Le ragioni di Meloni. E quelle dell’imperialismo italiano
La partecipazione italiana, in veste di “osservatori”, al cosiddetto Board of Peace è densa di significato politico.
La natura coloniale della struttura è talmente sfacciata da imporsi all’evidenza generale. Un consesso di Stati inventato da Trump, su invito di Trump, presieduto dalla persona di Trump addirittura con carica vitalizia. Una struttura priva di qualsivoglia missione formale, se non quella di celebrare chi la presiede e di consegnarlo alla storia. Nei fatti una struttura che assorbe, sotto regia americana, funzioni molteplici e combinate: imporre una ricostruzione di Gaza secondo gli interessi immobiliari americani, e dell’entourage affaristico presidenziale; liquidare definitivamente la presenza palestinese e ogni sua forma di resistenza all’occupazione; presidiare il territorio distrutto con una forza militare multinazionale; imporre un nuovo ordine mediorientale che sancisca ad un tempo la vittoria dello Stato genocida sionista, la subordinazione complice e interessata delle monarchie del Golfo, la demolizione di ciò che resta del vecchio asse iraniano. Infine, far leva sulla posizione di forza conquistata nella regione per negoziare con gli imperialismi rivali (Russia e Cina) la spartizione degli equilibri globali.
Il Board of peace trumpiano è lo strumento per imporre un nuovo ordine mediorientale al servizio diretto degli interessi politico-affaristici dell’imperialismo USA e del sionismo genocida.
La nuova ONU trumpiana rimpiazza di fatto la vecchia cariatide dell’ONU formale. Ma paradossalmente col suo semaforo verde. Il fatto che Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU si stiano astenuti sul varo del “Consiglio di pace”, consentendogli il timbro delle Nazioni Unite, non è privo di significato. Dimostra da un lato la cinica complicità di tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, nel calpestare la causa palestinese e coprire la continuità di un genocidio. Dall’altro, dimostra il riconoscimento di un successo di fase americano nella regione, e la disponibilità a negoziare con gli USA su altri scacchieri, con la speranza di compensazioni. Una speranza contraddetta dalla pirateria americana in Venezuela, ma alimentata dal negoziato in corso tra Russia ed USA sulla spartizione neocoloniale dell’Ucraina.
Certo, non mancano contraddizioni e incognite. Le ambizioni di potenza della Turchia, e il suo ruolo accresciuto, collidono col progetto della “Grande Israele”. L’annessione israeliana della Cisgiordania, col metodo del terrore e degli espropri, crea problemi alle diplomazie arabe. L’incerto futuro dell’Iran, alleato della Russia e primo fornitore di petrolio alla Cina, interroga le scelte dell’imperialismo USA, ancora incerto tra guerra e negoziato.
Ma Trump segna il nuovo terreno di gioco negli equilibri di potenza. La posizione di forza conquistata dagli USA in Medio Oriente, sul sangue palestinese, non ha precedenti nel passato recente. Il Board of Peace è la struttura cortigiana che la sigilla.
La scelta italiana di partecipare al Board sta in questo quadro complesso. Sicuramente pesa in questa scelta la contiguità politica col trumpismo di un governo a guida postfascista: l’unico governo a direzione sovranista tra i grandi paesi europei, e l’unico governo imperialista del vecchio continente ad essere salito sul carro, sia pure in una forma mediata con la Presidenza della Repubblica, e con l’accorgimento diplomatico del ruolo “osservatore”. Non è un caso. Le relazioni politiche di Giorgia Meloni e della destra italiana con l’ambiente MAGA, e col circuito reazionario continentale, da Orban ad Abascal, sono un dato materiale e non solo formale.
E tuttavia questo fattore politico non spiega tutto. E anzi si espone a qualche interrogativo.
Perché esibire una relazione speciale con Trump nel momento più critico della parabola trumpiana dopo i fatti di Minneapolis? Perché esibirlo col coinvolgimento italiano in un Consiglio di Pace obiettivamente grottesco, impresentabile agli occhi di larga parte dell’opinione pubblica italiana ed europea? Perché, insomma, arrischiare la propria immagine alla vigilia di un referendum decisivo per lo stesso futuro del governo?La partecipazione italiana è dettata dall’appoggio di Meloni all’imperialismo USA e alla contiguità politica e culturale con il trumpismo. Ma non solo.
La risposta richiede uno sguardo più ampio, che travalica considerazioni esclusivamente politiche o elettorali.
Il Board of Peace distribuirà le carte in Medio Oriente. Segnerà equilibri, sfere di influenza, partite di interesse obiettivamente enormi: la ricostruzione di Gaza; la filiera degli affari con le monarchie del Golfo; le relazioni economiche e militari con lo Stato sionista; la distribuzione di giganteschi appalti nel campo della logistica, delle infrastrutture, dell’industria militare, delle risorse energetiche. L’imperialismo italiano vuole entrare nella partita con un ruolo accresciuto. Il fatto di disporre di entrature politiche particolari con l’ambiente trumpiano (e anche sionista), grazie a Meloni, diventa la leva di un proprio accreditamento come possibile socio in affari. Un socio di prim’ordine. Il Piano Mattei non è solo propaganda. È la candidatura delle grandi aziende italiane a un ruolo nuovo e più ampio in Medio Oriente e in Africa. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri, prenotano un posto d’onore al tavolo della ripartizione, a scapito del vecchio colonialismo francese, ormai in disarmo, e in gioco di sponda con l’imperialismo USA.
Partecipare al Board of Peace significa (anche) questo. Non a caso il quotidiano di Confindustria, che pure è formalmente critico verso la politica trumpiana, afferma che in fondo si tratta dell’unico piano di pace oggi esistente in Medio Oriente, e che questo è il suo pregio. Insomma, come si fa a restar fuori dal giro?
L’imperialismo italiano vuole giocare la sua partita, indipendentemente dalla natura e dalla guida politica del “Consiglio di pace”. L’importante è che lo strumento sia funzionale ai fini della rapina imperialista.
Il comitato d’affari meloniano del capitalismo tricolore ha fatto dunque la sua mossa. Non sappiamo se gli porterà voti. Sicuramente porterà profitti ai suoi committenti, ciò che veramente conta per il capitale. Se oggi a portare profitti è il governo della destra, il governo più stabile tra i grandi d’Europa, ben venga il governo Meloni e il Board of Peace. Domani si può sempre cambiare cavallo all’occorrenza, l’essenziale è avere in mano le briglie. Così ragionano i grandi azionisti, i giocatori di Borsa, gli amministratori delegati delle grandi imprese.
L’insegnamento per la nostra classe e per la sua avanguardia è speculare: solo liberando la società dalla dittatura dei capitalisti si può realizzare una alternativa vera. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può schierarsi dalla parte dei popoli oppressi, contro tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi. A partire da quello di casa nostra.
Partito Comunista dei Lavoratori
