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Linguaggio inclusivo e marxisti esclusivi (I)

 


Ovvero disincrostare i residui idealisti, antistorici e piccolo-borghesi dalle organizzazioni rivoluzionarie

18 Dicembre 2024

Questo contributo non vuole passare in rassegna le teorie linguistiche che si contendono la supremazia a livello accademico (che comunque trovate brevemente tratteggiate nella nota in fondo al testo) ma si limita a una visione materialista dialettica del linguaggio. Perché noi non siamo studios* della lingua, bensì marxist*. Sappiamo benissimo – per parafrasare Marx – che il linguaggio dominante è il linguaggio della classe dominante

NB: il nostro sito non supporta la schwa, il testo che fa fede è pertanto quello in pdf da scaricare in basso, in fondo a questa pagina. Qui le schwa sono state sostituite con la @.


1. ANALISI MARXISTA DELLA REALTÀ O LINGUISTICA?

Il metodo dei marxisti rivoluzionari è il materialismo dialettico. Essere materialisti dialettici significa, in estrema sintesi, rapportarsi con la realtà in cui dobbiamo intervenire senza alcun idealismo o scivolamento metafisico, considerando i fenomeni del mondo inseriti in quell’antagonismo di classe che dobbiamo far pendere a nostro favore. La realtà è la materia grezza della nostra analisi, e se questo approccio viene meno, il nostro posizionamento risulterà errato.

K. Marx e F. Engels ne L’Ideologia tedesca (1846) enunciano il metodo del materialismo storico-dialettico:

«Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, si immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, si immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica e ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell’autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma sono gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza.» [1]

Il materialismo dialettico è scientifico, nel senso più immediato e volgare: dalla realtà non si scappa. Se a qualcun* il pi greco non piace, perché è una fila di numeri senza senso, tocca tenerselo comunque così. La lente materialista dialettica indaga tutto e tutto contestualizza, persino la scienza (che nei secoli si è evoluta passando dal misticismo al metodo scientifico, appunto).

Questo metodo va applicato a qualsiasi fenomeno umano, storico, sociale. Va applicato, dunque, anche al linguaggio, e anche al linguaggio inclusivo che è un fenomeno sociale, esiste, ed è uno (e non l’unico né il preponderante) dei fenomeni che si incontrano quando si fa intervento nei movimenti di massa e in vari contesti e raggruppamenti sul terreno della lotta all’oppressione di genere.

Il nostro partito lo ha adottato in varie forme da diversi anni, quasi una decina, come simbolo di inclusione e senza particolari patemi, perché ci preme il contenuto, non la forma, purché il nostro messaggio sia comprensibile e diretto a tutta la nostra classe di riferimento. Come noi lo hanno adottato sindacati combattivi, collettivi e varie organizzazioni di stampo classista.

Non ci sentiremmo in dovere di parlarne se la questione del linguaggio inclusivo non fosse diventata il cardine delle battaglie (fanaticamente pro o contro) di chi non si limita al piano linguistico. Questa polarizzazione vede da una parte schieramenti politici che usano la questione come cavallo di Troia per propagandare idee liquidazioniste o addirittura negazioniste dell’oppressione di genere, economiciste e/o reazionarie, fuori e dentro alle organizzazioni marxiste. Sul versante opposto, la borghesia lo usa come comoda foglia di fico per mostrare un’inclusione che nei fatti non esiste (e non può esistere, se non sul piano formale).


2. LINGUAGGIO E REALTÀ: UN RAPPORTO DIALETTICO E BIDIREZIONALE

Per noi non esiste alcun linguaggio “oggettivo” o immutabile. Questo era chiaro già a Marx, a Gramsci, a Trotsky, e ai linguisti sovietici pre e postrivoluzionari.
Il linguaggio è lo specchio della realtà, serve a definire i fenomeni, a descriverli e parlarne, a restituirli in forma scritta oppure orale.
Viceversa, anche i fenomeni della realtà influenzano il linguaggio. Anche prese di posizione politiche, sociali, culturali sono confluite nel linguaggio, a volte in modo più fluido e naturale, a volte addirittura per imposizione dittatoriale (il tramezzino di mussoliniana memoria al posto del sandwich della perfida Albione).

Nel famoso dibattito Manzoni-Ascoli sull’unificazione della lingua in Italia, Gramsci prende le parti di Ascoli, contro la rigida posizione manzoniana di diffusione del fiorentino.

«Per Manzoni il parlante 'usava e diffondeva' una lingua, non la 'produceva': da qui l'inevitabile presa di distanza di Gramsci che pensa la lingua in un rapporto di interscambio con la visione del mondo, cioè con una cultura.» [2]

Dal dizionario gramsciano, cercando le voci lingua e linguaggio:

«Il rapporto tra lingua e concezione del mondo è di effetto reciproco, dal momento che l'approfondimento della conoscenza attraverso nuove sfumature di significato implica l'«approfondimento della concezione del mondo»» (Q 5, 131, 664) [3]

Gramsci formulò un concetto estremamente avanzato, che oggi può essere utilizzato per spiegare l’ingresso nella lingua di alcuni termini [4]. Un esempio.

Nei giornali, quando si parla di femminicidi, ci tocca leggere ancora espressioni connotate dalla mentalità dominante, come “raptus” o “amore malato”. Se non avessimo la parola “femminicidio” non riusciremmo a descrivere efficacemente (in linguistica diremmo in modo “economico”) il fenomeno delle donne uccise da un uomo che se ne considera proprietario. Senza la parola per descrivere un fenomeno, si fa fatica a parlare di quel fenomeno, quindi la comunità di parlanti -prima o poi- trova/inventa una parola/una soluzione per parlarne in modo rapido. Nonostante l’uso ne abbia imposto il suo ingresso nella lingua, ci sono ancora resistenze nell’utilizzo di questo termine, che viene screditato o depotenziato dai negazionisti dell’oppressione di genere di ogni provenienza politica, col pretesto che si potrebbe parlare semplicemente di “omicidi”.

Quel neologismo è servito a definire un fenomeno, ma si è affermato di pari passo a una maggiore presa di coscienza di quel fenomeno. Difficilmente questa parola avrebbe potuto fare il suo ingresso nell’italiano degli anni Cinquanta. Eppure, i femminicidi c’erano, eccome. Ci sono tanti altri esempi: un altro, semplice, è la parola-prestito “apartheid”.

La bidirezionalità del linguaggio è oltretutto un assunto senza il quale non si spiega la crescita psichica e sociale dell’individuo. Lev Semënovich Vygotskij, intellettuale sovietico disprezzato dal regime stalinista poiché si confrontava con la comunità scientifica internazionale, ha letteralmente rivoluzionato il modo di comprendere lo sviluppo cognitivo e di conseguenza la pedagogia. Ancora oggi per quanto sia stato rimaneggiato dal pensiero borghese di marca occidentale, rimane un punto di riferimento solido. Il linguaggio, dunque, come funzione psichica fondamentale. Da sempre l’essere umano a contatto con gli altri apprende e dà un nome alle cose, ai fenomeni ecc e utilizza a sua volta la lingua per lo sviluppo del pensiero interno, in un costante rapporto dialettico.


3. UNA DIGRESSIONE SUL RAPPORTO FRA LINGUA E MARXISMO

L'italiano corrente è dunque il prodotto dell'egemonia culturale della borghesia italiana. Qualcun* potrebbe puntualizzare a questo punto che anche i proletari parlano italiano. Anche i proletari parlano italiano, certo, ma è l’italiano modellato, usato e plasmato dall’egemonia culturale, economica e sociale della classe dominante e che si apprende in famiglia, ma soprattutto a scuola. Non esistono due lingue italiane a seconda della classe di appartenenza, è la classe dominante che ci ha imposto il suo modo di parlare, con termini, locuzioni, caratteristiche morfologiche e grammaticali che sono tutte invariabilmente espressione della sua supremazia di classe (e di genere).

Il fatto che la lingua usata dai parlanti sia la lingua della classe dominante è valido per tutte le lingue del mondo. All’influenza patriarcale forse sfuggono poche lingue di comunità isolate o tradizionali non patriarcali (come quella dei nativi americani, che ha una pluralità di generi), ossia lingue e culture residuali, destinate a essere spazzate via dal capitale o assimilate dall’imperialismo.

Per lungo tempo (fino all’altro giorno in verità) l’italiano è stato la lingua di preti, padroni e borghesi e il dialetto quella della classe lavoratrice. Il fiorentino è diventato lingua “nazionale” perché ha soppiantato tutti gli altri “dialetti” che animavano la penisola italica, e ciò è successo per ragioni storiche, politiche e sociali (spoiler: la differenza tra lingue e dialetti è solo ed esclusivamente di origine storico-sociale, nessun linguista sa distinguerli fuori da un contesto storico/geografico, infatti per i linguisti i dialetti sono lingue). Il siciliano o il sardo sono lontani dall’italiano quanto e forse più dello spagnolo. Ma uno è lingua nazionale gli altri no, a confermare che la lingua sta in rapporto storico-materialista con la dinamica di classe. L’italiano è stato anche strumento dolorosamente oppressivo, come si ricordano gli istriani. Non a caso la lingua è una delle caratteristiche di una “nazione” ed è propedeutica alla costruzione del suo “nazionalismo”.

Resta da capire come mai noi marxist*, internazionalist* per giunta, dovremmo difendere la purezza della lingua italiana come aspetto della cultura dominante e soprattutto contro chi.

La nostra lingua non aleggia nel vuoto cosmico delle idee, è espressione dell’egemonia di classe e del potere eterocispatriarcale. Non esiste una variante di italiano che sfugga a questo dato di fatto.

È sempre la posizione gramsciana, dal dizionario gramsciano:

La lingua non è mai un'entità né omogenea né tanto meno statica. Essa viene innovata in diversi modi, dalla conquista di una nazione da parte di un'altra (innovazione di massa), dalla scuola, dai mezzi di informazione, anche dalle riunioni pubbliche (comprese quelle religiose), nonché dai termini introdotti nel corso delle conversazioni «tra i vari strati della popolazione» (Q 29, 3, 2345).
In tal modo la lingua viene forgiata e plasmata, ma anche in base ai suoi studi universitari G. distingue nell'innovazione di una lingua tra un effetto “molecolare” e un altro “di massa”. In un paragrafo chiave per la sua impostazione della questione G. constata che i linguaggi «dei mestieri», cioè «delle società particolari», innovano «molecolarmente», mentre «una nuova classe che diventa dirigente innova come “massa”» (Q 6, 71, 739).
È sempre il rapporto tra classi e strati diversi della popolazione che entra nel discorso di G. sulla lingua: egli è un sociolinguista ante litteram, che anticipa di gran lunga gli interessi che cominciavano ad affermarsi solo negli anni Sessanta del Novecento. Ha una visione realista della lingua, esente da qualsiasi forma di populismo, dal momento che, analogamente a ciò che è stato notato sopra, il linguaggio di ogni persona contiene in sé gli «elementi di una concezione del mondo e di una cultura» da cui «si può giudicare la maggiore o minore complessità della sua concezione del mondo» (Q 11, 12, 1377).

Vogliamo fare una prova del nove un po’ rozza? Tra i “marxisti” c’è anche chi sosteneva l’opposto della posizione di Gramsci, affermando quanto segue:

«Per quanto riguarda il successivo sviluppo dalle lingue dei clan alle lingue tribali, dalle lingue tribali alle lingue delle nazionalità e dalle lingue delle nazionalità alle lingue nazionali, ovunque e in tutti gli stadi dello sviluppo, la lingua, come mezzo di comunicazione tra le persone di una società, era la lingua comune e unica di quella società, che serviva i suoi membri allo stesso modo, indipendentemente dal loro status sociale.»

Era la posizione di Stalin [5].

Insomma, chi ha un approccio dialettico alla lingua e chi no è abbastanza evidente. Ed è abbastanza evidente che da queste due visioni discendono due posizioni ben diverse anche sulla concezione politica del mondo. O forse sono proprio le due concezioni politiche del mondo, tra loro così diverse, a dare forma a due posizioni sulla lingua radicalmente opposte.

Le posizioni di Stalin sulla linguistica ricordano tanto quelle di qualche avversatore del linguaggio inclusivo e qualche sostenitore dell’italiano di matrice mussoliniana, un altro punto tra tanti in cui Stalin e Mussolini si sovrappongono.

È interessante citare qui velocemente la polemica di Stalin e Nikolaj Marr, un linguista e glottologo piuttosto sui generis e padre di teorie abbastanza bislacche (sulle lingue giafetiche con fonemi comuni come armeno, basco, etrusco). Tuttavia, Marr, prima della Rivoluzione bolscevica postula l’idea che i fenomeni linguistici siano legati al modo di produzione della società, insomma che la lingua sia un fenomeno sovrastrutturale. Studioso di lingue vive e dialetti non scritti nell’URSS, Marr auspica addirittura la creazione nel tempo di una lingua internazionalista universale. Sarà forse anche per questo che, con il testo citato sopra, Stalin lo liquida a favore di una purezza della lingua, tutta funzionale al suo nazionalismo panslavo.

Ancora una volta vediamo che la negazione del carattere sovrastrutturale e storico-dialettico della lingua serve a una precisa agenda politica.

Anche Lenin si scaglia contro il nazionalismo linguistico, con una posizione perfettamente materialista e marxista: promuoveva e avallava la tutela di ogni lingua minoritaria, pur accompagnata da una lingua russa che consentisse alla gente di spostarsi agevolmente nel vasto Stato dei Soviet. Tuttavia, era perfettamente consapevole che da ogni lingua bisognasse cogliere gli elementi progressivi, nell’ottica di un’unione internazionalista del proletariato.

«In ogni cultura nazionale vi sono, benché non sviluppati, gli elementi di una cultura democratica e socialista […] Nel formulare la parola d’ordine della «cultura internazionale della democrazia e del movimento operaio mondiale» noi prendiamo da ogni cultura nazionale soltanto i suoi elementi democratici e socialisti, e li prendiamo soltanto e assolutamente in antitesi alla cultura borghese, al nazionalismo borghese di ogni nazione […].» [6]

L’internazionalismo di Lenin, e dunque il nostro, rigetta ogni difesa di una lingua nazionale in funzione borghese, anzi ne auspica il superamento in un’unione internazionale: «Non ‘cultura nazionale’, è scritto sulla nostra bandiera, ma cultura internazionale, che fonde tutte le nazioni in una unità socialista superiore [...]» [7]


4. DI SCHWA, ASTERISCHI, CHIOCCIOLE E SIMILI: UN RIEPILOGO DELL'ATTUALITÀ (INTERNAZIONALE)

Veniamo alla tanto temuta schwa che deturpa la nostra bella lingua italica (del padrone e della nazione). Da oltre vent’anni tutte le lingue europee si pongono il problema della rappresentanza femminile/non binaria nella morfologia.
Per prima si è imposta l’esigenza di includere nel discorso tutte le donne sistematicamente escluse dai contesti di massa (avvocata, architetta, medica), poi la spinta per l’inclusione (linguistica – di quella parliamo, non di quella effettiva) si è allargata alle soggettività non binarie. La richiesta dell’uso di un linguaggio inclusivo, in Italia e in altri paesi, proviene dai movimenti per i diritti civili genericamente "progressisti" e “riformisti”.

È ovvio a tutt* che un cambiamento linguistico non si traduce in un effettivo cambiamento sociale, altrimenti Mussolini ci avrebbe reso tutt* fascisti a forza di aviorimesse, torpedoni, sciampagna, alcole e bevande arlecchine. Il punto non è se sia sbagliato o meno tentare di alterare la lingua per soddisfare un’esigenza sociale. Il punto è: da chi parte questa esigenza? Dalla classe degli oppressori o dalla classe oppressa? Ha un generico portato progressista o reazionario? Queste sono le domande che dovrebbe farsi un* marxist*.

La lingua anzi le lingue hanno tentato di rispondere a una pressione sociale per l’inclusività che arrivava da una parte della comunità de* parlanti. Lo hanno fatto da espressione delle società borghesi quali sono, ovviamente, cionondimeno la richiesta proveniva da settori della società storicamente oppressi (donne, persone LGBTQIAP+).
Anche qui, senza cadere nella didattica, per alcune lingue è morfologicamente più semplice trovare soluzioni inclusive perché il genere è decaduto da secoli in alcune espressioni morfologiche o non c’è mai stato (si veda il pronome personale inglese che non è marcato al plurale e da tempo viene usato anche al singolare in senso inclusivo, They= esse/essi, They = lui/lei/*). È quello che fanno i compagni e le compagne anglofoni dell’OTI, Opposizione Trotskista Internazionale.

In spagnolo, si è trovata la soluzione della “e” (todes, al posto di todos e todas) oppure si usa una “x”. La LIS, Lega internazionale socialista, usa entrambe le forme di linguaggio inclusivo contemporaneamente nei suoi testi.

In altre lingue si sono trovate soluzioni diverse che includono caratteri speciali o segni di punteggiatura; in tedesco per il plurale sovraesteso si usa l’asterisco (Kamarad*innen), che comprende maschile+femminile+non binario, oppure -orrore!- i due punti in mezzo alla parola, es. Kamarad:innen (come fanno alla sezione germanofona della Lega per la Quinta internazionale).
Interessante notare, en passant, come il tedesco abbia anche il neutro come genere (per un totale di tre: M, F, N), ma non si sia pensato di usarlo per definire le persone non binarie, nonostante sarebbe grammaticalmente comodo. Qualche strutturalista potrebbe pensare: “Bingo! I non binari possono declinarsi al neutro, la grammatica è già pronta”. Invece no, perché il neutro grammaticale non rappresenta una soluzione all’istanza politica di riconoscimento delle persone non binarie. Non è una questione di grammatica o morfologia, ma di visibilità e rappresentanza politica.

In Italia il dibattito sul linguaggio inclusivo è arrivato con notevole ritardo, come tutto il resto del dibattito sui diritti civili. Non è stato calato dall’alto, dal “potere”, è accaduto l’esatto opposto. Anzi, il potere sta cercando di usare il linguaggio inclusivo, appropriandosene come foglia di fico per nascondere la sua natura oppressiva, riducendo le istanze di una parte della società al puro livello formale, insomma facendo pinkwashing/queerwashing o come vogliate chiamare la sua ipocrisia. Non è una novità, lo fa da sempre e sta facendo la stessa cosa con la questione ambientale.

Essendo quello inclusivo un uso della lingua agito da una “minoranza” tendenzialmente oppressa (è abbastanza ovvio che la comunità LGBTQIAP+ sia composta in maggioranza dalla classe lavoratrice, che è più numerosa della borghesia) contro una maggioranza oppressiva (il potere capitalista e patriarcale), le proposte sono state tante, slegate tra loro, e confuse.

In circoli, collettivi, movimenti di varia estrazione e natura per un periodo si è usata la chiocciola (@), poi la “u” (ciao a tuttu), poi l’asterisco (ciao a tutt*), di difficile articolazione fonetica, per approdare di recente alla schwa, ossia a un segno fonetico che si pronuncia più o meno a metà tra una “a” e una “e”.

Checché se ne dica, non l’ha inventata Vera Gheno. Il primo uso attestato è del 2015, da parte di Luca Boschetto, che non è un@ linguista, ma un@ semplice attivista (sì, si autodefinisce con la schwa, e noi l@ rispettiamo, si veda il PDF), che l’ha utilizzata in diversi contesti e circoli LGBTQIAP+. Probabilmente sarebbe rimasta abbastanza di nicchia se non l’avesse usata Mattia Feltri, nell’articolo “Allarmi siam fascist@”. Da lì, anche solo per reazione alla reazione, la schwa ha preso piede su altre forme di linguaggio inclusivo, ma non è l’unica.

Dunque, si tratta di esperimenti linguistici, più o meno diffusi, fatti da una minoranza di parlanti per definire se stess*. Si tratta di fenomeni in divenire, non siamo a bocce ferme (con qualsiasi lingua non lo si è mai… con nulla lo si è mai, in verità, e noi marxist* dovremmo saperlo).

L’uso della lingua, che è ciò che le dà forma, è politico. La decisione su come parliamo è politica. Sempre dal dizionario gramsciano:

La grammatica normativa scritta è quindi sempre una «scelta», un indirizzo culturale, è cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale. Potrà discutersi sul modo migliore di presentare la «scelta» e l’«indirizzo» per farli accettare volentieri, cioè potrà discutersi dei mezzi piú opportuni per ottenere il fine; non può esserci dubbio che ci sia un fine da raggiungere che ha bisogno di mezzi idonei e conformi, cioè che si tratti di un atto politico. [8]

Un uso uguale e contrario della lingua, dagli oppressi in direzione degli oppressori, è un atto altrettanto politico. È espressione dell’esigenza di definire linguisticamente persone che possono avere sessi e generi diversi e persone non incasellate nel binarismo di genere, sia al singolare che al plurale.

La schwa è semplicemente uno tra i segni che al momento una parte delle persone LGBTQIAP+ usa per definire la propria identità. Ci piace, non ci piace? È ininfluente. Che venga attualmente utilizzato è un dato di fatto.

Su un piano prettamente morfologico è molto difficile capire se si affermerà la schwa o una soluzione particolare tra quelle in circolazione, o se ne verranno trovate altre, probabilmente in futuro vedremo delle evoluzioni. Tutto è possibile. Al momento ci sono alcune case editrici e alcune amministrazioni comunali che l’hanno adottata. Altre case editrici hanno adottato l’asterisco. Ma una cosa è certa: il successo o meno di una particolare soluzione linguistica inclusiva sarà dato dalla sua frequenza d’uso e dal fatto che servirà più o meno bene a esprimere l’esigenza che l’ha fatta nascere. È l’economia della lingua – che è dialettica – a funzionare così.

Sempre il dizionario gramsciano, alla voce Linguaggio:

Malgrado la sua natura spesso tecnica, il linguaggio cambia col tempo e i termini usati possono acquisire nuovi significati metaforici, differenti dal significato originario di una concezione che viene superata: il linguaggio perciò è un fenomeno vivo ma al tempo stesso un «museo di fossili della vita e delle civiltà passate» (Q 11, 28, 1438).
Il non riconoscimento di tale storicità del linguaggio induce nell'errore di provare a costruire un «esperanto o volapük della filosofia e della scienza», nel cui linguaggio una filosofia, ma per estensione anche le forme del pensiero, acriticamente considerano se stesse le uniche ad aver ragione e tutte le altre «un delirio» (Q 11, 45, 1466-7).

Per alcun* effettivamente le varie forme di linguaggio inclusivo sono un delirio, perché vogliono scientemente disconoscere il portato politico della scelta di includere le persone non binarie, che non devono “esistere” o essere visibili, nemmeno grammaticalmente. Negare a qualcuno l’uso del linguaggio inclusivo, così come adottarlo, è un atto politico, non grammaticale.

Sulle stesse posizioni di Gramsci, ancora più precise in termini linguistici moderni, è Vološinov:

«Nessun segno culturale, qualora sia compreso e dotato di senso, rimane isolato, ma rientra nell’unità della coscienza verbalmente formata. La coscienza è capace di trovarvi un qualche approccio verbale. Pertanto, intorno a ogni segno ideologico si formano come delle onde di echi e risonanze verbali che si propagano. Ogni rifrazione ideologica dell’essere in formazione, in qualsiasi materiale significante, è accompagnata dalla rifrazione ideologica nella parola come fenomeno concomitante obbligatorio. La parola è presente in ogni atto di comprensione e in ogni atto di intepretazione» [9].

Se verrà usato, un dato segno si affermerà; in caso contrario no. Questo è l’unico piano linguistico per considerare la questione. La “bellezza della lingua italica” e le citazioni dall’accademia della Crusca le lasciamo a linguisti e glottologi (di qualsiasi sponda “politica”).

Anche a “sinistra”, infatti, ci tocca leggere di posizioni abbastanza astoriche e soprattutto antimaterialiste con cui si afferma che la lingua non risentirebbe degli stereotipi di genere. Una posizione smentita dalla stessa etimologia delle nostre parole, come padre, padrone, padreterno, patrimonio... Insomma, per qualcun* la lingua sarebbe – non si capisce bene perché – l’unico fenomeno umano, sociale e culturale che sfugge alla dinamica dello scontro tra classi e all’egemonia della classe dominante.

Per qualcuno, qualcosa di così intimo e personale come l’identità di genere non esisterebbe, sarebbe un’adesione agli stereotipi borghesi, mentre la lingua – fenomeno collettivo – come per incanto non risentirebbe di tali stereotipi. “Tutto è stereotipo borghese, anche la vostra identità di genere!”, tuonano i riduzionisti. La lingua, invece, che attraversa la storia, gli strati sociali ed è un fenomeno sovrastrutturale magicamente risulterebbe indenne dall’egemonia di classe e sarebbe addirittura “neutrale”. Un vero paradosso e un’insanabile contraddizione per un* marxista.

In realtà, tali posizionamenti antimaterialisti sulla lingua non si scagliano solo contro l’uso di marcatori inclusivi come la schwa e l’asterisco, ma spesso attaccano anche l’introduzione dei nomi femminili delle professioni, medica o avvocata ad esempio.

Insomma, l’inclusione non va bene nemmeno quando si rispetta la morfologia e la grammatica. Perché? Perché il fine non è la difesa della grammatica o della lingua, ma come vedremo l’invisibilizzazione e la liquidazione delle donne e delle soggettività oppresse e della loro specifica oppressione di genere.



[1] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, capitolo I: Feuerbach. Antitesi fra concezione materialistica e concezione idealistica.
[2] Orlandi, Costanza. “LA RIFLESSIONE LINGUISTICA NEI ‘QUADERNI DEL CARCERE.’” Lares, vol. 73, no. 1, 2007, pp. 55–87. Si veda anche Piperno.
[3] http://dizionario.gramsciproject.org/index.html
[4] Si potrebbero annoverare tra gli esempi molti casi di allotropia. Si pensi alla parola “servigio”, allotropo dotto e arcaico, soppiantato da servizio, variante popolare che si è imposta grazie all’uso.
[5] Marxism and Problems of Linguistics, https://www.marxists.org/reference/archive/stalin/works/1950/jun/20.htm
[6] Lenin, V.I. (1955-1970), Opere Complete (45 voll.), Roma, Edizioni Rinascita-Editori Riuniti. (Vol.20, 16)
[7] Ibid. Vol.19, 510-511.
[8] Cfr. Gramsci, Quaderni dal carcere, Q. 29.
[9] M. Bachtin e V. N. Vološinov, Marxismo e filosofia del linguaggio, a cura di A. Ponzio, Piero Manni editore, Lecce, 1999, p. 128



Qui la seconda parte

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione Donne e altre oppressioni di genere

Linguaggio inclusivo e marxisti esclusivi (II)

 


Ovvero disincrostare i residui idealisti, antistorici e piccolo-borghesi dalle organizzazioni rivoluzionarie

18 Dicembre 2024

Di seguito pubblicata la seconda parte del testo, qui la prima parte

5. ABBANDONIAMO LA LINGUA E PARLIAMO DUNQUE DI CLASSE: I NOSTRI COMPITI


Nella società capitalista eterocispatriarcale e borghese ci sono sfruttati e sfruttatori. Una delle prerogative degli sfruttatori è quella di “dare i nomi alle cose”. È un fenomeno noto anche nella storia coloniale. L’uomo bianco (il padrone) arriva e dà i nomi alle cose, così come dava i cognomi alle mogli, ai figli e alle persone schiavizzate che possiede. Nella storia, di contro, anche le autodefinizioni delle minoranze oppresse hanno avuto importanti funzioni progressive (progressive, non rivoluzionarie, attenzione!).

Un percorso analogo alla comunità LGBTQIAP+ lo sta facendo la comunità nera, che ultimamente si è riappropriata della parola negro e negritudine (c’è un ampio dibattito nel mondo latinoamericano, brasiliano in particolare, su questo).

Questa è la realtà di quello che sta succedendo. Parte della presa di coscienza de* oppress* può passare anche dalle parole/dalle scelte linguistiche con cui tentano di difendersi e raggrupparsi. Di per sé questo fenomeno è rivoluzionario? Ovviamente no. Solo la lotta di classe ha in sé la potenzialità rivoluzionaria.

Si tratta però di un fenomeno sociale, da capire e da comprendere. Da analizzare. Ignorare la diffusione di queste forme linguistiche, tappandosi le orecchie è… antimaterialista. Perché l’esigenza di identificarsi/definirsi/autodeterminarsi da parte de* oppress* per noi marxist* è sacrosanta. La riconosciamo ai popoli, perché non riconoscerla agli individui?

La riconducibilità delle lotte de* oppress* speciali [10] nell’alveo della lotta di classe è da sempre un cardine del pensiero marxista. E per forza. Quale maggiore minaccia per la borghesia che le persone con oppressioni speciali si uniscano sotto la bandiera della lotta di classe, ognuna consapevole che la sua particolare oppressione può essere risolta solo dalla rivoluzione socialista?

Nella nostra tradizione inoltre, quella marxista rivoluzionaria, l’ABC appena sopra accennato viene ribadito in un testo fondamentale, il Programma di transizione (1938) di Lev Trotsky:

«Il compito strategico della quarta internazionale non consiste nel riformare il capitalismo, ma nel rovesciarlo. Il suo scopo politico è la conquista del potere da parte del proletariato al fine di espropriare la borghesia. Tuttavia, la realizzazione di questo compito strategico non è pensabile senza la massima attenzione a tutte le questioni di tattica anche le più minute e parziali. Tutti i settori del proletariato in ogni loro strato, categoria o raggruppamento devono essere trascinati nel movimento rivoluzionario. L'epoca attuale non esonera il partito rivoluzionario dall'intervento quotidiano, ma piuttosto fa sì che tale intervento proceda di pari passo in un legame indissolubile, con i compiti immediati della rivoluzione.»

Ignorare l’importanza delle lotte contro l’oppressione di genere per difendere un presunto italiano oggettivo e “neutrale” ci porta inevitabilmente a sbagliare, sia sul piano politico sia sul piano etico.
La riconoscibilità delle persone non binarie con tutto ciò che comporta sul piano materiale deve avere il suo spazio nel programma transitorio rivolto a quel settore oppresso del proletariato.


6. COSA SONO QUESTE OPPRESSIONI SPECIALI PER UN* MARXISTA?

La risposta alle legittime aspirazioni de* oppress* è la lotta di classe (e quindi la costruzione del partito rivoluzionario), non limitarsi a rinominarsi all’interno del sistema. Ma chi ha mai parlato di limitarsi a una manifestazione linguistica di autodeterminazione? Nessun* di noi. Noi sfruttiamo ogni manifestazione di autodeterminazione de* oppress* per spingere le persone alla lotta di classe.

Questo per dimostrare che le rivendicazioni democratiche devono fondersi con le rivendicazioni del programma socialista. Non è forse con la presa del potere che le rivendicazioni democratiche possono trovare effettiva attuazione e non solo facendo pressioni sui governi borghesi? Quante rivendicazioni sono state accolte senza essere tradite puntualmente o modificate dai “comitati d’affari della borghesia” per la compatibilità col sistema capitalistico?

A ciò occorre poi aggiungere un rispetto umano di base per ogni modalità di autodeterminazione in materia di identità di genere, orientamento sessuale e via dicendo, che dovrebbe essere scontato, ma che ci tocca reiterare. Quindi l’uso di forme di linguaggio inclusivo da parte di qualcun* non impone nulla a chi non vuole usarle.

Chiaramente per chi nega l’esistenza dell’identità di genere, con una visione transescludente e transfobica, il problema del linguaggio inclusivo non si pone
.


7. PERCHÉ NOI MARXIST* DOVREMMO ESSERE INCLUSIVI?

La lotta di classe è la strada maestra per spazzare via ogni tipo di oppressione; tuttavia, avrà successo solo se noi includiamo al nostro interno e conquistiamo alla lotta coloro che subiscono anche una oppressione speciale, specifica, senza liquidare le loro istanze. Autodefinirsi marxist* non azzera automaticamente tutte le specificità dell’oppressione che pesa sulle spalle di etnie marginalizzate, persone LGBTQIAP+, donne, persone con disabilità, ecc. Pare persino banale scriverlo: ma in aggiunta all’oppressione di classe ci sono persone che subiscono anche oppressioni diverse e specifiche. Si tratta di oppressioni che i rivoluzionari marxisti riconoscono da sempre, come l’oppressione di genere, trattata ampiamente e specificamente da Marx, Bebel, Engels, Lenin, Armand, Kollontaj, Zetkin e Trotsky. Non stiamo in questa sede a richiamarci alla specificità dell’oppressione di genere, a Bebel, Engels e compagnia. Ci pare che alcuni capisaldi in un partito rivoluzionario debbano essere assodati. Chi nega l’oppressione di genere può tranquillamente accomodarsi in un altro partito, ne troverà tanti anche di “comunisti”.

Tali oppressioni hanno luogo anche dentro la nostra classe. Gratta un comunista e troverai un filisteo, tuonava Lenin. La donna è il proletario del proletario, sottolinea giustamente Engels. Nella famiglia la donna sta all'uomo come l'operaio al padrone nella società, ci ricorda Bebel.

Sappiamo tutt* – si spera – che la lotta di classe è anche lotta alle oppressioni speciali e che la lotta alle oppressioni speciali non è interclassista, se riconduce alla lotta di classe, ma è un dovere rivoluzionario. Descrivere e affrontare le specificità delle varie oppressioni (genere, provenienza, stato di salute ecc. che vanno a sommarsi all’oppressione di classe) non è “femminismo borghese”, ma è analisi marxista dello stato di cose presente, finalizzata al rovesciamento rivoluzionario della società.

Perché riconoscere l’oppressione supplementare che subiscono alcun* nella classe oppressa sarebbe borghese? Perché sarebbe borghese riconoscere, capire e analizzare le cause e i modi in cui queste oppressioni supplementari agiscono sulla classe proletaria? Per noi sarebbe una grossolana semplificazione non farlo. Come convincere queste persone a impegnarsi con noi, con loro stess* nel partito rivoluzionario, se le loro specificità, istanze e modalità di autodeterminazione non vengono neppure riconosciute né ascoltate, anzi ridicolizzate e liquidate?

“Facciamo la rivoluzione, che poi anche tutte le altre oppressioni scompariranno automaticamente insieme a quella di classe”, “Prima abbattiamo la società poi penseremo alle questioni di genere”. No. Il Partito bolscevico – fortunatamente – non l’ha mai pensata così.

Proprio perché c’è già il femminismo borghese che tradisce le istanze de* oppress*, noi non possiamo farlo. Proprio perché c’è già il femminismo borghese che convoglia le istanze de* oppress* in binari morti, che non impensieriscono gli oppressori, che noi non possiamo esimerci dal conoscere questi fenomeni, intercettare queste istanze e indirizzarle verso un rovesciamento rivoluzionario della società.

Questo fa il marxismo. Questo è il nostro compito. Non rimpiangere i bei tempi andati sotto il giogo della borghesia.


8. UN SEGNO FA DAVVERO TANTA PAURA? QUANTO POCO RIVOLUZIONARI SONO QUESTI RIVOLUZIONARI

Nell’incontrare resistenze all’uso della schwa da parte di alcuni ambienti di avanguardia reputiamo che sia singolare che dei marxisti rivoluzionari si ergano a difensori della grammatica prima che a difensori de* propr* compagn*.

Ma davvero qualcuno che dovrebbe essere pronto a rovesciare per intero la società, qualcuno che deve smantellare il modo di produzione, la famiglia, l’amore borghese, il matrimonio, il modo in cui si crescono i figli ha paura di altr* che – sommessamente – per definire la propria identità usano un segno in modo creativo? Perché l’astio furibondo riservato alla questione del linguaggio inclusivo non si spiega se non con il terrore di veder crollare categorie ataviche, incrostazioni patriarcali, che di marxista non hanno nulla, e hanno tutto dell’idealismo piccolo-borghese.

Invece di guardare alla luna abbaiano al dito, invece che andare alla sostanza si fermano alla forma. Perché? Fa un po’ sorridere sostituire uno strutturalismo con un altro, per chi si professa marxista. Quando va bene è per un’incrostazione idealistica. Altre volte, grattando tali posizioni, si scopre la transesclusione e la transfobia.

Insomma, quando il marxista indica l’oppressione di genere, l’idealista guarda la schwa.

In poche parole, non sorprende neanche oggi che all’interno delle cosiddette avanguardie operaie o marxiste si trovino incrostazioni o atteggiamenti misogini, omofobi o transfobici. Siamo anche noi cresciut* e inserit* nella società patriarcale e capitalista, non siamo avuls* dal nostro contesto sociale. L’importante è non cedere ad essi e non condonarli. Negare a una parte de* propr* compagn*e della propria classe di riferimento di identificarsi mediante ciò che ritiene più opportuno è oppressione.

Ogni negazione dell’autodeterminazione di qualsiasi proletari* colloca chi la compie al di fuori di qualsiasi organizzazione coerentemente marxista rivoluzionaria, che è un luogo dove tutta la classe lavoratrice deve poter sentirsi al sicuro, comprese donne e persone LGBTQIAP+, di qualsiasi orientamento sessuale e provenienza geografica e stato di salute. Persino coloro che usano schwa, asterischi, puntini, vocali, consonanti o qualsiasi cosa serva loro per autodeterminarsi.


9. CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME, DICEVA TROTSKY

«Fuoriuscendo dallo sconvolgimento rivoluzionario, la nostra lingua verrà rafforzata, ringiovanita con un’accresciuta flessibilità e finezza. Il nostro linguaggio giornalistico prerivoluzionario, ovviamente burocraticamente ossificato e liberale, è già considerevolmente arricchito da nuove forme descrittive, da nuove espressioni più precise e dinamiche.»

Trotsky, La lotta per un linguaggio colto

Riusciamo ad immaginarci la lingua italiana dopo una rivoluzione riuscita? Non è un compito facile. Sarà prodotta dalla nuova società, nata dalla rivoluzione e la nuova società ne verrà influenzata, in un rapporto dialettico. Ci saranno parole nuove per definire realtà nuove, che il padrone non ci ha mai consentito di realizzare.

Le forme di linguaggio inclusivo non sono il prodotto di uno sconvolgimento rivoluzionario né lo strumento per innescarlo, bensì il segnale di un’esigenza di un settore oppresso della società. Un’esigenza che la borghesia non ha esitato a fare propria in modo ipocrita, per coprire le disuguaglianze sociali che non vuole e non può colmare. Tutto ciò non è un buon motivo per buttare il bambino con l’acqua sporca e disconoscere anche noi tale esigenza, facendo di fatto il gioco dell’oppressore.

Queste forme hanno un potenziale progressivo? Possono servirci a dialogare e a intercettare qualcun* di quest* oppress* e conquistarl* alla causa rivoluzionaria? Possono servire semplicemente a rispettare chi le usa per sé? (E scusate se parliamo ancora di rispetto, che tra compagni dovrebbe essere assodato e così non è).

A ognuno le sue risposte. Il Partito bolscevico da anni - oltre cento- è inclusivo: accoglie proletari ma anche proletarie e proletari@, che vivono ovviamente l’oppressione di classe, unita o meno ad altre oppressioni… Se così non fosse non potrebbe essere un partito rivoluzionario.

Di sicuro non sarà facendo il cane da guardia alla lingua del padrone che creeremo una società nuova. È una posizione liquidazionista e settaria e fa il gioco della borghesia.

Abbiamo superato la questione del linguaggio inclusivo già anni fa e senza particolari patemi, perché in verità non c’è bisogno di dibattere se accettare o meno l’autodeterminazione di una parte di compagn*. È ovvia e assodata. Tanti temi possono essere oggetto di dibattito: quale tattica o strategia sia la migliore per intervenire in questo o quel movimento, quali debbano essere le posizioni su questa o quella particolare questione (anche linguistica).

Quello che non può essere messo in discussione è la natura inclusiva di un partito coerentemente rivoluzionario, che deve essere casa di compagni, compagne, compagnu, compagn@, compagn3 e via dicendo che condividono come fine il rovesciamento di patriarcato e capitalismo.

Come non può essere messa in discussione la specificità dell’oppressione che colpisce donne e persone LGBTQIAP+ proletarie.

C’è già un partito “comunista” che esclude minoranze, persone LGBTQIAP+, che ha il mito del proletario, rigorosamente maschio e muscoloso, che fa la rivoluzione con la mascella quadrata al vento e che ama tanto la propria nazione e la propria lingua.

Con noi non ha nulla a che fare.



UNA BREVE NOTA LINGUISTICA

In sintesi, nella linguistica (che è una disciplina accademica, ma difficilmente si potrebbe parlarne in termini di scienza esatta, se non con un carattere descrittivo nei suoi approcci più sperimentali) si sono scontrate diverse ipotesi. Saussure riteneva che non vi fosse pensiero possibile senza un linguaggio a dargli forma, e che quindi il linguaggio influenzasse il modo di pensare di un individuo. In effetti è dimostrato che i concetti non si sovrappongono da lingua a lingua e il modo a cui li pensiamo è effettivamente diverso (è il grande problema della traduzione). Noi abbiamo i termini “mano” e “braccio”, mentre in russo esiste un unico termine “ruka”. Ma anche in tedesco ad esempio esiste il concetto di Oberschenkel (tradotto con coscia) e Unterschenkel (che non ha una traduzione diretta, ma è la parte che va dal ginocchio alla caviglia). Solo per restare nelle cose semplici, come le parti del corpo. Figuriamoci quando ci addentriamo nella Weltanschauung di diverse culture.

Le scoperte legate alle lingue degli indiani d’America e ad altre lingue non eurocentriche hanno dato vita a quella corrente della linguistica denominata “relativismo linguistico”, la famosa ipotesi Sapir-Whorf, che tutti conoscono per via dell’esempio della varietà di nomi della neve per gli eschimesi (una popolarizzazione mediatica poi molto ridimensionata). In base a questo approccio, il nostro sistema cognitivo sarebbe legato alla lingua che parliamo. Realmente dimostrato è invece l’esempio della lingua nootka, una lingua nativa del continente nordamericano, che ha 14 nomi per il salmone di diverse età e caratteristiche, se esce o meno con la pinna dall’acqua, ecc. Tuttavia alcune delle esagerazioni relativistiche più spinte sono state abbastanza criticate, perché sarebbe proprio la cultura (per i marxisti si legga la cultura dominante) e anche le condizioni oggettive a plasmare questo determinismo linguistico. È ovvio che a un egiziano 14 nomi per il salmone non servono. La partita non è chiusa, naturalmente. Alcuni esperimenti dimostrano effettivamente una relazione tra il linguaggio e le funzioni cognitive dell’individuo. I russi ad esempio hanno due parole diverse per blu chiaro e blu scuro (goluboj e sinji) e alcuni test dimostrerebbero che sono più veloci della media a riconoscere le sfumature di questi colori. Seguiremo gli sviluppi degli studi in materia.

Noi marxist* però non operiamo su un piano accademico o filosofico, ma su quello del materialismo dialettico, che valuta un fenomeno inserendolo nella dinamica storica dello scontro tra classi.



[10] Prima che gli antifemministi si avvitino in sterili dibattiti, non è un neologismo, è la linea del nostro partito e della nostra Internazionale: https://ito-oti.org/rwl_specially_oppressed/

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione Donne e altre oppressioni di genere

Contro la transfobia e tutte le oppressioni di genere. Contro la violenza del capitalismo

 


20 novembre, Transgender Day of Remembrance

Il Transgender Day of Remembrance (TDoR) è una delle giornate più importanti ed impegnative del calendario della comunità LGBT*QIA+. Si tratta del momento in cui la comunità si stringe attorno ad una delle sue componenti più esposte e oppresse, la popolazione trans*, per ricordare tutte le vittime di transfobia del mondo e per rivendicare un cambiamento reale nell’esistenza di queste persone.

Solo negli ultimi decenni l’attivismo della comunità T* e dell* solidali ha permesso che si cominciasse a parlare seriamente di transfobia e di lotta ad essa. Secondo il progetto di ricerca, monitoraggio e analisi internazionale Trans Respect versus Transphobia (TvT) “2021 is set to be the deadliest year for trans and gender-diverse people” [il 2021 è destinato a essere l'anno più mortale per le persone trans e gender-diverse]. Questo dato dovrebbe farci riflettere sulla gravità della situazione.

Nel periodo intercorso tra 1° ottobre 2020 e 30 settembre 2021, secondo i dati raccolti da tale progetto, le persone morte per cause riconducibili alla transfobia sono 375 (in percentuale il 7% in più rispetto all’anno precedente quando erano state 350) con un’età media di 30 anni. Guardando allo storico del rilevamento si sono registrate 4042 morti violente a sfondo transfobico nel mondo tra il 1° gennaio 2008 e il 30 settembre 2021. Queste cifre sono sicuramente e ampiamente in difetto a causa delle differenze di trattamento - anche legale e giudiziario - che le persone trans* subiscono nei diversi paesi, dei tanti luoghi in cui è difficile o impossibile effettuare il monitoraggio e la raccolta dei dati necessari, della tendenza da parte di conoscenti o familiari delle vittime di non denunciare i reati transfobici o peggio della loro connivenza in azioni atte ad invisibilizzare l’identità della persona scomparsa (misgendering in atti ufficiali o durante le cerimonie funebri, eccetera…).

Un’analisi più approfondita dei dati mostra come la transfobia sia saldamente intrecciata anche ad altre forme di oppressione e discriminazione, oltre che a determinati contesti sociali e geografici. Infatti, sul totale dei casi di quest’anno, il 96% ha coinvolto donne trans o persone transfemminili dimostrando l’interdipendenza esistente tra oppressione femminile (e i fenomeni correlati quali, per esempio, femminicidi e altre forme di violenza e molestia) e oppressione della comunità LGBT*QIA+ (e in particolar modo delle persone T*); il 70% è avvenuto in America Latina ovvero una delle zone del mondo in cui sono più evidenti il divario socio-economico tra le classi e la rapacità del sistema di sfruttamento capitalistico, il 58% delle vittime mondiali è costituito da sex workers (molt* dell* quali uccis* in situazioni o per cause correlate alla loro condizione). Guardando a due casi circoscritti, possiamo notare come anche xenofobia e razzismo abbiano un ruolo non indifferente nella genesi di crimini transfobici: negli USA l’89% delle vittime totali è costituito da persone di colore e in Europa il 43% da migranti. Infine, non possiamo evitare di ricordare come la condizione di classe abbia un ruolo fondamentale nell’oppressione e molto spesso nella morte delle persone T*. Le difficoltà insormontabili a cui si va incontro nel mondo del lavoro, l’isolamento e l’allontanamento dal proprio contesto sociale che molto spesso segue al coming out, lo smantellamento totale dei sistemi di welfare, l’inesistenza in molti paesi di leggi adeguate alla tutela delle minoranze, l’attuale debolezza delle reti associative e dell’attivismo queer e l’impossibilità di ricevere un adeguato supporto socio-sanitario e psicologico, fanno sì che molt* appartenenti alla comunità si ritrovino in condizioni di completa emarginazione e in contesti di disagio sociale ed economico molto marcati (un certo numero di persone trans*, per esempio, è homeless o vive sotto la soglia di povertà o in condizioni di precarietà assoluta). Tutte condizioni ottime per il maturare di situazioni di rischio potenzialmente mortali.

Il silenzio ipocrita e l’indifferenza che regnano in Italia sul tema nascondono una situazione a dir poco pericolosa e su cui non è possibile sorvolare in una occasione come questa. L’Italia detiene il triste primato di paese con il più alto numero di crimini di matrice transfobica in Europa (42 quelli registrati dal 1° gennaio 2008 al 30 settembre 2020) e nell’ultimo anno qui sono state uccise 5 persone trans* (erano state 7 – il numero più alto in assoluto in tutta Europa - l’anno scorso). Quest’anno il nostro paese ha registrato purtroppo anche la più giovane vittima di transfobia nel mondo, un* student* di 13 anni che si è suicidat* - a causa di frequenti atti di bullismo transfobico avvenuti in ambito scolastico – il 6 giugno scorso a Roma. Nonostante tutto ciò, durante i vari passaggi parlamentari del DDL Zan, si sono registrate diverse dichiarazioni di natura transfobica da parte di esponenti del cosiddetto centrodestra. Forse la più eclatante e assurda è quella secondo cui il riconoscimento delle identità non binarie da parte di una legge provocherebbe il caos nell’impianto giuridico del paese e perciò tale legge deve essere rigettata.

Il problema della transfobia non si può ridurre ad una questione di educazione, ad un fattore puramente culturale che si può risolvere con tanta buona volontà, un po’ di informazione e magari qualche legge dal carattere simbolico, deterrente e punitivo. La transfobia è solamente una delle molte facce, probabilmente una delle peggiori, del sistema capitalista ed eterocispatriarcale. Un sistema costruito, come abbiamo ripetuto molte volte, sulla prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento di ogni essere vivente e sulla repressione di qualunque forma di ribellione o semplicemente di vita ritenuta “fuorinorma”. Un sistema che viene protetto e rafforzato dagli ambienti ecclesiastici e clericali – che in nome di una concezione bigotta e reazionaria della società e interessati a conservare la propria egemonia hanno sempre agito per evitare o disinnescare qualsiasi anche minimo avanzamento progressivo – e dai molteplici settori della reazione, più o meno dichiaratamente fascisti e fondamentalisti, a loro volta – come ben sappiamo – semplici strumenti nelle mani di chi detiene il controllo dei rapporti sociali in questa fase storica. L’esistenza delle persone T* (come quella di tutte le persone LGBQIA+, delle donne, delle persone disabili e delle popolazioni razzializzate) non potrà mai essere realmente accolta entro i ristretti orizzonti di questa società e anzi, finché esisterà il sistema attuale, la loro esistenza sarà sempre messa in discussione e minacciata. Come ha dimostrato anche il recentissimo e gravissimo affossamento del DDL Zan, qualunque illusione riformista od opportunista sulla possibilità di ottenere migliori condizioni di vita senza mettere in discussione lo status quo è ormai priva di ogni validità e di ogni razionale fiducia. L’unica via ancora aperta è quella che conduce alla rottura rivoluzionaria dell’esistente e all’abbattimento del capitalismo e conseguentemente dell’eterocispatriarcato e di tutte le altre forme strutturali di oppressione.

È quindi fondamentale e necessario secondo noi rilanciare l’importanza dell’autorganizzazione nelle lotte per i diritti civili e sociali e ribadire l’esigenza dell’autodifesa per il movimento e per la comunità intera. Soltanto il protagonismo unitario e combattivo delle soggettività oppresse – un protagonismo capace anche di costruire reti durature di solidarietà, supporto e tutela - potrà infatti agire tempestivamente e contrastare con successo le offensive reazionarie e clerico-fasciste di chi difende ogni giorno senza alcuna remora l’esistente, ovvero coloro che attentano ogni giorno alla vita di ogni oppress*.

Anche la lotta alla transfobia e alla cisnormatività deve partire dalle piazze, dalle strade, dai luoghi dove le soggettività trans* vivono e agiscono (gli stessi dove di frequente si consumano violenza e discriminazione), evitando inutili ipocrisie (talvolta istituzionali) e vaghi atti simbolici.

Le soggettività trans* hanno diritto, in particolar modo, ad un’esistenza che non debba più passare per le forche caudine della patologizzazione e della medicalizzazione forzata dei loro desideri e dei loro corpi (che in molti contesti sono solamente forme subdole e socialmente accettate di violenza). Inoltre, è ormai evidente come sia necessario distruggere il paradigma del binarismo che imbriglia ogni essere vivente nel binomio essenzialista maschio-femmina togliendo legittimità e visibilità a qualsiasi tipo di identità non binaria e genderqueer. Purtroppo diverse leggi varate nel corso degli ultimi quarant’anni a tutela della popolazione trans* (per esempio la Legge 164/82 sulla rettifica del nome vigente in Italia) hanno un’impostazione di tipo patologizzante e intrinsecamente binaria e talvolta obbligano la persona trans* alla medicalizzazione per ottenere il riconoscimento della propria condizione. Tale impianto legislativo è decisamente arretrato, discriminatorio e ambiguo in fatto di rispetto dei diritti civili e va eliminato al più presto.

La diffusa condizione di sex worker tra le soggettività trans* – dettata molto spesso dalla semplice necessità di sopravvivere all’interno di un sistema sociale che impedisce loro di emergere come soggettività autodeterminate e libere o peggio da ricatti e coercizioni – ci porta anche a ribadire come sia importante, senza porci per questo in modo stigmatizzante ed escludente nei confronti dell* lavorator* sessuali, ottenere un futuro in cui nessun* sia costrett* per sopravvivere a sessualizzare il proprio corpo e quindi a lottare contro l’esclusione dal mondo del lavoro delle soggettività reputate non conformi e più in generale contro le condizioni di precarietà, ipersfruttamento e ricatto economico che il capitalismo impone a tutt* l* sfruttat* in questa fase.

Molte soggettività trans/non-binary (ma più in generale moltissime persone LGBQIA+) sono costrette ad abbandonare il luogo in cui sono nat* (molto spesso per motivi legati proprio alla loro identità di genere o al proprio orientamento sessuale). Quasi sempre l’allontanamento dal paese d’origine non determina però un miglioramento nelle condizioni di vita. Anzi per la maggior parte dei migranti LGBT*QIA+ l’arrivo in un altro paese significa ghettizzazione, xenofobia e razzismo oltre che frequentemente completa emarginazione all’interno della comunità dei propri connazionali. Lo stesso ottenimento dello status di rifugiato LGBT non garantisce alcuna prospettiva di miglioramento della propria esistenza, ma si trasforma molto spesso in un lungo e insidioso percorso burocratico che espone l* richiedente a stress inutili.

È necessario allora lottare per l’abbattimento delle frontiere e per la fine dei fenomeni sistemici di razzismo in un’ottica internazionalista e rivoluzionaria rifiutando anche i rigurgiti xenofobi latenti nella stessa comunità LGBT*QIA+.

Visto quanto accade quotidianamente attorno a noi riteniamo importante che il movimento LGBT*QIA+ riparta da posizioni coerentemente rivoluzionarie e dalla solidarietà con tutte le altre lotte progressive (come già si sta facendo con i movimenti femminista, antirazzista e contro l'abilismo, ma cercando di allargare il campo anche al movimento operaio e a quello ambientalista). Per ottenere questo scopo, oltre a smarcarsi in via definitiva da ogni velleità riformistica, si renderà obbligatorio anche contrastare tutte quelle posizioni, tipiche di una certa parte delle formazioni staliniste e di altre aree sedicenti comuniste, che tendono a sminuire l’importanza dei diritti civili per l’avanzamento delle lotte e che talvolta assumono pose smaccatamente machiste, misogine e omo-lesbo-bi-transfobiche; nonché abbattere tutte quelle posizioni, sì residuali ma a cui non possiamo restare indifferenti, del femminismo essenzialista, incapace di comprendere la questione relativa all’identità di genere, se non addirittura schierato su posizioni assimilabili a quelle dei peggiori movimenti reazionari.

Il nostro obiettivo resta la costruzione di una società socialista, una società senza classi in cui non esistono più sfruttamento ed oppressione e dove ogni soggettività è libera di autodeteminarsi. Per questo lottiamo a fianco di tutt* l* oppress* e contro ogni singolo oppressore.


- Per l’unità e l’autoorganizzazione dei movimenti per i diritti civili in una direzione conseguentemente rivoluzionaria e perciò anticapitalista, femminista, antifascista e anticlericale. Solamente con questa parola d’ordine sarà possibile ottenere un vero cambiamento nelle vite delle donne, delle persone LGBT*QIA+ e delle minoranze razzializzate.

- Per l’autodifesa della comunità LGBT*QIA+. Soltanto rispondendo colpo su colpo sarà possibile ridurre lo straziante stillicidio di vite umane a cui assistiamo ogni anno ed affrontare ad armi pari gli assalti reazionari e clerico-fascisti alle vite e ai diritti delle persone LGBT*QIA+.

- Per il superamento della Legge 164/82 in Italia e di tutte le leggi che patologizzano la vita delle persone trans* e per il pieno diritto all’autodeterminazione di tutt*.

- Per la fine dell’oppressione e della violenza xenofoba e razzista sulle donne, sugli uomini e sulle soggettività LGBT*QIA+ migranti.

- Contro lo stalinismo e l’essenzialismo. Non esiste nessun conflitto e nessuna competizione tra diritti sociali e diritti civili: la lotta per i diritti deve essere portata avanti senza inutili compartimentazioni e privilegi. Non esiste nessuna essenza biologica binaria, standardizzata e insormontabile: le identità trans e gender-diverse sono tutte valide e non sono affatto misogine.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Abolire il Concordato!

 


Lo scontro sulla legge Zan conferma la natura reazionaria del Vaticano e del papato

La Segreteria di Stato vaticana ha compiuto un passo ufficiale presso lo Stato italiano per chiedere la modifica della legge Zan, invocando il rispetto del Concordato.
Non si tratta della abituale ingerenza delle gerarchie cattoliche in fatto di legislazione ordinaria, ma di un passo formale da Stato a Stato. C'è un solo parziale precedente: la denuncia della proposta di legge sul divorzio come lesione al Concordato da parte di Paolo VI nel lontano 1967. Ma in quel caso non intervenne la Segreteria di Stato; parlò direttamente il monarca assoluto della Chiesa. Qui interviene il suo braccio diplomatico, con la minaccia di un'impugnazione giuridica.

L'interpretazione per cui saremmo in presenza di una divisione interna alla Chiesa, di un atto non condiviso dal Papa, è ridicola. Sia perché il segretario di Stato, cardinal Parolin, è un fedelissimo di Bergoglio, sia perché il Papa presunto “progressista” ha sempre espresso le posizioni più reazionarie in fatto di omosessualità. Anche ai tempi del suo vescovato a Buenos Aires, quando denunciò la legalizzazione dei matrimoni gay da parte del governo argentino come «un attacco devastante ai piani di Dio, ispirato dall'invidia del diavolo» (2010). Solo una sinistra italiana papalina ha potuto, e può, presentare Bergoglio come riferimento progressista, indicandolo addirittura ad esempio.

L'iniziativa vaticana si commenta da sé. Nello stesso momento in cui le gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo sono travolte dall'emersione di centinaia di migliaia di crimini, abusi, violenze, normalmente occultati e impuniti, in fatto di pedofilia, la Chiesa chiede che le scuole cattoliche siano esentate dalla legge italiana in fatto di omofobia. Chiede che la Chiesa e le sue proprietà siano un territorio franco sottratto allo Stato. Chiede insomma che la legge italiana si subordini ai dogmi del catechismo.
Nella nota vaticana infatti si legge: «Ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale e del magistero autentico del Papa e dei vescovi che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Dunque se la “rivelazione divina” considera l'omosessualità peccato, le scuole cattoliche non possono legittimare l'omosessualità parlando di omofobia e transfobia. È il modello di Orban, che vieta si parli di omosessualità nelle scuole prima dei 18 anni.

I partiti più reazionari, da FdI alla Lega, naturalmente esultano. La separazione tra Chiesa e Stato vale per loro solo se si tratta di Islam. Con la Chiesa cattolica vale invece il principio opposto: i dogmi religiosi diventano linea di confine della legge, lo scudo dell'“identità italiana” contro la minaccia degli “invasori”. Il fatto che ci sia qualche partito cosiddetto comunista che gioca di sponda con questi ambienti fa davvero venire il voltastomaco.

Ma se i reazionari esultano, i partiti borghesi liberalprogressisti balbettano. Rassicurano la Chiesa, professano “volontà di dialogo”, annunciano mediazioni. Di Maio attiva il ministero degli Esteri, Letta comprende “il nodo giuridico”, Draghi impegna governo e Parlamento nella ricerca di una soluzione concordata. Lo stesso presentatore della legge, Zan, si affretta a dichiarare al Corriere che la Chiesa non deve temere nulla: le scuole cattoliche potranno continuare a fare quello che vogliono, in virtù del «principio di autonomia scolastica, che è generale e si applica a tutte le scuole, pubbliche e private». Di più: «In Aula alla Camera, proprio per venire incontro alle preoccupazioni di parte del mondo cattolico, è stato precisato che le iniziative dovranno essere coerenti con il piano triennale dell'offerta formativa e con il patto di corresponsabilità educativa tra scuole e famiglie. Questo per ribadire oltre ogni ragionevole dubbio che il tutto potrà – non dovrà – avvenire nel rispetto dell'autonomia scolastica» (Alessandro Zan, Corriere della Sera, 23 giugno).

Oltre ogni ragionevole dubbio, il messaggio in soldoni è il seguente: “Cari vescovi e cardinali, potrete continuare a far ciò che volete, come prevede il Concordato e le stesse leggi scolastiche; vi abbiamo già dato tutte le garanzie possibili, al punto che alla Camera anche Lega e FdI hanno votato la legge; ora in cambio dateci la solita finta patacca da esibire come “vittoria” agli occhi del mondo laico e progressista. Per voi non cambierà nulla, permetteteci almeno di salvare la faccia”. Sarà questo il mercimonio dei prossimi giorni.

La verità è che solo rompendo con la Chiesa, a partire dalla cancellazione del Concordato, è possibile salvaguardare con coerenza i principi più elementari di laicità, e con essi i diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi. Il punto vero non è se la legge Zan viola il Concordato o meno, ma che l'intervento della Segreteria di Stato vaticana chiarisce una volta di più, se ve ne era bisogno, che il Concordato è un'arma intollerabile in mano alla Chiesa a tutela dei suoi privilegi. Inclusa la scandalosa evasione fiscale di 5 miliardi di euro sottratti allo Stato, da tempo accertati e che nessuno le chiede.

A sua volta non si può rompere con la Chiesa, e cancellare il Concordato, senza rompere con la borghesia italiana, i suoi partiti, i suoi governi.

La Chiesa è da sempre parte organica del capitalismo italiano, con le sue banche, le sue partecipazioni azionarie, le sue gigantesche proprietà immobiliari. Il Concordato del 1929 tra il cardinal Gasparri e Benito Mussolini non fece che sancire giuridicamente questa realtà, con un matrimonio di reciproci interessi. Il PCI di Togliatti lo mise in Costituzione col famigerato articolo 7. Il suo aggiornamento nel 1984, sotto il governo Craxi, assicurò al matrimonio lunga vita. La presenza della Chiesa in tutte le istituzioni dello Stato borghese e della vita pubblica (scuola, sanità, giustizia, esercito) lo testimonia quotidianamente.

Non è un caso che i partiti della sinistra cosiddetta radicale (PRC, PdCI) che si sono avvicendati nei governi con la borghesia e/o che aspirano a parteciparvi non solo non hanno mai rivendicato l'abolizione del Concordato, ma hanno cercato di legittimarsi presso gli ambienti clericali, a volte esaltando il Papa di turno. È la ragione per cui solo un partito marxista rivoluzionario, proprio in quanto anticapitalista, può essere coerente sino in fondo sullo stesso terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili.

Via il Concordato!
Giù le mani della Chiesa dai corpi e dai diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi!

Partito Comunista dei Lavoratori

L'anticomunismo di Marco Rizzo

 


Anche sul ddl Zan, Rizzo non si smentisce e sa da che parte stare: ancora una volta, come sempre, con la destra e i reazionari di tutti i tipi, con le loro idee e i loro argomenti

Il 10 maggio Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.
L'ospitalità non è casuale: le posizioni di Rizzo sui diritti civili sono le stesse posizioni della destra più reazionaria, col vantaggio di essere espresse “da sinistra”. Un boccone ghiotto per la stampa misogina e bigotta.

L'intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» Domanda scontata. Non la risposta. «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola.»

Attribuire al '68 e all'«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? Proprio l'esperienza degli anni '70 dimostra l'opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all'aborto, più in generale dei diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l'avanzata del movimento operaio porta con sé l'avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova è stata l'esperienza dei decenni successivi, quando l'arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni '70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti degli omosessuali. Quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità. Quelle benedette dalla Conferenza Episcopale e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (già conosciuta come Santa Inquisizione). È la compagnia che oggi Rizzo si sceglie e che gli dà spazio.

Il problema è che “il comunista” Rizzo fa propri esattamente gli argomenti della reazione. Non è che li contrasta insufficientemente, è che li assume in proprio.

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. [...] La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? [...] Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Ora, non sappiamo se la riduzione dell'identità di genere al capriccioso risveglio di un mattino sia più prodotto dell'ignoranza o del cinismo o di entrambe le cose. Sappiamo invece che gli argomenti di Rizzo sono gli stessi con cui il governo reazionario polacco o il regime di Orban in Ungheria si oppongono ai diritti degli omosessuali e dei transessuali. Anche Orban rappresenta i diritti delle minoranze come insidia all'identità sessuale dell'uomo e della donna, quindi alla “famiglia naturale”. Non sono dunque le unghie di Rizzo ad essere insidiate dallo smalto, è Rizzo ad essere ormai intriso di cultura misogina ed omofoba.

«Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?» chiede l'intervistatore.
«È un'ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Dunque, stando alla logica proposta, una coppia convivente di omosessuali o di lesbiche, o a maggior ragione un matrimonio tra persone dello stesso sesso, sarebbe un colpo al mercato capitalistico? È vano cercare una logica razionale in queste farneticazioni.
In una società capitalista il profitto cerca ovunque uno spazio di mercato, nella vita dei single come delle coppie conviventi come della famiglia tradizionale. Semmai ciò che oggi inquieta il mercato è la riduzione del tasso di natalità, connesso anche alla crisi capitalistica e alla crisi della famiglia. Le campagne per gli assegni familiari o i bonus bebè sono nel segno della celebrazione della famiglia, non dei single, e non solo in Italia. Del resto una società che scarica sul privato di casa la riproduzione della forza lavoro scarica sulla famiglia, cioè sulla donna, il peso della schiavitù domestica, in cambio di qualche obolo.
La ragione vera per cui si negano i diritti degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, sta nel fatto che non rientrano nel modello della famiglia patriarcale, quella prediletta dal capitale, dalla Chiesa e da Marco Rizzo. Che in realtà scopiazza Diego Fusaro.

«Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?» chiede l'intervistatore sempre più incoraggiato dalle parole dell'intervistato.
Rizzo risponde sicuro: «Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Ora, noi non vogliamo occuparci delle creme di Rizzo o dei suoi amici. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, per quale ragione riconoscere i diritti di sesso e di genere contro le discriminazioni moltiplicherebbe... la tipologie delle creme? Non c'è alcun nesso logico, come chiunque può capire. La verità è che Rizzo sente insidiata la natura del vero maschio, possibilmente alfa, quello che come lui tirava di boxe e si vanta di essere uno sciupafemmine. Insidiata da cosa? Dalla «confusione sessuale», lo spettro che agita il sonno di tutti i bigotti in ogni tempo.

L'intervista si conclude con la denuncia della «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell'Italia» impedendole di acquistare il vaccino Sputnik di Putin e di debellare il Covid. Del resto chi più di Putin può meglio incarnare la difesa dei valori della famiglia cristiana contro la «confusione sessuale» dell'Occidente?

In conclusione. Nella tradizione leninista la classe operaia deve porsi alla testa delle ragioni di tutti gli oppressi, come mostrò la Rivoluzione d'ottobre che riconobbe i diritti degli omosessuali e dei transessuali, poi tramutati in crimini da Stalin nel 1933, con tanto di condanne ai gulag e ai lavori forzati. In Rizzo l'eredità stalinista vive non più come tragedia ma come farsa. L'unica vera tragedia è che nella «confusione» generale vi sia chi scambia Rizzo per un comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Fedez e il Primo maggio

 


Quando i diritti civili non incontrano la lotta di classe

Il Primo maggio di quest’anno, nonostante la pandemia, è stato un importante momento di lotta, di mobilitazione e di confronto che ha visto scendere in piazza diverse migliaia di lavorator* unit* nella lotta in barba a differenze di etnia, di genere e di appartenenza politica e sindacale. Migliaia di persone scese in piazza per difendere i loro diritti, mettere in luce le contraddizioni dell’attuale gestione della pandemia, denunciare la colpevole inefficienza di un sistema sanitario martoriato da decenni di tagli, contrastare le manovre antioperaie del governo Draghi e denunciare la connivenza delle direzioni dei sindacati confederali rispetto a tale stato di cose.

Eppure la notizia che da giorni rimbalza su tutti i mezzi di comunicazione e sembra dividere l’arco parlamentare e anche il movimento stesso (LGBTQIA+ e non solo) riguarda il celebre "concertone" del Primo maggio. In particolare riguarda un intervento fatto dal rapper Fedez durante la sua esibizione su quel palco, vergognosamente perimetrato – come è stato notato – dalle insegne di ENI, sponsor dell’evento (a dire il vero, purtroppo, non per la prima volta).

Personalmente non crediamo sia necessario ricostruire qui la dinamica dei fatti (essa è ormai nota a quasi tutt* coloro che leggono i giornali, possiedono una televisione o hanno un profilo social). Non crediamo nemmeno sia necessario riportare il testo dell’intervento (rintracciabile un po’ ovunque anche per iscritto) o analizzarne il contenuto (esso sarebbe tutto sommato pienamente condivisibile). Sarebbe superfluo anche inserirsi all’interno della polemica sul timido ed impacciato tentativo di censura preventiva della RAI nei confronti dell’artista. Che la censura dei mezzi d’informazione esista e che la società borghese ne faccia ampio uso è noto ormai da secoli. Il fatto che molte persone se ne siano accorte soltanto pochi giorni fa può, al massimo, dare inizio ad alcune speculazioni, peraltro già trite, su quanto sia pervasiva l’illusione di libertà che caratterizza la nostra epoca.

Sarebbe abbastanza ridicolo anche dare ulteriore risalto al botta e risposta tra la Lega e il rapper, oppure denunciare l’incoerenza di Fedez sulla base dei testi delle sue canzoni (come fanno in molt* in questi ultimi giorni).

Altrettanto sciocco sarebbe insinuare – come fanno la UIL e alcune forze sedicenti comuniste – che un intervento sui diritti civili, a prescindere dal suo autore, sia “fuori contesto” perché il Primo maggio “si deve parlare solo di lavoro”. A parte che non si può ignorare il fatto che anche la maggioranza della popolazione LGBTQIA+, delle donne, delle minoranze etniche e religiose e delle altre soggettività discriminate da questo sistema rientrano a vario titolo nella classe lavoratrice, e che probabilmente il luogo di lavoro è uno dei luoghi dove più si fanno sentire le discriminazioni e la repressione delle differenze, comunque il Primo maggio – almeno per noi marxist* rivoluzionar* – è una giornata di lotta e di mobilitazione contro il capitalismo. E se – come abbiamo già sostenuto in altre occasioni – il capitalismo sta alla radice di tutte le diverse oppressioni, allora il Primo maggio è anche un’occasione in cui denunciare e lottare contro omo-lesbo-bi-transfobia, sessismo, razzismo, abilismo e ogni altra forma di oppressione. La lotta di classe, l’anticapitalismo e la rivoluzione sociale non sono chiostri riservati ai soli lavoratori (a questo punto il maschile plurale è d’obbligo), ma sono le strade maestre attraverso cui ogni sfruttat* e ogni oppress* può raggiungere finalmente la libertà, la dignità e i diritti di cui è stat* ingiustamente privat* fino a questo momento.

Tornando a quanto avvenuto, non stiamo parlando di un evento sorprendente. In fondo, ciò a cui abbiamo assistito è un copione già noto da oltre un secolo: un borghese rampante (in questo caso esponente di spicco dello star system nazionale) che indossa i panni del filantropo e coglie l’occasione per ergersi in maniera spettacolare a paladino dei “meno fortunati” e delle “minoranze”, guadagnando così nuovi consensi e ulteriore popolarità (operazione perfettamente riuscita, dobbiamo ammettere). Quanto egli creda in ciò che dice o fa non è particolarmente importante.

Molto più importante è analizzare come le sue parole siano state recepite dalla comunità LGBTQIA+ e, in generale, dalla cosiddetta sinistra. Molto più interessante è vedere come il dibattito pubblico sui diritti civili da alcuni giorni giri tutto attorno alle parole del signor Lucia.
Il fatto che un rapper commerciale e personaggio televisivo milionario (nonché testimonial ufficiale di Amazon Prime) venga osannato come fulgido esempio di artista engagé da tutto il variegato mondo del cosiddetto centrosinistra – dal PD a Sinistra Italiana, da Arcigay alla burocrazia CGIL passando per la cosiddetta stampa progressista e per il M5S, sempre più confuso e ambiguo sui diritti civili (tra uscite misogine e machiste di Grillo e posizioni contraddittorie interne con favorevoli e contrari al DDL Zan) – non è altro che l’ennesima dimostrazione della definitiva bancarotta del riformismo, privo ormai di qualsiasi riferimento politico e culturale credibile e completamente incapace di agire, anche solo formalmente, in favore de* sfruttat* e de* oppress* di queste società.

Quel centrosinistra, rappresentato in massima parte dal PD, che ogni giorno agisce contro la nostra classe rendendo sempre più precarie le nostre vite e sbriciolando un pezzo alla volta i nostri diritti in nome del profitto e del dominio della borghesia e delle sue organizzazioni.

Quel centrosinistra che ipocritamente tenta di nascondersi dietro al paravento dei diritti civili, salvo poi mostrare la propria vera natura anche in questo campo. Basti pensare al Decreto Minniti, alla mancata abolizione dei Decreti Salvini (che sono stati anzi potenziati in alcune delle loro funzioni repressive) o, per ritornare al tema principale, al DDL Cirinnà e al DDL Zan.

Due leggi fortemente insufficienti, dei meri atti formali privi di qualsivoglia forza effettiva. Il primo nasce già come compromesso, per espressa volontà dei suoi autori, e subisce poi una lunga serie di manomissioni (anche da parte dei suoi promotori) che rendono molto debole il risultato finale. Il secondo, non ancora approvato, è un testo di legge che si propone di contrastare l’omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia attraverso un quanto mai discutibile inasprimento delle pene in un’ottica che, senza troppe remore, ci sentiamo di definire securitaria. All’interno di un più ampio contesto, caratterizzato da una sempre più diffusa e capillare repressione di stato e di una sempre più intransigente cultura dell’ordine, tale manovra, malgrado i propositi nobili, mostra dei risvolti inquietanti ed esecrabili, in quanto si accompagna ad un inadeguato sistema di prevenzione delle discriminazioni e di formazione sul tema ulteriormente indebolito dal celebrato articolo 4 del DDL che garantisce il ‘pluralismo delle idee’ e la ‘libertà delle scelte’ (ironicamente significa che qualsiasi persona o organizzazione omofoba che non voglia istituire un lager o organizzare un pogrom è libera di continuare ad esporre le proprie posizioni pubblicamente e senza limitazione alcuna). Non possiamo negare che questa legge presenti anche alcuni aspetti positivi, quali, per esempio, il potenziamento dei centri contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, il monitoraggio statistico nazionale delle discriminazioni e della violenza omo-lesbo-bi-transfobica, l’elaborazione di una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere e l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia in data 17 maggio. Ma essi risultano pur sempre alquanto incerti e l’impianto generale della legge propende in ogni caso verso la semplice punizione dei reati e non verso l’eliminazione del problema (1).

D’altro canto sarebbe impossibile eliminare il problema senza individuarne ed eliminarne la causa, ovvero la criminale e marcescente struttura del capitalismo. Compito che ovviamente neanche * più sincer* de* riformist* sarebbe disposto ad assolvere. Figuriamoci che cosa può essere disposto a fare il gruppo parlamentare del PD.

Ed è questo il centro della questione. La comunità LGBTQIA+ non può continuare a pendere dalle labbra di questo centrosinistra ipocrita, non può continuare a credere nelle promesse e nelle fantomatiche conquiste del gradualismo riformista, non può continuare a fare affidamento sulle celebrità che fanno coming out o che si schierano “dalla parte giusta” (come Fedez), e non può continuare a tacciare chi non concorda con il metodo descritto pocanzi di essere divisiv*, estremista o perennemente scontent*. Continuando lungo questo vicolo cieco, l’unico risultato possibile è il perpetuarsi della nostra condizione di subalternità.

L’unica via praticabile resta il recupero della combattività che caratterizzava questo movimento alle origini, a partire dal recupero e dalla rivendicazione della nostra condizione di esseri “fuorinorma” e, in seguito, con la costruzione di un fronte ampio capace di convogliare tutte quelle forze, soggettività ed esperienze che in questo sistema si sentono sfruttate ed oppresse, scomode ed inascoltate, sole e indifese: lavorator*, migrant*, donne, precar*, persone discriminate sulla base del loro stato fisico o psicologico e ogni altro “dannat*” di questa Terra. Tutto questo deve avvenire chiaramente in un’ottica di rottura anticapitalista, antifascista, femminista, internazionalista e anticlericale.

Ovvero nell’ottica dell’instaurazione del socialismo e della conquista del potere da parte di tutt* coloro che il potere borghese ha oppresso e continua ad opprimere.




(1) Con quanto abbiamo detto riguardo al DDL Zan non intendiamo – come fanno altri soggetti politici – rigettare l’importanza di una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia. Una legge di questo tipo è assolutamente necessaria, urgente, attesa e voluta dalla comunità LGBTQIA+. Semplicemente questa legge non è il DDL Zan (per quanto quest’ultimo possa rappresentare un minuscolo passo avanti rispetto al nulla esistente) per i motivi già citati.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere