesia sunnita e cristiana. Ricchezza finanziaria ed estraneità alle guerre regionali sembrarono assegnare al Libano un insperato privilegio. Erano gli anni in cui il paese veniva chiamato, non a caso, la Svizzera del Medio Oriente.
Ma alla metà degli anni '70 questo equilibrio crollò. La Svizzera del Medio Oriente si trasformò in breve tempo nel paese di una spietata guerra civile confessionale, tra il fronte cristiano maronita e il fronte arabo musulmano, sostenuto dai palestinesi e dalla minoranza drusa (Jumblatt). Una guerra estenuante, che dal 1975 al 1990 trasformò il Libano in un cumulo di rovine, a partire da Beirut. L'equilibrio tra le confessioni religiose fu ristabilito solo dopo quindici anni col concorso decisivo delle potenze imperialiste, in primis USA, Francia, Italia, che dal 1982 – dopo l'aggressione sionista all'OLP e alla sua presenza libanese – investirono in Libano una propria presenza militare quale garante dello status quo.
Il sistema da allora vigente ha recuperato la vecchia spartizione delle funzioni istituzionali definita nel 1943 tra le minoranze etniche e religiose: la guida del governo ai sunniti, la presidenza della repubblica e la guida dell'esercito ai cristiano-maroniti, la presidenza del Parlamento agli sciiti. Il sistema di voto (proporzionale dal 2018) è blindato e distorto da questa spartizione corporativa, che ha retto nel tempo a prove difficili, come le guerre del Golfo, la nuova guerra libano-israeliana del 2006 e il contrasto tra USA e Iran. Persino la prima onda delle rivoluzioni arabe e la lunga guerra siriana sembrarono risparmiare gli equilibri libanesi, dove dal 2009 la nuova alleanza di governo tra una parte della comunità cristiano-maronita guidata dal generale Aoun e il “Partito di Dio” filoiraniano Hezbollah sancì una sorta di pacificazione nazionale. Con l'Arabia Saudita, nemica dell'Iran, nel ruolo di protettrice della borghesia sunnita (famiglia Hariri).


UN CAPITALISMO LIBANESE SUPERPARASSITARIO

La pace interna poggiava in realtà su basi fragili. Prima la crisi capitalistica internazionale, poi la seconda ondata delle rivoluzioni arabe hanno destrutturato il regime nelle sue fondamenta.

Il capitalismo libanese ha assunto nel lungo periodo una natura particolarmente parassitaria. Beirut ha operato per decenni come deposito di grandi investimenti immobiliari e finanziari. La ricostruzione degli anni '90 dopo la guerra civile è stato un volano di tali investimenti, provenienti dai paesi imperialisti e dalle monarchie del Golfo. Una ristretta oligarchia finanziaria – cristiana, sunnita, sciita – si è smisuratamente arricchita in un rapporto osmotico col grande capitale internazionale. Oggi il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Lo Stato confessionale opera come intermediario e agenzia del capitale finanziario: prende a prestito dalle sessanta banche private del paese a tassi di interessi altissimi, indebitandosi a dismisura, mentre l'estrema debolezza della produzione industriale costringe il Libano a importare ogni bene di prima necessità, dagli alimenti ai medicinali, con un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti (3,7 miliardi di esportazioni e 20 miliardi di importazioni) e un ulteriore incremento del debito pubblico. L'evasione fiscale delle grandi ricchezze e il peso della corruzione endemica hanno fatto il resto. Intanto molte banche hanno chiuso i battenti, ma solo dopo aver portato all'estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi. Il default dello Stato nel marzo 2020, il crollo della lira libanese, lo sviluppo di una inflazione annua del 60% sui beni primari, sono lo sbocco di questa spirale rovinosa.


“ANDATEVENE TUTTI, E TUTTI VUOL DIRE TUTTI”.
CARATTERI E DINAMICA DI UNA RIVOLUZIONE


L'ascesa di massa dell'ottobre 2019 è inseparabile da tale contesto.
L'innesco della rivolta, come spesso accade, è stato casuale: l'aumento della tassa sulle comunicazioni Whatsapp. Ma le sue radici erano e sono profonde. Da un lato, la mobilitazione ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall'altro, si è rivolta contro l'insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese.

Il tratto caratterizzante della ribellione di massa in Libano (come del resto in Iraq) è il suo carattere aconfessionale. È la rottura dei vecchi recinti etnici, religiosi, settari che per un lungo periodo storico hanno diviso e frantumato il proletariato libanese e le classi subalterne a vantaggio della borghesia, dell'imperialismo, delle diverse potenze regionali. La parola d'ordine “non siamo né sunniti né cristiani né sciiti, siamo libanesi” è divenuta una parola d'ordine di massa, in una dinamica di movimento che ha investito il Nord sunnita e cristiano e il Sud sciita, e che per questo si è posta in rotta di collisione con i diversi partiti confessionali della borghesia. È una parola d'ordine democratica che rivendica l'eguaglianza e la laicità dello Stato contro la sua spartizione. Non è un caso che sia la giovane generazione la protagonista della ribellione. Una giovane generazione che non ha vissuto la guerra civile degli anni '70 e '80, che non è stata irregimentata dalle diverse confessioni, ma che ha vissuto sulla propria pelle la comune condizione di miseria, di disoccupazione, di privazione di futuro.

Per la stessa ragione è molto significativa la partecipazione delle donne alla rivoluzione. Il patto tra i clan confessionali, il profilo reazionario delle loro leadership, ha comportato la sistematica negazione dei diritti democratici delle donne libanesi, su ogni terreno. L'unità di governo tra reazionari maroniti e reazionari sciiti si è consumata in primo luogo contro di loro. La sollevazione anticonfessionale ha dunque trovato le donne in prima fila, a partire dalle giovanissime, con lo sviluppo di un imponente movimento femminista nazionale organizzato, a Nord e a Sud.

La pandemia ha frenato e interrotto questa mobilitazione multiforme negli ultimi mesi. L'immane tragedia dell'esplosione di Beirut, fotografia perfetta del fallimento di un regime, l'ha oggi rilanciata e radicalizzata. L'assalto ai palazzi del potere di sabato 8 agosto, l'occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volontà di rottura della gioventù libanese con la propria classe dominante. Il tentativo di quest'ultima di dirottare la crisi politica verso nuove elezioni è al momento fallito, perché privo di credibilità. Nuove elezioni con le vecchie regole sarebbero non solo un salvacondotto per i partiti dominanti ma la riproduzione del loro sistema spartitorio. “Andatevene tutti, e tutti vuol dire tutti!” è la replica di massa a questa profferta.


LA DEBOLEZZA DEL MOVIMENTO OPERAIO LIBANESE

L'esplosione di massa dell'ultimo anno ha scavalcato il movimento operaio organizzato. Il movimento operaio libanese è stato fortemente indebolito nella sua lunga storia dalla divisione confessionale del paese. I partiti confessionali hanno lavorato sistematicamente per la sua frantumazione. In particolare la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) è stata terreno di spartizione tra i partiti dominanti. Ogni partito settario ha costruito il proprio sindacato di categoria per pesare maggiormente nella Confederazione, col risultato di dividere le forze e paralizzarne l'azione.

La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (UCC), quale sindacato alternativo, ha svolto invece un ruolo importante nel ciclo di lotte operaie dal 2011 al 2014 attorno a rivendicazioni economiche elementari (aumenti salariali, diritti di contrattazione, rifiuto dell'austerità). Un ciclo di lotte che ha visto la crescita dei livelli di sindacalizzazione nei diversi settori: tra i portuali (baricentro storico del proletariato libanese), fra gli insegnanti (per lo più dipendenti di scuole private religiose), nel personale sanitario (in particolare fra le infermiere). Ma contro questo processo di sindacalizzazione ha lavorato l'intero fronte dei partiti dominanti, con l'obiettivo di spezzarne la dinamica e disinnescare il contagio. Nel 2015 il blocco dei partiti confessionali ha recuperato il proprio controllo sull'UCC impedendo l'elezione ai suoi vertici di una candidatura "di sinistra", Hanna Gharil. L'indebolimento di UCC ha favorito l'arretramento della classe lavoratrice e del suo livello di organizzazione proprio alla vigilia dell'esplosione rivoluzionaria e della crisi verticale del regime.

La politica del Partito Comunista Libanese, di estrazione stalinista, legato strettamente al Partito Comunista Siriano filo-assadista, è stata subalterna, al di là dei proclami, a questa dinamica generale. La partecipazione del Partito Comunista Libanese a partire dal 2008 ad un blocco politico con Hezbollah e con forze borghesi confessionali, la cosiddetta “Alleanza dell'8 marzo”, lo ha di fatto subordinato al bipolarismo dominante, privandolo di un possibile ruolo alternativo.
La debolezza del movimento operaio rappresenta a sua volta un punto debole della rivoluzione libanese.


LE MANOVRE DELLA REAZIONE E DELL'IMPERIALISMO, FRANCIA IN TESTA

La coscienza politica della ribellione è più arretrata della sua azione, come accade frequentemente nelle dinamiche di massa.
Il movimento si articola in una miriade di comitati di scopo e di associazioni ( “movimento contro il caro prezzi”, “comitato contro il pagamento del debito pubblico”, “osservatorio popolare per la lotta alla corruzione”, “comitato sui rifiuti urbani”, ecc.), ma manca di ogni centralizzazione e direzione politica unificante, mentre la disperazione sociale e letteralmente la fame allargano il proprio raggio ogni giorno di più, in un paese in cui tra quindici giorni rischia di mancare la farina e il pane, mentre la pandemia moltiplica contagi e morti. E a fronte di un sistema sanitario costosissimo, largamente privato, e in buona parte crollato, come denuncia Medici Senza Frontiere.

È in questo spazio che si sviluppano le manovre politiche per indebolire e dividere la mobilitazione. Settori di destra cristiana reazionaria legati al partito falangista dei Gemayel, ad esempio il gruppo di ex ufficiali che chiedono l'aumento delle proprie pensioni, cercano di inserirsi nella rivolta per indirizzarla unilateralmente contro Hezbollah e Amal, in una logica di richiamo della foresta della vecchia pulsione settaria. Specularmente, il Partito di Dio fa leva sulla campagna di Gemayel per recuperare consenso presso la gioventù sciita che gli è sfuggita di mano, e richiamarla all'unità confessionale.

Ma è soprattutto l'imperialismo che bussa alla porta di un Libano collassato. La Francia di Macron si offre nelle vesti di salvatrice del Libano, e addirittura della sua rivoluzione: 250 milioni di euro come primo obolo «direttamente destinato al popolo, non ai suoi governanti», recita il Presidente francese, chiedendo in cambio riforme economiche risolutrici. Quali? Ad esempio un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. E chi dovrebbe realizzare queste riforme? Un nuovo governo selezionato dai creditori, sotto il loro controllo. Il plauso di alcuni settori popolari all'offerta francese riflette ad un tempo ingenuità e disperazione.
Non mancano peraltro le contraddizioni d'interesse tra gli imperialismi. La Francia, per ingraziarsi il senso comune popolare, chiede una inchiesta internazionale sull'esplosione al porto di Beirut, perché “non è possibile aver fiducia in una commissione d'inchiesta gestita dai governanti libanesi”. Ma gli USA si oppongono, perché temono che la commissione offra alla Francia un palcoscenico troppo ampio. Quanto all'Italia, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non vuole essere emarginato dall'iniziativa francese e si affretta a dichiarare che il Libano è per l'Italia «una seconda casa» (!), e che per questo dirige la missione militare UNIFIL nel Sud Libano, una missione che proprio il 31 agosto dovrà rinnovare il proprio mandato.
Di certo la seconda ricostruzione del Libano è un boccone ghiotto per gli imperialismi. E non solo in termini economici, ma anche come postazione strategica nel rimescolamento degli equilibri generali in Medio Oriente.


PROGRAMMA DI EMERGENZA E PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA

Ma non sarà l'imperialismo a salvare il Libano. Il colonialismo francese è la radice storica del dramma, non può essere la sua soluzione. In ogni caso non può esserlo per la classe lavoratrice, i disoccupati, la popolazione povera del paese. Al contrario, non può esservi alcuna soluzione progressiva della crisi politica, economica, sociale, istituzionale, sanitaria senza una rottura drastica con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione del gigantesco debito pubblico. I cosiddetti aiuti dell'imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Senza recidere la dipendenza economica dall'imperialismo, innanzitutto europeo, e dalle potenze regionali – Arabia Saudita e Iran in primis – non è possibile alcun controllo sulla ricostruzione e alcuna prospettiva di emancipazione sociale. Cancellare il debito pubblico con l'imperialismo, nazionalizzare senza indennizzo per i grandi azionisti l'intero sistema bancario, sono la prima voce di un programma di emergenza, assieme all'esproprio dei capitalisti libanesi e alla cacciata di tutti i loro partiti.

Questo programma è inseparabile dall'unificazione di un fronte di massa che raccolga tutte le domande di liberazione: le domande di emancipazione della classe lavoratrice, dell'industria, del commercio, dell'amministrazione pubblica, a partire da una scala mobile dei salari contro il carovita, un controllo popolare sui prezzi, un piano di investimenti pubblici nella sanità (che va interamente nazionalizzata), nei trasporti, nel risanamento ecologico, che offra lavoro all'enorme massa dei giovani disoccupati, mettendola al servizio della ricostruzione. Ma anche le domande e i diritti dei rifugiati siriani, spesso usati come manovalanza ricattabile e al tempo stesso bersaglio di campagne xenofobe; e del mezzo milione di palestinesi, costretti da decenni a vivere nei campi, senza servizi e senza tetto, in una condizione ignobile di degrado.

Questo programma di lotta salda le ragioni dell'emergenza libanese con la prospettiva della rivoluzione araba e medio orientale, che va ben al di là dei confini del Libano. Una prospettiva che cancelli alla radice ogni eredità coloniale, a partire dallo Stato sionista, affermi il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e del popolo curdo, unifichi il Medio Oriente in una grande federazione di popoli liberi. Ciò che può avvenire solo su basi socialiste.
Questo programma ha bisogno di un partito rivoluzionario internazionale capace di conquistare sul campo la propria credibilità di direzione alternativa, in Libano, in Algeria, in Iraq, ovunque la rivoluzione rialzi la testa.


CON LA RIVOLUZIONE, PER UNA SUA DIREZIONE ANTICAPITALISTA

Leggeremo lo sviluppo della crisi libanese col metodo dei marxisti, che vedono i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, nella diversità delle loro forme, dinamiche, contraddizioni; e che al tempo stesso non si affidano alla spontaneità dei movimenti, ma pongono la questione decisiva dello sviluppo della loro coscienza e direzione. È il metodo con cui abbiamo riconosciuto e sostenuto le rivoluzioni arabe, contro ogni sostegno ai regimi oppressivi cui si ribellavano (come ha fatto tanta parte del campismo di estrazione stalinista); ma senza mai subordinarci alle loro direzioni liberali, piccolo-borghesi e filoimperialiste, che le hanno portate alla disfatta in Tunisia, in Egitto, in Siria, come hanno fatto i più diversi ambienti movimentisti.

Autonomia dei comunisti in funzione della lotta per l'egemonia anticapitalista nei movimenti di massa: è la politica di Lenin e di Trotsky, dell'Internazionale comunista dei tempi migliori. È la politica che lo scenario mondiale rende ogni giorno più attuale, quale unica possibile alternativa, in Libano e ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori

Bolivia: ahora sí, guerra civil

Non per Morales, ma per il potere operaio e contadino

12 Novembre 2019
La Bolivia precipita in queste ore nel caos. Dimessosi nella giornata di ieri, sotto pressione delle forze armate e della polizia nazionale, Evo Morales annuncia il suo rifugio in Messico, che gli concede asilo politico.
Dopo giorni di tensioni, dovute al non riconoscimento del risultato delle elezioni presidenziali da parte dell’opposizione, la Bolivia è a un passo dalla guerra civile. Da una parte l’esercito, la polizia e la destra golpista. Dall’altra la base sociale del MAS (Movimiento Al Socialismo) al grido di “Aahora sí, guerra civil!”
In queste ore drammatiche il posto dei marxisti rivoluzionari è al fianco dei giovani, dei lavoratori e delle masse popolari che si oppongono al colpo di Stato. Ma questo posizionamento di campo, contro i settori della destra razzista, filoimperialista e reazionaria, non deve significare in nessun momento un appoggio politico a Evo Morales.
Come marxisti rivoluzionari siamo sempre stati all’opposizione del governo di Evo Morales, un governo di collaborazione di classe che ha spianato la strada, negli anni, alla ripresa dell’iniziativa dei settori più reazionari della borghesia boliviana. La Bolivia ci insegna, ancora una volta, che non esistono rivoluzioni possibili entro un quadro elettorale e di collaborazione di classe. Solo la classe lavoratrice e le masse popolari, attraverso i loro strumenti di autorganizzazione e basandosi sulla loro forza, possono aprire la strada per una riorganizzazione socialista della società. Solo una rivoluzione socialista, in Bolivia, in Cile e in tutta l’America Latina, può stroncare per sempre la destra e l’imperialismo. La costruzione di un partito rivoluzionario in Bolivia e a livello internazionale è condizione essenziale per guidare questo processo alla vittoria.
Da questa angolazione, e con queste parole d'ordine, parteciperemo a tutte le iniziative di solidarietà contro il golpe in atto in queste ore, al fianco della resistenza del popolo boliviano. 

No al golpe in Bolivia! Nessun appoggio politico al governo! Costruiamo la solidarietà internazionalista!
Per un’iniziativa indipendente del movimento operaio e contadino contro i tentativi golpisti!
Per l’armamento delle masse popolari e la loro autorganizzazione in milizie e consigli!
Dal Cile alla Bolivia, una sola classe, una sola via!
Partito Comunista dei Lavoratori

Verso la guerra civile in Venezuela?

Né con la destra reazionaria proimperialista, né con il regime bonapartista della boliborghesia!
Armare i lavoratori, il potere ai consigli operai e popolari!

Il Venezuela sta andando probabilmente verso la guerra civile. La spaccatura dell'esercito, dopo quella della popolazione civile, spinge rapidamente verso di essa. La destra reazionaria proimperialista ha ritenuto, a torto o a ragione, di poter tentare di impadronirsi del potere. Ovviamente i rivoluzionari non si schierano con queste forze. Ma non possono nemmeno schierarsi a difesa dell’attuale regime bonapartista che ha portato al disastro l’economia e difende sostanzialmente gli interessi di quella che si definisce boliborghesia, in cui sono compresi funzionari dell’esercito e dello Stato che si sono arricchiti col regime. Nonostante il carattere bonapartista e solo falsamente socialista del chavismo, i rivoluzionari si erano sempre schierati in passato contro le forze reazionarie proimperialiste. Lo faranno certamente difendendo il Venezuela in caso di intervento diretto delle forze imperialiste.

Oggi, però, la situazione è diversa. Con le elezioni bidone della cosiddetta Assemblea costituente bolivariana (in cui, non a caso, il 100% dei deputati sono maduristi), il regime si è consolidato in senso antidemocratico. Nel contempo, si è rafforzata l’azione repressiva contro le forze sindacali classiste e il blocco del rinnovo delle cariche sindacali per difendere i burocrati agenti del madurismo.
La politica oscillante del regime, che continua a pagare il debito estero in una situazione catastrofica, ha aggravato (insieme alle manovre dell’imperialismo) il collasso economico del paese. Solo la cessazione del pagamento del debito, l’istituzione del controllo dei lavoratori sulle aziende sia private che statali, il controllo della produzione agricola, del commercio e dei prezzi da parte di comitati popolari formati da operai, impiegati, braccianti e contadini poveri può modificare il quadro attuale.

Tutto ciò, e l’uscita del Venezuela dalla sua tremenda crisi, sarà possibile solo se il proletariato saprà porsi come forza alternativa ai due contendenti borghesi in scontro, costruire la sua propria autorganizzazione in consigli, comitati, milizie, e imporre un suo potere. Naturalmente la costruzione di un vero partito della rivoluzione socialista che sappia guidare questo processo ne è la condizione necessaria.

Il progetto della rivoluzione socialista è ambizioso e difficile. Ma senza di esso il futuro del paese è il caos, il sangue e la miseria. I proletari venezuelani non devono combattere e morire né per i borghesi proimperialisti né per la boliborghesia, ma solo per il futuro loro e dei loro figli.

Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e organizzazione!
Per un Venezuela veramente socialista!
Per gli Stati uniti socialisti dell'America centro-meridionale!
Partito Comunista dei Lavoratori

Nel pantano libico il rimescolamento delle influenze imperialistiche

Il generale Haftar, uomo forte della Libia, sbaraglia equilibri politici e militari e provoca la crisi del governo di Al-Sarraj

18 Agosto 2017
Dal 2014 ad oggi un continuo rimescolamento delle carte tra milizie, tribù e interventi imperialistici. Oggi il generale Haftar, sostenuto da Egitto, EAU, Russia e Francia sbaraglia tutte le forze in campo, costruisce il proprio ruolo di bonaparte libico, e mette in seria crisi la pedina dell'Italia, degli USA e dell'ONU: il Governo di Accordo Nazionale di Al-Sarraj, sempre più isolato, debole e privo di reale sostegno interno. L'Italia, incapace di gestire i propri interessi imperialistici, si lascia sorpassare dal governo francese nel caos libico. Un caos in cui l'unico reale sconfitto risulterà essere il debole proletariato libico
Nel giardino di casa dell'imperialismo d'Italia, in seguito alla caduta di Gheddafi, si è prodotto il più totale caos di milizie, clan e potentati che ora stanno riordinandosi attorno a figure e realtà capaci di polarizzare i diversi interessi. Tutte coinvolte più o meno entro il disegno di ricerca di un nuovo equilibrio di poteri tra soggetti locali e proiezioni imperialistiche internazionali, equilibrio che non esclude la cancellazione o la sopraffazione di alcune parti in conflitto.
Le recenti vicende, legate alla questione migratoria, vedono un profondo rimescolamento degli equilibri, un intervento imperialistico tanto prepotente quanto spiazzante della Francia sotto la guida del nuovo Bonaparte Macron e la crisi della strategia in braghe di tela dell'imperialismo italiano.


La disgregazione del potere politico e la conflittualità tribale in Libia

Gli attori principali delle attuali dinamiche sono vari.
Innanzitutto, il debole e fantasmatico Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da Fayez Al-Sarraj, insediato a Tripoli dalla prima metà del 2016. Un governo nato senza supporto reale in Libia, vittima costante della guerra settaria di milizie di varia provenienza, immediatamente delegittimato dal parlamento di Tobruk, dal generale Haftar, guida della campagna militare contro gli islamisti e diretta emanazione degli interessi dell'Egitto nella lottizzazione della Libia, e dal parlamento islamista nato sulla campagna di Alba Libica. Tale governo, fin dal principio, ottenne il sostegno dell'ONU e dell'Unione Europea con la benedizione di Obama, Renzi e Hollande, ma nel lungo cammino che porta ad oggi tali sponde si dimostrano non solo non-sufficienti, ma nemmeno così sicure.
È un dato di fatto che il GNA di Sarraj, sostanzialmente, sia il prodotto della necessità delle borghesie libiche legate al petrolio e alla finanza e delle principali aziende petrolifere imperialistiche (Turkish Petroleum Corporation, ENI, Tatneft Company, Total E & P, Statoil, Deutsche Erdoel AG, British Petroleum, Sipex, Medco International), tutte alla ricerca di un minimo di stabilità per riprendere a intessere interessi e commercio. Non per nulla il governo è percepito internamente come tale nonostante la copertura propagandistica dell'unità contro l'ISIS, ma risulta comunque un governo che al momento detiene il controllo sulla NOC (National Oil Corporation), sulla Banca centrale libica e sull'Autorità libica per gli investimenti (LIA, Fondo sovrano libico).
Tale governo si trova subito a fare i conti con i potentati reali libici, prodotti di differenti interessi e di differenti gruppi, clan e famiglie.
Innanzitutto un soggetto che all'attuale si pone sempre più come marginale, ma comunque centrale nei conflitti settari: il governo islamista di Khalifa Ghwell e le milizie a lui fedeli, ciò che rimane del “Nuovo Congresso Nazionale Generale”. Esso fu frutto dell'operazione Alba Libica delle milizie islamiste in opposizione al Congresso Nazionale Generale di Tobruk, nato dalle elezioni del 2014 e sostenitore dell'allora governo Al-Thani, al tempo appoggiato dalle potenze internazionali.
Oggi Ghwell controlla parte della capitale della Libia (Tripoli) e continua a contrapporsi al governo di Al-Sarraj ostinatamente.
Tra i soggetti in campo capaci di sbaragliare completamente le carte in tavola c'è, soprattutto, il generale Khalifa Haftar, il vero uomo forte della Libia, da sempre presente nello scenario delle svariate guerre civili del paese, colpito dalla repressione dell'allora “Decano di tutti i governanti arabi”, il colonnello Mu'ammar Gheddafi. Egli è divenuto il simbolo di un potere militare, tribale e carismatico che ha saputo porsi come ago della bilancia di numerosi eventi cruciali libici.
All'attuale si presenta come nuovo soggetto forte su cui in molti puntano e che fin da principio rapprentava il cavallo dell'Egitto di Al-Sisi - interessato a colpire le emanazioni della Fratellanza Musulmana - e di alcune monarchie saudite.


La seconda guerra civile libica come processo genealogico

Haftar nel 2014 lanciò la campagna “Operazione Dignità” contro i gruppi islamisti che si stavano imponendo nello scenario libico e, in particolare nel contesto di Bengasi, contro il gruppo sunnita-jihadista Ansar-al-Sharia, responsabile di un attacco al consolato USA che provocò la morte dell'ambasciatore americano Stevens. Con questa operazione e l'appoggio delle milizie di Zintan provocò la crisi del governo di Al-Thani, portò a nuove elezioni per il Congresso Generale Nazionale, costringendo entrambi a rifugiarsi a Tobruk, in seguito anche all'attacco a Tripoli da parte delle forze islamiste di Alba Libica (milizie della capitale e di Misurata).
Da Tobruk Al-Thani e il CNG optarono per la protezione e l'appoggio di Haftar e del suo esercito “irregolare”, evidenziando già al tempo come il generale, che rappresentava interessi di potenza di soggetti diversi dal tradizionale imperialismo europeo (Egitto, Emirati Arabi Uniti etc), potesse essere una pedina importante della ricostruzione libica.
La guerra continuò con l'irruzione nella scena delle milizie di Derna, che si affiliarono all'ISIS, inserendosi nella lotta tra gli islamisti di Misurata e Tripoli e le forze raccolte attorno ad Haftar, il parlamento di Tobruk e Al-Thani. Il tutto, come è immaginabile, si giocava nello scontro per il controllo dei porti, dei gangli infrastrutturali principali e , soprattutto, dei pozzi e delle strutture legate al petrolio e al gas.
Qui si inserirono gli interventi delle compagnie petrolifere interessate a cercare un minimo di stabilità e di pace armata che garantisse l'accesso alle enormi riserve petrolifere e di gas della Libia. Infatti la NOC, guidata da Mustafa Sanallah, da quel momento condusse colloqui con tutte le aziende petrolifere imperialistiche – ENI in primis - per cercare il giusto appoggio alla proposta di un Governo di Accordo Nazionale, capitanato dal “burattino” Al-Sarraj. Il principale problema era indirizzare il “Nuovo Congresso Generale Nazionale” (N-CGN) di Tripoli di Alba Libica e il Congresso Generale Nazionale (CGN) di Tobruk a riconoscerlo e unirsi sotto la sua guida. L'immediata mossa della borghesia petrolifera fu garantire il pieno sostegno della Petroleum Facilities Guard, una milizia di 27.000 uomini al servizio della protezione delle strutture petrolifere, dichiarato pubblicamente dal suo presidente non appena Al-Sarraj arrivò a Tripoli. E siamo già nel 2016.
Nonostante questo né il governo islamista di Ghwenn, né il presidente del N-CGN di Tripoli Bushameinn, né il CGN di Tobruk appoggiarono il nuovo governo. Al di là degli interessi delle dirigenze, però, il Congresso di Tobruk sottoscrisse gli accordi di pace che portarono alla proposta di un governo di unità nazionale, ad esclusione della parte inerente la sottomissione delle forze armate e delle milizie ai ministeri del Governo di Accordo Nazionale, a difesa dell'autonomia e del potere del proprio “condottiero” Haftar. Il “Nuovo Congresso Generale Nazionale” (GAN)di Tripoli, invece, si sciolse per sostenere Al-Sarraj mentre le milizie della Libia Occidentale, prima a sostegno del CGN di Tobruk, si schierarono con il nuovo GAN.
Così le parti geografiche si rovesciano. Ora a Tripoli si trova il governo sostenuto dalla maggior parte degli interessi imperialistici, commerciali e politici dell'occidente, sotto la guida di Al Sarraj e con il controllo dell'Occidente della Libia; mentre a Tobruk e nell'Est della Libia Haftar, la Camera dei Rappresentanti (ex CGN) e il governo di Tobruk portano avanti la loro competizione al GAN.
Qui si crea lo scompiglio: il generale Haftar riesce a ottenere l'appoggio militare celato della Francia sfruttando la propria campagna contro ISIS e islamisti; mantiene l'appoggio dell'Egitto e vede l'apertura dei rapporti con la Russia, sempre più interessata alla campagna internazionale contro l'ISIS per emulare, negli strumenti, l'imperialismo USA.
Questa impasse si protrae fino a metà del 2016, quando, vedendo come i poteri internazionali ricreavano determinati rapporti economici e commerciali a favore del governo di Al-Sarraj – tra cui l'ENI, che trovando un giacimento al largo dell'Egitto, comunica la sua aspirazione ad una relazione commerciale che coinvolga Egitto, Israele, Cipro e una Libia pacificata, affidando un 40% del controllo ad una compagnia composta da Edison (Italia), Total (Francia) e British Petroleum (Inghilterra) - anche Emirati Arabi Uniti ed Egitto puntano ad un avvicinamento tra Parlamento di Tripoli e Parlamento di Tobruk con il coinvolgimento della Francia.
In questo scenario l'attacco di Haftar a Bengasi contro gli islamisti qaedisti, scricchiola e rischia l'isolamento a causa dell'esposizione militare degli USA in supporto al GAN di Al-Sarraj nella ripresa di Sirte contro l'ISIS, della non condanna dell'Egitto a quell'atto, del “possibile” ritiro delle truppe francesi da Bengasi con la sola Russia al fianco.
Qui però arriva il colpo di scena di Haftar che nel settembre 2016 si lancia alla presa dei porti petroliferi (Ras Lanuf, Sidra, Brega, Zueitina) contro la Petroleum Facilities Guard fedele al governo di Al-Sarraj, utilizzando l'espediente dell'attacco alle milizie islamiste (Brigate di Difesa di Bengasi, le stesse contro cui sta portando avanti la sua Operazione Dignità) che avevano preso il controllo di una parte di quelle cittadelle strategiche. Questa operazione scompiglia le carte e permette il “ricatto pretrolifero” (come viene definito dall'agenzia di stampa Nena-News) di Haftar al Governo di Accordo Nazionale, che va in escandescenza. I suoi esponenti si susseguono nel condannare l'attacco e nel definirsi unici legittimati a commerciare petrolio e gas libici. Eppure Haftar e il governo di Tobruk pongono immediatamente sotto il controllo della NOC di Sanallah i terminal dei porti, aprendo rapidamente una relazione proficua per la principale compagnia petrolifera nazionale e per gli interessi dei capitali stranieri.
Ma qui Haftar si fa più scaltro. Non punta più alla destituzione di Al-Sarraj tout court e a dominare il Parlamento di Tripoli, ma ad imporre un potere contrattuale e ricattatorio nei confronti del GNA, per affermarsi come uomo forte della Libia, unico in grado di colpire islamisti dell'ISIS e qaedisti, conquistare posizioni del GNA rendendole più sicure, e difendersi dai continui attacchi delle Brigate islamiste, guadagnando un controllo stabile su tutta la Cirenaica.
Al contrario, il governo di Al-Sarraj fatica a difendere la sua sovranità: il Fezzan rimane fuori controllo, parti della capitale sono in mano a milizie contrapposte, gli attentati islamisti continuano a imperversare, le rese di conti tra milizie rendono impossibile la legittimazione del GAN.
Tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017, Khalifa Ghwell tenta un colpo di mano a Tripoli occupando militarmente i ministeri e imponendo la fuga al governo di al-Sarraj nella base navale di Abu Seta.


Lo scenario odierno: Haftar, nuovo Napoleone Libico

In questo quadro diviene evidente come Haftar diventi sempre più la pedina vincente degli interessi dell'imperialismo francese in Cirenaica e della proiezione di potenza della Russia nelle risorse energetiche del Mediterraneo. Il generale, infatti, pare abbia siglato un accordo con la Russia: armi in cambio di una base militare in Cirenaica.
Ma, a questo punto, mentre la scommessa di Francia, Egitto e Russia sembra avere la meglio sui qaedisti di Bengasi, mantenere il controllo e la stabilità dei porti di Ras Lanuf e Sidra e rappresentare un elemento di stabilità per tutta la Cirenaica, quella dell'Italia e dell'Unione Europea vacilla e si mostra impotente.
Il governo russo, comunque, non è particolarmente noto per le proprie posizioni “esclusivamente bi-laterali”, per cui di fronte al primo slancio verso Haftar, ridimensiona e relativizza il concreto supporto militare al governo di Tobruk, e apre a confronti anche con Al-Sarraj: lo scopo è arrivare alla riconciliazione, ma ponendo in chiaro il ruolo diretto delle forze armate russe e della scommessa su Haftar.
Nel marzo 2017 Al-Sarraj riceve l'ennesimo colpo. Mentre a Tripoli si susseguivano manifestazioni di piazza contro le milizie islamiste, sparatorie tra milizie rivali e attentati terroristici, le Brigate al-Nawasi, fino ad allora sostenitrici del GNA, occupano la base di Abu Seta, dove si trovava il governo di Al-Sarraj. L'obiettivo è quello di frenare le azioni e le proteste anti-islamiste nei territori controllati dal governo e preservare il monopolio della repressione delle stesse, gestita direttamente dai miliziani di Misurata, per riaffermare il proprio ruolo nel controllo del territorio soprattutto in alcune zone di Tripoli. Tale azione dimostra ulteriormente il ricatto sotto cui è incastrato il governo debole della diplomazia europea ed italiana.
Non per nulla a maggio 2017 si annuncia l'accordo tra Haftar e Al-Sarraj, sponsorizzato da Emirati Arabi Uniti ed Egitto, e con l'avvallo dell'Italia da parte del duo Gentiloni-Eni e degli Stati Uniti di Trump. Tale arrangiamento prevede la costruzione di un unico esercito regolare alle dipendenze del governo di Accordo Nazionale, comandato dall'uomo forte del momento, Haftar. Contemporaneamente, però, Haftar rimette in mostra il proprio peso, impossessandosi di Derna grazie al supporto aereo dell'areonautica egiziana, scatenando, con questa violazione di sovranità, le ire del governo di Al-Sarraj, impotente di fronte alla genialità del rivale.
Unico elemento di riscatto per la pedina dell'imperialismo tricolore disorientato: le milizie fedeli al GAN riescono a far ritirare le truppe di Ghwell a Misurata, provando così a recuperare in parte il controllo della capitale, allontanando la principale minaccia e potere parallelo a Tripoli, capace di fomentare le componenti più islamiste delle tribù a sostegno del GAN.
Tutta l'operazione mostra la sua tela a luglio, lo scorso mese, quando il Generale Khalifa Haftar denuncia, attraverso gli organi del suo Esercito Nazionale Libico, le ingerenze e il supporto fornito agli islamisti jihadisti di Qatar, Sudan e Turchia. Questo viene immediatamente accompagnato dall'interpellanza dell'Egitto in sede ONU in cui si denunciano queste relazioni, legittimando pienamente le operazioni congiunte egiziane e di Tobruk contro gli islamisti in Cirenaica. Il generale con questa comunicazione d'impatto, ribadendo il proprio ruolo egemonico in campo militare, richiama tutte le milizie tribali e i libici a consegnare le armi e unirsi alle forze legittime dell'Esercito Nazionale Libico, per risolvere definitivamente la situazione nel paese. Haftar si pone sempre più come unica personalità detentrice del potere militare e tribale di Libia, il nuovo uomo capace di portare ordine e stabilità contro gli eccessi delle milizie, le aspirazioni di crescita degli islamisti, la minaccia dell'ISIS e le lotte settarie.


Il sorpasso francese sulla strategia dilettante italiana attraverso il Generale Haftar

Qui si consuma l'operazione di rovesciamento degli equilibri attraverso l'intervento del Bonaparte francese, Macròn, e del Napoleone libico, Haftar. Mentre l'Italia era impegnata dalla preparazione di un incontro sull'immigrazione con altri governi europei e africani, il Presidente francese si rende protagonista di un accordo, siglato il 25 luglio sotto l'egida delle Nazioni Unite, tramite il nuovo inviato Salame, tra Haftar stesso e Al-Sarraj. Tale accordo sancisce internazionalmente l'affermazione di Haftar, con l'appoggio aperto di Francia, Egitto, Russia e Cina e in contrappeso alla debolezza di Al-Sarraj. Il tutto con la totale messa in disparte dell'imperialismo italiano, neppure informato dell'incontro anche se ringraziato ufficialmente da Macròn per il lavoro svolto fino a qui, parole che sottintendono un invito a lasciare spazio a chi gioca sul serio e a chi investe sui cavalli vincenti con una strategia di cornice dotata di lungimiranza.
L'armata brancaleone del Partito Democratico e dell'imperialismo italiano prende lo smacco più grande, tagliato fuori dai giochi nel proprio giardino di casa, neppure invitato al consesso internazionale che sanciva il rilancio in pompa magna dell'intervento francese e della affermazione degli interessi capitalistici e militari dell'Eliseo come della Russia.
Dal governo italiano partono così disperati tentativi di riconfermare un ruolo di attore regionale nevralgico, cercando di venire incontro alla necessità di una politica interna in grado di concorrere con destra leghista e Movimento 5 Stelle nel cavalcare il populismo razzista e reazionario, e a quella di recuperare un'immagine internazionale, attraverso un intervento diretto per venire in soccorso dello sgangherato alleato in decadenza Al-Sarraj. In poche parole si cerca di mettersi il fez in testa in Italia e di mettere in mostra un teatrino imperialistico a dir poco farsesco.
Un gioco pericoloso che si consuma sulla pelle di migranti e profughi. Il primo passo del governo, subito dopo il vertice con Macròn, è quello di chiamare a rapporto in Italia al-Sarraj, il quale, cercando nuovo supporto da chiunque possa fornirgli un appiglio, finisce per richiedere il supporto italiano contro i trafficanti. Dopo che già nel 2016 il governo italiano inviò, in termini più propagandistici che di reale supporto militare, 300 uomini (di cui 100 militari) attorno ad un campo medico militare a Misurata per fornire supporto contro l'ISIS; dopo che a giugno 2017 il ministro Alfano ha riconfermato, ad Agrigento, gli accordi economici italo-libici per riaffermare il ruolo dei capitali italiani nella ricostruzione; ora si tenta l'approccio dell'ex membro del PCI, Minniti. Quest'ultimo, in un incontro a Tunisi con il governo di Tripoli, ha cercato di avviare trattative per la costruzione di un area di “Ricerca e Salvataggio” (Search and Rescue, i marines de'noantri) in cui le forze di polizia italiane possano collaborare con la Guardia Costriera libica inviando proprie navi nel contrasto all'immigrazione. Il governo italiano cerca di superare a destra i neofascisti di Generazione Identitaria e dell'operazione Defend Europe, e combina il pasticcio più grande, colpendo definitivamente la credibilità del proprio uomo in Libia.
Al-Sarraj viene immediatamente attaccato da Haftar, che contemporaneamente condanna anche l'ingerenza “coloniale” italiana: la sovranità della Libia non si tocca, soprattutto se mette in discussione il primato ormai consolidato di Haftar, sancito dal nuovo accordo con Egitto, Francia e Russia.
A questo fa seguito la sostanziale ribellione interna dei vice di Al-Sarraj, che rappresentano il sostegno delle principali milizie o componenti dello sgangherato “esercito regolare”. Così il Governo di Accordo Nazionale sancisce la fascia di mare adibita al “Search and Rescue” e immediatamente il generale Ayoub Qassem, della Marina Militare di Tripoli, a nome anche della Guardia Costiera libica, vieta a qualsiasi nave straniera, sia essa ONG o italiana, di entrare senza autorizzazione nelle acque definite in quella zona, ben più ampia delle semplici acque territoriali libiche.
Non a caso è di poche ore fa la notizia di un avvertimento della Marina a suon di scariche di mitraglietta sulla nave Open Arms dell'ONG spagnola Proactiva. Atto a cui consegue la sospensione, da parte di Medici Senza Frontiere, degli interventi di salvataggio, visto lo scenario di denigrazione, attacco e generale diffamazione da parte italiana e l'avvertimento riguardo la disponibilità ad utilizzare le armi della Guardia costiera e della Marina libiche.
In tutto questo si consuma il crollo di appoggio per Al-Sarraj, che rimane sotto lo scacco di tutti gli attori già citati (Fezzan, milizie islamiste, Ghwani, che spesso trascina a sé le potenti milizie di Misurata, alleati interdetti dalla sudditanza al “colonialismo” italiano ed europeo etc) e che ora, si ritrova con una crisi interna, in cui, uno dei suoi quattro vice, Fathi al-Majbari, che rappresenta parte delle milizie della Tripolitania, spinge per una fronda interna contro l'ormai moribondo Al-Sarraj.

Haftar si conferma sempre di più come lo strumento per la ricostruzione della Libia e per la pacificazione delle oltre 220 milizie in campo, alfiere di interessi imperialistici nuovi e disposti a tutto per affermare un proprio ruolo nella regione. Prima fra tutti la Francia con l'intento di ricostruire il proprio canale coloniale che coinvolge Ciad, Mali e Niger, dei quali controlla valuta ed economia; la Russia, che cerca di porre la propria testa di ponte in Cirenaica; e l'Egitto, che vuole cavalcare la battaglia agli islamisti per rafforzare la propria posizione anche nel fronte interno con i Fratelli Musulmani.
Nel quadro degli equilibri tribali interni, inoltre, continua a strappare dimostrazioni di fedeltà e sostegno da un numero sempre maggiore di tribù, soprattutto le più influenti, strappandole all'ambiguo e debole governo di Al-Sarraj. Tra quelle che son passate a sostenere il nuovo generale di ferro, indebolendo Al-Sarraj, ci sono le tribù Mshait, Obeid, Fwakher, Drasa ma soprattutto le potentissime Warfallah e Gharyan.
Haftar ora si pone, da ottimo Bonaparte, anche come risolutore del problema che affligge il fronte interno italiano: i migranti.
Si lancia così nella proposta di una soluzione senza mediazioni fondata su alcuni capisaldi: l'inutilità e la scarsa sostenibilità del tentativo di fermare il flusso migratorio sulle coste, che significherebbe sobbarcare alla Libia il peso di masse di poveri e diseredati; il divieto a qualsiasi nave, in particolare quelle italiane e delle ONG, di entrare nelle acque territoriali libiche e nella fascia di S&R; il rifiuto degli accordi che Al-Sarraj ha stilato su questo tema, etichettandoli come illegali, illegittimi e dannosi per la Libia e la sua sovranità; l'invito a fornire al suo esercito 20 miliardi di dollari con cui costruirà un sistema militare di filtro e blocco dei flussi a sud della Libia, giocando a spostare sempre più giù la frontiera europea.
- “Dobbiamo invece lavorare assieme per bloccare i flussi sui 4.000 chilometri del confine desertico libico nel sud. I miei soldati sono pronti. Io controllo oltre tre quarti del Paese. Possiedo la mano d'opera, ma mi mancano i mezzi. Macron mi ha chiesto cosa ci serve: gli sto mandando una lista. Corsi di addestramento per le guardie di frontiera, munizioni, armi, ma soprattutto autoblindo, jeep per la sabbia, droni, sensori, visori notturni, elicotteri, materiali per costruire campi armati di 150 uomini ciascuno altamente mobile e posizionati ogni minimo 100 chilometri. Stimo il costo in circa 20 miliardi di dollari distribuiti su 20 o 25 anni per i Paesi europei uniti in uno sforzo collettivo”.
Insomma Haftar sembra l'ultima spiaggia per l'imperialismo italiano, se non vuole rimanere fuori dai giochi ed essere definitivamente sorpassato dalla Francia, nonostante debba ammettere al mondo intero di aver fallito completamente strategia e di aver dimostrato una pessima capacità di gestione dei rapporti e delle relazioni diplomatiche. Il nuovo generale macellaio, pronto a porsi alla guida di un governo al servizio degli imperialismi, si mostra internazionalmente come il solo cavallo vincente e capace di districarsi nel caos libico, sintetizzando gli interessi delle borghesie tribali libiche più ricche e delle borghesie europee, che necessitano di stabilità e lottizzazione delle risorse e di risposte vendibili mediaticamente sul tema migratorio.
In tutto questo, trafficanti, generali e politici utilizzano come principale merce di scambio proprio i migranti che, negli oltre 12 centri di detenzione libici (veri e propri lager, e sono solo quelli ufficiali), sono costretti a torture, condizioni di vita e di igiene bestiali, pestaggi, uccisioni sommarie, deportazioni. Di questi 12, alcuni sono sotto il controllo di Haftar (circa 5) e altri sotto la debole giurisdizione di Al-Sarraj (circa 6), mentre almeno uno è in mano agli islamisti legati al Califfato.
Questo è l'effetto dell'imperialismo e della lotta tra borghesie nazionali per accaparrarsi lo sfruttamento e il commercio di determinate risorse, riducendo gli attori locali in semplici pedine del gioco sporco dei vari esecutivi al servizio dei conglomerati di capitali imperialistici casalinghi.
Ad aggravare qualsiasi prospettiva alternativa nello scenario libico è, poi, la particolare composizione sociale di questo paese e della sua popolazione.
Da sempre la Libia e il “popolo” libico non riconoscono un potere statale “nazionale”. I libici, innanzitutto, percepiscono e costruiscono la propria identità sulla base delle divisioni tribali, vere e proprie organizzazioni sociali, economiche ed ideologiche: si stima che le più importanti siano circa 140-150, di cui 30, le più influenti e potenti, hanno determinato gli equilibri politici nel corso della tormentata storia del paese. La Libia, inoltre, è divisa etnicamente e politicamente in tre grandi regioni, grazie alle mire di semplificazione di gestione coloniale fin dal periodo romano, che esprimono raggruppamenti di tribù in competizione tra loro: la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan. Allo stesso tempo le divisioni etniche più importanti raccolgono le varie tribù in grandi conglomerati etnici: i berberi (nel nord-ovest), gli arabi/berberi (in tripolitania e in genere nel nord), i tuareg (a sud-ovest) e i tobou (nel sud-est).
Completamente assente per tutti i proletari di questo paese è una coscienza di classe, schiacciata da questo tipo di appartenenze e sovrastrutture ideologiche e sociali.
I fenomeni di urbanizzazione che si sono sviluppati sotto l'era del Rais Gheddafi (personificazione dello strapotere della propria tribù, sostenuta dalle tribù della Tripolitania: Warfallah, Magariha e le tribù Zentan. la principale ossatura dell'esercito del Rais e l'attuale principale base militare di Haftar), iniziano a dar vita ad un primo proletariato urbano, mentre l'ossatura principale del mondo operaio ruota attorno al petrolio (estrazione, raffinazione, trasporto e logisitica portuale), essendo la Libia il secondo paese esportatore dopo la Nigeria, mentre gran parte della popolazione vive di pastorizia e, solo in alcuni casi e in zone particolarmente fertili di agricoltura.
Uno scenario difficile per un paese profondamente arretrato, socialmente ed economicamente, eppure così strategico nei giochi economici, finanziari e politici dell'Africa e dell'Europa.
Cristian Briozzo