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I Benetton in Alitalia. Di Maio e i "prenditori" di un anno fa

«Basta con i prenditori! Questo governo non sarà più l'amico dei Benetton, come i governi del passato!». Così tuonava un anno fa, dopo il crimine del Ponte Morandi, il neoministro Luigi di Maio. Un anno dopo ai Benetton – tramite la controllata Atlantia – viene offerto l'ingresso in Alitalia col 35% delle quote. Un vero affare. I Benetton già controllano Aeroporti di Roma SpA, che gestisce gli scali di Fiumicino e Ciampino. Ora si assicurano una posizione di controllo della nuova Alitalia. Dunque i Benetton influiranno sulle scelte della nuova compagnia che pagherà le tariffe... ai Benetton quali controllori degli scali. Niente male per “i prenditori criminali” di un anno fa. Peraltro Il Sole 24 Ore rivela che i Benetton hanno già anticipato agli altri azionisti (Ferrovie, Delta Airline, Tesoro) che occorrerà rivedere il piano industriale di Alitalia aumentando i tagli ai posti di lavoro. Tre mesi fa Salvini e Di Maio giuravano che nessun posto di lavoro sarebbe stato toccato. Da due settimane si annunciano esuberi per 2000 unità. Ora i Benetton chiedono di estenderli ulteriormente...

Ma non è tutto. Il quotidiano di Confindustria rivela, su segnalazione di «due fonti autorevoli», che è stato aperto un tavolo con Atlantia (cioè i Benetton) presso il Ministero di Infrastrutture e trasporti (Toninelli) attorno al tema di Autostrade per l'Italia (controllata da Atlantia). «Questa indiscrezione non trova conferme ufficiali ma merita di essere riferita per l'autorevolezza delle fonti che l'hanno segnalata», recita un quotidiano in genere molto prudente. Se così è, si tratta di un fatto clamoroso, con una sola possibile interpretazione: i Benetton hanno accettato di entrare in Alitalia in cambio di un negoziato sulla concessione di Autostrade. In cambio cioè della disponibilità del governo a indietreggiare sulla revoca della concessione. Peraltro è del tutto evidente che l'ingresso dei Benetton in Alitalia li pone in una posizione negoziale molto più forte su tutta la scacchiera dei propri interessi.

Le acrobazie truffaldine dei 5 Stelle sono dunque davvero grottesche. Appena due settimane fa Luigi di Maio escludeva l'ingresso di Atlantia nel capitale Alitalia perché la revoca della concessione su Autostrade l'avrebbe trasformata in una “azienda decotta”. Ora l'azienda... decotta non solo si prende Alitalia ma negozia pure la permanenza in autostrade in cambio (pare) di una riduzione dei pedaggi.

Un anno fa dicevamo, controcorrente, che anche questo governo si sarebbe rivelato, come ogni governo, un comitato d'affari dei capitalisti. Un anno dopo tutti i conti tornano. A partire appunto da quelli... degli azionisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Dalla parte dei lavoratori dell'Ilva

Occupazione, nazionalizzazione e sciopero generale!

Testo del volantino distribuito allo sciopero dei lavoratori ILVA.

Com'era prevedibile la vendita dell'Ilva al miglior offerente si traduce in un attacco pesante ai lavoratori: 6.000 operai in esubero. Questo è il conto presentato dal gruppo Arcelor Mittal, vincitore della gara d'acquisto. Gli stessi operai sfruttati per decenni e falcidiati dai tumori si vedono ora minacciati dalla privazione del lavoro. I licenziamenti come “risarcimento” delle morti. Se poi i sindacati vorranno ridurre gli “esuberi”, dovranno accettare l'abbattimento dei salari, ha aggiunto a mezza bocca la nuova proprietà. Non è tutto. I nuovi padroni offrono la miseria di appena 25 milioni per investire in “salute, sicurezza, ambiente” (un terzo di quanto ha offerto la cordata dei pescecani concorrenti di Acciaitalia) dopo aver già incassato come condizione preliminare d'acquisto l'esonero da ogni controversia legale in fatto di tutela ambientale. Mentre annunciano che la sola copertura dei parchi minerari (da cui si alzano le polveri che uccidono i lavoratori tarantini) richiederà ben cinque anni, contro i due previsti dal piano ambientale originario. Insomma: lavoro e salute sono incompatibili con il profitto.

Il principio di realtà è l'interesse del padrone. Le sue vittime se ne facciano una ragione. Peraltro non si tratta di un caso particolare. In tutto il mondo l'enorme sovrapproduzione siderurgica trascina un attacco frontale ai posti di lavoro, dentro una selvaggia concorrenza per la spartizione del mercato. Anche in Europa. Non a caso l'Antitrust europeo ha già notificato al gruppo Arcelor il rischio che la sua acquisizione dell'Ilva possa configurare una posizione dominante incompatibile con le regole della concorrenza nella UE. Arcelor ha replicato che se necessario rinuncerà ad alcune produzioni: tagliando posti di lavoro in Polonia, in Germania, in Francia, in Lussemburgo. L'attacco al lavoro degli operai dell'Ilva è parte dunque di questo scenario globale.

Per questa stessa ragione, la difesa del lavoro e della salute degli operai dell'Ilva richiede una soluzione anticapitalista. Era chiaro sin dall'inizio che nessun nuovo capitalista acquirente avrebbe garantito lavoro e salute. La riduzione dei posti di lavoro e degli investimenti ambientali era al contrario il terreno stesso della gara d'acquisto. Gli acquirenti comprano in funzione del massimo profitto, e il massimo profitto richiede l'abbattimento del “costo” del lavoro e dei “costi” ambientali. L'offerta Arcelor che in prima battuta era stata accettata e premiata dal governo Gentiloni e dal ministro Calenda, quali piazzisti del capitale, poi bloccata dalla forza dei lavoratori in sciopero, non può essere accettata dagli operai dell'Ilva.

Il PCL sostiene da sempre incondizionatamente la lotta dei lavoratori dell'Ilva, come la lotta di Genova di un anno fa.

Occorre una opposizione di massa che unisca i lavoratori dei diversi stabilimenti Ilva, contro ogni logica mirata a dividerli, una opposizione di lotta radicale quanto radicale è l'attacco del padrone.

Occorre ricondurre l'azione di lotta all'unica soluzione che possa garantire la difesa del lavoro e della salute degli operai: quella della nazionalizzazione dell'Ilva, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, combinata con l’esproprio di tutti i capitali dei Riva.

Fuori da questa prospettiva, come i fatti dimostrano, si prepara solamente il peggio.

Serve quindi un vero sciopero generale e ad oltranza, sostenuto da casse di resistenza, che unifichi, a partire dall’ILVA, tutte le lotte in campo e che dia l’avvio a una lotta prolungata contro il governo e il padronato: licenziamenti di massa, chiusure di fabbriche, Jobs act, riforma Fornero meritano una risposta adeguata e di classe.

Bisogna portare in questa lotta, come in ogni lotta, la prospettiva politica del governo dei lavoratori. L'unica vera alternativa. L'unica che possa riorganizzare la società dalle sue fondamenta, rovesciando la dittatura del profitto.
Partito Comunista dei Lavoratori


Le banche: strumento indispensabile del sistema capitalista

Le banche, le loro funzioni, il loro fine
Nell'immaginario collettivo borghese le banche assolvono un compito preciso e basilare. Raccolgono l'insieme del lavoro mercificato/monetizzato, lo strumento guida di un sistema che normalmente "funziona" facendo guadagnare profitti da capogiro a chi "investe" e "crea" posti di lavoro nella prospettiva di uno sviluppo economico e sociale sempre decantato come il fine ultimo di questa presunta filantropia, ipocrita, ingannatrice e velenosa. Tutto bene quindi. Fino a quando però sopraggiungono dei problemi legati radicalmente alle dirette conseguenze dei meccanismi di accumulazione/sovrapproduzione estesi a livello produttivo nell' economia reale. Ed è così che i cantori del libero mercato naufragano miseramente quando a rischiare seriamente sono le cosiddette "casseforti della democrazia padronale". Le banche vanno salvate perché altrimenti cosa succederebbe ai poveri risparmiatori e all'economia di un dato territorio? Questo sembra essere lo slogan che giustifica continue azioni d'intervento pubblico con buona pace di ogni specifica regola "imposta" dalla BCE, sempre travisata nell'interesse preminente della salvaguardia dell'ente finanziario di turno.
Intendiamoci: tutto questo non rappresenta una novità e direttamente coinvolte negli scandali finanziari degli ultimi tempi sono perlopiù banche che concorrono a determinare una cosiddetta normalità nella più apparente "anomalia" di ciò che accade con sempre più puntualità.


Il Monte dei Paschi. Dati, disastri e strategie
Il caso del Monte dei Paschi di Siena è il più eloquente in tal senso e nello stesso tempo il più "istruttivo" per far comprendere anche ai più riottosi che la struttura reale del sistema, l'architrave di ogni ingegneria politica, l'idea di ogni ipotetico sviluppo economico e di qualsiasi tenuta di stabilità istituzionale, non risiede sostanzialmente in Italia nelle aule di Montecitorio o Palazzo Madama ma, al contrario, trova radici ben più profonde nelle fondamenta dell'intero establishment finanziario, che ad ogni momento di difficoltà si rivolge tranquillamente allo Stato, suo diretto cameriere e "salvatore". Dal 2008 ad oggi anche negli USA, per esempio, oltre 2500 miliardi di dollari pubblici sono finiti nel giro vorticoso legato con qualche eccezione alla "salvezza" delle banche in un contesto in cui la federalità dell'insieme degli stati è andata a farsi benedire nel nome dei più grandi interessi delle" libertà" finanziarie americane.
Gli uomini posti a capo dei più grandi organismi bancari sono poi tra le figure più potenti del sistema, ultrapagati e quindi successivamente "congedati" con cifre da capogiro (si ricordi solo l'esempio di Profumo la cui buonuscita da Unicredit nel 2010 arrivò a toccare la cifra di 40 milioni di euro). La banca senese, nel novembre del 2007, arriva ad acquistare dal Banco Santander, con espressa autorizzazione di Bankitalia (Mario Draghi presidente) ciò che restava del gruppo Antonveneta arrivando a sborsare la folle cifra di 9 miliardi di euro ( a cui se ne aggiunsero successivamente altri 6 per i Fondi di finanziamento). In quel periodo, il valore di mercato oscillava attorno ai 2 e successivamente il presidente del MPS Mussari ebbe qualche problemino con la giustizia. Difficoltà che, vista l'alta "affidabilità" dimostrata, non gli impedì comunque di diventare successivamente presidente di Abi. Perché quest'operazione?
Il Banco Santander stava fallendo ma la banca spagnola risiedeva nella totale benevolenza degli ambienti dell'OPUS DEI e quindi il perché è presto detto. Grazie a questa felicissima operazione i disastri di bilancio si susseguono (MPS nel 2011 chiude con un buco di bilancio di 4,69 md di euro) ma nessuno degli organi di vigilanza (Consob, Bankitalia ecc) sembra aver nulla da obiettare al punto che, in seguito ad evidenti difficoltà finanziarie della stessa banca ci si rivolge quindi agli aiuti statali. Dapprima con Berlusconi nel 2009 (circa 2 md di euro con i consueti Tremonti-bond), poi nel 2012 (3,4 miliardi di euro attraverso l'acquisizione dei cosiddetti Monti bond e soppressione di 4600 posti di lavoro), quindi con il decreto legge del 22 dicembre 2016 in cui venivano stanziati circa 20 md di euro a tutela e salvaguardia degli enti finanziari in crisi (inclusa ovviamente MPS con circa 6,6 md complessivi) e da ultimo (per ora) la recentissima disposizione di legge del luglio 2017 in cui ancora una volta l'istituto senese, a vario titolo, beneficia di altri 5,4 md di euro a fronte di ulteriori 5500 esuberi. Tali interventi coincidono ovviamente con continue ricapitalizzazioni perennemente fallite a testimonianza inequivocabile di un istituto finanziario ormai decotto e fallimentare.
Sono cifre astronomiche che non serviranno a nulla dal momento che il monte globale dei crediti in sofferenza delle varie banche in Italia ammonta a circa 350 miliardi di euro e puntualmente tali "aiuti" servono solo a tappare il buco di bilancio del momento ma non a risolvere strutturalmente un problema che nella sua dimensione finanziaria risulta irrisolvibile. La crisi di sovrapproduzione mondiale ha generato cadute considerevoli del saggio di profitto in quasi tutti i settori produttivi e, logicamente, l'alta e possibile remunerazione immediata di qualche operazione speculativa a livello finanziario non mette al riparo nessuno da situazioni critiche che si possono ampiamente verificare. Il contesto senese ha poi fatto registrare un misterioso incidente: il "suicidio" del responsabile comunicazioni del MPS David Rossi nel marzo del 2013. Episodio alquanto misterioso ed agghiacciante. Il dirigente sembra avesse manifestato l'intenzione di rivolgersi alla magistratura per fare chiarezza su alcuni passaggi finanziari della banca pochi giorni prima del suo decesso.


I costi occupazionali delle "giostre" speculative

Un altro aspetto tragico legato alle conseguenze dei disastri legati al mondo finanziario sono i continui licenziamenti.
Da gennaio 2017a luglio dello stesso anno sono stati 17500 gli esuberi occupazionali. I numeri più rilevanti sono quelli riferiti ai gruppi bancari maggiori. In febbraio è stato il momento di Unicredit che contestualmente ad una ricapitalizzazione da 13 miliardi di euro ha sottoscritto un'intesa per 3900 uscite aprendo l'utilizzo del fondo di solidarietà di settore fino a 54 mesi.
Nelle settimane scorse l'accordo raggiunto in Intesa San Paolo, nell'ambito dell'operazione sulle banche venete (esposizione complessiva dello stato di 17 md di euro), ha esteso lo stesso utilizzo del fondo fino a 84 mesi per la prima tranche da 1000 esuberi e a 60 mesi per le successive 3000 uscite. Lo stesso piano industriale del MPS 2017/2020 prevede, come è stato detto, circa 5500 esuberi e già 1200 uscite entro la fine dell'anno. Nella primavera appena passata sono stati invece accordati piani di uscita in Banca Marche (270 risorse), Carichieti (69) e Banca Etruria (20) propedeutici all'integrazione in UBI. Chi non si ricorda di questi nomi? Con l'acquisizione di queste tre nuove "Good Bank" UBI ha aggiornato il piano industriale annunciando altri 1318 esuberi che si aggiungono ai 700 ancora da "concordare" come cifra residuale delle precedenti previsioni. Ci sono poi da considerare le 340 uscite sottoscritte a gennaio in Cariferrara preliminare all'acquisizione della banca da parte di Bper. Altro fronte caldo è Carige: a febbraio si stimavano ulteriori 155 esuberi che andavano ad aggiungersi ai 600 già preannunciati. Ora si parla di un possibile innalzamento fino a 900 uscite.
340 (l'accordo è di Aprile) sono i licenziamenti invece nell'Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane mentre 131 sono gli esodi arrivati a maggio in CheBanca!. La Popolare di Bari, infine, ha annunciato circa 500 tagli e si attendono altre "novità" sulle Casse di Rimini, San Miniato e Cesena su cui aleggia l'interesse di Crèdit Agricole: a Rimini si parla di 90 esuberi, circa 140 a San Miniato.

Un'ecatombe! E lo "spettacolo" continua.

Enrico Pellegrini

Banche venete. La realtà del capitalismo e del suo Stato

 Il caso delle banche venete è la perfetta radiografia della natura del capitalismo e dello Stato borghese, contro tutte le false apologie della cosiddetta democrazia e della Costituzione. I fatti sono noti, e sicuramente brutali nella loro semplicità. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono fallite. Trascinate al fallimento dalla crisi capitalistica del 2008, dall'espansione abnorme di crediti inesigibili, dal collasso dei valori azionari. Soluzione: il governo decreta la liquidazione coatta delle due banche, dividendo il loro patrimonio in due parti. Da un lato gli attivi superstiti, i crediti esigibili, depositi e obbligazioni di valore, i beni immobili; dall'altro tutta la spazzatura dei titoli tossici, crediti senza futuro, attività fallite. La parte sana viene acquistata al prezzo di 1 (uno) euro da Banca Intesa, assieme a Unicredit la principale banca italiana. La spazzatura tossica l'acquista invece il Tesoro, a carico dei contribuenti. Questi i fatti, di dominio pubblico e di per sé eloquenti: la collettività, già rapinata dalle banche, si accolla i costi del loro fallimento, a vantaggio di una banca che intasca gratis il bottino. 

Ma questa è solo la cornice del quadro. I dettagli sono ancor più illuminanti.
Ricordate gli appelli retorici delle istituzioni sulla “necessaria solidarietà nazionale” per “salvare le banche”, che sono “un patrimonio di tutti”? Bene. Le banche italiane hanno rifiutato di pagare la ricapitalizzazione delle banche venete, attraverso una cassa comune, caricando l'onere sullo Stato.
Ricordate l'infinita litania sul debito pubblico della "nazione", sulla mancanza di risorse per servizi sanità e pensioni, sulla necessità obiettiva dei sacrifici per ridurre la spesa sociale? Bene. La crisi del debito pubblico scompare quando si tratta di salvare le banche. Per comprare la spazzatura dei titoli tossici delle banche venete il governo spende per l'immediato oltre cinque miliardi. Che si aggiungono a 12 miliardi di garanzie pubbliche sui titoli regalati a Banca Intesa, che ha preteso e ottenuto copertura totale per i "futuri rischi”. Che si aggiungono a 10 miliardi già messi a garanzia dei bond emessi dalle banche venete negli ultimi mesi, nel tentativo (vano) di rimetterle in pista. Il tutto finanziato dal decreto varato a Natale che caricava sul debito pubblico 20 miliardi per il salvataggio delle banche.
Dunque: le stesse banche italiane che hanno in pancia 400 miliardi di titoli pubblici, che ogni anno intascano 70-80 miliardi di soli interessi sul debito, beneficiano di altre decine di miliardi pubblici per galleggiare sul mercato capitalistico. Grazie a questa operazione di socializzazione delle perdite, la principale banca italiana rilancia alla grande i propri profitti e dividendi, per di più gratis. Banca Intesa ottiene infatti in regalo: 26 miliardi di crediti in ottimo stato, 25 miliardi di raccolta dai depositi, 12 miliardi di obbligazioni, 23 miliardi di raccolta indiretta, oltre alla eliminazione delle due banche concorrenti fagocitate e alla conseguente conquista di un proprio monopolio nel Nord-Est.
Grazie a questo gigantesco regalo ottenuto dallo Stato, le quotazioni azionarie di Banca Intesa sono schizzate in cielo, con immenso gaudio dei grandi azionisti. Altro giro altro regalo, verrebbe da dire: lo Stato è solamente, come diceva Marx, il comitato d'affari del capitale, tanto più in tempo di crisi.

All'altro capo c'è naturalmente chi paga la festa. Non solo la massa dei lavoratori e della popolazione povera cui si chiederà di pagare il conto del debito pubblico accresciuto, a partire dai milioni di lavoratori statali cui si nega il contratto perché ”mancano i soldi”. Ma anche 4000 lavoratori bancari in esubero per la chiusura di due terzi delle 900 filiali delle banche venete (il terzo rimanente va gratis ad Intesa). Ma anche decine di migliaia di piccoli risparmiatori, cui le banche avevano rifilato obbligazioni subordinate truffa in cambio di laute promesse, e persino qualche migliaio di piccoli azionisti.
Il capitalismo ha le sue leggi, che non hanno riguardo per nessuno. Neppure per quella piccola borghesia che spesso si nutre dei suoi miti.

La sola alternativa a questa rapina senza fine è la nazionalizzazione delle banche, - senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori - ,con la loro concentrazione in un'unica banca pubblica. È l'unica soluzione che può abolire il parassitismo del capitale finanziario e liberare immense risorse per i servizi pubblici e le protezioni sociali. È l'unica soluzione che può trasformare la banca da strumento di rapina in mezzo di sostegno alle necessità dei lavoratori. È l'unica soluzione che può proteggere lo stesso piccolo risparmio.
Ma la nazionalizzazione delle banche non sarà mai realizzata da un governo borghese, fosse pure “di sinistra”, come mostra l'asservimento di Tsipras alla troika e ai suoi banchieri. Può essere realizzata solamente da un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, in una prospettiva anticapitalista e socialista. Come dimostrò un secolo fa la Rivoluzione d'Ottobre, l'unica che ha realizzato con mezzi rivoluzionari la nazionalizzazione delle banche.
Costruire nella classe lavoratrice, e innanzitutto nella sua avanguardia, la coscienza di questa necessità è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Bosch di Bari: respingere con la lotta il piano aziendale!

volentieri pubblichiamo il volantino redatto dal Collettivo Politico “Guevara” riguardo alla vertenza in atto alla Bosch di Bari



Nelle scorse settimane la direzione dello stabilimento Bosch di Bari ha annunciato un piano di esuberi di 850 unità (quasi la metà degli attuali 1890 dipendenti), in conseguenza di una previsione di mercato al ribasso sulla vendita dei prodotti (componenti per motori diesel, mercato in crisi a seguito dello scandalo dieselgate sulle emissioni truccate).

L’azienda ha presentato il 20 giugno un piano che prevede
- Rinnovo contratto di solidarietà secondo i criteri del jobs act; quindi con una consistente diminuzione del salario
- Riduzione progressiva dell’orario di lavoro fino a 30 a ore
- Contratto di prossimità, in deroga a tutti i contratti nazionali di lavoro e leggi in materia;
- Retribuzione diretta e indiretta differita proporzionalmente in base all’orario di lavoro ridotto. E quindi riduzione di tredicesima, quattordicesima e indennità varie;
- Maggiorazione turno e indennità di scorrimento congelate nel quinquennio 2018-2022.
Nelle assemblee svoltesi in fabbrica lo stesso 20 giugno in fabbrica l’atteggiamento dei sindacati non è stato per niente adeguato alla gravità della situazione:Occorre sin da ora che i lavoratori mettano in atto iniziative di lotta!
Far passare il piano dell’azienda significherebbe non solo peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori della Bosch di Bari, ma anche stabilire un nuovo e pericoloso precedente nella riduzione dei diritti del lavoro portata avanti da multinazionali, aziende e governo. Si legittimerebbe infatti la deroga al CCNL ed alle normative del lavoro.

La situazione del lavoro in generale diviene sempre più grave, la riduzione se non l’eliminazione degli ammortizzatori sociali con il jobs act, le privatizzazioni, le delocalizzazioni, i licenziamenti, la riduzione dei salari anche in aziende con bilanci floridi (vedi caso Telecom), i licenziamenti punitivi di lavoratori che contestano le scelte aziendali…
Ma ci sono segnali che si può invertire la tendenza se c’è la determinazione a lottare. Il NO del 67% dei lavoratori nel referendum sulla proposta di piano di ristrutturazione di Alitalia ed il successo dello sciopero dei trasporti e della logistica del 16 giugno scorso sono segnali positivi (non per niente Renzi e Delrio hanno lanciato per l’ennesima volta anatemi contro il diritto di sciopero).

Occorre mettere in atto a Bari e nella regione una mobilitazione ampia e unitaria, contro il piano della Bosch, a sostegno di tutte le vertenze locali e su una serie di punti fondamentali per tutelare i diritti dei lavoratori.
- Contro i licenziamenti punitivi (per il ripristino dell’art. 18)
- Per il divieto dei licenziamenti nelle aziende con bilanci in positivo
- Per il divieto delle delocalizzazioni

Sosterremo le iniziative dei lavoratori della Bosch e facciamo appello a costruire una mobilitazione unitaria a difesa dei diritti del lavoro che coinvolga tutti i settori.
Invitiamo i lavoratori della Bosch, delle altre aziende e di tutti i settori a partecipare ed intervenire con le loro ragioni alla
manifestazione unitaria promossa dai lavoratori del servizi sociali e dell’accoglienza e dai lavoratori agricoli del 30 giugno a Bari a Piazza Umberto alle ore 17.00

Collettivo Politico “Guevara”
www.collettivoguevara.org Fb Collettivo Guevara

Dalla parte dei lavoratori dell'Ilva

Com'era prevedibile la vendita dell'Ilva al miglior offerente si traduce in un attacco pesante ai lavoratori: 6.000 operai in esubero, prevalentemente a Taranto ma non solo. Questo è il conto presentato dal gruppo ArcelorMittal, vincitore della gara d'acquisto. Gli stessi operai sfruttati per decenni e falcidiati dai tumori si vedono ora minacciati dalla privazione del lavoro. I licenziamenti come “risarcimento” delle morti. Se poi i sindacati vorranno ridurre gli “esuberi”, dovranno accettare l'abbattimento dei salari, ha aggiunto a mezza bocca la nuova proprietà. Non è tutto. I nuovi padroni offrono la miseria di appena 25 milioni per investire in “salute, sicurezza, ambiente” (un terzo di quanto ha offerto la cordata dei pescecani concorrenti di Acciaitalia) dopo aver già incassato come condizione preliminare d'acquisto l'esonero da ogni controversia legale in fatto di tutela ambientale. Mentre annunciano che la sola copertura dei parchi minerari (da cui si alzano le polveri che uccidono i lavoratori tarantini) richiederà ben cinque anni, contro i due previsti dal piano ambientale originario. Insomma: lavoro e salute sono incompatibili col profitto.
Il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, celebra la vendita dell'Ilva con parole alate. «L'Ilva ha un acquirente. L'asta ha funzionato. È stato ristabilito un principio di realtà. Non vi piace la parola mercato? Usiamo la parola industria. È stato reintrodotto nel discorso sull'Ilva il principio della sostenibilità del numero di dipendenti rispetto alla finanza d'impresa e all'attività produttiva... Va richiesto realismo ai lavoratori e ai sindacati» (31/5). Più chiaro di così!
Il principio di realtà è l'interesse del padrone. Le sue vittime se ne facciano una ragione. Peraltro non si tratta di un caso particolare. In tutto il mondo l'enorme sovrapproduzione siderurgica trascina un attacco frontale ai posti di lavoro, dentro una selvaggia concorrenza per la spartizione del mercato. Anche in Europa. Non a caso l'Antitrust europeo ha già notificato al gruppo Arcelor il rischio che la sua acquisizione dell'Ilva possa configurare una posizione dominante incompatibile con le regole della concorrenza nella UE. Arcelor ha replicato che se necessario rinuncerà ad alcune produzioni: tagliando posti di lavoro in Polonia, in Germania, in Francia, in Lussemburgo. L'attacco al lavoro degli operai dell'Ilva è parte dunque di questo scenario globale.

Per questa stessa ragione, la difesa del lavoro e della salute degli operai dell'Ilva richiede una soluzione anticapitalista. Era chiaro sin dall'inizio che nessun nuovo capitalista acquirente avrebbe garantito lavoro e salute. La riduzione dei posti di lavoro e degli investimenti ambientali era al contrario il terreno stesso della gara d'acquisto. Gli acquirenti comprano in funzione del massimo profitto, e il massimo profitto richiede l'abbattimento del “costo” del lavoro e dei “costi” ambientali. L'offerta Arcelor è stata accettata e premiata dal governo Gentiloni e dal ministro Calenda, quali piazzisti del capitale. Non può essere accettata dagli operai dell'Ilva. Occorre una opposizione di massa che unisca i lavoratori dei diversi stabilimenti Ilva, contro ogni logica mirata a dividerli. Occorre costruire una opposizione di lotta radicale, quanto radicale è l'attacco del padrone. Occorre ricondurre l'azione di lotta all'unica soluzione che possa garantire la difesa del lavoro e della salute degli operai: quella della nazionalizzazione dell'Ilva, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Fuori da questa prospettiva, come i fatti dimostrano, si prepara solamente il peggio.

Il PCL sostiene da sempre incondizionatamente la lotta dei lavoratori dell'Ilva, come la lotta di Genova di un anno fa. Portando in questa lotta, come in ogni lotta, la prospettiva politica del governo dei lavoratori. L'unica vera alternativa. L'unica che possa riorganizzare la società dalle sue fondamenta, rovesciando la dittatura del profitto.

Partito Comunista dei Lavoratori