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Per una giovane operaia uccisa in Toscana

 


Una strage ormai continua, il sistema capitalistico è spietato

È morta ancora una volta una giovane operaia.

Ancora una volta una morte straziante in nome di un profitto assassino, tra i telai di una piccola industria tessile di Montemurlo.
Non è stata una morte casuale. I ritmi, la solita mancata manutenzione dei macchinari, la rincorsa contro i costi destinati alla sicurezza. Lo sfruttamento del lavoro salariato.
Luana non è purtroppo sola. Con lei dall’inizio dell’anno sono morti sul posto di lavoro più di duecento lavoratori. Storie e vite dimenticate di sacrifici e mancati diritti.

In questi ultimi anni spesso abbiamo dovuto ascoltare le voci e la propaganda della borghesia contro la classe operaia. “Non esiste più una classe operaia”, “non esistono più gli operai come quelli che hanno lottato nel dopoguerra per i propri diritti”, “gli operai e gli imprenditori sono uniti contro la crisi”... in un coro interessato e ipocrita proveniente anche dalle dirigenze dei sindacati confederali. Il moralismo interessato del capitale condito dal compromesso di classe di un riformismo che non ha più nulla da dire in difesa dei più deboli.
Luana D’Orazio, con i suoi 22 anni e da poco mamma, con il suo lavoro voleva ritagliarsi un futuro, anche se incerto. La violenza di una classe su un'altra è anche avere spezzato tutto questo. La morale della borghesia è nascondere le condizioni di sfruttamento nelle quali sono costretti milioni di giovani precari. Nasconderli dentro la logica degli algoritmi, nelle regole del profitto selvaggio, nel cottimo, nella mancanza di un futuro, nella mancanza di diritti.

La nostra morale è diversa. La nostra morale di militanti marxisti rivoluzionari è tutta protesa in difesa della classe operaia, che esiste malgrado tutti i tentativi di dividerla, schiacciarla in una realtà senza diritti.
Per noi la vita in un operaio ha un valore enorme, perché è la realtà nella quale viviamo ogni giorno, e sappiamo che l’unica strada per difenderla è la lotta di classe. Non è cambiato nulla nel sistema di sfruttamento da quando Marx ed Engels descrivevano nell'800 le condizioni del lavoro salariato delle operaie tessili senza diritti piegate sui grandi telai.

La lotta per il diritto inalienabile di non morire sui posti di lavoro è sempre con noi nella lotta contro il capitalismo. Il nostro compito irrinunciabile è far esplodere ovunque la coscienza di classe. Vogliamo inoltre denunciare il comportamento delle burocrazie sindacali di CGIL, CISL E UIL, le quali si sono ridotte a indire uno sciopero di sole quattro ore per venerdì 7 maggio, limitato alla sola provincia di Prato, uno sciopericchio fra i tanti a fronte di una situazione di gravità inaudita, una risposta condita con le solite liturgie confederali che hanno allontanato i lavoratori dal terreno della lotta, che hanno disabituato la classe operaia, in particolar modo quella di questa regione, a rispondere con le azioni di lotta alle sfide che il padronato porta sul terreno della sicurezza e della salute sul posto di lavoro, piegate agli interessi dei profitti aziendali.

Partito Comunista dei Lavoratori - Coordinamento toscano

A fianco della sollevazione colombiana

 


O rivoluzione socialista o reazione militare

Da sei giorni la Colombia è attraversata da un'autentica sollevazione popolare. Il governo Duque aveva varato una riforma fiscale basata sull'aumento delle imposte indirette sui consumi di prima necessità. Questo in un paese stremato da una recessione economica impressionante, che ha visto nel 2020 il crollo del 6,8% del Pil e la caduta verticale delle già miserabili condizioni di vita della maggioranza della popolazione povera. La reazione di massa non si è fatta attendere. Sei giorni di sciopero generale, promosso dalle tre centrali sindacali (CUT, CTC e CGT) e dalla Federazione dei docenti; enormi manifestazioni di massa in tutto il paese a partire da Bogotà, Medelin, e soprattutto Calì. Tutta la Colombia è paralizzata dalla mobilitazione, che ha bloccato la produzione, i trasporti, i servizi. Il governo ha dapprima usato l'arma della repressione poliziesca, che ha fatto al momento trenta morti tra i manifestanti. Ma la repressione non solo non ha piegato il movimento, ma gli ha conferito una nuova spinta e un nuovo allargamento. A questo punto il governo ha dovuto fare una clamorosa marcia indietro, prima dichiarando la disponibilità a rivedere la riforma fiscale, poi di fronte all'intransigenza della protesta comunicando in TV il ritiro del progetto. Il ministro delle Finanze Alberto Carrasquilla ha rassegnato le dimissioni. È una prima grande vittoria della mobilitazione dovuta alla sua radicalità, alla sua ampiezza, al suo carattere prolungato.

Il governo si attendeva che il ritiro della riforma rasserenasse gli animi e riportasse la calma. Ma ha fatto male i suoi conti. La vittoria strappata incoraggia il movimento a proseguire sulla propria strada. I nuovi bersagli della mobilitazione sociale sono le altre “riforme” che il governo persegue, nel campo delle pensioni, del lavoro e persino della sanità, dove in piena pandemia il governo ha disposto un progetto di privatizzazione ulteriore del servizio che prevede il pagamento di una polizza per patologia senza la quale nessuno ha più diritto alle cure.
Non si tratta di misure casuali. Sono dettate alla Colombia dal Fondo Monetario Internazionale, a fronte dell'enorme debito pubblico accumulato. Il governo Duque pretende che il conto sia pagato dalla popolazione povera del paese a vantaggio del capitale finanziario, lo stesso che saccheggia le materie prime della Colombia, requisisce le terre e l'acqua, inquina l'ambiente, colpisce le diverse minoranze indigene che popolano il paese.
Ormai l'impoverimento di massa, letteralmente la fame, investe secondo gli stessi dati ufficiali il 42% della società colombiana. Questo spiega l'ampiezza della mobilitazione: nelle strade si va esprimendo un grande fronte di massa che vede fianco a fianco la classe operaia, i giovani, le popolazioni indigene, le organizzazioni delle donne, l'insieme delle masse oppresse. È il potenziale della rivoluzione colombiana.

Non vi sono sul campo possibili soluzioni intermedie cosiddette democratiche. Le promesse dei cosiddetti accordi di pace tra governo colombiane e FARC del 2016, che avrebbero dovuto, secondo l'annuncio di entrambi, aprire un epoca nuova di prosperità, di concordia, di democrazia, si sono rivelati com'era prevedibile una truffa. Dal 2016 ad oggi oltre 900 leader sociali, a partire dai sindacalisti, sono stati assassinati dalle forze militari o da milizie private reazionarie e parafasciste.
Il sangue nelle piazze di questi giorni per opera dei corpi di polizia dimostra una volta di più che non c'è pace possibile tra le domande di libertà e di riscatto sociale e l'apparato repressivo dello Stato borghese colombiano. Né è possibile alcuna pace col capitale finanziario che dissangua il paese e coi governi esattori che lo servono.
Al tempo stesso, proprio l'esperienza di queste giornate dimostra una volta di più che la via della rivoluzione vera non passa per le mitologie della guerra di guerriglia. Passa per la sollevazione di massa della classe lavoratrice e della gioventù, per il loro diritto di autodifesa contro la repressione militare, per l'esercizio collettivo della loro forza. O rivoluzione socialista o reazione militare: questa è la lezione che ci viene dai fatti di Colombia di questi giorni e di queste ore.

È necessaria e urgente una azione internazionale di solidarietà di classe con la ribellione popolare colombiana, con presidi e manifestazioni sotto i consolati di Colombia. È necessario portare nella più ampia iniziativa di solidarietà un contenuto di classe anticapitalista e antimperialista.

Ritiro integrale delle misure d'austerità e di tutte le controriforme sociali!
Via il governo reazionario e assassino di Duque!
Scioglimento dei corpi repressivi dello stato colombiano e punizione dei responsabili dei crimini compiuti!
Comitati operai e popolari e loro coordinamento nazionale!
Cancellazione del debito estero della Colombia, non un soldo alle banche strozzine e al FMI!
Radicale riforma agraria!
Governo operaio e contadino, basato sulla forza e l'autorganizzazione delle masse!

Partito Comunista dei Lavoratori

PNRR, un piano dei capitalisti a carico dei salariati


 Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): 248 miliardi di euro, 18,5 miliardi alla sanità, da qui al 2026 (più 2,9 miliardi del fondo complementare). Un'operazione finanziaria di proporzioni inedite, evocata come risposta eccezionale ad una eccezionale pandemia e alla drammatica crisi del sistema sanitario che essa ha rivelato e aggravato, destina alla sanità la quota minore della ripartizione dei fondi.

Il progetto originario del ministro Speranza, nel precedente governo, aveva promesso per la sanità un investimento di 65 miliardi aggiuntivi. Ora, a parità di ministro, siamo a meno di un terzo. Una cifra irrisoria, per di più spalmata in cinque anni, da qui al 2026.
Per dare la misura, il solo investimento necessario nelle terapie intensive, in termini di mezzi, personale, strutture, richiederebbe 12 miliardi, secondo le stime del quotidiano di Confindustria. Da solo, oltre il 50% del volume di risorse indicato. Le solenni promesse sul “rilancio della medicina territoriale”, assunzioni di personale sanitario, nuovi piani pandemici.. sono destinate a restare chiacchiere vuote.
“Nulla sarà come prima” si prometteva un anno fa con aria compunta e solenne. Tutto è e resterà come prima, nella condizione materiale del servizio sanitario reale.

Questo primo dato, evidente a occhio nudo, offre la chiave di lettura dell'intero Recovery Plan dal punto di vista sociale. Un grande travaso di risorse pubbliche nelle tasche degli azionisti, delle imprese e delle banche. Un travaso diretto e indiretto. In forma di finanziamento e incentivi (digitalizzazione e “transizione ecologica”), di liberalizzazioni di mercato (concorrenza e appalti), di riduzione dei controlli su ambiente e corruzione (“semplificazioni”). Insomma, produrre di più e più in fretta senza il condizionamento di lacci e lacciuoli.
Non a caso Confindustria e Associazione Nazionale dei Costruttori si sono affrettate a benedire il tutto, e semmai di esplicitare ancor meglio la partnership tra pubblico e privato, quella per cui lo Stato ci mette i soldi e le imprese incassano i profitti, come peraltro avviene da decenni.
La novità sta nel nuovo concentrato di risorse di provenienza europea. Un investimento nella modernizzazione capitalista finalizzato a potenziare la capacità competitiva della borghesia italiana, sul terreno continentale e mondiale. Un investimento nella produttività di sistema, dove il capitale tricolore registra i maggiori ritardi rispetto ai capitalismi concorrenti.
Quanto alla retorica della “rivoluzione verde” è sufficiente un dato: per il riassetto idrogeologico del territorio il PNRR stanzia 2,5 miliardi in cinque anni: il nulla. Questo in un paese esposto a terremoti, inondazioni, frane, dove il solo riassetto del territorio dovrebbe rappresentare il primo grande cantiere nazionale. Parallelamente l'investimento sull'idrogeno reclamizzato dal piano si tramuta in un imponente beneficio per ENI, la principale azienda petrolifera nazionale.

Non è un caso se la Borsa festeggia. Le quotazioni azionarie di costruzioni, TLC, energia spiccano il volo. L'Associazione Nazionale dei Costruttori Edili calcola che il proprio comparto possa giovarsi di complessivi 113 miliardi, ossia il 51% del totale delle risorse previste dal piano, una grande colata di cemento. Telecom registra la migliore performance azionaria del 2021 con un incremento del 16,32% solo nei primi mesi dell'anno. L'intero settore energetico (ENI, Falck Renewables, Alerion, ENEL, Terna, ENI e SNAM) prevede ritorni da favola per i propri utili e patrimoni. ENI da sola li ha incrementati del 18,18% nel primo trimestre 2021.

Chi paga questo immane travaso di risorse a favore delle imprese? Questa è una domanda cruciale. Tutta l'operazione è a debito. Lo è sul versante del Recovery Plan: 191 miliardi e rotti ricavati dalla vendita di titoli europei sul mercato finanziario, da ripagare coi relativi interessi da parte di tutti i paesi dell'UE. Soldi presi a prestito dal capitale finanziario, da ripagare al capitale finanziario. Anche la quota minore del ricavato continentale redistribuita ai diversi paesi come fondo perduto è presa a prestito dall'Unione Europea, ed è dunque a carico del bilancio comunitario. Lo stesso vale a maggior ragione per i piani finanziari complementari varati dai diversi stati nazionali.
Il debito sarà scaricato sull'erario pubblico, quindi a parità di condizioni sui lavoratori salariati, che reggono sulle proprie spalle il grosso del carico fiscale.
La riforma del fisco, tra le raccomandazioni dell'UE, è affidata a una legge delega da presentare entro luglio. Ma tra tutte le anticipazioni ufficiose non ve ne è una che alluda ad una maggiore tassazione dei profitti. Negli Usa la gigantesca mole di miliardi versata da Biden ai capitalisti è in parte caricata sull'aumento (modesto) delle aliquote fiscali sul capitale. L'operazione è complessivamente a vantaggio dei capitalisti, ma questi ultimi sono chiamati a contribuire. In Europa e in Italia i capitalisti non ci mettono un euro, incassano e basta. Mentre i salariati saranno chiamati a pagare.

E non si tratterà solamente di sacrifici fiscali; lo si deduce dal Def che accompagna il Recovery. Nonostante il Patto di stabilità sia sospeso per il 2021 e il 2022, il Def varato da Draghi prospetta nei tre anni a venire una forte riduzione del deficit di bilancio, più forte di quella prospettata da Conte. Conte prospettava una evoluzione del deficit dal 10,8% al 3% da qui al 2023. In termini di deficit strutturale sul Pil si prefigurava una riduzione del 2,9% (dal 6,4% al 3,5% di Pil, quasi 60 miliardi di euro). Draghi è ancor più radicale, prospetta un'evoluzione del deficit da 11,8% del 2020 al 3,4% nel 2024. Nel solo anno prossimo si passerà da 11,8% al 5,9% (3,9% in termini di deficit strutturale).
In altri termini l'ulteriore impennata del debito pubblico italiano, dovuta alle elargizioni ai capitalisti e alla recessione pandemica, viene compensata e affrontata con una stretta progressiva di bilancio già a partire dal 2022, nonostante la sospensione del Fiscal
Compact. È ciò che Draghi garantisce al capitale finanziario europeo in cambio del Recovery Fund.
Non è un caso che la borghesia italiana voglia che Draghi completi la legislatura, così potrebbe essere lui a negoziare le nuove regole di bilancio della UE, e a caricarsi sul groppone l'avvio della prossima stagione di austerità a partire dal 2023, a carico di sanità, pensioni, lavoro, istruzione.

Ma il quadro politico di unità nazionale reggerebbe un simile passaggio? Draghi avrà voglia di gestire in prima persona l'austerità da capo del governo con tutte le incertezze del caso, o preferirà incassare un settennato assai più riposante al Quirinale? Ed eventuali elezioni politiche anticipate, con la possibile (probabile?) vittoria del fronte populista reazionario, come impatterà sul programma concordato tra Italia e UE sino al 2026? Sono interrogativi senza risposta che inquietano oggi la borghesia. Il dato certo è che Draghi si è caricato sulle spalle un progetto strategico di rilancio del capitalismo italiano, e che la burocrazia sindacale stende ai suoi piedi un tappeto.
Certo si annunciano passaggi stretti per il governo in fatto di gestione dell'operazione. La fine di "quota 100" riapre la questione Fornero, mentre lo sblocco dei licenziamenti minaccia sfracelli.
Su entrambi i terreni il margine di manovra delle politiche di concertazione è molto stretto. Le burocrazie si offrono anticipatamente come utili pompieri, come hanno fatto in tutto il decorso della pandemia. Usano la paura di uno scontro sociale senza rete per chiedere udienza e riconoscimenti al governo e ai padroni. Il compito delle organizzazioni d'avanguardia della sinistra di classe è più che mai quello di costruire una alternativa per la classe operaia in vista dello scontro che si annuncia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il nostro 1° Maggio: costruire il partito della rivoluzione

 


Testo del volantino che distribuiremo nelle piazze domani.

30 Aprile 2021

La pandemia che da oltre un anno attraversa il mondo ha messo a nudo la realtà del capitalismo. Tutto ciò che è avvenuto lo chiama in causa. I passaggi di specie (spillover) alla base dell’epidemia sono l’effetto delle deforestazioni. Morti e sofferenze sono stati moltiplicati dalla distruzione dei sistemi sanitari per pagare il debito pubblico alle banche. Il blocco della ricerca scientifica sui coronavirus dopo la fine della Sars (2003) è stato determinato dalla privatizzazione della ricerca, e dal conseguente disimpegno delle case farmaceutiche. Oggi sono i colossi farmaceutici, ingrassati dalle risorse pubbliche, a tenere in pugno la vaccinazione di interi continenti, anche grazie ai contratti segreti stipulati con gli Stati e alla scandalosa proprietà dei brevetti. A sua volta l’esclusione dalla vaccinazione stessa di una parte larga dell’umanità è un fattore di aggravamento del contagio.

La crisi economica mondiale innescata dalla pandemia, più profonda e più estesa della crisi del 2008, si è abbattuta sulla classe operaia come una valanga. Centinaia di milioni di nuovi disoccupati. Incremento dei tassi di sfruttamento. Moltiplicazione del precariato. Legislazioni sociali d’eccezione e abusi padronali dilaganti. Mentre gli Stati borghesi hanno riempito le tasche degli azionisti con nuove elargizioni di risorse pubbliche, e un nuovo massiccio indebitamento pubblico. Un debito che verrà scaricato sui salariati nei prossimi anni con ulteriori misure di austerità e sacrifici.

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell’umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l’auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell’Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato!

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l’egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. La pandemia l’ha acuita e approfondita. I mari del Pacifico, l’Asia, l’Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento. La grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari nella stessa Unione Europea. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili.

L’Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Il ricorso per la prima volta all’indebitamento continentale (Recovery Plan) è un portato di questa scelta, sullo sfondo della pandemia. Ma il volume delle risorse impiegate è molto inferiore a quello dei poli imperialisti concorrenti, i tempi e processi della vaccinazione sono assai più lenti. Il divario con USA e Cina pertanto si accresce. Mentre proprio la polarizzazione tra USA e Cina acuisce i contrasti tra gli interessi nazionali in Europa. Tra l’interesse tedesco alla relazione economica con la Cina, la spinta atlantista di Draghi quale sponda a Biden, le ambizioni egemoniche della Francia.

I lavoratori e le lavoratrici d’Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo. Né con gli interessi dell’europeismo borghese, né con quelli del nazionalismo reazionario. Il governo di unità nazionale di Mario Draghi in Italia tra liberal borghesi e populisti reazionari dimostra una volta di più che l’unica vera alternativa è tra capitale e lavoro.

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d’ordine più attuale che mai. È l’unica parola d’ordine che può sancire l’autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari. È una parola d’ordine rivoluzionaria. Contro l’europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista.

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni “gloriosi” del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all’esistenza dell’URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L’epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all’ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l’attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L’alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre.

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla grande mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, molta brace cova sotto la cenere. Intanto il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane generazione contro l’inquinamento e le responsabilità del profitto, indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione.

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l’arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie.

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell’avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l’unica via.

È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d’avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale.

Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale.

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) e la sua lotta per la rifondazione della internazionale rivoluzionaria vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

Partito Comunista dei Lavoratori

La lingua batte dove il dente duole

 


Prodi e Acerbo in singolar tenzone

29 Aprile 2021

Breve storia vera del PRC di governo, contro le storie riscritte a proprio uso e consumo

Un passaggio polemico di questi giorni tra Romano Prodi e Maurizio Acerbo getta un fascio di luce su vicende passate, ma anche sul presente e sul futuro (1).

L'episodio è noto. Romano Prodi ha accusato Salvini di essersi «bertinottizzato», cioè di aver assunto un ruolo di lotta e di governo simile a quello usato dal Partito della Rifondazione Comunista tra il 1996 e il 1998 verso il suo esecutivo. Bertinotti risponde attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano dicendo che quella di Prodi è un'ossessione compulsiva nei suoi confronti, e che in ogni caso la vicenda riguarda un'altra era geologica e non è il caso di tornarci. Maurizio Acerbo sente invece il bisogno di intervenire da segretario del PRC in difesa della «storia collettiva di un partito che democraticamente fece una scelta di coerenza andando controcorrente e pagando un prezzo enorme per aver detto la verità forse troppo in anticipo sui tempi». Il riferimento è alla scelta di ritirare il sostegno al governo Prodi nel 1998. Ma verità e coerenza, come vedremo, c'entrano davvero poco con la politica del PRC.

Acerbo (oggi) dichiara: «Se nel 1998 [...] Rifondazione Comunista decise di non continuare a regalare voti a un governo che privatizzava e precarizzava [...] [fu] perché quel governo portava avanti un impianto programmatico che andava contro gli interessi di lavoratrici e lavoratori, di precari e disoccupati, perché si operava una trasformazione liberista del centrosinistra seguendo i dettami dei trattati europei che Rifondazione ha il merito storico di aver criticato in anticipo. E se si vogliono proprio fare paragoni fu il suo governo ad attuare il blocco navale contro i profughi albanesi in maniera altrettanto più cruenta dei porti chiusi del leader leghista. Vogliamo ricordare l'unico caso di affondamento di un barcone di immigrati ad opera della marina militare?».

Nulla da eccepire sugli esempi. Potremmo aggiungerne altri. Ma disgraziatamente compromettono tutta l'impostazione del ragionamento di Acerbo. La prima domanda che essi richiamano non è “perché il PRC ruppe con Prodi?”, ma "perché il PRC sostenne per più di due anni un governo così antioperaio e persino criminale?".

Vediamo allora di ricostruire la vicenda raccontandola tutta e per bene. Anche e soprattutto a chi non l'ha vissuta in prima persona.

Nel 1996 Rifondazione Comunista realizzò un accordo politico di desistenza con il centrosinistra nelle elezioni politiche, con la prospettiva di appoggiare il suo governo. La sinistra rivoluzionaria all'interno del PRC si oppose frontalmente e da subito a questa scelta, denunciandone la natura e prevedendo il suo sbocco. La nostra opposizione a tale prospettiva era semplice. Il centrosinistra a guida Prodi era nato come punto di riferimento della grande borghesia italiana. Il suo programma era il programma del padronato, a partire dalla rivendicazione dei trattati di Maastricht. Un sostegno del PRC all'eventuale governo Prodi avrebbe significato appoggiare il governo del capitale contro le ragioni del lavoro, e ridurre a carta straccia lo stesso programma formale del partito.

Ma la maggioranza del gruppo dirigente tirò dritto. Fausto Bertinotti e Armando Cossutta, con l'attivo sostegno di Paolo Ferrero e Marco Rizzo, entrarono nella maggioranza di governo e ne condivisero le responsabilità per oltre due anni. Due anni pesantissimi. Furono gli anni di massimo scardinamento delle conquiste e diritti del movimento operaio: introduzione del lavoro interinale (pacchetto Treu); record delle privatizzazioni in Europa; drastici tagli alla spesa sociale con finanziarie di lacrime e sangue pagate da sanità, lavoro, istruzione; istituzione dei campi di detenzione dei migranti con la legge Turco-Napolitano; militarizzazione del contrasto all'immigrazione coi barconi affondati dalla marina militare nello stretto di Otranto, come (oggi) lo stesso Acerbo ricorda. Tutto ciò che negli anni e decenni successivi avrebbe dilagato fu introdotto in Italia dal primo governo Prodi tra il 1996 e il 1998, sulla scia dei governi Amato (1992) e Dini (1995).

La domanda cui Acerbo dovrebbe rispondere è semplice: perché il PRC per due anni ha sostenuto la politica dei padroni contro gli operai e le ragioni degli oppressi che (oggi) lo stesso Acerbo denuncia? Perché per due anni la maggioranza dirigente del partito ebbe il coraggio di presentare come “finanziarie di svolta” le politiche di austerità e dei sacrifici che (oggi) lo stesso Acerbo descrive?

Il segretario di Rifondazione non solo ignora questi interrogativi elementari, ma complica ulteriormente la sua situazione con gli argomenti successivi: «Per due anni [Rifondazione Comunista] diede appoggio esterno con fin troppa generosità unitaria votando persino provvedimenti come il pacchetto Treu che andavano contro i suoi principi. Prodi pretendeva che Rifondazione supinamente accettasse un programma che non era il proprio...».

Ma Rifondazione aveva accettato e votato per due anni un programma che era l'opposto del proprio, cioè il programma del capitalismo italiano. L'aveva difeso pubblicamente coprendo la burocrazia sindacale e la concertazione. L'aveva difeso all'interno del partito attaccando frontalmente l'opposizione interna, colpevole di non valorizzare successi e risultati del PRC.
Persino il pacchetto Treu che (oggi) Acerbo scopre come contrario ai principi del PRC fu presentato allora nella Direzione Nazionale del partito come successo del gruppo dirigente a difesa dei lavoratori. Furono solo sette i voti contrari in Direzione, in uno scontro durissimo in cui la maggioranza dirigente di Bertinotti, Cossutta, Ferrero e Rizzo richiamò il dovere della disciplina.

Ciò che Romano Prodi «pretendeva» era semplicemente che il PRC proseguisse il cammino compiuto in due anni. Invece Bertinotti decise la rottura. Ruppe forse per ragioni di principio, dopo averle calpestate per due anni? No. La finanziaria del 1998 su cui si realizzò la rottura era oltretutto acqua e sapone rispetto a quella di lacrime e sangue che l'aveva preceduta, e che il PRC aveva elogiato.
Perché allora la rottura? Perché Bertinotti si era convinto che l'appoggio a Prodi era ormai logorato e che la maggioranza di governo richiedeva un ricambio. Fu l'operazione “Dalemone”, come allora la stampa borghese la chiamò. Era l'illusione che, caduto Prodi, il PRC avrebbe potuto negoziare un accordo più avanzato con un governo D'Alema, e presentare anzi come un proprio successo la nascita di un governo guidato da un ex dirigente del PCI. Ciò che Bertinotti non aveva calcolato era la scissione interna da destra di Cossutta, Diliberto e Rizzo, che privò il PRC della maggioranza del suo gruppo parlamentare, fondò il Partito dei Comunisti Italiani e gestì in proprio l'appoggio a D'Alema (bombardamenti su Belgrado inclusi), rendendo irrilevanti i numeri parlamentari ormai residuali del PRC, costretto per questa via all'opposizione.

Perché allora scaricare su Prodi la responsabilità della rottura del 1998? Prodi faceva il suo mestiere di uomo del padronato, quale era sempre stato, e sarà in seguito. Di certo altri non avevano fatto per oltre due anni i difensori dei lavoratori, figuriamoci quello di comunisti.

Peraltro il passaggio all'opposizione del PRC, obbligato dal fallimento dell'operazione Dalemone, non significò in alcun modo un cambiamento di rotta strategica del partito, come pensavano Maitan e Turigliatto (che giunse a parlare addirittura di una svolta rivoluzionaria del PRC). Tanto è vero che il PRC tornò al governo pochi anni dopo con un ministro (Ferrero), diversi sottosegretari, e un Presidente della Camera (Bertinotti). E tanto è vero che per altri due anni riprese la politica di lacrime e sangue del capitale, inclusa la famigerata riduzione delle tasse sui profitti (IRES) passata in un solo anno dal 34% al 27% con la finanziaria del 2007. Chi era il Presidente del Consiglio? Romano Prodi, naturalmente. La sola differenza col primo governo Prodi fu che il PRC era ancor più coinvolto, ancor più remissivo verso il centrosinistra di dieci anni prima. Anche perché doveva farsi perdonare da Prodi la rottura del 1998.

Qualche compagno del PRC obietterà: "d'accordo, avrete pure ragione, ma il partito ha fatto autocritica, basta rinfacciarci vecchi errori”.
Ma l'obiezione non coglie il punto. In primo luogo non si tratta di errori, ma del sostegno a governi padronali e alle loro politiche. O qualcuno può pensare che il voto a favore del lavoro interinale o delle missioni militari sia un errore sulla via del socialismo?
In secondo luogo, non c'è alcuna autocritica nelle parole di Acerbo. Al contrario. Attribuire a Prodi la responsabilità della rottura è non solo rimuovere il bilancio politico di una propria scelta (peraltro ripetuta), ma confermare indirettamente il canovaccio strategico di prospettiva che la ispirò.

Lo prova in modo incontestabile la parte conclusiva del testo di Acerbo: «[Prodi] rifiutò di accettare proposte come la riduzione d'orario di lavoro a parità di salario che in altri paesi come la Francia governi progressisti stavano approvando. [...] Biden per avere il sostegno di Sanders e Cortez ha dovuto far proprie una parte delle loro proposte e [...] il Portogallo, primo paese europeo a presentare il proprio Recovery Plan in Europa, è governato da un centrosinistra con appoggio esterno dei nostri compagni del PCP e del Bloco de Esquerda. Il centrosinistra italiano ha teso col maggioritario invece a radere al suolo la sinistra radicale negandone persino la legittimità delle ragioni».

Qui davvero il cerchio si chiude. L'esempio evocato da Acerbo dimostra infatti qual è la prospettiva strategica vera del gruppo dirigente del PRC: un governo borghese di centrosinistra che negozi con la sinistra cosiddetta radicale, e che quest'ultima possa appoggiare. Può essere un governo Jospin, che bombardò la Serbia col sostegno dei ministri del Partito Comunista Francese. Può essere l'amministrazione Biden, che gestisce con politiche keynesiane il più grande imperialismo del pianeta, col consenso attivo di Wall Street e (purtroppo) di Sanders. Può essere il governo Costa, che in Portogallo ha tagliato drasticamente gli investimenti pubblici col sostegno del Partito Comunista Portoghese e del Bloco de Esquerda. Non vengono citati il governo Tsipras, che ha gestito le politiche della Troika, o l'attuale governo Sanchez di Spagna, che sta negoziando con Podemos l'aumento dell'età pensionabile, ma sarà sicuramente una dimenticanza.

La verità è che chi non fa il bilancio del passato è destinato a ripeterlo. È sempre accaduto in tutta la storia del movimento operaio. Se l'orizzonte strategico del PRC, nonostante e contro l'esperienza di più di vent'anni, resta quello di un governo borghese progressista in cui compromettersi, un interrogativo di fondo dovrà pur porsi circa la riformabilità di quel partito.




(1) Rifondazione: Gravi dichiarazioni di Prodi, incapace di riflettere sui danni che ha fatto al paese, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46646

Partito Comunista dei Lavoratori

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Tra il ‘43 e il ‘45 la resistenza partigiana e la ribellione operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. Furono i giovani a capo della rivolta.

Una rivolta sospinta non solo da aspirazioni democratiche, ma anche dalla volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo.
Era la speranza di “una rossa primavera”. Ma quella speranza fu tradita.

Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione delle zone di influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista. Il PCI di Togliatti fu il fedele esecutore della linea. La Resistenza fu subordinata alla collaborazione con la DC.

I governi di unità nazionale tra DC e PCI disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti, diedero l'amnistia a decine di migliaia di torturatori fascisti.

E ricominciò, in forme democratiche, la solita vecchia storia: il potere dei padroni, lo sfruttamento dei lavoratori.

Sono passati più di settant'anni dalla Resistenza, ma le sue migliori aspirazioni sono più attuali che mai. Il problema dell'umanità resta come allora il capitalismo, che ovunque ha tagliato gli ospedali per ingrassare le banche e gli armamenti, che ha devastato l'ambiente favorendo le pandemie, che annuncia oggi nella sola Europa 25 milioni di nuovi disoccupati, che nutre i razzismi, legittima i fascisti, moltiplica le guerre.

Anche oggi c'è bisogno di una rivoluzione!
Che questa volta vada sino in fondo! Che questa volta trovi un suo partito!
Per un antifascismo anticapitalista!

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!

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