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Cospito e Benetton, il mondo capovolto della società borghese


 La società borghese, come diceva Marx, è un mondo capovolto che poggia sulla testa anziché sui piedi.


Il crollo del Ponte Morandi, dovuto al “risparmio” sulle manutenzioni, ha assassinato 46 persone. Eppure Benetton non solo non è in galera ma ha incassato 8 miliardi da Cassa Depositi e Prestiti, cioè dallo Stato, che ha generosamente acquistato le sue azioni. Alfredo Cospito non ha ammazzato nessuno, eppure, per volontà dello Stato, giace al 41 bis senza poter appendere al muro della cella la foto dei propri cari.

Rovesciare l'ordine esistente, rimettere il mondo sui propri piedi, è l'unico modo di fare giustizia.
Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il processo agli anarchici, una vendetta di Stato

 


Contro il compagno Cospito e gli anarchici la magistratura dello Stato impugna l’art 285 del Codice civile che punisce chi attenta alla sicurezza dello Stato. Per questo commina alle e ai compagni l’ergastolo e a Cospito addirittura il 41 bis.


A fare questo è quello stesso stato borghese che taglia la sanità, concausa di decine di migliaia di morti durante la pandemia da covid, che dismette i controlli sulla sicurezza sul lavoro, a cui dovrebbe presiedere un pugno di ispettori mal pagati, e non persegue le criminali responsabilità dei padroni; che riconosce ai Benetton una buonuscita milionaria, nonostante le loro responsabilità nel crollo del ponte Morandi; che consente l’enormità di 120 miliardi di euro l’anno di evasione fiscale, mentre promette ulteriori condoni; che sminuisce le pene per i reati dei colletti bianchi mentre riempie le carceri di emarginati, che aumenta le spese militari mentre taglia lo stato sociale, il reddito di cittadinanza e le pensioni; che spedisce proprie truppe all’estero con la scusa del mantenimento della pace mentre in realtà cura gli affari del proprio imperialismo.

Questo stato borghese che non riconosce il reato di tortura si accanisce contro un uomo solo e la sua umanità, responsabile di un atto che non ha ferito nessuno, e, come anche parte dell’apparato della magistratura ritiene, di “lieve entità”.
Insomma, questo stato borghese autore di tutti questi ed altri crimini contro la collettività, le classi popolari e il mondo del lavoro, pone sé stesso al di sopra della democrazia, la propria sicurezza al di sopra dei più elementari diritti della persona.

Come abbiamo già scritto, noi non siamo d’accordo con i metodi delle azioni isolate, il terrorismo individuale, il lottarmatismo. Tuttavia non possiamo non esprimere la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni anarchici imputati e sostenere la lotta del compagno Cospito contro la vendetta dello stato borghese.

Solo la rivoluzione cambia le cose!

Partito Comunista dei Lavoratori

La funivia del capitale

 


I costi sociali del profitto. Il capitalismo e la vita

28 Maggio 2021

La strage della Funivia di Stresa, nel suo piccolo, è una carta d'identità della società borghese. Anche della sua ipocrisia.
In due giorni, i maggiori intellettuali di riferimento della borghesia liberale hanno offerto un estratto chimicamente puro della propria ipocrisia o della propria meschinità.
Sul fronte della meschinità, Paolo Mieli ha sbaragliato ogni possibile concorrenza: ha denunciato “la pista terrorista”. Siccome nella strage sono morte persone israeliane “può essere stato un attentato palestinese, bisogna indagare”. Per l'occasione ha presentato come “capo della sicurezza israeliana” il responsabile per la sicurezza nella scuola di sua figlia a Milano. In questo caso il fanatismo sionista è il principale responsabile di una colossale idiozia, di cui però per spirito di reverenza nessuno gli ha chiesto conto, neppure sulla stampa concorrente.
Nel fronte dell'ipocrisia ha primeggiato invece Ezio Mauro, con un editoriale su Repubblica intitolato «La sicurezza e il capitale», dove il nostro lancia un lirico appello a «ricreare uno spirito di autentica comunità. Naturalmente puntando sull'energia di chi vuole ripartire, sull'interesse del capitale e sull'impegno della forza lavoro: ma dentro un disegno comune, perché il lavoro è libertà solo se produce insieme cittadinanza, benessere, progresso e sicurezza.». Applausi scroscianti. In realtà è l'ennesimo appello a un capitalismo immaginario, per non guardare il capitalismo reale. Quello in cui l'”interesse del capitale”, nel mentre sfrutta il lavoro, fa strage di vite.

I fatti di Stresa sono impietosi. L'azienda chiamata Ferrovie del Mottarone aveva gestito la funivia di Stresa per trent'anni, dal 1970 al 1997. Poi aveva perso la concessione a causa del grave degrado dell'impianto rilevato dalla magistratura. Ma nel 2001 la stessa società responsabile del precedente degrado ritorna in pista vincendo la gara d'appalto, grazie al massimo ribasso. Dal 2014 nessuna altra azienda si candida in gara, perché nessuno può offrire prezzi più bassi.

Luigi Nerini, attuale proprietario delle Ferrovie del Mottarone (la società che gestisce la funivia in questione) aveva acquistato quattro anni fa l'80% della funivia dal gruppo altoatesino Leitner, dandogli in pegno il capitale della sua società. Il gruppo Leitner dal 2016 fornisce la manutenzione ordinaria e straordinaria della funivia, percependo un canone annuale di 150000 euro. Gestore e controllore erano dunque stretti da una relazione d'affari. Le Ferrovie del Mottarone, che controlla la funivia, fa un utile pari a oltre il 20% del fatturato annuo. Luigi Nerini prende un compenso di 96000 euro dalla sua società, e ha in concessione la funivia dal comune di Stresa sino al 2028. Il comune versa 130000 euro annui alla società di Nerini per la gestione dell'impianto.
Dunque: Nerini ha il margine economico sufficiente per continuare a praticare la riduzione dei costi, sbaragliando ogni concorrenza e facendo lauti profitti; la Leitner, che dovrebbe controllare l'impianto, ha interesse alla massima reddittività delle Ferrovie di Mottarone perché partecipa del suo capitale. Quale incentivo può avere alla severità dei controlli e ai relativi costi? Nessuno.

Quanto al cosiddetto controllo pubblico del Ministero dei trasporti, peggio che andar di notte. L'ultimo controllo dell'USTIF, organo periferico del ministero, risale al 2018. Per tre anni un impianto che ha in mano ogni giorno la vita di centinaia di persone è stato “controllato” dai privati. Da chi lo gestisce (Ferrovie di Mottarone) e da chi è in affari con chi lo gestisce (Gruppo Leitner).
Il blocco dei freni di emergenza per massimizzare gli incassi è il frutto di questo. Non del caso o della «banalità del male» (Mentana). Ma della legge del profitto su cui si fonda l'intero ordine della società attuale.

L'abbiamo visto col Ponte Morandi quanto è grande il cinismo degli azionisti. Salvo il fatto che i Benetton non solo non finiscono in galera ma incasseranno fior di miliardi dalla cessione di Autostrade. I pesci più piccoli delle Ferrovie di Motterone subiranno (forse), ce lo auguriamo, pene severe. Ma nessuna pena riporta in vita le vittime di un omicidio. Né soprattutto evita la moltiplicazione annunciata di altri omicidi. Tanto più oggi.

Infatti il governo Draghi annuncia la liberalizzazione dei subappalti al massimo ribasso, l'appalto integrato (dove progettazione e controllo sono unificati), l'abbattimento dei controlli (quali?) sugli investimenti pubblici, oltre alla libertà di licenziamento. Ovunque l'imperativo del post-pandemia è “correre, correre, correre”. Ma verso dove, e a quale prezzo?

Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il gambero allunga il passo

Doveva essere il “non arretriamo di un millimetro”, “non cambieremo di una virgola”, “me ne frego delle letterine di Bruxelles”. È accaduto l'opposto. Il governo giallobruno è arretrato di 7 miliardi, rivedendo al ribasso le sue elemosine sociali, già dimezzate rispetto alle promesse elettorali. Vedremo nei prossimi giorni il formato definitivo della manovra, ma le prime anticipazioni sono inequivocabili.

Legge Fornero? Resta. La stessa quota 100, già limitata dal rigido paletto dei 38 anni, si riduce a una finestra sperimentale di tre anni, con dilazione dei tempi di accesso per pubblici e privati, rinvio di pagamento del TFR, divieto di cumulo con altri lavori, e ovviamente riduzione degli assegni. Poi (forse), dal 2023, 41 anni per tutti, quando il 65% dei pensionati andrà col misto (contributivo e retributivo) e il montante pensionistico ridurrà ulteriormente la pensione. Risultato? La libertà di scelta è in larga misura una finzione. Centinaia di migliaia di lavoratori saranno costretti a pensioni da fame o a continuare il lavoro. Sino a quando? Sino ai 67 anni, naturalmente, l'età prevista dalla legge Fornero, che infatti rimane intatta. Ed anzi aumenterà col meccanismo intatto dell'aspettativa di vita. Altro che abolizione della Fornero! Salvini e Di Maio vogliono salvare la faccia con la “concessione della libertà di scelta”, ma la legge è congegnata in modo tale da restringere il più possibile la platea dei beneficiari per spingerli a continuare a lavorare. L'obiettivo paradossale di Salvini e Di Maio, che dovevano “abolire la Fornero”, è spingere più lavoratori possibile ad andare in pensione proprio con la Fornero. Perché? Per risparmiare, e così continuare a pagare il debito pubblico, ridurre le tasse ai padroni, incentivare le imprese..

“Mai più sacrifici!”, “Se l'Europa ci chiede altri sacrifici sulla pelle degli italiani, diciamo di no ed è un no definitivo”. Chiacchiere. Il governo reintroduce il blocco dell'indicizzazione delle pensioni voluto da Monti. Sopra i 1.530 euro lordi, sostanzialmente 1.000 euro netti, la pensione non sarà più indicizzata, se non parzialmente, al costo della vita. E pensare che proprio dal 1 gennaio 2019 avrebbe dovuto ritornare il vecchio sistema pre-Monti. Invece no. Il governo giallobruno ritorna quatto quatto sulle orme dell'odiato governo Monti-Fornero. Perché? Perché lo chiede l'Europa capitalista e con essa le banche italiane, rigonfie di titoli pubblici, che chiedono garanzie ai “debitori”. Cioè ai lavoratori, alle lavoratrici, ai pensionati. Il governo giallobruno ha semplicemente rassicurato gli strozzini con una tosatura delle pensioni, come tanti governi del passato.

Identico voltafaccia sui beni pubblici.
Ricordate gli annunci solenni dopo il crollo del ponte Morandi? “Mai più i beni pubblici ai prenditori privati!”, “lo Stato prenda il controllo dei beni pubblici a tutela dei cittadini”, “nazionalizzeremo le migliaia di concessionari privati”... Accade l'opposto. Il governo giallobruno annuncia per il solo 2019 18 miliardi di privatizzazioni, che salgono poi su pressione della UE a 20 miliardi. Oltretutto in un solo anno! La più grande privatizzazione di beni pubblici mai effettuata in Italia dal 1997-'98 (governo Prodi). Il più grande regalo a quei “prenditori”, a partire dai Benetton, che venivano fustigati a parole nelle pubbliche piazze. E tutto questo perché? Per continuare a pagare il debito alle banche e gli sgravi contributivi alla imprese. Proprio le banche e le imprese che allungheranno le mani sui cosiddetti beni pubblici dei cittadini.

Doveva essere la manovra del popolo contro l'Europa delle banche. Invece è la manovra concordata con le banche, a vantaggio delle banche, contro il popolo. Più precisamente contro i lavoratori e le lavoratrici, e cioè contro la maggioranza della società. Di Maio e Salvini recitano il trionfo per provare a mascherare la propria truffa. Ma i cerchi non si fanno quadrati. E quando i lavoratori ne prenderanno coscienza, per il governo suonerà la campana. Accade in Ungheria, potrà accadere in Italia.
19 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

Gli eventi che si sono abbattuti sull'Italia negli ultimi giorni non sono solo “naturali”. Non lo sono i cambiamenti climatici planetari, legati al lungo ciclo delle energie fossili, che oggi si riversano con mareggiate anomale sulle coste liguri, con venti mai visti sulle montagne del bellunese, con straripamenti più intensi e frequenti di fiumi e torrenti. Non lo sono soprattutto le decine di morti che questi eventi hanno prodotto.

“Ogni volta dobbiamo lamentare con le stesse parole le stesse tragedie”, recita ipocrita la stampa borghese. Qualche intervista, qualche inchiesta, la rituale invocazione al governo di turno di misure risolutive. E il governo di turno annuncia ogni volta mirabolanti investimenti, riorganizzazione della protezione civile, rigore ambientale. Un mare di chiacchiere, in attesa della tragedia successiva.

La verità è che queste tragedie hanno un solo responsabile: la società capitalista, la dittatura del profitto. La stessa che ha minato il Ponte Morandi, la stessa che dissesta il territorio italiano.

Il suolo italiano è divorato dalla speculazione edilizia come nessun altro paese. Otto metri quadri al secondo con una demografia zero. Senza edilizia popolare ma con sette milioni di appartamenti sfitti. L'abusivismo che inghiotte intere regioni (Campania, Sicilia) è legato a questa realtà. Si delega ai comuni l'onere del risanamento nello stesso momento in cui li si priva con i Patti di Stabilità delle risorse minime necessarie. I comuni (tutti) ricorrono all'urbanistica contrattata per incassare gli oneri di urbanizzazione, e così si affidano ai costruttori che dettano loro piani regolatori a immagine e somiglianza dei propri interessi. Lo stesso vale per la manutenzione dei fiumi, spesso assegnata alle Province. La Legge Delrio e l'abolizione delle Province ha cancellato l'intera manutenzione dei fiumi minori, quelli più incustoditi, privi di argini, causa spesso dei maggiori disastri. Mentre il taglio delle spese operato da ogni legge finanziaria ha colpito anche la Protezione Civile e ha cancellato di fatto il Corpo Forestale incorporandolo ai Carabinieri (decreto legislativo del 19 agosto 2016). Il fatto che il “governo del cambiamento” abbia affidato a un ex ufficiale dei carabinieri, Sergio Costa, il ministero dell'ambiente è il risvolto grottesco di questa politica, per nulla “cambiata”.

Peraltro proprio la Legge di stabilità del governo SalviMaio ne è la conferma. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali, sono capitoli assenti. Il ministro degli interni attribuisce addirittura la colpa dei disastri all'«ambientalismo da salotto», mentre allarga la maglia dei condoni e taglia ai comuni un altro miliardo, in linea con le finanziarie precedenti. Sarebbe questo il “cambiamento”?

Il ministro dell'ambiente annuncia ora trafelato che sarà destinato alla messa in sicurezza del territorio un miliardo di euro in tre anni. Ma è il nulla: il nulla rispetto al disastro, il nulla a maggior ragione per il risanamento. Che sia il nulla lo conferma involontariamente lo stesso Salvini quando dichiara che per il riassetto idrogeologico sarebbero necessari 40 miliardi, cifra in realtà molto sottostimata. Ma soprattutto lo conferma il Politecnico di Milano, che ha studiato seriamente la materia: per la sola messa in sicurezza degli edifici in muratura servirebbero 36 miliardi; per intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate prima del 1971 il costo salirebbe a 46 miliardi, 56 comprendendo gli edifici in cemento armato; se il lavoro fosse esteso a tutti i comuni si arriverebbe alla cifra di 870 miliardi.

La questione è in realtà strutturale e interroga la natura stessa della società capitalista.

Andiamo al sodo. Perché si tagliano i fondi ai comuni, si taglia sulla Protezione Civile, si elimina il Corpo Forestale, non si destina nulla per il risanamento ambientale? Perché si continuano ad abbassare le tasse sui profitti, come avviene ovunque sul mercato mondiale in omaggio alla concorrenza spietata tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) per attrarre gli investimenti privati. Perché si continua a pagare l'enorme debito pubblico alle banche (prevalentemente italiane) e alle grandi compagnie di assicurazione che hanno investito nei titoli di Stato, e che incassano di soli interessi tra i 70 e gli 80 miliardi ogni anno. Sono peraltro le stesse ragioni per cui si tagliano le spese per la scuola, per la sanità, per i servizi sociali. Oggi come ieri. "Prima gli italiani" significa prima i capitalisti e le banche italiane, poi tutto il resto. E il resto possono essere solo elemosine, per di più centellinate col contagocce.

La verità è che per rimettere in sesto il territorio occorrono risorse enormi che il capitalismo reale non può reperire. Occorre abolire il debito pubblico verso le banche e una tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti, finanziando un grande piano di opere sociali e lavori pubblici, che potrebbe dare lavoro a milioni di disoccupati, immigrati inclusi. Occorre nazionalizzare la grande industria edilizia e le industrie a questa collegate, come l'industria del cemento, che è in mano alla criminalità. Occorre un controllo pubblico sulle leve fondamentali della produzione e del credito, a partire dalla nazionalizzazione delle banche. Senza queste misure si resta in attesa della prossima tragedia, e dell'ennesimo coro della pubblica ipocrisia.

Ma sono misure che solo un governo dei lavoratori può prendere, e solo una rivoluzione può realizzare.
6 Novembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

Genova. La vita e il profitto

Di cosa ci parla il crollo del ponte

15 Agosto 2018
 Il crollo del ponte di Genova non è un disgraziato incidente. L'unica cattiva sorte è quella che riguarda ogni vittima di questa tragedia. Il crollo di Genova è la cartina di tornasole del degrado generale delle opere pubbliche in Italia (e non solo) ad affidamento privato. È uno dei riflessi della società capitalista, dove domina il profitto, non la vita.
Ventisette concessionari, con in testa Autostrade per l'Italia (Aspi), gestiscono la rete autostradale. La grande famiglia dei Benetton, attraverso il controllo di Atlantia, ha il controllo di Aspi. I suoi profitti sono saliti verticalmente in questi anni, anche grazie all'aumento dei pedaggi: nel solo 2017 un utile di 2,4 miliardi su un ricavo complessivo di 3,9 miliardi. Un tasso di profitto superiore al 50%! In compenso, nello stesso arco di tempo, gli investimenti di Aspi in Italia sono crollati (da 718 milioni a 556 milioni), e migliaia di posti di lavoro (casellanti) sono stati distrutti. Però il gruppo Atlantia ha fatto affari in giro per il mondo: con gli stessi soldi risparmiati sulla manutenzione e accumulati coi pedaggi ha comprato l'aeroporto di Nizza, la società di controllo delle autostrade spagnole (Abertis), parte del gruppo societario che gestisce l'Eurotunnel. Ottimi affari privati, concessi dai poteri pubblici.
Concessi. Lo Stato potrebbe ricavare dalla gestione pubblica delle autostrade importanti risorse da investire ad esempio in manutenzione; invece ha privatizzato la rete autostradale vent'anni fa per offrire ai privati una ricca torta. Il centrosinistra di governo fu regista dell'operazione; la famiglia Benetton era ed è non a caso tra i suoi tradizionali supporter.

Ma non solo. Lo Stato ha assicurato ai Benetton e a tutti i concessionari privati accordi segreti, cioè accordi sottratti all'opinione pubblica e al suo controllo, senza che nessuno muovesse scandalo. Ha rinunciato a gestire in proprio l'intera attività di monitoraggio sulla tenuta della rete autostradale, affidandola in toto ai privati, che l'hanno pretesa come parte integrante della concessione. Infatti né gli enti locali né lo Stato intervengono in questo campo con propri tecnici e specialisti, gli unici tecnici sono quelli pagati da Autostrade per l'Italia. Dunque lo Stato ha messo la vita nelle mani del profitto in termini strettamente tecnici, non solo economici. Il crollo di Genova ci parla anche di questo.

Dopo la tragedia, l'intera stampa nazionale si straccia come sempre le vesti. Corriere, Repubblica, La Stampa, persino Il Sole 24 ore, tutti i campioni delle privatizzazioni nel nome del libero mercato e del progresso piangono lacrime di coccodrillo. “Tutti sapevano” (Corriere), “Stato di degrado delle nostre opere pubbliche” (La Repubblica), “Urgente piano di monitoraggio nazionale” (Il Sole). Ma dove stavano tutti questi soloni del pubblico interesse quando i governi da loro sostenuti affidavano ai Benetton le autostrade? Dalla parte dei Benetton, naturalmente, come di tutti i grandi azionisti. Se oggi recitano commozione e sdegno è solo perché devono vendere copie, in concorrenza tra loro, sul mercato dell'informazione. Perché anche l'informazione, come tutto, è mercato nella società borghese.

Non meno ipocriti sono i vertici del nuovo governo giallo-verde.
Salvini, Toninelli, Conte hanno fatto a gara nel promettere la punizione dei colpevoli, la revoca delle concessioni ad Autostrade, «un grande piano di monitoraggio e manutenzione dell'intero patrimonio pubblico nazionale» (Toninelli). Bene, bravi, bis. Lo stesso M5S che nel 2013 difendeva le rassicurazioni della società Autostrade sul fatto che “il ponte Morandi durerà altri cento anni” ora revoca la concessione ad Autostrade perché inaffidabile? Possibile. Tutto e il contrario di tutto pur di incassare voti, questa è da sempre la cifra del grillismo. A proposito di inaffidabilità.
Ma per il “grande piano” di Toninelli? Per un grande piano come quello promesso occorrono diverse centinaia di miliardi. Li possono trovare quelli che si impegnano a concedere alle grandi ricchezze il più grande regalo fiscale del dopoguerra, cioè flat tax più condono?

Di più. Nello stesso giorno in cui l'ex carabiniere Toninelli proclama il suo piano a reti unificate, il sottosegretario a Palazzo Chigi Stefano Buffagni, grande emergente del M5S, promette solennemente, sul quotidiano di Confindustria, che “l'Italia non tradirà i creditori”. «Questo governo non ha alcuna intenzione di disattendere gli impegni presi coi creditori del Paese», dichiara Buffagni (Il Sole 24 ore, 15 agosto). Inoltre rivendica come medaglia nazionale l'avanzo primario migliore d'Europa. Ma l'avanzo primario migliore d'Europa è solo la misura dei risparmi pubblici (manutenzione inclusa) al netto del pagamento degli interessi sul debito. E gli impegni presi coi creditori sono l'impegno a continuare a pagare alle banche il debito pubblico con tanto di interessi (70-80 miliardi annui, oltretutto in crescita) e la riduzione progressiva del debito attraverso il suo pagamento. Come? Anche con «nuove privatizzazioni», assicura l'ultima nota congiunta fra Tria, Di Maio e Salvini, per rassicurare i mercati.
Sarebbe questo il governo del cambiamento? Da un lato promette la revoca della concessione ai Benetton - con l'occhio al pallottoliere elettorale, dall'altro assicura nuove privatizzazioni per pagare il debito alle banche e detassare i profitti?

La verità è che tutti i governi borghesi, giallo-verde incluso, amministrano le regole del gioco dettate dal profitto; e le regole del profitto sono quelle che producono il crollo di opere pubbliche, che trasformano i terremoti in ecatombi, che causano il dissesto idrogeologico di gran parte del territorio.

Per realizzare una svolta vera occorre rovesciare la dittatura del profitto.
Recuperare il controllo pubblico sulle opere sociali, sulla viabilità, sui mezzi di trasporto. Revocare tutte le concessioni ai privati (non solo ai Benetton) in fatto di autostrade e strade. Nazionalizzare la grande industria edilizia e del cemento, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, a garanzia della sicurezza pubblica. Investire un grande volume di risorse pubbliche per monitoraggio, manutenzione, ricostruzione di buona parte della rete autostradale e non, ricavando tali risorse nell'unico modo possibile: abolendo il debito pubblico verso le banche, e dunque nazionalizzandole sotto controllo sociale; e imponendo una tassazione progressiva sui grandi patrimoni, profitti, rendite, che hanno lucrato per decenni sullo sfruttamento dei salariati e sul saccheggio del territorio.

È un programma esattamente opposto a quello di Salvini e Di Maio, come a quello di tutti i governi precedenti. È un programma che solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e sulla loro organizzazione, potrà realizzare.
Fuori da questa prospettiva, c'è spazio solo per l'inganno. E per i morti.
Partito Comunista dei Lavoratori