Post in evidenza

Verso il 10 ottobre

  🔴 No al DDL Antisemitismo ✊🏼 🚩 Verso la grande giornata di lotta di sabato 10 ottobre, tuttə in piazza contro il genocidio, per una Pal...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta alluvione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alluvione. Mostra tutti i post

NELLA NUOVA ALLUVIONE DELL’EMILIA IL FALLIMENTO DEL CAPITALISMO E DEGLI AMMINISTRATORI SUOI SERVI


Testo del volantino che verrà distribuito alla manifestazione di sabato 26 ottobre a Bologna

A poco più di un anno dalla terribile alluvione della Romagna oggi viene colpita l’Emilia: il territorio di Bologna è stato inondato da una abnorme quantità di pioggia. Un disastro ampiamente annunciato conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Le precipitazioni straordinarie fanno parte delle serie sempre più frequenti di eventi catastrofici causati dallo sfruttamento distruttivo dell’ecosistema da parte della voracità del capitale e dell’emissione massiccia in atmosfera di CO2 dovuta all’utilizzo smodato di combustibili fossili di cui il tardo e decadente capitalismo non può fare a meno. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti così distruttivi. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale.

Il territorio di Bologna è stato colpito da una abnorme quantità di pioggia, un fenomeno conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti cos’ distruttivi. Si aggiungono infatti altre ragioni dovute al malgoverno degli amministratori locali e nazionali:

l’intensa cementificazione del suolo dettata dall’intreccio inestricabile di rendita fondiaria, proprietà immobiliare, interessi bancari e commerciali che comporta disboscamenti e edifici costruiti sugli argini dei fiumi. I governi nazionali e locali, indipendentemente dal loro colore, sono solo i comitati d’affari di questi interessi e continuano imperterriti a consentire un massiccio consumo di suolo, ambito nel quale l’Emilia-Romagna all’ombra della giunta “progressista” di Bonaccini (e Schlein) – vanta il poco onorevole terzo posto in Italia;

il taglio ventennale agli investimenti nella prevenzione, nella cura del territorio, persino nella Protezione Civile. Dalla Legge Obiettivo del governo Berlusconi (2001) allo Sblocca Italia del governo Renzi (2014), tutti si sono esercitati nel cancellare o ridurre le tutele ambientali a vantaggio dei costruttori. I governi Conte (2018-2021) hanno cancellato persino l’inventario delle richieste ambientali (“Italia sicura”). Per ultima la post-fascista Giorgia Meloni ha tagliato il 40% delle spese per la tutela del Po, nel mentre ha gonfiato quelle per la “Difesa”;

perfino il PNRR da tutti osannano come la manna dal cielo riserva al dissesto idrogeologico appena 2,5 miliardi da qui al 2026 quando ce ne vorrebbero almeno venti volte tanto.

A chi presenta loro il conto dei terribili costi sociali che soprattutto la classe lavoratrice e i ceti popolari debbono sostenere, gli amministratori, a tutti i livelli, alzano le braccia dicendo che non ci sono le risorse. È una menzogna da cialtroni. In realtà si tagliano i fondi per l’ambiente per pagare ogni anno quasi 100 miliardi di soli interessi alle banche che hanno comprato i titoli di Stato. Le stesse banche che detengono azioni nei colossi energetici, nelle grandi proprietà immobiliari, nell’industria militare. Le stesse che hanno dettato a tutti i governi il taglio delle spese sanitarie e delle pensioni per “rispettare il pagamento del debito pubblico”. Cioè, per ingrassare i propri profitti.

Contro l’ordinarietà dell’affarismo capitalista che ci conduce al disastro occorre rivendicare misure semplici e necessarie per reperire le risorse ed evitare la catastrofe:

  •          abolizione del debito verso le banche e dei relativi interessi
  •           nazionalizzazione delle banche in un’unica banca nazionale sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori
  •           imposizione di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della società
  •           abbandono delle grandi opere inutili e investimento massiccio in sanità, scuola e riassetto idrogeologico
  •          diminuzione drastica delle spese militari e ritiro delle missioni militari all’estero 
  •          nazionalizzazione dell’industria del cemento e delle grandi imprese immobiliari sotto il controllo delle                  lavoratrici e dei lavoratori
  •          nazionalizzazione completa dell’industria dell’energia sotto il controllo della classe lavoratrice per una reale        conversione dall’utilizzo dei combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili

A chi obietta che queste siano misure troppo radicali per essere compatibili con l’economia del capitalismo rispondiamo che la verità è che tutte le recite sull’emergenza ambientale restano chiacchiere senza rompere col regime capitalista. Senza una nuova organizzazione dell’economia e della società, una società finalmente liberata dalla dittatura dei capitalisti, e per questo capace di elaborare il piano della riconversione ecologica della produzione e cura del territorio, cose che possono essere garantite solo dal governo delle lavoratrici e dei lavoratori. La necessità di costruire questa consapevolezza nella classe lavoratrice ed in tutta la società, a partire dai giovani, anima ogni giorno l’impegno del Partito Comunista dei Lavoratori

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


Scrivi a info@pclavoratori.it o in chat alla nostra pagina Facebook ufficiale per sapere come acquistarlo

3 Ottobre 2023

Aiutaci a propagandare le idee del marxismo. Diffondi e sostieni Unità di Classe con un contributo libero. Puoi fare una sottoscrizione con PayPal, in modo rapido e sicuro, inviando il pagamento a: info@pclavoratori.it, oppure seguendo le istruzioni a questo link

In questo numero:


È l'ora di una lotta vera. Editoriale - Marco Ferrando

La gara tra Salvini e Meloni contro i migranti

Emilia-Romagna. L’intervento del PCL dopo l’alluvione - sezione Romagna del PCL

Germania, ottobre 1923. L’assalto al cielo del proletariato tedesco. - Vincenzo Cimmino

Ponte sullo Stretto: perseverare è diabolico - Dario Buonfiglio, Enrico Scandurra, Giacomo Di Leo

Quattro punti per la rifondazione dell’Internazionale rivoluzionaria - Opposizione Trotskista Internazionale

Il Revolutionary Camp del PCL

Alluvione e futuro


 DI  · AGOSTO 2, 2023

Di Partigiano Stanziale

Chi non conosce l’origine del male è vittima per sempre

A quasi due mesi dall’alluvione in Romagna, il dibattito pubblico si concentra soprattutto nelle polemiche fra opposizioni e maggioranze, in Parlamento e nelle amministrazioni locali. La realtà, la sostanza degli eventi, sembra decadere nell’incomprensibile brusio, sempre più tenue, di particolari irrilevanti.

Così, le vittime dell’alluvione vengono istituzionalizzate, e passivizzate, nella speranza di ottenere qualcosa, prima o poi, per gentile concessione di un sistema il cui funzionamento appare loro incomprensibile. Sicché le giuste rivendicazioni di chi ha perso tutto, invece di confliggere con gli eventuali responsabili della catastrofe, verranno cooptate, e depotenziate, all’interno di un inesistente dialogo con le istituzioni, presunte democratiche. Per cui, concentrarsi sulle tante inefficienze dei soccorsi, sull’insufficienza dei fondi stanziati dal governo post-fascista (per il momento pochi miliardi fino al 2025), sull’assurdità della nomina di un commissario per la ricostruzione a scadenza elettorale (fino alle europee del prossimo anno) e sulle condizioni attuali in cui versano gli alluvionati, (drammatiche per i proletari, a corto di risparmi per sostituire i beni perduti), è giusto e doveroso, ma inutile, se nel frattempo non si cercano le cause della catastrofe.

Un modo di produzione inefficiente e distruttivo

Negli ultimi decenni, in regione è cresciuta in maniera esponenziale la cementificazione di vaste porzioni del territorio. Gli allevamenti intensivi di bovini, in pianura, hanno sostituito gli allevamenti bradi in collina e in montagna. Mentre quelli di polli e suini sono aumentati. L’agricoltura intensiva ha continuato a distruggere la biodiversità (la più varia d’Europa, in quanto sita al confine fra flora continentale e mediterranea). La fertilità della pianura alluvionale, inferiore soltanto al delta del Mekong, con le mono-colture intensive si è estremamente ridotta. Sulla costa si è continuato a costruire, fin sulle spiagge, una quantità infinita di appartamenti, alberghi, campeggi, ristoranti e altri edifici di ogni genere, per il –benessere? – di milioni di villeggianti del ceto medio più o meno benestante (con relativa crescita esponenziale del lavoro nero e dell’evasione fiscale). Infine, il crescente sviluppo industriale e dei trasporti non ha dato letteralmente respiro agli emiliani-romagnoli, con un inquinamento dell’aria secondo soltanto alla Lombardia. Il risultato è che in Emilia Romagna il 100% degli ecosistemi è a rischio.

Un caso esemplare

Come ha mostrato, pochi giorni fa, la trasmissione RAI Report, nel corso degli ultimi anni, in regione, sono stati eseguiti una quantità di interventi per la sicurezza dei centri abitati e del territorio contro il rischio idrogeologico. Nei fiumi sono state realizzate casse di espansione, ampliamenti e abbattimenti degli argini, e altri di vario genere, per aumentare la portata idraulica, per rallentare la velocità della corrente, per consentire alle piene di espandersi e così rifornire le falde sotterranee. Tuttavia, non tutti quelli necessari e urgenti sono stati realizzati, o nemmeno progettati.

Inoltre, la manutenzione degli alvei, dei fossi e dei canali è stata ridotta al minimo, sia in montagna, sia in pianura, come sul litorale adriatico. Di tutto questo Forlì, capitale spirituale della Romagna, funziona come esempio della demenzialità contraddittoria del vigente modello economico, inefficiente e distruttivo, che causa danni irreparabili all’ambiente naturale, alle cose e alle persone. Di come l’alluvione abbia messo a nudo la decadenza di una borghesia e di un ceto politico che assomiglia alla grottesca incoscienza della regina Antonietta di Francia. La quale, a un cortigiano che la informava che il popolo non aveva più il pane, rispondeva infastidita: “Che mangino brioche!”.

Una classe politica in carriera

Pochi giorni prima dell’alluvione, l’amministrazione comunale (Sindaco Zattini, Lega) lanciava l’idea di -Forlì, città turistica-. Una idea piuttosto balzana, dato che Forlì si è sempre caratterizzata per le attività manifatturiere e agricole. Forse intendeva ribattere alla concorrenza del governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (PD); il quale, con il consueto linguaggio aziendalista, invitava i sindaci della regione a –fare squadra– al fine di mettere in rete –le proprie competenze e saperi-, per rilanciare l’economia. In entrambi i casi il riscaldamento climatico e rischi connessi non venivano presi in considerazione.

Un mese dopo la catastrofe, a dimostrazione che per i Sindaco era già passata la nottata, i media locali, cartacei e online, pubblicavano la notizia dell’inizio cantiere per completare la circonvallazione intorno alla città: “Fortemente voluti dal sindaco Zattini”. Il progetto prevede: due gallerie, svincoli, rotonde e vari altri lavori. Una spesa di dodici milioni di soldi pubblici; per la gioia dei costruttori e per incentivare la circolazione su gomma, responsabile di buona parte delle emissioni di anidrite carbonica nell’atmosfera e di conseguenza dei fenomeni atmosferici estremi. Mentre la cementificazione della città e zone limitrofe continua senza pause, anzi con rinnovato fervore distruttivo. Due mesi dopo la catastrofe, di nuovo il governatore Bonaccini, tanto per non essere da meno, convocava a convegno le associazioni dei costruttori; i quali (e in quanto tali), esprimevano la ferma volontà di continuare a costruire come prima e più di prima, per creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza. Insomma, della serie: quando alla pubblicità ci credono anche quelli che la fanno.

Un’opera senza futuro

A proposito di circonvallazione (o asse di arroccamento), la prima parte di essa, realizzata circa vent’anni orsono, per qualche chilometro corre vicina al fiume Montone, sopra un terrapieno alto fino a otto metri. Praticamente, rinchiude in una specie di tinozza alcuni quartieri periferici della città. Allora, il 16 maggio verso mezzanotte, quando l’onda di piena ha superato gli argini, allagando questi quartieri, a un certo punto si è infranta contro un ostacolo insormontabile, ed è cresciuta rapidamente fino a raggiungere un metro e mezzo di altezza. Quindi, accelerando, si è infilata nei pochi sottopassi del terrapieno, passando oltre e allagando altre abitazioni, per poi spandersi nelle campagne retrostanti. E questo la dice lunga sul concetto capitalista di rapporto con l’ambiente naturale, secondo il quale il territorio viene considerato un semplice supporto, o basamento, per qualsivoglia (e ovunque convenga) attività redditizia.

Il ponte della ferrovia

Forlì si trova sopra la -sella- fra i fiumi Ronco e Montone. In realtà i fiumi sono tre, in quanto, poco prima della città, alle acque del Montone si aggiungono quelle di un altro fiume: il Rabbi. Escluso il centro storico, la città si trova in gran parte, più o meno, al livello del letto di secca dei fiumi e al di sotto del livello di piena; per cui a forte rischio idrogeologico. Dal 2014 al 2017, sono stati realizzati diversi interventi per la messa in sicurezza dei quartieri più esposti al rischio alluvione, sia nel Ronco che nel Montone.

Tuttavia, per il Montone, il progetto non prevedeva l’innalzamento del ponte della ferrovia Milano-Lecce, il quale lo scavalca a circa un chilometro a valle del centro storico e poco dopo i quartieri alluvionati. Trattasi di un vecchio manufatto in laterizio (a tre archi e due piloni piantati in mezzo al letto del fiume), ben fatto, ma molto basso (addirittura le rotaie sfiorano il colmo degli argini) e dalla struttura massiccia e ingombrante. Per cui, si può ipotizzare che la presenza di questo ostacolo abbia, perlomeno, aumentato la massa d’acqua che ha scavalcato gli argini quando è arrivata la piena. Ciò non significa che il ponte della ferrovia e la circonvallazione (in misura minore) siano stati la causa dell’alluvione; tuttavia senza di essi, probabilmente, l’area alluvionata sarebbe stata diversa: meno estesa?

Gli agenti del capitale

In generale, le cause dell’alluvione sono state parzialmente naturali. O meglio, dietro un evento di per sé naturale, in quanto causato da un fenomeno naturale (la pioggia), insistono responsabilità delle classi dirigenti, politiche e produttive: locali, regionali e di Governo.

Nello specifico: hanno ignorato gli allarmi degli scienziati, dei movimenti e dell’evidenza, sulla crescente probabilità di fenomeni atmosferici mai accaduti, sempre più estremi e pericolosi. Hanno incentivato un modo di produzione energivoro e inquinante, mettendo a rischio la sopravvivenza delle popolazioni, di loro stessi e delle generazioni future. Non si sono preoccupati di approntare piani di emergenza per le popolazioni colpite da eventuali catastrofi: allarme, soccorso, evacuazione, collocazione degli sfollati, vie di fuga, eccetera. Hanno tagliato i fondi destinati alla protezione civile e agli enti preposti alla salvaguardia dell’ambiente naturale e delle popolazioni soggette a rischio idrogeologico; vuoi per mancanza di risorse economiche, vuoi per disinteresse (che è la stessa cosa). Più precisamente, hanno ignorato le relazioni dei servizi tecnici delle autorità di bacino; nelle quali si indicavano le aree abitate a rischio alluvione e gli interventi necessari e urgenti. (Per approfondimenti invitiamo a fare una ricerca negli archivi dei servizi tecnici, genio civile, della Regione Emilia Romagna). Se in tutto questo vi siano responsabilità di rilevanza penale, di questo o di quel singolo amministratore, eventualmente sarà la magistratura a doverlo appurare; anche se in questi casi è la norma che tutto finisca nell’oblio e che le vittime rimangano senza giustizia. In ogni caso, rimane la colpa collettiva di una classe politica incapace di prendere atto della realtà.

La distruzione chiamata ricchezza

Lo sviluppo economico in Emilia Romagna, particolarmente in Romagna, dopo il 1989 (Caduta del muro di Berlino) praticamente non ha avuto più freni. Le burocrazie sindacali e politiche del PCI aderirono, con l’entusiasmo del neofita ignorante, al modello fordista di crescita quantitativa senza qualità, sottoponendo il territorio alla più bieca speculazione edilizia (urbanistica clientelare contrattata). Non che in precedenza avessero fatto di meglio, tuttavia il modello stalinista in versione togliattiana (espulsione dei ceti popolari dai centri storici e costruzione di quartieri dormitorio nelle periferie) prevedeva un minimo di programmazione e controllo politico (piani regolatori) Questo modello, non certo diverso dalle regioni governate fin dal dopoguerra dalla Democrazia Cristiana, in Romagna è stato meno evidente per l’assenza di grandi città, con la popolazione diluita in centri piccoli o medio piccoli, ma è stato altrettanto e forse più devastante, per l’antropizzazione inflitta all’intero territorio. Esclusa la montagna, abbandonata a sé stessa in quanto poco interessante per gli investimenti. Non è un caso che i paesi di collina e montagna si siano spopolati progressivamente negli ultimi decenni.

Negazionisti contro transizionisti

Nei prossimi anni la questione ambientale diventerà sempre di più importante per vincere le elezioni, specialmente nei paesi occidentali. Le prime avvisaglie si avvertono già negli USA, in vista delle prossime elezioni presidenziali. Da una parte i padroni delle industrie energivore, degli allevamenti e delle monocolture intensive, rappresentati dalle destre negazioniste. Le quali sostengono che il riscaldamento climatico fa parte dei cicli naturali e che prima o poi finirà (o addirittura non lo prendono in considerazione). Dall’altra, la borghesia transizionista, che sta investendo enormi capitali nelle energie rinnovabili e per impossessarsi delle risorse naturali: acqua, suoli fertili e materie prime tecnologiche. Significativo che pochi giorni fa, nel Parlamento Europeo, la norma sul Natur Restoration Law, (per il ripristino degli habitat, parte del più ampio disegno del Green Deal) sia stata approvata con una risicata maggioranza di voti. Ne consegue che nei singoli stati non se ne farà niente o quasi: l’esultanza di Greta Thunberg e solidali è del tutto inappropriata.

La contronatura del capitale

È ormai evidente che i negazionisti non capiscono niente di ecologia e nemmeno sono interessati a capire. Il loro è un mondo estraneo a qualsiasi forma vita che non sia la loro. Al contrario, i transizionisti ne capiscono un po’, ma non possono investire le grandi quantità di capitali che sarebbero necessarie per la messa in sicurezza/adattamento dei territori sempre più a rischio nei prossimi anni. Il limite è che gli investimenti autenticamente ecologici non rendono profitto a breve termine. Si tratta della così detta finanziarizzazione dell’economia. Nella quale, i tempi di riproduzione del capitale al di sopra del tasso medio di profitto, sono estremamente ridotti, per effetto della rivoluzione informatica e telematica. Ma questo non è un’anomalia, sta nella storia dell’economia mercantile: ogni nuova scoperta, potenzialmente progressiva, viene distorta e messa al suo servizio. Anche il capitalismo più progressista, neo-keynesiano, non può abiurare sé stesso.

E le classi lavoratrici?

In questo lotta divaricante fra classi dirigenti e dominanti, da che parte starà la maggioranza delle classi lavoratrici? Negli ultimi decenni, i lavoratori si sono spostati in massa verso destra, reagendo, più o meno consapevolmente, al tradimento delle burocrazie politiche e sindacali dei partiti di sinistra. Nelle ultime tornate elettorali hanno votato per le destre o per il populismo grillino, in molti si sono astenuti. Ma se la direzione dovesse cambiare; nel senso che, da ora in avanti, gli eventi climatici estremi saranno un elemento formante dei conflitti sociali? In questo caso, la questione ambientale interagirà con la questione salariale, con i diritti sociali e civili e nella geopolitica come mai nella storia dei conflitti all’interno della nostra specie. E questo potrebbe essere propedeutico per il ritorno di grandi masse proletarie verso la lotta; e non sarà certo il salario minimo, penosa bandierina del neo PD sinistrorso a cambiare le cose, ad acquietare il conflitto fra capitale e ambiente-lavoro nel prossimo periodo storico. Ma questo è il problema dei problemi; perché solo i lavoratori avrebbero la forza di imporre lo stato di emergenza ambientale nazionale, e trovare le risorse per una vera transizione ecologica. Primi provvedimenti: una tassa patrimoniale fortemente progressiva, blocco immediato della cementificazione, nazionalizzazione (senza risarcimento alla proprietà) delle industrie energivore/inquinanti e messa in sicurezza/bonifica del territorio. Se invece rimarranno ancora passivi continuerà la catastrofe.

Conclusioni provvisorie

In Romagna come nel resto del paese, il dibattito sulla questione ecologica è estremamente arretrato. Rimane concentrato nei particolari, mentre le ragioni, le responsabilità e le colpe rimangono tabù. Ogni tentativo di alzare il livello si scontra contro il muro del presente, senza futuro e visione di insieme. Le scoperte scientifiche sul funzionamento della natura, vengono tacciate di ideologia. Assistiamo al rovesciamento di senso fra natura e cultura, là dove il naturale (la biosfera) diventa un’entità culturale e (quindi opinabile); mentre la cultura dominante (l’economia di mercato) viene considerata naturale e quindi immutabile, nella sacralità della proprietà privata. Nel frattempo, in Romagna, i corsi d’acqua (escluso piccoli interventi di riparazione degli argini) sono rimasti tali e quali a prima dell’alluvione. La materialità dell’urgenza non viene presa in considerazione, per la semplice ragione che è troppo grossa per essere compresa e affrontata. Una spada di Damocle rimane sospesa sul capo dei residenti delle zone a rischio, in Romagna e nel resto del paese. Se dovessero ripetersi le precipitazioni del mese di maggio, ed è probabile che prima o poi avverranno di nuovo, la pianura tornerà sott’acqua e la montagna franerà ancora, ma non sembra interessare a nessuno. Inizia un capitolo feroce della storia dei sapiens.

Il fango è una livella


 Il fango è una livella. È sempre uguale a se stesso. Stesso colore, stessa consistenza ovunque, in un’intera città. In due città. Tra la campagna e la città. In tutte le province. Il fango non è campanilista. Il fango copre tutto con il suo manto democratico. Non si capisce più se una casa è di un ricco o di un povero. Sono sporche uguali. Copre anche le persone allo stesso modo. Uscito dagli argini del fiume ha sfondato le case, le finestre, le vite. E adesso le strade hanno tutte lo stesso colore, l’asfalto non si vede, accatastate ci sono le barricate di una guerra, per chilometri. A qualche giorno dall’alluvione, grazie alle braccia di centinaia di persone, le case hanno vomitato quello che avevano in pancia. Sembra impossibile che contenessero tutto senza scoppiare. Materassi, lavatrici, giocattoli, vestiti, libri e una quantità di forme grottesche che non si sa neppure cosa siano state nella vita di prima. Ora non è strano trovare un mappamondo del Cinquecento accanto a un flipper. Una sorpresina dell’uovo Kinder su un campanello. Qualche pianta di pomodoro spunta da uno spiazzo, tra l’orto e la strada non c’è differenza. Le macchine sono parcheggiate in modo creativo, anche in verticale. In mezzo alle strade girano un sacco di persone che stanno andando da qualche parte, e indossano tutti gli stessi vestiti, color fango. Si sorridono, sono gentili. Qualcuno scherza, qualcuno canta, qualcuno si chiama. L’atmosfera è così piacevole forse per contrastare l’orrore monocromatico tutto intorno.


Per ogni casa ci sono decine di persone che fanno qualcosa. La frase che si sente ripetere più spesso è: “Avete bisogno?”. Spesso la risposta è: “No siamo già in troppi”. Altre è “Sì, laggiù”. Anche il confine tra il privato e il pubblico è stato spazzato via. Tutti i ricordi e gli oggetti di una vita sono per strada, la gente non si ferma all’ingresso, non chiede permesso, va e viene dalle cantine, dai salotti, dalle camere da letto. Non si sa neanche a che civico si sta spalando. A malapena la via.

In ogni casa però c’è un elemento architettonico comune: la riga. “È arrivata lì”. La si indica quasi con orgoglio, quasi come un figlio troppo cresciuto che non riesce più a essere misurato sullo stipite della porta. Anche perché la porta spesso è stata strappata via dai cardini.

Si collabora e ci si organizza spontaneamente in un enorme esperimento sociale di massa in cui quell* con l’idea più buona la dice e gli altri fanno. E in qualche modo funziona. Senza alcuna regia, senza alcuna autorità, senza chi comanda. Si condividono pale, asce, piedi di porco. Si spala, si raccoglie, si pulisce. Si decide in casa d’altri cosa si può salvare e cosa no. Si spaccano mobili, si fanno a pezzettini e si passano dalle finestre dei seminterrati. Chi per oggi ha finito a casa sua non sta fermo, va in giro e aiuta. Nel giro di tre giorni, il grosso del fango più ostinato è stato portato via, accompagnato gentilmente ai tombini, o portato in lunghissime catene umane di nuovo nell’alveo da cui è venuto. Ogni tanto qualcuno – pulito- passa a fare la domanda che ogni romagnol* si sente rivolgere più spesso: “Hai mangiato?”. E giù pollo, torte, caffè, acqua, frutta.

L’aria che si respira è bella, e viene da rammaricarsi perché si sa che non può durare. Tutta questa bontà, tutta questa gentilezza, questa solidarietà priva di barriere di provenienza, sesso, età, ecc.

A chi non è venuto da dire: “Ma non potrebbe essere sempre così?”. Forse qualche ragazzino lo pensa possibile. Noi siamo vecchi e sappiamo che insieme al fango monocromatico se ne andrà anche questa ritrovata umanità. Per ora la assaporiamo con la segreta speranza che un giorno si diffonda a livello mondiale e sia il collante che tiene unito il proletariato contro la classe sfruttatrice. Quella che ci ha messo in questa situazione.

MG

L’emergenza di un sistema fallito

 


Al momento in cui scriviamo l’emergenza è in pieno svolgimento. Tra le province di Forlì-Cesena e Ravenna i morti sembrano essere 8, oltre a diversi dispersi. Migliaia le persone evacuate, tra cui anche nostri compagni, a causa dell’esondazione del Savio e del Montone. In ampie zone manca la corrente e non funziona la rete di telefonia mobile. Nelle zone collinari molte frazioni sono isolate per frane e smottamenti.


Impossibile per ora quantificare i danni, le immagini che giungono dai canali di informazione sono sconfortanti, i soccorritori lavorano senza sosta. Questo è il copione già visto in tante altre regioni italiane che ora colpisce il nostro territorio.

I sindaci di ogni parte politica e colore indaffarati con il cellulare in mano, ministri che sorvolano il mosaico marrone di fango e tetti, chiacchiere a volontà sui social, di gente che si cerca e si informa, e si arrabbia. Gente che non sa da dove passare per andare al lavoro, perché il padrone la fabbrica non l’ha voluta chiudere. Nemmeno davanti a questo.

Adesso la priorità è evitare altri morti e prestare soccorso. Non possiamo che invitare lavoratori e lavoratrici a non uscire per andare a lavorare, a rifiutarsi di lavorare in condizioni di insicurezza, a proteggersi a ogni costo, che il portafoglio del padrone aumenta lo stesso tutti i giorni.

Per noi, questa ennesima tragedia non può essere vista in altro modo che un fallimento di un sistema, il sistema capitalistico.

Fino a poco tempo fa a Forlì il dibattito pubblico verteva su un paio di temi principali: da un lato di come fare per rendere la città un’attrazione turistica, dall’altro dell’ennesimo mega-mercato da costruire in zona periferica. Dell’ennesima cementificazione selvaggia. Di un ristorante sushi da trecento coperti, di un nuovo McDonald’s e di chissà quante altre mostruosità fra parcheggi, appartamenti e allegati vari, una operazione che vede alleati il mega-commercio, l’edilizia, la speculazione fondiaria e le banche, nell’estremo e disperato tentativo di moltiplicare i capitali da spartire.

La natura ci ricorda quanto il capitalismo sia miope. Non vede più in là del proprio profitto.

Gli alvei dei fiumi, gli argini e i fossi del territorio sono da tanto tempo carenti di manutenzione e controlli. Di prevenzione neanche l’ombra, o quando c’è è del tutto insufficiente. “Non ci sono i soldi” ci hanno sempre ripetuto gli amministratori di ogni parte politica e colore, e il personale degli enti preposti è insufficiente. Tanto per allargare il discorso, è drammatico notare che la parte del PNRR dedicata al risanamento ambientale è una presa in giro, più o meno come l’aumento dei salari di Renzi e Meloni.

Per i banchieri, i soldi devono rendere rapidamente.
Per i costruttori è più redditizio riversare nel terreno montagne di materie prime, invece di dedicarsi al governo del bene più prezioso e insostituibile, l’ambiente naturale.
Per i gruppi commerciali l’importante è vendere.
E per i politici, al loro servizio, l’importante e fare “sistema”, per rilanciare lo sviluppo dell’economia.

Cosa c’entra in tutto questo la maggior parte della popolazione? Coloro che vivono del proprio lavoro e che non sono responsabili di questa catastrofe? Niente! Mettendo un segno su una scheda ogni tanto non decidono nulla, ma i disastri li pagano loro.

I disastri li paghiamo noi.

Tra pochi giorni, quelli necessari per il lutto di facciata, torneremo a sorbirci la retorica della maschia unità contro le avversità di una natura matrigna, del “ce la faremo”, del “volemose bene”, della “Romagna che torna a essere terra di turismo” e le varie narrazioni che puntano a farci credere di essere tutti ugualmente vittime e ovviamente nessuno responsabile.

Invece i responsabili ci sono, hanno nomi e cognomi, ma soprattutto una professione. Quella degli sfruttatori: dei lavoratori, della natura, del territorio, delle risorse.

Quello che succede qui, in Romagna, ha un legame profondissimo con quello che succede in ogni altra parte del mondo, dove gli eventi meteorologici straordinari si susseguono alimentati da un cambiamento climatico fuori controllo.

Dal fango nello scantinato di casa, alla deforestazione amazzonica, una crisi globale non può che richiedere una soluzione globale, un rovesciamento radicale di un sistema che è il diretto mandante, esecutore e becchino di questa ennesima crisi.

Il capitalismo è fallito. E questo fatto non può più essere ignorato, per quanto vogliano farcelo credere da anni, con ogni sorta di menzogna. Solo una riorganizzazione ecosocialista della società può mettere gli interessi dei molti davanti a quelli dei (soliti) pochi, una rivoluzione che metta gli esseri viventi, umani e non, e l’ambiente davanti al profitto.

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione Romagna

La colpa delle alluvioni in Romagna

 


Nell’esprimere piena solidarietà alle popolazioni romagnole alluvionate, siamo sicuri che la colpa non sia del nemico di turno; in questo caso le nutrie, che avrebbero scavato gallerie negli argini, come la peggiore disinformazione vorrebbe far credere, ma del cambiamento climatico e di una scriteriata gestione dell’ambiente naturale antropizzato. Vero che le nutrie, importate a suo tempo dai pellicciai e poi dagli stessi liberate quando le pellicce -non tiravano più-, scavano gallerie come i conigli selvatici, ma non vi sono prove che siano responsabili degli smottamenti. Inoltre, sui quindici casi di alluvione, più o meno grave, uno soltanto è stato causato dallo smottamento dell’argine, tutti gli altri da tracimazione al di sopra di esso.

Insomma, se piovono in venti quattr’ore 10/15 centimetri di acqua, c’è poco da fare: il rischio rimane e, vista la totale incapacità della classe politica di risolvere o perlomeno attenuare il pericolo, purtroppo c’è da aspettarsi in futuro altri disastri e sempre più spesso. Nella società mercantile industriale, lo sviluppo della scienza, della tecnologia e della tecnica si converte costantemente, per via dell’accumulazione del capitale, in uno sviluppo di forze distruttive che degradano le fonti stesse della ricchezza, la natura e gli esseri viventi.

Partito Comunista dei Lavoratori
Emilia Romagna

L’alluvione nelle Marche. Né eccezione né maltempo, ma cambiamenti climatici e mancata prevenzione

 


Se è piovuto in tre ore la quantità d’acqua di sei mesi, significa che siamo di fronte a un evento naturale di eccezionale forza. Un evento – per di più – tragico, nel quale a oggi i morti accertati sono 11, oltre cento i feriti, imprecisato il numero degli sfollati. Da Pianello di Ostra a Cantiano, da Senigallia a Sassoferrato. Dunque colpita la provincia di Ancona e Pesaro-Urbino, dal mare all’entroterra. Se è piovuto – ripetiamo – un quantitativo d’acqua tale per cui di solito ne occorrono sei mesi, si tratta sì di un evento di eccezionale forza ma che non è in sé un’eccezione. Questo è il punto fondamentale da capire, poiché trattasi di un evento estremo sì ma tipico nel contesto dei cambiamenti climatici.


L’aumentare dei fenomeni naturali estremi è infatti appurato con chiarezza. Per restare in Italia, i dati di Legambiente riportano che gli impatti più rilevanti dei fenomeni naturali estremi si sono verificati in 602 comuni italiani, 95 in più rispetto allo scorso anno. Dal 2010 al 2021, questo tipo di fenomeni sono stati 1.118 e 133 nell’ultimo anno, in aumento del 17,2% rispetto alla precedente rilevazione (1).

Nelle Marche si è trattato, nello specifico, di un temporale autorigenerante. Consiste in un temporale che si autoalimenta grazie al contributo dell'umidità rilasciata dal mare. Fattore aggiuntivo, poi, il clima caldo, in quanto aumenta la quantità di vapore in atmosfera e quindi la quantità di acqua che può diventare pioggia. Un ulteriore ruolo aggravante lo ha giocato anche il cosiddetto Atmosferic River, corrente calda e umida di vapore acqueo proveniente dalle zone sub-tropicali del Pianeta (2).

Si fa fatica a vedere i video e le immagini diffuse in queste ore: borghi storici alluvionati dalle piogge e dall’inondazione dei fiumi, la cui bellezza di solito ignorata dal turismo di massa, ora frutto della consueta e morbosa attenzione dei media. Per qualche giorno, certo: poi, rimane il ricordo in qualcuno, poi più nulla.
Il copione è già scritto; basti guardare all’alluvione che colpì già Senigallia nel 2014, causando anche lì vittime e danni per 180 milioni di euro. Il processo per il reato di inondazione colposa è iniziato solo pochi mesi fa, lo scorso 9 giugno; mentre due mesi prima, in aprile, la Regione ha firmato la consegna del cantiere dei lavori per le vasche di espansione, pensato al fine di dare spazio al fiume Misa in caso di piena. I lavori, però, finiranno solo nel 2024. Intanto però, il Misa è esondato di nuovo.

Visto che questi eventi estremi sono qui per restare, va invertita la rotta: è necessario investire nella prevenzione, molto meno cara della spesa post-emergenziale. Purtroppo si fa al contrario, mancando nei fatti una presa di consapevolezza all’altezza della situazione e delle sfide climatiche che stiamo affrontando qui e ora.
Dobbiamo, in definitiva, avere chiaro che non è colpa del “maltempo”, né della sfortuna. Fintanto che lo si considera maltempo, si nega implicitamente la natura stessa di ciò che sta accadendo, scollegandolo dal contesto dei cambiamenti climatici. A ridosso delle elezioni, questa tragedia reca con sé un conto salato da saldare: che questo sistema economico non è in grado di saldare.

Siamo indietrissimo con le opere di prevenzione e di messa in sicurezza; ancora peggio procede il contrasto al riscaldamento globale, causa ultima degli eventi climatici estremi. Secondo il “Rapporto dissesto idrogeologico in Italia pericolosità e indicatori di rischio” (3) presentato a marzo 2021, è aumentata nello scorso anno la superficie nazionale potenzialmente soggetta a frane e alluvioni: l'incremento sfiora rispettivamente il 4% e il 19% rispetto al 2017. Inoltre, il 94% dei comuni italiani è a rischio dissesto, con oltre 8 milioni di persone che abitano nelle aree ad alta pericolosità.

L’alluvione occorsa nelle Marche non è un caso isolato, ma è frutto anche di mancata prevenzione. Noi crediamo che l’attuale sistema economico non abbia in sé la capacità di ragionare secondo ottiche lungimiranti. Servono adeguati e cospicui finanziamenti per la messa al riparo dal dissesto idrogeologico, progetti di adattamento per inondazioni e frane. Serve, inoltre, che si affronti alla radice il problema della riduzione delle emissioni di CO2. Servono scelte nette e radicali, come radicali sono le sfide della contemporaneità.




(1) https://asvis.it/home/4-10836/in-italia-aumentano-i-fenomeni-meteorologici-estremi-e-i-comuni-colpiti

(2) https://www.focus.it/scienza/scienze/temporale-autorigenerante-bomba-fiume-atmosferico-v-shaped-alluvione-marche

(3) https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/dissesto-idrogeologico-in-italia-pericolosita-e-indicatori-di-rischio-edizione-2021

Partito Comunista dei Lavoratori - Marche

Il disastro perfetto di Livorno

La tragedia che si è verificata a Livorno nella notte tra il 9 e il 10 settembre non è stata provocata da un evento eccezionale ma da un insieme di cause che si sono sommate negli anni

 

 Le otto vittime e i danni causati dal disastro di Livorno non sono stati provocati da un evento eccezionale, bensì da anni e anni di scelte politiche ed economiche che hanno cambiato il volto di questa città.
Tutto lo sviluppo urbano è avvenuto in nome del profitto.
Dal dopoguerra ad oggi un ambiente fragile non è stato assolutamente difeso e controllato in funzione della vita dei suoi cittadini ma in funzione dello sviluppo capitalistico, sfruttando al massimo il territorio senza difendere assolutamente le sue fragilità. Per la sua delicatezza, il territorio di Livorno era stato considerato negli anni passati come un sito di interesse nazionale (SIN) e quindi soggetto a tutti gli interventi e bonifiche del caso, ma è avvenuto esattamente il contrario. Speculazioni edilizie, cementificazioni irrazionali e impianti industriali pericolosi realizzati a contatto con aree residenziali si sono succeduti a ritmo impressionante. Era un bomba ad orologeria, ed è scoppiata dopo un'estate siccitosa che sarebbe potuta servire per pulire gli argini e gli alvei dei torrenti, per la manutenzione dei tombini e o delle strade, magari dando lavoro in una città con un altissimo indice di disoccupazione.
La tragedia ha fatto il suo corso proprio dove maggiori erano le fragilità della città. Nell'area del nuovo grande centro commerciale del Parco del Levante e la relativa colata di cemento, i bacini scolmatori del Rio Maggiore realizzati da amministrazione e privati non sono serviti a nulla. Più a monte l'area estesa per ettari e inutilizzata della discarica del Limoncino (bloccata da un'inchiesta della magistratura) ma resa impermeabile dai teloni di plastica ha amplificato la rapida discesa delle acque verso il torrente tra le colline disboscate di recente. A valle lo stesso Rio era "tombato" da decenni.
Che dire poi del petrolchimico di Stagno, sommerso dalle acque del torrente Ugione mai messo in sicurezza contro simili eventi, che ha riversato nel terreno una quantità incalcolabile di idrocarburi? Il Rio Ardenza aveva gli argini, fino al giorno della tragedia, completamente abbandonati alla vegetazione spontanea e ai rifiuti. Intere aree della città, come quella degli orti urbani, sono tuttora preda della speculazione, con la complicità delle amministrazioni che si sono succedute, nessuna esclusa (PCI, PD, M5S).
Ma anche i governi nazionali hanno enormi responsabilità. Quando parlano di sicurezza delle città non parlano certo di salute, ambiente e territorio ma, di decoro urbano e immigrazione. Preoccupati di nascondere il volto del disagio e dell'emarginazione in nome di una borghesia sempre più brutale.
Invece del decreto Minniti serve una lotta anticapitalista all'interno di una vertenza generale, contro la barbarie del capitalismo causa principale delle tragedie come quella di Livorno. I lavoratori, i disoccupati, i giovani e gli immigrati, insieme in questi giorni dopo la tragedia, hanno dato la risposta migliore unendosi in squadre di solidarietà.
Se il clima e l'ambiente stanno mutando a causa del capitalismo, la risposta è una sola e passa attraverso il cambiamento dello stato attuale delle cose verso il socialismo. La difesa del territorio, dell'ambiente e della salute sono punti cardine per una vertenza generale.

I lavoratori sapranno farli propri.

Ruggero Rognoni - PCL Livorno