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Sabato 10 febbraio tutte e tutti a Macerata!
♠ in ANPI,antifascismo,ARCI,CGIL,Di Maio,Gentiloni,Libera,M5S,Macerata,manifestazione nazionale,Minniti,PD,Salvini
Contro le aggressioni fasciste, la necessità di una risposta classista
Il Partito Comunista dei Lavoratori aderisce e partecipa al corteo antifascista di Macerata del 10 febbraio
I fatti di Macerata vanno presi per quello che sono: una mano fascista, armata dal razzismo, ha sparato ferendo sei persone di nazionalità africana. A loro, in primo luogo, va tutta la nostra solidarietà classista e internazionalista.
La verità dietro ai fatti è che le politiche dominanti degli ultimi decenni hanno arato il terreno in favore della peggior destra, accumulando miseria e disperazione sociale a tutto vantaggio del profitto, dirottando la rabbia sociale contro i migranti, per impedire che venga invece rivolta contro i padroni, legittimando la xenofobia ed il razzismo, con politiche di segregazione e umiliazione dei migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, fino alle recenti imprese del ministro Minniti, che ha siglato accordi criminali con i tagliagole libici in nome della “sicurezza”.
Non è un caso che nel giro di poche ore nel panorama del dibattito pubblico sia passato dalle ipocrite parole di condanna di Gentiloni, Renzi e del Movimento 5 Stelle alla surreale discussione sulla “bomba sociale” dei migranti, attraverso cui tutti i principali partiti legittimano ulteriormente la visione distorta e razzista del migrante come nemico, problema, fastidio.
La prolungata crisi sociale che investe il nostro paese si è coniugata col riflusso drammatico del movimento operaio e della sua capacità di mobilitazione, per principale responsabilità delle sue direzioni politiche e sindacali e questo ha prodotto sulla lunga distanza contraccolpi politici gravi.
Lo scenario politico che ci apprestiamo a vivere a ridosso della tornata elettorale in cui le tre destre in competizione tra loro (renzismo, salvinismo, grillismo) è in fondo anche il risultato dell'arretramento della classe lavoratrice, della sua coscienza, della sua rappresentanza politica, della sua capacità d'azione indipendente.
Ciò ha prodotto la scomparsa nell'immaginario di massa dello scontro di classe e la sua sostituzione con le mitologie dell'opposizione alla casata, della sovranità nazionale, dell'invasione dei migranti da cui proteggere lavoro, risparmi, sicurezza. Su questi terreni gli opposti concorrenti al governo giocano buona parte della loro fortuna, ma è lo stesso terreno in cui pascolano le organizzazioni fasciste. Il fatto nuovo non sono le azioni fasciste in quanto tali, ma il vento di opinione pubblica reazionario, per quanto ancora principalmente passivo, in cui queste azioni operano e da cui traggono forza e giovamento.
I fascisti lavorano in fondo a capitalizzare a proprio vantaggio, in termini elettorali e militanti, la seminagione dei populismi reazionari. Se tutti gli attori politici (Minniti, Salvini, Di Maio) seminano l'idea dell'”invasione” dei migranti - chi sfoderando poteri di polizia, chi promettendo la loro cacciata una volta al governo - i fascisti montano a cavallo di questa idea passando alle vie di fatto, ossia contrapponendo l'azione esemplare di “liberazione dagli invasori” alla pura "propaganda dei politicanti". Su questa linea mirano a conquistare e organizzare la punta estrema del sentimento xenofobo, e dove possibile delle proteste. I partiti fascisti vanno ben al di là di un generico populismo reazionario a fini elettorali. Configurano vere e proprie organizzazioni di combattimento: oggi prevalentemente contro i migranti, domani contro il movimento operaio e le sue organizzazioni.
Il sentimento popolare di frustrazione sociale, sedimentato da decenni di crisi capitalista e privato di un riferimento a sinistra, diventa dunque il brodo di coltura della destra peggiore, il suo terreno di radicamento e reclutamento combattente.
In questo quadro è gravissima, scellerata, la scelta di ANPI, ARCI, CGIL e Libera di ritirarsi dalla mobilitazione di sabato su richiesta del sindaco di Macerata. È la rinuncia in partenza ad una possibile dinamica di massa, l'ennesima subordinazione al PD e alle sue amministrazioni, in nome di una pace sociale che pace non è, ma è la guerra dei padroni contro i lavoratori e dei fascisti contro gli ultimi di questa società. Non può nemmeno stupire l'intervento repressivo del Ministro Minniti, sempre più calato nel suo ruolo di sceriffo. Di fronte a tutto questo non può esserci alcun passo indietro, anzi la risposta deve essere ancor più determinata e di massa.
Il rilancio dell'antifascismo richiede, innanzitutto, il recupero di una politica di classe e anticapitalista. Liberare i lavoratori dai veleni populisti è un compito centrale di questa politica.
Solo una classe che recupera la coscienza dei propri interessi, che ricostruisce e unifica la propria forza, che sviluppa la propria opposizione sociale e di massa alla classe sociale dominante, può scrollarsi di dosso i pregiudizi reazionari che hanno attecchito nella lunga stagione del riflusso, imporre un'altra agenda pubblica, e approfondire per questa via le contraddizioni interne dei blocchi sociali populisti.
Solo un programma d'azione che metta in discussione la dittatura dei capitalisti (a partire dalla ripartizione del lavoro, dall'abolizione del debito pubblico, dalla nazionalizzazione delle banche senza indennizzo per i grandi azionisti, dall'esproprio delle aziende che licenziano...) può ricomporre attorno alla classe lavoratrice l'unità di tutti gli sfruttati, recidendo alla radice le suggestioni xenofobe figlie della solitudine e della divisione.
La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo. Il capitalismo è miseria sociale e morale. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.
Saremo a Macerata, sabato 10 febbraio, per portare questa prospettiva nella battaglia antifascista.
La verità dietro ai fatti è che le politiche dominanti degli ultimi decenni hanno arato il terreno in favore della peggior destra, accumulando miseria e disperazione sociale a tutto vantaggio del profitto, dirottando la rabbia sociale contro i migranti, per impedire che venga invece rivolta contro i padroni, legittimando la xenofobia ed il razzismo, con politiche di segregazione e umiliazione dei migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, fino alle recenti imprese del ministro Minniti, che ha siglato accordi criminali con i tagliagole libici in nome della “sicurezza”.
Non è un caso che nel giro di poche ore nel panorama del dibattito pubblico sia passato dalle ipocrite parole di condanna di Gentiloni, Renzi e del Movimento 5 Stelle alla surreale discussione sulla “bomba sociale” dei migranti, attraverso cui tutti i principali partiti legittimano ulteriormente la visione distorta e razzista del migrante come nemico, problema, fastidio.
La prolungata crisi sociale che investe il nostro paese si è coniugata col riflusso drammatico del movimento operaio e della sua capacità di mobilitazione, per principale responsabilità delle sue direzioni politiche e sindacali e questo ha prodotto sulla lunga distanza contraccolpi politici gravi.
Lo scenario politico che ci apprestiamo a vivere a ridosso della tornata elettorale in cui le tre destre in competizione tra loro (renzismo, salvinismo, grillismo) è in fondo anche il risultato dell'arretramento della classe lavoratrice, della sua coscienza, della sua rappresentanza politica, della sua capacità d'azione indipendente.
Ciò ha prodotto la scomparsa nell'immaginario di massa dello scontro di classe e la sua sostituzione con le mitologie dell'opposizione alla casata, della sovranità nazionale, dell'invasione dei migranti da cui proteggere lavoro, risparmi, sicurezza. Su questi terreni gli opposti concorrenti al governo giocano buona parte della loro fortuna, ma è lo stesso terreno in cui pascolano le organizzazioni fasciste. Il fatto nuovo non sono le azioni fasciste in quanto tali, ma il vento di opinione pubblica reazionario, per quanto ancora principalmente passivo, in cui queste azioni operano e da cui traggono forza e giovamento.
I fascisti lavorano in fondo a capitalizzare a proprio vantaggio, in termini elettorali e militanti, la seminagione dei populismi reazionari. Se tutti gli attori politici (Minniti, Salvini, Di Maio) seminano l'idea dell'”invasione” dei migranti - chi sfoderando poteri di polizia, chi promettendo la loro cacciata una volta al governo - i fascisti montano a cavallo di questa idea passando alle vie di fatto, ossia contrapponendo l'azione esemplare di “liberazione dagli invasori” alla pura "propaganda dei politicanti". Su questa linea mirano a conquistare e organizzare la punta estrema del sentimento xenofobo, e dove possibile delle proteste. I partiti fascisti vanno ben al di là di un generico populismo reazionario a fini elettorali. Configurano vere e proprie organizzazioni di combattimento: oggi prevalentemente contro i migranti, domani contro il movimento operaio e le sue organizzazioni.
Il sentimento popolare di frustrazione sociale, sedimentato da decenni di crisi capitalista e privato di un riferimento a sinistra, diventa dunque il brodo di coltura della destra peggiore, il suo terreno di radicamento e reclutamento combattente.
In questo quadro è gravissima, scellerata, la scelta di ANPI, ARCI, CGIL e Libera di ritirarsi dalla mobilitazione di sabato su richiesta del sindaco di Macerata. È la rinuncia in partenza ad una possibile dinamica di massa, l'ennesima subordinazione al PD e alle sue amministrazioni, in nome di una pace sociale che pace non è, ma è la guerra dei padroni contro i lavoratori e dei fascisti contro gli ultimi di questa società. Non può nemmeno stupire l'intervento repressivo del Ministro Minniti, sempre più calato nel suo ruolo di sceriffo. Di fronte a tutto questo non può esserci alcun passo indietro, anzi la risposta deve essere ancor più determinata e di massa.
Il rilancio dell'antifascismo richiede, innanzitutto, il recupero di una politica di classe e anticapitalista. Liberare i lavoratori dai veleni populisti è un compito centrale di questa politica.
Solo una classe che recupera la coscienza dei propri interessi, che ricostruisce e unifica la propria forza, che sviluppa la propria opposizione sociale e di massa alla classe sociale dominante, può scrollarsi di dosso i pregiudizi reazionari che hanno attecchito nella lunga stagione del riflusso, imporre un'altra agenda pubblica, e approfondire per questa via le contraddizioni interne dei blocchi sociali populisti.
Solo un programma d'azione che metta in discussione la dittatura dei capitalisti (a partire dalla ripartizione del lavoro, dall'abolizione del debito pubblico, dalla nazionalizzazione delle banche senza indennizzo per i grandi azionisti, dall'esproprio delle aziende che licenziano...) può ricomporre attorno alla classe lavoratrice l'unità di tutti gli sfruttati, recidendo alla radice le suggestioni xenofobe figlie della solitudine e della divisione.
La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo. Il capitalismo è miseria sociale e morale. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.
Saremo a Macerata, sabato 10 febbraio, per portare questa prospettiva nella battaglia antifascista.
Partito Comunista dei Lavoratori
L'agguato razzista di Macerata e i suoi responsabili
♠ in fascismo,Forza Nuova,Gentiloni. M5S,lega nord,Macerata,migranti,Minniti,per una sinistra rivoluzionaria,razzismo,Renzi,Salvini,Traini
A Macerata un fascista armato dal razzismo, già candidato di Salvini, ha fatto fuoco contro sei persone di nazionalità africana, cui va innanzitutto la nostra piena solidarietà. Il tentativo di Salvini di usare questa aggressione xenofoba per rilanciare la propria campagna razzista è odioso. E ancor più nauseante è l'appoggio entusiasta di Forza Nuova all'aggressore criminale, a riprova del suo timbro fascista.
La verità è che le politiche dominanti di questi anni e decenni hanno arato il terreno della destra peggiore. Sia accumulando miseria e disperazione sociale a vantaggio del profitto, sia dirottando la rabbia sociale contro gli immigrati per impedire che si rivolga contro i capitalisti, sia legittimando la xenofobia con le politiche di segregazione e umiliazione dei migranti. Incluse le politiche del rifiuto: rifiuto di canali umanitari, di una accoglienza dignitosa, di diritti elementari. Gli accordi criminali stipulati da Minniti con le bande dei tagliagola libici per segregare decine di migliaia di migranti in luoghi di tortura e stupri, nel nome della “sicurezza”, hanno concorso pienamente alla legittimazione del razzismo. Perché non è razzista solo il criminale che spara sugli immigrati. Razzista è anche il sottofondo politico e culturale che ha armato la sua mano.
Per queste ragioni non sappiamo che farcene delle parole ipocrite di condanna da parte di Gentiloni, di Matteo Renzi, o del M5S, che ha gareggiato cinicamente con la Lega nel corteggiamento della xenofobia. La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo. Il capitalismo è miseria sociale e morale. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.
Sono, in fondo, le ragioni per una sinistra rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori
Genova Antifascista: 5000 persone in piazza contro fascisti Lega e Partito Democratico
♠ in 3 febbraio 2018,ANPI,antifascismo,Bucci,Casapound,CGIL,corteo,fascismo,Genova antifascista,LegaNord,M5S,PD
Con una piattaforma radicale e anticapitalista e senza l'adesione di CGIL e ANPI
Tra le varie cronache ed i diversi resoconti pubblicati sul corteo antifascista non emerge in modo netto la più importante.
A Genova il 3 febbraio si è assistito a qualcosa di nuovo che ha travalicato i consueti schemi dell'antifascismo di protesta o di testimonianza su cui da anni si fondano queste manifestazioni. Per la prima volta le molte anime antifasciste della città riunite, in assemblea permanente, hanno elaborato una piattaforma politica comune, condividendo le cause alla base della proliferazione fascista e le rivendicazioni politiche necessarie per contrastare il fenomeno.
Associazioni, organizzazioni politiche, sindacati di base, centri sociali, movimenti di vario tipo, cittadini, portatori di diverse specificità, hanno trovato unità acquistando una dimensione di progettualità politica e di intervento. L'onda lunga di questo percorso ha investito ed aperto un dibattito all'interno di due grandi istituzioni come CGIL ed Anpi che non hanno aderito ufficialmente al corteo per non schierarsi apertamente contro le politiche del PD, una tragica contraddizione con cui queste due organizzazioni dovranno presto fare i conti: o schierarsi con un antifascismo coerente, classista e quindi dalla parte degli sfruttati, o schierarsi con l'antifascismo di carta e di facciata delle organizzazioni padronali complici della macelleria sociale, delle politiche razziste e delle restrizioni ai diritti sindacali e di sciopero.
La presenza di molti iscritti, in alcuni casi caratterizzati in modo chiaro con l’adesione della corrente di minoranza CGIL “Sindacato è un’altra cosa”, evidenziano le criticità e le fratture all’interno delle due organizzazioni e la dimostrazione che esiste una base disposta a mobilitarsi su parole d'ordine radicali. Questo è sicuramente uno dei dati principali di quella giornata e della sfida di Genova Antifascista e di quella piattaforma politica di convocazione del corteo.
La riuscita della manifestazione e la grande partecipazione dimostrano che il percorso seguito è quello giusto. E' indispensabile continuare a confrontarsi per creare un fronte comune sempre più ampio che sia in grado di organizzarsi per lavorare in modo capillare nei quartieri e nei luoghi di lavoro indicando una risposta politica credibile alla classe lavoratrice e alle classi subalterne, che vittime della crisi rischiano di diventare anche vittime dell'illusorio e pericoloso populismo di destra, sia esso nella forma della LegaNord che in quella più cittadinista del Movimento5Stelle.
La lotta continua, per la costruzione di un fronte unico di massa e di classe, per raggiungere la mobilitazione generale, sostenuta da uno sciopero generale politico, contro la minaccia delle organizzazioni neofasciste, contro le giunte di Toti e di Bucci, complici e disposte a legittimare,coprire e finanziare queste guardie armate della reazione e contro le politiche e i governi del Partito Democratico.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si è impegnato dall'inizio contribuendo politicamente e fattivamente alla costruzione di questo percorso, così come si è impegnato nella costruzione del corteo ed insieme ad altri compagni nello svolgimento del servizio d'ordine che ha neutralizzato i tentativi di provocazione esterna e garantito la sua regolare conclusione, per mandare forte e chiaro il messaggio politico su cui si fondava quella giornata di lotta.
Le dichiarazioni di Bucci sulle due vetrine rovinate mettono solo ulteriormente in mostra la connivenza di queste giunte con le violenze fasciste. Da una parte si cerca di ridimensionare la gravità di un tentato omicidio per accoltellamento in seguito ad un atto squadrista e vile, cercando di deresponsabilizzare CasaPound rispetto all'agito criminale dei propri militanti, dall'altra ci si scandalizza e ci si preoccupa per i costi che dovranno sostenere una banca e un agenzia immobiliare per riparare due vetrine, tentando di offuscare il significato e la forza di oltre 5000 persone in piazza e del loro messaggio politico.
Il 3 febbraio è nata una nuova forza protagonista nel panorama cittadino, e non la si potrà ignorare.
A Genova il 3 febbraio si è assistito a qualcosa di nuovo che ha travalicato i consueti schemi dell'antifascismo di protesta o di testimonianza su cui da anni si fondano queste manifestazioni. Per la prima volta le molte anime antifasciste della città riunite, in assemblea permanente, hanno elaborato una piattaforma politica comune, condividendo le cause alla base della proliferazione fascista e le rivendicazioni politiche necessarie per contrastare il fenomeno.
Associazioni, organizzazioni politiche, sindacati di base, centri sociali, movimenti di vario tipo, cittadini, portatori di diverse specificità, hanno trovato unità acquistando una dimensione di progettualità politica e di intervento. L'onda lunga di questo percorso ha investito ed aperto un dibattito all'interno di due grandi istituzioni come CGIL ed Anpi che non hanno aderito ufficialmente al corteo per non schierarsi apertamente contro le politiche del PD, una tragica contraddizione con cui queste due organizzazioni dovranno presto fare i conti: o schierarsi con un antifascismo coerente, classista e quindi dalla parte degli sfruttati, o schierarsi con l'antifascismo di carta e di facciata delle organizzazioni padronali complici della macelleria sociale, delle politiche razziste e delle restrizioni ai diritti sindacali e di sciopero.
La presenza di molti iscritti, in alcuni casi caratterizzati in modo chiaro con l’adesione della corrente di minoranza CGIL “Sindacato è un’altra cosa”, evidenziano le criticità e le fratture all’interno delle due organizzazioni e la dimostrazione che esiste una base disposta a mobilitarsi su parole d'ordine radicali. Questo è sicuramente uno dei dati principali di quella giornata e della sfida di Genova Antifascista e di quella piattaforma politica di convocazione del corteo.
La riuscita della manifestazione e la grande partecipazione dimostrano che il percorso seguito è quello giusto. E' indispensabile continuare a confrontarsi per creare un fronte comune sempre più ampio che sia in grado di organizzarsi per lavorare in modo capillare nei quartieri e nei luoghi di lavoro indicando una risposta politica credibile alla classe lavoratrice e alle classi subalterne, che vittime della crisi rischiano di diventare anche vittime dell'illusorio e pericoloso populismo di destra, sia esso nella forma della LegaNord che in quella più cittadinista del Movimento5Stelle.
La lotta continua, per la costruzione di un fronte unico di massa e di classe, per raggiungere la mobilitazione generale, sostenuta da uno sciopero generale politico, contro la minaccia delle organizzazioni neofasciste, contro le giunte di Toti e di Bucci, complici e disposte a legittimare,coprire e finanziare queste guardie armate della reazione e contro le politiche e i governi del Partito Democratico.
Il Partito Comunista dei Lavoratori si è impegnato dall'inizio contribuendo politicamente e fattivamente alla costruzione di questo percorso, così come si è impegnato nella costruzione del corteo ed insieme ad altri compagni nello svolgimento del servizio d'ordine che ha neutralizzato i tentativi di provocazione esterna e garantito la sua regolare conclusione, per mandare forte e chiaro il messaggio politico su cui si fondava quella giornata di lotta.
Le dichiarazioni di Bucci sulle due vetrine rovinate mettono solo ulteriormente in mostra la connivenza di queste giunte con le violenze fasciste. Da una parte si cerca di ridimensionare la gravità di un tentato omicidio per accoltellamento in seguito ad un atto squadrista e vile, cercando di deresponsabilizzare CasaPound rispetto all'agito criminale dei propri militanti, dall'altra ci si scandalizza e ci si preoccupa per i costi che dovranno sostenere una banca e un agenzia immobiliare per riparare due vetrine, tentando di offuscare il significato e la forza di oltre 5000 persone in piazza e del loro messaggio politico.
Il 3 febbraio è nata una nuova forza protagonista nel panorama cittadino, e non la si potrà ignorare.
Partito Comunista dei Lavoratori - Sez. Genova
AMAZON:Ipersfruttamento, controllo pervasivo, precarietà e ricatto
♠ in Amazon,Berzos,braccialetto elettronico,CGIL,DHL,DiMaio,Fincantieri,Fratelli d'Italia,JobsAct,Liber&Uguali,M5S,PD,per una sinistra rivoluzionaria,Poletti,PosteItaliane,Salvini,SDA,TNT
L'azienda multinazionale agisce con i pieni poteri concessi dal JobsAct nella giungla del libero mercato.
E' ormai noto a tutti coloro che non vogliono chiudere gli occhi davanti all'evidenza cosa significhi lavorare nei settori della logistica e affini nell'era della precarietà assoluta, dello smantellamento dei diritti sindacali, del logoramento delle condizioni salariali, dell'aumento dei carichi di lavoro accompagnato dai tagli al personale e dall'aumento della disoccupazione, del sindacalismo addomesticato e neutralizzato a semplice gestore del malcontento nei processi di aggressione frontale da parte di padronato e amministrazioni.
Turni massacranti e ritmi alienanti e pericolosi per la salute; continue pressioni ad uscire al di fuori dell'orario di lavoro ordinario per sopperire ad una organica e voluta carenza di personale per poter aumentare le quote di profitto estrapolate dal lavoro dei dipendenti; precarietà in crescita che aumenta masse di lavoratori ricattabili a cui è possibile chiedere ogni tipo di prestazione extra e, perchè no, illegittima, non retribuita o in nero; controllo pervasivo dei movimenti, dei ritmi, dei minimi errori, del livello di produttività e degli obiettivi senza la minima considerazione delle variabili umane (stanchezza, malattia, genitorialità, distrazione, fatica etc); pause negate e criminalizzate.
Così, da varie inchieste, emergono dati sconcertanti: turni fino a 55 ore settimanali e fino a 10 ore consecutive; dai 6 ai 9 secondi per imballaggio a disposizione per raggiungere obiettivi di 300 articoli all'ora, non più di 30 secondi per l'impacchettamento; lavorazioni a cottimo che possono portare il pagamento a 8 centesimi a "pezzo"; ritorsioni, sanzioni disciplinari e mobbing contro chi non garantisce piena disponibilità ad ogni tipo di pressione o richiesta.
A documentare questi dati sono le testate giornalistiche più importanti, alcune sicuramente interessate a colpire un concorrente dei propri finanziatori, semplicemente perchè questi ultimi vorrebbero poter accedere e raggiungere lo stesso livello di aggressione, temendo però l'eccessiva spudoratezza del nuovo magnate del settore. Le inchieste perciò arrivano dal NewYorkTimes, dal Mirror, dal Guardian, da Linkiesta, da LaStampa, dall'Espresso etc.
L'altro dato, non meno importante, riguarda le relazioni sindacali. L'azienda regolarmente rifiuta, nega o rimanda gli incontri con i sindacati, anche i concertativi ed "affidabili" CGIL-CISL-UIL, tentando di delegittimare lo strumento della contrattazione collettiva e del confronto con i lavoratori in quanto classe, ricercando il diretto contatto e "dialogo" con il singolo lavoratore, per "accoglierne" le esigenze riconducendole e corregendole entro la logica aziendale, per farlo ragionare su quanto i disegni siano più grandi e di come la grande famiglia possa sopravvivere solo con i sacrifici e gli sforzi di tutti. Poco importa se questi "sforzi" ricadano esclusivamente su lavoratori da 1.000 euro netti al mese, i benefici si concentrano tutti nel patrimonio di Jeff Bezos che si stima tra i 105 (stima Bloomberg) e i 125 (Stima Forbes) miliardi di dollari.
Tutto ciò non è nulla di nuovo, e non è nemmeno patrimonio esclusivo di Amazon e del patron Jeff Bezos, che su questo impero di sfruttamento di avanguardia si è costruito il patrimonio e la ricchezza che lo ha portato al primo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Condizioni e tendenze simili, in alcuni casi anche peggiori, sono registrabili in tutte le aziende di logistica in cui la giungla delle cooperative rende il tutto anche più intricato e continuamente spinto oltre ogni parvenza di distinzione tra legalità e illegalità, con vere e proprie truffe ai danni dei lavoratori e della previdenza pubblica. E' così quindi in TNT, DHL, BRT, SDA, FedEx, FERCAM etc. Lo sta diventando anche nella più grande azienda italiana, al momento ancora sotto controllo pubblico, il Gruppo PosteItaliane (proprietario al 100%, peraltro, di SDA).
Ora sconcerta l'ultima grande invenzione e brevetto che in casa Amazon vogliono far proprio: il braccialetto per il controllo dei movimenti, dei ritmi e delle azioni del dipendente, un braccialetto che possa inviare anche vibrazioni e messaggi al lavoratore non appena commetta un errore o faccia qualcosa di non permesso dall'azienda. Insomma si passa dal lavoro schiavizzato al lavoro del controllo pervasivo e totalitario, la robotizzazione dell'essere umano trasformato in un carcerato controllato sul lavoro e, perchè no, attraverso social e tecnologie, nel privato (non sono rari i casi di regolamenti interni aziendali in cui si avvertono i dipendenti di sanzioni in caso di diffusione di informazioni o commenti che possano danneggiare l'immagine dell'azienda sui social – per cui non solo non è possibile scioperare e sindacalizzarsi ma addirittura nemmeno lamentarsi delle condizioni di lavoro).
l' ipocrisia peggiore si registra nel coro dei vari esponenti dei partiti confindustriali e padronali, nella maggior parte dei casi gli stessi che si sono fatti promotori e sostenitori di politiche e decreti sul lavoro che hanno incentivato e permesso tutto questo, dando mano libera e carta bianca alla costante tendenza del mercato e dei capitali di schiacciare e schiavizzare il mondo del lavoro per poter estrapolare quote sempre maggiori di profitto e sfruttamento. A partire proprio dagli esponenti del Partito Democratico il cui Jobs Act, assieme al decreto Poletti, ha aperto alla totale precarizzazione del lavoro trasformando in precario anche il contratto a tempo indeterminato grazie alle "tutele crescenti", ha cancellato la possibilità di vedere un reintegro in caso di licenziamenti illegittimi con la cancellazione dell'art.18 e ha allargato la platea di giustificazioni aziendali con cui coprire tagli e licenziamenti, prima illegittimi, rendendo quasi incontestabili legalmente gli esuberi di massa e lo scarico sui lavoratori dei rischi aziendali. Infine, proprio il JobsAct, ha aperto alla possibilità per le aziende di controllare il lavoratore a 360°, dagli spostamenti alle comunicazioni private.
Non per nulla già un primo sciopero su questo tema si registrò il 24 Marzo 2015 in Fincantieri, sciopero che coinvolse i cantieri di Muggiano (La Spezia), di Riva Trigoso e di Sestri Ponente, perchè l'azienda voleva installare dei microchip negli scarponi dei lavoratori per controllarne spostamenti e ritmi.
Non solo. Questi governi, con il consenso bipartisan, hanno neutralizzato legalmente il ruolo del sindacato relegandolo a semplice sottoscrittore delle scelte padronali, accolto ai tavoli di trattativa solo se accetta la condizione di ricoprire il ruolo ritagliato nel teatrino delle trattative per smussare alcuni angoli, far fare qualche sfogo illusorio ai propri iscritti con qualche ora di sciopero isolata e portare a compimento i progetti aziendali e governativi. Tutte le sigle che non stanno a questa logica saranno escluse aprioristicamente dai salotti delle chiacchere concertative, tutti i lavoratori che esprimono risentimento e conflittualità che possono mettere in discussione questo copione devono essere prima di tutto "ricondotti a ragione" dai sindacati e, se questo non bastasse, isolati, sanzionati o lasciati a casa.
Oggi però tutti, in campagna elettorale, si indignano ed esprimono parole di sconcerto per le condizioni di quei lavoratori e di quelle lavoratrici eppure tutti sono responsabili delle politche di aggressione al mondo del lavoro di questi ultimi 40 anni, da Liberi&Uguali fino a Fratelli d'Italia. A questi si aggiungono coloro che si sono presentati alle porte della politica come movimento "antisistema" e i cui esponenti, oggi per domani, corrono nei principali salotti e club della borghesia nazionale e internazionale ad assicurare la propria affidabilità nel guardare agli interessi del profitto, delle speculazioni e dello sfruttamento, proprio come sta dimostrando DiMaio per il Movimento5Stelle e Salvini per la LegaNord (ormai non più Nord e già ampiamente organica alle politiche di aggresione del lavoro portate avanti dai governi di Centrodestra).
Solo un programma rivoluzionario e anticapitalista può dare una prospettiva di miglioramento a questi lavoratori. Solo la prospettiva di un fronte unico di classe e di massa, che riunisca tutto il mondo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il blocco delle borghesie e della finanza, sopra la spinta di uno sciopero generale ad oltranza, può rispondere a questi attacchi con una forza in grado di far indietreggiare la classe padronale e rilanciare la conquista di diritti e condizioni dignitose.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può garantire l'applicazione di misure efficaci come le nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, la riduzione dell'orario di lavoro con l'istituzione di un salario minimo garantito, la cancellazione della precarietà e della disoccupazione. Solo una Sinistra Rivoluzionaria può farsi portavoce di queste istanze, e il PCL è in prima linea nell'affermare questa necessità e nel darle concretezza programmatica in questa prossima campagna elettorale, come in ogni terreno d'intervento del nostro partito.
Turni massacranti e ritmi alienanti e pericolosi per la salute; continue pressioni ad uscire al di fuori dell'orario di lavoro ordinario per sopperire ad una organica e voluta carenza di personale per poter aumentare le quote di profitto estrapolate dal lavoro dei dipendenti; precarietà in crescita che aumenta masse di lavoratori ricattabili a cui è possibile chiedere ogni tipo di prestazione extra e, perchè no, illegittima, non retribuita o in nero; controllo pervasivo dei movimenti, dei ritmi, dei minimi errori, del livello di produttività e degli obiettivi senza la minima considerazione delle variabili umane (stanchezza, malattia, genitorialità, distrazione, fatica etc); pause negate e criminalizzate.
Così, da varie inchieste, emergono dati sconcertanti: turni fino a 55 ore settimanali e fino a 10 ore consecutive; dai 6 ai 9 secondi per imballaggio a disposizione per raggiungere obiettivi di 300 articoli all'ora, non più di 30 secondi per l'impacchettamento; lavorazioni a cottimo che possono portare il pagamento a 8 centesimi a "pezzo"; ritorsioni, sanzioni disciplinari e mobbing contro chi non garantisce piena disponibilità ad ogni tipo di pressione o richiesta.
A documentare questi dati sono le testate giornalistiche più importanti, alcune sicuramente interessate a colpire un concorrente dei propri finanziatori, semplicemente perchè questi ultimi vorrebbero poter accedere e raggiungere lo stesso livello di aggressione, temendo però l'eccessiva spudoratezza del nuovo magnate del settore. Le inchieste perciò arrivano dal NewYorkTimes, dal Mirror, dal Guardian, da Linkiesta, da LaStampa, dall'Espresso etc.
L'altro dato, non meno importante, riguarda le relazioni sindacali. L'azienda regolarmente rifiuta, nega o rimanda gli incontri con i sindacati, anche i concertativi ed "affidabili" CGIL-CISL-UIL, tentando di delegittimare lo strumento della contrattazione collettiva e del confronto con i lavoratori in quanto classe, ricercando il diretto contatto e "dialogo" con il singolo lavoratore, per "accoglierne" le esigenze riconducendole e corregendole entro la logica aziendale, per farlo ragionare su quanto i disegni siano più grandi e di come la grande famiglia possa sopravvivere solo con i sacrifici e gli sforzi di tutti. Poco importa se questi "sforzi" ricadano esclusivamente su lavoratori da 1.000 euro netti al mese, i benefici si concentrano tutti nel patrimonio di Jeff Bezos che si stima tra i 105 (stima Bloomberg) e i 125 (Stima Forbes) miliardi di dollari.
Tutto ciò non è nulla di nuovo, e non è nemmeno patrimonio esclusivo di Amazon e del patron Jeff Bezos, che su questo impero di sfruttamento di avanguardia si è costruito il patrimonio e la ricchezza che lo ha portato al primo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Condizioni e tendenze simili, in alcuni casi anche peggiori, sono registrabili in tutte le aziende di logistica in cui la giungla delle cooperative rende il tutto anche più intricato e continuamente spinto oltre ogni parvenza di distinzione tra legalità e illegalità, con vere e proprie truffe ai danni dei lavoratori e della previdenza pubblica. E' così quindi in TNT, DHL, BRT, SDA, FedEx, FERCAM etc. Lo sta diventando anche nella più grande azienda italiana, al momento ancora sotto controllo pubblico, il Gruppo PosteItaliane (proprietario al 100%, peraltro, di SDA).
Ora sconcerta l'ultima grande invenzione e brevetto che in casa Amazon vogliono far proprio: il braccialetto per il controllo dei movimenti, dei ritmi e delle azioni del dipendente, un braccialetto che possa inviare anche vibrazioni e messaggi al lavoratore non appena commetta un errore o faccia qualcosa di non permesso dall'azienda. Insomma si passa dal lavoro schiavizzato al lavoro del controllo pervasivo e totalitario, la robotizzazione dell'essere umano trasformato in un carcerato controllato sul lavoro e, perchè no, attraverso social e tecnologie, nel privato (non sono rari i casi di regolamenti interni aziendali in cui si avvertono i dipendenti di sanzioni in caso di diffusione di informazioni o commenti che possano danneggiare l'immagine dell'azienda sui social – per cui non solo non è possibile scioperare e sindacalizzarsi ma addirittura nemmeno lamentarsi delle condizioni di lavoro).
l' ipocrisia peggiore si registra nel coro dei vari esponenti dei partiti confindustriali e padronali, nella maggior parte dei casi gli stessi che si sono fatti promotori e sostenitori di politiche e decreti sul lavoro che hanno incentivato e permesso tutto questo, dando mano libera e carta bianca alla costante tendenza del mercato e dei capitali di schiacciare e schiavizzare il mondo del lavoro per poter estrapolare quote sempre maggiori di profitto e sfruttamento. A partire proprio dagli esponenti del Partito Democratico il cui Jobs Act, assieme al decreto Poletti, ha aperto alla totale precarizzazione del lavoro trasformando in precario anche il contratto a tempo indeterminato grazie alle "tutele crescenti", ha cancellato la possibilità di vedere un reintegro in caso di licenziamenti illegittimi con la cancellazione dell'art.18 e ha allargato la platea di giustificazioni aziendali con cui coprire tagli e licenziamenti, prima illegittimi, rendendo quasi incontestabili legalmente gli esuberi di massa e lo scarico sui lavoratori dei rischi aziendali. Infine, proprio il JobsAct, ha aperto alla possibilità per le aziende di controllare il lavoratore a 360°, dagli spostamenti alle comunicazioni private.
Non per nulla già un primo sciopero su questo tema si registrò il 24 Marzo 2015 in Fincantieri, sciopero che coinvolse i cantieri di Muggiano (La Spezia), di Riva Trigoso e di Sestri Ponente, perchè l'azienda voleva installare dei microchip negli scarponi dei lavoratori per controllarne spostamenti e ritmi.
Non solo. Questi governi, con il consenso bipartisan, hanno neutralizzato legalmente il ruolo del sindacato relegandolo a semplice sottoscrittore delle scelte padronali, accolto ai tavoli di trattativa solo se accetta la condizione di ricoprire il ruolo ritagliato nel teatrino delle trattative per smussare alcuni angoli, far fare qualche sfogo illusorio ai propri iscritti con qualche ora di sciopero isolata e portare a compimento i progetti aziendali e governativi. Tutte le sigle che non stanno a questa logica saranno escluse aprioristicamente dai salotti delle chiacchere concertative, tutti i lavoratori che esprimono risentimento e conflittualità che possono mettere in discussione questo copione devono essere prima di tutto "ricondotti a ragione" dai sindacati e, se questo non bastasse, isolati, sanzionati o lasciati a casa.
Oggi però tutti, in campagna elettorale, si indignano ed esprimono parole di sconcerto per le condizioni di quei lavoratori e di quelle lavoratrici eppure tutti sono responsabili delle politche di aggressione al mondo del lavoro di questi ultimi 40 anni, da Liberi&Uguali fino a Fratelli d'Italia. A questi si aggiungono coloro che si sono presentati alle porte della politica come movimento "antisistema" e i cui esponenti, oggi per domani, corrono nei principali salotti e club della borghesia nazionale e internazionale ad assicurare la propria affidabilità nel guardare agli interessi del profitto, delle speculazioni e dello sfruttamento, proprio come sta dimostrando DiMaio per il Movimento5Stelle e Salvini per la LegaNord (ormai non più Nord e già ampiamente organica alle politiche di aggresione del lavoro portate avanti dai governi di Centrodestra).
Solo un programma rivoluzionario e anticapitalista può dare una prospettiva di miglioramento a questi lavoratori. Solo la prospettiva di un fronte unico di classe e di massa, che riunisca tutto il mondo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il blocco delle borghesie e della finanza, sopra la spinta di uno sciopero generale ad oltranza, può rispondere a questi attacchi con una forza in grado di far indietreggiare la classe padronale e rilanciare la conquista di diritti e condizioni dignitose.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può garantire l'applicazione di misure efficaci come le nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, la riduzione dell'orario di lavoro con l'istituzione di un salario minimo garantito, la cancellazione della precarietà e della disoccupazione. Solo una Sinistra Rivoluzionaria può farsi portavoce di queste istanze, e il PCL è in prima linea nell'affermare questa necessità e nel darle concretezza programmatica in questa prossima campagna elettorale, come in ogni terreno d'intervento del nostro partito.
Partito Comunista dei Lavoratori
Flat tax: un chiaro attacco a lavoratori e servizi pubblici
♠ in Berlusconi,Brunetta,Estonia,Federazione jugoslava,flat tax,IRI,Lettonia,Lituania,Renzi,Russia,Salvini,Unione Sovietica
Sono anni ormai che le
destre - in particolare Salvini e Berlusconi - stanno spingendo sempre
di più per l'introduzione della Flat tax, cioè una tassa ad aliquota
fissa su tutti i redditi familiari e profitti delle imprese. In poche
parole, oggi se un reddito superiore ai 75.000 euro viene tassato al
43%, con l'introduzione della Flat tax, invece, vedrebbe le imposte a
suo carico abbassarsi fino al 23%, pari alla tassazione applicata oggi
su un reddito medio-basso (fino a 15.000€ ) o addirittura al 15%,
secondo il leader della Lega Matteo Salvini. Una manovra che andrebbe ad
intaccare gli introiti dello Stato per una somma che oscilla tra i 40 e
i 70 miliardi di euro, che secondo l'ex ministro Brunetta si
ripagherebbe da sola nel giro di pochi anni, grazie all'emersione dell'
economia sommersa, cioè di tutti quei soldi che ad esempio le imprese
evadono e quelli che finiscono nelle tasche dei lavoratori in nero, a
causa delle aliquote troppo alte.
"Pagare meno, per pagare tutti" è la ricetta dell'ex ministro Brunetta; ma questa auspicata fedeltà fiscale che dovrebbe contagiare gli odierni evasori di grandi capitali purtroppo non è una conseguenza diretta, perché conosciamo bene i padroni e perché il mantra e la logica del capitalismo non è quello di adeguarsi alle regolamentazioni fiscali, bensì quello di massimizzare i profitti con ogni mezzo necessario. Di conseguenza chi davvero beneficerebbe della manovra sarebbero i soliti ricchi, che si vedrebbero drasticamente diminuire le proprie imposte - basti pensare che su un reddito di trecentomila euro, le tasse si abbasserebbero dai 122.000 euro attuali ai 66.000 della Flat tax - mentre i redditi più bassi come quelli di lavoratori dipendenti, precari, pensionati, disoccupati ecc... avrebbero solo una lieve estensione della "no tax area" (il limite di reddito con cui si ottengono esenzioni) e qualche beneficio contenuto come bonus e detrazioni, ma con un aumento esponenziale delle spese sanitarie, trasporti pubblici, scuola ecc.
Insomma, un chiaro attacco alla classe operaia e al welfare pubblico, che verrebbe definitivamente devastato a favore dei servizi privati (ad esempio strutture sanitarie, servizi pubblici e scuole), che risulterebbero ulteriormente accessibili solo alle classi più abbienti mentre i lavoratori sarebbero costretti ad accontentarsi di servizi pubblici precari e marginali.
In realtà nel nostro paese sono già in vigore una serie di Flat tax che però non riguardano i redditi da lavoro - i quali rimangono progressivi - quindi sono riservate solo ai ricchi. Ad esempio quella sulle rendite finanziarie - se si sottoscrivono titoli di Stato per mille o dieci milioni di euro, la tassazione rimane del 12,5%, mentre per i conti correnti o azioni di società quotate in borsa è del 26%. Anche il governo Renzi, per quanto oggi si dica contrario alla flat tax, nel 2016 ha tentato di introdurre un'aliquota fissa del 24% tramite l'IRI (Imposta ai redditi d'impresa); l'ennesimo regalo al padronato.
I sostenitori della Flat tax mettono i mostra i presunti successi ottenuti con l'imposta unica nei paesi dell'ex blocco sovietico, specialmente quelli dell'area baltica: Estonia, Lettonia e Lituania. Ma se analizziamo più da vicino la situazione ci accorgiamo che non è proprio come vogliono farci credere. Dopo il crollo del muro di Berlino i paesi legati all'Unione Sovietica e alla Federazione jugoslava cercarono in tutti i modi di contrastare l'evasione fiscale incontrollata e attirare capitali esteri all'interno delle loro frontiere per far ripartire l'economia, andando ad abbassare ai minimi le aliquote di imposizione fiscale. Quindi, se da una parte questi paesi hanno vissuto una sorta di boom economico subito dopo l'introduzione della Flat tax, dall'altra la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà rimane al di sopra del 22%. Il sistema pensionistico è stato privatizzato per sostenere i costi della Flat tax e l'evasione fiscale è rimasta altissima. Nel blocco baltico si stima che l'evasione intacchi in media il 30% dei PIL nazionali, in Ucraina il 68% ed in Georgia addirittura il 72%.
Un altro baluardo dei pro-Flat tax è la Russia, che dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica ha adottato un regime di Flat tax al 13%, riscontrando una crescita economica significativa nei primi anni Duemila; a dire il vero la crescita era dovuta principalmente all'esportazione di energia come petrolio e gas, infatti con l'avvento della crisi il crollo del prezzo del barile e le sanzioni post-Crimea, le entrate fiscali sono diminuite drasticamente raggiungendo a stento i valori del 2000, e l'evasione fiscale raggiunge oggi il 52%. Inoltre, sono aumentate in maniera esponenziale le disuguaglianze sociali.
Anche Islanda e Slovacchia avevano adottato la Flat tax per poi ripensarci con il governo di centrosinistra qualche anno dopo, riscontrando dopo tre anni dall'abbandono dell'aliquota unica un aumento del 40% del gettito fiscale. In poche parole la Flat tax in più casi si è rilevato un autentico flop a discapito della classe lavoratrice.
Per questo motivo quando Salvini e Meloni parlano di "prima gli italiani" andrebbe chiesto loro a quali italiani si stanno riferendo. Sicuramente ai soliti borghesi, banchieri, imprenditori, palazzinari, speculatori e sfruttatori. Certamente non ai lavoratori, visto che con questa manovra i primi a rimetterci sarebbero proprio quest'ultimi.
Non ci saranno benefici per la classe lavoratrice finché non si colpirà direttamente il grande capitale finanziario, finché a pagare sarà chi non ha mai pagato fino ad ora.
Non sono dunque i migranti, come la destra vuole far credere, i nemici della classe operaia, ma chi cerca di tutelare i veri artefici della devastazione sociale. Proprio per questo è fondamentale l'unità tra migranti e lavoratori italiani, contro chi da sempre si arricchisce tramite sfruttamento e prevaricazione ai danni dei lavoratori.
"Pagare meno, per pagare tutti" è la ricetta dell'ex ministro Brunetta; ma questa auspicata fedeltà fiscale che dovrebbe contagiare gli odierni evasori di grandi capitali purtroppo non è una conseguenza diretta, perché conosciamo bene i padroni e perché il mantra e la logica del capitalismo non è quello di adeguarsi alle regolamentazioni fiscali, bensì quello di massimizzare i profitti con ogni mezzo necessario. Di conseguenza chi davvero beneficerebbe della manovra sarebbero i soliti ricchi, che si vedrebbero drasticamente diminuire le proprie imposte - basti pensare che su un reddito di trecentomila euro, le tasse si abbasserebbero dai 122.000 euro attuali ai 66.000 della Flat tax - mentre i redditi più bassi come quelli di lavoratori dipendenti, precari, pensionati, disoccupati ecc... avrebbero solo una lieve estensione della "no tax area" (il limite di reddito con cui si ottengono esenzioni) e qualche beneficio contenuto come bonus e detrazioni, ma con un aumento esponenziale delle spese sanitarie, trasporti pubblici, scuola ecc.
Insomma, un chiaro attacco alla classe operaia e al welfare pubblico, che verrebbe definitivamente devastato a favore dei servizi privati (ad esempio strutture sanitarie, servizi pubblici e scuole), che risulterebbero ulteriormente accessibili solo alle classi più abbienti mentre i lavoratori sarebbero costretti ad accontentarsi di servizi pubblici precari e marginali.
In realtà nel nostro paese sono già in vigore una serie di Flat tax che però non riguardano i redditi da lavoro - i quali rimangono progressivi - quindi sono riservate solo ai ricchi. Ad esempio quella sulle rendite finanziarie - se si sottoscrivono titoli di Stato per mille o dieci milioni di euro, la tassazione rimane del 12,5%, mentre per i conti correnti o azioni di società quotate in borsa è del 26%. Anche il governo Renzi, per quanto oggi si dica contrario alla flat tax, nel 2016 ha tentato di introdurre un'aliquota fissa del 24% tramite l'IRI (Imposta ai redditi d'impresa); l'ennesimo regalo al padronato.
I sostenitori della Flat tax mettono i mostra i presunti successi ottenuti con l'imposta unica nei paesi dell'ex blocco sovietico, specialmente quelli dell'area baltica: Estonia, Lettonia e Lituania. Ma se analizziamo più da vicino la situazione ci accorgiamo che non è proprio come vogliono farci credere. Dopo il crollo del muro di Berlino i paesi legati all'Unione Sovietica e alla Federazione jugoslava cercarono in tutti i modi di contrastare l'evasione fiscale incontrollata e attirare capitali esteri all'interno delle loro frontiere per far ripartire l'economia, andando ad abbassare ai minimi le aliquote di imposizione fiscale. Quindi, se da una parte questi paesi hanno vissuto una sorta di boom economico subito dopo l'introduzione della Flat tax, dall'altra la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà rimane al di sopra del 22%. Il sistema pensionistico è stato privatizzato per sostenere i costi della Flat tax e l'evasione fiscale è rimasta altissima. Nel blocco baltico si stima che l'evasione intacchi in media il 30% dei PIL nazionali, in Ucraina il 68% ed in Georgia addirittura il 72%.
Un altro baluardo dei pro-Flat tax è la Russia, che dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica ha adottato un regime di Flat tax al 13%, riscontrando una crescita economica significativa nei primi anni Duemila; a dire il vero la crescita era dovuta principalmente all'esportazione di energia come petrolio e gas, infatti con l'avvento della crisi il crollo del prezzo del barile e le sanzioni post-Crimea, le entrate fiscali sono diminuite drasticamente raggiungendo a stento i valori del 2000, e l'evasione fiscale raggiunge oggi il 52%. Inoltre, sono aumentate in maniera esponenziale le disuguaglianze sociali.
Anche Islanda e Slovacchia avevano adottato la Flat tax per poi ripensarci con il governo di centrosinistra qualche anno dopo, riscontrando dopo tre anni dall'abbandono dell'aliquota unica un aumento del 40% del gettito fiscale. In poche parole la Flat tax in più casi si è rilevato un autentico flop a discapito della classe lavoratrice.
Per questo motivo quando Salvini e Meloni parlano di "prima gli italiani" andrebbe chiesto loro a quali italiani si stanno riferendo. Sicuramente ai soliti borghesi, banchieri, imprenditori, palazzinari, speculatori e sfruttatori. Certamente non ai lavoratori, visto che con questa manovra i primi a rimetterci sarebbero proprio quest'ultimi.
Non ci saranno benefici per la classe lavoratrice finché non si colpirà direttamente il grande capitale finanziario, finché a pagare sarà chi non ha mai pagato fino ad ora.
Non sono dunque i migranti, come la destra vuole far credere, i nemici della classe operaia, ma chi cerca di tutelare i veri artefici della devastazione sociale. Proprio per questo è fondamentale l'unità tra migranti e lavoratori italiani, contro chi da sempre si arricchisce tramite sfruttamento e prevaricazione ai danni dei lavoratori.






