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Omofobia di guerra

 


L'invasione dell'Ucraina e l'offensiva anti-LGBT

21 Giugno 2023

L'ossessione omofoba ha caratterizzato da sempre il machismo putiniano. Ma la guerra in Ucraina ha trascinato con sé un salto ulteriore. È stata varata con voto unanime una legge che proibisce la transizione verso l'altro sesso perché “la transizione sarebbe un modo di sottrarsi alla chiamata alle armi”. Lo ha sostenuto pubblicamente il vicepresidente della Duma Pyotr Tolstoj, nipote del grande scrittore russo, arruolato nelle file di Russia Unita.

È stato fondato, su iniziativa di Putin, un istituto di ricerca per “studiare i gay” e promuovere “metodi psichiatrici per riportare le idee sul proprio ruolo gender alla realtà”. I canali Telegram del regime dileggiano le manifestazioni europee dei movimenti LGBT denunciandole come manifesto della depravazione occidentale. La presenza nell'esercito ucraino di unità di volontari transgender è additata come prova di satanismo. In diverse regioni della Russia sono operanti centri di rieducazione di gay, lesbiche, transessuali coi metodi dell'isolamento e della tortura.

Il Patriarca Kyrill, ex KGB, mobilita la Chiesa ortodossa a sostegno di questa campagna, non senza chiedere in aggiunta il divieto per legge dell'aborto in ogni sua forma. Le truppe cecene dell'islamofascista Kadyrov rivendicano pubblicamente l'omicidio dei gay come dovere morale e pratica militare, già da anni peraltro attuata in Cecenia con la copertura di Putin.

Putin fa della campagna omofoba un tratto identitario della guerra russa. Una ragione in più per opporsi alla sua guerra, al fianco di chi in Russia contesta sia la guerra che l'omofobia del regime.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una giornata non ci basta. Per un movimento LGBTQIA+ rivoluzionario, di classe e antimperialista

 


17 maggio, Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia

Anche quest’anno il 17 maggio si celebra in Italia e in tutto il mondo l’IDAHOBIT, International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia (Giorno Internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia). In questa giornata è forse il caso di spendere qualche parola su alcune questioni legate a diritti civili, comunità LGBTQIA+ e all’attuale clima guerrafondaio e imperialista.


LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE E ITALIANA. UNA PANORAMICA

L’omolesbobitransfobia è un fenomeno strutturale derivante dal sistema di oppressione patriarcale e quindi, nonostante gli sforzi e le promesse dei movimenti riformisti, risulta ineliminabile all’interno dei ristretti confini della civiltà borghese. Questo fatto ha molto spesso anche un inquietante risvolto legislativo. Nel mondo ci sono 70 paesi che criminalizzano orientamenti sessuali, identità di genere ed espressioni di genere che risultano non conformi alla normatività eterocispatriarcale. In 11 di questi si può incorrere nella pena di morte.
Sono invece 42 i paesi al mondo in cui esistono limitazioni legali alla libertà d’espressione delle persone LGBTQIA+ e 51 quelli in cui sono vietati l’attivismo e l'associazionismo LGBTQIA+ [1]. Nell’arco del solo 2021 ILGA ha ricevuto oltre 900 segnalazioni (da 72 paesi in tutto il mondo) riguardanti arresti o incriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e/o dell’identità di genere della persona soggetta al provvedimento [2]. Inoltre ci troviamo in una situazione di forte ripresa dei movimenti reazionari anche sul fronte dei diritti civili dove si susseguono continui e fortissimi attacchi ai pochi diritti già acquisiti nel mentre vengono lanciate vere e proprie crociate contro qualsiasi nuova rivendicazione o lotta portata avanti dalla comunità LGBTQIA+, dal movimento femminista o dalle soggettività razzializzate.
Basti, tra i tanti possibili esempi, ricordare la violentissima campagna antiabortista in corso negli USA – che sembra essere prossima a conquistare un risultato storico (e terribile) come il superamento legale della sentenza Roe vs. Wade del 1973 e perciò l’annullamento della tutela costituzionale federale del diritto all’aborto – oppure le polemiche, sostenute molto spesso anche da volti noti dell’intellighenzia progressista e laica, contro il “politicamente corretto” e l’uso di linguaggi inclusivi che costituiscono soltanto una delle numerose manifestazioni di conservatorismo e perbenismo borghese su cui non vale la pena spendere troppe parole.

Volgendo il nostro sguardo al contesto nazionale, nel periodo compreso tra il 1 maggio 2021 e il 1 maggio 2022 sono stati segnalati alle forze dell’ordine 106 episodi di omolesbobitransfobia per un totale di 148 vittime (il 65% di queste si riconosce come uomo, il 24% di queste si riconosce come donna, il restante 11% è costituito da soggettività T*) [3]. Si tratta di un dato molto preoccupante, soprattutto tenendo conto del fatto che la maggior parte delle vittime in realtà non denuncia a causa di un contesto profondamente stigmatizzante e intollerante, nonché del trattamento fortemente discriminatorio e autoritario riservato dalle forze dell’ordine alla maggior parte delle vittime di violenza. Sicuramente sull’attuale contesto italiano pesano l’arretramento generale di ogni fronte di lotta, la debolezza intrinseca dei movimenti per i diritti civili e la tendenza di una parte di essi a delegare le proprie lotte in sede istituzionale. Tutti fattori che si sono manifestati con estrema chiarezza e drammaticità durante la travagliata vicenda del DDL Zan conclusasi, come ben sappiamo, con una sostanziale sconfitta politica.

Nonostante questa situazione generale possiamo registrare alcuni segnali positivi come l’insorgenza di numerose esperienze di attivismo e di mobilitazione, anche in contesti periferici o precedentemente poco interessati dal fenomeno, e un processo di parziale radicalizzazione dei percorsi di lotta all’interno della comunità che, a livello nazionale, trova espressione in numerosi collettivi queer intersezionali, in alcuni nodi di NUDM e nell’organizzazione degli Stati Genderali (riunitisi per la terza volta durante lo scorso weekend a Bologna).


BIFOBIA, TRANSFOBIA, ABILISMO, INTERSESSUALITÀ E AFOBIA

Nonostante il nome di questa giornata e nonostante il lavoro costante e la nascita di sempre più associazioni, collettivi e di vere e proprie reti di attivismo in tutto il mondo, all'interno come all’esterno della comunità esistono narrazioni e rappresentazioni privilegiate rispetto ad altre.
Se l'esistenza dell'omofobia, della misoginia e della lesbofobia e la lotta contro di esse hanno finalmente, dopo molti decenni e con estrema difficoltà, raggiunto una posizione di rispetto nel dibattito e nell’azione politica delle organizzazioni rivoluzionarie e non solo, esistono molte altre forme di oppressione e discriminazione che invece restano marginalizzate.
Una prospettiva conseguentemente rivoluzionaria, come vuole essere la nostra, non può basarsi su una classificazione delle forme d’oppressione che finisce automaticamente per considerare centrali alcune di queste e ridurre altre a ruoli comprimari: è invece compito dei/lle marxist* rivoluzionar* lavorare per la costruzione di una società libera dal sistema di produzione capitalista e da ogni forma di oppressione. Questo deve portarci a prestare particolare attenzione verso fenomeni come la bifobia, la transfobia e l’abilismo. Si tratta di fenomeni ben radicati nella società e presenti anche all’interno della stessa comunità LGBTQIA+ su cui è assolutamente necessario agire: spesso, soprattutto nel caso di persone T* o disabili, ci si trova di fronte a situazioni di isolamento e ghettizzazione molto gravi e con ricadute sociali, psicologiche ed economiche drammatiche.

Se la bisessualità e la pansessualità tendono ad essere sistematicamente denigrate, silenziate o direttamente cancellate e negate dal nostro contesto sociale e culturale; la transfobia assume anche il volto inquietante della cosiddetta “Teoria Gender” e, più in generale, si presenta sempre più spesso come la negazione violenta di qualunque questione inerente all’identità di genere che non si limiti al paradigma cisnormativo ed essenzialista (il dibattito relativo al DDL Zan è stato esemplare da questo punto di vista).
L’abilismo, come tutte le discriminazioni sistemiche, tende a presentarsi in modo subdolo – attraverso, per esempio, la concezione di un mondo a portata di soggetti cosiddetti “abili” e “neurotipici” e perciò interdetto e pericoloso per chiunque non rientri in queste convenzioni - oppure velato - attraverso atteggiamenti ed azioni pietistiche che finiscono per denigrare, ridicolizzare o infantilizzare la persona e la sua esperienza di vita – costituendo in sé un limite al benessere e alla libertà del soggetto, disabile o neurodivergente, investito da questa forma d’oppressione. Inoltre è importante non rimuovere in questa giornata l’esistenza e la lotta delle persone intersex.
L’intersessualità è una condizione che ancora oggi viene ampiamente invisibilizzata nei movimenti e affrontata attraverso lenti deformate e patologizzanti in ambiente clinico: quello che le persone intersex subiscono, molto spesso poco dopo la nascita e quindi in un momento in cui non possono per definizione essere consenzienti, si configura come una vera e propria forma di violenza tollerata nella maggior parte degli stati del mondo e motivata sulla base di valutazioni estetiche e “di normalizzazione” – fondate sul malcelato dogma del binarismo di genere – piuttosto che su ben più serie motivazioni sanitarie. La lotta contro la patologizzazione (e le conseguenti mutilazioni genitali) delle persone intersex è una battaglia che non può essere trascurata viste anche le sue pesantissime ricadute sulla salute e sulla dignità della persona coinvolta. Infine, malgrado il nome di questa giornata le escluda, non possiamo dimenticare l’esistenza delle soggettività asessuali e aromantiche e non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni che esse subiscono all’interno dell’attuale sistema (afobia). La negazione esplicita di queste esperienze di vita, la tendenza a stigmatizzare e patologizzare le persone AroAce, e la perdurante e insistente rappresentazione convenzionale delle relazioni come esperienze esclusivamente romantiche e/o sessuali, tipica anche di una certa retorica LGBTQIA+, costituiscono un’altra delle ingiustizie e storture – magari non la più grande, ma non per questo trascurabile - di questa società a cui solo un radicale cambiamento di paradigma potrà porre rimedio.


GUERRA, IMPERIALISMO E MOVIMENTO QUEER

L’attuale guerra in Ucraina e la conseguente mobilitazione imperialista su scala globale, di cui abbiamo abbondantemente parlato negli ultimi mesi, costituisce un fattore da non trascurare in un momento come questo. Non solo per le notizie terribili che sono giunte negli ultimi mesi dalle zone di guerra come, per fare alcuni esempi eclatanti, il respingimento alla frontiera polacca dei migranti e degli studenti di origine africana in fuga dalle città ucraine assediate e bombardate oppure i controlli effettuati dalle guardie di frontiera ucraine nei confronti di persone T* (soprattutto MtF o nonbinary) che venivano insultate e molestate per poi essere, nella stragrande maggioranza dei casi, respinte in quanto la loro identità non trovava corrispondenza con i documenti di cui erano in possesso (con il rischio ulteriore di essere dichiarat* disertor* sulla base della legge marziale in vigore dal 24 febbraio 2022). Ma anche perché ricca di importanti riflessioni sull’imperialismo, il militarismo e il diritto di autodeterminazione e autodifesa dei popoli.

Come ben sappiamo, il peso maggiore della guerra e delle sue conseguenze ricade sulla classe operaia e sulle soggettività oppresse. Il pensiero femminista e queer ha sempre dato una certa importanza a temi quali guerra, militarismo, colonialismo e imperialismo e, nonostante impostazioni errate o ambigue, la storia di questi movimenti è costellata di numerose occasioni in cui la voce delle donne e delle persone queer si è alzata contro l’oppressione coloniale, la guerra e l’imperialismo.

Il pensiero militarista e colonialista inoltre è una seria minaccia per le persone razzializzate, le donne, le persone queer e le persone disabili o neurodivergenti. In esso infatti la cultura eterocispatriarcale e classista raggiunge altissimi livelli di legittimazione arrivando a trasformare il corpo femminile in un vero e proprio territorio da conquistare, rappresentando le soggettività “non conformi” e le persone disabili e neurodivergenti come corpi estranei da neutralizzare e fornendo un’utile stampella al razzismo e alla xenofobia attraverso la trasformazione della subordinazione del/lle indigen*/schiav* al colonizzatore/padrone in un dato naturale e incontrovertibile.
Non è infatti un caso, per esempio, che una grossa fetta dei femminicidi sia commessa da appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate o che la maggior parte delle vittime della violenza di polizia siano soggettività razzializzate o LGBTQIA+ oppure, ancora, che machismo, sessismo, razzismo e omolesbobitransfobia siano ampiamente sdoganati nei contesti militari o paramilitari come non è un caso che durante l’ultima Adunata Nazionale dell'Associazione Nazionale degli Alpini, tenutasi a Rimini pochi giorni fa, la città sia diventata un inferno per donne, soggettività queer e persone razzializzate che sono state fatte bersaglio di insulti, minacce, catcalling, molestie, tentativi di stupro, atteggiamenti paternalistici, azioni xenofobe e varie altre forme di violenza fisica, psicologica e verbale (il nodo territoriale di NUDM Rimini, PRIDE OFF e Casa Madiba hanno raccolto oltre 500 segnalazioni di molestie e 160 racconti di esse, tutte accadute nel periodo tra il 5 e l’8 maggio) [4].

Anche di fronte all’aggressione imperialista dell’Ucraina da parte della Russia la maggior parte del movimento LGBTQIA+ e femminista si è schierato compattamente e giustamente dalla parte del paese aggredito. Nonostante questa posizione si possa ritenere corretta sui generis, essa ha risentito molto della polarizzazione causata dal conflitto e non è esente da errori. Infatti tale posizionamento si è espresso talvolta nella forma del sostegno (a volte addiritura incondizionato) alle manovre dell’UE e della NATO, raffigurati come baluardi democratici e civili contro una Russia autocratica e illiberale. Sia chiaro, la natura della Federazione Russa è quella di una potenza imperialista in ascesa e il governo autoritario di Putin è, tra le altre cose, portavoce delle istanze più retrive provenienti dalla sua potente oligarchia capitalista, dalle gerarchie del Patriarcato di Mosca e da pensatori reazionari e fanatici come, per esempio, Aleksandr Dugin.
L’attuale invasione dell’Ucraina è iniziata, come abbiamo denunciato in molti dei nostri precedenti articoli e a differenza di quanto sostenuto da una certa vulgata sedicente di sinistra o comunista, all’ombra di parole d’ordine che appartengono all’ampio campionario dello sciovinismo granrusso e dell’anticomunismo. Ci sarebbe da dire anche che, malgrado l’Ucraina non abbia una legislazione particolarmente progressista in fatto di diritti civili e sociali e nonostante in essa siano egemoni posizioni conservatrici e nazionaliste in questo momento, una vittoria russa e la conseguente occupazione militare dell'intero territorio nazionale non farebbero che imprimere una stretta repressiva ulteriore degli spazi democratici - a detrimento della comunità LGBTQIA+, del movimento femminista e delle avanguardie di classe - sul modello di quanto accaduto in Russia negli ultimi decenni. Ma questo non può portarci a rimuovere la natura altrettanto aggressiva e pericolosa di NATO ed EU e nemmeno può permetterci di nascondere la reale natura dei loro interessi in Ucraina. Uno dei compiti di una comunità LGBTQIA+ consapevole e dei/lle sincer* rivoluzionar* deve essere il contrasto e l’abbattimento dell’imperialismo che alberga dentro alle nostre case e che insidia le nostre vite e la nostra libertà.
La consapevolezza della natura reazionaria e imperialista della Russia non è sufficiente per convincerci a sostenere che il modo migliore per risolvere una guerra sia una escalation militare e diplomatica globale a base di riarmo, incremento delle spese militari, prove di forza reciproche e sanzioni economiche (il cui peso non va certo ad indebolire l’oligarchia russa, ma anzi si ripercuote in maniera esclusiva sulle classi popolari russe e di tutti i paesi coinvolti peggiorando ulteriormente la loro precaria situazione).

Altra componente ben presente all’interno del movimento è quella che si richiama a principi pacifisti e nonviolenti. Purtroppo però l’autodeterminazione dei popoli è un principio che va conquistato o difeso con le armi se necessario. In un frangente come questo e di fronte ad un’operazione militare come quella russa è ridicolo non riconoscere il diritto del popolo ucraino di rispondere alla violenza delle truppe d’occupazione costruendo e sostenendo organismi di autodifesa armata. La resistenza ucraina è ben lunghi dalle rappresentazioni granitiche offerte dalla stampa mainstrem occidentale e dai mezzi d’informazione russi e filo-russi. In essa operano milizie autoconvocate composte da lavorator*, attivist* sindacali, militanti socialist* e anarchic*, ultras antifascist* e anche diversi gruppi di donne e persone LGBTQIA+ che hanno svolto ruoli di primo piano nella difesa delle città assediate (per esempio e soprattutto a Kyiv). Voltare le spalle a queste persone – e, peggio ancora, sostenere o suggerire una loro connivenza con forze reazionarie, ultranazionaliste, neofasciste e atlantiste - costituirebbe un imperdonabile errore per qualsiasi realtà che dichiari tra i suoi obiettivi la liberazione e l’autodeterminazione dei corpi, dei popoli, dei territori e rivendichi la fine di ogni forma di sfruttamento e di oppressione.


PER UN MOVIMENTO LGBTQIA+ RIVOLUZIONARIO, DI CLASSE E ANTIMPERIALISTA

L’attuale situazione ci pone nella condizione di ribadire ancora una volta la necessità di contribuire alla costruzione di un movimento LGBTQIA+ sempre più radicale e capace di comprendere appieno la correlazione esistente tra il sistema di sfruttamento capitalistico e l’oppressione eterocispatriarcale e razzista, un movimento LGBTQIA+ che sia, in altre parole, pronto a lottare per estinguere la causa prima di tutte le forme di oppressione, di tutte le guerre e di tutte le violenze, ovvero la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione in classi della società.
Oggi porre l’accento nella lotta per i diritti civili sulla questione di classe, sulla natura della classe come elemento fondamentale dell’analisi strutturale, e sulla categoria dell’imperialismo non significa cadere nuovamente nell’ipocrisia di posture economicistiche e riduzionistiche – che tanto hanno condizionato negativamente la storia del movimento operaio e che ancora oggi vengono rivendicate dalla maggior parte dello stalinismo – negando il carattere specifico delle oppressioni e sottomettendo la lotta contro di esse alle battaglie per i diritti sociali, bensì favorire una maggiore comprensione delle dinamiche che stanno alla base delle oppressioni sistemiche che molt* di noi subiscono quotidianamente sulla loro pelle e mettere in luce l’uso strumentale che la classe borghese fa di tutte le forme di oppressione per rafforzare e affermare il proprio dominio. Senza una chiara analisi di classe, infatti, è impossibile comprendere realmente la natura delle diverse oppressioni e il loro ruolo all’interno del sistema di dominio borghese, ma, d’altro canto, senza tenere conto delle varie oppressioni e della loro natura è impossibile realizzare una analisi di classe pienamente compiuta e corretta.

Anche questo è uno dei compiti che spetta ai/lle rivoluzionar* affinché la rivoluzione segni veramente l’avvento di una nuova età di pace e la liberazione definitiva di ognun* da ogni forma di sfruttamento, di oppressione e di violenza.




NOTE


[1] AA.VV., State-Sponsored Homophobia.Global Legislation Overview Update 2020, ILGA [International Lesbian and Gay Association] World, Ginevra, dicembre 2020.

[2] Kellyn Botha, Our Identities under Arrest. A global overview on the enforcement of laws criminalising consensual same-sex acts between adults and gender-diverse expressions 2021, ILGA [International Lesbian and Gay Association] World, Ginevra, dicembre 2021.

[3] “Cronache di ordinaria omofobia. Report da maggio 2021 a maggio 2022”, pubblicato da Massimo Battaglio sul sito omofobia.org il 5 maggio 2022 e modificato dall'autore l’11 maggio [consultato il 13 maggio 2022].

[4] il dato è stato recuperato da un post pubblicato il 14 maggio 2022 dalla pagina Facebook Non Una Di Meno Rimini [consultato il 16 maggio 2022].

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere


Che tempo che fa: la sinistra ai piedi del Papa


 L'esibizione del Papa a Rai 3 nel programma di Fazio “Che tempo che fa” ha suscitato a sinistra un'autentica estasi. Il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo ha fatto i complimenti al Papa per le sue immancabili parole di pace. Giorgio Cremaschi per Potere al Popolo ha sentito il bisogno di un pubblico «grazie Papa Francesco» per il «formidabile sostegno» a chi non ha rinunciato alla lotta per l'uguaglianza e la giustizia, e per il socialismo. Il redivivo Fausto Bertinotti, da tempo in formato trascendente grazie alla benedizione di Comunione e Liberazione, ha visto in Bergoglio la riscoperta del Vangelo al di sopra delle miserie umane... e via discorrendo.


Che pena. Ai dirigenti vecchi e nuovi della sinistra riformista non interessa la realtà ma la finzione. Invece di liberare gli sfruttati dall'intossicazione religiosa; di spiegar loro che il Papa è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che succhia miliardi dalle loro tasche grazie ai privilegi concordatari; che la Chiesa è la più grande proprietaria immobiliare al mondo, ha pacchetti azionari in tutte le banche rapinatrici, nell'industria di guerra, nei colossi del petrolio e del carbone, nella sanità privata che trionfa in Borsa grazie al saccheggio di quella pubblica; che la casta sacerdotale si regge strutturalmente sulla misoginia, sulla discriminazione della donna, dei gay, delle lesbiche, di tutte le minoranze sessuali, e sui crimini contro i bambini in tutti gli angoli del pianeta... Invece di denunciare questa verità elementare, esaltano la sua ipocrita rimozione, e addirittura ringraziano commossi l'affabulazione retorica di un istrione vestito di bianco, alleato di tutti i poteri, e già complice, non a caso, da capo dei Gesuiti a Buenos Aires, della giunta militare di Videla (1976-1981).

Marx scriveva che i sudditi pensano di essere tali perché esiste un re, non sapendo che un re esiste perché loro sono sudditi. La sudditanza della sinistra verso il Papa richiama lo stesso spartito. Pendendo dalle labbra del Sommo Pontefice, contribuisce a nutrire il mondo capovolto dell'illusione religiosa, l'oppio dei popoli, a vantaggio dei capitalisti.

Non accade per caso. Una sinistra che ha rimosso la rivoluzione contro il capitale rimuove la stessa contestazione della Chiesa, che del capitale è componente organica e inseparabile. Una sinistra che prende ministri nei governi capitalisti, con Prodi, con Tsipras, con Sanchez, con Boric, cerca per sua natura la propria legittimazione presso la Chiesa. È la prova che solo una prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria può opporsi realmente al potere papalino e al suo mito fasullo.

Partito Comunista dei Lavoratori

MASSIMA SOLIDARIETA' AGLI ATTIVISTI APS COLPITI DALL' AGGRESSIONE OMOFOBA: LA LOTTA CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE DI GENERE E LA NECESSITA' DELL'AUTODIFESA

 

I


Il Partito Comunista dei Lavoratori-sezione di Bologna esprime la massima solidarietà verso gli/le attivisti/e del Gruppo Trans APS per l'aggressione di stampo omofobo subita sabato notte all'esterno della loro sede in via dell'Unione, a Bologna.

Purtroppo non è la prima volta che queste/i attiviste/I subiscono episodi di questo stampo e tanto più questo richiama la necessità della vigilanza contro qualsiasi atto discriminatorio contro il genere sessuale e l'organizzazione di forme ormai urgenti di autodifesa. 

Crediamo altresì che normative come il DDL Zan debbano entrare al più presto in vigore per tutelare le persone LGBTQI+ da simili episodi.

Da comunisti rivoluzionari e marxisti conseguenti non abbiamo fiducia nella legislazione borghese, e pensiamo che le normative che vi si inseriscono non possano risolvere i problemi e le discriminazioni a cui quotidianamente sono esposte le minoranze, ma difendiamo ogni singolo passo in avanti nella conquista di maggiori diritti per esse.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
SEZ. DI BOLOGNA

Abolire il Concordato!

 


Lo scontro sulla legge Zan conferma la natura reazionaria del Vaticano e del papato

La Segreteria di Stato vaticana ha compiuto un passo ufficiale presso lo Stato italiano per chiedere la modifica della legge Zan, invocando il rispetto del Concordato.
Non si tratta della abituale ingerenza delle gerarchie cattoliche in fatto di legislazione ordinaria, ma di un passo formale da Stato a Stato. C'è un solo parziale precedente: la denuncia della proposta di legge sul divorzio come lesione al Concordato da parte di Paolo VI nel lontano 1967. Ma in quel caso non intervenne la Segreteria di Stato; parlò direttamente il monarca assoluto della Chiesa. Qui interviene il suo braccio diplomatico, con la minaccia di un'impugnazione giuridica.

L'interpretazione per cui saremmo in presenza di una divisione interna alla Chiesa, di un atto non condiviso dal Papa, è ridicola. Sia perché il segretario di Stato, cardinal Parolin, è un fedelissimo di Bergoglio, sia perché il Papa presunto “progressista” ha sempre espresso le posizioni più reazionarie in fatto di omosessualità. Anche ai tempi del suo vescovato a Buenos Aires, quando denunciò la legalizzazione dei matrimoni gay da parte del governo argentino come «un attacco devastante ai piani di Dio, ispirato dall'invidia del diavolo» (2010). Solo una sinistra italiana papalina ha potuto, e può, presentare Bergoglio come riferimento progressista, indicandolo addirittura ad esempio.

L'iniziativa vaticana si commenta da sé. Nello stesso momento in cui le gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo sono travolte dall'emersione di centinaia di migliaia di crimini, abusi, violenze, normalmente occultati e impuniti, in fatto di pedofilia, la Chiesa chiede che le scuole cattoliche siano esentate dalla legge italiana in fatto di omofobia. Chiede che la Chiesa e le sue proprietà siano un territorio franco sottratto allo Stato. Chiede insomma che la legge italiana si subordini ai dogmi del catechismo.
Nella nota vaticana infatti si legge: «Ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale e del magistero autentico del Papa e dei vescovi che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Dunque se la “rivelazione divina” considera l'omosessualità peccato, le scuole cattoliche non possono legittimare l'omosessualità parlando di omofobia e transfobia. È il modello di Orban, che vieta si parli di omosessualità nelle scuole prima dei 18 anni.

I partiti più reazionari, da FdI alla Lega, naturalmente esultano. La separazione tra Chiesa e Stato vale per loro solo se si tratta di Islam. Con la Chiesa cattolica vale invece il principio opposto: i dogmi religiosi diventano linea di confine della legge, lo scudo dell'“identità italiana” contro la minaccia degli “invasori”. Il fatto che ci sia qualche partito cosiddetto comunista che gioca di sponda con questi ambienti fa davvero venire il voltastomaco.

Ma se i reazionari esultano, i partiti borghesi liberalprogressisti balbettano. Rassicurano la Chiesa, professano “volontà di dialogo”, annunciano mediazioni. Di Maio attiva il ministero degli Esteri, Letta comprende “il nodo giuridico”, Draghi impegna governo e Parlamento nella ricerca di una soluzione concordata. Lo stesso presentatore della legge, Zan, si affretta a dichiarare al Corriere che la Chiesa non deve temere nulla: le scuole cattoliche potranno continuare a fare quello che vogliono, in virtù del «principio di autonomia scolastica, che è generale e si applica a tutte le scuole, pubbliche e private». Di più: «In Aula alla Camera, proprio per venire incontro alle preoccupazioni di parte del mondo cattolico, è stato precisato che le iniziative dovranno essere coerenti con il piano triennale dell'offerta formativa e con il patto di corresponsabilità educativa tra scuole e famiglie. Questo per ribadire oltre ogni ragionevole dubbio che il tutto potrà – non dovrà – avvenire nel rispetto dell'autonomia scolastica» (Alessandro Zan, Corriere della Sera, 23 giugno).

Oltre ogni ragionevole dubbio, il messaggio in soldoni è il seguente: “Cari vescovi e cardinali, potrete continuare a far ciò che volete, come prevede il Concordato e le stesse leggi scolastiche; vi abbiamo già dato tutte le garanzie possibili, al punto che alla Camera anche Lega e FdI hanno votato la legge; ora in cambio dateci la solita finta patacca da esibire come “vittoria” agli occhi del mondo laico e progressista. Per voi non cambierà nulla, permetteteci almeno di salvare la faccia”. Sarà questo il mercimonio dei prossimi giorni.

La verità è che solo rompendo con la Chiesa, a partire dalla cancellazione del Concordato, è possibile salvaguardare con coerenza i principi più elementari di laicità, e con essi i diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi. Il punto vero non è se la legge Zan viola il Concordato o meno, ma che l'intervento della Segreteria di Stato vaticana chiarisce una volta di più, se ve ne era bisogno, che il Concordato è un'arma intollerabile in mano alla Chiesa a tutela dei suoi privilegi. Inclusa la scandalosa evasione fiscale di 5 miliardi di euro sottratti allo Stato, da tempo accertati e che nessuno le chiede.

A sua volta non si può rompere con la Chiesa, e cancellare il Concordato, senza rompere con la borghesia italiana, i suoi partiti, i suoi governi.

La Chiesa è da sempre parte organica del capitalismo italiano, con le sue banche, le sue partecipazioni azionarie, le sue gigantesche proprietà immobiliari. Il Concordato del 1929 tra il cardinal Gasparri e Benito Mussolini non fece che sancire giuridicamente questa realtà, con un matrimonio di reciproci interessi. Il PCI di Togliatti lo mise in Costituzione col famigerato articolo 7. Il suo aggiornamento nel 1984, sotto il governo Craxi, assicurò al matrimonio lunga vita. La presenza della Chiesa in tutte le istituzioni dello Stato borghese e della vita pubblica (scuola, sanità, giustizia, esercito) lo testimonia quotidianamente.

Non è un caso che i partiti della sinistra cosiddetta radicale (PRC, PdCI) che si sono avvicendati nei governi con la borghesia e/o che aspirano a parteciparvi non solo non hanno mai rivendicato l'abolizione del Concordato, ma hanno cercato di legittimarsi presso gli ambienti clericali, a volte esaltando il Papa di turno. È la ragione per cui solo un partito marxista rivoluzionario, proprio in quanto anticapitalista, può essere coerente sino in fondo sullo stesso terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili.

Via il Concordato!
Giù le mani della Chiesa dai corpi e dai diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi!

Partito Comunista dei Lavoratori

L'anticomunismo di Marco Rizzo

 


Anche sul ddl Zan, Rizzo non si smentisce e sa da che parte stare: ancora una volta, come sempre, con la destra e i reazionari di tutti i tipi, con le loro idee e i loro argomenti

Il 10 maggio Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.
L'ospitalità non è casuale: le posizioni di Rizzo sui diritti civili sono le stesse posizioni della destra più reazionaria, col vantaggio di essere espresse “da sinistra”. Un boccone ghiotto per la stampa misogina e bigotta.

L'intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» Domanda scontata. Non la risposta. «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola.»

Attribuire al '68 e all'«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? Proprio l'esperienza degli anni '70 dimostra l'opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all'aborto, più in generale dei diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l'avanzata del movimento operaio porta con sé l'avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova è stata l'esperienza dei decenni successivi, quando l'arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni '70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti degli omosessuali. Quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità. Quelle benedette dalla Conferenza Episcopale e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (già conosciuta come Santa Inquisizione). È la compagnia che oggi Rizzo si sceglie e che gli dà spazio.

Il problema è che “il comunista” Rizzo fa propri esattamente gli argomenti della reazione. Non è che li contrasta insufficientemente, è che li assume in proprio.

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. [...] La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? [...] Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Ora, non sappiamo se la riduzione dell'identità di genere al capriccioso risveglio di un mattino sia più prodotto dell'ignoranza o del cinismo o di entrambe le cose. Sappiamo invece che gli argomenti di Rizzo sono gli stessi con cui il governo reazionario polacco o il regime di Orban in Ungheria si oppongono ai diritti degli omosessuali e dei transessuali. Anche Orban rappresenta i diritti delle minoranze come insidia all'identità sessuale dell'uomo e della donna, quindi alla “famiglia naturale”. Non sono dunque le unghie di Rizzo ad essere insidiate dallo smalto, è Rizzo ad essere ormai intriso di cultura misogina ed omofoba.

«Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?» chiede l'intervistatore.
«È un'ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Dunque, stando alla logica proposta, una coppia convivente di omosessuali o di lesbiche, o a maggior ragione un matrimonio tra persone dello stesso sesso, sarebbe un colpo al mercato capitalistico? È vano cercare una logica razionale in queste farneticazioni.
In una società capitalista il profitto cerca ovunque uno spazio di mercato, nella vita dei single come delle coppie conviventi come della famiglia tradizionale. Semmai ciò che oggi inquieta il mercato è la riduzione del tasso di natalità, connesso anche alla crisi capitalistica e alla crisi della famiglia. Le campagne per gli assegni familiari o i bonus bebè sono nel segno della celebrazione della famiglia, non dei single, e non solo in Italia. Del resto una società che scarica sul privato di casa la riproduzione della forza lavoro scarica sulla famiglia, cioè sulla donna, il peso della schiavitù domestica, in cambio di qualche obolo.
La ragione vera per cui si negano i diritti degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, sta nel fatto che non rientrano nel modello della famiglia patriarcale, quella prediletta dal capitale, dalla Chiesa e da Marco Rizzo. Che in realtà scopiazza Diego Fusaro.

«Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?» chiede l'intervistatore sempre più incoraggiato dalle parole dell'intervistato.
Rizzo risponde sicuro: «Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Ora, noi non vogliamo occuparci delle creme di Rizzo o dei suoi amici. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, per quale ragione riconoscere i diritti di sesso e di genere contro le discriminazioni moltiplicherebbe... la tipologie delle creme? Non c'è alcun nesso logico, come chiunque può capire. La verità è che Rizzo sente insidiata la natura del vero maschio, possibilmente alfa, quello che come lui tirava di boxe e si vanta di essere uno sciupafemmine. Insidiata da cosa? Dalla «confusione sessuale», lo spettro che agita il sonno di tutti i bigotti in ogni tempo.

L'intervista si conclude con la denuncia della «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell'Italia» impedendole di acquistare il vaccino Sputnik di Putin e di debellare il Covid. Del resto chi più di Putin può meglio incarnare la difesa dei valori della famiglia cristiana contro la «confusione sessuale» dell'Occidente?

In conclusione. Nella tradizione leninista la classe operaia deve porsi alla testa delle ragioni di tutti gli oppressi, come mostrò la Rivoluzione d'ottobre che riconobbe i diritti degli omosessuali e dei transessuali, poi tramutati in crimini da Stalin nel 1933, con tanto di condanne ai gulag e ai lavori forzati. In Rizzo l'eredità stalinista vive non più come tragedia ma come farsa. L'unica vera tragedia è che nella «confusione» generale vi sia chi scambia Rizzo per un comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Fedez e il Primo maggio

 


Quando i diritti civili non incontrano la lotta di classe

Il Primo maggio di quest’anno, nonostante la pandemia, è stato un importante momento di lotta, di mobilitazione e di confronto che ha visto scendere in piazza diverse migliaia di lavorator* unit* nella lotta in barba a differenze di etnia, di genere e di appartenenza politica e sindacale. Migliaia di persone scese in piazza per difendere i loro diritti, mettere in luce le contraddizioni dell’attuale gestione della pandemia, denunciare la colpevole inefficienza di un sistema sanitario martoriato da decenni di tagli, contrastare le manovre antioperaie del governo Draghi e denunciare la connivenza delle direzioni dei sindacati confederali rispetto a tale stato di cose.

Eppure la notizia che da giorni rimbalza su tutti i mezzi di comunicazione e sembra dividere l’arco parlamentare e anche il movimento stesso (LGBTQIA+ e non solo) riguarda il celebre "concertone" del Primo maggio. In particolare riguarda un intervento fatto dal rapper Fedez durante la sua esibizione su quel palco, vergognosamente perimetrato – come è stato notato – dalle insegne di ENI, sponsor dell’evento (a dire il vero, purtroppo, non per la prima volta).

Personalmente non crediamo sia necessario ricostruire qui la dinamica dei fatti (essa è ormai nota a quasi tutt* coloro che leggono i giornali, possiedono una televisione o hanno un profilo social). Non crediamo nemmeno sia necessario riportare il testo dell’intervento (rintracciabile un po’ ovunque anche per iscritto) o analizzarne il contenuto (esso sarebbe tutto sommato pienamente condivisibile). Sarebbe superfluo anche inserirsi all’interno della polemica sul timido ed impacciato tentativo di censura preventiva della RAI nei confronti dell’artista. Che la censura dei mezzi d’informazione esista e che la società borghese ne faccia ampio uso è noto ormai da secoli. Il fatto che molte persone se ne siano accorte soltanto pochi giorni fa può, al massimo, dare inizio ad alcune speculazioni, peraltro già trite, su quanto sia pervasiva l’illusione di libertà che caratterizza la nostra epoca.

Sarebbe abbastanza ridicolo anche dare ulteriore risalto al botta e risposta tra la Lega e il rapper, oppure denunciare l’incoerenza di Fedez sulla base dei testi delle sue canzoni (come fanno in molt* in questi ultimi giorni).

Altrettanto sciocco sarebbe insinuare – come fanno la UIL e alcune forze sedicenti comuniste – che un intervento sui diritti civili, a prescindere dal suo autore, sia “fuori contesto” perché il Primo maggio “si deve parlare solo di lavoro”. A parte che non si può ignorare il fatto che anche la maggioranza della popolazione LGBTQIA+, delle donne, delle minoranze etniche e religiose e delle altre soggettività discriminate da questo sistema rientrano a vario titolo nella classe lavoratrice, e che probabilmente il luogo di lavoro è uno dei luoghi dove più si fanno sentire le discriminazioni e la repressione delle differenze, comunque il Primo maggio – almeno per noi marxist* rivoluzionar* – è una giornata di lotta e di mobilitazione contro il capitalismo. E se – come abbiamo già sostenuto in altre occasioni – il capitalismo sta alla radice di tutte le diverse oppressioni, allora il Primo maggio è anche un’occasione in cui denunciare e lottare contro omo-lesbo-bi-transfobia, sessismo, razzismo, abilismo e ogni altra forma di oppressione. La lotta di classe, l’anticapitalismo e la rivoluzione sociale non sono chiostri riservati ai soli lavoratori (a questo punto il maschile plurale è d’obbligo), ma sono le strade maestre attraverso cui ogni sfruttat* e ogni oppress* può raggiungere finalmente la libertà, la dignità e i diritti di cui è stat* ingiustamente privat* fino a questo momento.

Tornando a quanto avvenuto, non stiamo parlando di un evento sorprendente. In fondo, ciò a cui abbiamo assistito è un copione già noto da oltre un secolo: un borghese rampante (in questo caso esponente di spicco dello star system nazionale) che indossa i panni del filantropo e coglie l’occasione per ergersi in maniera spettacolare a paladino dei “meno fortunati” e delle “minoranze”, guadagnando così nuovi consensi e ulteriore popolarità (operazione perfettamente riuscita, dobbiamo ammettere). Quanto egli creda in ciò che dice o fa non è particolarmente importante.

Molto più importante è analizzare come le sue parole siano state recepite dalla comunità LGBTQIA+ e, in generale, dalla cosiddetta sinistra. Molto più interessante è vedere come il dibattito pubblico sui diritti civili da alcuni giorni giri tutto attorno alle parole del signor Lucia.
Il fatto che un rapper commerciale e personaggio televisivo milionario (nonché testimonial ufficiale di Amazon Prime) venga osannato come fulgido esempio di artista engagé da tutto il variegato mondo del cosiddetto centrosinistra – dal PD a Sinistra Italiana, da Arcigay alla burocrazia CGIL passando per la cosiddetta stampa progressista e per il M5S, sempre più confuso e ambiguo sui diritti civili (tra uscite misogine e machiste di Grillo e posizioni contraddittorie interne con favorevoli e contrari al DDL Zan) – non è altro che l’ennesima dimostrazione della definitiva bancarotta del riformismo, privo ormai di qualsiasi riferimento politico e culturale credibile e completamente incapace di agire, anche solo formalmente, in favore de* sfruttat* e de* oppress* di queste società.

Quel centrosinistra, rappresentato in massima parte dal PD, che ogni giorno agisce contro la nostra classe rendendo sempre più precarie le nostre vite e sbriciolando un pezzo alla volta i nostri diritti in nome del profitto e del dominio della borghesia e delle sue organizzazioni.

Quel centrosinistra che ipocritamente tenta di nascondersi dietro al paravento dei diritti civili, salvo poi mostrare la propria vera natura anche in questo campo. Basti pensare al Decreto Minniti, alla mancata abolizione dei Decreti Salvini (che sono stati anzi potenziati in alcune delle loro funzioni repressive) o, per ritornare al tema principale, al DDL Cirinnà e al DDL Zan.

Due leggi fortemente insufficienti, dei meri atti formali privi di qualsivoglia forza effettiva. Il primo nasce già come compromesso, per espressa volontà dei suoi autori, e subisce poi una lunga serie di manomissioni (anche da parte dei suoi promotori) che rendono molto debole il risultato finale. Il secondo, non ancora approvato, è un testo di legge che si propone di contrastare l’omo-lesbo-bi-transfobia e la misoginia attraverso un quanto mai discutibile inasprimento delle pene in un’ottica che, senza troppe remore, ci sentiamo di definire securitaria. All’interno di un più ampio contesto, caratterizzato da una sempre più diffusa e capillare repressione di stato e di una sempre più intransigente cultura dell’ordine, tale manovra, malgrado i propositi nobili, mostra dei risvolti inquietanti ed esecrabili, in quanto si accompagna ad un inadeguato sistema di prevenzione delle discriminazioni e di formazione sul tema ulteriormente indebolito dal celebrato articolo 4 del DDL che garantisce il ‘pluralismo delle idee’ e la ‘libertà delle scelte’ (ironicamente significa che qualsiasi persona o organizzazione omofoba che non voglia istituire un lager o organizzare un pogrom è libera di continuare ad esporre le proprie posizioni pubblicamente e senza limitazione alcuna). Non possiamo negare che questa legge presenti anche alcuni aspetti positivi, quali, per esempio, il potenziamento dei centri contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, il monitoraggio statistico nazionale delle discriminazioni e della violenza omo-lesbo-bi-transfobica, l’elaborazione di una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere e l’istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia in data 17 maggio. Ma essi risultano pur sempre alquanto incerti e l’impianto generale della legge propende in ogni caso verso la semplice punizione dei reati e non verso l’eliminazione del problema (1).

D’altro canto sarebbe impossibile eliminare il problema senza individuarne ed eliminarne la causa, ovvero la criminale e marcescente struttura del capitalismo. Compito che ovviamente neanche * più sincer* de* riformist* sarebbe disposto ad assolvere. Figuriamoci che cosa può essere disposto a fare il gruppo parlamentare del PD.

Ed è questo il centro della questione. La comunità LGBTQIA+ non può continuare a pendere dalle labbra di questo centrosinistra ipocrita, non può continuare a credere nelle promesse e nelle fantomatiche conquiste del gradualismo riformista, non può continuare a fare affidamento sulle celebrità che fanno coming out o che si schierano “dalla parte giusta” (come Fedez), e non può continuare a tacciare chi non concorda con il metodo descritto pocanzi di essere divisiv*, estremista o perennemente scontent*. Continuando lungo questo vicolo cieco, l’unico risultato possibile è il perpetuarsi della nostra condizione di subalternità.

L’unica via praticabile resta il recupero della combattività che caratterizzava questo movimento alle origini, a partire dal recupero e dalla rivendicazione della nostra condizione di esseri “fuorinorma” e, in seguito, con la costruzione di un fronte ampio capace di convogliare tutte quelle forze, soggettività ed esperienze che in questo sistema si sentono sfruttate ed oppresse, scomode ed inascoltate, sole e indifese: lavorator*, migrant*, donne, precar*, persone discriminate sulla base del loro stato fisico o psicologico e ogni altro “dannat*” di questa Terra. Tutto questo deve avvenire chiaramente in un’ottica di rottura anticapitalista, antifascista, femminista, internazionalista e anticlericale.

Ovvero nell’ottica dell’instaurazione del socialismo e della conquista del potere da parte di tutt* coloro che il potere borghese ha oppresso e continua ad opprimere.




(1) Con quanto abbiamo detto riguardo al DDL Zan non intendiamo – come fanno altri soggetti politici – rigettare l’importanza di una legge contro l’omo-lesbo-bi-transfobia. Una legge di questo tipo è assolutamente necessaria, urgente, attesa e voluta dalla comunità LGBTQIA+. Semplicemente questa legge non è il DDL Zan (per quanto quest’ultimo possa rappresentare un minuscolo passo avanti rispetto al nulla esistente) per i motivi già citati.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Per un femminismo coerentemente rivoluzionario e anticapitalista

Il Partito Comunista dei Lavoratori scende in piazza in occasione della manifestazione organizzata dal movimento Non Una di Meno a Roma, con un programma di rivendicazioni radicali, per spazzare via le cause della doppia oppressione di genere alla radice.
Il governo M5S-PD si colloca in continuità con i governi precedenti, e la messa in stand-by del DDL Pillon non segna un reale cambio di rotta. Assistiamo di fatto alla chiusura di spazi femministi di autodeterminazione (come Lucha y Siesta a Roma), all’avanzata indisturbata della xenofobia, all’erosione della Legge 194, al fallimento del Codice Rosso, all’aumento degli atti di violenza sessista e omofoba alimentati da un clima di odio maschilista, ai tagli al welfare e ai servizi, alla discriminazione sul lavoro e alla criminalizzazione delle lotte sindacali e delle lotte per la casa.

Noi riteniamo si debbano coniugare, senza tentennamenti, la lotta femminista contro il patriarcato alla lotta anticapitalista, a partire da rivendicazioni chiare e concrete:

• la difesa del lavoro, unico effettivo strumento di autodeterminazione per le donne, con l’abolizione di tutte le leggi che hanno precarizzato il lavoro e ne hanno eliminato le tutele: il Jobs Act e le controriforme degli ultimi vent'anni ci espongono ai ricatti sociali e sessuali; a questo si aggiunge la cancellazione di tutte le controriforme sulle pensioni e il ritorno al sistema pensionistico retributivo;

• la ripartizione del lavoro tra tutte e tutti con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; parità salariale per tutte e tutti;

• la nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici delle imprese che chiudono, inquinano o delocalizzano: ci serve lavoro, non un’elemosina di cittadinanza;

• il salario garantito per chi è in cerca di occupazione, contro ogni forma di reddito di autodeterminazione slegato dalla condizione lavorativa, che non garantisce autonomia, ma al contrario prospetta maggiori possibilità di rinchiudere le donne nell’ambiente domestico;

• un welfare statale che non ci renda schiave all’interno della famiglia, con l’istituzione di un ampio programma di servizi sociali che si prenda in carico l’enorme quantità di lavoro di cura che oggi pesa sulle spalle delle donne, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura.

Inoltre, pretendiamo l’abolizione dell’obiezione di coscienza, nonché la fine delle erogazioni statali alle strutture private. Fuori i religiosi dalla nostra vita e dalla nostra salute! Servono consultori pubblici per le donne e per i soggetti LGBTQIA+, sotto il controllo delle utenti e con accesso a tutte le tecniche per determinare le decisioni sul nostro corpo; vogliamo il libero e gratuito accesso all’interruzione di gravidanza e alla contraccezione. Vogliamo inoltre la cancellazione dei confini e l’eliminazione di tutte le leggi securitarie che opprimono le donne migranti e legittimano le violenze nei loro confronti.

Dobbiamo rigettare con forza ogni organizzazione sociale che produce sfruttati e sfruttatori, che produce povertà in nome del profitto e dalla quale derivi ogni pensiero politico che accetti come “naturale” la povertà e la divisione in classi.

Per questo è necessario che la lotta di genere si saldi alla lotta di classe, contro gli sfruttatori dalla parte di lavoratori e lavoratrici, con l’opposizione a questo governo e alle sue politiche.
Occorre una mobilitazione transfemminista internazionale e la costruzione di un fronte che unisca la lotta contro la violenza di genere alle lotte per la difesa dell’ambiente, perché, proprio come per sconfiggere il patriarcato abbiamo bisogno di una società dove il corpo di nessuna sia più merce e nessuno possa considerare il corpo delle donne una proprietà, per salvaguardare l’ambiente non deve più essere regola del mondo che prima viene il profitto, poi le vite delle persone e la salvaguardia dell’ambiente naturale.
Basta con i corpi in vendita e con lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali!
Occorre una mobilitazione che si unisca alle lotte sindacali, a quelle per la casa, a quelle antifasciste, per rovesciare capitalismo e patriarcato e ricacciare nel passato ogni tentazione di Medioevo.

Solo nella prospettiva anticapitalista e socialista su scala mondiale potremo vivere in un mondo senza violenze e oppressioni di genere.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per un movimento di liberazione LGBTQI+ e di liberazione sessuale

Anticlericale! Anticapitalista! Rivoluzionario! La retata nella notte del 28 giugno 1969 allo Stonewall Inn di New York diede inizio a una lunga lotta per i diritti delle persone LGBTQI+. Contro la repressione poliziesca migliaia di gay scatenarono una battaglia di strada, e sull’onda di quella rivolta le manifestazioni e le associazioni per la difesa dei diritti delle persone con diversi orientamenti sessuali da quelli imposti dall’eterosessualità obbligatoria della morale borghese, videro un salto di qualità e un'internazionalizzazione senza precedenti. 

Il modello capitalista e patriarcale è il principale nemico delle nostre sensibilità, affetti e vite amorose e sessuali. È il sistema economico e sociale diviso in classi e fondato sul profitto che, nella storia, ha imposto un modello di famiglia eterna monogamica eterosessuale e patriarcale. Questo tipo di famiglia e di relazioni derivano da esigenze economiche, dalla necessità di proteggere, accumulare e trasmettere la proprietà privata, per consentire quindi la riproduzione del capitalismo (famiglia come cellula dell'accumulazione capitalista).

Le classi dominanti (capitalisti, banchieri e Chiesa) ed i loro governi difendono questi modelli per difendere i loro interessi, che non sono i nostri! Con la loro ideologia e propaganda, e con le loro leggi, glorificano la famiglia tradizionale, sponsorizzano modelli, valori e relazioni reazionari e degenerati. Nulla a che vedere con esigenze naturali dell'uomo, ma anzi proprio contro la sua natura.

Noi rivendichiamo il superamento della famiglia eterosessuale, della famiglia monogamica e della famiglia patriarcale. Rivendichiamo il superamento dell'attuale morale reazionaria, per una nuova morale basata su valori collettivi e comunitari. Rivendichiamo che il solo legame che consacra l'unione è l'amore, attraverso il libero consenso. Rivendichiamo un “amore multiforme e multicorde”. Rivendichiamo un “eros alato”.
Il movimento LGBTQI+ ha davanti a sé una importante sfida: intrecciare, da un punto di vista di classe, le proprie istanze a quelle dell'antifascismo, del femminismo, del mondo del lavoro, degli studenti e dei migranti, contro un governo reazionario e contro la deriva xenofoba, misogina e omofoba oggi in atto in Italia.

- Piena parità, dignità e libertà, declinate in leggi e diritti come il matrimonio egualitario!

- Per il riconoscimento delle unioni civili e di fatto, nella sua interezza, della genitorialità tanto per i single quanto per le coppie omosessuali!

- Per il riconoscimento delle identità trans, della tutela della salute, e il contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere!

- Contro il ruolo reazionario della Chiesa cattolica! Per l'abolizione del Concordato e di tutte le regalie che concediamo al Vaticano, a partire dalla truffa dell'8x1000 e dall'insegnamento religioso nella scuola pubblica!

- Per una prospettiva anticapitalista e socialista, in Italia e su scala mondiale!

Perché solo il socialismo (contro ogni esperienza controrivoluzionaria dello stalinismo passato, anche nel campo della famiglia, della libertà sessuale e di genere) potrà liberare l’umanità intera dal retaggio oscurantista e reazionario.

Unitevi a questa lotta, unitevi al PCL!
Partito Comunista dei Lavoratori

10 NOVEMBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Sabato, 10 Novembre 2018 alle ore 14.00 - Piazza della Repubblica ROMA

È il momento di reagire, mobilitarsi e unirsi contro gli attacchi del governo, a cui Minniti ha aperto la strada, contro l’escalation razzista e il decreto Salvini che attacca la libertà di tutte e tutti. 
– Per il ritiro immediato del Decreto immigrazione e sicurezza varato dal governo. NO al disegno di legge Pillon. 
– Accoglienza e regolarizzazione per tutti e tutte. 
– Solidarietà e libertà per Mimmo Lucano! Giù le mani da Riace e dalle ONG. 
– Contro l’esclusione sociale. 
– No ai respingimenti, alle espulsioni, agli sgomberi. 
– Contro il razzismo dilagante, la minaccia fascista, la violenza sulle donne, l’omofobia e ogni tipo di discriminazione. 


Il Partito Comunista dei Lavoratori parteciperà alla manifestazione.