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Stati Uniti: primi impatti del secondo mandato di Trump

 


Da quando ha assunto la carica per il suo secondo mandato, il 20 gennaio, Trump ha lanciato un'offensiva reazionaria, autoritaria e imperialista. Questa volta è accompagnato dall'establishment, con l'appoggio di un Partito Repubblicano schierato dietro di lui, il sostegno esplicito dei principali magnati capitalisti e l'atteggiamento permissivo dei democratici e della burocrazia sindacale.


Quest'ultimo fattore ha certamente contribuito al fatto che non siano emerse le grandi mobilitazioni di opposizione che lo accolsero nel 2016, ma la crescente polarizzazione sociale e politica alimenta anche la radicalizzazione di un settore disposto a lottare per fermarlo, e il suo programma reazionario non passerà senza provocare resistenza.

I rivoluzionari avranno un ruolo fondamentale nelle lotte che arriveranno e nell'organizzazione i combattenti che le guideranno.


UN PROCESSO GLOBALE

L'ascesa dell'estrema destra è un fenomeno globale. Varie espressioni di essa sono al governo in sette paesi dell'Unione Europea (Italia, Paesi Bassi, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovacchia e Finlandia), in Austria è prossima al governo ed è in aumento in Francia, Germania e Regno Unito.

Alcune delle sue espressioni più estreme e stravaganti, come il presidente argentino Milei e il presidente salvadoregno Bukele, sono promosse come esempi da seguire a livello internazionale. Il bolsonarismo rimane una forza importante in Brasile, nonostante non sia più al governo.

Il regime fondamentalista di Modi in India e il regime autoritario di Putin in Russia condividono caratteristiche centrali con l'estrema destra occidentale. Anche al di là di queste espressioni politiche, c'è una tendenza generale nel mondo verso regimi più autoritari e repressivi in tutto l'arco politico capitalista.

L'estrema destra globale non è omogenea, ci sono settori più radicali o più vicini alla destra classica, più nazionalisti o più neoliberisti. Ma al di là della diversità, essi costituiscono la punta di diamante di una decisiva svolta globale a destra della borghesia, che ha rafforzato un settore reazionario della società.


UN PRODOTTO DELLA CRISI SISTEMICA

La crisi sistemica che il capitalismo sta attraversando dal 2008 è paragonabile solo a quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali del secolo scorso. La distruzione e la concentrazione del capitale causato da quelle guerre permisero alla borghesia di recuperare la redditività necessaria per superare quelle crisi. Oggi la borghesia, non vedendosi per il momento in grado di affrontare una nuova guerra mondiale, cerca di recuperare la redditività aumentando lo sfruttamento.

A causa della profondità della crisi, non è sufficiente aver messo fine allo stato sociale e alla maggior parte delle conquiste ottenute nel secondo dopoguerra, né è sufficiente la flessibilità del neoliberismo. La borghesia ha bisogno di porre fine ai diritti più elementari delle masse lavoratrici e di ridurci al lavoro fino al collasso fisico, in cambio del minimo necessario per sopravvivere e continuare a lavorare. Consapevoli che ciò danneggia la stragrande maggioranza della popolazione, genera opposizione e provoca resistenza, la borghesia deve ridurre al minimo i meccanismi democratici e rafforzare al massimo i dispositivi repressivi.

Il fatto che l'estrema destra esprima più chiaramente questo bisogno della borghesia imperialista nel suo insieme spiega in larga misura la sua rapida accettazione e assimilazione da parte dei regimi borghesi e dei partiti politici, e contribuisce in modo significativo alla sua ascesa globale.

A sua volta, il fenomeno dell'estrema destra fa parte di un processo globale di polarizzazione, che provoca anche mobilitazioni di massa, ribellioni e rivoluzioni, compresi grandi scioperi che hanno rianimato alcuni dei settori più potenti della classe lavoratrice nel mondo. Si tratta di un processo ineguale, perché nonostante le gigantesche lotte e la radicalizzazione a sinistra di settori importanti, in questo polo non è emersa un'espressione politica, come invece è emersa a destra.

Tuttavia, poiché la borhesia è riuscita a schiacciare la volontà di resistere, ciò che predomina è l'instabilità. E finché le masse continueranno a combattere, i rivoluzionari avranno il dovere di portare avanti queste lotte e di sfruttare l'opportunità di organizzare i combattenti più determinati, il che ci permette di costruire e rafforzare le nostre organizzazioni rivoluzionarie.


IL 2025 NON È IL 2016

Questo trionfo di Trump è parte del fenomeno globale dell'ascesa dell'estrema destra, si nutre di esso e, a sua volta, rafforza tutte le sue espressioni. Quest'azione di ritorno spiega, in larga misura, la sicurezza con cui Trump e i suoi partner abbiano lanciato, appena insediati, un'offensiva così completa e profonda.

Al momento del suo primo mandato nel 2016, Trump è stata una delle prime espressioni dell'estrema destra. In quel periodo non era il candidato preferito della borghesia, che vedeva più rischi che opportunità nel suo governo. Dovette affrontare grandi mobilitazioni contro di lui, così come l'opposizione o la mancanza di collaborazione di gran parte dell'establishment. Non è riuscito ad attuare molte delle sue iniziative, e ha perso la rielezione per il secondo mandato nel 2020. È stato anche processato e condannato per diversi crimini. Ma ha consolidato una base sociale radicalizzata, rappresentativa di una minoranza ma importante; mentre le aree politiche tradizionali continuavano a disintegrarsi.

L'amministrazione democratica di Biden, succeduta a Trump, ha mantenuto alcune delle politiche chiave di Trump (come la politica sull'immigrazione e i tagli alle tasse per le imprese e i ricchi), ha contrastato movimenti di scioperi, ha sostenuto zelantemente il genocidio sionista a Gaza, oltre a reprimere gli studenti che hanno mostrato solidarietà con la Palestina. A contribuire a questa delusione è stata la capitolazione di Bernie Sanders e dei Socialisti Democratici d'America (DSA), che avevano generato aspettative negli anni precedenti, i quali hanno continuato a sostenere senza tante remore la rielezione di "Genocide Joe", e poi di Harris. Come conseguenza, i democratici hanno perso circa sei milioni di voti.

Nel frattempo Trump si è rafforzato all'interno delle file repubblicane come il leader di opposizione più coerente, come una figura radicale perseguitata dall'establishment e, fondamentalmente, come espressione dell'estrema destra, che durante i quattro anni di Biden è avanzata a livello internazionale.

A differenza di quanto accaduto nel 2016, il Partito Repubblicano si è schierato dietro la sua candidatura e ha costruito una coalizione con più di cento organizzazioni della destra radicale e un ambizioso programma reazionario, dettagliato nel Progetto 2025 della Heritage Foundation. La grande borghesia, che era divisa durante il suo primo mandato, è ora apertamente coinvolta, come espresso chiaramente dal sostegno pubblico a Trump dei magnati della tecnologia e degli uomini più ricchi del mondo come Musk, Zuckerberg e Bezos, che fino ad ora avevano dato di sé un'immagine molto più progressista.

L'amministrazione Trump gode anche di una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema, del controllo di entrambe le camere dei rappresentanti, e di una leadership democratica che è più collaborazionista che di opposizione.

Nel loro insieme, questi elementi mostrano che la classe dominante imperialista ha un maggiore livello di unità sulla necessità di adottare un orientamento più reazionario. Avendo valutato che il primo mandato di Trump è fallito perché non è andato a fondo in modo più deciso, la classe dominante sostiene ora l'attuale politica per cercare di imporre cambiamenti più profondi, e più rapidamente. Una dinamica simile ha portato anche la borghesia di altri paesi a dare il proprio sostegno all'estrema destra, ad esempio in Argentina.

Di conseguenza, Trump e i suoi collaboratori sono arrivati alla Casa Bianca traboccanti di fiducia. Ma il loro vero sostegno è costituito da una minoranza nell'insieme della società. Trump ha vinto le elezioni con un margine di appena l'1,5%, e l'astensione di un terzo dell'elettorato significa che solo un terzo lo ha eletto. Non possiamo perdere di vista questa debolezza strutturale del governo, dietro la sua attuale fiducia apparentemente illimitata.


LA DIMENSIONE DELL'OFFENSIVA

Da quando è entrato in carica, Trump ha lanciato una serie di attacchi su tutti i fronti, misure contro i lavoratori, gli oppressi, i diritti democratici, le normative ambientali, e dichiarazioni di aggressione imperialista.

In una delle sue prime mosse, Trump ha dato l'indulto ai manifestanti condannati per l'attacco del 6 gennaio 2021 al Congresso, molti dei quali fascisti dichiarati. Il suo gabinetto costituisce il governo più oligarchico e reazionario dal XIX secolo. La posizione del magnate Elon Musk, con poteri straordinari sul bilancio, è indicativa.

Indipendentemente da quanto sia realistico il suo obiettivo dichiarato di tagliare più di un quarto il bilancio nazionale, Musk ha già licenziato decine di migliaia di lavoratori statali e sta spingendo per il pensionamento "volontario" di altri due milioni. Ha cambiato la categorizzazione dei lavoratori statali per arrogarsi il potere di licenziare senza impedimenti milioni di lavoratori, precedentemente considerati di natura non-politica. Tra gli altri problemi causati, il governo Trump ha interrotto tutta l'assistenza sociale nazionale e gli aiuti internazionali, causando una crisi globale dell'accesso ai farmaci per l'HIV.

Ha scatenato un massiccio raid da parte dell'ICE, la polizia dell'immigrazione, arrestando migliaia di persone, e trasferendone decine nei campi di detenzione e tortura di Guantánamo. Ha firmato decreti che tolgono i diritti alle persone trans, criminalizzano gli attivisti pro Palestina ed eliminano i programmi contro la discriminazione razziale e di genere.

Ha annullato le tiepide normative ambientali che Biden aveva attuato, ha ritirato il Paese dagli Accordi di Parigi e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alcune di queste misure sono state bloccate a livello giudiziario, ma le possibilità che molte di esse vengano ratificate, invece che annullate, sono maggiori oggi, dato l'attuale contesto politico e la natura del potere giudiziario.

Ci sono anche molti annunci di misure che non sono molto realizzabili, ma che rinvigoriscono la base sociale reazionaria. In questo senso, il saluto nazista di Elon Musk, anche se in seguito ha negato che lo fosse, è un messaggio potente al settore radicalizzato della destra, su cui questo governo cerca di fare affidamento per affrontare l'inevitabile resistenza all'attuazione del suo programma.

Questa azione cerca di "inondare il campo" con numerose misure estremamente reazionarie ma irrealizzabili, così che sia impossibile rispondere a tutta questa serie di attacchi. In questo modo, le misure che essi intenderanno davvero portare a termine sembreranno meno terribili o passeranno inosservate. Ma ciò è anche parte di una battaglia culturale per il "senso comune". In questo modo Trump cerca di espandere radicalmente gli atteggiamenti e le azioni razziste, sessiste, xenofobe, omofobe e generalmente reazionarie che sono considerate accettabili, e di stabilire quali diritti sono considerati "privilegi" o veri e propri crimini.

Questa battaglia non ha un'importanza minore. Il suo obiettivo è quello di rafforzare e motivare l'azione dei settori più estremisti, violenti e direttamente fascisti che costituiscono il nocciolo duro della base sociale dell'estrema destra; e indebolire e demoralizzare i lavoratori e le persone oppresse in generale, e gli attivisti disposti a fronteggiare tali attacchi.


LA DOTTRINA TRUMP

Uno degli aspetti centrali della crisi sistemica in corso del capitalismo è la crisi dell'egemonia imperialista. Gli Stati Uniti, che sono tuttora la prima potenza mondiale, sono in netto declino, mentre le potenze regionali si rafforzano e la Cina emerge come concorrente globale.

Nel 2016 gran parte della borghesia si è opposta alle tendenze protezionistiche e isolazioniste di Trump, e dal 2020 Biden sta cercando di recuperare l'orientamento precedente. Ora sembra prevalere la conclusione che la strategia multilaterale, con la quale l'imperialismo statunitense ha dominato il mondo per molti decenni, non funziona più, e che è necessario un cambiamento importante per riconquistare il potere globale con la forza.

Pertanto, la brusca svolta del nuovo governo in direzione di un forte protezionismo commerciale e un nazionalismo espansionista più aggressivo ha il sostegno dell'establishment.

Trump ha iniziato annunciando nuovi dazi commerciali contro Messico, Canada e Cina; e ha dichiarato la sua intenzione di riprendere il controllo del Canale di Panama, annettere la Groenlandia e colonizzare Gaza. Sebbene questi ultimi obiettivi siano generalmente considerati irrealizzabili, e le tariffe per il Canada e il Messico siano state successivamente negoziate, gli annunci sono serviti come dichiarazione di intenti.

Da allora, gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe commerciali praticamente verso tutti, scaricando parte della crisi sul resto del mondo, rafforzando i profitti aziendali statunitensi a spese di altri. Ciò aggrava la crisi economica di tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, compresi alleati storici come l'Europa e Taiwan, e i paesi in cui governano altri leader di estrema destra come l'Argentina. Pertanto, questa politica genererà un maggiore attrito diplomatico e politico USA e alleati, e acuirà il conflitto interimperialista con Cina e Russia.

Trump sta anche intensificando un intervento politico internazionale più aggressivo e unilaterale. Ha svolto un ruolo centrale e visibile nell'applicazione del cessate il fuoco a Gaza, e poi ha proposto l'espulsione più rapida possibile della popolazione palestinese. Ora ha aperto i negoziati con Putin per concordare la consegna del territorio ucraino alla Russia, alle spalle del popolo ucraino.

Tuttavia, il tentativo di consolidarsi con la forza contiene anche un elemento di disperazione, e comporta un rischio non trascurabile. Rafforzarsi economicamente e geopoliticamente a spese degli altri, compresi i suoi alleati storici, aggrava la crisi e l'instabilità economica e politica in tutto il mondo. Questo disordine e i conflitti, le guerre, le ribellioni e le rivoluzioni che esso provoca sono, a loro volta, il più grande pericolo per i piani dell'imperialismo.


COME AFFRONTARLI

L'offensiva della nuova amministrazione Trump apre una nuova situazione politica, segnata da un attacco capitalistico reazionario, qualitativamente superiore al precedente, e che cambierà in modo significativo le dinamiche della lotta di classe.

Sebbene Trump e il suo governo non intendano ancora uscire dalla cornice generale delle istituzioni democratico-borghesi ed eliminare completamente le organizzazioni sindacali e politiche non borghesi, il salto autoritario e repressivo che cercano di imporre è profondo. Implica tagli drastici ai diritti democratici e un approfondimento della repressione statale, della violenza parastatale contro gli oppressi contro l'attivismo sindacale e di sinistra.

I democratici, che alle elezioni hanno minacciato che se Trump avesse vinto sarebbe arrivato il fascismo, ora minimizzano i rischi che fino a poco tempo fa esageravano. Con l'avvicinarsi delle prossime elezioni, si ricorderanno di quanto sia pericoloso Trump per presentarsi come l'unica alternativa. Ma la necessità di affrontare Trump e lottare per fermare i suoi piani è immediata.

I democratici, al contrario, si sono sforzati di garantire una transizione senza intoppi e ora stanno cercando modi per collaborare con la nuova amministrazione. Vogliono impedire l'emergere di movimenti di lotta che alla fine richiederanno tempo e sforzi per smobilitarli e incanalarli in attività di lobbying ed elettorale a proprio vantaggio.

I rivoluzionari devono agire in modo diametralmente opposto. Non possiamo minimizzare il pericolo rappresentato dagli attacchi del nuovo governo, né dobbiamo esagerarli. Al di là della caratterizzazione che ne diamo, dobbiamo essere in prima linea nel denunciare le misure di questo governo, trasmettendo l'urgenza di organizzarci per affrontarle e facendo appello alla più ampia unità per combattere questa lotta, con la massima forza possibile.

Allo stesso tempo, dobbiamo smascherare i democratici, che parlano del pericolo di Trump per chiedere voti, ma non per affrontarlo quando è più importante farlo. Dobbiamo spiegare la loro responsabilità nell'aprirgli la porta, nel disarmare i movimenti che potevano affrontarlo con più forza, e spiegare la necessità di costruire un'alternativa politica indipendente dai capitalisti e dai loro interessi.

Dobbiamo continuare le lotte economiche e sociali che abbiamo finora condotto per il salario e per il diritto di organizzazione sindacale; contro il razzismo istituzionale e la violenza della polizia; in difesa degli immigrati, per il diritto all'aborto, per l'identità e tutti i diritti di genere, tra gli altri. Queste lotte si intensificheranno. Così come in passato abbiamo iniziato a lottare per stabilire che le vite dei neri contano ("black lives matter"), dovremo ora lottare per difendere le vite delle persone trans, dei migranti e delle donne.

Ma le lotte democratiche in particolare stanno per assumere un nuovo ruolo. Dobbiamo assumerci il compito di organizzare l'autodifesa contro i settori fascisti che ora agiranno con maggiore fiducia, affrontare la persecuzione e la repressione, difendere politicamente e fisicamente il diritto di manifestare e tutti i diritti democratici; e portare avanti queste lotte in una forma che non si riproponeva da molto tempo.


VOGLIA DI COMBATTERE

La demoralizzazione accumulata durante il mandato di Biden, la disattivazione dei movimenti degli ultimi anni ad opera del Partito Democratico e la loro decisione di non organizzare proteste nazionali per l'insediamento di Trump, spiegano in gran parte perché questa volta non ci sono state manifestazioni di massa come nel 2016.

Tuttavia, c'è un'avanguardia che vede la necessità e l'urgenza di organizzare la resistenza. Sono migliaia di giovani radicalizzati dal movimento di solidarietà con la Palestina, sono i lavoratori attivi negli scioperi di Amazon o dello United Auto Workers, donne, LGBT+, immigrati, attivisti neri che hanno visto i loro movimenti disattivati dai democratici e comprendono la necessità immediata di organizzare una lotta seria, contro un pericolo molto reale.

L'offensiva di Trump provocherà inevitabilmente resistenza all'interno degli USA e in tutto il mondo. La forza e le possibilità che questa resistenza avrà dipendono in larga misura dal livello di organizzazione e di orientamento politico di questa avanguardia radicalizzata. Questo pone un compito per i rivoluzionari di oggi, una di quelle sfide in cui è importante cosa facciamo o non facciamo, cosa otteniamo o non otteniamo.

Oggi è possibile e necessario organizzare migliaia di attivisti e lavoratori politicamente radicalizzati disposti a lottare per un progetto rivoluzionario, per influenzare il corso delle lotte a venire e per gettare le basi di un partito rivoluzionario che rappresenti la classe lavoratrice e combatta per il socialismo negli Stati Uniti e nel mondo. Ciò può essere fatto da un lavoro di raggruppamento dei rivoluzionari nel paese e a livello internazionale, una prospettiva che la Lega Internazionale Socialista sostiene fermamente.

Alejandro Bodart, Vince Gaynor

Capitalismo, democrazia ed elezioni USA 2024

 


3 Novembre 2024

English translation

In tutte le principali elezioni statunitensi, il coro di liberali, socialdemocratici, stalinisti e poststalinisti esorta a votare per i candidati del Partito Democratico. “I democratici hanno i loro difetti”, dicono, "ma una vittoria repubblicana sarebbe un disastro".

Quest'anno il coro è più forte che mai. “È in gioco la democrazia!”, dicono i sostenitori del voto per i democratici. Ma è vero? L'elezione di Donald Trump distruggerebbe la democrazia negli Stati Uniti? L'elezione di Kamala Harris lo impedirebbe? In realtà, nessuna delle due asserzioni è vera.

Negli USA le ezioni sono divenute sempre più polarizzate negli ultimi trent'anni. Il Partito Repubblicano si è fatto sempre più stridente nella sua retorica sull'immigrazione, la criminalità, l'aborto, il gender, le tasse, i vincoli governativi “che ammazzano il lavoro”, e le élite liberali "woke". Il Partito Democratico si è presentato principalmente come il partito moderato, il partito del “loro no”, il partito del mantenimento dello status quo. La campagna di Bernie Sanders del 2016 è stata solo una parentesi.

I democratici sono il male minore, rispetto ai repubblicani, ma a parte la retorica, poco è cambiato dall'amministrazione Trump a quella Biden. La politica del governo è rimasta in gran parte la stessa, non solo per quanto riguarda il militarismo, la guerra e l'economia, ma anche per quanto riguarda la polizia, l'immigrazione e l'ambiente.

Nonostante l'aumento della polarizzazione, la democrazia rimane il miglior involucro possibile per il governo capitalista, e il sistema bipartitico funziona bene per i padroni. Il governo può fare solo ciò che la classe dominante vuole che esso faccia, e l'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella continua ricerca del male minore.

I rivoluzionari dovrebbero sfruttare il momento didattico delle elezioni per educare i lavoratori alla trappola del male minore dei capitalisti, alla necessità di un partito operaio di massa, al nostro programma per quel partito, ai limiti della politica elettorale e alla necessità di un'azione di massa per resistere efficacemente.

Non dovremmo entrare in dispute con i lavoratori sul come votare, ma dovremmo raccomandare ai lavoratori politicamente avanzati che vogliono andare oltre la ricerca del male minore di votare per un candidato verde, indipendente o altri candidati non capitalisti, piuttosto che astenersi passivamente.


DEMOCRAZIA E FASCISMO

Una parte della sinistra statunitense dipinge le elezioni del 2024 come una battaglia tra democrazia e fascismo. Entrambi i termini devono essere esaminati. In Stato e rivoluzione, Lenin, citando Engels, descrive la democrazia come “il miglior involucro possibile per il capitalismo”:

«Nella repubblica democratica – continua Engels – "la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America).

Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. [...]

La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito [...] di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.
»

Il fascismo è un movimento reazionario di massa con componenti politiche, sociali, culturali, elettorali e paramilitari. Si basa su settori della popolazione che si sentono minacciati dalla crisi economica e dai cambiamenti sociali, in particolare la classe media, ma anche settori della classe operaia. Utilizza una demagogia razzista, sciovinista, xenofoba e sessista. Promette di rendere di nuovo grande la nazione e il suo popolo.

Storicamente, i capitalisti si sono rivolti al fascismo per schiacciare il movimento operaio durante le gravi crisi in cui la classe operaia si solleva e il miglior guscio possibile dei capitalisti non è in grado di contenere la rivolta. Se una leadership timida fa vacillare i lavoratori, i fascisti colgono l'occasione.

Il ricorso al fascismo è rischioso per i capitalisti. I fascisti hanno interessi e basi proprie, che li rendono, nel migliore dei casi, un parassita pericoloso e costoso. Possono provocare una rivoluzione operaia e perdere. Se vincono, possono portare il paese al disastro. I capitalisti non sceglieranno questa strada se non quando temeranno, in caso non la scegliessero, di perdere tutto.


IL SISTEMA POLITICO STATUNITENSE

Il sistema politico degli Stati Uniti è stato progettato e perfezionato per far sì che l'azione del governo si limiti solo a ciò che vuole la classe dirigente, ovvero ciò che vuole la totalità o la maggioranza della classe dirigente.

Gli Stati Uniti hanno tre livelli di governo: il governo federale, i cinquanta governi statali e migliaia di governi locali. All'interno di ogni unità governativa, i rami legislativo, esecutivo e giudiziario hanno poteri separati. Possono controllarsi e bilanciarsi a vicenda, come dicono i libri di scuola. I rami esecutivi hanno burocrazie permanenti di vario tipo, tra cui la polizia e l'esercito, che possono minare le decisioni democratiche.

Il Presidente degli Stati Uniti è scelto dal Collegio elettorale, non dal voto popolare. Ogni Stato ha un numero di elettori pari al numero di membri della Camera dei Rappresentanti e del Senato. Nella maggior parte degli Stati, il partito che vince la maggioranza del voto popolare ottiene tutti gli elettori. Nel 2016 Hillary Clinton ha vinto il voto popolare con tre milioni di voti, ma ha perso il Collegio elettorale. Nel 2020, Joe Biden ha dovuto vincere il voto popolare con sette milioni di voti per vincere il Collegio elettorale.

La Camera dei Rappresentanti dovrebbe essere il ramo più democratico del governo federale, eppure raramente riesce ad approvare leggi progressive. Il Senato è meno democratico, con due senatori per ogni Stato, indipendentemente dalle dimensioni, e regole che richiedono una supermaggioranza del 60% per approvare tutte le leggi tranne quelle di routine. Tuttavia, il Senato serve spesso a moderare le misure reazionarie adottate dalla Camera.

La Corte Suprema è il ramo meno democratico del governo federale. I suoi nove giudici, nominati dal Presidente con l'approvazione del Senato, restano in carica a vita. Eppure la Corte Suprema ha ripetutamente avviato riforme che il Presidente e il Congresso non hanno avuto il coraggio di avviare, dalla desegregazione scolastica negli anni Cinquanta al diritto all'aborto nel 1973, fino al matrimonio omosessuale nel 2015.

Con la nomina di tre giudici da parte di Donald Trump durante il suo primo mandato, la Corte è tornata al suo precedente ruolo di blocco delle riforme. Un sistema disfunzionante da cima a fondo, tranne quando la classe dirigente vuole agire.


DEMOCRATICI E REPUBBLICANI

A questa struttura si sovrappone il sistema bipartitico. I democratici e i repubblicani sono entrambi partiti capitalisti. Dipendono dalle donazioni dei capitalisti e dal riconoscimento dei media capitalisti. I loro politici di punta fanno la spola tra il governo, l'esercito, le imprese e il mondo accademico. Se non sono già ricchi personalmente quando entrano in politica, lo diventano rapidamente.

Sin dall'amministrazione di Woodrow Wilson del 1912-20, i democratici si sono posizionati come il partito capitalista liberale, o di centrosinistra, mentre i repubblicani si sono posizionati come il partito capitalista conservatore, o di centrodestra. Il loro terreno comune è l'agenda della classe dominante, che da oltre quarant'anni è l'imperialismo neoliberista.

Ci sono differenze tra i due partiti capitalisti. I democratici sono favorevoli a un maggiore intervento del governo per promuovere l'occupazione, ridurre la povertà e proteggere l'ambiente. Sono più favorevoli ai diritti civili, ai diritti riproduttivi e ai diritti LGBTQ+. Sono favorevoli al multilateralismo in politica estera.

I repubblicani sono favorevoli a tasse più basse, a una minore regolamentazione governativa e a lasciare le questioni economiche al mercato e quelle politiche ai singoli stati (e non al governo federale). Hanno un'ala isolazionista che vuole una politica estera ispirata all'“America first”. Proiettano un'immagine di legge e ordine, e proclamano le virtù del matrimonio, dei nuclei famigliari e della religione.

Il sistema bipartitico riduce la maggior parte delle differenze alla retorica. I democratici hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato con le elezioni del 1992, 2008 e 2020, senza cambiare nulla di fondamentale. I repubblicani hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato nel 2000 e nel 2016, e non hanno cambiato nulla di fondamentale. Negli altri anni, l'amministrazione è stata divisa, e ha potuto realizzare ben poco.

Le amministrazioni Trump e Biden hanno aumentato la spesa militare annuale a oltre 750 miliardi di dollari di spesa diretta e 1.500 miliardi di dollari di spesa totale (diretta e indiretta). Le amministrazioni hanno stanziato 3,5 trilioni di dollari ciascuna per contrastare la pandemia di Covid e lo sconvolgimento economico che ha causato. Trump ha imposto ingenti dazi sulle merci cinesi per aiutare la produzione statunitense a competere. Biden ha mantenuto le tariffe e ha aggiunto 1.000 miliardi di dollari di sussidi “buy American”.

Nonostante una retorica più umanitaria, l'amministrazione Biden ha attuato le politiche dell'amministrazione Trump per rendere chiuso il confine degli Stati Uniti con il Messico e tenere lontani i richiedenti asilo. I due partiti cercano di superarsi a vicenda sul sostegno a Israele.


KAMALA HARRIS E DONALD TRUMP

Le elezioni del 2020 hanno registrato la più alta affluenza alle urne dal 1952. Un terzo degli aventi diritto al voto ha scelto di non esercitare il suo diritto. Poco più di un terzo ha votato per Biden. Poco meno di un terzo ha votato per Trump. Le elezioni presidenziali del 2024 si preannunciano con un margine di risultato ancora più stretto.

I non votanti sono per lo più disillusi. Non hanno fiducia in nessuno dei due partiti, non credono che il governo agirà nel loro interesse, ripongono la loro fiducia unicamente in se stessi, nella famiglia e negli amici.

La base tradizionale dei democratici fin dagli anni '30 è costituita da lavoratori sindacalizzati, neri, latinos e altre persone di colore, liberi professionisti e capitalisti illuminati. Questa base si è frammentata, poiché il partito ha abbracciato il neoliberismo e si è spostato a destra. Alcuni elettori democratici credono alla retorica del partito; la maggior parte vede Harris e i democratici come il male minore, soprattutto per quanto riguarda l'aborto.

La base repubblicana tradizionale è costituita da grandi capitalisti, manager, piccoli imprenditori, agricoltori e lavoratori delle periferie e delle piccole città. Alcuni elettori repubblicani sono razzisti, xenofobi, autoritari e persino fascisti. Ma la maggior parte vede Trump e i repubblicani come il male minore, in base alla percezione dei loro interessi economici e alle loro opinioni sull'aborto e su altre questioni.

Una seconda amministrazione Trump renderebbe la politica degli Stati Uniti ancora più incattivita, ma il principale effetto pratico sarebbe sul diritto all'aborto. Con la sentenza Roe v. Wade del 1973, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che la Costituzione dà alle donne il diritto di abortire fino alla vitalità fetale. Nel 2022, la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, ha rovesciato questa decisione.

La battaglia si è ora spostata nei singoli Stati. Un terzo degli Stati vieta l'aborto, un altro sesto lo consente in circostanze limitate, la metà di essi lo protegge. Le donne negli Stati che vietano l'aborto si recano in altri Stati per abortire, se hanno le risorse per farlo, oppure ricorrono ad aborti medici attraverso reti che aggirano i divieti. In alcuni Stati in cui i legislatori hanno emanato dei divieti, i cittadini hanno lanciato dei referendum per annullarli.

È improbabile che una seconda amministrazione Trump sia in grado di emanare un divieto di aborto a livello nazionale, dal momento che una maggioranza sostanziale della popolazione è favorevole al diritto all'aborto. Ma l'amministrazione potrebbe interferire con la distribuzione di mifepristone e misoprostolo, rendendo più difficile l'aggiramento delle leggi statali.


LA NECESSITÀ DI UN PARTITO DEI LAVORATORI DI MASSA

La guerra genocida di Israele contro Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania, l'attacco al Libano e l'escalation con l'Iran hanno mostrato a molti non solo la natura coloniale del sionismo, ma anche la complicità degli Stati Uniti in tutto ciò che Israele fa. L'opinione popolare si è sostanzialmente spostata dall'essere filoisraeliana a essere filopalestinese.

Gli elettori progressisti si trovano in una posizione difficile. Dovrebbero votare per Harris per proteggere il diritto all'aborto, sapendo che lei sostiene il genocidio di Israele? O dovrebbero rifiutare di acconsentire al genocidio e rischiare un'ulteriore restrizione del diritto all'aborto? Non c'è modo di uscire da questo dilemma rimanendo all'interno del sistema bipartitico.

Il problema è più generale. I lavoratori vogliono un lavoro, una pensione, l'assistenza sanitaria, l'istruzione, del tempo da trascorrere con le persone che amano e l'opportunità di perseguire i propri interessi. La maggior parte di loro è favorevole alla parità di diritti e di opportunità. Vogliono un ambiente pulito.
Dubitano che queste cose siano possibili, perché non le hanno mai viste, e i politici e i media dicono loro che sono impossibili da ottenere. Inseguono quello che percepiscono come il male minore, poiché non vedono la strada per qualcosa di meglio.

All'inizio degli anni '90, il Labor Party Advocates (LPA) aveva uno slogan accattivante: “I padroni hanno due partiti. A noi serve uno per noi”. Questo punto di vista era condiviso dalla maggior parte dei militanti della sinistra di classe nel mondo del lavoro e dai leader di alcuni sindacati, tra cui l'Oil, Chemical and Atomic Workers (OCAW), lo United Electrical Workers (UE), l'International Longshore and Warehousemen's Union (ILWU), la California Nurses Association (CNA), e altri.

Un congresso tenutosi nel giugno 1996 ha dato vita al Labor Party, guidato da questi sindacati. Il congresso ha adottato un programma socialdemocratico che, incoerentemente, non includeva il diritto all'aborto. Un congresso del 1998 ha rettificato la situazione.

Il Labor Party ha adottato quello che ha definito un “nuovo modello organizzativo per la politica”. Il modello consisteva nel “costruire il potere” prima che il partito presentasse i propri candidati alle elezioni. Questo linguaggio nascondeva un compromesso in base al quale i sindacati principali concedevano ai sindacati vicini al LPA di divertirsi nel loro parco giochi, a patto che non presentassero effettivamente candidati contro il Partito Democratico. Non avendo alcuna vera utilità, il Labor Party si è presto affievolito, dissolvendosi nel 2007.

Questo schema si è ripetuto più volte nei sindacati, nei movimenti sociali e nelle organizzazioni politiche socialdemocratiche, compresi i DSA (Democratic Socialists of America) resuscitati a nuova vita. Essi concedono al Partito Democratico il monopolio della rappresentanza politica. I loro leader sostengono che non è possibile fare altro. Questo rende i democratici il male minore rispetto ai repubblicani, il che porta quasi tutti gli attivisti a votare per loro. Una profezia che si autoavvera.


CHE TIPO DI PARTITO DEI LAVORATORI?

Il fondo di verità nel modello di costruzione del potere prima di correre alle elezioni è che non c'è modo di vincere le elezioni negli Stati Uniti senza avere un potere extraparlamentare. Il potere dei capitalisti è la loro ricchezza e il controllo che questa dà loro sulla vita politica. I partiti capitalisti spenderanno 12 miliardi di dollari per le elezioni del 2024, due miliardi solo per le elezioni presidenziali [si terranno elezioni anche per rieleggere la Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e numerose altre cariche locali, ndt]. Nemmeno i sindacati sono in grado di eguagliare questa cifra, per non parlare degli svantaggi derivanti dal mancato controllo dei media e dell'amministrazione.

L'azione di massa potrebbe superare l'impasse: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, organizzare manifestazioni, scioperi e occupazioni. Queste potrebbero creare una situazione in cui i capitalisti dovrebbero scegliere tra l'abbandono della democrazia e l'attuazione di riforme elettorali e di altro tipo che permettano a un partito dei lavoratori di poter competere efficacemente.

Ai capitalisti ciò non piacerebbe, e potrebbero provare ad impedirlo dapprima con misure autoritarie. Ma in tutti gli altri paesi capitalistici avanzati, i padroni hanno imparato da tempo a convivere con i partiti operai borghesi, cioè con partiti con una base operaia e con una linea politica di riforma del capitalismo attraverso l'azione di governo.

I rivoluzionari dovrebbero sostenere anche un partito operaio riformista come passo avanti per la classe operaia statunitense. Ma noi proponiamo per questo partito un programma di transizione anticapitalista: un programma per il lavoro, la sanità, l'istruzione, l'abolizione della polizia e delle carceri, i diritti riproduttivi, i diritti LGBTQ+, i tagli drastici alle spese militari, la pace e una giusta transizione verso l'energia pulita, l'industria, i trasporti, l'edilizia e l'agricoltura, che solo un governo dei lavoratori potrebbe attuare.

Proponiamo che questo partito non si limiti a partecipare alle elezioni, ma mobiliti i lavoratori per affrontare i capitalisti e il loro governo, per difendere il movimento operaio, per costruire consigli e altri organi del potere operaio e della democrazia operaia, al fine di istituire un governo operaio.

In Gran Bretagna, in Canada e in molti altri Paesi, il livello di lotta in cui la classe lavoratrice ha ottenuto una rappresentanza politica era troppo basso perché il partito dei lavoratori potesse essere rivoluzionario fin dalla nascita. Se questo si rivelerà essere anche il caso degli Stati Uniti, i rivoluzionari si troveranno sul terreno già noto della lotta al riformismo.

Tutto questo, ovviamente, è musica del futuro. Non accadrà nel 2024. Ma i rivoluzionari dovrebbero alzare lo sguardo e impegnarsi fin da ora su questo.


LA TATTICA ELETTORALE MARXISTA

I marxisti, a partire da Karl Marx e Friederich Engels, hanno visto le elezioni come un momento in cui i lavoratori sono più concentrati del solito sulla politica, un momento in cui i comunisti dovrebbero presentare le loro opinioni. Come spiegarono Marx ed Engels nel 1850 nell'Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti:

«A questo proposito il proletariato deve curare: 1) Che per nessun cavillo di autorità locali o di commissari del governo sia escluso, sotto nessun pretesto, un certo numero di operai. 2) Che dappertutto, accanto ai candidati democratici borghesi, siano presenti candidati operai, i quali dovranno il più che è possibile essere scelti fra i membri della Lega e per la cui elezione si deve lavorare con tutti i mezzi. Anche là dove non esiste nessuna speranza di successo, gli operai debbono presentare i loro candidati, per salvaguardare la loro indipendenza, per contare le proprie forze, per manifestare pubblicamente la loro posizione rivoluzionaria e il punto di vista del partito».

Quando un partito rivoluzionario non può presentare i propri candidati, o decide di non farlo per ragioni tattiche, il sostegno critico ai candidati di altri partiti può essere un modo per promuovere le proprie idee. La spiegazione più famosa di questa politica è quella di Lenin nel capitolo "Il comunismo di sinistra in Inghilterra", tratto da L’estremismo, malattia infantile del comunismo.

Oggi negli Stati Uniti non esistono partiti rivoluzionari in grado di organizzare una campagna elettorale a livello nazionale. Alle elezioni presidenziali del 2024, gli unici candidati non filocapitalisti sulla scheda elettorale nella maggior parte degli Stati sono Jill Stein del Partito Verde e Cornel West, un nero della sinistra radicale che corre da indipendente. Nel 2012 Jill Stein ha ottenuto 0,47 milioni di voti, nel 2016 ha ottenuto 1,45 milioni.

Stein e West hanno essenzialmente lo stesso programma socialdemocratico. Sono candidati piccolo-borghesi, cioè interclassisti, non candidati di un partito dei lavoratori. Ma non sono capitalisti, e il loro programma si colloca a sinistra di qualsiasi partito del Nouveau Front Populaire (NFP) in Francia.

I dirigenti del Partito Democratico preferirebbero che la sinistra votasse per i democratici. Ma la loro preoccupazione maggiore è quella di preservare il monopolio della rappresentanza politica. Finché lo avranno, la logica del male minore intrappolerà la maggior parte degli attivisti a sostenerli. “Non competere alle elezioni” è la loro linea rossa con i sindacati e i movimenti.

Per i rivoluzionari e gli anticapitalisti, la scelta tattica è quella di sostenere il voto per Stein o West o di astenersi. Io sono favorevole a sostenere il voto per Stein o West, per incoraggiare i sindacalisti, gli attivisti dei movimenti, i DSA – e, prima o poi, le loro organizzazioni – a superare la linea rossa imposta dai democratici.

Peter Solenberger

La teppaglia reazionaria e il sacro tempio liberale

 


English translation

Il giorno dopo la cosiddetta insurrezione di Washington, la Borsa di Wall Street ha registrato un record di rialzi sui listini azionari. Il capitale finanziario USA non si è fatto impressionare dalla carnevalata della teppaglia reazionaria a spasso per le sale del Congresso; ha preferito festeggiare ciò che più gli interessa: il ritorno al governo dei democratici, per di più con la maggioranza dei seggi al Senato, ciò che sembra offrire maggiore stabilità ai vertici dell'imperialismo USA, ed anche agli stimoli fiscali anti-Covid promessi da Biden agli azionisti delle corporations.

Agli occhi di Wall Street Donald Trump ha rappresentato un outsider imprevisto. Ovviamente il grande capitale siede al banchetto di qualsiasi amministrazione, e Trump ha offerto alla borghesia americana sicuri vantaggi economici. Ma la linea di destabilizzazione delle relazioni e strutture del multilateralismo – dall'ONU alle Conferenze sul clima, sino alle intese sugli armamenti – non è risultata gradita alla grande borghesia americana, ai gangli profondi della sua diplomazia e dei suoi vertici militari. Né lo è stata la sua gestione pirotecnica, personalista e familista, affidata al ristretto manipolo dei fiduciari del Presidente e del suo giro d'affari. Tanto meno la sua pretesa grottesca di invalidare le elezioni presidenziali prendendo in ostaggio le istituzioni borghesi dello Stato, e chiamando per di più a supporto la folla colorita della sua base popolare, comprese le milizie incontrollabili dell'estrema destra.

Il ritorno al governo del Partito Democratico offre a Wall Street un riferimento più affidabile, sperimentato, equilibrato. E il fatto che Trump abbia perso parecchie piume nella vicenda del 6 gennaio, oltre che non pochi sostegni del suo stesso staff, ha richiamato un ulteriore sospiro di sollievo. La Borsa ha festeggiato a suo modo anche questo.

Significa dunque che il 6 gennaio non è accaduto nulla di rilevante a Washington? No.
Certo è accaduto ben poco di ciò che è stato rappresentato dal commentario mondiale della borghesia liberale e delle sinistre riformiste al suo guinzaglio. “Golpe in America”, “insurrezione a Washington”, “dissacrata la democrazia più antica del pianeta”... le parole si sono sprecate, nella rincorsa del vocabolario. In realtà non vi è stato alcun golpe o insurrezione di sorta, se si vuol dare un significato vero alla parole. Un migliaio di attivisti parafascisti, suprematisti, omofobi, più o meno equipaggiati alla bisogna, ha invaso le sale del Congresso americano, grazie alla latitanza e connivenza dei corpi locali di polizia. Naturalmente non c'è nulla di peggio di questa teppaglia reazionaria, blandita e corteggiata da quello stesso Trump che non ne può garantire il controllo.

Ma non siamo di fronte alla minaccia fascista negli USA. E in ogni caso l'atto compiuto da questa teppaglia non trasforma affatto il Congresso USA nel tempio profanato della “democrazia”. La celebrata “democrazia” americana è solo la forma della dittatura dei capitalisti, di uno Stato che si regge sullo sfruttamento dei salariati di casa propria, sulle mille forme di oppressione e discriminazione degli afroamericani e degli ispanici, sull'arbitrio impunito della violenza poliziesca, sul saccheggio secolare di altri popoli e nazioni, su una politica di aggressioni militari, intimidazioni e ricatti verso ogni popolo oppresso che voglia ribellarsi al suo dominio. La teppa fascistoide del 6 gennaio si nutre, in fondo, dei detriti peggiori della democrazia borghese americana.

Tuttavia, spogliati della veste immaginifica che è stata loro fornita, i fatti del 6 gennaio sono tutt'altro che irrilevanti. Sarebbero stati impensabili anche solo pochi anni fa. Acquistano invece il loro significato, seppur in forma estrema, all'interno della polarizzazione politica e sociale che attraversa la società americana (e non solo) sullo sfondo della grande crisi. Impoverimento dei salari, declassamento di ampi settori della classe media, disuguaglianze sociali abissali in fatto di redditi e patrimoni, che percorrono e aggravano i divari etnici e territoriali, tra grandi città e province, tra metropoli e campagne.
La lunga ripresa economica USA, formalmente la più prolungata del dopoguerra, non solo non ha minimamente scalfito questa dinamica profonda ma l'ha approfondita su ogni versante. La crisi dell'amministrazione Obama, la clamorosa sconfitta di Hillary Clinton, la vittoria di Donald Trump nel 2016 sono stati il portato indiretto di questi processi.

Il trumpismo ha costruito attorno a sé un ampio blocco sociale particolarmente concentrato nella provincia profonda americana. Trump è uscito indiscutibilmente sconfitto nelle elezioni presidenziali appena concluse, ma il suo blocco sociale ha tenuto. Ha perso la presidenza, non il suo popolo. Ed anzi i 74 milioni di voti riportati dal Presidente sconfitto sono significativamente superiori a quelli guadagnati nel 2016, quando riportò la vittoria. Soprattutto è e resta impressionante il successo del trumpismo presso l'elettorato bianco della provincia profonda, una roccaforte inespugnata. La folla accorsa al comizio di Trump del 6 gennaio è uno spaccato sociale fedele di questa provincia, segnato dal peso della tradizione religiosa, estraneo e diffidente verso i costumi della città, alieno a ogni forma di modernità, sensibile alle fiabe sui complotti occulti di poteri misteriosi. La tragedia della pandemia ha moltiplicato gli effetti di questo senso comune. Trump ha costruito con questo blocco sociale un rapporto di fidelizzazione autentica. Agli occhi di questa massa egli resta il Presidente della nazione, per questo estraneo e osteggiato da “quelli di Washington”.

Le milizie armate dei Proud Boys, dei Boogaloo Boys, di QAnon, pascolano in questo ambiente e si candidano a sua guardia del corpo, con le strizzate d'occhio alla (e della) polizia. Sono la componente estrema di una società patriarcale, legge ed ordine, profondamente misogina, col ruolo volontario di squadristi e mazzieri quando si tratta di aggredire e malmenare i Black Lives Matter e l'estrema sinistra. Trump li usa, ma non sono alle sue dipendenze. E la loro azione del 6 gennaio, lungi dall'essere commissionata da Trump, ha indebolito il Presidente in carica a tutto vantaggio dei democratici. Si può non vederlo?

Non è ancora chiaro cosa Trump voglia fare del blocco sociale che ha consolidato attorno a sé. Provare a dominare il Partito Repubblicano? Facile in veste di Presidente, assai più complesso con quattro anni di opposizione e un gruppo parlamentare assottigliato dalla sconfitta. Scindere il Grand Old Party e costruire un proprio partito? Possibile, e alcune pose dell'ultima fase sembrerebbero alludere quanto meno a questa tentazione. Ma il sistema elettorale e istituzionale americano di certo non favorisce tale soluzione, che rischia di consegnare al Partito Democratico una rendita di posizione. Vedremo. Di certo la polarizzazione politica americana ha scosso alle fondamenta il Partito Repubblicano, ben oltre le soglie del vecchio Tea Party, e pone incognite serie sulla sua tenuta e configurazione.

Ma anche la nuova amministrazione democratica di Joe Biden sarà chiamata a un banco di prova particolare. Dovrà ridefinire la politica estera dell'imperialismo USA, tenendo ferma sicuramente la contrapposizione strategica al neoimperialismo cinese, ma rivedendo i rapporti con gli imperialismi europei, che salutano tutti la vittoria di Biden come una sorta di liberazione ma sanno e sentono che non tutto tornerà come prima, e non a caso si dividono. Tra un imperialismo francese che punta a una sorta di autonomia strategica europea, naturalmente sotto l'egemonia di Parigi, e un imperialismo tedesco che cerca in Biden una sponda rassicurante su cui far leva (anche) per contenere le ambizioni francesi. Ma soprattutto Joe Biden dovrà trovare un punto di equilibrio e tenuta nella società americana. Non sarà facile.

La polarizzazione americana non si è sviluppata solamente a destra, ma anche a sinistra. Lo straordinario movimento di massa che ha attraversato le città americane nel 2020 ha sicuramente gonfiato le vele di Biden nelle recenti elezioni. Il successo plebiscitario dei democratici nelle città ne è una prova inequivocabile. Ma le vecchie illusioni mal riposte nel Partito Democratico convivono con una diffidenza aperta verso la sua politica. Il risultato elettorale dei candidati e delle candidate dei Socialisti Democratici d'America riflette a modo suo una domanda di cambiamento. Ma Biden, com'era prevedibile, l'ha già frustrata in partenza, componendo una squadra di governo tutta imperniata sul vecchio personale politico gradito a Wall Street, quello che i tredici milioni di elettori di Sanders nelle primarie democratiche avevano sonoramente contestato. Ed è solo l'inizio.

La costruzione di un partito indipendente della classe operaia americana, fuori e contro il vecchio bipolarismo USA, resta un nodo strategico inaggirabile. In questi anni di grande crisi si è fatta largo tra milioni di lavoratori e di giovani USA una diffusa ripulsa del capitalismo e una confusa domanda di “socialismo”. Questa parola, maledetta nella cultura dominante degli USA, ha fatto il suo ingresso nel vocabolario pubblico, quale che sia la sua reale traduzione politica. Il movimento sviluppatosi attorno ai Socialisti Democratici d'America è un portato di questo sentimento nuovo. I dirigenti e parlamentari riformisti legati a quel partito lo usano come arma di pressione e di scambio con il personale politico del Partito Democratico. Ma l'aspettativa di un proprio riconoscimento e ruolo nel nuovo governo, com'era da attendersi, non ha trovato spazio. E tutta la politica del nuovo governo di Wall Street sarà ogni giorno una doccia gelida per le vecchie illusioni nel Partito Democratico. I marxisti rivoluzionari degli Stati Uniti, nemici di Trump ma non per questo elettori di Biden, lavoreranno per dare al proletariato USA il proprio partito, e proporranno come suo programma l'unica vera prospettiva alternativa: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. La sola autentica rivoluzione americana.




Leggi qui la traduzione in inglese.

Partito Comunista dei Lavoratori

La sconfitta di Trump è un bene, la vittoria di Biden non è la soluzione

 


La grande polarizzazione americana. La necessità di un partito di classe indipendente

10 Novembre 2020

Larga parte del commentario borghese europeo plaude alla vittoria di Biden come all'America ritrovata, il ritorno rassicurante alla stabilità istituzionale e alla conciliazione sociale.
Ma la realtà è assai più complicata di questa rappresentazione rituale.
La borghesia plaude al ritrovato centro liberale nel momento stesso della massima polarizzazione politica americana dell'intero dopoguerra. Il voto del 3 novembre è lo specchio distorto di tale dinamica. La partecipazione al voto è senza precedenti dall'anno 1900, come lo è il risultato in voti assoluti di entrambi i contendenti. Né il Partito Democratico né il Partito Repubblicano avevano mai riscosso un simile suffragio elettorale. Il vincitore Biden ha superato di oltre dieci milioni di voti il risultato riportato da Hillary Clinton quattro anni fa (76 milioni contro 66). Il candidato sconfitto ha superato di otto milioni di voti il proprio exploit del 2016 (71 milioni contro 63).


LA STRAORDINARIA POLARIZZAZIONE DEL VOTO USA

Una radicalizzazione straordinaria dello scontro politico in America ha dunque soffiato nelle vele dei due elettorati contrapposti. Trump ha fatto il pieno della provincia profonda americana, urbana e rurale: piccola e media impresa, salariati dei sobborghi, il mondo della campagna, il popolo legato ai valori tradizionali della vecchia America bianca (Dio, patria, famiglia), ma anche un 30% dei latinos, ostili agli afroamericani e alla nuova immigrazione dal Messico. Biden ha invece raccolto il grosso del voto urbano, a partire dalle grandi metropoli. Ha recuperato una parte del voto operaio bianco che si era indirizzato su Trump nel 2016, in particolare negli stati dei Grandi Laghi; ha raccolto il grosso del voto cittadino impiegatizio; ha motivato al voto “contro Trump” il grosso degli afroamericani (86%), inclusa parte rilevante di coloro che quattro anni fa non avevano votato Hillary (Georgia); ha soprattutto polarizzato il voto dei giovani tra i 18 e i 29 anni (61%).

Si è molto parlato del peso della pandemia sugli orientamenti di voto. In realtà la pandemia ha agito come fattore indiretto su entrambi i lati dello scontro. La popolazione più acculturata delle città ha reagito alla crisi sanitaria e alla disastrosa gestione che Trump con un'ulteriore determinazione antitrumpiana. La provincia profonda ha vissuto le prescrizioni sanitarie come lesione della libertà e soprattutto dei propri interessi economici, raccogliendosi a maggior ragione attorno a Trump, contro la “dittatura sanitaria” dei poteri oscuri della città.

Ma il fattore che più ha influito sulla dinamica di polarizzazione è stato il grande movimento di massa che nella primavera scorsa ha scosso l'intero territorio degli Stati Uniti, a partire dai centri urbani. Il più grande movimento che l'America aveva vissuto nel secondo dopoguerra non poteva non lasciare una traccia sul terreno elettorale, in particolare nelle metropoli.
Lo straordinario successo democratico nei centri urbani è molto eloquente. A Detroit il Partito Democratico incassa il 94% dei voti, determinanti per la vittoria in Michigan. A Philadelphia prende l'80% dei voti, determinanti per la conquista della Pennsylvania. Ad Atlanta la valanga democratica capovolge l'esito elettorale della Georgia, dove i democratici non vincevano dai primi anni '90, e dove hanno pesato gli 800.000 nuovi elettori registratisi per votare contro Trump. Le elezioni comunali tenutesi a Portland, Oregon, città simbolo della ribellione antirazzista, sono un piccolo spaccato rivelatore: i democratici prendono il 48%, la seconda lista a sinistra dei democratici prende il 41%, la terza lista, anch'essa a sinistra, prende il resto. Più in generale ha votato in massa contro Trump la gioventù bianca e nera che si è mobilitata nelle piazze, in particolare la giovane generazione femminile. E questa ribellione di piazza delle città ha motivato a sua volta, al polo opposto, la corsa al voto della reazione “legge e ordine”, quella che invoca il pugno di ferro della polizia contro i sovvertitori della tradizione americana.


LA POLARIZZAZIONE INTERNA AI DUE SCHIERAMENTI

La polarizzazione non ha solamente gonfiato i due blocchi sociali contrapposti, si è anche riflessa in forma distorta all'interno dei due schieramenti.

Il fronte repubblicano è stato dominato dal trumpismo. Durante i suoi quattro anni di presidenza, Trump ha destabilizzato nel profondo il Grand Old Party, trasformandolo almeno in parte in un partito a propria immagine e somiglianza. Non il vecchio partito conservatore, ma un nuovo partito populista reazionario. Campagna elettorale, liste, eletti, recano in buona misura questa impronta. Le relazioni nuove tra l'ambiente di Trump e il sottobosco delle milizie reazionarie che lo sostengono sono figlie di tale contesto.
Quale sarà ora il riflesso della sconfitta di Trump all'interno del campo repubblicano? La vecchia guardia repubblicana vorrebbe far leva sulla sconfitta per liberarsi dell'intruso e riconquistare il partito. Di certo non vuole seguire il leader sconfitto nella avventura della contestazione del voto, moltiplicando i rischi di destabilizzazione del sistema. Ma per la stessa ragione, Trump non vuole mollare la presa. Forte di un voto ineguagliato in tutta la storia repubblicana, il Presidente sconfitto rivendica la vittoria, avvia contenziosi legali presso tutte le Corti d'appello degli stati contesi, minaccia il ricorso alla Corte suprema dove spera di poter contare su una maggioranza fedele. Nei fatti, Trump prova a prendere in ostaggio il Partito Repubblicano, anche per salvarsi dai debiti e dalle controversie giudiziarie che lo riguardano.

Anche il campo democratico esce scosso dal voto. Biden ha vinto, ma la maggioranza democratica alla Camera si è assottigliata, mentre al Senato solo la vittoria nelle due elezioni suppletive della Georgia a inizio gennaio potrebbe assicurare ai democratici il pareggio. Biden userà la situazione creatasi in funzione di una politica di collaborazione col settore non trumpiano dei repubblicani; una politica che corrisponde perfettamente al suo curriculum politico e ai suoi legami organici con Wall Street. Non a caso il primo messaggio del nuovo Presidente è stato quello di rassicurare le big corporations sul tema fiscale. Ma una parte consistente dell'elettorato democratico rifiuta la continuità col passato. I milioni di giovani, bianchi, neri, ispanici, che hanno attraversato per mesi le strade d'America, rivendicando la rottura col razzismo, il disarmo della polizia, la fine della precarietà sociale, il rifiuto della dittatura del profitto, non l'hanno fatto per «tornare alla normalità». La normalità è per loro il nemico da battere. Hanno votato in massa contro Trump ma non hanno fiducia in Biden. Il successo elettorale delle candidate “socialiste” nelle liste del Partito Democratico è un riflesso di questa domanda di svolta.


LE ILLUSIONI RIFORMISTE SPIAZZATE DALLA REALTÀ

Lo stato maggiore del Partito Democratico ha già iniziato ad addossare alle candidate “estremiste” la responsabilità della mancata onda blue e la stroncatura di non poche carriere. Ocasio-Cortez, la trentunenne portoricana del Bronx che ha vinto nel proprio collegio con oltre il 70% dei voti, protesta contro questa campagna moderata e rivendica il coinvolgimento della sinistra nel futuro governo. In altri termini, non vuole essere scaricata dopo essere stata usata. Ma il problema non è l'ottenimento o meno di un ministero nel governo di Biden. È che il governo Biden rappresenta organicamente Wall Street, che ha salutato la sua elezione col crepitio della Borsa. È il governo della prima potenza imperialista del mondo. Pensare che quel governo possa realizzare la svolta sociale e democratica che i giovani americani chiedono significa rinnovare l'eterna illusione smentita di tutta la storia degli Stati Uniti.

La verità è che i Socialisti Democratici d'America (DSA), che hanno moltiplicato i propri consensi, sono messi con le spalle al muro ancora una volta dal loro stesso successo. O capitolano al Partito Democratico e al suo governo, dopo aver capitolato alla candidatura di Biden, come già di Clinton, oppure rompono dando vita a un proprio partito indipendente, all'opposizione del governo Biden. Il fatto che Ocasio-Cortez lasci intendere che se non sarà coinvolta nel governo Biden potrebbe lasciare la politica (La Repubblica, 10 novembre) dà la misura di come il gruppo dirigente della sinistra – quello per cui si sbraccia Il Manifesto di casa nostra – non abbia intenzione di rompere coi democratici, perché non vuole rompere col riformismo. E non rompe col riformismo perché non vuole rompere coi democratici. Piuttosto preferisce abbandonare la scena.

Di certo la classe operaia americana non ha bisogno di un ministro a braccetto di Wall Street, né può abbandonare il campo della lotta. Ha invece bisogno più che mai di un proprio partito, fuori e contro il vecchio regime di alternanza tra democratici e repubblicani. Un partito indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici degli Stati Uniti che rompa con la classe capitalista in una prospettiva di rivoluzione.
L'alta percentuale di giovani americani che dichiara di preferire il socialismo al capitalismo non misura la coscienza, ma certo indica una pulsione nuova. Dare una coscienza rivoluzionaria a questo anticapitalismo latente è il compito dei marxisti rivoluzionari negli Stati Uniti. E non solo negli Stati Uniti.

Partito Comunista dei Lavoratori