
I risultati delle elezioni
amministrative del 31 Maggio misurano una pesante battuta d'arresto del
renzismo. Non necessariamente la sua crisi. Ma la fine della sua
dinamica espansiva e lo sgonfiamento della sua bolla elettorale.
PORTATA E SIGNIFICATO DEL VOTO
Il successo straordinario di Renzi alle elezioni europee non stava
solo nel 41% dei voti riportati. Stava nell'aver bloccato e sconfitto
l'avanzata populista, a danno in particolare del M5S. Questo era il dato
che configurava il renzismo come strumento vincente della governabilità
borghese agli occhi della classe dominante. E al tempo stesso come
strumento di riscatto elettorale agli occhi di ampi settori di popolo
della sinistra disorientati e allo sbando.
Le elezioni del 31 Maggio disperdono quel raccolto. Il PD ritorna a
proporzioni bersaniane (23%). Il M5S conosce una relativa affermazione
(18%, il dato più positivo ottenuto in elezioni amministrative
regionali), pur subendo un'erosione a vantaggio di Salvini. La Lega di
Salvini, soprattutto, mette a frutto il nuovo corso lepenista:
capitalizzando la crisi di FI, sfondando in Centro Italia (v. Toscana e
Marche), trainando elettoralmente in misura determinante la vittoria del
Centrodestra in Liguria ( dove la Lega quadruplica i voti), riportando
un risultato plebiscitario nella roccaforte veneta (dove somma voto a
Zaia e voto a Salvini).
La pretesa di Renzi di ridimensionare la sconfitta subita esibendo
la conquista della maggioranza delle regioni in palio, o dando al
risultato un significato solo “amministrativo”, maschera la realtà. La
competizione regionale mai come in questo caso ha avuto un marchio
politico generale. Mai come in questo caso Renzi ha investito la propria
immagine nella contesa, e l'ha politicamente persa. Lo prova il fatto
che paradossalmente le due principali affermazioni elettorali del PD
(Campania e Puglia) sono state ottenute da capi bastone locali (De Luca e
Emiliano), relativamente autonomi dal renzismo anche se sostenuti da
Renzi. In Liguria dove la competizione coinvolgeva più direttamente che
altrove la figura di Renzi su diverse frontiere dello scontro politico,
la sconfitta è stata inequivocabile. Più in generale il calo verticale
del consenso al PD tra elezioni europee e regionali è riconducibile
prevalentemente all'esperienza politica del governo Renzi, non a fattori
locali.
In questo quadro, la sinistra politica riformista, nelle sue diverse
articolazioni e collocazioni, registra un risultato critico. Con una
indubbia particolarità in Liguria, dove il dato di Pastorino (9%) è
consistente (seppur inferiore alle ambizioni iniziali), frutto anche di
una spaccatura verticale del PD genovese: e tuttavia è significativo lo
scarto amplio tra il voto al candidato presidente (voto personalizzato
anti Paita) e il voto di lista. Nelle Marche, in Campania, in Toscana
(seppur nell'ultimo caso con un risultato più rilevante, 6%) le
sperimentazioni di laboratorio della “sinistra unita” non riescono a
capitalizzare che in misura modesta la crisi del renzismo. Pesa proprio
nel quadro di una competizione politica l'assenza di un riferimento
politico nazionale capace di polarizzare e motivare il voto “a
sinistra”, oltre alla zavorra d'immagine di sconfitte e compromissioni
passate. La crescita consistente e relativamente uniforme
dell'astensione a sinistra è assai indicativa, a conferma della tendenza
già registrata nelle elezioni regionali dell'Emilia Romagna lo scorso
autunno.
Complessivamente il dato elettorale fotografa dunque uno scenario
politico negativo: la crisi del renzismo è fondamentalmente
capitalizzata a destra; le lotte contro il Job Act e la “buona scuola”
non trovano una espressione rilevante, attiva e autonoma, a sinistra.
L'astensione registra prevalentemente un sentimento di sfiducia passiva
in più ampi settori del popolo di sinistra.
LA CRISI DEL “PARTITO DELLA NAZIONE”
Il progetto del Partito della Nazione registra una difficoltà
evidente. Il fine dell'operazione era ed è quello di combinare la
preservazione del blocco sociale tradizionale del centrosinistra (parte
della classe operaia industriale, lavoratori del settore pubblico e
pensionati) con lo sfondamento nel blocco sociale del centro destra
(piccola e media impresa). Su entrambi i versanti l'operazione segna il
passo.
Sul versante del lavoro dipendente, dopo la tele vendita degli 80
euro, la politica del governo paga il costo sociale della guerra vinta
contro l'articolo 18, lo scontro frontale col grande sciopero della
scuola, il contenzioso sulle pensioni. Il vecchio blocco sociale del PD è
stato investito da una frana di consensi su ogni lato.
Sul versante del blocco sociale di centrodestra, i vantaggi
assicurati con lo sgravio dell'Irap e dei contributi alle imprese è
compensato dalla difficoltà di ridurre la tassazione immobiliare e dal
peso elettorale della questione migranti. La conseguenza è semplice:
Renzi non riesce a capitalizzare la crisi verticale di Forza Italia che
va tutta a beneficio della Lega. Mentre il consenso elettorale del
centrodestra complessivamente inteso non solo tiene ma si espande.
Questa battuta d'arresto rivela in realtà una questione di fondo: la
difficoltà del renzismo ad alimentare il proprio populismo di governo.
Dopo l'operazione strutturale degli 80 euro, dopo la sgravio fiscale e
contributivo legato al Job Act, il governo non trova altra benzina per
nutrire il Partito della Nazione. L'operazione tentata con la
restituzione anticipata del TFR ha fatto un flop clamoroso (500
richiedenti in tutta Italia contro la previsione governativa di un 50%
di lavoratori interessati): perché la tassazione imposta per ragioni di
cassa l'ha resa svantaggiosa. Il DEF del 2015 è altrettanto indicativo.
Il “tesoretto” sperato si è dissolto sotto i colpi della Corte
Costituzionale (pensioni) e sotto l'effetto di trascinamento finanziario
delle operazioni precedenti. La crescita ulteriore del debito pubblico
non consente all'Italia di negoziare in sede UE lo sfondamento del tetto
del 3% sul deficit (concesso invece alla Francia). Mentre l'uscita
dalla recessione del capitalismo italiano fatica a trasformarsi in reale
ripresa (la crescita del 0,1% nel primo trimestre 2015 è dovuta alla
crescita degli investimenti fissi lordi, non dei consumi finali; e la
crescita degli investimenti a sua volta è quasi interamente dovuta alla
FIAT). In questo quadro il governo non riesce a capitalizzare come
avrebbe voluto la combinazione fortunata del calo dell'euro, del prezzo
del petrolio, degli interessi sul debito pubblico (legato al
quantitative easing della BCE). Mentre la crisi greca minaccia ricadute
sui titoli pubblici italiani, e nuove sentenze della Corte istituzionale
sono in attesa, con le relative incognite, su partite finanziarie
consistenti ( blocco degli stipendi pubblici).
RICADUTE E INCOGNITE DEL DOPO VOTO
Il populismo si conferma dunque come delizia e croce del governo
Renzi. Nessuna altra forma di governo ha dovuto il proprio successo al
richiamo populista quanto il renzismo. Ma proprio per questo il destino
del renzismo è affidato alla capacità di alimentarlo. L'intera
costruzione del renzismo si fonda sulla raccolta del consenso. Il
consenso non è solo il fine della politica di Renzi. E' la leva della
sua ambizione bonapartista. E' il mezzo di cui Renzi si serve per
scavalcare la relazione coi corpi intermedi della società (sindacati e
Confindustria), puntando al diretto rapporto di massa; per riequilibrare
i rapporti di forza con altri poteri dello Stato (Magistratura e
Presidenza della Repubblica); per polarizzare attorno al proprio
progetto un diffuso trasformismo politico negli stessi ambienti
parlamentari (fuori e dentro il PD); per ottenere uno spazio negoziale
in Europa. Il consenso è insomma la leva centrale del rapporto di forza
tra l'aspirante Bonaparte e ogni suo interlocutore o avversario. Ma
proprio per questo una crisi di consenso potrebbe investire il renzismo
più di ogni altro fenomeno politico. Se cede il consenso cede
l'architrave delle fortune del Capo. E un effetto domino rischia in quel
caso di rovinargli addosso, con la stessa precipitazione della sua
fulminea scalata.
E' presto per valutare se e in che misura l'esito del voto del 31
Maggio avrà effetti sulla vicenda politico parlamentare. I passaggi
delicati al Senato su Riforma istituzionale e scuola saranno una prima
occasione di verifica. L'impressione è che l'assenza di alternative al
renzismo sul piano degli equilibri parlamentari consenta al governo uno
spazio di tenuta e di navigazione. Lo stesso esito del voto non
prefigura altre soluzioni politiche disponibili a breve per la classe
dominante: Confindustria mantiene l'appoggio al governo che più la
ignora ma che più ha dato ai padroni; la stampa borghese, con a capo
Repubblica, mantiene la scelta di investire su Renzi; lo stesso crollo
di Forza Italia, e la crescita parallela di grillismo e salvinismo,
rafforzano l'appoggio obbligato a Renzi da parte del capitale
finanziario quale unico strumento di governabilità. Né Renzi,
presumibilmente, cambierà registro della propria politica e della
propria ambizione. Il referendum istituzionale del 2016 resta nel suo
disegno l'”appuntamento con la storia”: l'incoronamento plebiscitario
del Presidente, la fondazione del nuovo Premierato in pectore.
E tuttavia la battuta d'arresto del 31 Maggio disegna la linea di
una prima crepa importante di tale progetto. Lo spazio di una
stabilizzazione reazionaria “di regime” attorno a Renzi, che poteva
aprirsi dopo la sua vittoria sull'articolo 18, si fa assai più
problematico.
Mentre proprio il panorama politico tripartito fra populismi
reazionari rivali quale emerge dal voto conferma il punto di fondo: solo
l'irruzione sulla scena del movimento operaio può capitalizzare a
vantaggio dei lavoratori le difficoltà di Renzi, scomponendo i blocchi
populisti e aprendo dal basso uno scenario nuovo. Diversamente quelle
stesse difficoltà saranno il trampolino di altre soluzioni reazionarie,
contro gli operai e tutti gli sfruttati.
IN QUESTO CONTESTO, IL RISULTATO DEL PCL
In conclusione, qualche notizia sul risultato elettorale del PCL. Ci
siamo presentati in un numero limitato di Regioni, a causa delle
astruse e antidemocratiche normative elettorali che, proprio per queste
elezioni, rendono necessario la raccolta di un numero improponibile di
firme (nelle realtà con molte provincie, anche nell’ordine di decine di
migliaia). Eravamo presenti quindi solo in Umbria e in Liguria.
In Umbria, eravamo in lista con Casa Rossa di Spoleto, associazione
politica locale con cui si è a lungo collaborato in questi anni: abbiamo
raccolto lo 0,5% (poco meno che alle politiche del 2013, quando si era
ottenuto lo 0,7%), a fronte dell’1,6% di Umbria per un’altra Europa
(alternativa al PD) e il 2,6% di Se
In Liguria abbiamo visto una dinamica più articolata. Al voto erano
infatti presenti tre diversi candidati di sinistra: Luca Pastorino (che
riuniva componenti in uscita del PD con il grosso della sinistra di
Rifondazione, Sel e Tsipras), Matteo Piccardi (del PCL) e Antonio Bruno
(AltraLiguria, che riuniva componenti di Tsipras e della sinistra
ligure, in particolare impegnate nella difesa dell’ambiente e del
territorio, critiche con i partiti e la candidatura Pastorino). Matteo
Piccardi ha ottenuto lo 0,8%, la lista del PCL lo 0,6% (ma in sole due
provincie, Genova e Savona; la lista circoscrizionale era infatti
assente ad Imperia e La Spezia). Un buon risultato, quindi, in
particolare in confronto a quello delle altre forze: se Pastorino ha
raccolto un certo consenso (9%), le liste che lo hanno sostenuto molto
meno (4,1% rete a sinistra, 2,5 % la lista Pastorino); l’AltraLiguria di
Bruno (lista e candidato) ha raccolto solo lo 0,7%, dietro al PCL
nonostante l’appoggio di diverse forze, compresa Sinistra
Anticapitalista. Un risultato limitato, quindi, per il numero di
realtà in cui siamo stati al voto, oltre che per i consensi ricevuti. Ma
un risultato positivo: pur essendo una piccola forza, oramai cancellati
dai media (anche da quelli di sinistra), abbiamo dimostrato che è
ancora in campo una prospettiva comunista e rivoluzionaria.
L (in alleanza con il PD). Per dare
un metro di paragone, nelle scorse elezioni regionali il PCL non si era
presentato, la FdS aveva il 6,9% e Sel il 3,4% (entrambi in alleanza con
il PD).
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI