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Stati Uniti: primi impatti del secondo mandato di Trump

 


Da quando ha assunto la carica per il suo secondo mandato, il 20 gennaio, Trump ha lanciato un'offensiva reazionaria, autoritaria e imperialista. Questa volta è accompagnato dall'establishment, con l'appoggio di un Partito Repubblicano schierato dietro di lui, il sostegno esplicito dei principali magnati capitalisti e l'atteggiamento permissivo dei democratici e della burocrazia sindacale.


Quest'ultimo fattore ha certamente contribuito al fatto che non siano emerse le grandi mobilitazioni di opposizione che lo accolsero nel 2016, ma la crescente polarizzazione sociale e politica alimenta anche la radicalizzazione di un settore disposto a lottare per fermarlo, e il suo programma reazionario non passerà senza provocare resistenza.

I rivoluzionari avranno un ruolo fondamentale nelle lotte che arriveranno e nell'organizzazione i combattenti che le guideranno.


UN PROCESSO GLOBALE

L'ascesa dell'estrema destra è un fenomeno globale. Varie espressioni di essa sono al governo in sette paesi dell'Unione Europea (Italia, Paesi Bassi, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovacchia e Finlandia), in Austria è prossima al governo ed è in aumento in Francia, Germania e Regno Unito.

Alcune delle sue espressioni più estreme e stravaganti, come il presidente argentino Milei e il presidente salvadoregno Bukele, sono promosse come esempi da seguire a livello internazionale. Il bolsonarismo rimane una forza importante in Brasile, nonostante non sia più al governo.

Il regime fondamentalista di Modi in India e il regime autoritario di Putin in Russia condividono caratteristiche centrali con l'estrema destra occidentale. Anche al di là di queste espressioni politiche, c'è una tendenza generale nel mondo verso regimi più autoritari e repressivi in tutto l'arco politico capitalista.

L'estrema destra globale non è omogenea, ci sono settori più radicali o più vicini alla destra classica, più nazionalisti o più neoliberisti. Ma al di là della diversità, essi costituiscono la punta di diamante di una decisiva svolta globale a destra della borghesia, che ha rafforzato un settore reazionario della società.


UN PRODOTTO DELLA CRISI SISTEMICA

La crisi sistemica che il capitalismo sta attraversando dal 2008 è paragonabile solo a quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali del secolo scorso. La distruzione e la concentrazione del capitale causato da quelle guerre permisero alla borghesia di recuperare la redditività necessaria per superare quelle crisi. Oggi la borghesia, non vedendosi per il momento in grado di affrontare una nuova guerra mondiale, cerca di recuperare la redditività aumentando lo sfruttamento.

A causa della profondità della crisi, non è sufficiente aver messo fine allo stato sociale e alla maggior parte delle conquiste ottenute nel secondo dopoguerra, né è sufficiente la flessibilità del neoliberismo. La borghesia ha bisogno di porre fine ai diritti più elementari delle masse lavoratrici e di ridurci al lavoro fino al collasso fisico, in cambio del minimo necessario per sopravvivere e continuare a lavorare. Consapevoli che ciò danneggia la stragrande maggioranza della popolazione, genera opposizione e provoca resistenza, la borghesia deve ridurre al minimo i meccanismi democratici e rafforzare al massimo i dispositivi repressivi.

Il fatto che l'estrema destra esprima più chiaramente questo bisogno della borghesia imperialista nel suo insieme spiega in larga misura la sua rapida accettazione e assimilazione da parte dei regimi borghesi e dei partiti politici, e contribuisce in modo significativo alla sua ascesa globale.

A sua volta, il fenomeno dell'estrema destra fa parte di un processo globale di polarizzazione, che provoca anche mobilitazioni di massa, ribellioni e rivoluzioni, compresi grandi scioperi che hanno rianimato alcuni dei settori più potenti della classe lavoratrice nel mondo. Si tratta di un processo ineguale, perché nonostante le gigantesche lotte e la radicalizzazione a sinistra di settori importanti, in questo polo non è emersa un'espressione politica, come invece è emersa a destra.

Tuttavia, poiché la borhesia è riuscita a schiacciare la volontà di resistere, ciò che predomina è l'instabilità. E finché le masse continueranno a combattere, i rivoluzionari avranno il dovere di portare avanti queste lotte e di sfruttare l'opportunità di organizzare i combattenti più determinati, il che ci permette di costruire e rafforzare le nostre organizzazioni rivoluzionarie.


IL 2025 NON È IL 2016

Questo trionfo di Trump è parte del fenomeno globale dell'ascesa dell'estrema destra, si nutre di esso e, a sua volta, rafforza tutte le sue espressioni. Quest'azione di ritorno spiega, in larga misura, la sicurezza con cui Trump e i suoi partner abbiano lanciato, appena insediati, un'offensiva così completa e profonda.

Al momento del suo primo mandato nel 2016, Trump è stata una delle prime espressioni dell'estrema destra. In quel periodo non era il candidato preferito della borghesia, che vedeva più rischi che opportunità nel suo governo. Dovette affrontare grandi mobilitazioni contro di lui, così come l'opposizione o la mancanza di collaborazione di gran parte dell'establishment. Non è riuscito ad attuare molte delle sue iniziative, e ha perso la rielezione per il secondo mandato nel 2020. È stato anche processato e condannato per diversi crimini. Ma ha consolidato una base sociale radicalizzata, rappresentativa di una minoranza ma importante; mentre le aree politiche tradizionali continuavano a disintegrarsi.

L'amministrazione democratica di Biden, succeduta a Trump, ha mantenuto alcune delle politiche chiave di Trump (come la politica sull'immigrazione e i tagli alle tasse per le imprese e i ricchi), ha contrastato movimenti di scioperi, ha sostenuto zelantemente il genocidio sionista a Gaza, oltre a reprimere gli studenti che hanno mostrato solidarietà con la Palestina. A contribuire a questa delusione è stata la capitolazione di Bernie Sanders e dei Socialisti Democratici d'America (DSA), che avevano generato aspettative negli anni precedenti, i quali hanno continuato a sostenere senza tante remore la rielezione di "Genocide Joe", e poi di Harris. Come conseguenza, i democratici hanno perso circa sei milioni di voti.

Nel frattempo Trump si è rafforzato all'interno delle file repubblicane come il leader di opposizione più coerente, come una figura radicale perseguitata dall'establishment e, fondamentalmente, come espressione dell'estrema destra, che durante i quattro anni di Biden è avanzata a livello internazionale.

A differenza di quanto accaduto nel 2016, il Partito Repubblicano si è schierato dietro la sua candidatura e ha costruito una coalizione con più di cento organizzazioni della destra radicale e un ambizioso programma reazionario, dettagliato nel Progetto 2025 della Heritage Foundation. La grande borghesia, che era divisa durante il suo primo mandato, è ora apertamente coinvolta, come espresso chiaramente dal sostegno pubblico a Trump dei magnati della tecnologia e degli uomini più ricchi del mondo come Musk, Zuckerberg e Bezos, che fino ad ora avevano dato di sé un'immagine molto più progressista.

L'amministrazione Trump gode anche di una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema, del controllo di entrambe le camere dei rappresentanti, e di una leadership democratica che è più collaborazionista che di opposizione.

Nel loro insieme, questi elementi mostrano che la classe dominante imperialista ha un maggiore livello di unità sulla necessità di adottare un orientamento più reazionario. Avendo valutato che il primo mandato di Trump è fallito perché non è andato a fondo in modo più deciso, la classe dominante sostiene ora l'attuale politica per cercare di imporre cambiamenti più profondi, e più rapidamente. Una dinamica simile ha portato anche la borghesia di altri paesi a dare il proprio sostegno all'estrema destra, ad esempio in Argentina.

Di conseguenza, Trump e i suoi collaboratori sono arrivati alla Casa Bianca traboccanti di fiducia. Ma il loro vero sostegno è costituito da una minoranza nell'insieme della società. Trump ha vinto le elezioni con un margine di appena l'1,5%, e l'astensione di un terzo dell'elettorato significa che solo un terzo lo ha eletto. Non possiamo perdere di vista questa debolezza strutturale del governo, dietro la sua attuale fiducia apparentemente illimitata.


LA DIMENSIONE DELL'OFFENSIVA

Da quando è entrato in carica, Trump ha lanciato una serie di attacchi su tutti i fronti, misure contro i lavoratori, gli oppressi, i diritti democratici, le normative ambientali, e dichiarazioni di aggressione imperialista.

In una delle sue prime mosse, Trump ha dato l'indulto ai manifestanti condannati per l'attacco del 6 gennaio 2021 al Congresso, molti dei quali fascisti dichiarati. Il suo gabinetto costituisce il governo più oligarchico e reazionario dal XIX secolo. La posizione del magnate Elon Musk, con poteri straordinari sul bilancio, è indicativa.

Indipendentemente da quanto sia realistico il suo obiettivo dichiarato di tagliare più di un quarto il bilancio nazionale, Musk ha già licenziato decine di migliaia di lavoratori statali e sta spingendo per il pensionamento "volontario" di altri due milioni. Ha cambiato la categorizzazione dei lavoratori statali per arrogarsi il potere di licenziare senza impedimenti milioni di lavoratori, precedentemente considerati di natura non-politica. Tra gli altri problemi causati, il governo Trump ha interrotto tutta l'assistenza sociale nazionale e gli aiuti internazionali, causando una crisi globale dell'accesso ai farmaci per l'HIV.

Ha scatenato un massiccio raid da parte dell'ICE, la polizia dell'immigrazione, arrestando migliaia di persone, e trasferendone decine nei campi di detenzione e tortura di Guantánamo. Ha firmato decreti che tolgono i diritti alle persone trans, criminalizzano gli attivisti pro Palestina ed eliminano i programmi contro la discriminazione razziale e di genere.

Ha annullato le tiepide normative ambientali che Biden aveva attuato, ha ritirato il Paese dagli Accordi di Parigi e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alcune di queste misure sono state bloccate a livello giudiziario, ma le possibilità che molte di esse vengano ratificate, invece che annullate, sono maggiori oggi, dato l'attuale contesto politico e la natura del potere giudiziario.

Ci sono anche molti annunci di misure che non sono molto realizzabili, ma che rinvigoriscono la base sociale reazionaria. In questo senso, il saluto nazista di Elon Musk, anche se in seguito ha negato che lo fosse, è un messaggio potente al settore radicalizzato della destra, su cui questo governo cerca di fare affidamento per affrontare l'inevitabile resistenza all'attuazione del suo programma.

Questa azione cerca di "inondare il campo" con numerose misure estremamente reazionarie ma irrealizzabili, così che sia impossibile rispondere a tutta questa serie di attacchi. In questo modo, le misure che essi intenderanno davvero portare a termine sembreranno meno terribili o passeranno inosservate. Ma ciò è anche parte di una battaglia culturale per il "senso comune". In questo modo Trump cerca di espandere radicalmente gli atteggiamenti e le azioni razziste, sessiste, xenofobe, omofobe e generalmente reazionarie che sono considerate accettabili, e di stabilire quali diritti sono considerati "privilegi" o veri e propri crimini.

Questa battaglia non ha un'importanza minore. Il suo obiettivo è quello di rafforzare e motivare l'azione dei settori più estremisti, violenti e direttamente fascisti che costituiscono il nocciolo duro della base sociale dell'estrema destra; e indebolire e demoralizzare i lavoratori e le persone oppresse in generale, e gli attivisti disposti a fronteggiare tali attacchi.


LA DOTTRINA TRUMP

Uno degli aspetti centrali della crisi sistemica in corso del capitalismo è la crisi dell'egemonia imperialista. Gli Stati Uniti, che sono tuttora la prima potenza mondiale, sono in netto declino, mentre le potenze regionali si rafforzano e la Cina emerge come concorrente globale.

Nel 2016 gran parte della borghesia si è opposta alle tendenze protezionistiche e isolazioniste di Trump, e dal 2020 Biden sta cercando di recuperare l'orientamento precedente. Ora sembra prevalere la conclusione che la strategia multilaterale, con la quale l'imperialismo statunitense ha dominato il mondo per molti decenni, non funziona più, e che è necessario un cambiamento importante per riconquistare il potere globale con la forza.

Pertanto, la brusca svolta del nuovo governo in direzione di un forte protezionismo commerciale e un nazionalismo espansionista più aggressivo ha il sostegno dell'establishment.

Trump ha iniziato annunciando nuovi dazi commerciali contro Messico, Canada e Cina; e ha dichiarato la sua intenzione di riprendere il controllo del Canale di Panama, annettere la Groenlandia e colonizzare Gaza. Sebbene questi ultimi obiettivi siano generalmente considerati irrealizzabili, e le tariffe per il Canada e il Messico siano state successivamente negoziate, gli annunci sono serviti come dichiarazione di intenti.

Da allora, gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe commerciali praticamente verso tutti, scaricando parte della crisi sul resto del mondo, rafforzando i profitti aziendali statunitensi a spese di altri. Ciò aggrava la crisi economica di tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, compresi alleati storici come l'Europa e Taiwan, e i paesi in cui governano altri leader di estrema destra come l'Argentina. Pertanto, questa politica genererà un maggiore attrito diplomatico e politico USA e alleati, e acuirà il conflitto interimperialista con Cina e Russia.

Trump sta anche intensificando un intervento politico internazionale più aggressivo e unilaterale. Ha svolto un ruolo centrale e visibile nell'applicazione del cessate il fuoco a Gaza, e poi ha proposto l'espulsione più rapida possibile della popolazione palestinese. Ora ha aperto i negoziati con Putin per concordare la consegna del territorio ucraino alla Russia, alle spalle del popolo ucraino.

Tuttavia, il tentativo di consolidarsi con la forza contiene anche un elemento di disperazione, e comporta un rischio non trascurabile. Rafforzarsi economicamente e geopoliticamente a spese degli altri, compresi i suoi alleati storici, aggrava la crisi e l'instabilità economica e politica in tutto il mondo. Questo disordine e i conflitti, le guerre, le ribellioni e le rivoluzioni che esso provoca sono, a loro volta, il più grande pericolo per i piani dell'imperialismo.


COME AFFRONTARLI

L'offensiva della nuova amministrazione Trump apre una nuova situazione politica, segnata da un attacco capitalistico reazionario, qualitativamente superiore al precedente, e che cambierà in modo significativo le dinamiche della lotta di classe.

Sebbene Trump e il suo governo non intendano ancora uscire dalla cornice generale delle istituzioni democratico-borghesi ed eliminare completamente le organizzazioni sindacali e politiche non borghesi, il salto autoritario e repressivo che cercano di imporre è profondo. Implica tagli drastici ai diritti democratici e un approfondimento della repressione statale, della violenza parastatale contro gli oppressi contro l'attivismo sindacale e di sinistra.

I democratici, che alle elezioni hanno minacciato che se Trump avesse vinto sarebbe arrivato il fascismo, ora minimizzano i rischi che fino a poco tempo fa esageravano. Con l'avvicinarsi delle prossime elezioni, si ricorderanno di quanto sia pericoloso Trump per presentarsi come l'unica alternativa. Ma la necessità di affrontare Trump e lottare per fermare i suoi piani è immediata.

I democratici, al contrario, si sono sforzati di garantire una transizione senza intoppi e ora stanno cercando modi per collaborare con la nuova amministrazione. Vogliono impedire l'emergere di movimenti di lotta che alla fine richiederanno tempo e sforzi per smobilitarli e incanalarli in attività di lobbying ed elettorale a proprio vantaggio.

I rivoluzionari devono agire in modo diametralmente opposto. Non possiamo minimizzare il pericolo rappresentato dagli attacchi del nuovo governo, né dobbiamo esagerarli. Al di là della caratterizzazione che ne diamo, dobbiamo essere in prima linea nel denunciare le misure di questo governo, trasmettendo l'urgenza di organizzarci per affrontarle e facendo appello alla più ampia unità per combattere questa lotta, con la massima forza possibile.

Allo stesso tempo, dobbiamo smascherare i democratici, che parlano del pericolo di Trump per chiedere voti, ma non per affrontarlo quando è più importante farlo. Dobbiamo spiegare la loro responsabilità nell'aprirgli la porta, nel disarmare i movimenti che potevano affrontarlo con più forza, e spiegare la necessità di costruire un'alternativa politica indipendente dai capitalisti e dai loro interessi.

Dobbiamo continuare le lotte economiche e sociali che abbiamo finora condotto per il salario e per il diritto di organizzazione sindacale; contro il razzismo istituzionale e la violenza della polizia; in difesa degli immigrati, per il diritto all'aborto, per l'identità e tutti i diritti di genere, tra gli altri. Queste lotte si intensificheranno. Così come in passato abbiamo iniziato a lottare per stabilire che le vite dei neri contano ("black lives matter"), dovremo ora lottare per difendere le vite delle persone trans, dei migranti e delle donne.

Ma le lotte democratiche in particolare stanno per assumere un nuovo ruolo. Dobbiamo assumerci il compito di organizzare l'autodifesa contro i settori fascisti che ora agiranno con maggiore fiducia, affrontare la persecuzione e la repressione, difendere politicamente e fisicamente il diritto di manifestare e tutti i diritti democratici; e portare avanti queste lotte in una forma che non si riproponeva da molto tempo.


VOGLIA DI COMBATTERE

La demoralizzazione accumulata durante il mandato di Biden, la disattivazione dei movimenti degli ultimi anni ad opera del Partito Democratico e la loro decisione di non organizzare proteste nazionali per l'insediamento di Trump, spiegano in gran parte perché questa volta non ci sono state manifestazioni di massa come nel 2016.

Tuttavia, c'è un'avanguardia che vede la necessità e l'urgenza di organizzare la resistenza. Sono migliaia di giovani radicalizzati dal movimento di solidarietà con la Palestina, sono i lavoratori attivi negli scioperi di Amazon o dello United Auto Workers, donne, LGBT+, immigrati, attivisti neri che hanno visto i loro movimenti disattivati dai democratici e comprendono la necessità immediata di organizzare una lotta seria, contro un pericolo molto reale.

L'offensiva di Trump provocherà inevitabilmente resistenza all'interno degli USA e in tutto il mondo. La forza e le possibilità che questa resistenza avrà dipendono in larga misura dal livello di organizzazione e di orientamento politico di questa avanguardia radicalizzata. Questo pone un compito per i rivoluzionari di oggi, una di quelle sfide in cui è importante cosa facciamo o non facciamo, cosa otteniamo o non otteniamo.

Oggi è possibile e necessario organizzare migliaia di attivisti e lavoratori politicamente radicalizzati disposti a lottare per un progetto rivoluzionario, per influenzare il corso delle lotte a venire e per gettare le basi di un partito rivoluzionario che rappresenti la classe lavoratrice e combatta per il socialismo negli Stati Uniti e nel mondo. Ciò può essere fatto da un lavoro di raggruppamento dei rivoluzionari nel paese e a livello internazionale, una prospettiva che la Lega Internazionale Socialista sostiene fermamente.

Alejandro Bodart, Vince Gaynor

La vittoria ultrareazionaria in Argentina

 


La nuova fase dello scontro sociale. Il ruolo della sinistra rivoluzionaria

Il candidato ultrareazionario Milei (La Liberad Avanza) ha ottenuto una vittoria travolgente al ballottaggio delle elezioni presidenziali argentine, con 11 punti di vantaggio sul candidato peronista Massa, espressione del governo uscente (55,7% contro il 44,3%). Tra il primo e il secondo turno Milei è passato da 8 milioni a 14,5 milioni di voti, vincendo in 21 circoscrizioni su 24. Determinante sicuramente il sostegno della coalizione di destra tradizionale guidata da Patricia Bullrich, Juntos por el Cambio (Insieme per il cambiamento), che ha largamente travasato su Milei i suoi 6 milioni di consensi.
In ogni caso Milei è riuscito a polarizzare un vasto blocco sociale interclassista attorno alla bandiera del “cambio”, unendo attorno a sé il grosso della piccola borghesia e ampi settori di popolazione povera: il classico blocco reazionario con base di massa che ha sorretto a suo tempo le fortune di Trump e Bolsonaro. La sua vittoria segna la crisi del vecchio bipolarismo tra il peronismo e la destra liberale. La profondità della crisi argentina ha rotto gli argini della tradizionale alternanza.

Il governo peronista di centrosinistra guidato da Alberto Fernandez è stato l'artefice della vittoria di Milei. Le sue politiche di collaborazione col Fondo Monetario Internazionale per pagare l'ingente debito estero hanno accompagnato una crescita abnorme della povertà, sino al 40% della popolazione. La ulteriori misure di precarizzazione del lavoro hanno colpito la condizione dei giovani. La progressiva svalutazione del peso ha aumentato a dismisura i costi delle importazioni producendo un'inflazione fuori controllo al 140%, che ha polverizzato salari e pensioni. La copertura delle burocrazie sindacali a questa politica d'austerità ha fatto il resto.
Milei ha dunque raccolto, purtroppo, una vasta pulsione di rigetto e disperazione sociale. La retorica “anticasta” e la sua recita mediatica – la motosega quale metafora della rottura col passato – ha sfondato nell'immaginario popolare. La Libertad Avanza è apparsa confusamente a suo modo un programma di liberazione alla maggioranza della società argentina.

Ma nella realtà il programma di Milei ha il profilo della reazione pura, persino della provocazione sfrontata: dalla privatizzazione integrale di sanità e istruzione, alla dollarizzazione dell'economia, all'abrogazione dei sussidi sociali, alla cancellazione di conquiste democratiche elementari (aborto), alla pubblica rivalutazione della dittatura militare e delle sue politiche assassine. Il sostegno a Milei di tante sue vittime annunciate segna il paradosso del voto argentino. Un paradosso certo non nuovo nella storia, ma che misura nella sua portata la profondità della disfatta peronista, e la serietà della sconfitta del movimento operaio.

Ora si apre in Argentina una fase nuova dello scontro politico e sociale. Milei ha riportato una vittoria elettorale schiacciante, ma non dispone di un potere istituzionale proporzionale. Dispone di 38 deputati su 257 e di 8 senatori su 72, in virtù dei risultati delle elezioni di ottobre. Non ha propri governatori nelle provincie. Ha pochissimi sindaci delle città. Sicuramente si avvarrà dell'appoggio parlamentare dichiarato, e negoziato, della destra tradizionale di Macri e di Bullrich, ma anche col loro sostegno non raggiungerà la maggioranza necessaria. Il divario tra il programma annunciato e i numeri parlamentari rappresenta dunque il suo primo problema. Non il solo.
Il Fondo monetario aspetta il pagamento nel prossimo mese di 44 miliardi di dollari, le riserve della Banca centrale sono a secco, l'incasso delle privatizzazioni annunciate, al netto di ogni altra considerazione, richiede tempi lunghi. Milei ha annunciato che farà dell'Argentina...“la prima potenza del mondo”, ma intanto deve misurarsi con la sua crisi verticale.

Il terreno decisivo del confronto che si prepara è quello della lotta di classe. La terapia d'urto che il nuovo Presidente ha annunciato rappresenta una dichiarazione di guerra contro il movimento operaio e sindacale e le organizzazioni di massa. L'onda euforica delle illusioni (e della confusione) lascerà presto il campo alla realtà di nuovi imponenti sacrifici. Le disponibilità compromissorie delle burocrazie sindacali peroniste dovranno confrontarsi con la resistenza della propria base. Le organizzazioni del movimento piquetero stanno organizzando una prima risposta. Le organizzazioni studentesche e il movimento di massa delle donne hanno annunciato la propria mobilitazione. Il fronte unico di classe e di massa contro il governo più reazionario dai tempi della dittatura è certo la prima necessità politica, in un contesto molto difficile.

In questo contesto la sinistra trotskista argentina (Frente de Izquierda - Unidad) è e sarà un punto di riferimento importante per l'avanguardia larga della classe operaia e dei settori oppressi della società. I quasi 800000 voti riportati nelle elezioni di ottobre su una politica di opposizione di classe e di alternativa di sistema (“obreros al poder”), la conferma di un'importante presenza parlamentare, il prestigio di un'ampia riconoscibilità operaia e popolare anche al di là dei voti ottenuti, candidano le organizzazioni del FIT a un ruolo importante nella costruzione dell'opposizione di massa al nuovo governo Milei, combinando la parola d'ordine del fronte unico contro la reazione con lo sviluppo di una direzione alternativa al peronismo. Un'indicazione tattica unitaria delle organizzazioni del FIT per un voto a Massa contro Milei al ballottaggio (ovviamente senza alcun sostegno politico a Massa) avrebbe rafforzato, e non indebolito, questa battaglia per l'egemonia alternativa presso la base operaia peronista. Non farlo è stato a nostro avviso un errore. In questo senso la posizione assunta da Izquierda Socialista ci è parsa corretta, a differenza di quella “astensionista” variamente declinata di PO, PTS, MST. Ma l'errore non toglie nulla al ruolo indispensabile che il FIT è oggi chiamato a svolgere. Ai compagni del FIT va tutto il nostro sostegno politico in questa importante battaglia nella fase difficile che si apre. La costruzione del partito rivoluzionario argentino, attraverso un'unificazione delle organizzazioni del FIT in un comune partito, ci pare più che mai un'esigenza posta dallo scenario politico. Non da oggi, ma tanto più oggi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Potere al Popolo e Rifondazione, Bolsonaro e Lula

 


La fiducia in Lula delle sinistre riformiste. Da vent'anni. Contro ogni principio di classe

Non è in discussione, com'è ovvio, la denuncia dell'azione golpista della destra reazionaria brasiliana dell'8 gennaio, l'aggressione squadrista al palazzo presidenziale, la natura fascistoide del blocco sociale bolsonarista che essa esprime. La sconfitta del sovversivismo reazionario è il primo compito della sinistra brasiliana.

Ma tutto ciò non implica affatto la fiducia politica nel governo Lula, il governo più a destra tra i governi a guida PT degli ultimi vent'anni. Eppure è questa la posizione pubblica assunta da Potere al Popolo e da Rifondazione Comunista, in perfetta continuità con l'identificazione nel lulismo a partire dal 2002.

«In America Latina negli ultimi anni abbiamo assistito alla ripresa di un’avanzata progressista che spaventa l’imperialismo, le oligarchie locali e la reazione, tanto più in una fase in cui con la guerra e il passaggio al mondo multipolare gli Stati Uniti perdono il loro ruolo di egemonia, di “poliziotti del mondo”». Così dichiarano Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e Opposizione Studentesca D’Alternativa, architravi di Potere al Popolo. Ma allora perché tutte le potenze imperialiste, a partire dagli USA, si sono affrettate a sostenere Lula contro Bolsonaro e la sua ciurma? La rappresentazione del governo Lula come minaccia per l'imperialismo è una battuta infelice. I governi Lula e Rousseff hanno gestito le politiche della borghesia brasiliana e dell'imperialismo internazionale: rigoroso pagamento del debito estero, privatizzazioni e tagli sociali, enorme precarizzazione del lavoro, compartecipazione alle missioni militari. La burocrazia sindacale della CUT ha subordinato il movimento operaio alla concertazione di queste politiche. È proprio per questo che il malcontento sociale di ampi strati popolari è stato capitalizzato dalla destra e dal suo gigantesco blocco reazionario interclassista. La vittoria di Bolsonaro nel 2019 è stata il portato di questa dinamica. Fortunatamente Bolsonaro è stato sconfitto per un pugno di voti il 30 ottobre, ma continua a controllare metà del Brasile e la maggioranza del Parlamento. L'operazione squadrista dell'8 gennaio è fallita, ma la reazione brasiliana è in piedi, purtroppo, mentre le politiche di Lula le forniranno nuovo terreno di pascolo.

I dirigenti di Potere al Popolo e del Rifondazione Comunista hanno presente qual è la composizione del nuovo governo Lula? Il PT si è alleato con partiti e personaggi della destra brasiliana, tra cui il famigerato Geraldo Alckmin nel ruolo di vicepresidente, e con otto partiti borghesi di centro legati alla tradizione liberale di Cardoso. Per di più in un contesto internazionale in cui Lula, a differenza che nei primi anni 2000, non potrà beneficiare della rendita energetica e dei flussi finanziari che essa assicurava. La politica economica e sociale annunciata porta non a caso il segno dell'austerità. Quanto all'apparato dello Stato cui Lula affida la “difesa della democrazia”, è infarcito di elementi reazionari. Non solo ai vertici militari e delle polizie, ma nello stesso potere giudiziario. Basti pensare che la repressione della destra bolsonarista è affidata al giudice Alexandre de Moraes, già ministro della destra, contrario all'aborto e all'eutanasia, fustigatore dei movimenti dei Sem Terra, grande fan della polizia brasiliana e delle sue scorribande nei quartieri poveri delle metropoli contro la popolazione di colore. Sarebbero questi gli esponenti dell'”avanzata progressista e antimperialista”? Suvvia, un po' di serietà.

La verità è che Lula si offre come garante dell'imperialismo e della borghesia brasiliana nel nome della stabilità contro il caos. Il divieto inaccettabile di manifestare per tutto gennaio mira a legare le mani al movimento operaio nella reazione ai golpisti. E favorirà le misure poliziesche contro l'estrema sinistra.
E allora sì, siamo contro Bolsonaro e i suoi squadristi. Ma non nel nome di Lula e della Borsa brasiliana. Bensì dal versante della classe operaia, dei contadini senza terra, della popolazione povera, delle popolazioni indigene, di tutti coloro che hanno diritto a un'alternativa di società e di potere, i soli che sul terreno della lotta di classe e coi metodi della lotta di classe possono davvero sbarrare la strada alla destra.

PaP e PRC si confermano incapaci una volta di più di un posizionamento di classe e indipendente nella politica internazionale. Con ciò confermando, se ve ne era bisogno, che la loro “alternativa” è tutta interna al bipolarismo tra centrodestra (sempre più a destra) e centrosinistra (sempre più liberale). Non senza sconfinamenti campisti. Per cui se l'imperialismo USA non è più l'unico poliziotto del mondo, gli altri candidati poliziotti (“multipolari”) svolgono allora una funzione progressiva. Magari nei panni dell'imperialismo russo che invade l'Ucraina o dell'imperialismo cinese che strangola l'Africa. Anche qui una visione binaria che cancella le classi e i popoli oppressi nel nome del confronto tra “reazione” (presente) e “progresso” (ahinoi inesistente). E se la ribellione eroica in Iran sconvolge lo schema, allora meglio tacere e occuparsi d'altro. Salvo alludere all'immancabile mano americana.

La fiducia politica enfatica nel governo Lula da parte del PRC e di PaP è solo il risvolto di un posizionamento globale opportunista, privo di un ancoraggio classista. Solo una sinistra rivoluzionaria, in Brasile e ovunque, può mettersi al passo del nuovo scenario mondiale e della sua radicalità. L'alternativa di prospettiva storica non è quella tra “reazione e progresso”, ma tra reazione e rivoluzione. Il resto è fumo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro lo squadrismo bolsonarista

 


Nessuna fiducia nel governo Lula. Per una iniziativa indipendente del movimento operaio brasiliano

10 Gennaio 2023

English translation

A due anni esatti dall'assalto trumpiano alla sede del Congresso USA, una massa fascistoide ha attaccato e invaso a Brasilia i palazzi presidenziali, del Parlamento, della Suprema Corte.
Non mancano le differenze – di contesto e di dinamica – tra le due vicende.

Differenze di contesto innanzitutto. Gli USA sono la più grande potenza imperialista, il Brasile lo Stato più esteso tra i paesi dipendenti dell'America Latina. La democrazia borghese liberale americana ha secoli di storia alle proprie spalle. Il Brasile ha attraversato dittature militari sanguinose negli anni '60, e ha completato la transizione alla democrazia borghese in tempi recenti, alla fine degli anni '80.

Le differenze riguardano anche la dinamica concreta degli accadimenti. Negli USA l'operazione squadrista si produsse con un presidente Trump ancora formalmente in carica, seppure per poco; in Brasile Bolsonaro ha perso il ballottaggio presidenziale il 30 ottobre scorso, e il nuovo presidente Lula è già insediato e operante.

E tuttavia l'analogia è profonda. In entrambi i casi un blocco sociale reazionario, prodotto di una estrema polarizzazione politica, si è espresso attraverso l'azione diretta, scavalcando ogni canale istituzionale, in contrapposizione al governo dello Stato.

Intendiamoci. Contrariamente alle leggende metropolitane secondo cui tutto si svolge sempre secondo scenari prestabiliti dall'alto, in nessuno dei due casi l'azione diretta è stata guidata dai grandi capi reazionari. Trump ha sicuramente aizzato con la sua demagogia chi ha attaccato Capitol Hill, ma non ha ordinato l'irruzione di massa nel palazzo del Congresso, che semmai lo ha politicamente indebolito. Così l'ultrareazionario Bolsonaro è sicuramente la bandiera e il nume tutelare di chi ha assalito il palazzo presidenziale a Brasilia, ma non è stato il comandante in capo dell'operazione. Non a caso ha pensato bene di dissociarsi, dalla lontana Florida.

E tuttavia limitarsi a queste osservazioni sarebbe oltremodo superficiale e consolatorio. Bolsonaro ha perso le elezioni di ottobre per appena due milioni di voti. Il suo blocco sociale è rimasto sostanzialmente intatto. Si tratta della metà del Brasile. Un blocco nazional-popolare estremamente variopinto, presente nelle città e nelle campagne. Un impasto assortito di nazionalismo, integralismo religioso, xenofobia, gang giovanili e curve calcistiche, latifondismo agrario e business commerciale, piccola e grande criminalità e insieme domanda popolare di polizia e “sicurezza”. Non è un caso se tutto questo ha trovato espressione in Bolsonaro, un populista fanatico no vax che rivendica il peggior militarismo reazionario della recente storia brasiliana. Né è un caso che Bolsonaro abbia cercato appoggi e sponde proprio nelle gerarchie militari .

Ciò che è accaduto ha qui la sua radice. Larga parte della militanza attiva del bolsonarismo non è affatto rassegnata al risultato elettorale del 30 ottobre. Di più: rifiuta la legittimità del risultato gridando all'inganno dei brogli, esattamente come fece a suo tempo il trumpismo USA.
Per due mesi gli ambienti più radicali del bolsonarismo hanno attivato proteste di piazza, blocchi stradali, presidi, per opporsi alla caduta del loro Capo, e dunque al passaggio istituzionale di consegne tra Bolsonaro e Lula. Non solo: hanno sperato che Bolsonaro in persona facesse appello alle Forze Armate brasiliane perché impedissero con un'azione di forza l'insediamento di Lula. Bolsonaro non li ha assecondati. Non ha riconosciuto la vittoria elettorale di Lula, non si è presentato al suo insediamento, ma non ha fatto appello a rovesciarlo. L'invasione dei palazzi del potere da parte dello squadrismo bolsonarista è sicuramente la risultante della spinta reazionaria di Bolsonaro, è stata incoraggiata dalla sua politica, è stata consentita dalla sua macchina organizzativa e finanziaria (a partire dai pullman), è stata coperta dalle compiacenze e complicità di polizia ed esercito. Al tempo stesso non ha trovato direzione e sbocco.

Ma il monito di quanto accaduto va ben al di là del suo esito. Dimostra che il livello di scontro politico è esondato dai binari della democrazia borghese. Interroga da un lato il nuovo governo Lula, dall'altro il movimento operaio brasiliano.

Lula si è affrettato a capitalizzare lo scampato pericolo, ha incassato il sostegno unanime delle diplomazie imperialistiche mondiali, da Biden a Putin, ha deciso la destituzione del governatore regionale di Brasilia e nuove nomine ai vertici della polizia, ha infine decretato il divieto di manifestazioni in tutto il Brasile sino al 31 gennaio, ciò che significa affidarsi all'apparato statale e militare brasiliano, chiamandolo a “difendere la democrazia”, e soprattutto a bloccare ogni iniziativa indipendente del movimento operaio contro la reazione e la destra.

La preoccupazione principale di Lula è che il fallimento del tentativo golpista faccia da stura a una risposta di classe e di massa, in una dinamica di scontro aperto con la reazione.
È facile prevedere che il divieto di manifestare e lo stato di emergenza verrà applicato contro il movimento operaio, a partire dalla sua avanguardia. Lula chiede “ordine”, come la stampa borghese brasiliana, la Borsa, le organizzazioni padronali. Nessuna di queste è affiliata a Bolsonaro. Ognuna teme ora come la peste il rischio di un conflitto sociale e politico ingovernabile. Il governo Lula raccoglie questa domanda d'ordine. La stessa composizione del governo, che coinvolge anche ambienti e personalità della destra, è indicativa del suo corso politico liberale. È il governo più a destra tra quelli diretti dal PT negli ultimi vent'anni.
Ora l'azione sovversiva abortita dell'8 gennaio consolida una volta di più il suo corso liberale. Lula fa leva sugli avvenimenti per rafforzare la propria legittimazione agli occhi della borghesia quale unico possibile argine al caos. Fermare ogni possibile risposta di classe ai golpisti diventa la misura della propria credibilità.

Il movimento operaio ha l'esigenza esattamente opposta: quella di mobilitare unitariamente le proprie forze contro la reazione bolsonarista, in piena autonomia dal governo Lula e dall'apparato dello Stato. È l'ora dello sciopero generale, delle manifestazioni di massa, della organizzazione diretta dell'autodifesa. È l'ora della contrapposizione attiva della classe operaia a questa ondata squadrista.
Al di là del loro esito immediato, i fatti dell'8 gennaio dimostrano le potenzialità del blocco sociale reazionario e la radicalità delle forze organizzate che lo compongono. Solo un movimento indipendente dell'enorme classe operaia brasiliana può disgregare quel blocco sociale e aprire dal basso uno scenario nuovo. Opporre alla reazione una prospettiva anticapitalista è la via più sicura per sbarrarle la strada. Per l'oggi e per il domani.

Partito Comunista dei Lavoratori

Castillo in Perù, dalla favola alla realtà

 


Sei mesi fa il Perù celebrò giustamente la clamorosa sconfitta elettorale della dinastia reazionaria e corrotta dei Fujimori. Fu il portato di una importante mobilitazione popolare democratica e di una domanda di svolta sociale. A beneficiarne fu Pedro Castillo, ex dirigente sindacale degli insegnanti e delle loro proteste, eletto a sorpresa Presidente del Perù, contro le previsioni dell'establishment.


Ci permettemmo di osservare l'evidenza: se la sconfitta di Fujimori era estremamente positiva e andava salutata come una vittoria, non per questo andava beatificato Pedro Castillo. Figura eclettica, proveniente dall'ambiente maoista di Perù Libre, segnato da un coacervo di posizioni contraddittorie, in parte socialmente progressive, in parte ideologicamente reazionarie, soprattutto in fatto di diritti civili, in particolare delle donne. Un esponente originale del populismo latinoamericano, che ha costruito la propria riconoscibilità pubblica nella lotta contro i Fujimori e la corruzione dilagante, ma in alcun modo intenzionato a rompere con l'imperialismo e le classi dominanti peruviane. E neppure con le gerarchie della Chiesa.

Per questa facile previsione il PCL ha subito gli attacchi di tutta la sinistra “radicale” benpensante, che al solito ci ha accusato di pregiudizio ideologico, di categorie analitiche superate, di incapacità a comprendere la realtà, ecc. ecc. Ma proprio la realtà si è vendicata delle fiabe.

In sei mesi Pedro Castillo ha spostato progressivamente a destra la propria politica. Ha cambiato ben quattro premier, uno più a destra dell'altro. nel tentativo – vano – di trovare un accordo con la maggioranza reazionaria del Congresso, il parlamento peruviano. Negli ultimi giorni questa corsa a destra ha assunto aspetti grotteschi. Martedì 1 febbraio Castillo ha nominato a capo del governo Hector Valer, membro dell'Opus Dei, entrato in parlamento con un partito semifascista e poi passato sul carro di Castillo. Il mandato che Castillo ha dato a Valer è quello di costituire un governo di unità nazionale con tutti i partiti, inclusi quelli più apertamente reazionari. Un fatto traumatico per chi aveva votato Castillo nel nome della svolta a sinistra. Ma non è finita. Passati tre giorni, il nuovo presidente Valer è stato costretto a dimettersi perché accusato di violenze contro la moglie (deceduta) e contro la figlia. A imporre le sue dimissioni sono stati i suoi stessi ministri. Nel frattempo Castillo veniva fotografato in compagnia di Bolsonaro in atteggiamento complice e connivente, suscitando uno scandalo politico, mentre i sondaggi danno la destra peruviana in forte ascesa, oltre il 65% dei consensi. Assecondare la reazione significa, come sempre, spianarle la strada.

Non sappiamo quali saranno ora i commenti della sinistra “radicale”, estasiata sei mesi fa da Castillo. Per quanto ci riguarda, troviamo nei fatti peruviani una conferma del marxismo. In America Latina, come i tutti i paesi dipendenti, le domande di vera svolta, anche solo democratica, non saranno soddisfatte da caudillos populisti e trasformisti, più o meno improvvisati. Possono essere soddisfatte solo dalla classe lavoratrice, alla testa delle masse oppresse e sfruttate. Posso essere soddisfatte solo da un movimento di classe e di massa che si ponga su un terreno di rivoluzione. In Perù come ovunque, la costruzione del partito rivoluzionario resta più che mai una necessità inderogabile. In alternativa solo film già visti, troppe volte, con finali pessimi.

Partito Comunista dei Lavoratori

No alla reazione filoimperialista in Venezuela!

L'autoproclamazione come Presidente del Venezuela da parte di Juan Guaidò - presidente dell'Assemblea nazionale venezuelana - apre uno scenario nuovo nel paese. La destra venezuelana riprende la marcia della mobilitazione del 2017 per la conquista del potere, con l'appoggio immediato dell'imperialismo USA e dell'amministrazione Trump. La minaccia di un eventuale intervento militare imperialista in Venezuela, a supporto della destra interna, è esplicita. La bandiera della democrazia, quale principio guida dell'operazione, è contraddetta dalla natura stessa dei suoi promotori e dai loro scopi. I capi di Voluntad Popular e della destra venezuelana, tra cui Juan Guaidò, sono gli eredi politici dei tentativi golpisti del 2002. Hanno l'appoggio dei governi più reazionari del continente latinoamericano, a partire dal governo Bolsonaro. Hanno un programma economico-sociale ispirato agli interessi dell'imperialismo (privatizzazione integrale dei settori strategici) e della borghesia (abolizione dei sussidi sociali, vendita delle case popolari, abbattimento della spesa pubblica nel nome del libero mercato). La vittoria di questa operazione reazionaria non sarebbe né l'affermazione della “democrazia” né l'uscita del Venezuela dalla profonda crisi che l'attanaglia, ma un'ulteriore aggravamento della crisi sociale per i lavoratori e la popolazione povera a esclusivo vantaggio dei capitalisti e dell'imperialismo.

La precipitazione della crisi venezuelana è tuttavia inseparabile dal fallimento del regime chavista.
Il nazionalismo bolivariano ha cercato di stabilizzare un compromesso sociale con l'imperialismo e la borghesia venezuelana: da un lato le missiones popolari a beneficio degli strati sociali più poveri, dall'altro il pagamento del debito pubblico al capitale finanziario, i lauti indennizzi alle proprietà imperialiste “nazionalizzate”, la tutela delle banche private, la libertà di arricchimento di una borghesia affaristica e corruttrice (boliborghesia). Questo precario equilibrio sociale ha retto ai tempi dell'alto prezzo del petrolio, e ha franato irrimediabilmente col suo crollo, connesso alla crisi capitalistica mondiale. La recessione drammatica dell'economia, l'inflazione incontrollabile, la penuria dei beni di prima necessità, hanno precipitato le condizioni di vita dei lavoratori e del popolo. La caduta del consenso sociale attorno a Maduro è il riflesso di questa realtà, come lo è l'emigrazione di massa dal paese. Il governo nazionalista ha prima reagito alla propria crisi moltiplicando le concessioni ai capitalisti, irregimentando il movimento operaio, restringendo diritti e libertà sindacali (blocco delle elezioni sindacali nelle aziende e forti limitazioni del diritto di sciopero). Poi ha moltiplicato, senza successo, i tentativi di mediazione con le destre attraverso i canali della diplomazia internazionale (Zapatero) e del Vaticano. Infine è ricorso ad una soluzione bonapartista, attraverso l'elezione farlocca di una Assemblea costituente sotto controllo dell'esecutivo, e la massima concentrazione dei poteri nelle proprie mani. Ma nessuna di queste politiche ha potuto allargare la base di sostegno del governo. Al contrario, l'insieme di queste politiche ha finito col consegnare alla destra l'appoggio di strati popolari favorendo lo sviluppo delle operazioni reazionarie e filoimperialiste oggi in corso.

Non c'è soluzione possibile dalla crisi drammatica del Venezuela fuori dalla rottura col capitalismo e l'imperialismo, e dalle misure che questa rottura richiede: sospensione del pagamento del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche e del commercio con l'estero, controllo dei lavoratori sulla produzione e la distribuzione dei beni alimentari e di prima necessità. Solo uno sviluppo indipendente del movimento operaio, in contrapposizione al governo Maduro e alla reazione, può porre in agenda queste misure di svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulle strutture di autorganizzazione di massa e sulla loro forza, può realizzarle. È la prospettiva di un'alternativa socialista al nazionalismo bolivariano, basata sul potere dei consigli dei lavoratori. Fuori da questa prospettiva socialista, la crisi venezuelana continuerà ad avvitarsi con esiti drammatici sul terreno sociale e democratico per i lavoratori stessi, sia che vinca la reazione filoimperialista sotto false sembianze "democratiche", sia che il regime chavista sviluppi ulteriormente la propria spirale bonapartista dando vita a una versione venezuelana della dittatura di Ortega in Nicaragua.

Solamente l'irruzione sul campo della classe lavoratrice, con le sue ragioni di classe indipendenti, può spezzare la morsa di questo bivio mortale, e aprire dal basso una prospettiva nuova.
Ma questa prospettiva passa per la sconfitta, qui e ora, della minaccia della destra e dell'imperialismo, dei Trump e dei Bolsonaro. Per questo, con questa impostazione indipendente, il PCL parteciperà alle iniziative di mobilitazione contro le minacce dell'imperialismo in Venezuela.
25 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Il caso Battisti, i marxisti rivoluzionari e il terrorismo

Il caso Battisti riempie i notiziari. Il terrorista catturato all'altro capo del mondo sbarca a Fiumicino accolto da un'autentica parata di regime. Presenti i vertici militari e istituzionali al gran completo. I ministri Salvini e Bonafede, sguardo trionfante e al tempo stesso compunto, si contendono il primo piano ad uso delle telecamere, in un tripudio di toni solenni: “fatto storico”, “giorno indimenticabile per tutti gli italiani”, “il grande momento atteso dall'Italia per 37 anni”, l'”Italia che ottiene finalmente il rispetto del mondo” contro “un maledetto assassino comunista”... un autentico delirio senza pudore ben oltre i confini del grottesco. Le opposizioni liberali si allineano alla parata come un sol uomo, salvo qualche distinguo estetico. La sinistra parlamentare si genuflette al coro.

Di cosa stiamo parlando, in realtà? Di un fatto povero e semplice. Due governi reazionari, uno europeo, l'altro brasiliano, celebrano il proprio successo d'immagine. Il primo con un ministro degli interni in uniforme poliziesca notte e giorno, indifferente alla vita stessa dei migranti in mare, impegnato a respingerli ovunque possibile nelle galere libiche, tra torture, stupri, omicidi. Il secondo nelle vesti del governo più reazionario che il Brasile abbia mai conosciuto da mezzo secolo, guidato da un uomo che difende le gesta della vecchia dittatura militare e che vuole “estirpare dal paese tutti i socialisti, dal primo all'ultimo” (testuale). Questi sono i governi che a braccetto tra loro esibiscono oggi Battisti come trofeo nel nome del... diritto.

La denuncia di questa ipocrisia rivoltante è il primo dovere di ogni organizzazione di classe.


CONTRO IL TERRORISMO, MA DA UN PUNTO DI VISTA RIVOLUZIONARIO

Ciò non ci esime da un pronunciamento chiaro sul merito della questione Battisti, a partire da considerazioni di fondo che si legano alla nostra tradizione storica.

Da marxisti rivoluzionari siamo da sempre radicalmente ostili al terrorismo, e proprio in quanto rivoluzionari. Il terrorismo confligge infatti con la prospettiva della rivoluzione socialista, sia dal punto di vista teorico, sia dal punto di vista politico.

Ideologicamente, il terrorismo rimpiazza l'azione di massa per rovesciare la classe dominante con una "azione esemplare" diretta contro suoi singoli esponenti, reali o presunti. Come se il dominio della borghesia e del capitalismo fosse un problema di singoli ruoli e persone, e non di struttura di classe della società. Così facendo il terrorismo si rende paradossalmente subalterno all'ordine costituito che formalmente denuncia. Il suo programma reale non è rivoluzionario, ma riformista, al di là di ogni autorappresentazione ideologica delle formazioni terroriste o delle intenzioni di loro militanti. Lenin definiva non a caso i terroristi russi come “i liberali con la bomba”.

Politicamente, il terrorismo è un disastro per le ragioni e le prospettive della classe lavoratrice. Gli apparati dello Stato usano le azioni terroriste per giustificare leggi repressive a scapito dei diritti dei lavoratori. Le burocrazie dirigenti del movimento operaio le usano per giustificare la solidarietà subalterna con lo Stato e i governi borghesi. L'esperienza degli anni '70 in Italia è stata emblematica. Le azioni delle Brigate Rosse, di Prima Linea, e infine dei PAC di Battisti (la peggiore delle organizzazioni terroriste dell'epoca) furono funzionali al compromesso storico e alla solidarietà nazionale contro la grande ascesa del movimento di massa (1969-'76). Nei sindacati e nelle fabbriche chi si opponeva alle politiche di austerità e dei sacrifici veniva intimidito con l'accusa o il sospetto di fiancheggiamento dei terroristi, mentre la legislazione d'emergenza con il pretesto del terrorismo restringeva le libertà democratiche. DC e PCI usarono questa dinamica per isolare l'avanguardia di classe a vantaggio dell'unità nazionale attorno allo Stato del capitalismo italiano.

La rappresentazione degli anni '70 come un periodo di guerra civile che spiegava il terrorismo è dunque una mistificazione ideologica, alimentata o avallata da ambienti diversi. La verità è opposta. La lotta armata delle organizzazioni terroriste militò contro la lotta di classe, contro la mobilitazione di massa, contro lo sviluppo della coscienza anticapitalista dei lavoratori, contro la prospettiva di una rottura rivoluzionaria. Mentre il compromesso storico da un lato e soprattutto la disgregazione dell'estrema sinistra centrista dei primi anni '70 dall'altro, sullo sfondo del ripiegamento del movimento operaio, fornirono al terrorismo un bacino di reclutamento di centinaia di giovani. Per questo, e da questo angolo di visuale, i marxisti rivoluzionari combatterono il terrorismo nelle fila della classe operaia, dei movimenti di lotta, e della loro avanguardia.


NON STIAMO DALLA PARTE DELLO STATO

Ma combattere il terrorismo dal versante del movimento operaio e di una prospettiva di rivoluzione è l'opposto che combatterlo dal versante dell'ordine costituito e della conservazione. Critichiamo il terrorismo e i terroristi senza la minima attenuante politica, ma non partecipiamo alla loro persecuzione giudiziaria e poliziesca da parte dello Stato borghese. Per il semplice fatto che noi stiamo dall'altra parte della barricata. La rivendicazione dell'amnistia ha qui la sua ragione.

Potremmo limitarci a dire che l'ergastolo per Cesare Battisti dopo quarant'anni dai fatti commessi o imputati è l'esercizio di una vendetta, non l'esercizio della “giustizia”. Uno Stato che nel suo cuore profondo ha coperto stragi fasciste o se n'è reso complice negli anni '70, lasciando impuniti i responsabili, invoca la giustizia contro Battisti? Lo Stato che varò una legislazione d'emergenza che negava i diritti di difesa che qualunque codice penale garantisce all'imputato (secondo il giudizio della stessa magistratura francese) invoca il diritto? Lo Stato che coprì pratiche di tortura nelle carceri, con decine di denunce (ignorate) di confessioni estorte, invoca la democrazia? Persino da un punto di vista coerentemente democratico, e della civiltà del diritto, non possiamo avallare la vendetta giudiziaria dello Stato.

Ma la nostra angolazione non è esclusivamente democratica, è di classe. Non esistono uno Stato e una giustizia al di sopra delle classi. Nella cosiddetta democrazia borghese lo Stato è e resta uno strumento di difesa e riproduzione della dittatura dei industriali e banchieri sulla maggioranza della società. Ogni giorno milioni di lavoratori, lavoratrici, precari, disoccupati sperimentano la natura di classe di questo Stato e della sua giustizia. Ogni rafforzamento di questo Stato e dei suoi poteri polizieschi è un rafforzamento dell'ordine capitalistico della società. Per questo non abbiamo mai sostenuto e non sosterremo mai la sua repressione e le sue cacce alle streghe contro esponenti o formazioni della sinistra, anche le più distanti da noi. Esprimemmo questa posizione di principio, controcorrente, quando era infinitamente più difficile di oggi; di certo non la sconfessiamo quarant'anni dopo di fronte a un ex terrorista imprigionato da Salvini.





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Riportiamo in seguito alcune note di agenzie stampa sulla posizione del PCL in tema dell'arresto di Battisti:


"SALVINI VUOLE ESIBIRLO COME TROFEO" - «Da parte del governo - dice Ferrando - c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica. Noi siamo sempre stati ferocemente contrari, da un punto di vista anticapitalistico e rivoluzionario, a ogni teoria e pratica del terrorismo, che porta acqua alle classi dominanti e disorienta la classe operaia. Detto questo, per fatti di quarant'anni fa, la soluzione logica dovrebbe essere l'amnistia. Nessun elemento di enfasi, di gioia o di solidarietà verso un governo reazionario come quello di Salvini e Di Maio». E ha aggiunto: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con la collaborazione tra un governo ultrareazionario come quello di Bolsonaro e quello di Salvini. Entrambi vogliono esibire Battisti come trofeo.»

Huffington Post Italia



«Per fatti di quaranta anni fa, la soluzione logica dovrebbe essere l'amnistia per Cesare Battisti», dichiara all'Adnkronos Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, commentando l'arresto di Battisti.
«Da parte del governo c'è il tentativo di sfruttare questa cosa come occasione propagandistica», rimarca Ferrando, che si dice «contrario all'estradizione di Battisti», e aggiunge: «Noi non abbiamo nulla a che spartire con la collaborazione tra un governo ultrareazionario come quello di Bolsonaro e quello di Salvini. Entrambi vogliono esibire Battisti come trofeo.»

Adnkronos
Partito Comunista dei Lavoratori

In Brasile gli stalinisti ripropongono il fronte popolare

Poi dicono che stalinismo e trotskismo riguardano solo il passato...
In Brasile sono operanti due partiti comunisti di osservanza stalinista. Il Partito Comunista del Brasile (Partido Comunista do Brasil), formatosi negli anni '60 in appoggio alla Cina di Mao, e il Partito Comunista Brasiliano (Partido Comunista Brasileiro), fedele all'ortodossia staliniana di Mosca.

Il primo, che si vuole a sinistra rispetto al secondo, ha partecipato organicamente con tanto di ministri ai governi Lula, e ha sostenuto apertamente il governo Rousseff; in altri termini ha fatto da stampella al governo di fronte popolare che tradendo le aspettative dei lavoratori ha spianato la strada alla reazione portando al potere Bolsonaro.
Il secondo ruppe con Lula, anche per reazione al coinvolgimento governativo del rivale maoista. Ma ora, nel nuovo scenario, rilancia alla grande il vecchio canovaccio del “fronte popolare democratico”, raccomandando sia aperto «anche alle forze liberali» (risoluzione del 28/10) (1). In altri termini ripropone dall'opposizione, per di più declinandola a destra, la prospettiva del governo borghese “progressista”, la stessa che ha condotto al disastro.

Intendiamoci. È del tutto evidente che di fronte alla svolta a destra del Brasile è necessario rivendicare il fronte unico di classe e di massa di tutte le forze del movimento operaio e popolare, capace di coniugare la difesa dei diritti democratici con le ragioni di classe del lavoro, in una prospettiva anticapitalista. Ma il fronte popolare indica una politica opposta: la subordinazione del movimento operaio all'alleanza coi partiti borghesi liberali. Un'alleanza che legando le mani ai lavoratori finisce col pregiudicare le stesse rivendicazioni democratiche conseguenti, e/o la lotta di massa per realizzarle.

Nessuna meraviglia: entrambi questi partiti si rifanno alla svolta del VII Congresso dell'Internazionale Comunista stalinizzata (1935, relazione Dimitrov) che inaugurò il corso governista dei partiti comunisti nel mondo. Lo stesso che avrebbe tagliato le gambe alla rivoluzione spagnola (1936-'39), subordinandola alla coalizione con la borghesia, e aprendo la strada al franchismo. Da allora il governismo coi liberali “contro la destra” di turno ha segnato il Dna dei partiti stalinisti, ogni volta con gli stessi risultati.

La storia, come si vede, si ripete, seppur in forme nuove. La prima volta in tragedia, la seconda in farsa. Per l'appunto.



(1) https://pcb.org.br/portal2/21233/organizar-a-resistencia-e-unir-as-forcas-populares-democraticas-e-patrioticas-contra-o-fascismo/

Partito Comunista dei Lavoratori