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La Saga Coffee non si sposta!


Come per Whilpool e GKN, unire le vertenze in difesa del lavoro!

19 Novembre 2021

Nella giornata di ieri siamo andati a Gaggio Montano (BO) ad incontrare i lavoratori e le lavoratrici di Saga Coffee, un azienda del gruppo EVOCA che rischia la chiusura

Sono interessati 220 lavoratori, tra i quali 180 lavoratrici, che rischiano il licenziamento in un territorio già duramente provato dalle drastiche chiusure che negli scorsi anni non hanno interessato solo SAECO, bensì tutto l’indotto che faceva di quella zona nell’Appennino Tosco-Emiliano il polo italiano nella produzione di macchine da caffè. Lamentano il 300% in meno di posti di lavoro in 20 anni.
Dall’inizio dell’anno alcuni lavoratori si sono accorti della sempre minor quantità di merce nei magazzini, e nonostante i padroni millantassero una situazione normale, due settimane fa sono state annunciate la chiusura e la delocalizzazione, ed i conseguenti licenziamenti. Ora si presidia la fabbrica, giorno e notte. Non si lascia entrare nessuno, come nella migliore tradizione operaia, lo slogan è “La Saga Coffee non si sposta!”.
A rendere la vicenda ancora più drammatica è la condizione, che come in tutti i piccoli paesi di montagna, vede intere famiglie a lavorare nella stessa fabbrica, e di fatto tutta la città vive su quello. Non si può pensare che con oltre 200 salari in meno la città possa sopravvivere, e si paventa quindi che lo stesso destino possa toccare ad altri lavoratori, commercianti e artigiani di Gaggio Montano.
Quale soluzione? Come da sempre diciamo, l’unica speranza per vincere è continuare a lottare, contro i padroni e i loro schieramenti politici, unendo le vertenze a tutela dei posti di lavoro, non tante piccole lotte, ma una sola grande vertenza che scuota le fondamenta di questa violenta reazione padronale.


https://youtu.be/QJeZJqqc9hE

https://youtu.be/fMBySPK71ok

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

Il PCL sostiene e invita a sostenere la cassa di resistenza dei lavoratori Whirlpool

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori ha deciso un primo contributo economico nazionale alla cassa di resistenza dei lavoratori e delle lavoratrici della Whirlpool, impegnati in una durissima lotta a difesa del proprio lavoro. Una scelta motivata innanzitutto dalla rilevanza di questa lotta di resistenza contro il cinismo degli azionisti Whirlpool e le responsabilità del governo italiano. Ma anche dall'importanza di uno strumento come la cassa di resistenza, che appartiene alla tradizione migliore del movimento operaio e che può essere d'esempio per altre lotte e vertenze oggi in corso.


Chiediamo che l'intero movimento operaio e sindacale sostenga materialmente la cassa di resistenza dei lavoratori Whirlpool, e generalizzi la costruzione delle casse di resistenza quali strumenti di lotta contro l'offensiva padronale. La grande crisi capitalistica in corso, la prospettiva di sblocco dei licenziamenti, l'offensiva di Confindustria contro il lavoro, comportano la necessità di fronteggiare con strumenti nuovi un livello di scontro ancor più impegnativo che in passato. La cassa di resistenza è uno di questi strumenti. Il nostro partito ha sostenuto costantemente la necessità delle casse di resistenza, in particolare dopo la crisi del 2008. A maggior ragione la nuova grande crisi ripropone tutta la loro attualità.


Per sostenere la cassa di resistenza:

Conto Cral - 106810, intestato a Cral aziendale Whirlpool Napoli

Codice IBAN IT81 N030 6909 6061 0000 0106 810

Partito Comunista dei Lavoratori

Whirlpool, tutti i nodi sono giunti al pettine

 


L'unica soluzione è la nazionalizzazione

25 Ottobre 2020

I nodi sono giunti al pettine nella vicenda Whirlpool.
Sullo sfondo della drammatica pandemia in pieno corso, i vertici dell'azienda americana hanno confermato la chiusura dello stabilimento campano. Quasi 400 operai licenziati, più 500 lavoratori dell'indotto. Una soluzione inaccettabile, tanto più a Napoli.

La conferma della chiusura non è una sorpresa. Gli azionisti Whirlpool hanno pianto miseria per un anno intero nonostante i bilanci dell'azienda siano tutti in attivo. Lo scopo era incassare centinaia di milioni di ulteriori regalie pubbliche da parte sia del governo che della regione. Cui si aggiungono, come per tutti i capitalisti, il taglio dell'IRAP a danno della sanità pubblica e le garanzie pubbliche sui crediti bancari. Tutti soldi pagati con la fiscalità generale, quindi dalle tasche dei lavoratori. Ora gli azionisti Whirlpool, incassato il malloppo, hanno dato agli operai il ben servito.

Questo epilogo prevedibile chiama in causa le responsabilità di tutti gli attori pubblici di questa vicenda. Per un anno tutti i partiti di governo, in compagnia degli amministratori regionali, hanno raccontato agli operai che sarebbe stata trovata una soluzione, o che addirittura il problema era già risolto. Si doveva solamente attendere, nutrire fiducia, e soprattutto votarli. In questo ha primeggiato su tutti Luigi Di Maio, che ha costruito su Whirlpool un pezzo delle proprie campagne elettorali in Campania, sino a recitare la parte in commedia delle parole "dure" contro la proprietà, ad uso delle telecamere.

Ora la commedia è finita, perché purtroppo parlano i fatti. E i fatti, a essere onesti, chiamano in causa anche la politica dei vertici sindacali. A cosa è servito alimentare illusioni su un possibile accordo con l'azienda, quando era chiaro che la decisione di chiudere era presa da tempo? A cosa è servito appoggiare le regalie finanziarie del governo agli azionisti Whirlpool in cambio di promesse finte? A nulla.

Ora è necessaria una svolta. Non c'è più nulla da negoziare con la Whirlpool. L'azienda va occupata e presidiata a oltranza dagli operai per impedirle di portar via i macchinari. Dalla fabbrica non deve uscire un bullone. La proprietà Whirlpool va nazionalizzata, senza un euro di indennizzo agli azionisti, e sotto il controllo degli operai. La produzione deve continuare in tutti gli stabilimenti, a salvaguardia dei posti di lavoro e degli stipendi. Questa è l'unica possibile soluzione della vicenda che non sia penalizzante per gli operai. Altre soluzioni, rispettose della produzione e del lavoro, non ne esistono. E infatti oggi nessuno sa indicarle.

Chiediamo a tutte le organizzazioni di fabbrica che fanno riferimento alle ragioni del lavoro di unire la propria azione a sostegno della nazionalizzazione della Whirlpool. Gli operai e le operaie hanno dato prova di una combattività e generosità straordinaria in tutta questa vicenda. Meritano una prova di unità, ma anche di determinazione. L'unica possibilità concreta di salvare il posto di lavoro passa per una svolta radicale dell'azione di lotta. Va costituita una cassa nazionale di resistenza a sostegno di una lotta prolungata e dell'occupazione della fabbrica.

Il governo ha fatto capire che l'unica cosa che teme è la turbativa dell'ordine sociale a Napoli. È la prova che solo un'azione di massa radicale degli operai può scuotere la controparte e strappare risultati. Le direzioni sindacali hanno annunciato formalmente lo «scontro sociale»? Chiediamo che prendano sul serio le proprie parole. Ma soprattutto che le prendano sul serio gli operai attraverso la propria azione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

La battaglia dell'Ilva assume oggi una valenza centrale.


LA BUFALA DELL'ACCORDO DI UN ANNO FA

L'accordo firmato un anno fa dal primo governo Conte (M5S-Lega) concedeva la principale azienda siderurgica italiana al più grande colosso della siderurgia mondiale, Arcelor Mittal. Le burocrazie sindacali firmatarie dell'accordo, CGIL, CISL, UIL, lo celebrarono come l'accordo del secolo, magnificandone le virtù: difesa dell'occupazione e dei diritti dei lavoratori, garanzia di risanamento ambientale, un orizzonte radioso. Persino USB firmò, unendosi al coro. Il tutto a copertura, incredibile a dirsi, dell'allora governo M5S-Lega, ma anche col plauso del PD e di larga parte delle sinistre “radicali”. Del resto... garantiva il mitico Maurizio Landini, neosegretario generale CGIL, come si poteva sconfessarlo?

Ma l'anno trascorso ha fatto tabula rasa di questa retorica. Riduzione dell'occupazione reale a regime, selezione antisindacale delle riassunzioni, taglio dei diritti acquisiti per i lavoratori riassunti, aumento della cassa integrazione, risparmi sulla sicurezza del lavoro, ritardi sugli impegni ambientali. Basti pensare che ad oggi i soli interventi di risanamento avvenuti, compresa la copertura dei parchi minerari, sono stati finanziati dai fondi sequestrati a Riva. Insomma, un vero bidone. Come il nostro partito aveva denunciato e previsto.

Il “recesso” di ieri di Arcelor Mittal è solo la confessione pubblica di questa verità.


L'IMMUNITÀ PENALE PER IL PROFITTO

Il colosso franco-indiano ha acquistato gli stabilimenti ex Ilva dietro garanzia dell'immunità penale. Una clausola inesistente altrove. Sta a dire che la messa a norma della produzione dal punto di vista ambientale richiede un certo tempo, e che in questo tempo l'azienda è immune sotto il profilo giudiziario, cioè non risponde di reati ambientali o di mancata sicurezza sul lavoro. L'esistenza stessa di questa clausola, quale condizione dell'acquisto, chiarisce se ve n'era bisogno la sua spregiudicatezza e persino la sua natura incostituzionale. Il profitto reclamava una zona franca a garanzia dei azionisti, governo e sindacati acconsentivano.

Ma dopo il tracollo elettorale dei Cinque Stelle a Taranto, e non solo, il panico dei parlamentari pugliesi, la minaccia di un loro abbandono, in particolare al Senato, col rischio conseguente di una possibile caduta del governo, il buon Di Maio è dovuto correre ai ripari concedendo alla fronda interna la rimozione parziale dell'immunità. E Arcelor Mittal ha colto la palla al balzo per tirarsi fuori. Senza immunità penale il profitto se ne va.


LA GUERRA MONDIALE DELL'ACCIAIO

Una mossa contrattuale per riottenere lo scudo giudiziario, oppure per negoziare magari un nuovo accordo con tagli maggiori sull'occupazione? Lo vedremo. Certo l'operazione ha risvolti più ampi che vanno ben al di là dell'aspetto giuridico. Arcelor Mittal ha acquisito gli stabilimenti ex Ilva per sottrarli innanzitutto alla concorrenza. La sovrapproduzione dell'acciaio è enorme sul piano mondiale, anche per l'ingresso della concorrenza cinese. Tutti i grandi gruppi del settore sono dunque impegnati in una guerra senza risparmio di colpi. Questa guerra si combatte attraverso l'abbattimento dei costi: riduzione della manodopera, distruzione dei diritti, aggiramento delle clausole ambientali (laddove esistono). Arcelor Mittal è in prima fila in questa guerra, una guerra che investe la siderurgia europea, a partire da Germania e Francia. L'Italia è solo un frammento di questa partita di domino. I grandi azionisti di Arcelor si muovono e si muoveranno in Italia secondo le convenienze del proprio piano industriale globale. Di certo la nomina come nuovo amministratore delegato della mastina Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” in fatto di posti di lavoro, non promette nulla di buono. Le cifre che circolano sui cosiddetti esuberi annunciano una possibile mattanza.


NON CI SONO PADRONI BUONI

Tutta la lunga esperienza della privatizzazione della siderurgia italiana conferma che non vi sono padroni buoni. Vi sono solo padroni interessati al profitto. A qualsiasi costo, per l'appunto, cancro incluso. Sempre con l'assistenza dello Stato, spesso con la complicità dei burocrati sindacali. Padron Riva comprò nel 1995 la vecchia Italsider per un pugno di lire, allo scopo di spolparla per quasi vent'anni e portare in Svizzera i miliardi fatti, mentre le polveri sottili dei parchi scoperti avvelenavano Taranto. Le burocrazie sindacali, a partire da Taranto, finirono (letteralmente) sul libro paga dei Riva per garantire pace sociale in fabbrica e protezione sul territorio. La vicenda della FIOM tarantina fu emblematica. Ora i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal hanno prima avuto in dono dallo Stato un contratto vantaggioso penalmente immune, e ora minacciano di rifarsi contro gli operai, per di più pretendendo come faceva Riva la “solidarietà delle maestranze”.

Nessuna solidarietà va data invece ai nuovi padroni. L'interesse di classe degli operai non ha nulla da spartire col loro. La siderurgia va certo salvaguardata, fuori e contro la pretesa specularmente opposta di chi chiede la chiusura degli stabilimenti (chi rivendica la chiusura nel nome del risanamento del territorio dia un occhiata al deserto di Bagnoli, presidiato da camorra e disperazione, e poi ne riparliamo). Ma gli operai non possono scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Possono e debbono rivendicare insieme lavoro e salute, diritti inseparabili, e possono farlo solo contro la legge del profitto. Per questo avanziamo la parola d'ordine della nazionalizzazione dell'Ilva, senza alcun risarcimento per i nuovi acquirenti, e sotto il controllo dei lavoratori.


NAZIONALIZZAZIONE E RICONVERSIONE
La produzione di acciaio è indispensabile, come il risanamento ambientale dei territori inquinati. Tenere insieme queste due esigenze è perfettamente possibile, sulla base delle acquisizione della tecnica e della scienza. La stessa Arcelor Mittal ha riconosciuto che la produzione di acciaio attraverso il gas e non il carbone è tecnicamente possibile, salvo lamentare i maggiori costi e dunque la non convenienza di mercato. Ma la non convenienza per gli azionisti coincide con la massima convenienza per i lavoratori e la maggioranza della società. Per questo gli stabilimenti ex Ilva vanno nazionalizzati sotto controllo operaio. Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono tutelare i posti di lavoro, anche attraverso la riduzione dell'orario a parità di paga. Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono conciliare la tutela del lavoro con la riorganizzazione radicale della produzione dell'acciaio, dando risposta reale alla domanda di sicurezza ambientale della popolazione povera dei quartieri. Più in generale, va nazionalizzata l'intera produzione dell'acciaio, riorganizzando la produzione secondo un piano del lavoro definito dai lavoratori stessi, finalmente sottratto al cinismo cieco del mercato.


DI INCOMPATIBILE C'E SOLO IL CAPITALISMO

La nazionalizzazione è “incompatibile” con la legislazione della UE, con il libero mercato, con le virtù del capitale? È vero. Ma solo nel senso che è il capitale ad essere incompatibile con le esigenze della società umana. La battaglia per la nazionalizzazione dell'ex Ilva o diventa una battaglia anticapitalistica per un governo dei lavoratori, o non è.

Il PCL farà della battaglia per la nazionalizzazione l'asse del proprio intervento tra i lavoratori Ilva. Ed è una battaglia che non può limitarsi all'Ilva. Se la più grande azienda del paese è sotto attacco, se sono in gioco 20.000 operai, sommando l'indotto, se è in gioco il cuore della produzione industriale su scala nazionale, lo scontro riguarda l'intero movimento operaio italiano. Il fronte unico a difesa del lavoro per la nazionalizzazione dell'Ilva è la parola d'ordine centrale di tutte le avanguardie di classe.
Marco Ferrando

Bloccare la produzione, occupare la fabbrica, nazionalizzare la Whirlpool

[testo del volantino per gli operai in lotta] Il PCL rinnova, in queste ore drammatiche, il pieno sostegno agli operai e alle operaie della Whirlpool.
L'azienda ha confermato una volta di più che gli accordi sottoscritti sono carta straccia.
Le promesse del governo, com'era prevedibile, valgono zero. 
Giusto il tempo delle campagne elettorali. 
La verità è che gli operai possono contare solo sulla propria forza. È ora che i sindacati la usino sino in fondo.
Il tempo delle passerelle, delle interpellanze, degli incontri istituzionali, è finito. Basta con le prese in giro. Occorre cambiare registro.
La produzione va bloccata. 
Gli stabilimenti Whirlpool vanno occupati, dalla fabbrica non deve uscire un bullone. 
Va rivendicata la nazionalizzazione della Whirlpool senza un centesimo di indennizzo per gli azionisti e sotto il controllo degli operai.
Questa è l'unica reale soluzione per conservare il lavoro, non ne esistono altre.
Il PCL sosterrà in ogni caso sino in fondo tutte le azioni di lotta che deciderete di intraprendere.

Partito Comunista dei Lavoratori

La verità che emerge all'Ilva

La nazionalizzazione dell'azienda è l'unica soluzione per il lavoro e per la salute

27 Giugno 2019
Né chiusura dell'Ilva né immunità giudiziaria per i padroni: non si può chiedere agli operai di scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Basta coi ricatti padronali su lavoro e salute!

 Come volevasi dimostrare. Emerge in queste ore in tutta la sua portata il risvolto della vendita dell'Ilva alla ArcelorMittal. Di Maio lo aveva presentato come accordo storico dovuto al suo genio. CGIL, CISL, UIL, USB lo avevano benedetto agli occhi dei lavoratori come accordo migliorativo e di svolta rispetto al precedente piano Calenda. I partiti della sinistra, da Sinistra Italiana a Potere al Popolo, passando per il PRC, hanno coperto su tutta la linea Maurizio Landini. Ora la verità viene a galla, come il PCL aveva denunciato e previsto, sia sul versante del lavoro che della salute: 1400 lavoratori in cassa integrazione a zero ore, minaccia di chiusura dello stabilimento tarantino il 6 settembre se l'azienda non avrà immunità penale sul fronte ambientale.
Intendiamoci. L'accordo tra azienda, governo e sindacati era già in origine un accordo a perdere: 3000 operai di fatto espulsi dall'azienda, taglio dei salari dei lavoratori rimasti attraverso il meccanismo delle riassunzioni, cacciata dalla fabbrica di molti lavoratori sindacalmente combattivi con un criterio di epurazione, dilazione dei tempi dell'"ambientalizzazione" dell'azienda, peraltro rimasta ancora al palo. Erano le condizioni poste dai capitalisti di ArcelorMittal per comprare Ilva, condizioni generosamente concesse. Occorreva davvero una faccia di bronzo per presentare questa soluzione come svolta. Al punto che persino l'ex ministro Calenda si congratulava con Di Maio per l'attuazione... del piano Calenda.

Ora semplicemente l'azienda ha gettato la maschera. Una volta comprata la fabbrica, e rimosso il pericolo di un concorrente, i capitalisti indiani procedono, come nel resto d'Europa, al taglio della produzione. Il mercato mondiale dell'acciaio è saturo da diversi anni, anche per via dell'espansione cinese. Tutti i capitalisti del settore, gli uni contro gli altri armati, si disputano il mercato tagliando i costi: i costi del lavoro (salari e occupazione) e i costi ambientali (salute degli operai e delle loro famiglie). Arcelor pratica in Italia ciò che pratica nel resto del mondo. L'eterna favola di un capitalista buono, salvatore degli operai, cui mostrare riconoscenza, trova l'ennesima clamorosa smentita.

I fatti dimostrano una volta di più che c'è una sola soluzione per la questione Ilva che possa rispondere agli interessi del lavoro e della salute: la nazionalizzazione dell'azienda, senza indennizzo per ArcelorMittal, e sotto il controllo dei lavoratori, nel quadro della nazionalizzazione di tutta la siderurgia. L'unica soluzione che può garantire ad un tempo la ripartizione del lavoro a parità di paga attraverso la riduzione generale dell'orario, e un investimento pubblico immediato e adeguato per la riorganizzazione della produzione a fini ambientali e per la bonifica vera dei territori.

Né chiusura dell'Ilva né immunità giudiziaria per i padroni: non si può chiedere agli operai di scegliere tra morire di fame o morire di cancro. Basta coi ricatti padronali su lavoro e salute! Solo l'esproprio della fabbrica sotto controllo operaio può garantire i lavoratori.

Ilva, Whirlpool, Pernigotti, Alitalia... è ora di unificare in una lotta sola le centinaia di vertenze aperte per la difesa del lavoro, attorno all'obiettivo della nazionalizzazione senza alcun indennizzo per i grandi azionisti di tutte le aziende che licenziano, o inquinano, o calpestano i diritti sindacali.

Nessuna fiducia nel governo e nei padroni! Solo la forza degli operai può imporre una svolta vera.
Partito Comunista dei Lavoratori