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Metalmeccanici, 124 euro di aumento in quattro anni e mezzo

 


Note sul rinnovo del contratto nazionale

È questa la cifra firmata al quinto livello. Cioè circa 115 al quarto livello e 112 al terzo. Cifra che dovrà essere sottoposta al voto dei lavoratori e delle lavoratrici, e approvata o bocciata in assemblea da un referendum senza condizioni minime di democrazia: parlerà solo chi è favorevole, mentre chi è contro dovrà arrangiarsi. La cifra è tutta sui minimi, non vale solo per i metalmeccanici di FCA-Stellantis, ormai abbandonati a sé stessi come se non ci fossero più.

25 euro arriveranno a giugno 2021. Altre 25 euro a giugno 2022. Poi 27 a giugno 2023. Infine 35 euro a giugno 2024. Più 12 euro già presi a giugno 2019 per la vacanza contrattuale, ufficialmente infatti il contratto dura tre anni e mezzo, dal 2021 al giugno 2024. I buoni spesa (flexible benefits) vengono portati a 200 euro (50 in più rispetto alla media dei 150 del contratto scorso).

Più abbozzata che pienamente riuscita la controriforma al ribasso dell’inquadramento professionale. Viene eliminata la prima categoria (per 7000 metalmeccanici su un milione e mezzo), mentre le altre vengono rinominate e divise per settori “A, B, C, D” (quindi un terzo livello diventa C1, un quarto C2, eccetera). Al posto di vecchie declaratorie molto fumose e indefinite, vengono messe nuove declaratorie altrettanto fumose ma apparentemente più moderne e scientifiche. L’introduzione di parametri più stringenti, come la conoscenza della lingua straniera all’ex quinto livello (quello del vero e proprio salto professionale, ora ribattezzato C3) sono i presupposti per rendere sempre più difficile e sempre meno legato all’esperienza il passaggio di livello. Il fatto però che le lettere e i sottogruppi ricordino la classificazione proposta dal CCSL di Marchionne mostra bene dove voglia andare a parare Federmeccanica. Oggi si è accontentata di delinearne i primi contorni, domani sconteremo sempre più sulla nostra pelle il disegno.

La vera differenza tra il vecchio e il nuovo inquadramento sta nel fatto che il primo fu ottenuto con le lotte del 1973, quello di oggi stoppandole. Il primo era voluto dagli operai, quello di oggi dalla controparte. Basterebbe questo per comprendere quanto sia insidioso. Solo la finta ingenuità dei burocrati sindacali può credere di aver migliorato un inquadramento professionale senza lotte e a tavolino.

Cassata la richiesta di 700 euro di elemento perequativo, che viene portato a 500, 15 euro in più. Nulla sulla stabilizzazione dei precari. Anche sugli appalti appare alquanto aleatoria la modifica ottenuta. Si chiedeva in caso di cambio di appalto la garanzia del posto di lavoro, si ottiene una scappatoia con cui le nuove imprese in appalto potranno sempre dire di fare un altro servizio, e fare come vogliono.

Il resto è alquanto decorativo, dall’abbassamento del numero di dipendenti per la possibilità delle RSU di coordinarsi tra stabilimenti, al tanto strombazzato contrasto alla violenza contro le donne, che altro non è che il raddoppio da 3 a 6 dei mesi retribuiti previsti dal Jobs Act per le donne che si assentano per motivi legati alla violenza di genere. È sicuramente una cosa buona, come la possibilità di chiedere il trasferimento in altra sede, ma non compensa minimamente tutte le altre perdite del contratto, che hanno già colpito con il precedente rinnovo e colpiranno anche le lavoratrici e le loro condizioni di vita.

Infine fa un ulteriore passo in avanti lo stuolo di enti bilaterali, che già era la vera cifra, in mancanza di quella salariale, del vecchio contratto. Viene aumentata la quota di Cometa (la previdenza complementare) per i nuovi iscritti con meno di 35 anni; si invitano ad iscriversi anche i pensionati alla truffa di Metasalute, che cura in pieno il portafogli degli assicuratori e poco e niente la salute degli iscritti; viene potenziata la commissione su salute e sicurezza, che potrà aumentare le statistiche sulle chiacchiere in attesa di stanziamenti non previsti per metterle in pratica; viene promossa l’alternanza scuola-lavoro, per inserire quanti più apprendisti a basso costo al posto di lavoratori ben inquadrati. Non poteva mancare la commissione paritetica per monitorare il nuovo inquadramento professionale. Viene infine avviata la sperimentazione di un improbabile modello partecipativo: un volontario delle RSU potrà essere inserito in un team e partecipare alla spartizione degli utili degli azionisti senza ricevere un obolo né per lui né per la partecipazione di chi rappresenta.

FIM-FIOM-UILM avevano chiesto circa 150 euro per tre anni. In proporzione, 124 euro in 4 anni e mezzo equivalgono a 82,6 in tre (al quinto livello, cioè 73/75 al terzo o al quarto). Ampiamente sotto la sufficienza in media, e gravemente insufficiente rispetto alla scadenza prevista dalla piattaforma: al termine del 2022, infatti, i metalmeccanici avranno in tasca solo 62 euro dei 150 richiesti.

Certo, rispetto al contratto scorso, pressoché nullo in materia di aumenti, questo rinnovo può apparire buono. I metalmeccanici, che per quattro anni sono stati il fanalino di coda rispetto agli altri settori, oggi ritornano nel gruppo di testa con un aumento appena un po’ al di sotto del contratto degli alimentaristi, che al momento è il migliore dei rinnovi.

Proprio per questo i vertici sindacali, sempre remissivi, hanno brindato a champagne. Per Re David, segretaria generale della FIOM, è addirittura un “risultato straordinario”. È così soddisfatta che non si chiede per quale motivo non si sia visto un solo padrone in lacrime.

La scusa per firmare ancora in deficit, infatti, questa volta è il Covid. Ma il Covid, in realtà, ha spinto leggermente al rialzo la trattativa. Evidentemente, in vista dello sblocco dei licenziamenti previsto per la fine di marzo e già annunciato da Draghi, Federmeccanica non vuole avere troppe grane nel settore più importante, quello dei metalmeccanici. Per questo non ha fatto troppe storie per aggiungere 10-15 euro di briciole ai 100-110 che si preannunciavano nei corridoi dei nostri sindacati (peraltro ottenendo in cambio il nuovo inquadramento professionale e smorzandole, riducendo a 200 euro l’offerta di welfare in buoni spesa che a novembre era di 250. Quei 10-15 euro in più sono quindi tutt’altro che regalate).

La verità è che se la preoccupazione per marzo ha spinto Federmeccanica a offrire qualche spicciolo in più pur di chiudere la trattativa in tempo, il compito nostro è opposto: tenerla aperta. Perché se la preoccupazione per marzo unita a uno sciopero finto e "telefonato" di quattro ore a novembre (con l’esclusione oltretutto di FCA, segno evidente che per FCA si è ormai accettato sottobanco il suo modello contrattuale) hanno prodotto 124 euro in quattro anni e mezzo, una mobilitazione vera, con scioperi veri, imprevisti e di otto ore, porterebbe non diciamo tanto, ma almeno a 130-140 euro in tre anni. In linea con la richiesta della piattaforma.

La burocrazia sindacale punterà sulla rassegnazione, forte di un realismo – è proprio il caso di dire – da quattro soldi, che possono apparire un’enormità rispetto al fiasco totale di cinque anni fa. Noi dobbiamo organizzare il dissenso per bocciare l’accordo nel referendum, denunciando innanzitutto la truffa del medesimo. La lotta parte in salita, perché l'area di l’opposizione CGIL "Riconquistiamo Tutto" arriva a questo ennesimo accordo al ribasso dopo una serie interminabile di astensioni, che hanno accompagnato nei fatti la linea della FIOM, senza denunciare mai i segnali, evidenti anche stavolta, di resa e capitolazione. Il voto contrario al Comitato Centrale FIOM e l’attuale campagna per il no sono i punti da cui ripartire. Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegnerà a fondo nella battaglia per il no.

Lo farà non solo con "Riconquistiamo Tutto", ma anche con tutto quell’arcipelago di delegati sparsi nella galassia del sindacalismo di base e oggi raggruppati in parte nell’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi. È con loro che dobbiamo provare a organizzare il dissenso al nuovo contratto dei metalmeccanici. Con loro e con l'area “Giornate di marzo”, l’altro pezzo di opposizione in CGIL che nel Comitato Centrale FIOM ha bocciato l’accordo. Nessun altro l’ha fatto. Solo i cinque più uno delle due opposizioni, in mezzo a ottantadue favorevoli e ai più rivoluzionari di tutti, i “leninisti” di Lotta Comunista, che da veri landiniani si sono astenuti in tre.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

 


Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi

Care compagne e cari compagni,

è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.

L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.

Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.

Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Venerdì, 12 Febbraio 2021 alle ore 20.30 - Online: Il ruolo della chiesa nell’oppressione di classe

 


Qual è stato il ruolo della Chiesa nella storia, quando la storia è una dinamica di scontro tra classi sociali? Perché la Chiesa dice di lottare contro la povertà ma si oppone la sua cancellazione? “A Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. E se noi volessimo liberarci di uno e dell’altro? I profitti di chi sfrutta i lavoratori sono “morali”?

Di questo e di tanto altro parleremo in una tavola rotonda tra la sezione Romagna del Partito Comunista dei Lavoratori, l’Associazione Radici Operaie e due importanti soci UAAR del territorio, Lodovico Zanetti e Paolo Cortesi.
Vi aspettiamo!

Contatti

E allora la lotta di classe? Eric Gobetti e le foibe

 


Uscito in formato un po’ scarno, per i tipi della Laterza, quasi già a sminuirlo fin dalla confezione, il piccolo saggetto di Eric Gobetti, E allora le foibe?, si trova spesso seminascosto in qualche angolo degli scaffali delle grandi catene librarie come Mondadori, quasi che la sua presenza lillipuzziana potesse infastidire gli enormi banchetti allestiti per il “Giorno del ricordo”, il giorno del “rovescismo” per eccellenza, quando le vetrine si riempiono di opere strappa lacrime per il povero italiano infoibato, quasi sempre un ricco fascista conclamato.


Nonostante la sua presenza microscopica, Gobetti si difende benissimo tra i giganti del nulla e della propaganda, tanto più quando la maggior parte di quelle pubblicazioni sono del tenore de Il Giornale che sputa veleno sul libro senza manco averlo letto. Il libro è di agile lettura, breve e sostanzialmente riassuntivo della vicenda.


LA FICTION DELLE FOIBE

Il prologo potrebbe essere anche l’epilogo, visto che nella parabola del “Giorno del ricordo” c’è già tutto il significato recondito di quella operazione politica. Istituita il 30 Marzo 2004 su iniziativa del picchiatore fascista Ignazio La Russa e dei “fascisti moderni e perbene” di Alleanza Nazionale, col consenso bipartisan di pressoché tutto il parlamento, ha avuto il suo vero debutto televisivo l’anno dopo, nel 2005, nel film “Il cuore nel pozzo”. Questo filmetto – ancora troppo fresca l’iniziativa di legge – non poteva scoprirsi più di tanto, per cui non si schiodò dalla visione angelicata dei poveri italiani “brava gente” investiti improvvisamente dal belzebù rosso della Resistenza jugoslava, barbara e cattiva senza motivo.

Naturalmente poiché al “Giorno del ricordo” e ai fascisti che l’hanno promosso, delle vittime italiane innocenti importa meno di nulla, specie se proletarie, abbiamo dovuto aspettare quattordici anni per vedere, nell’ideale “seguito” di quel film, le vere intenzioni dell’operazione. “Rosso Istria”, andato in onda sulla Rai il 10 Febbraio 2019, mette a nudo il vero significato dell’operazione politica: riabilitare i fascisti. Infatti nel film, le vittime non sono più puri e semplici italiani, ma sono fascisti dichiarati e i salvatori sono addirittura i nazisti che riportano la pace e la giustizia laddove i “titini” portano morte e distruzione.


LE FOIBE NELLA STORIA RESISTENZIALE

Gobetti riporta coi piedi per terra la nuvola nera che si aggira attorno al “Giorno del ricordo”, parla della complessità storica della vicenda legata alle foibe, tuttavia a noi sembra che non sia così difficile comprenderla se solo si ragionasse un po’. Persino chi ha una conoscenza storica perlopiù scolastica dovrebbe riuscire a capire a grandi linee quel che è successo in quel frangente, senza scostarsi più di tanto dal vero. Gobetti con la precisione dei dati statistici, non fa che confermare questa nostra impressione.

Come tutte le zone di confine, quello orientale, ha subito i capricci delle varie borghesie in lotta tra loro per l’espansione dei loro mercati. Quando la borghesia italiana vinceva, si spostava un po’ più in là verso i Balcani, quando perdeva si restringeva verso le Alpi. La popolazione di quei luoghi, più che italiana o slava o tedesca “da sempre”, è quindi da sempre “di confine”, c’è chi sente più italiano che slavo e chi più slavo che italiano, e molti, probabilmente la maggior parte, si sentono meticci, un mix di tutte le popolazioni presenti in quei luoghi. Come scrive Gobetti, quelle popolazioni sono state «per molti secoli, multiculturali, multilinguistiche, multinazionali». Lo scrittore triestino Italo Svevo, che sceglie questo pseudonimo proprio per rimarcare il suo essere italiano e tedesco allo stesso tempo, è il simbolo di tale crogiuolo.

Tale miscellanea è presente vistosamente proprio nella Resistenza jugoslava che incorporò nella sua file, oltre a tanti altri, tra i venti e trentamila partigiani italiani: «sono cifre incredibili. Per avere un termine di paragone, i partigiani in Italia sono, nella stessa epoca, numericamente equivalenti». Difficile quindi, con un’incorporazione così massiccia di forze italiane, procedere immediatamente e tanto facilmente a una pulizia etnica. La pulizia etnica ci fu e spaventosa, nel ventennio fascista, che dopo essersi annesso circa un terzo dei territori jugoslavi, cercò di italianizzare a forza una popolazione che tutta italiana non era. La popolazione slava dovette subire segregazione, razzismo, stupri e violenze di ogni tipo ma il peggio doveva ancora avvenire. Quando si costituì la resistenza jugoslava, la repressione fascista si intensificò. Interi villaggi sospettati di sostenere i partigiani vennero distrutti, oltre centomila le persone sfollate e rinchiuse in campi di concentramento in condizioni miserevoli. Qui persero la vita molte donne e bambini. Non è quindi difficile immaginare che al crollo del fascismo, seguì l’inevitabile vendetta del popolo jugoslavo seviziato per anni dal regime fascista. Vendetta tutt’altro che improvvisa e incomprensibile.

Quello che andò in scena sul confine orientale sul finire del conflitto bellico, fu il più classico degli appuntamenti finali di una guerra: “la resa dei conti”. È indubbio che in un clima del genere anche tanti “italiani innocenti” persero la vita, come del resto la persero altrettanti “stranieri innocenti”, anche se il “Giorno del ricordo” se li scorda perché ha una memoria solo tricolore. Il punto è stabilire con chi in generale furono regolati i conti. La Resistenza jugoslava che aveva un progetto di un unico stato slavo in cui tutti i cittadini di tutte le nazionalità avessero pari diritti, colpì in particolar modo i collaborazionisti fascisti e nazisti: «le uccisioni commesse sul confine orientale nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945, non possono essere in alcun modo considerate un tentativo di genocidio, e le vittime non sono individuate in quanto appartenenti ad uno specifico popolo».

Il repulisti di fascisti, nazisti e collaborazionisti, costa dalle 3000 alle 4000 vittime (stima di Gobetti), cifra massima e molto generosa che tiene conto di tutto, anche dei dispersi che probabilmente hanno perso la vita in altro modo, magari in battaglia. Quasi tutte queste vittime furono fascisti conclamati come dimostrano pressoché tutti i paladini della destra innalzati a martiri delle foibe, dai tanti riabilitati e medagliati per essere stati fascisti convinti, a Norma Cossetto, fascistissima figlia di un fascistissimo federale, fino all’unico sopravvissuto al “milione” di infoibati, Graziano Udovisi, che ancora oggi potete sentire pianger su youtube come “povero santo italiano” nella puntata del Mixer di Minoli del 1991. È strano che l’unico ago spuntato fuori dal pagliaio degli italiani infoibati, sia proprio un fascista collaborazionista e “rastrellatore”. Si vede che anche la sorte ha simpatie fasciste, perché tra i “milioni” di italiani innocenti, ha preferito scegliere l’unico colpevole di fascismo…

Anche le poche volte che si tratta di veri e propri innocenti, si tratta quasi sempre dell’opposto di quel che vuol far credere la propaganda fascista. La famosa foto presentata da Vespa a Porta a Porta nel febbraio 2012 e ripresa spesso da iniziative fasciste, per dimostrare l’efferatezza dei partigiani jugoslavi, è in realtà la foto di un’esecuzione di cinque partigiani sloveni da parte dell’esercito italiano fascista di occupazione.

E allora le foibe? Le foibe sono voragini tipiche delle zone carsiche ed erano usate per la sepoltura veloce, di fronte a un terreno particolarmente duro. Furono usate da entrambe le parti: «anche nella seconda guerra mondiale vengono sepolti nelle foibe, ad esempio, sia i civili e i partigiani uccisi da fascisti e nazisti, sia i soldati o i collaborazionisti uccisi dai partigiani». Dal 1943 fino alla fine della guerra, le vicende belliche sono instabili. Anche se la sconfitta dell’asse era ormai cosa più o meno sicura, la liberazione fu lenta e sanguinosa. Interi territori potevano passare dalla sera alla mattina da un campo all’altro. Le foibe servivano, quindi, anche e soprattutto a occultare cadaveri per «evitare rappresaglie da parte tedesca contro i villaggi vicini». Chi denuncia semplicemente le foibe senza domandarsi il rischio che si correva a lasciare in vista i cadaveri, parla così perché ora non rischia niente. Fosse stato là, tra i partigiani, difficilmente avrebbe fatto diverso se non avesse voluto rimetterci la ghirba. Come spesso avviene in questi casi, le condanne non potevano andare tanto per il sottile, ma va detto che le sentenze fasciste furono di grana molto più grossa. Il rapporto infatti tra partigiani uccisi dai fascisti e viceversa e di 5 a 1. Di efferato, in generale, ci fu solo il nazifascismo, non la resistenza. Tanto più che i cinque uccisi possono indubbiamente essere riconosciuti come partigiani innocenti, l’ucciso dai partigiani è invece per lo più colpevole di fascismo.

Nel calderone indiscriminato delle foibe, entra anche la repressione operata dalle forze di liberazione sul finire del 1945. Le parti si invertono. Oltre 10000 persone vengono arrestate tra Pola, Fiume, Gorizia e Trieste, un migliaio fucilate, il resto internato nei campi di concentramento. Qui i più saranno liberati alla fine delle ostilità, altri troveranno la morte per fame o condizioni miserabili. Per quanto sia doloroso, il fatto non è qualcosa di così eccezionale. È un «fenomeno drammaticamente “moderno”, paragonabile a numerosi fenomeni simili che avvengono negli stessi giorni in tutto il continente europeo». È difficile pensare che la liberazione da tanta violenza nazifascista e gratuita, potesse avvenire senza prendere simili misure cautelative. E come sempre succede, più il numero necessario delle persone da bloccare sale, più in mezzo ci finiranno anche tanti innocenti. Non è un buon motivo, però, per non distinguere un’occupazione abominevole e disumana, da una liberazione storicamente giusta.


LO STALINISMO IN SALSA JUGOSLAVA

In mezzo a questo repulisti, il nazionalismo, giocò senz’altro un ruolo crescente e nefasto. Ma sul finire della guerra non colpì tanto gli italiani così cari alla destra, cioè i borghesi e i fascisti, ma proprio i partigiani. È il caso della brigata Osoppo, formazione partigiana di orientamento cattolico e socialista, che a Porzûs perdette 17 componenti trucidati da partigiani comunisti. È lì che vi perse la vita, tra gli altri, il fratello di Pier Paolo Pasolini. Il CLNAI, l’organo di coordinamento della Resistenza per il Nord Italia, aveva ordinato di sottostare al movimento partigiano jugoslavo.

Gobetti, in quanto semplice storico, non lo dice, forse perché non ci ha riflettuto a fondo, ma qui giocò un ruolo nefasto lo stalinismo in un mix di salsa titina e togliattiana. Il problema dei confini all’interno dei vari gruppi della resistenza, infatti, venne affrontato alla stessa maniera dei borghesi. I partigiani jugoslavi volevano Trieste jugoslava e quelli italiani, ma non stalinisti, italiana. In tutta la vicenda, non gioca alcun ruolo l’internazionalismo proletario. Siamo lontani anni luce da Lenin. Qui la spartizione è fatta dall’alto, dietro le quinte, è decisa a tavolino tra tutti gli alti comandi stalinisti, nonostante si basi su rapporti di forza favorevoli. Per Lenin era questione proletaria e di autodeterminazione dal basso. Non solo: si pensi alla pace di Brest-Litovsk e si provi a fare un parallelo. Per tutti gli storici borghesi Lenin ha regalato un terzo di Russia alla Germania, ma la verità di classe è che per preservare un pezzo di Russia ai proletari che fino ad allora non avevano avuto niente né in Russia né in Germania né altrove, Lenin, con rapporti di forza del tutto sfavorevoli, cedette una parte di Russia borghese (la rivoluzione proletaria era ancora lungi dall’aver vinto definitivamente) alla Germania borghese. La speranza era che, preservando quell’avamposto proletario in Russia, si potesse incendiare con la rivoluzione tutta l’Europa. Nulla di tutto questo avvenne sul confine orientale, le varie anime della resistenza si scontrarono in base a uno spirito astratto di gretto nazionalismo. Ma la colpa non sta nella Brigata Osoppo, che comunista non era, qui la colpa di un internazionalismo di facciata ce l’hanno gli stalinisti. Con un approccio veramente classista e internazionalista, molte di queste morti si sarebbero potute evitare.


ESODO

Orfana di un genuino spirito internazionalista, la resistenza jugoslava opera comunque una vera e propria rivoluzione sociale. Senza soviet, ricalcata sul modello sovietico stalinista, la Jugoslavia si appresta a varare un nuovo modello sociale, un nuovo modo di produzione: «collettivizzazione forzata, nazionalizzazione delle proprietà, rapida industrializzazione a fronte di una scarsissima attenzione ai consumi». È il corredo classico del “socialismo” stalinizzato che espropria i ricchi borghesi e mette in crisi anche i piccoli coltivatori e i piccoli commercianti. È soprattutto da qui che parte il cosiddetto “esodo”. Non è un fenomeno legato esclusivamente alla fine della guerra, ma «dura in forma intensiva quasi quindici anni». Coinvolge prima di tutto collaborazionisti fascisti che scappano da una possibile cattura, e si intensifica in base ai vari accordi e trattati di pace che spostano ora qua, ora più in là, i confini. I trasferimenti degli italiani «non avvengono nell’arco di ore o di giorni, come accade per le espulsioni forzate, ma di mesi e anni». Gli unici veramente espulsi sono i tedeschi ai quali in tutta Europa spetta l’esodo più terrificante e disumano. Ma chi può condannarlo senza comprendere la motivazione storicamente giusta?

Agli italiani comunque è consentito scegliere se restare o andarsene. Restare, però, significa restare in uno stato, in teoria, in fase di transizione verso il socialismo, per molti significa perdere dei privilegi di classe. Di qui l’impressione che si debba andare via ora o si resterà lì per sempre. La politica ufficiale del governo jugoslavo, ovvero la “fratellanza italo-slava”, subisce le incrostazioni nazionalistiche che lo stalinismo titino, come tutti gli stalinismi, porta avanti man mano che mette radici profonde nella società. La maggior parte degli italiani viene pertanto vista dai burocrati del regime come una popolazione per lo più di ex fascisti. L’oppressione del nazionalismo in salsa titina gioca un ruolo nefasto. Molti italiani finiscono per sentirsi stranieri in casa propria.

Il risultato di tutte queste contraddizioni è un trasferimento in massa. Nel volgere di quindici anni, i profughi sono 300000, di cui 250000 di nazionalità italiana. Dall’Istria se ne va almeno la metà della popolazione e in tutta la zona si registra un 83% di italiani in meno. Abbiamo anche un “controesodo”: sono i circa tremila comunisti italiani che se ne vanno in Jugoslavia a “costruire il socialismo”. La vicenda è emblematica perché con la rottura tra Stalin e Tito del 1948, questi compagni, rimasti fedeli a Stalin, si vedranno espulsi o incarcerati o internati, come filostalinisti, nel gulag di Goli Otok, un’isola della Dalmazia. Questo rimarrà a perenne onta dei due socialismi in due soli paesi, cioè di due deficienze per uno stalinismo solo, perché è doloroso pensare all’abnegazione di tanti compagni che si sono trasferiti in cerca del socialismo ed hanno sempre trovato, ad est e ovest, quella caricatura penosa che si chiama stalinismo.

Gobetti conclude dicendo che la vicenda dei profughi istriano-dalmati è una tragedia legata al mutamento dei confini e degli assetti internazionali. È il risultato estremo di un «circolo vizioso innescato dall’imperialismo italiano e poi dal fascismo. Gli esuli sono le vittime ultime della politica aggressiva del regime, dei crimini di guerra… e della sconfitta militare».

Ci sembra un giudizio sostanzialmente equilibrato che deve però essere bilanciato dal peso non indifferente dello stalinismo che Gobetti sottovaluta. Una rivoluzione su basi sane, non avrebbe potuto impedire l’esodo delle classi spodestate, né probabilmente quello politico di chi era avverso al comunismo ma non necessariamente fascista. Inoltre una rivoluzione socialista non parte avvantaggiata rispetto al capitalismo, parte arretrata, quindi o colma in fretta il divario economico estendendosi su scala internazionale o sarà sempre meno attrattiva rispetto al capitalismo. Perciò qualcuno si sarebbe sempre sentito attratto dal capitalismo.

Fatte queste debite premesse, però, una rivoluzione sana, basata sui soviet e sull’internazionalismo proletario, avrebbe sicuramente ridotto al minimo le storture più evidenti prodotte dall’intreccio della sconfitta bellica con la vittoria dello stalinismo titino. Il dramma di molti avrebbe potuto essere ridotto. Applicando il principio di autodeterminazione usato da Lenin le zone liberate avrebbero potuto procedere a una migliore integrazione senza esodi così enormi. E forse espatriare dalla Jugoslavia all’Italia, avrebbe significato restare all’interno di un unico confine, dalle Alpi ai Balcani, bonificato da quella rivoluzione internazionale che lo stalinismo stroncò.


LA REPUBBLICA DELLE FOIBE

Nell’ultimo capitolo Gobetti passa in rassegna la presunta “congiura del silenzio” sulle foibe. Delle foibe, come di tante altre storie, si è sempre scritto, ma in un paese di non lettori come l’Italia, la pretesa è che ne parlino i politici che sono per lo più ignoranti in materia di storia o quando non lo sono, sono interessati a farlo solo per i loro giochi politici.

Finita la guerra, con il mondo diviso in blocchi contrapposti e il governo di unità nazionale, DC e PCI non se la sentono di pestarsi i piedi. Rinvangare le foibe da una parte, significa ricordare dall’altra l’invasione fascista. L’Italia è pur sempre un paese sconfitto, il blocco sovietico è invece uno dei grandi vincitori, al capitalismo italiano non conviene rinvangare il passato con troppe pretese. Il baratto delle colpe, soddisfa tutte e due le false coscienze. Con la rottura Stalin-Tito, il PCI è ben felice di poter attaccare strumentalmente Tito sulle foibe, ma non lo sono la DC e il capitalismo occidentale che vedono in Tito una possibile spina nel fianco dell’Unione sovietica. La situazione resterà più o meno bloccata così fino allo smembramento della Jugoslavia.

È con lo smembramento della Jugoslavia e con il crollo internazionale dello stalinismo che la questione delle foibe viene usata dall’imperialismo italiano per ritornare all’attacco delle zone perdute che nel frattempo sono inserite in stati estremamente più piccoli, e quindi più facilmente conquistabili, della grande Jugoslavia. Nasce il “Giorno del ricordo” a senso unico. Le vittime sono solo italiane e gli slavi sono barbari e comunisti. L’uso patriottico della Storia a fini imperialistici, genera in Slovenia un’altra giornata a senso unico: il “Giorno del ritorno del litorale sloveno alla Madrepatria”. Qui le vittime sono solo sloveni. La demenza è internazionale.

Accanto a queste manifestazioni pubbliche di becero nazionalismo, meno pubblicizzati stanno invece i lavori della commissione italo-slovena di storici di entrambe le nazioni. Gobetti contesta giustamente l’idea di fondo di una “memoria condivisa”, la Storia infatti non si può fare distribuendo equamente torti e ragioni quasi che lo scopo fosse raggiungere un accordo tra le parti, tuttavia proprio laddove la storia coinvolge zone di confine al crocevia di diverse nazionalità, provare a scriverla a più mani di diversi paesi, può essere un buon modo, se fatto con intelligenza e amore per la verità, per non scadere nel patriottismo più deleterio.

Ignorati in Italia, gli studi della commissione, sono stati invece accolti con grande interesse in Slovenia, il che significa solo che l’Italia è un paese imperialistico che non può rinunciare alle sue mire espansionistiche e la Slovenia no. A parti invertite, la Slovenia borghese farebbe lo stesso.


LE CONCLUSIONI DI GOBETTI E LE NOSTRE

Il “giorno del ricordo” non è nato solo per onorare i "martiri" fascisti delle foibe. Il vero scopo è contrapporlo al 25 aprile. La festa partigiana deve aver un corrispettivo nella festa dei fascisti. Al momento la destra non c’è ancora riuscita, ma per Gobetti se non ci stiamo attenti presto il “giorno del ricordo” sarà trasformato completamente nel “giorno dell’orgoglio fascista”. Per evitarlo, secondo lo storico, occorre cambiare la rotta, inquadrare la storia nel suo contesto, separare le vittime dai carnefici. Solo così il “giorno del ricordo” diventerebbe una data importante per tutto il confine orientale, per ricordare tutte le vittime dei fascismi, dei nazionalismi e dei totalitarismi senza discriminazione alcuna per le nazionalità.

Da storico non materialista, Gobetti non poteva che concludere scivolando nell’idealismo. Per lui, tale inversione di rotta, consentirebbe all’Italia repubblicana e democratica di liberarsi una volta per tutte «dal peso della colpa del passato regime». Addirittura il riconoscimento degli orrori fascisti darebbe all’Italia «l’opportunità di stabilire relazioni più serene» con le ex colonie e i paesi occupati, oltreché «una vera riconciliazione nazionale sulla base del ripudio del fascismo».

Mancando il marxismo, il problema delle foibe può essere risolto solo da uno sforzo della “ragione” e della buona volontà. Ma le foibe, come tutto il resto, sono un problema di lotta di classe, non tanto di pensiero. Nessuna Italia democratica, repubblicana e borghese potrà mai liberarsi del tutto dalle colpe fasciste che sono le colpe del capitalismo italiano che anche la repubblica borghese rappresenta. Fascismo e democrazia repubblicana, non vanno contrapposte e separate come due compartimenti stagni. Sono lo stesso stato italiano capitalistico in due fasi diverse della sua storia. Il passato imperialista sotto il fascismo, continua oggi in modo diverso e meno esplicito nell’Italia repubblicana. Se il fascismo invadeva la Jugoslavia nel 1941 per occuparla senza tanti complimenti, la repubblica la bombardava per smembrarla negli anni ’90 in nome della pace. L’imperialismo italiano non è interessato a relazioni più serene con gli sloveni, gli unici interessi che ha sono quelli economici e di dominio con la forza delle armi. Se fosse interessato ad aver relazioni più serene, le avremmo già avute. Proprio per questo relazioni più serene, potranno essere solo un sintomo di rapporti di forza diversi e più equilibrati, mai il frutto di chissà presa di coscienza e di consapevolezza della borghesia italiana, che al contrario è ben cosciente dei suoi interessi.

Per lo storico non materialista, la Repubblica democratica rappresenta le colonne d’Ercole della sua indagine storica. Davanti alla repubblica borghese e alla sua democrazia, la Storia dello storico diventa immanente, sub specie aeternitatis, perde la sua caratteristica peculiare: il suo carattere transeunte. Non è più qualcosa figlia di determinati rapporti di forza tra le classi, è il governo ideale disceso in terra a miracol mostrare, manco fosse la Repubblica di Platone. Per cui una repubblica democratica borghese, che già non è riuscita a riconciliare nulla e ad avere veri rapporti più sereni con gli altri stati, quando i rapporti di forza erano più favorevoli rispetto ad un tale progetto, non si capisce come possa farlo oggi in piena disgregazione. Quel poco di buono che la repubblica borghese aveva da dare, è già stato dato da tempo, ora il suo compito è sparire per sempre nel museo delle antichità della Storia, non c’è spazio per nessuna sua rivitalizzazione vera e propria.

Infatti, la riconciliazione nazionale non è che una pia illusione interclassista. L’Italia è divisa in classi del tutto inconciliabili e la riconciliazione nazionale sarebbe soltanto la riconciliazione della borghesia col proletariato, ed è per questo che 25 aprile e “giorno del ricordo” saranno sempre date divisive. Perché dietro quelle commemorazioni, c’è sempre, ineliminabile, lo scontro tra borghesia e proletariato.

Gobetti, pur in buona fede, non riflette nemmeno su che cosa significhi davvero, anche nel suo caso, la “riconciliazione”. Ammesso per un momento potesse davvero avvenire nel modo astorico da lui sognato, sarebbe naturalmente col proletariato a fare sempre da serva e la borghesia a fare sempre da padrona. Perché provate a riconciliare le classi con la borghesia sotto il proletariato e vedrete che anche gli storici più di sinistra andranno in crisi con le loro riconciliazioni a tavolino e ce li troveremo contro, in difesa della loro immacolata concezione della repubblica borghese e democratica.

La borghesia può ripudiare il fascismo solo a parole, come avviene retoricamente ogni anno, sui suoi giornali, il 25 aprile. Nei fatti la borghesia sarà sempre fascista ogni volta che la classe operaia sarà sul piede di guerra come nel “biennio rosso”. I rigurgiti fascisti, i miasmi sempre più frequenti che si sentono a questo o quel livello, gli ammiccamenti alle foibe e ai revisionisti ipocriti alla Pansa, sono appunto il sintomo ineliminabile del germe fascista che sta dentro la borghesia pronto a venire fuori alla bisogna. Ed è proprio perché la guerra di classe latita che il revisionismo ha preso piede e rischia di completare il suo giro.

Il crollo dell’Urss, la sequela interminabile di sconfitte, i colpi di maglio di tutte le controriforme della borghesia e il lungo sonno della classe operaia, hanno permesso ai fascisti di rialzare la testa e all’imperialismo italiano di avanzare di nuovo le sue pretese. Solo una vittoria eclatante da qualche parte della classe operaia, in Italia, in Europa o nel mondo, può invertire il discorso sulle foibe. Senza una tale vittoria, il discorso virerà sempre più a destra, fino a che il revisionismo avrà completato il suo giro nel “rovescismo”. Libri come quello di Gobetti aiutano a prepararla. Lo leggiamo con viva gioia per questo.

Lorenzo Mortara

Il governo del capitale finanziario

 


Contro l'unità nazionale, per il più ampio fronte unico di classe

9 Febbraio 2021

Nel giro di ventiquattro ore tutti i partiti borghesi hanno gettato via il loro copione e si sono messi sull'attenti intorno a Draghi. La grande finzione populista durata un decennio evapora, lasciando al centro la nuda verità: l'unica alternativa è fra lavoratori e capitalisti

È il governo del capitale finanziario. La figura del Presidente del Consiglio incarna nella sua persona il profilo della propria classe. Di fronte alla crisi profonda dei propri equilibri politici, la borghesia italiana ha fatto ricorso alla riserva della Repubblica, attribuendole una funzione salvifica.
Mario Draghi non è un ordinario servitore dello Stato. È la gioielleria di famiglia del capitalismo italiano. Il clima di reverente ossequio e di religiosa speranza che pervade all'unisono tutta la stampa borghese ha pochi precedenti nella storia recente. Come ha pochi precedenti lo scatto sull'attenti di partiti borghesi di opposto colore che in poco più di ventiquattro ore si sono allineati compunti attorno alla figura del Presidente per recitare in coro il nuovo rosario.

Il PD ingoia Salvini. I Cinque Stelle digeriscono Berlusconi. Conte si candida a capo dei Cinque Stelle. Renzi celebra il proprio successo sperando nella disarticolazione del PD (e nella riconoscenza di Carlo Bonomi). Salvini si scopre “europeista”, e con lui persino i Borghi e i Bagnai. In poche ore ognuno ha stracciato le solenni promesse della vigilia («O Conte o il voto!», «Mai con Salvini!», «Mai con il PD!») e più in generale il proprio profilo pubblico, pur di iscriversi alla corte di Draghi.
In queste conversioni grottesche non c'è solamente la celebrazione del trasformismo, già peraltro protagonista della legislatura con un Conte per ogni stagione. Né certo ci sono calcoli elettorali, che semmai avrebbero consigliato ad ognuno altre scelte. C'è fondamentalmente il richiamo dell'interesse superiore del capitale e la propria volontà di servirlo. «Come si può dire no a Draghi?», «Come si può dire no al Presidente della Repubblica che lo ha incaricato?», «Come si può dire no alla salvezza dell'Italia nell'ora del pericolo?». In queste domande retoriche, rimbalzate in ogni commentario pubblico, c'è la consacrazione del nuovo governo. Persino Fratelli d'Italia, che non voterà la fiducia, loro sì per ragioni di cassetta, annuncia un'opposizione pro forma in punta di piedi, quasi chiedendo scusa e offrendo «lealtà».

Tutti i nodi vengono al pettine. La grande bolla populista – prima pentastellata e poi leghista – che ha attraversato l'ultimo decennio, vive oggi il proprio funerale. Milioni di proletari che avevano creduto alle invettive contro “la casta” di un comico a cinque stelle, cercandovi in non pochi casi un surrogato della sinistra perduta, si trovano umiliati da un personale politico unicamente dominato dalle proprie ambizioni ministeriali. Milioni di operai dirottati da Salvini contro l'“Europa dei banchieri” nel nome della sovranità tricolore si trovano arruolati al governo con il governatore uscente della BCE. Tutte le illusioni reazionarie seminate tra i lavoratori in dieci anni da cinici truffatori senza scrupoli si specchiano nel proprio fallimento.

Si dimostra una volta di più che l'unica alternativa vera è tra gli interessi dei lavoratori e gli interessi del capitale. Il capitale ha radunato attorno a sé i suoi partiti; il movimento operaio deve unire le proprie file contro i partiti del capitale. O di qua o di là. E se si sta di qua, occorre prepararsi a una mobilitazione vera, di classe e di massa, che si ponga all'altezza dello scontro che si prepara, dallo sblocco dei licenziamenti, alla nuova riforma delle pensioni.

Il governo nasce col vento in poppa di un'opinione pubblica largamente favorevole, ma anche diffidente. Dispone di un margine di manovra sotto il profilo finanziario ben più ampio di quello di Monti. Ricercherà, a differenza di Monti, la concertazione con la burocrazia sindacale, che non aspetta altro, e già infatti si inchina al nuovo governo.
Ma la profondità della crisi capitalista sarà in ogni caso un osso duro anche per Draghi. Chi è abituato a camminare sulle vette dell'adulazione pubblica dovrà misurarsi con la gestione della pandemia, i DPCM, i contenziosi quotidiani con le Regioni, le fatiche della comunicazione mediatica, le insoddisfazioni della piccola borghesia declassata, le mille contraddizioni nonostante tutto della maggioranza politica che lo sostiene, incluso il nodo della futura legge elettorale. E dovrà confrontarsi anche e soprattutto con le incognite della resistenza di classe e i rischi del conflitto sociale. La concertazione mira a disinnescare il conflitto, ma perciò stesso ne rivela l'esistenza e ne confessa la paura.

Investire nel conflitto di classe, estenderlo e generalizzarlo, dare ad esso una piattaforma di lotta indipendente è il compito delle avanguardie di classe, ovunque collocate. Contro il governo dell'unità nazionale è l'ora degli stati generali di tutte le sinistre di opposizione e di classe, politiche e sindacali, fuori da ogni logica di autorecinzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il volo dei Draghi

 


La crisi della Repubblica

3 Febbraio 2021

L'incarico a Draghi è la misura della profondità della crisi. Nella più grande crisi capitalista del dopoguerra, la borghesia italiana non è riuscita a trovare per via ordinaria una soluzione alla propria impasse politica. Ma i padroni hanno trovato il proprio mandatario

La Borsa vola, precipita il differenziale di interesse tra Btp e Bund. Il capitale finanziario saluta stamane a modo suo l'annunciata investitura di Mario Draghi quale futuro Presidente del Consiglio. È insieme l'attesa di una sospirata stabilità politica e la smisurata fiducia nella persona. Colui che tutta la stampa borghese presenta come il salvatore della patria con un tocco di pagana idolatria.


L'INTERESSE SUPERIORE DEL CAPITALE FINANZIARIO

Come scriveva Marx, la borghesia presenta sempre come interesse generale il crudo interesse della propria classe. Mario Draghi è un caso emblematico. Quale servitore dello Stato borghese egli ha svolto con disciplina e onore le proprie funzioni per trent'anni. Prima come Direttore generale del Ministero del Tesoro negli anni cruciali dell'ingresso nell'Euro (1991-2001), poi come Governatore della Banca d'Italia (2005-2011), infine come Presidente della BCE durante la grande crisi capitalista del 2008-2012. La sua stella polare, nella diversità dei ruoli, è stata sempre una sola: l'interesse del grande capitale. Negli anni '90 sponsorizzando la distruzione della scala mobile, la precarizzazione del lavoro, l'onda lunga delle privatizzazioni, dentro il quadro delle politiche di concertazione. Negli anni 2000 con la famigerata lettera della BCE (2011) che prescriveva tagli drastici alle spese sociali per pagare il debito pubblico alle banche in cambio dell'ombrello protettivo sui titoli di stato italiani.
“È colui che ha svenduto l'Italia alla finanza tedesca” gridano i sovranisti di ogni colore un tanto al chilo. È vero l'opposto: Draghi ha coinvolto la Bundesbank obtorto collo nella protezione del capitalismo italiano sul mercato finanziario internazionale. Ciò che industriali e banchieri tricolori hanno capito benissimo, a differenza di tanti imbecilli.

Ora il mandato che Mattarella gli affida è più impegnativo dei precedenti. La crisi in corso è più profonda che dieci anni fa, la pandemia ne moltiplica durata ed effetti, il declassamento di ampi settori di piccola borghesia restringe la base sociale d'appoggio dei governi in carica, e non solo in Italia. Ma soprattutto è diverso lo scenario politico che fa da sfondo. Nei primi anni '90 la caduta della "prima repubblica", tra il crollo dell'URSS e Tangentopoli, spinse una ristrutturazione complessiva del sistema politico-istituzionale attorno all'alternanza di due poli di governo, centrosinistra e centrodestra. Un equilibrio che per più di vent'anni ha incardinato le stesse politiche borghesi. Ma proprio questo equilibrio politico è franato dieci anni fa, sotto la pressione della grande crisi capitalista. Il governo di salute pubblica di Mario Monti fu il notaio di questo decesso, e al tempo stesso il volano del ciclo populista, quando milioni di salariati allo sbando cercarono nel grillismo, poi nel renzismo, e infine nel salvinismo la soluzione (reazionaria) della propria crisi, in risposta all'abbandono e al tradimento della sinistra. Ma un equilibrio nuovo non è stato trovato. La vicenda rocambolesca della presente legislatura, con due governi di diverso segno ma con lo stesso Presidente del Consiglio ed entrambi franati, ne è una testimonianza impietosa.
È un fatto: nella più grande crisi capitalista del dopoguerra, la borghesia italiana non ha trovato per via ordinaria una soluzione della propria crisi politica. Una crisi che minaccia l'intera Unione Europea, perché investe la seconda potenza industriale del continente.


LE INCOGNITE DI UNO SCENARIO POLITICO INSTABILE

L'incarico a Mario Draghi è la misura della profondità della crisi. È un tentativo di commissariamento della politica borghese nell'interesse superiore della borghesia italiana e della UE. Sotto questo profilo assomiglia alla soluzione Monti del 2011. Verificata l'impraticabilità di una ricomposizione della maggioranza parlamentare uscente, la presidenza della Repubblica ricorre ad una soluzione straordinaria di emergenza nazionale, all'insegna della “salvezza del Paese”.
Vedremo nelle prossime ore se il Presidente incaricato troverà una maggioranza parlamentare sufficientemente ampia su cui appoggiarsi. Il quadro politico è assai più frantumato che ai tempi di Monti: la principale forza parlamentare, il M5S, è attraversata da movimenti tellurici potenzialmente deflagranti, il PD è percorso da convulsioni irrisolte, la stessa alleanza di centrodestra registra crepe profonde. Ma la forza di Draghi sta nel fatto di essere davvero l'ultima diga di sistema, oltre che l'ultima barriera rimasta contro elezioni anticipate che falcerebbero tutte le forze politiche con l'unica eccezione di Fratelli d'Italia. Che infatti è l'unico partito che le chiede davvero.

Di certo Draghi ha dalla sua la militanza delle organizzazioni padronali, a partire dalla Confindustria di Carlo Bonomi. La polemica di Draghi contro il “debito cattivo” a favore del “debito buono” sulle colonne del Financial Times è musica per le orecchie del capitale. Significa che i soldi a debito per assistere un operaio licenziato sono sprecati, mentre diventano produttivi se intascati dal padrone che lo licenzia. La povertà è una colpa, il profitto una virtù. I vertici di Confindustria hanno trovato il proprio mandatario.

Di certo affidare a Draghi la gestione dei duecentonove miliardi di fondi europei significa metterli in mani sicure: una nuova messe di miliardi freschi nelle tasche dei padroni in larga misura scaricati sul debito pubblico, quindi sulla schiena di quella Next generation nel cui nome sono versati.
Non solo. Trattandosi in larga misura di prestiti sul mercato finanziario continentale, richiederanno precise condizioni, a partire dal controllo del debito pubblico. La riforma degli ammortizzatori sociali e l'abolizione dell'elemosina di "quota 100" sono già sul conto dell'operazione. Chi meglio di Draghi può farsi garante in sede europea ? Lo stesso vale per lo sblocco dei licenziamenti. Confindustria chiede che il rinnovo del blocco riguardi tutt'al più e per breve tempo le aziende già assistite dalla cassa Covid, non le altre. Che è come dire che va data libertà di licenziare alle aziende che vanno bene e fanno profitti, essendo le altre assistite dallo Stato. Già il ministro Gualtieri, non a caso sponsorizzato da Bonomi, aveva predisposto tale soluzione. Chi meglio di Draghi può garantire la sua esecuzione?


L'ALLINEAMENTO DI LANDINI A DRAGHI

Tanto più in questo quadro è illuminante, ma non sorprendente, il comportamento della CGIL e del suo segretario. Maurizio Landini già in queste ore ha sentito il bisogno di allinearsi all'unità nazionale. Quando il capitale chiama, la burocrazia sindacale risponde. Più il capitale è in difficoltà, più la mano soccorritrice si allunga. Negli anni '90 si regalò ai padroni la scala mobile. Negli anni 2000 l'abbattimento delle tasse sui profitti, con l'IRES passata in un solo anno dal 34% al 27,5% (col voto, ahinoi, di Rifondazione Comunista). Nel 2012 si diede il lasciapassare alla riforma Fornero sulle pensioni. Ogni volta colpendo gli operai o abbandonandoli alla scure padronale. Ogni volta offrendo alle destre peggiori un terreno di pascolo tra i salariati. Perché oggi dovrebbe essere diverso? Landini ha già prostrato la CGIL ai piedi di Giuseppe Conte, e ha già offerto a Bonomi un'«intesa di sistema», come lui stesso l'ha definita. Potrebbe forse mostrarsi insensibile all'attuale richiamo patriottico? La burocrazia si sente un'istituzione della Repubblica. A modo suo lo è. Le offre la pace sociale in cambio di un riconoscimento di ruolo. Landini chiede semplicemente a Draghi di riconoscere questa funzione calmieratrice della CGIL. Gliel'ha riconosciuta Bonomi, la riconoscerà anche Draghi. Il quale già nella dichiarazione di investitura ha rivendicato non a caso la collaborazione tra le parti sociali e la loro coesione.


PER UN FRONTE UNICO DI CLASSE E DI MASSA

Di certo, nel caso che un nuovo governo di unità nazionale dovesse insediarsi – ipotesi al momento ancora virtuale – sarà necessario aggiornare il confronto in tutta l'opposizione di classe. La parola d'ordine del fronte unico della classe operaia contro il fronte unico padronale assumerà ancor di più in quel caso una valenza politica centrale. Sul terreno sindacale come sul terreno politico, tutte le organizzazioni di classe andranno chiamate a serrare le file attorno ad una piattaforma di mobilitazione unitaria. Ogni organizzazione andrà messa di fronte alle proprie responsabilità.
La piattaforma del Patto d'azione e della Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi acquista tanto più oggi una valenza centrale, e al tempo stesso dovrà misurarsi con un livello di scontro obiettivamente superiore, già peraltro annunciato dallo sblocco dei licenziamenti.

Costruire una risposta proporzionale all'attacco significa lavorare oggi più di ieri a un fronte unico di classe e di massa, fuori da ogni logica o tentazione di autorecinzione minoritaria. Unire l'azione dell'avanguardia per unire la massa dei lavoratori e delle lavoratrici è e sarà in ogni caso la bussola politica del nostro partito, dentro la prospettiva più generale di un'alternativa anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Piena solidarietà agli operai e alle operaie della FedEx-TNT

 


Ancora una volta la polizia dello Stato borghese risponde al richiamo del padrone. Ma gli operai non si sono lasciati intimorire

Le compagne e i compagni del Partito Comunista dei Lavoratori esprimono la massima solidarietà alle operaie e agli operai in lotta contro i licenziamenti annunciati da parte della FedEx-TNT di Piacenza.

La multinazionale americana ha annunciato migliaia di licenziamenti in tutta Europa, di cui centinaia in Italia. Lo stabilimento di Piacenza è particolarmente colpito ed è qui che si è mostrata la forza della resistenza operaia. Le lavoratrici e i lavoratori in sciopero, con il loro picchetto per molte ore hanno impedito l'uscita dei camion della FedEx-TNT.

A questo punto i padroni hanno chiamato la polizia e la polizia è accorsa a difendere il loro sacro diritto di sfruttare e di licenziare, nonostante la pandemia.

Quelle stesse autorità dello Stato, a partire dal governo, che hanno dimostrato una criminale incapacità nel gestire l'emergenza sanitaria e ora sono in ginocchio davanti alle multinazionali dell'industria farmaceutica che centellina le forniture di vaccini per speculare il più possibile e trarne il massimo profitto, non esitano a picchiare e gasare lavoratrici e lavoratori. Quegli stessi lavoratori e lavoratrici che prima sono stati costretti a lavorare a rischio di contrarre il contagio da Covid in nome della continuità dei profitti, ora vengono scaricati e sono costretti a lottare per non perdere il posto di lavoro.

Questi operai nella notte scorsa hanno dato un grande esempio di determinazione e forza, resistendo alla violenza poliziesca e riuscendo a continuare il presidio.

Il PCL non può che associarsi alla loro lotta prendendola ad esempio ed esprime tutto il suo sostegno alla vertenza portata avanti dal SI Cobas, con cui per altro è impegnato da mesi nel percorso unitario tracciato dall’"Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi" che venerdì 29 gennaio ha promosso lo sciopero generale.

La giornata del 29 è stata una tappa di una mobilitazione che continua e dovrà necessariamente allargarsi coinvolgendo possibilmente i milioni di salariati che a causa della crisi sanitaria ed economica sono gettati sul lastrico e rischiano il licenziamento di massa dopo il termine del blocco dei licenziamenti del prossimo mese di marzo.

Partito Comunista dei Lavoratori