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Bandiere tricolori in Africa

 

Retorica e realtà. Il “nuovo modello di business” del piano Mattei

Bandierine tricolori festanti in mano ad un’ignara scolaresca hanno accolto la recente visita di Meloni ad Addis Abeba. Un classico della coreografia coloniale. Una visita regolarmente accompagnata dal capitalismo italiano al gran completo: ENI, Enel, Leonardo, Acea, Terna, Snam, con le rispettive delegazioni di amministratori delegati.

Una presenza comprensibile. L’obiettivo di fondo del Piano Mattei in Africa è allargare la presenza italiana negli spazi scoperti dalla crisi del vecchio colonialismo francese, e al tempo stesso interagire con gli interessi americani ed europei (Global Gateway) nel contenimento dell’espansionismo imperialista cinese.

L’Etiopia è un punto cruciale dell’operazione. Lo è in quanto vecchia eredità del (peggiore) colonialismo italiano. Lo è in termini di posizionamento strategico quale crocevia di Nord Africa, Corno d’Africa e Golfo, lungo un crinale di profonda instabilità in cui si affacciano nuove medie potenze, quali Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Lo è in termini di affari economici, grazie alle politiche di liberalizzazione imposte all’Etiopia dal Fondo Monetario Internazionale, a partire da telecomunicazioni e banche, ciò che consente (anche) ai capitali italiani una più agevole penetrazione. Del resto, in Africa tutto ormai è stato interamente privatizzato nell’ultimo quarto di secolo, sanità ed istruzione incluse. L’Etiopia non fa certo eccezione. E l’Italia partecipa al banchetto.

La retorica di accompagnamento della sorella d’Italia è scontata: l’Italia porterebbe in Africa una logica nuova “non predatoria”, “non assistenziale”, mirata allo “sviluppo”. Lo proverebbe ad esempio una esibita disponibilità italiana verso l’enorme esposizione debitoria dell’Etiopia, e più in generale di larga parte degli Stati africani: in caso di catastrofe climatica, dichiara Meloni, l’Italia sarebbe disponibile a “sospendere” la propria richiesta di incasso sui prestiti elargiti.

È facile osservare che la catastrofe climatica, anche in Africa, è una realtà del presente, non una eventualità futura, e che l’attuale rinuncia degli imperialismi (tutti) persino alle promesse di “transizione ecologica” – col governo italiano in prima fila nella ritirata – è uno dei fattori che vi concorre.

Ma c’è di più. L’Italia propone in realtà la cosiddetta conversione del debito africano. Volete che vi sospendiamo il pagamento del debito? Basta che lo “convertiate” in nuove offerte decennali vantaggiose per le nostre aziende e i nostri monopoli. Tutti in prima fila ad accaparrarsi commesse, infrastrutture, materie prime, terre. Naturalmente… per beneficenza. Il sostegno italiano ad Addis Abeba nel suo duro contenzioso con l’Egitto in fatto di risorse idriche (vedi lo scontro sulla Diga della Rinascita etiope) rientra in questa logica di scambio.

Non è solo una questione di Etiopia. Il Piano Mattei candida l’Italia a “ponte privilegiato” fra L’Africa e l’Europa, coinvolgendo ben quattordici paesi africani, tra cui l’Angola, il Ghana, il Kenya, la Mauritania, il Mozambico, il Congo. ENI, prima azienda estera in tutta l’Africa, sta moltiplicando la scoperta di nuovi giacimenti di gas e petrolio, dalla Costa d’Avorio al Mozambico all’Angola. Ma fa solo da apripista di altri interessi e operazioni.

Il Congo è, sotto questo profilo, esemplare. «In Congo è pronta la prima farm agricola made in Italy» dichiara gongolante Il Sole 24 Ore (10 febbraio), presentando il nuovo investimento agroalimentare di BF International in quel di Malolo come «un nuovo modello di business per tutta l’Africa». Che sia un business è indubbio. L’azienda ottiene 10000 ettari di terra in concessione per 49 anni, naturalmente rinnovabile. Godrà di esenzioni doganali e fiscali e di procedure organizzative accelerate. Produrrà innanzitutto soia a volontà per il mangime destinato agli allevamenti del Presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso, grande proprietario e investitore nel settore. Ma potrà anche «offrire lo stesso servizio di gestione ad altri committenti del medesimo Paese oppure di Paesi vicini». Insomma carta bianca, pieni poteri. «Abbiamo una sconfinata capacità di crescita», afferma l’amministratore delegato dell’impresa, «la superficie fondiaria che possiamo intercettare con i nostri servizi è enorme, milioni di ettari su cui generare valore senza comprare la terra». Non a caso BF International sta esportando lo stesso modello di business in Senegal, Ghana, Algeria… Naturalmente «col supporto delle istituzioni alle spalle», dichiara sorridente l’amministratore delegato.

La bandiera tricolore avvolge solo un nuovo modello di business per i capitalisti di casa nostra (e non solo). In un continente nel quale quasi seicento milioni di persone risultano prive delle risorse vitali più elementari, si va scatenando una nuova grande corsa al saccheggio imperialista. L’imperialismo italiano vuole semplicemente un posto a tavola. Per meglio dire, un nuovo posto al sole.

Solo un’alternativa socialista potrà liberare l’Africa dal vecchio e nuovo colonialismo, comunque mascherato. Le sezioni africane della Lega Internazionale Socialista sono e saranno in prima fila in questa lotta di liberazione.

Partito Comunista dei Lavoratori