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SINISTRA UNITA PER BOLOGNA: OVVERO IL SOCIALISMO IN UN SOLO QUARTIERE

 


Sinistra Unita a Bologna è nata per apporre, accanto all’opposizione al governo centrale (sic!) … una serie di rivendicazioni sociali di declinazione locale.

Così recita l’articolo a firma Michele Terra e Agostino Giordano comparso sull’edizione de il Manifesto il 9 settembre 2021.

Insomma, uno dei punti fermi, pare di capire, sia l’opposizione al governo centrale.

Ora accade che, in uno dei momenti più drammatici della vicenda politica e sociale del paese, che ha portato alla schiacciante vittoria delle destre e del partito post fascista di Giorgia Meloni, SU non riesca a proferire parola riguardo alla propria proposta e posizionamento politico in merito.

Questa afasia è clamorosa ma non sorprendente. Come si sarebbe dovuta schierare SU in queste elezioni?

La domanda è semplice. Purtroppo non lo è altrettanto la risposta.

I due maggiori azionisti di questa operazione politica, limitata al territorio bolognese, sono il Partito della Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano.

Quando nacque SU in vista delle elezioni comunali di Bologna, vide la concorrenza all’ultimo voto di Potere al Popolo in un gioco al massacro che impedì ad entrambe le liste di ottenere un rappresentante nel consiglio comunale di Bologna. Non male per la sinistra “radicale” (ma non rivoluzionaria) che si professa un giorno si e l’altro pure unitaria e tesa solamente alla tutela delle istanzi sociali dei movimenti e delle masse popolari.

Possiamo dire che un certo vizio settario fu galeotto?

Com’è ben risaputo la realtà ha più fantasia dell’immaginazione e si diverte continuamente a scherzare con i destini delle imprese umane e a rimescolarne le carte.

Oggi infatti PRC e PaP, allora impegnate in singolar tenzone, si ritrovano a promuovere insieme Unione Popolare di De Magistris, mentre il PCI ha presentato una propria lista alle elezioni politiche.

Si può ben capire come sia difficile per SU rispondere alla domanda di cui sopra e contribuire alla costruzione di una forza che abbia una qualche base politica.

Il lavoro svolto dalle compagne e compagni eletti da SU nei quartieri è indubbiamente utile a portare alla attenzione della cittadinanza alcune questioni di carattere locale che coinvolgano gli interessi degli strati popolari di quelle zone.

A volte, occorre dirlo, queste rivendicazioni hanno un ambito estremamente limitato al territorio e a nostro parere quasi marginali nell’ordine degli interessi della popolazione. In ogni caso si tratta di un lavoro che dimostra un impegno profuso all’insegna di un onesto civismo.

Si, ma che fine fa la lotta di classe? Carovita, vertenze, licenziamenti, repressione, colpiscono duramente la classe lavoratrice. Anche quella che abita i quartieri così ben presidiati, per altro, dalle suddette compagne e compagni. Tuttavia, proprio nel momento in cui lavoratrici e lavoratori sono disposti a prestare attenzione ad argomenti che riguardino da vicino le loro condizioni di vita, SU perde la parola, non sa che dire!

Ciò che fa difetto a SU non è l’abnegazione delle e dei propri militanti, ma la base politica stessa su cui si sono aggregati, la chiarezza di posizioni, i principi che li tengono uniti: il progressismo civico riformista di De Magistris, o il riformismo nostalgico dei simboli del vecchio PCI stalinista? O cosa?

Il 9 aprile 2021 alcune compagne e compagni di diversa provenienza partitica e politica firmano un appello comune per fare “qualcosa di sinistra” per Bologna. Potremmo oggi ribadire loro la stessa richiesta, dite qualcosa di sinistra (!), rispetto all’avvento delle destre al governo ed il magro risultato delle liste di sinistra che si sono presentare alle elezioni.

Ma non sentiamo nulla. In attesa di qualche parola aggiungiamo noi una domanda. Qual è la base politica di questo appello? Le parole dell’appello erano piene di buona volontà: “Non bastano le belle parole vuote dei nuovisti di turno, che comunque non muovono masse di voti (al massimo di preferenze), e un linguaggio da slang post moderno (dalla rivoluzione e transizione green alla resilienza), mentre si dimentica ogni discorso politico che abbia come perno il mondo del lavoro, gli studenti, i pensionati, l'ambiente sottratto alla speculazione, i diritti sociali e civili; quelli che una volta erano i temi centrali del popolo della sinistra, ovvero del blocco sociale che si era costruito nei decenni del secondo dopoguerra.

In altro punto leggiamo: “…sarebbe positivo il rilancio di una politica larga di unità d’azione, come è stata la manifestazione del 18 febbraio 2021), a Roma, in occasione della fiducia al governo e che ha visto insieme Prc, Pap, Pcl, Pci e tanti altri ancora.”

I propositi sono condivisibili, ancora oggi. Tuttavia non ci pare che a queste intenzioni abbiano seguito fatti conseguenti.

Infatti attendiamo dalle compagne e compagni di SU, e anche da quelli di PaP, una risposta alla nostra lettera aperta del 26 ottobre 2022 significativamente intitolata: LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI SINISTRA UNITA E POTERE AL POPOLO COSTRUIAMO L’UNITA D’AZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO RIFERIMENTO ALLA CLASSE LAVORATRICE (https://pcl-bologna.blogspot.com/2021/10/lettera-aperta-alle-compagne-e-ai.html),

L’abbiamo spedita loro all’indomani delle elezioni comunali che non hanno visto purtroppo nessun eletto nel consiglio di Bologna da parte di entrambe le forze politiche (che hanno finito inspiegabilmente per sottrarsi reciprocamente i voti).

Questo silenzio, questa mancata risposta, allora era sconcertante, oggi è assordante.

Possiamo fare delle ipotesi sui motivi sperando di essere clamorosamente smentiti: distrazione, supponenza, gelosia di organizzazione che sconfina nel settarismo? Soprattutto SU non si proponeva, fin dal nome di essere una forza che almeno sul territorio bolognese, era capace di aggregare attivisti e simpatizzanti di diversa esperienza?

Se andiamo a guardare i firmatari dell’appello notiamo che tra di essi figurano compagni attivi oggi nel PCL, compagni che hanno scelto di militare solo in ambito sindacale e compagni che sono per così dire “tornati a casa”. Proprio sul terreno su cui si è costruita SU c’è stato lo smottamento!

Questo esito, tuttavia non è casuale.

Quell’esperienza è stata costruita da compagne e compagni che in una campagna elettorale (quella per le comunali) hanno combattuto l’altra lista della sinistra all’opposizione al PD, e nella successiva, le elezioni politiche del 25 settembre 2022, si sono divisi per allearsi una parte con i vecchi concorrenti (PRC e PaP insieme in Unione Popolare) e l’altra parte nella presentazione di una lista loro concorrente a livello nazionale, il PCI.

Questi continui sbandamenti, queste vertiginose oscillazioni che costringono al silenzio imbarazzato, sono proprio ciò è quello che succede a organizzazioni che si formano senza basi politiche reali.

Da parte nostra rilanciamo come sempre la necessità della massima unità d’azione tra le forze che si richiamano al movimento operaio, nella prospettiva della costruzione del fronte unico della classe lavoratrice sulla base di una vertenza generale unificante, l’unico in grado di fronteggiare l’attacco di destre e padronato, la crisi del capitalismo, l’economia di guerra e aprire la possibilità dell’alternativa anticapitalista.

Aspettiamo fiduciosi una risposta, sulle stesse basi politiche che esprimemmo un anno fa nella nostra lettere aperta.

Arrivederci a presto compagne e compagni

Partito comunista dei Lavoratori

Sez. di Bologna

Il governo Draghi di fronte a un nuovo tornante

 


Per una mobilitazione generale contro il carovita

Il governo Draghi è di fronte a un nuovo tornante. Sul piano politico e su quello economico.

Le elezioni amministrative fotografano la precarietà del quadro politico su cui il governo si appoggia. L'onda populista che ha attraversato la prima metà della legislatura – prima nel segno del M5S poi della Lega – è rifluita, ma la ricomposizione di un quadro bipolare è lontana.
Il centrodestra conserva un blocco sociale tendenzialmente egemone, ma la sua rappresentanza politica vede un conflitto irrisolto tra Lega e Fratelli d'Italia: FdI capitalizza elettoralmente la crisi del salvinismo ma la sua leadership non è riconosciuta, ed anzi è oggetto di un'azione di contrasto senza risparmio di colpi all'interno della sua stessa coalizione.
Sull'altro versante il PD consolida la propria rendita di posizione di partito di sistema, ma il disegno del “campo largo”, caro al suo segretario, si confronta con la crisi verticale del M5S. Una crisi totale: di riconoscibilità politica, di consenso elettorale, di catena interna di comando, lungo la linea di confine di una possibile esplosione/frantumazione.

I cantieri del bipolarismo portano la scritta “lavori in corso”. Ma la scritta ha dieci anni di vita, e i lavori non prefigurano un esito. Mentre al “centro”, luogo immaginario della politologia borghese, si affollano liste e partiti personali (Renzi, Calenda), che oscillano tra ambizioni autocentrate, incursioni piratesche e pressioni negoziali sui partiti maggiori delle due coalizioni.

In questo quadro la legge elettorale vigente (cosiddetta Rosatellum) sopravvive grazie all'assenza di una maggioranza in grado di cambiarla in senso proporzionale, ma si riduce a camicia di forza di un sistema politico imploso. L'approssimarsi delle elezioni politiche, tanto più a fronte dell'avvenuta riduzione del numero dei parlamentari, agirà come ulteriore agente dissolvente su ogni lato del quadro politico.

Il paradosso è che il governo di semi-unità nazionale è esposto agli effetti della crisi di partiti chiave della sua maggioranza (Lega e M5S) e al tempo stesso si regge su questa crisi. Mentre il quadro internazionale, economico e politico, riduce verticalmente lo spazio di manovra dell'esecutivo.

Il ritorno dell'inflazione, acuito dalla guerra, cambia la rotta delle banche centrali, alza ovunque i tassi di interesse, riduce gli spazi di manovra dei bilanci pubblici. La sospensione per un altro anno del Patto di stabilità continentale offre un margine a Draghi. Ma è un margine sottile, a fronte di una BCE che oltre ad alzare i tassi, riduce l'acquisto dei titoli pubblici, con le relative ricadute sul mercato finanziario.
Ai lavoratori e alle lavoratrici, coi salari falcidiati dal carovita, il governo ha dato la miseria di 200 euro una tantum, cioè il nulla, finanziato da un prelievo irrisorio sugli extraprofitti giganteschi dei monopoli energetici, “non potendo usare la leva del bilancio” (Draghi).
Nuove difficoltà emergono nello stesso rapporto con Confindustria. Confindustria teme come la peste una rincorsa di rivendicazioni salariali, oggi emergente nella vicina Francia. Per questo chiede al governo un taglio di 16 miliardi di cuneo fiscale: un modo per mettere al riparo i profitti scaricando gli oneri sul bilancio pubblico, cioè di fatto sui lavoratori. Ma il governo nella nuova situazione non può fare scostamenti di bilancio per finanziare l'operazione, dovendo già trovare nuovi miliardi per l'industria bellica tricolore, reperire i miliardi da girare ai padroni dell'automotive coinvolti nella riconversione produttiva, sostenere i capitalisti della siderurgia colpiti dal rincaro delle materie prime, sorreggere le imprese esportatrici esposte sul mercato russo e coinvolte nelle sanzioni, regalare ai padroni edili gli effetti dorati degli incentivi fiscali ormai fuori controllo (60 miliardi)...

Di fronte alla stretta, Draghi cerca l'intesa con Macron attorno alla richiesta di un ulteriore indebitamento pubblico europeo che possa finanziare le nuove spese in energia e difesa, senza dover ricorrere al bilancio nazionale. Una nuova operazione di Recovery Fund, totalmente a debito, in cui la UE si indebita sul mercato finanziario mondiale per girare il ricavato ai capitalisti del continente e scaricare il nuovo debito sui salariati del continente. Ma la Germania non pare interessata all'operazione. Il suo bilancio nazionale le consente di investire 100 miliardi nel proprio riarmo. E la Bundesbank preme semmai per ripristinare in tempi brevi il patto europeo sulle politiche di bilancio, anzi chiede si ponga un tetto ai titoli pubblici detenibili dalle banche europee, ciò che costringerebbe i banchieri italiani a disfarsi dei titoli di Stato eccedenti, con l'effetto di un nuovo rialzo dei tassi.

La risultante di tutto questo sarà un nuovo giro di vite contro i lavoratori e le lavoratrici. Riforma penalizzante delle pensioni, nuove restrizioni sul reddito di cittadinanza, austerità di spesa su sanità, istruzione, lavoro, sono i capitoli annunciati della prossima legge di stabilità, nel nome della nuova emergenza e della guerra.

Contro l'economia di guerra e la nuova annunciata austerità è necessaria una mobilitazione generale vera del movimento operaio.
No al riarmo. Blocco delle tariffe. Controllo operaio sui prezzi. Reintroduzione della scala mobile dei salari. Requisizione integrale dei 40 miliardi di sovraprofitti dei monopoli energetici e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, opere sociali di utilità pubblica, riconversione energetica e risanamento ambientale.
Sono le prime voci di una piattaforma generale di lotta che unisca milioni di salariati. Il momento è ora. La borghesia è forte solo della debolezza dell'opposizione e del servilismo delle burocrazie sindacali. Un'azione di mobilitazione vera precipiterebbe tutte le sue contraddizioni e potrebbe aprire dal basso uno scenario nuovo. L'alternativa è un nuovo piano inclinato verso il basso.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro il governo e per le nostre condizioni di vita, organizziamoci senza i nostri nemici!

Prosegue la protesta dei gilet gialli in Francia

1 Dicembre 2018
Pubblichiamo l'editoriale dell'ultimo numero di Anticapitalisme & Révolution, giornale dell'omonima corrente di sinistra nel NPA francese

 La mobilitazione dei "gilets jaunes" (gilet gialli) ha riunito circa 300.000 persone, in più di 2.000 presidi e azioni. Un movimento all'altezza di alcuni di quelli che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni contro gli attacchi antisociali, pur senza raggiungere per esempio il livello delle manifestazioni del 2016 contro la Loi Travail.
La rabbia contro l'aumento del prezzo dei carburanti non potrebbe essere più legittima. Milioni di lavoratori e lavoratrici sono obbligati ad utilizzare la loro macchina per andare al lavoro, perché non esistono trasporti pubblici, delle linee ferroviarie sono state chiuse, li si è obbligati ad accettare un lavoro a decine di chilometri dal loro domicilio... L'ipocrisia del governo, che pretende di agire per il bene dell'ambiente, non inganna nessuno. Per lottare realmente contro gli inquinatori bisognerebbe occuparsi dei grandi gruppi capitalisti del petrolio come Total, che accumulano milioni di benefici.

UNA COLLERA LEGITTIMA, FAGOCITATA DAI NOSTRI PEGGIORI NEMICI

Purtroppo, la mobilitazione del 17 novembre è stata l'occasione per alcuni fra i peggiori reazionari del paese di scatenarsi: si sono registrati insulti, aggressioni fisiche, slogan nauseabondi, come a Bourg-en-Bresse dove una coppia di omosessuali sono stati picchiati a sangue, a Saint-Quentin, dove un'automobilista velata è stata costretta a togliersi il velo... A Tours, su una camionetta riverniciata in blu-bianco-rosso campeggiava lo slogan: «i francesi prima di tutto, fuori i migranti. Forza, onore, patria». Tutto un programma.
Non c'è da meravigliarsi, quando si conosce il percorso di certi leader autoproclamati. In un video visto milioni di volte, il militante di Debout la France [Alzati Francia, partito politico di destra, ndr] ed ex Fronte Nazionale Frank Buhler se la prende con i disoccupati e le disoccupate che accusa di cavarsela meglio di quelli e quelle che lavorano. Ecco il veleno della divisione! In certe regioni, come nel Vaucluse, sono dei militanti del Rassemblement National [nuovo nome assunto dal Front National di Le Pen, ndr] e di altri gruppuscoli identitari ad avere organizzato le riunioni di preparazione del 17 novembre. Spesso, le organizzazioni di poliziotti più vicine all'estrema destra hanno sostenuto la mobilitazione. Gli stessi che sgomberano i lavoratori che occupano le loro fabbriche, manganellano i manifestanti e prendono di mira la gente nelle periferie... sarebbero ora dal lato delle classi popolari?

IL MONDO DEL LAVORO DEVE CONTARE SULLE PROPRIE LOTTE

Dai Repubblicani al Rassemblement National, la destra e l'estrema destra cercano di dividere gli sfruttati secondo le loro origini, colore della pelle, religione, genere o orientamento sessuale... E di fare credere ai lavoratori e alle lavoratrici di nazionalità francese che avrebbero degli interessi comuni ai loro padroni. Questi movimenti ci distraggono dalle rivendicazioni che permetterebbero di fronteggiare l'aumento del costo della vita, a cominciare dall'aumento dei salari, con la loro indicizzazione all'aumento dei prezzi.
È attraverso lo sciopero, bloccando i profitti del padronato e l'economia del paese, che noi riusciremo ad ottenere delle vittorie. Solo i lavoratori e le lavoratrici hanno questo mezzo d'azione, non i politici borghesi, che affermano di parlare a nome nostro. È perché le centrali sindacali non hanno proposto assolutamente nulla di serio per contrastare le misure antisociali del governo e del padronato - neanche l'ombra di una prospettiva di mobilitazione dopo la giornata di sciopero del 9 ottobre scorso - che l'esasperazione generale si è espressa attraverso i gilet gialli. Perché Macron, il quale non ascolta che i capitalisti, che sono i suoi committenti, dovrebbe ascoltare la collera? Ma i sindacati, dal canto loro, devono finalmente rendersi conto di questa collera, e convocare immediatamente una giornata di sciopero intercategoriale contro il carovita, attraverso cui la classe operaia potrebbe esprimersi indipendentemente dai reazionari e del padronato del trasporto su strada.
Ed è il tempo di raggruppare i numerosi settori che vogliono lottare. Questo è il senso dell'appello lanciato da una quarantina di sindacati o collettivi di tutta la Francia, come gli ex Goodyear di Amiens, i postini e le postine del 92° dipartimento, in sciopero dal 26 marzo, gli operai della Ford Blanquefort la cui fabbrica è minacciata di chiusura, gli ospedalieri di Rouvray che hanno impedito la soppressione dei servizi, dei professori di ZEP [Zone d’éducation prioritarie], dei lavoratori di McDonald's, dei ferrovieri e ferroviere repressi dopo il loro sciopero, degli studenti e studentesse mobilitati contro la selezione all'università... Tutti e tutte insieme, questi settori propongono di manifestare il 15 dicembre a Parigi, dall'Eliseo alla sede della Confindustria francese, il MEDEF. Questa iniziativa sarà un'occasione di fare sentire, in piena indipendenza, il nostro campo sociale!
Anticapitalisme & Révolution

Sul movimento di massa in Iran

 «Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!»
 Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009. 

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l'aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali. 


LA DINAMICA DEL MOVIMENTO 

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario. Il clero sciita non è solo l'architrave del regime confessionale integralista che domina l'Iran da quasi quarant'anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L'alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell'economia nel campo della produzione e della finanza. Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell'Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L'Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l'Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell'area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano...), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all'appoggio determinante dell'imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.


GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l'imperialismo USA, lo Stato sionista d'Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all'interno di un determinato paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama; come è naturale che il governo sionista d'Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l'asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l'argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L'Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell'interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell'imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all'imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell'industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull'Iran, strizzando l'occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.


IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE 

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell'oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L'apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime. In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l'assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente. Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell'arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l'ingresso nell'arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un'alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l'egemonia della classe lavoratrice sull'insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L'unica vera alternativa.
Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l'assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant'anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.
L'irruzione nella lotta di una giovane generazione dell'avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.
Partito Comunista dei Lavoratori