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Crisi borghese e veleni reazionari

 


Presidenzialismo e proporzionale avanzano sulle macerie della crisi dei partiti e degli schieramenti dopo la corsa per il Quirinale

30 Gennaio 2022

La riassegnazione a Mattarella della presidenza della Repubblica per un nuovo settennato è la cartina al tornasole della crisi politica della borghesia italiana.
Manca un punto di gravitazione del sistema politico. Tutti i partiti borghesi, con l'eccezione di Fratelli d'Italia, attraversano in forme diverse una crisi dei propri equilibri interni. Tutti le loro alleanze conoscono una disarticolazione più o meno profonda. In questo quadro l'ambizione di Draghi di traslocare al Quirinale per coronare la propria carriera si è subito scontrata con l'impossibilità di negoziare un nuovo Presidente del Consiglio e di garantire la continuità della legislatura, mentre ogni soluzione alternativa a Draghi come capo della Stato si è impigliata nella tela di ragno di contraddizioni irrisolte in tutti gli schieramenti politici. La rielezione di Mattarella è la risultante di questa paralisi politica e istituzionale.

Formalmente tutto rimane com'è, con Draghi premier e Mattarella Presidente, in reciproco sodalizio. Ma la realtà è diversa. Il fallimento politico delle segreterie di partito è manifesto. La soluzione Mattarella è stata imposta di fatto dalla pressione a valanga di una base parlamentare diffidente che le ha di fatto sconfessate pur di mettere in sicurezza la continuità del Parlamento, e dunque del proprio scranno. All'interno di ogni partito della maggioranza si aprono ora processi politici nuovi o autentiche rese dei conti. Il M5S è l'epicentro del terremoto, con possibili effetti di scissione e/o dissoluzione.

Anche la leadership di Salvini nella Lega conosce un obiettivo indebolimento, dopo la gestione catastrofica del romanzo Quirinale, con dieci nomi bruciati in due giorni, la rottura combinata con FdI e con FI, una coalizione dissolta, un futuro incerto. Di fronte a Salvini c'è ora un bivio strategico: o la ricomposizione con Giorgia Meloni all'insegna di un rilancio sovranista, ma col rischio concreto di lasciarle lo scettro; o la ricomposizione con Forza Italia all'insegna di un ingresso nel PPE, caro a Giorgetti, ma col rischio di entrarvi dalla porta di servizio, con la coda fra le gambe. Di certo l'idea di poter conciliare la guida della coalizione e la maggioranza di governo attorno a Draghi è definitivamente naufragata. E quale che sarà la via prescelta dalla Lega, comporterà un prezzo alto per il suo segretario; o di ruolo, o di voti, o di entrambi.

Neppure il PD può cantar vittoria. La catastrofe di Salvini non risolve nessuno dei vecchi problemi e ne apre di nuovi. Il “campo largo” di centrosinistra caro a Letta è oggi un campo di rovine, con la manifesta inaffidabilità di Conte, la guerra aperta da Luigi Di Maio per il controllo del movimento, il confinamento patetico di Beppe Grillo tra scandali giudiziari e carte bollate. Far leva sulla presunta rendita di posizione di un gioco bipolare – nuovo centrosinistra contro vecchio centrodestra – non è più possibile ormai di fronte allo sfarinamento politico di entrambi i poli. Insistere su questo schema significherebbe solamente favorire la ricomposizione della destra e suicidarsi. Ma abbandonare questo schema non è indolore per Letta. Significa esporsi alla rivalsa interna di chi da tempo l'aveva contestato, a partire dalla maggioranza dei gruppi parlamentari ex renziani del PD, quelli che non a caso dall'inizio hanno tifato prima Casini e poi Mattarella, in entrambi i casi in tandem con Renzi.

È possibile che il marasma politico e istituzionale in cui versa la borghesia apra la strada a una revisione del sistema elettorale in senso proporzionale. Spingono in questa direzione i vari frammenti del M5S, e diverse correnti del PD (ex renziani, Orlando, Franceschini). Ma soprattutto la galassia centrista, diversamente articolata (da Forza Italia, al centro cattolico, a Italia Viva) che non a caso ha sino all'ultimo giocato la carta della presidenza Casini, nella convinzione potesse rappresentare una sponda utile per il nuovo polo centrista. L'idea è quella di un definitivo seppellimento del bipolarismo, del conseguente taglio delle ali estreme, della ricomposizione di un centro politico parlamentare della borghesia italiana capace di porsi come ritrovato baricentro di ogni soluzione di governo. È questa l'area politica che non a caso ha maggiormente insistito per una continuità di Draghi come Presidente del Consiglio anche nella prossima legislatura. Va da sé che Meloni è avversa a questo disegno, perché le preclude lo sbocco di governo. Cosa faranno ora il PD e la Lega? Letta sembra aprire alla proporzionale, Salvini per ora non si pronuncia. È chiaro che per ognuno dei due si tratta di una scelta strategica.

Ma lo sfarinamento dei poli non porta solo a una possibile riforma proporzionale del sistema politico. Porta con sé anche un rilancio del presidenzialismo, ossia di un'elezione diretta del capo dello Stato, con conseguente trasferimento nelle sue mani di nuovi poteri. Questa idea reazionaria, vecchio cavallo di battaglia della destra, è ora sdoganata da un vasto ambiente borghese liberalprogressista, laico o cattolico. I quotidiani del gruppo GEDI (La Repubblica) e di Banca Intesa (Corriere della Sera) stanno legittimando apertamente il semipresidenzialismo alla francese come possibile soluzione della crisi politica. Nel momento in cui il vecchio bipolarismo è crollato, nel momento in cui diventa possibile o addirittura auspicabile il ritorno alla proporzionale (in funzione della continuità di Draghi), è necessario un elemento di riequilibrio dei poteri verso l'alto, che possa fornire al governo un ancoraggio forte a garanzia della stabilità politica. La stessa idea può trovare nuovi consensi in ampi settori popolari. “Basta coi giochi di palazzo dei politici, il Presidente scegliamolo noi” è un sentimento più diffuso di ieri, dopo la spettacolarizzazione mediatica delle giornate quirinalizie. È il vecchio fascino del bonapartismo come risposta alla crisi del parlamentarismo. Tutta la seconda Repubblica ha concimato questo humus. La sua crisi ne distilla i veleni.

Di fronte a queste possibili dinamiche e prospettive, vediamo prosperare a sinistra la vecchia retorica democratico-borghese, l'esaltazione della “Costituzione nata dalla Resistenza”, l'apologia della saggezza dei famosi padri costituenti. Ex ministri di governi liberali, come il compagno Paolo Ferrero (1), spiccano in questo coro. Noi rifiutiamo questa retorica. Naturalmente difendiamo ogni diritto democratico contro ogni sua revisione reazionaria. Siamo per il principio proporzionale integrale in fatto di leggi elettorali. Siamo contro ogni slittamento verso l'alto dei poteri dello Stato. Ma non per questo facciamo i custodi della Costituzione borghese. Non dimentichiamo che i padri costituenti erano De Gasperi e Togliatti, che la loro Costituzione nacque nel segno della collaborazione tra le classi contro le potenzialità rivoluzionarie della Resistenza partigiana, che l'obiettivo era quello di subordinare la classe operaia alla ricostruzione del capitalismo e del suo Stato. Non ci identifichiamo, insomma, con le istituzioni della democrazia borghese e con il loro Parlamento. Che non è e non può essere in regime capitalista il tempio della sovranità popolare, ma uno strumento di governo dei capitalisti, com'è stato ininterrottamente nella Prima e nella seconda Repubblica. Non a caso Lenin definiva la democrazia borghese, anche la Repubblica più democratica, «un paradiso per i ricchi, un inganno per i poveri e gli sfruttati».

L'identificazione nel Parlamento borghese e nelle regole istituzionali della democrazia borghese non solo non ha nulla a che vedere con i comunisti, ma porta acqua al mulino della reazione e alla sua demagogia, di chi fa leva sugli aspetti parassitari del parlamentarismo borghese (stipendi d'oro, vitalizi, corruzione, irrevocabilità del mandato, mercanteggiamento di favori e prebende...) per proporre nel nome del "Popolo" soluzioni reazionarie. Soluzioni che fingendo di dare maggior potere al popolo contro i politici, in realtà rafforzano i poteri dello Stato, ed in particolare del suo braccio esecutivo (governo, apparati repressivi), contro i lavoratori e la popolazione povera. A vantaggio dei politici peggiori.

È dalle lotte del lavoro e dei giovani che occorre battersi per un'altra democrazia. Quella che espropriando i capitalisti dia ai lavoratori e alla maggioranza della società la vera sovranità vera, cioè il potere di decidere democraticamente attraverso strutture organizzate dei lavoratori stessi le scelte e il futuro della società. La battaglia per un altro Stato, per un altro potere, non è solo l'indicazione della sola vera alternativa. È anche l'unica via per disarmare gli argomenti reazionari senza fare i reggicoda dei liberali.




(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=49321

Partito Comunista dei Lavoratori

Né con l'establishment europeista né con il sovranismo nazionalista

Per l'autonomia del movimento operaio. Per una soluzione di classe della crisi politica e istituzionale

28 Maggio 2018
Nel continuo saliscendi di questi mesi la crisi italiana precipita assumendo i caratteri di una crisi istituzionale.
La linea di demarcazione del confronto pubblico sembra contrapporre il cosiddetto fronte "della responsabilità”, di marca istituzionale e europeista, e il cosiddetto fronte sovranista, di marca populista e nazionalista. Da un lato la “difesa delle istituzioni” contro l'avventura, dall'altro la tutela del popolo italiano contro l'élite “mondialista e tedesca”. Da un lato Mattarella e Cottarelli, dall'altro Di Maio e Salvini.
In realtà ognuno dei due fronti è l'alibi dell'altro, in uno spregiudicato gioco di sponda e di reciproco alimento. Entrambi vorrebbero arruolare i lavoratori nella propria crociata. Ma l'interesse dei lavoratori e delle lavoratrici non ha nulla da spartire con nessuno dei due contendenti.

Il fronte della cosiddetta responsabilità istituzionale è il fronte tradizionale dell'establishment, del grande capitale italiano ed europeo. Il PD ne è la sponda politica organica. La sua preoccupazione è subordinare i salariati alla continuità dei sacrifici dentro la cornice della Unione Europea. Compressione dei salari, precarizzazione del lavoro, cancellazione dei diritti sindacali, a vantaggio dei profitti e della competitività delle imprese. Tagli a pensioni, sanità, istruzione, per finanziare la detassazione del capitale e pagare il debito pubblico alle banche. Sono le politiche di austerità promosse negli ultimi trent'anni dalle borghesie del vecchio continente a da tutti i loro governi. L'Unione Europea che queste forze difendono è il club entro cui i capitalisti italiani, tedeschi, francesi, spagnoli negoziano la tutela dei propri interessi comuni sul mercato mondiale, si contendono le rispettive zone di influenza, concordano le linee guida della propria offensiva antioperaia. Sergio Mattarella, al pari dei suoi predecessori, è il massimo tutore istituzionale dell'interesse dell'imperialismo italiano e dei suoi legami con la UE. Il governo Cottarelli, al pari dei precedenti, ne è il comitato d'affari. L'uomo della spending review e del rigore alla presidenza del Consiglio dà il segno inconfondibile al nuovo esecutivo: un replay del governo Monti in vista del voto come rassicurazione al mercato finanziario. Una provocazione contro i lavoratori. Per questo il sostegno della burocrazia CGIL a Mattarella è la conferma clamorosa della sua subordinazione al capitale, oltre che un insperato regalo alla campagna delle destre contro la “sinistra”.

Ma il fronte cosiddetto sovranista, con sventolio delle bandiere tricolori, non è affatto l'avvocato del popolo. Lo dimostra, se ve n'era bisogno, il contratto di governo tra M5S e Lega. Parla di lavoro, ma conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarietà, al punto da reintrodurre i famigerati voucher. Sventola la promessa di qualche elemosina sociale (reddito, pensioni), ma la mette sul conto dei salariati attraverso una riforma fiscale scandalosa che beneficia come non mai le grandi ricchezze. Chiede di rinegoziare i trattati della UE, ma solo per trovare i soldi con cui finanziare la detassazione dei profitti e continuare a pagare il debito alle banche, innanzitutto le banche italiane che ne detengono la gran parte. Infine dirotta la rabbia sociale contro i migranti per evitare che si rivolga contro i capitalisti, in una guerra tra sfruttati che avvantaggia solo gli sfruttatori, dentro il rilancio di tutta la peggiore spazzatura xenofoba e securitaria.

È vero: il grande capitale italiano non si affida oggi al sovranismo nazionalista, diffida delle sue intemperanze, vuole negoziare i propri interessi dentro la cornice istituzionale della UE, contro ogni rischio di sua destabilizzazione. Ma lo stesso grande capitale che “denuncia” il sovranismo nutre di fatto il suo consenso sociale con le proprie politiche di austerità, e beneficia dei suoi preziosi servizi di divisione dei lavoratori e di inquinamento della loro coscienza. E viceversa.
La polemica sovranista contro Mattarella e Cottarelli non muove dalle ragioni del lavoro e tanto meno della "democrazia", ma dall'ambizione di nuove destre (più o meno) reazionarie che puntano alla conquista in proprio del potere. Far propria la campagna “contro il golpe di Mattarella”, come oggi fanno alcuni ambienti della sinistra, non significa solo avallare implicitamente una visione angelicata della Costituzione borghese, ma coprire al di là di ogni intenzione rappresentazioni e linguaggi delle destre nel momento stesso della loro ascesa.

Contro l'europeismo borghese, contro il sovranismo nazionalista, c'è bisogno di costruire il campo che manca: un grande fronte di classe e di massa che unifichi i lavoratori e le lavoratrici attorno ad una propria piattaforma di lotta indipendente. Solo l'azione di massa della classe lavoratrice può spezzare la tenaglia tra establishment e populisti, scompaginare il blocco sociale delle destre, costruire dal basso una prospettiva nuova. Quella che chiama in causa il sistema capitalista, l'unica vera alternativa. Quella che impone la sovranità dei lavoratori, l'unica vera democrazia.
Partito Comunista dei Lavoratori

L'abbraccio Di Maio-Salvini (con il benestare di Berlusconi)

Giunta sull'orlo di una autentica crisi istituzionale, la crisi politica italiana registra un improvviso colpo di scena. Silvio Berlusconi dà il proprio benestare ad un governo Di Maio-Salvini.
Che il benestare passi formalmente attraverso un voto di astensione critica o di opposizione responsabile cambia poco, avendo M5S e Lega nel loro insieme una autosufficienza di numeri parlamentari, seppur risicata al Senato. Il significato è politico. Da un lato Berlusconi ha ceduto alle pressioni dei propri gruppi parlamentari terrorizzati dal bagno di sangue annunciato del ritorno al voto. Dall'altro punta a fare di necessità virtù, con obiettivi diversi e complementari: capitalizzare le prevedibili difficoltà del nuovo governo senza rompere l'alleanza col centrodestra, mantenere un potere di condizionamento sugli equilibri politici (contrattazione di ruoli nelle commissioni parlamentari e nell'alta burocrazia statale), ottenere garanzie per le proprie aziende, guadagnare tempo sull'orologio del proprio declino in attesa della famosa sentenza di Strasburgo.


LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA EVITA LA CRISI ISTITUZIONALE 

Le pressioni su Berlusconi non sono venute peraltro dai soli gruppi parlamentari di Forza Italia. Sono venute anche dal PD, ugualmente impaurito dalla corsa al voto dopo la Caporetto del 4 marzo, e in una profondissima crisi interna. E sicuramente sono venute della stessa Presidenza della Repubblica, che voleva evitare l'umiliazione di un governo del Presidente bocciato dalle Camere, una precipitazione alle urne senza riforma della legge elettorale, la conseguente riproposizione dopo il voto di una impasse sostanzialmente immutata, il rischio di irruzione della speculazione finanziaria nella crisi politica. Non a caso Mattarella, nel suo discorso a conclusione dell'ultimo giro di consultazioni, pur annunciando un “governo neutro” di propria nomina, aveva lasciata aperta la finestra della possibile ricomposizione di una maggioranza politica, e per dilatare i tempi supplementari di questa possibile ricomposizione aveva fatto filtrare la propria disponibilità a rinviare lo scioglimento delle camere dopo l'annunciato voto di sfiducia verso il governo del Presidente. La preoccupazione di evitare una crisi istituzionale senza rete ha avuto dunque un ruolo decisivo nella svolta politica in atto.


LA VORACITÀ DEI GIOVANI PARVENU 

I giovani gruppi dirigenti di M5S e Lega, dopo aver scalato i propri partiti, ambiscono a scalare lo Stato borghese. Dietro di loro una pletora di aspiranti ministri e sottosegretari che non vogliono perdere l'occasione della (loro) storia. La Lega porta in dote al nuovo governo l'amministrazione delle regioni del Nord e la fitta rete di relazioni coi poteri forti dei propri territori. Il M5S vi porta il proprio controllo sul blocco sociale del Meridione e la fame insaziabile di poltrone borghesi. La spartizione tra Lega e M5S di quasi tutte le cariche istituzionali al piede di partenza della legislatura dava subito la misura della voracità dei parvenu. La svolta in corso la conferma nel modo più clamoroso: Di Maio e Salvini hanno scelto di sacrificare il proprio annunciato successo in nuove elezioni, a luglio o settembre, sull'altare del proprio accesso immediato al governo del capitale. Meglio l'uovo oggi, dice il vecchio adagio popolare. La soddisfazione delle ambizioni ministeriali ha prevalso su ogni altro calcolo.


LE CONTRADDIZIONI DEL NUOVO GOVERNO E LA MINACCIA REAZIONARIA 

Il negoziato tra M5S e Lega è in pieno corso. Sia in fatto di premiership, ministeri, sottosegretariati, sia sul programma e la sua gestione. La contraddizione è evidente. I blocchi sociali di riferimento di M5S e Lega sono diversi, e diversamente dislocati. Flat Tax al Nord e reddito di cittadinanza al Sud ne sono state le bandiere, assieme all'abolizione della legge Fornero come richiamo trasversale di entrambi. Al tempo stesso sia la Lega, sia soprattutto il M5S, si sono presentati al capitale finanziario italiano ed europeo come garanti dei patti siglati sulle politiche di bilancio pubblico, una garanzia offerta allo stesso Mattarella in cambio di una legittimazione istituzionale. Quale punto d'equilibrio potranno trovare tra la vecchia demagogia casereccia e il nuovo abito istituzionale?

Una mediazione in termini di sommatoria dei due programmi elettorali è facile da un punto di vista letterario, ma è incompatibile coi parametri di bilancio che M5S e Lega si sono impegnati a onorare. Mentre una mediazione costruita per elisione bilanciata delle rispettive promesse li esporrebbe al rischio di un rapido crollo di credibilità presso i rispettivi elettorati.

Il nuovo governo cercherà di affrontare il problema in due modi. In primo luogo con la diluizione delle promesse e della loro attuazione lungo l'arco della legislatura. In secondo luogo scaricando le contraddizioni sul lato più reazionario della propria politica. Non potendo dare al proprio popolo soddisfazioni sociali, si può offrirgli soddisfazioni morali: massimizzare le politiche di respingimento esemplare degli immigrati; indurire il regime carcerario; inasprire le normative sulla sicurezza e il “decoro” (sulla scia di Minniti-Orlando); liberalizzare la legittima difesa; e naturalmente sbandierare l'immancabile trofeo dell'abolizione dei vitalizi (15 milioni di risparmio annuo).
Dirottare la rabbia sociale su falsi bersagli sarà una tecnica di occultamento delle difficoltà. Anche per questo un Salvini ministro degli Interni segnerebbe una nuova frontiera della deriva reazionaria in Italia.


MATTARELLA VIGILA PER CONTO DEL CAPITALE 

Il nuovo governo Di Maio-Salvini non è la soluzione preferita dal grande capitale. Il grande capitale puntava ad un governo M5S-PD, col primo che portava in dote il consenso e il secondo con una funzione di garanzia e di controllo. Il quel quadro il M5S avrebbe potuto sacrificare più agevolmente le proprie promesse sociali attribuendone la responsabilità al PD, e il PD avrebbe potuto incoraggiare la costituzionalizzazione del M5S, portandola a compimento. Ma questo disegno non aveva i numeri parlamentari sufficienti, e in ogni caso è stato silurato da Renzi, per la sua partita interna al PD. Ora il nuovo governo ha una matrice interamente estranea alle tradizioni politiche delle famiglie borghesi europee, e nessuno dei due sodali può evocare facilmente il proprio alleato come alibi delle promesse mancate.

Per questo la Presidenza della Repubblica già si ritaglia il ruolo di supervisore esterno a garanzia dell'interesse superiore del capitale. Annuncia che vorrà avere voce sulle nomine dei ministeri chiave in Economia, Esteri, Giustizia. In un certo senso svolgerà quel ruolo di controllo politico sull'esecutivo “populista” che la borghesia voleva assegnare al PD. Sicuramente cercherà di spingere il nuovo governo verso una riforma della legge elettorale, in funzione della governabilità di sistema. Ma con questo non potrà certo risolvere le contraddizioni profonde che il nuovo quadro politico porta con sé.


RIPARTIRE DALL'OPPOSIZIONE DI CLASSE 

Prematuro pensare, in questo contesto, a un governo di legislatura.
Ma nessuna contraddizione del nuovo governo potrà precipitare a sinistra senza una ripresa dell'opposizione sociale, di classe e di massa.
L'opposizione del PD muoverà dalla difesa dei conti pubblici e dalle preoccupazioni dell'establishment, nazionale ed europeo. Le truppe disperse di Liberi e Uguali, che avevano sperato di riciclarsi in un governo M5S-PD, si attesteranno su un'opposizione “democratica”.
Ma non vi sarà una linea di resistenza efficace sullo stesso terreno democratico senza ricondurla alla centralità dello scontro tra capitale e lavoro: l'unica linea di scontro che può scomporre i blocchi reazionari e aprire dal basso uno scenario nuovo. Una linea di scontro che richiede non solo l'autonomia dal PD, ma l'aperta contrapposizione al M5S, fuori da ogni ambiguità e illusione.

Milioni di elettori avevano cercato nel M5S una nuova sinistra, e lo ritrovano a braccetto del lepenista Salvini. Milioni di lavoratori avevano cercato nel M5S uno strumento di difesa e cambiamento sociale, e lo ritrovano a braccetto di Confindustria e alla ricerca della sua benedizione. Tutte le illusioni sul M5S - purtroppo avvallate per anni dagli ambienti più diversi della sinistra politica e sindacale - sono e saranno sottoposti alla doccia gelida della realtà, mentre ciò che rimane del popolo disperso della sinistra è privo più che mai di un riferimento politico e di una proposta chiara.

Ricostruire una coscienza classista e anticapitalista tra gli sfruttati, radicarsi nelle loro organizzazioni, battersi per l'unificazione delle loro lotte, è il lavoro quotidiano, tanto più oggi, del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Dalla crisi politica alla crisi istituzionale?

La crisi politica italiana rischia di trasformarsi in crisi istituzionale. Per la prima volta nella storia della Repubblica è seriamente possibile che dopo le elezioni politiche non si trovi una maggioranza parlamentare per formare un governo. Di più: per la prima volta la Presidenza della Repubblica può vedersi respinta dal Parlamento una propria proposta di governo. La sola possibilità - per non dire probabilità - di questi eventi dà la misura della straordinarietà della crisi politica italiana dopo il crollo della seconda Repubblica il 4 marzo.

Il M5S ha fallito la propria candidatura a nuovo baricentro del sistema politico istituzionale. Un fatto carico di conseguenze politiche, che vanno ben al di là del M5S.

Di Maio si era offerto a tutti, da Salvini a Renzi, pur di conquistare la presidenza del Consiglio. A ognuno ha offerto un programma compatibile ritagliato a immagine e somiglianza dell'interlocutore, come nel gioco delle tre carte. Alla borghesia ha offerto l'affidabilità istituzionale del partito di governo, solenni giuramenti di fedeltà alla NATO e alla UE, garanzie di ulteriori riduzioni fiscali per i profitti. Alla Conferenza Episcopale Italiana il rispetto ossequioso dei suoi interessi materiali. Ma l'operazione di autoinvestitura è finita in un vicolo cieco. Salvini non ha scaricato Berlusconi (nella prospettiva di un'eredità annunciata) per fare il maggiordomo di Di Maio. Il PD, seppur incoraggiato da Mattarella, è rimasto prigioniero di Matteo Renzi e del suo controllo sul partito. Il risultato è stato il naufragio. La propria candidatura “non trattabile” quale capo di governo è diventata un cappio al collo per Di Maio anche più stretto della sua inseparabile cravatta. Per voler governare con tutti, ha finito col governare con nessuno.


DI MAIO: L'AMBIZIONE FRUSTRATA DI UN PREMIER MANCATO

“Il nostro risultato è stato un trionfo.. che ci proietta inevitabilmente verso il governo... Tutti dovranno venire a discutere con noi”, dichiarava entusiasta Luigi Di Maio il 4 marzo. L'ebbrezza del sogno dominava l'immaginario di un giovane ambizioso, nella classica tradizione dei parvenu di provincia, proiettandolo in un futuro di gloria. Con una consapevolezza: quello era il treno della storia che potrebbe non passare mai più. O la conquista del governo, o il rischio del nulla (o peggio, di finire nelle fauci della guerra interna al M5S).

Per questo nei due mesi trascorsi Di Maio ha fornito ai peggiori figuri improvvise patenti di affidabilità, pur di cercare di conquistarne i favori. “Di Salvini ci possiamo fidare”, "con lui si possono fare cose importanti", “Salvini è un uomo di parola”. Potremmo considerare "non ostile" un eventuale appoggio esterno di Berlusconi, si è spinto a dire, pur di arrivare al governo con Salvini. Ma lì la prima corda si è rotta, per l'indisponibilità di Berlusconi a fare da tappeto. E il giorno dopo Di Maio, nella classica parabola della volpe e dell'uva, ha detto “noi mai con Berlusconi”, giocandosi a quel punto per proprietà transitiva la carta Salvini.

A questo punto lo schema di gioco cambia in ventiquattro ore. Di Maio prova la carta del PD, assecondando le spinte di Mattarella e di buona parte dell'establishment per un governo M5S-PD. Un illustre professore sconosciuto, estratto dal totonomi del web ma istruito per bene dalla Casaleggio, ha scoperto in due giorni le meravigliose convergenze di programma tra M5S e PD, istruendo la pratica del cosiddetto contratto di programma. In un ampio articolo sul Corriere della Sera Di Maio squadernava le disponibilità generose di questo contratto: via il reddito di cittadinanza (rimpiazzato col REI di Gentiloni), via la cancellazione della legge Fornero (neppure citata), una nuova messe di regalie fiscali ai padroni su IRES, IRAP, nuove tecnologie 4.0. “Col PD si possono fare cose importanti”, concludeva Di Maio. Il padronato applaudiva. Ma l'inchiostro del Corriere non si era ancora asciugato che Matteo Renzi si metteva di traverso, non tanto per tutelare il PD, quanto per tutelare il proprio controllo sul PD che un negoziato di governo col M5S avrebbe potuto mettere a rischio. Di Maio finiva così con un pugno di mosche, mentre il M5S perdeva in Friuli i tre quarti dei propri voti, in buona parte in direzione Lega. Un disastro totale, su tutta la linea.


CIAK, SI GIRA. RITORNA PER QUALCHE MESE IL M5S “ANTISISTEMA” 

Finito su un binario morto, frustrato nelle proprie ambizioni, esposto a nuove contraddizioni interne, il M5S converte ancora una volta in altre ventiquattro ore il proprio profilo. Ciak, si gira. Tutta l'autorappresentazione di partito di governo recitata per oltre due mesi si rovescia per ordine di scuderia nel proprio opposto. Rinasce il M5S “antisistema”, contro “il complotto di tutti i partiti”, "tutti traditori del popolo”. Il Salvini di cui ci si poteva fidare diventa in pochi giorni “lo schiavo di Berlusconi e dei suoi soldi”. Il PD di cui si apprezzava il programma “senza preclusioni per Renzi” ridiventa improvvisamente il partito "della mafia e delle banche”. La UE di cui si beatificava solennemente il profilo ridiventa matrigna, con tanto di referendum sull'euro (escluso per tutta la campagna elettorale). Cosa significa questa improvvisa riconversione? Una cosa semplice: fallita l'operazione lampo dello sbarco al governo, pagato lo scotto d'immagine del proprio trasformismo governista, il M5S sente l'esigenza di reindossare i vecchi panni populisti per cancellare la caduta d'immagine, recuperare consenso, riaccumulare forza, rilanciare così con un passo più lungo la propria immutata ambizione di governare il capitalismo italiano. Per questo deve riprendere il vecchio mestiere acchiappavoti, e il repertorio truffaldino di sempre, cercando al tempo stesso di serrare le fila di gruppi parlamentari irrequieti, spaventati in particolare nel Nord dall'ipotesi di nuove elezioni.


LA CRISI POLITICA DIVENTA ISTITUZIONALE 

Ma il fallimento dell'operazione dei Cinque Stelle trascina con sé conseguenze di sistema.

Il M5S non può andare al governo, ma nessuna soluzione di governo appare possibile fuori e contro il M5S. Ciò sembra minare alla base l'operazione annunciata di Sergio Mattarella a favore di un governo del presidente, quale ultima soluzione. Un governo del presidente, diretta emanazione del Quirinale, può essere solo un governo parlamentare, basato sulla fiducia del Parlamento. Ma quale maggioranza parlamentare può votare la fiducia al governo di Mattarella? Il M5S si tira fuori e si dichiara contro, con la parola d'ordine di (impossibili) elezioni a giugno. La Lega non ha interesse a compromettersi in questo governo, con i voti necessari del PD, lasciando a M5S la prateria di un'opposizione solitaria. Forza Italia non ha i numeri, ammesso che avesse il coraggio, per sostenere un governo col PD, e il PD non potrebbe peraltro, anche avesse i numeri, governare nel quadro attuale col solo Berlusconi. Lo stallo è totale.

Il Quirinale cercherà di far leva sulla responsabilità nazionale (cioè gli interessi generali del capitale) per massimizzare la pressione sui partiti borghesi: ma in assenza di un panico finanziario, come nel 2011, grazie alla copertura della BCE, è difficile pensare che i soli richiami alla sterilizzazione degli aumenti IVA, del finanziamento delle missioni militari, della nuova stretta di bilancio necessaria a far fronte agli impegni UE, possa promuovere una tale pressione dell'opinione popolare da forzare dal basso una soluzione di governo confindustriale purchessia. La stagione Monti-Fornero è ancora una memoria troppo fresca per richiamare, a livello di massa, una fascinazione per i governi presidenziali.
D'altra parte una soluzione politica con mandato pieno a Salvini, come richiede Meloni, è resa impossibile dall'assenza di una maggioranza parlamentare precostituita, condizione stessa dell'assegnazione dell'incarico. A meno di (improbabili, seppur non impossibili) scomposizioni rapide dei gruppi parlamentari Cinque Stelle, con l'emersione di un gruppo consistente di deputati e senatori (presumibilmente del Nord) disponibile a formalizzare preventivamente un proprio appoggio a un governo di centrodestra, quella soluzione è obiettivamente impraticabile.

Vedremo lunedì le proposte di Mattarella, e gli sforzi della sua fantasia.
Ma ad oggi sembra configurarsi come soluzione probabile quella di elezioni politiche anticipate ad ottobre; presumibilmente con l'attuale legge elettorale, perché nessuna maggioranza parlamentare pare in grado di varare una nuova legge.
Vi si può arrivare con un ulteriore straordinario prolungamento dell'attuale governo Gentiloni, seppur privo di ogni base parlamentare. Vi si può arrivare con un governo del presidente, che non ottiene la fiducia delle Camere, ma guida la corsa al voto. In entrambi i casi, soluzioni inedite che darebbero la misura dell'eccezionalità della crisi politica italiana e che trascinano nella crisi la Presidenza della Repubblica.

Di certo la crisi politica e istituzionale della borghesia italiana misura una volta di più la crisi parallela del movimento operaio: l'assenza di un quadro di mobilitazione reale, unitaria, di classe, di massa, che sappia irrompere nello scenario politico e cambiarne l'agenda. Ma questo è un altro discorso.
Partito Comunista dei Lavoratori