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La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Contro l'infamia dei licenziamenti Whirlpool è l'ora di voltare pagina

 


Solo la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, può unire gli operai e tutelare i posti di lavoro

La lettera di licenziamento da parte del gruppo Whirlpool conferma il totale cinismo di un'azienda che non si fa scrupolo di gettare i lavoratori e le lavoratrici in mezzo a una strada. La magistratura copre il cinismo padronale, rigettando il ricorso sindacale. Il governo smentisce le sue promesse di cartone, come già i due governi precedenti. Il famoso consorzio sulla mobilità che dovrebbe riassumere i licenziati è rimasto un fantasma, tempo perso per i lavoratori e guadagnato dai padroni Whirlpool, che ora provano a disgregare l'unità degli operai con lo strumento della corruzione economica individuale.

L'operazione Whirlpool va respinta. L'unità tra i lavoratori va salvaguardata, assieme all'enorme patrimonio di lotta accumulato in due anni. Ma si impone un bilancio della linea seguita sinora dalle direzioni sindacali. Prima l'idea di un improbabile “ravvedimento” della proprietà USA, poi la ricerca di un nuovo compratore sul mercato grazie all'interessamento dei governi, infine la fiducia nella magistratura, hanno finito col portare i lavoratori in un vicolo cieco. È necessaria ora una svolta.

Come abbiamo affermato sin dall'inizio di questa vicenda drammatica, c'è una sola possibile soluzione a garanzia del lavoro: la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'azienda Whirlpool. Sia lo Stato a farsi garante del posto di lavoro. Se poi Whirlpool è disposta a spendere 85000 euro per dipendente, li versi allo Stato. Non per liquidare il lavoro, ma per preservarlo. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori è l'unico modo di rispondere all'aggressione padronale con una radicalità uguale e contraria. L'unico modo per provare a riaprire la partita. L'unica via per porre il governo, e non solo il padrone, come propria controparte denunciando le sue responsabilità e le sue finzioni da intermediario.

Questa rivendicazione non può e non deve restare isolata; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale. I lavoratori della GKN ultimamente l'hanno fatta propria con una decisione importante e preziosa. Si tratta di fare fronte comune su questa richiesta tra tutte le aziende in lotta per aprire una vertenza nazionale. Non si può più proseguire in ordine sparso, azienda per azienda, se non al prezzo di finire sconfitti, l'uno dopo l'altro, in un calvario che dura ormai da quindici anni. Ora basta. Ora è necessario voltare pagina. Se gli azionisti licenziano gli operai, gli operai hanno diritto di chiedere il licenziamento degli azionisti, e di chiederlo insieme.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

Partito Comunista dei Lavoratori

Unire le lotte a partire dalle vertenze in corso. Quale alternativa per il lavoro?

 


Sabato 28 novembre, ore 17, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori

24 Novembre 2020

È in atto una grande offensiva capitalistica contro il lavoro, che coglie la classe operaia in una situazione di profonda difficoltà e di frammentazione, per responsabilità innanzitutto delle burocrazie sindacali.
L'atomizzazione delle vertenze nell'industria ne è una chiara espressione.

Occorre lavorare controcorrente per ricomporre un fronte unico di classe e di massa capace di unire le lotte di resistenza, ribaltare i rapporti di forza, riaprire una prospettiva anticapitalista.
Unire nell'azione l'avanguardia di classe, ovunque collocata, è in funzione di questa prospettiva.

Ne parliamo coi compagni del camping di Piombino. Interverranno:

- Marco Ferrando, portavoce nazionale PCL;
- Lorenzo Mortara, operaio YKK Vercelli;
- Francesco Doro, Commissione Lavoro PCL;
- Alessandro Babboni e Ugo Preziosi, Coordinamento Articolo 1 Camping CIG Piombino;
- Luigi Sorge, operaio FCA Cassino;
- Luca Scacchi, area sindacale "Riconquistiamo Tutto" - opposizione CGIL


L'evento sì può seguire sulla nostra pagina Facebook.

Partito Comunista dei Lavoratori

VIDEO: Costruire il fronte unico di classe e di massa! - Marco Ferrando - 06/06/2020

Unire l'azione d'avanguardia, costruire il fronte unico di classe e di massa, portare nelle lotte la prospettiva anticapitalista!
Pubblichiamo l'intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, nella piazza di Roma organizzata dal "Patto d'azione per un fronte unico anticapitalista". 
Qui un commento sulle piazze del 6 giugno --> https://bit.ly/3h1E18D


ISCRIVITI AL CANALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Si allargano gli scioperi operai

Scricchiola l'unità nazionale fra sindacati e padronato

24 Marzo 2020
Gli scioperi operai riprendono e si allargano, contro la pretesa di Confindustria e governo di imporre la continuità della produzione e del lavoro, a prescindere da ogni condizione di sicurezza per chi lavora, da ogni rapporto con la distribuzione territoriale del contagio, da ogni attinenza reale con le esigenze essenziali sanitarie e alimentari.
Gli scioperi hanno investito un'ampia gamma di grandi aziende, da Nord a Sud, dal gruppo Leonardo a DEMA, il cuore del proletariato industriale in produzione. È un fatto che impatta sulle relazioni industriali tra burocrazie sindacali e padronato, e al tempo stesso riflette la loro impasse.


LA LINEA DELLE BUROCRAZIE SINDACALI

La politica di collaborazione con Confindustria perseguita in queste settimane dalle direzioni sindacali conosce una crisi profonda. Basta ricostruire le tappe dell'ultimo mese.

A fine febbraio e a inizio contagio i vertici di CGIL, CISL e UIL firmavano un testo congiunto con le organizzazioni padronali all'insegna del “basta allarmismo”, "l'Italia non si ferma”. Erano gli stessi giorni in cui Confindustria lombarda imponeva l'esclusione di Bergamo e Brescia da ogni “soluzione Codogno”, nel nome della continuità produttiva. Una responsabilità criminale.

Esploso il contagio, di fronte agli scioperi operai sul tema sicurezza, le direzioni sindacali si affrettavano a firmare in piena notte un Protocollo di intesa col padronato (14 marzo) obiettivamente truffaldino, che non poneva alcun vincolo reale agli industriali mentre imponeva comportamenti vincolanti agli operai. Una soluzione talmente grottesca da lasciare basita la stessa FIOM.

Una settimana dopo, di fronte alla continuità degli scioperi (nonostante il protocollo di accordo), le direzioni sindacali, a partire dalla segreteria CGIL, hanno proposto a padroni e governo di sospendere provvisoriamente la produzione per «evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia» (Landini): una sorta di disinnesco concordato della miccia, nel segno della “comune responsabilità” di fronte all'emergenza sanitaria. Una chiusura produttiva di unità nazionale.


CONFINDUSTRIA TIRA LA CORDA

Qui però l'operazione conosce un clamoroso incidente. Confindustria prima condivide l'accordo che formalmente sanciva la sospensione della produzione per due settimane nei settori produttivi non essenziali (sanitario e alimentare), pur chiedendo contropartite finanziarie ingenti. Ma poche ore dopo attiva dietro le quinte un lavoro di pressione sul governo, e direttamente sul Presidente del Consiglio, per ottenere l'allargamento a dismisura dei settori produttivi da mantenere aperti (tessile, aero-spazio, difesa...), obiettivamente estranei all'emergenza. Di più: pretende che siano i prefetti a decidere in ultima istanza quali sono le fabbriche da tenere aperte, in quanto “strategiche”. Conte annuisce, e allarga l'elenco delle produzioni aperte sotto dettatura telefonica di Confindustria, come lui stesso in qualche modo riconosce. Il tutto ha un solo significato politico: governo e padronato scaricano le burocrazie sindacali dopo aver abusato della loro collaborazione.

Le burocrazie, ed in particolare la CGIL, si sono trovate dentro una morsa. Da un lato, un governo cui hanno garantito sin dall'inizio un sostegno politico aperto e una Confindustria con cui non vogliono rompere. Dall'altro, il rischio concreto di vedersi scavalcate da quella rabbia dei lavoratori che si voleva disinnescare. Da qui una duplice operazione: un comunicato di protesta con la minaccia di uno sciopero generale – che non si vuole – quale strumento di pressione sul governo per ottenere un nuovo incontro e recuperare un accordo minimamente presentabile; parallelamente la copertura degli scioperi di fabbrica subito annunciati nei territori, a partire dai metalmeccanici, per evitare di perdere il controllo sulla dinamica di conflitto e quindi cercare di pilotarlo.

Questa è la partita aperta. Ogni attore in commedia ha un margine di manovra limitato, a fronte di una situazione obbiettivamente drammatica sotto il profilo sociale e sanitario.
Confindustria ha il fiato sul collo di una pletora di padroni e padroncini che temono la propria catastrofe.
La burocrazia sindacale è sotto la pressione sociale di un conflitto di cui non vuole perdere il controllo, nell'interesse stesso del padronato.
Il governo non può e non vuole rompere né con Confindustria, da cui riceve il mandato, né con la burocrazia sindacale, su cui si appoggia.
Tutti vogliono la ricomposizione di un equilibrio, nessuno controlla il terreno su cui realizzarla. La situazione resta dunque fluida e instabile.


IL COMPITO DELL'AVANGUARDIA

Tanto più in questo quadro, il compito dell'avanguardia e di tutte le forze classiste è quello di lavorare alla più ampia unità di classe sul terreno della massima chiarezza.

La dinamica degli scioperi in corso conferma la proposta di sciopero generale che il nostro partito ha posto, controcorrente, a partire dal primo sciopero di FCA Pomigliano. Landini offre copertura sindacale agli scioperi territoriali e di fabbrica, premurandosi di precisare che non propone un'azione in senso generale. L'esigenza dell'avanguardia di classe è esattamente opposta: promuovere gli scioperi, generalizzarli, trasformarli in uno sciopero generale.

Parallelamente, la pressione del contagio a partire dalla Lombardia conferma la centralità delle rivendicazioni indicate: chiusura di ogni attività, ad eccezione ovviamente del servizio sanitario, nelle situazioni di massima intensità del contagio, a partire da Bergamo, Brescia, Lombardia; controllo dei lavoratori sulle condizioni della sicurezza in ogni luogo di lavoro, in ogni settore, e su scala nazionale, inclusa la produzione alimentare e il lavoro negli ospedali: condizioni che solo i lavoratori possono accertare, non certo i padroni né tanto meno i prefetti; copertura salariale piena al 100% per tutti i lavoratori e le lavoratrici esentati dalla produzione, in tutti i settori.

I militanti e le militanti del PCL portano e porteranno questa proposta in ogni lotta e iniziativa sindacale. Per un fronte unico di classe e di massa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Polarizzazione d'avanguardia e politica di massa

L'indirizzo del PCL nel nuovo scenario politico

18 Aprile 2018
Il 4 marzo ha segnato uno sconvolgimento profondo del quadro italiano. La crisi di consenso delle politiche dominanti e la crisi parallela del movimento operaio - combinandosi e sommandosi nei lunghi anni della grande crisi - hanno prodotto una risultante storica: da un lato il crollo del centro borghese in tutte le sue varianti (PD e Forza Italia), dall'altro la capitalizzazione a destra di questo crollo (M5S e Lega).

Al Nord (ma anche in aree crescenti del centro Italia) il capitalismo dei distretti ha trovato il proprio riferimento nella Flat tax della Lega, che ha costruito attorno a sé un blocco sociale vasto che coinvolge partite Iva colpite dalla crisi ma anche significativi settori di classe operaia industriale spesso dirottati contro gli immigrati e attratti dalla promessa dell'abolizione della Legge Fornero.
Al Sud ha sfondato il M5S con cifre da autentico plebiscito. Un M5S molto legato alla piccola borghesia delle libere professioni, che ha guadagnato la testa dei disoccupati e della popolazione povera del Mezzogiorno attorno alla bandiera del reddito di cittadinanza, ma che ha raggruppato anche la larga maggioranza del lavoro salariato dell'industria, e settori crescenti del pubblico impiego.
Nessuno dei due vincitori (M5S e Lega) è espressione diretta e organica dell'establishment. Entrambi coinvolgono nel loro insieme l'ampia maggioranza del proletariato italiano, e asfaltano la sinistra politica.


UNA CESURA PROFONDA COL PASSATO 
Questo scenario segna una cesura profonda col passato.
Il vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra che aveva incardinato la Seconda Repubblica è deceduto dopo lunga agonia. Ma al tempo stesso un nuovo equilibrio non è ancora nato, né si delinea. Né il centrodestra né il M5S appaiono in grado di comporre una propria maggioranza parlamentare, mentre una loro collaborazione di governo (pur ricercata) fatica a trovare uno sbocco.

Il M5S si offre alla borghesia italiana (e internazionale) come nuovo architrave della Terza Repubblica. Ma il suo spazio di manovra politico è limitato dalla combinazione di due rigidità difficilmente aggirabili: la necessità di guidare il governo, l'impossibilità di imbarcare Berlusconi. Dal canto suo, la Lega di Salvini non può scaricare Berlusconi se non amputando la propria forza negoziale e mettendo a rischio l'eredità dei suoi voti. Da qui la prolungata paralisi politica.

Senza entrare in previsioni di dettaglio, si impongono in ogni caso due osservazioni di fondo.
La prima è che difficilmente si prospetta una soluzione di legislatura. Le elezioni politiche anticipate (prima o dopo) sembrano inscritte nel risultato del 4 marzo.
La seconda è che l'Italia è l'unico paese imperialista nel concerto europeo nel quale la soluzione di governo è di fatto affidata a forze “populiste”, esterne al centro politico borghese.
Non sono aspetti irrilevanti, perché misurano una contraddizione evidente: la valenza di destra del voto del 4 marzo rafforza il padronato e la sua offensiva sui luoghi di lavoro, ma la borghesia accentua parallelamente la propria crisi di direzione sul piano politico. E l'accentua nel momento stesso in cui lo scenario mondiale sottolinea gli elementi di fragilità del capitalismo italiano (prossimo esaurimento del Quantitative Easing della BCE, ristrettezza dei margini negoziali di manovra sul terreno delle politiche di bilancio e della crisi bancaria, rischi connessi alla guerra commerciale tra blocchi imperialisti per un paese esportatore come l'Italia...).


L'INCOGNITA M5S NELLA TERZA REPUBBLICA 

A tutto questo si aggiunge un'incognita che va al di là della soluzione contingente della crisi politica. Il M5S è in grado di reggere sulle proprie spalle le responsabilità di pilastro della Terza Repubblica? Sicuramente è determinato a rivendicare quel ruolo, al prezzo del più grottesco trasformismo. Ma è attrezzato a reggere gli oneri enormi che l'esercizio di quel ruolo comporta?
È possibile. È possibile che la funzione plasmi l'organo in tempi più accelerati di quanto si pensi. Ma non sarà facile, per ragioni diverse tra loro combinate.

Il M5S non ha una classe dirigente sperimentata nell'amministrazione dello Stato borghese. Le difficoltà registrate nella giunta comunale di Roma sono solo una pallida anticipazione dei problemi ben più complessi che si presenterebbero su scala nazionale. Certo, il M5S può fare (ha già fatto e farà) una vasta campagna acquisti nel libero mercato delle professionalità di governo, imbarcando sul carro del vincitore la folta fila degli aspiranti al ruolo, più o meno improvvisati. Ma come conciliare l'acquisizione di forze esterne con la continuità della disciplina di setta, sotto il comando della Casaleggio Associati?

La seconda incognita, ben più rilevante, riguarda la tenuta del blocco sociale del M5S, nelle sue enormi contraddizioni. Il voto per il M5S del 4 marzo non è la fotocopia del 2013. Non solo, com'è ovvio, per le sue proporzioni, ma anche per il suo significato. Il 25% del 2013 esprimeva principalmente il segno del “vaffa”, del rifiuto dei vecchi partiti. Il 32% del 2018 esprime anche e soprattutto un'attesa, seppure passiva, di cambiamento sociale. Lo sfondamento del reddito di cittadinanza nella popolazione povera del Sud ha questo segno. Si può rispondere a quella domanda, fosse pure in modo distorto, dentro la camicia di forza di una crisi capitalistica irrisolta, e dentro spazi negoziali delle politiche di bilancio in sede UE resi più difficili dallo scenario interno tedesco (crescita dell'opposizione populista alla Merkel) e dagli equilibri europei (fronda rigorista a guida olandese)?

Fare la DC della Terza Repubblica è naturalmente un'ambizione legittima. Ma la DC prosperò non a caso nella stagione del boom, quando la prosperità capitalista offriva ampi margini di spesa clientelare e redistributiva. Fare la DC nell'epoca delle vacche magre è assai più difficile. Tanto più se le bandiere elettorali acchiappavoti (via il Jobs Act! via la Fornero! reddito di cittadinanza!) convivono con le promesse solenni fatte al capitale finanziario in termini di riduzione delle tasse sui profitti, eliminazione dell'Irap, abbattimento di 40 punti percentuali del debito pubblico sul Pil. Le stesse promesse che hanno lastricato la via dell'apertura padronale al M5S, proprio per questo difficilmente rimovibili, ancor più in presenza dell'agguerrita concorrenza salviniana (Flat tax, ecc.).

Tutto lascia credere dunque che un coinvolgimento di governo del M5S metterebbe a dura prova la tenuta del M5S e della sua base sociale. Ma attenzione. Chi pensa che queste difficoltà annunciate andranno di per sé a beneficio della sinistra politica e della sua ripresa rovescia l'ordine dei fattori. Solo una ripresa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe può consentire una capitalizzazione a sinistra della crisi possibile del M5S. In caso contrario, in un quadro immutato di ripiegamento delle lotte di massa, una crisi del M5S potrebbe trovare a destra - a determinate condizioni - il proprio sbocco. Persino in una nuova ascesa del salvinismo (e, a rimorchio, di organizzazioni fasciste). Il crollo di consenso del renzismo, in un quadro di prolungata passività sociale, è precipitato a destra, non a sinistra. Perché la stessa dinamica non potrebbe ripetersi col M5S?

Non esiste dunque una dinamica oggettiva delle cose che di per sé possa risolvere i problemi dell'orientamento soggettivo della classe operaia e della sua avanguardia. Affrontare la questione della direzione della classe e del rapporto con la classe è tanto più nel nuovo scenario una questione centrale.
Su questo il Comitato Centrale del nostro partito ha impegnato la propria riflessione, definendo un orientamento generale di azione e proposta politica che approfondirà nella prossima fase.


CLASSE E POPOLO 
La prima questione che si pone all'avanguardia di classe è la propria autonomia politica dal populismo, in tutte le sue varianti e declinazioni.

Autonomia politica dal populismo significa più cose.
Innanzitutto una chiara e inequivoca contrapposizione al Movimento 5 Stelle. Il PCL ha fatto su questo versante una battaglia politica di lungo corso, in aperta controtendenza rispetto agli orientamenti ammiccanti verso il grillismo di settori significativi della sinistra riformista e centrista, o addirittura alle politiche di aperto sostegno politico ed elettorale al M5S anche da parte di forze d'avanguardia. A maggior ragione consideriamo fondamentale questa battaglia nel nuovo scenario politico.

Autonomia politica verso il grillismo implica intanto una netta collocazione di opposizione e demarcazione politica. L'esatto contrario della politica oggi seguita da Liberi e Uguali (Grasso) e della stessa Sinistra Italiana (Fratoianni). Che, non contenti della vecchia subalternità verso il PD e il centrosinistra, sbandierata nella stessa campagna elettorale, mimano oggi un'apertura parlamentare al M5S iscrivendosi in modo patetico al futuribile governo Di Maio. È il tentativo disperato di scampare al proprio naufragio provando a rientrare nel gioco politico parlamentare dalla porta di servizio. Una politica non solo suicida per chi la conduce ma disastrosa per il movimento operaio.

Ma autonomia dal populismo è una questione più ampia, che va ben al di là dell'opposizione al M5S. Investe la cultura profonda della sinistra politica e della sua avanguardia.
Il rimpiazzo della classe lavoratrice con il “popolo” ha marciato in questi anni in ambienti diversi della stessa avanguardia. Ha investito settori dell'avanguardia sindacale; ha conosciuto rivestimenti culturali e razionalizzazioni teoriche soprattutto da parte del sovranismo di sinistra (Formenti); ha trovato una sua traduzione nell'esperienza in corso di Potere al Popolo, e nei suoi riferimenti internazionali emergenti (Mélenchon). Oggi l'appello congiunto di Francia Ribelle, Podemos, Bloco de Esquerda “Per una rivoluzione democratica in Europa” (Dichiarazione di Lisbona), nel nome della “sovranità del popolo”, “al servizio del popolo”, ripropone e rilancia lo stesso canovaccio in vista delle elezioni europee.

Il PCL contrasta alla radice questa cultura, e propone a tutte le avanguardie di classe, ovunque collocate, una battaglia comune su questo versante.

Non siamo economicisti, siamo comunisti. Sappiamo che la costruzione di un blocco sociale alternativo deve coinvolgere tutte le domande ed istanze delle masse oppresse, anche non direttamente classiste (sociali, di genere, democratiche, ambientaliste...). Istanze che riguardano non solo il proletariato, ma una più ampia massa di popolo. Ma il punto decisivo è quale classe prende la testa del “popolo” e quale traduzione dà alle sue istanze. Perché il popolo come soggetto indistinto al di sopra delle classi e della loro lotta non esiste nel mondo reale, esiste solo nella metafisica borghese. Nel mondo reale o è la classe dei lavoratori salariati che egemonizza la massa popolare nella dinamica della propria lotta (in funzione, per parte nostra, di una prospettiva anticapitalista), oppure sono e saranno le forze di altre classi a subordinare il popolo al capitale, dissolvendo in esso la classe operaia come massa anonima e atomizzata. Questo è il bivio.


POPULISMO DI SINISTRA E SOVRANISMO. PER UNA POLARIZZAZIONE CLASSISTA NELL'AVANGUARDIA 

Questa duplice subordinazione - della classe al “popolo”, e del “popolo” al capitale - può certo avvenire in forme diverse.
Può avvenire in forme reazionarie, come rivela la marea del populismo di destra (lepenismo, salvinismo...), in chiave prevalentemente anti-immigrati. Può avvenire in forme ibride che combinano posture progressiste e vocazione reazionaria, come nel caso del populismo digitale anti-casta a 5 Stelle. Ma può anche avvenire in forme democratiche, come recita il populismo di sinistra di Podemos e Mélenchon, che rimpiazza i confini tra sinistra e destra nel nome della contrapposizione tra oligarchia e popolo, ed espelle la bandiera rossa dalle proprie manifestazioni.

Questo populismo di sinistra non è solo una mistificazione teorica, è un fenomeno politico. Può a volte registrare in forma distorta dinamiche sociali progressive (Podemos è stato anche un sottoprodotto degli indignados, Mélenchon ha anche capitalizzato sul piano elettorale la primavera di lotta del 2016). E tuttavia le subordina alla cultura interclassista del senso comune dominante, che a sua volta contribuisce a nutrire.

In Italia il populismo di sinistra ha allargato il proprio spazio politico - non a caso - grazie alla combinazione di due fattori: un riflusso prolungato del movimento operaio che non ha paragoni tra i paesi imperialisti dell'Unione Europea e il crollo parallelo di Rifondazione Comunista.
Rifiuto dei partiti, demonizzazione della politica nel nome della società civile, sostituzione della classe con la "cittadinanza" progressista o antagonista - in definitiva con il “popolo” - hanno trovato qui la propria radice, col contributo operoso dei dirigenti in disarmo di Rifondazione (blocco giustizialista con Di Pietro, lista civica con Ingroia, lista Tsipras con Barbara Spinelli). Potere al Popolo è l'ultima variante, con declinazione sociale e di sinistra, di questo spartito. Il Fatto Quotidiano, il giornale oggi più diffuso a sinistra, ne è invece la declinazione moderata, pro-grillina e manettara.

Questo spartito del populismo progressista, nelle sue varie forme, non è innocente. È stato al tempo stesso effetto e concausa dello smottamento ulteriore della sinistra politica e dello sfondamento populista anche in settori di avanguardia. La breccia aperta a sinistra dalla tematica del sovranismo è in questo senso emblematica.

Populismo e sovranismo si tengono insieme, anche quando declinati in chiave progressista. Quando si dissolve la classe nel popolo, la bandiera del popolo diventa quella della nazione. E se la nazione è imperialista diventa quella del proprio imperialismo e del proprio Stato. Podemos ha contrapposto la “sovranità democratica” della Spagna al diritto di autodeterminazione della Catalogna. Francia Ribelle di Mélenchon rivendica la proprietà francese della Guyana con tanto di sventolio del tricolore e della tradizione nazionale. Potere al Popolo ha una cifra diversa, ma si richiama pubblicamente a Mélenchon, e ospita al proprio interno le posizioni dichiaratamente sovraniste di Eurostop, che nel dicembre 2016 protestava davanti all'ambasciata tedesca rivendicando la sovranità mutilata dell'Italia.
Resta in ogni caso un fatto abnorme: l'esistenza stessa dell'imperialismo italiano viene rimossa proprio negli anni in cui l'Italia compete con l'imperialismo tedesco nei Balcani e sgomita con l'imperialismo francese in Nord Africa. In compenso, l'economista Bagnai, reverito per anni in tanti i convegni come icona del sovranismo di sinistra (contro i pregiudizi ideologici dei trotskisti), è finito deputato di Salvini. E rivendica, a buon ragione, la continuità dei propri argomenti, candidandosi a un ruolo di cerniera verso M5S e... “sinistra”, nel nome dell'"interesse nazionale" dell'Italia.

Questo mixage di populismo e sovranismo, con i suoi risvolti trasformisti più o meno grotteschi, plasma immaginari e riflessi condizionati diffusi.
È significativo che oggi in Italia persino nel senso comune di estrema sinistra la rappresentazione dell'Italia “schiava di Bruxelles” e della Germania sia spesso più popolare e comprensibile di quella che contrappone operai e padroni. La lotta dei metalmeccanici tedeschi è passata non a caso sotto silenzio. Parallelamente, la fascinazione esercitata dal putinismo in chiave anti-USA - dentro la rappresentazione campista del mondo - è la rimozione non solo della sua realtà reazionaria (e neoimperialista) ma anche delle difficili lotte controcorrente dei proletari russi. Nei fatti la sussunzione indistinta dei salariati nel popolo diventa una linea di frattura silenziosa con i salariati degli altri paesi e con altri popoli oppressi, in subordine al proprio imperialismo o a quello altrui.

L'influenza populista a sinistra pervade peraltro altri terreni, non meno insidiosi. La tesi dell'”immigrazione clandestina” come progetto del capitale globale (Diego Fusaro), l'idea dell'arretratezza della battaglia antifascista (Marco Rizzo) a fronte della centralità della contrapposizione a Bruxelles, l'idea dei diritti civili di omosessuali e transessuali come diritti “borghesi” contrapposti ai diritti sociali (ancora Marco Rizzo), sono tra loro sicuramente diverse, e hanno spazi diversi di diffusione a sinistra, ma hanno tutte una superficie contigua col pensiero corrente dominante, oggi arato da ideologie populiste regressive. Ed hanno aperto a sinistra brecce impensabili dieci anni fa.

La verità è che il superamento della distinzione tra destra e sinistra, caro alle peggiori ideologie reazionarie, diventa la forma ideologica di penetrazione delle categorie della destra nel campo della sinistra e della sua stessa avanguardia. Il populismo di sinistra ne è il veicolo. Più o meno mediato, più o meno inconsapevole, ma non casuale.

Per questa ragione la battaglia classista antipopulista, nel campo stesso dell'avanguardia della classe lavoratrice e dei movimenti sociali, assume una valenza politica centrale. È una battaglia controcorrente per lo sviluppo della coscienza. Segna una prima linea di demarcazione e di raggruppamento che il PCL perseguirà con coerenza. Una linea di polarizzazione classista, anticapitalista, internazionalista, che ricercherà possibili unità d'azione su questo fronte con altre organizzazioni classiste, e che interverrà sulle contraddizioni di Potere al Popolo in un rapporto di interlocuzione aperta con i settori di avanguardia che questo raccoglie.


AVANGUARDIA E MASSA. POPOLO DELLA SINISTRA E POPOLO PENTASTELLATO 

La seconda questione che si pone all'avanguardia di classe è quella della proiezione di massa e della proposta di massa.

La rigorosa delimitazione dell'avanguardia da ogni declinazione di populismo non deve significare avanguardismo. Al contrario. Ha senso solo in funzione della più ampia proiezione verso la maggioranza della classe e degli oppressi al fine di sviluppare loro azione di massa e la loro coscienza politica.

Nei dieci anni del grande riflusso del movimento operaio italiano si è allargata la divaricazione tra l'avanguardia e la massa. Tra le decine di migliaia di militanti e attivisti della classe lavoratrice e dei movimenti sociali che in forme diverse preservano una linea di resistenza e conflitto, e la grande massa dei 17 milioni di salariati. In parte (e soprattutto) è una divaricazione fisiologica trascinata dalla dinamica di passivizzazione, ma in parte è stata ed è l'effetto di una cultura minoritaria dei gruppi dirigenti dell'avanguardia (sindacali e politici) che si è sovrapposta a quella dinamica oggettiva e l'ha approfondita: si tratta della propensione all'autorappresenzazione dell'avanguardia come massa, del proprio sciopero di sigla come sciopero “generale”, del proprio movimento o manifestazione come “il” movimento di massa. La gioia ostentata dai dirigenti del Potere al Popolo dopo l'1% dei voti, sullo sfondo dello sfondamento salviniano e grillino, è in fondo un riflesso della stessa cultura.

Questa cultura dell'autorecinzione non è un'espressione di radicalità ma di moderazione. Confessa non solo la rinuncia alla prospettiva di rivoluzione - che è di massa o non è - ma la stessa rinuncia ad una svolta della lotta di classe, a favore del ripiegamento nella propria nicchia (più o meno) “antagonista” in funzione della conservazione del proprio spazio. Una logica tanto più negativa in un quadro di riflusso del movimento di massa e di arretramento profondo della coscienza di classe.

Il PCL esprime un indirizzo di segno opposto, di azione e proposta.
La funzione dell'avanguardia non è quella di separarsi dalla massa, ma di sviluppare la sua coscienza, elevare il livello della sua azione, conquistarne in prospettiva la direzione. Quanto più la massa arretra tanto più è importante preservare ogni possibile spazio e canale di relazione con la massa per contrastare quell'arretramento e creare le condizioni di una ripresa. Così è sempre stato nella storia migliore del movimento operaio, così è oggi in Italia.

Rapportarsi alla massa significa partire innanzitutto dalla sua realtà.
La massa non è una dimensione uniforme ma stratificata. Non solo per condizioni sociali, ma per livelli di coscienza, esperienza, sentimenti, tradizioni. Ciò vale per la massa dei salariati come vale più in generale per le masse oppresse.
Su questo terreno assistiamo in Italia a modificazioni profonde, che il voto del 4 marzo ha registrato. Il popolo della sinistra (quello, per intenderci, che vive una relazione soggettiva, in forme diverse, con la tradizione del movimento operaio) non è scomparso. Nel milione e mezzo di voti riportato dalle liste della sinistra c'è un lascito importante di quella storia. Ma per la prima volta nella storia d'Italia la sinistra politica nel suo insieme scende sotto il 5% dei voti. È un dato unico tra i paesi imperialisti della UE. Misura il ripiegamento del popolo della sinistra in un bacino di avanguardia, sia pure di massa, mentre la grande maggioranza della massa, a partire dai proletari stessi, si rivolge a partiti populisti, soprattutto (ma non solo) al M5S.
Di più. Attorno al M5S è confluito elettoralmente un settore importante dello stesso vecchio popolo della sinistra che, disarmato dall'irriconoscibilità e dalle compromissioni della sinistra, ha cercato e cerca nel M5S un'alternativa, in non pochi casi “una sinistra vera”. Non è certo questo un fatto positivo, non riflette affatto una radicalizzazione nei comportamenti sociali, semmai spesso una passivizzazione ulteriore. Ma resta un fatto. Un fatto da assumere nell'orientamento dell'avanguardia: l'avanguardia di classe, politica e sindacale, non può oggi sviluppare una battaglia di massa nella stessa classe operaia senza parlare alla base di massa del M5S.

In altri termini, nello stesso momento in cui s'impone la più netta opposizione e denuncia controcorrente della realtà del M5S, è necessario tracciare un canale di comunicazione con la base di massa che l'ha votato. Ciò che pone anche un problema di innovazione di linguaggio e comunicazione, non per adattarsi alla rappresentazione populista, ma per combatterla e sradicarla.


LA SELEZIONE DELLE PAROLE D'ORDINE. DISARTICOLARE I BLOCCHI SOCIALI POPULISTI PER UN FRONTE UNICO DI MASSA

Rapportarsi alla massa significa selezionare le parole d'ordine.
La battaglia anticapitalista per il governo dei lavoratori resta l'asse centrale della propaganda rivoluzionaria, cui il PCL riconduce in ultima analisi ogni intervento di massa, assieme alla propaganda, ad essa connessa, delle rivendicazioni transitorie. Ma l'intervento di massa non si riduce alla propaganda (centrale) della rivoluzione sociale. È necessario tracciare un piano di rivendicazioni immediate che traducano e introducano quel programma sapendo parlare e comunicare alla massa e al suo immaginario. Un piano di rivendicazioni che sappiano entrare nelle stesse contraddizioni dei blocchi sociali reazionari col fine di portarle a rottura in funzione di un blocco sociale alternativo.

I poli populisti hanno sfondato nella classe lavoratrice brandendo non solo la clava anti-immigrati o anti-casta, ma anche obiettivi di ampio richiamo sociale, alcuni persino formalmente “classisti”. L'abolizione della Legge Fornero è stata il chiavistello della Lega in settori consistenti della classe operaia del Nord. Il cosiddetto reddito di cittadinanza (reddito minimo a 780 euro) è stata la bandiera del plebiscito grillino presso i disoccupati e la popolazione povera del Meridione. Sia la Lega che il M5S hanno formalmente sventolato nel proprio programma l'abolizione del Jobs Act. Il M5S ha addirittura rivendicato nel proprio programma (poi sbianchettato) la riduzione dell'orario di lavoro. Insomma: per coinvolgere le classi subalterne nei proprio blocco reazionario, i partiti populisti hanno dovuto “legittimare” rivendicazioni progressive, per quanto distorte, facendone bandiera del proprio successo e innescando perciò stesso una aspettativa, per quanto passiva. Al tempo stesso, è del tutto evidente che nessun partito dominante può attuare realmente quelle misure, a partire dal M5S. È una contraddizione potenzialmente esplosiva.

Entrare allora in questa contraddizione da un versante di classe è centrale nel nuovo scenario politico. Non si tratta di alimentare l'aspettativa di massa nei partiti populisti, ma di far leva (anche) su quell'aspettativa ai fini del rilancio di un movimento autonomo di classe e di massa, fuori e contro di essi.

La rivendicazione dell'abrogazione del Jobs Act, e dunque del ripristino dell'articolo 18, può essere rilanciata su basi indipendenti e ricondotta alla parola d'ordine della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.
La parola d'ordine dell'abolizione della legge Fornero (con pensione a 60 anni o 35 anni di lavoro) può essere ripresa e collegata alla rivendicazione della riduzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore a parità di paga.
La rivendicazione del reddito minimo (che nella versione a 5 Stelle è strumento di generalizzazione del lavoro precario e sottopagato) può essere trasformata nella parola d'ordine di un vero salario dignitoso per i disoccupati.
Ogni bandiera sociale sollevata strumentalmente dai populisti come strumento di raggiro va ripulita e piegata contro la politica reale e i programmi reali dei populisti. E attorno a queste bandiere va rivendicata una vertenza generale unificante dell'intera classe lavoratrice, della massa dei lavoratori precari e dei disoccupati, preparando le premesse di movimenti reali di lotta. Perché ad esempio non provare a lavorare nel Sud a un movimento reale di disoccupati attorno all'obiettivo di un salario dignitoso, con la creazione e il coordinamento di specifici comitati?

Non si tratta di chiedere al M5S (e tanto meno alla Lega) di mantener fede alle promesse, ciò che significherebbe spacciare per buone quelle promesse, avallare gli equivoci, coprire le illusioni. Si tratta di fare esattamente l'opposto: usare (anche) quelle promesse per denunciare la realtà dell'inganno populista, ricomporre l'unità tra gli sfruttati che il populismo vuole divisi (tra Nord e Sud, tra occupati e disoccupati), preparare il terreno di una svolta di lotta generale, unitaria e di massa, che è e resta la dimensione di lotta necessaria per incidere sui rapporti di forza complessivi, e ricomporre un blocco sociale alternativo.


LA NUOVA IMPORTANZA DELLA BATTAGLIA IN CGIL CONTRO LA BUROCRAZIA SINDACALE 

Rapportarsi alla massa significa battersi per una linea di classe in ogni organizzazione di massa.
Dentro il lungo ripiegamento del movimento operaio e la disgregazione della sinistra politica, la CGIL è rimasta di fatto l'unica organizzazione di massa dei lavoratori salariati. La battaglia di classe e anticapitalista all'interno della CGIL ha un'importanza maggiore di ieri.

La burocrazia dirigente della CGIL è la principale responsabile della disfatta del movimento operaio negli anni della grande crisi, e non solo. Non ha solo svenduto le ragioni del lavoro al padronato, dando semaforo verde alla Legge Fornero e aprendo la diga alla deroga dei contratti nazionali di lavoro e al welfare aziendale, ma ha spezzato ogni dinamica di resistenza e conflitto: ha portato su un binario morto il movimento di opposizione al Jobs Act, ha disperso nel nulla il più grande sciopero generale della scuola del dopoguerra, ha sistematicamente bloccato e isolato le mille vertenze di fabbrica portandole una dopo l'altra alla sconfitta. La conseguenza non è stata solo sindacale, ma politica. Lo sfondamento del populismo nella grande massa dei salariati ha nella linea CGIL la principale responsabile.

Questa linea di fondo non è reversibile. È il codice di una burocrazia che ha come bussola la collaborazione organica col padronato, come mostra una volta di più il recente accordo quadro tra sindacati e Confindustria. Le illusioni spese a piene mani in anni recenti nel gruppo dirigente della FIOM (Landini) come possibile contraltare alla burocrazia si sono scontrate con la realtà del gioco burocratico di chi non ha esitato a regalare ai padroni il peggior contratto dei metalmeccanici pur di entrare in Segreteria CGIL e aspirare alla guida della confederazione.

Ma la CGIL non è solo la sua burocrazia. È anche il luogo in cui si concentra la maggioranza delle masse sindacalmente attive, a partire dai salariati dell'industria, senza le quali è difficile immaginare un'azione generale vincente sul terreno della lotta di classe, a maggior ragione una prospettiva anticapitalista. Per questo la battaglia in CGIL non ha e non deve avere un carattere “residuale”: è parte inseparabile tanto più oggi di una battaglia politica di massa per un'altra direzione del movimento operaio.

La battaglia de “Il Sindacato è un'altra cosa” in occasione del prossimo congresso della CGIL è in questo quadro di grande importanza. È una battaglia che non si limita al terreno congressuale. Si tratta di una tendenza classista che si è assunta le proprie responsabilità in campo aperto tra i lavoratori, a partire dall'opposizione nelle assemblee e nei referendum aziendali nei confronti di contratti capestro, come è stato con un ruolo centrale tra i lavoratori metalmeccanici: le percentuali rilevanti del no all'accordo in numerose grandi fabbriche sono soprattutto un risultato di questa battaglia. Oggi questa battaglia di massa trova la sua naturale continuità e coerenza nel congresso CGIL attorno a un documento alternativo. Per questo il PCL sostiene e sosterrà tale battaglia col massimo impegno dei propri militanti e iscritti.

Non si tratta di confinare nella sola CGIL l'impegno sindacale classista di avanguardia, che oggi trova la propria espressione in una pluralità di organizzazioni sindacali. Il nostro stesso partito ha una presenza articolata anche nei sindacati di base, in particolare tra quelli di impostazione più apertamente classista. Ma in ogni sindacato classista poniamo l'esigenza della ricomposizione di un fronte di massa, della rifondazione democratica e classista di un sindacato di massa, di una linea d'azione e programma anticapitalista. Una prospettiva inseparabile dalla battaglia centrale in CGIL contro la sua burocrazia dirigente, oggi condotta dall'opposizione interna a questo sindacato.

Al tempo stesso, nel nuovo scenario politico, la battaglia contro la burocrazia CGIL non può limitarsi al solo piano sindacale. La CGIL è oggi l'unica organizzazione che per il suo insediamento potrebbe attivare un'opposizione di massa al populismo vincente del 4 marzo. L'esatto opposto delle attuali aperture CGIL a un governo M5S-PD, in linea guarda caso con la borghesia italiana. Si tratta allora di chiamare pubblicamente la CGIL alle sue responsabilità politiche di opposizione, a fronte della disgregazione della sinistra; di incalzare le sue contraddizioni sul piano politico; di sviluppare anche per questa via la coscienza dei settori più avanzati della sua base di classe attorno alla necessità di una alternativa politica di direzione del movimento operaio. Che è un aspetto decisivo per la stessa rifondazione sindacale.
Marco Ferrando