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Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

Al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici di GKN

 


Perché la loro lotta diventi una vertenza pilota, nel segno di un fronte unico di classe

9 Luglio 2021

Dopo la Giannetti di Monza, la GKN di Firenze: 422 lavoratori e lavoratrici licenziati/e per e-mail.

I padroni non hanno perso tempo. La bufala secondo cui l'avviso comune tra Landini, Draghi e Bonomi avrebbe rappresentato una vittoria dei lavoratori appare alla luce dei fatti tanto più rivoltante. La verità è che da tempo il 30 giugno era una data garantita da Draghi a Confindustria come fine irreversibile del blocco. I consigli di amministrazione di decine di aziende hanno preparato da mesi piani di ristrutturazione e licenziamenti; aspettavano solo lo scoccare dell'ora. Tutto fa pensare che siamo all'inizio di una fase nuova dello scontro sociale.

Il caso GKN è paradigmatico. GKN è una multinazionale britannica per nulla in crisi. Produce componenti per l'industria automobilistica, per le macchine agricole, per il settore aerospaziale. Nel primo trimestre dell'anno in corso ha realizzato profitti superiori alla media. Il rimbalzo economico annunciato per il 2021 si annuncia rilevante sul mercato mondiale, in particolare nell'industria: un'azienda che produce prevalentemente per il mercato estero, come GKN, ha tutti i margini per fare profitto, tanto più per il fatto che alcuni settori tecnologicamente avanzati come l'aerospaziale, fiore all'occhiello di GKN, attraversano una fase espansiva.

Ma nella guerra tra pescecani per la spartizione del mercato mondiale ogni multinazionale scarica sugli operai i costi della concorrenza. Apre e chiude singoli impianti dentro una logica globale, in funzione della massimizzazione del profitto. Lo ha fatto la Bekaert, lo ha fatto la Whirpool, lo fa oggi GKN. Aziende che hanno intascato negli anni fior di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, presentano ogni volta il conto agli operai.
Ogni volta le burocrazie sindacali portano a spasso i lavoratori nel giro delle sette chiese (ministri, giunte regionali, consigli comunali, parroci, stampa locale...) raccogliendo attestati ipocriti di solidarietà e promesse pelose che non contano nulla. Ogni volta i lavoratori ne escono con le ossa rotte, in condizioni peggiori e molto spesso in mezzo a una strada.
Per decenni si è invocata la soluzione “realistica” del meno peggio, negoziando sul piano inclinato della riduzione dei costi per il padrone. Ma la somma dei meno peggio ha fatto il peggio: una sconfitta in ordine sparso di centinaia di migliaia di lavoratori, prima spremuti come limoni, poi gettati via come ferrovecchio. È la storia degli ultimi dodici anni. La storia del ripiegamento del movimento operaio italiano.

Questa storia non può e non deve ripetersi. Di fronte all'onda d'urto dei licenziamenti annunciati occorre una svolta radicale di metodi d'azione, di organizzazione, di piattaforma. Una svolta che dica: la ritirata è finita, ora basta.
Le fabbriche che licenziano vanno occupate, per impedire ai padroni di portar via i macchinari. Va organizzata la cassa di resistenza per sostenere la lotta prolungata. Va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'azienda che licenzia per garantire il diritto incondizionato al lavoro. Va promosso un coordinamento nazionale di tutte le lotte di resistenza, per fare di tante vertenze isolate una grande vertenza nazionale: per trasformare la debolezza di ognuno nella forza di tutti. È la proposta che il PCL ha avanzato e avanza controcorrente nelle assemblee dei lavoratori, nei sindacati, nei circuiti unitari dell'avanguardia.

La lotta che è iniziata alla GKN non è una lotta qualsiasi. La FIOM di fabbrica è guidata dai compagni operai dell'area di opposizione in CGIL, tra i quali avanguardie rivoluzionarie formate, con una lunga esperienza maturata sul campo. Anche per questo, a certe condizioni, la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di GKN può diventare una vertenza pilota, capace non solo di reggere lo scontro col proprio padrone, ma anche di parlare alla classe operaia italiana. Innanzitutto ai lavoratori della Whirlpool e di centinaia di altre aziende in lotta.

Il nostro partito, nei limiti delle sue possibilità, darà tutto il proprio sostegno, attivo e determinato, ai lavoratori e alla lavoratrici di GKN e alla loro lotta.

Giù le mani dagli operai! Il posto di lavoro non si tocca!

Partito Comunista dei Lavoratori

Angelo Del Boca, uno studioso onesto del colonialismo italiano

 


All'età di 96 anni si è spento Angelo Del Boca, studioso intellettualmente onesto del colonialismo italiano e dei suoi crimini. Tutto il suo imponente impegno storiografico si è concentrato sulla demolizione del presunto carattere “mite e generoso” delle imprese imperialiste dell'Italia nel corso della sua storia, ottenendo per questo l'aperta ostilità o la silenziosa diffidenza non solo delle destre reazionarie ma anche di buona parte della storiografia di estrazione socialdemocratica e/o togliattiana, sempre alla ricerca di un proprio posto al sole nella storia patria.


Italiani brava gente: il mito dell'italiano antropologicamente buono, incapace per la sua stessa indole di violenza e sopraffazioni ai danni di altre popolazioni, fu un mito coloniale. Nacque con l'esordio della politica coloniale italiana in Africa negli ultimi decenni dell'800, a partire dallo sbarco in Eritrea con la conquista di Asmara. Giunto per ultimo al colonialismo tra gli imperialismi europei, l'imperialismo italiano si presentò già allora come colonialismo progressista, per questo incapace di «rimanere spettatrice inerte di fronte alla battaglia tra la civiltà e la barbarie», come disse il governo di Stanislao Mancini. Naturalmente la “barbarie” erano le popolazioni indigene, la “civiltà” la patria tricolore.

Del Boca ha documentato metodi e fini di questa “civiltà”: i 100.000 libici uccisi tra il 1911 e il 1932 in Libia, e la deportazione alle Isole Tremiti e a Ustica di decine di migliaia di prigionieri ridotti a larve umane; le rapine e gli eccidi compiuti in Cina nel corso della lotta ai Boxer (assieme a inglesi, russi, giapponesi, tedeschi) per conquistare aree portuali e sbocchi commerciali; le stragi indiscriminate di civili in Etiopia dopo l'attentato al maresciallo Graziani nel febbraio del 1937, con l'uso dell'iprite e delle armi chimiche per annientare la resistenza del Negus; la diretta partecipazione allo schiavismo in Somalia lungo le rive dei grandi fiumi, con tanto di spartizione di tangenti tra compagnie italiane e britanniche; le “bonifiche etniche” praticate nei Balcani contro le popolazioni croate e slovene...
La storia dell'imperialismo italiano è bagnata dal sangue delle sue vittime, piegate con l'uso del terrore. Nessuno di questi crimini è stato punito, a partire dagli ufficiali. Chi volesse documentarsi al riguardo può leggere Italiani, brava gente?, scritto da Del Boca nel 2005, e ripubblicato in edizioni successive. Di certo vi troverà ciò che non potrà trovare in alcun libro di liceo.

L'occupazione italiana della Libia fu al centro degli studi di Del Boca. Possiamo anzi dire che lo studio più serio e documentato in Italia della storia libica dal 1911 alla fine della seconda guerra è stato quello condotto da Del Boca, con numerosi lavori. L'unico altro lavoro che regge in parte il confronto è quello dello storico americano di origini italiane Claudio Segrè. Per il resto silenzio pressoché totale.
Non è un silenzio casuale, perché la Libia sbugiarda il pregiudizio secondo cui se là vi sono stati orrori sono tutti imputabili al fascismo. No, l'impresa libica è stata avviata dal governo liberaldemocratico di Giolitti nel 1911, sotto la pressione del Banco di Roma, per partecipare alla spartizione dell'Impero ottomano. I primi gas asfissianti contro la resistenza berbera, le prime “cacce agli arabi” per le vie di Tripoli con relative torture e squartamenti, le prime grandi deportazioni di massa dei prigionieri libici, sono avvenute all'ombra dell'Italia liberale. La riconquista libica tra il 1922 e il 1931 da parte del governo e poi del regime di Benito Mussolini ha ripercorso a ritroso le tracce del colonialismo giolittiano, aggiungendovi un gigantesco carico di sangue.

La storiografia borghese, conservatrice e progressista, è incapace di riconoscere le responsabilità dello Stato italiano e delle sue gerarchie militari nelle responsabilità del colonialismo. La retorica patriottica non lo consente. Le carriere accademiche o giornalistiche neppure.
In Francia esiste un dibattito pubblico, seppur distorto e ipocrita, sulle responsabilità di Parigi in Algeria o in Ruanda. In Belgio esiste un confronto pubblico sui crimini compiuti dal proprio imperialismo in Congo. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti le responsabilità dei rispettivi imperialismi sono emerse nella denuncia delle organizzazioni antirazziste imponendosi all'attenzione di decine di milioni di uomini e di donne e guadagnando per questa via legittimazione e accesso sulla stessa stampa borghese. In Italia no. La brava gente non deve essere scossa dalla conoscenza della verità. Il libro dell'imperialismo tricolore va tenuto chiuso.
L'opera di Del Boca Gli italiani in Africa orientale, che pur si occupa prevalentemente del colonialismo fascista, venne denunciata dalle associazioni dei reduci d'Africa e dal MSI come lesivo dell'interesse nazionale. Indro Montanelli sentì il bisogno di confutare la documentazione di Del Boca, salvo uscire dal confronto completamente spennato e con la coda tra le gambe. La Chiesa cattolica, che benedì ogni patria impresa, si guarda bene dal sollevare questioni: anche perché ad esempio sarebbe imbarazzante ricordare lo sterminio di duemila preti e diaconi nella città etiope di Debra Libanòs da parte delle cristianissime truppe fasciste.

Il film sulla eroica resistenza berbera guidata da Omar al-Mukhtar, Il leone del deserto, non è mai stato proiettato in Italia, nonostante l'illustre interpretazione di Anthony Quinn. L'onore dell'esercito italiano non può essere offeso dall'immagine della impiccagione di Omar, dell'esposizione pubblica del cadavere martoriato di un difensore della propria gente e della propria terra, unicamente colpevole di resistenza all'invasione italiana. Né gli italiani possono leggere quello che scriveva a Graziani il maresciallo Badoglio, futuro presidente del Consiglio (col sostegno di Stalin e di Togliatti) dopo l'assassinio di Omar: «[...] la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».

Oggi, nei tempi del rilancio del nazionalismo italiano, con sventolio di tricolore, canti compunti dell'inno nazionale, generali in uniforme con tanto di pennacchio impegnati nelle vaccinazioni; nel tempo in cui l'Italia dell'ENI ritorna in Libia per contenderla alla Turchia e alla Francia, come un secolo fa agli ottomani; nel tempo in cui l'Italia si spinge sino al Sahel per sbarrare la via di fuga dalla fame di centinaia di migliaia di uomini e di donne, privati di tutto, persino della loro dignità... oggi sentiamo il dovere di rendere omaggio ad Angelo Del Boca, alla testimonianza della sua ricerca controcorrente, a parole autentiche di verità.

Partito Comunista dei Lavoratori

Cassa di solidarietà per Adil

 


Diffondiamo l'appello per una cassa di solidarietà per sostenere la famiglia di Adil Belakhdim, il compagno del SI Cobas ucciso vigliaccamente a Novara durante un picchetto. Nell'associarci a questa e a tutte le altre forme di solidarietà e di autoorganizzazione dei lavoratori, ribadiamo la necessità di una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle lotte.




APERTA LA CASSA DI SOLIDARIETÀ PER ADIL

Tutti coloro che intendono dare un contributo per sostenere i familiari e le spese legali del nostro compagno Adil Belakhdim, possono inviarli a mezzo bonifico al seguente IBAN:



IT23O3608105138254343954358

oppure a mezzo ricarica Postepay a:

5333171076048723


Intestato in entrambi i casi a Raffaella Crippa, codice fiscale: CRPRFL76T43C523I

BIC/SWIFT (per i versamenti da altri paesi): BPPIITRRXXX


Causale: “per Adil Belakhdim, assassinato durante uno sciopero”

Lo Stato siamo noi

 


I pestaggi a Santa Maria Capua Vetere e la natura reale dello Stato

L'ignobile pestaggio di centinaia di detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere richiama alcune considerazioni obbligate.

Il fatto che l'ex ministro degli interni Matteo Salvini vada a solidarizzare con gli agenti della Guardia Penitenziaria arrestati perché «non hanno fatto nulla di male» dà la misura dell'uomo, oltre che del segretario della Lega: non c'è da stupirsi per chi solidarizzò a suo tempo con i massacratori di Cucchi definendoli “innocenti” e “vittime della campagna ideologica della sinistra”. Per chi fa della divisa il proprio marchio di riconoscimento è normale.

Piuttosto colpisce il commentario sorpreso e sdegnato della stampa borghese democratica, e dell'attuale ministra della giustizia: «Tradita la Costituzione, voglio verificare ogni passaggio».
Ma di che verifica c'è bisogno? Gli agenti erano indagati da un anno, perché le telecamere, che forse gli agenti credevano spente, avevano ripreso la mattanza, e perché le registrazioni, spesso cancellate, erano state acquisite dal magistrato di sorveglianza.
Eppure per un anno gli agenti sono rimasti al loro posto con la copertura del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Anche perché un anno fa (16 ottobre) l'allora ministro Bonafede – ossimoro ingrato – dichiarava solennemente in Parlamento che tutto si era svolto regolarmente nelle carceri italiane (Santa Maria Capua Vetere inclusa) nonostante gli scenari di guerra documentati dai media e le tante morti oscure tra i detenuti. «Una doverosa operazione di ripristino della legalità», dichiarò il Guardasigilli, col plauso corale del M5S e del PD, gli stessi che oggi fanno i sepolcri imbiancati dell'indignazione, gli stessi che assieme a Salvini sorreggono Draghi e la ministra Cartabia. Se la ministra “vuole verificare ogni passaggio” della vicenda interroghi prima di tutto chi le dà i voti in Parlamento.

Per il resto è tutto terribilmente chiaro, nel suo orrore. Pestaggio pianificato di tutti i detenuti da parte del “Gruppo di supporto agli interventi”, la struttura militare di rinforzo chiamata dalle autorità carcerarie. Partecipazione attiva e collettiva di tutti gli agenti al pestaggio e all'umiliazione dei detenuti – disabili inclusi – tra manganellate, calci, perquisizioni anali coi manganelli, strappo di barbe, privazione in giornata di cibo e acqua. Per i pestati proibizione delle cure mediche, del contatto coi familiari, del cambio di vestiti impregnati di sangue per una settimana, imposta dalla minaccia di altri pestaggi.
C'è bisogno di aggiungere altro a questo spettacolo di vigliaccheria, disumanità, ed impotenza?

“Non facciamo di tutta l'erba un fascio, distinguiamo le mele marce dal resto!”, protesta il buonsenso democratico. Lo si è detto per la Diaz e Bolzaneto di vent'anni fa a Genova, come per Cucchi, Aldovrandi e mille altri. Lo si è detto per i carabinieri di Modena che torturavano e taglieggiavano i tossicodipendenti per gestire in proprio lo spaccio. Lo si dirà nei prossimi giorni quando troveranno conferma i pestaggi cileni consumati, a telecamere spente, nelle carceri di Ascoli e di Potenza. Come se l'eterno ripetersi di pratiche di violenza e tortura da parte dei corpi militari dello Stato non fosse sufficiente di per sé per porsi interrogativi di fondo e più scomodi.

Qual è la natura reale dei “corpi di pubblica sicurezza”, in tutte le loro articolazioni? Santa Maria Capua Vetere è, nella sua brutalità, un caso di scuola. La mattanza è stata compiuta collettivamente, senza eccezioni. Gli indagati sono solo una parte degli agenti coinvolti, quelli di cui è stata possibile l'identificazione. Le testimonianze parlano del pieno coinvolgimento dei comandi.
La retorica delle “male marce” va allora esattamente rovesciata: perché nessuna mela buona si è messa di mezzo, ha rifiutato i pestaggi, ha denunciato i responsabili? Il punto è esattamente questo. Nei corpi repressivi non conta la coscienza di qualche singolo, ma lo spirito di squadra, la cultura della forza, l'obbedienza gerarchica al comando, la reciproca omertà e copertura come codice d'onore. Quella cultura che magari inneggia sui social alle prodezze della polizia di Bolsonaro e che fa di Salvini “Il Capitano” della Polizia.
Chi si dissocia, a maggior ragione chi denuncia, è l'“infame”, come nella malavita. È la ragione per cui “casi” come quelli in questione sono solo la punta dell'iceberg di ciò che realmente avviene in tante strutture carcerarie o questure, ai danni di soggetti deboli, marginali, ricattabili, spesso oggetto di pubblica esecrazione, e per questo maggiormente indifesi. È il mondo sommerso della delinquenza dello Stato, infinitamente più ampio di ciò che inquadrano le telecamere di sorveglianza.

“Ma la Costituzione...”. La Costituzione è un pezzo di carta, la vita reale è un'altra cosa. La Costituzione di De Gasperi e Togliatti, al pari di tante costituzioni borghesi, prevede formalmente il diritto al lavoro, alla casa, alle cure, persino l'uguaglianza, oltre che il rispetto della dignità di ogni persona. La vita reale della società borghese si fonda invece sullo sfruttamento e l'oppressione della maggioranza della società da parte di una piccola minoranza, che si regge sull'uso della forza. La Costituzione formale che declama i diritti serve a nascondere la costituzione reale della società che li calpesta. La democrazia borghese nasconde, da sempre, la dittatura dei capitalisti.

“Applichiamo la Costituzione...”. Ma per “applicare i principi della Costituzione” è necessario rovesciare quella società capitalista che la stessa Costituzione tutela, quello Stato borghese che la stessa Costituzione sorregge. Lo Stato è fondamentalmente un corpo di uomini in armi al servizio della classe sociale dominante, come scriveva Engels. La forza dello Stato è superiore alla sua legge formale, perché la sua legge reale è la forza, anche nella Repubblica più democratica.
“Lo Stato siamo noi!” gridavano gli agenti nel mentre massacravano i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Purtroppo è la realtà. Senza spezzare l'apparato burocratico e militare dello Stato, senza sciogliere i corpi repressivi, senza rovesciare la forza organizzata della borghesia, nessuna alternativa sociale è possibile. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Solo il potere dei lavoratori può realizzare una democrazia vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

La mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

 


La giustizia borghese: paradiso per i ricchi (e per i padroni), inferno per i poveri

Gli appartati repressivi, dalle forze dell’ordine ai tribunale al sistema carcerario, sono parte essenziale dello Stato borghese.
Come sappiamo da Marx in poi, questi apparati devono essere funzionali al mantenimento dell’ordine sociale borghese, fondato sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori da parte dei capitalisti.
L’amministrazione della giustizia, in un regime borghese, non può dunque contraddire questa funzione essenziale.

Le statistiche correnti sulla popolazione carceraria sono già esplicative: la maggioranza della popolazione carceraria è composta da autori di reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti; più di un terzo è immigrata.
Sono due condizioni che fanno trasparire la natura prevalentemente proletaria e sottoproletaria della popolazione carceraria, mentre i colletti bianchi (padroni, manager e grandi funzionari pubblici e privati) latitano e nella grande maggioranza dei casi, quando non assolti o prescritti, riescono ad ottenere sconti di pena e arresti domiciliari, grazie all’aiuto di apparati di difesa legale (interi studi di avvocati) posti al loro servizio grazie alle disponibilità economiche.

Già questo basta ampiamente ad illustrare la natura di classe dell’amministrazione della giustizia.
Dai numeri delle statistiche si può anche desumere che il sistema carcerario serva soprattutto a reprimere la cosiddetta devianza sociale, e non i crimini connessi all’esercizio dello stesso regime economico, come ad esempio i reati connessi alla mancata sicurezza sul lavoro, le molestie e il mobbing, i reati ambientali, eccetera.
Questi reati, tipici della classe capitalista e dei propri funzionari, vengono, a conti fatti, repressi in misura significativamente minore.

I fatti di cronaca a volte illuminano questa realtà spesso oscurata dai discorsi di abili retori del foro giuridico. È il caso dei fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020.

“Mi hanno ucciso di mazzate”. Così ha denunciato un ex detenuto del carcere. “Li abbattiamo come vitelli” è la frase impressa nella chat presente nei cellulari degli agenti della Polizia Penitenziaria accusati dalla Procura di santa Maria Capua Vetere di aver commesso “un’orribile mattanza”.
Questa mattanza è stata il frutto della vendetta ordinata ai secondini da parte dei propri superiori per punire i detenuti rei di aver protestato dopo essere venuti a conoscenza di una caso di Covid nel carcere, dove le misure di sicurezza e di prevenzione dal contagio, in carceri disumanamente sovraffollate, più che latitare spesso erano proprio assenti.

L’episodio peraltro si inserisce nella serie di rivolte carcerarie esplose tra il marzo e l'aprile dello scorso anno e che hanno provocato la morte di molti detenuti i circostanze mai del tutto chiarite.

Questi episodi, per le modalità descritte, con i detenuti costretti a passare tra due ali di poliziotti che li colpivano duramente con i manganelli alle spalle, ricordano tristemente le analoghe mattanze che avvennero alla scuola Diaz e presso la caserma di Bolzaneto in occasione delle contestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001, e di cui ricorre il ventesimo anniversario proprio in questi giorni.

In definitiva, se nella società la classe lavoratrice è fatta oggetto, in ragione del rilancio dei profitti e del ciclo di valorizzazione capitalisti, di misure di macelleria sociale, licenziamenti, sfratti, precarietà e attacco alle condizioni di sicurezza sul lavoro, nelle carceri della giustizia borghese si completa l’opera letteralmente con una vera e propria “mattanza” per colpire i devianti, prodotti necessari dello sfruttamento e alienazione capitalistici.

Negli stessi giorni possiamo avere l’esatta controprova del carattere selettivo e classista della repressione.

Il compagno Adil Belakhdim è stato investito e ucciso da un crumiro, autista di camion, aizzato dal padrone dell’azienda. In questo caso si sono applicate le regole garantiste, consentendo immediatamente gli arresti domiciliari all’assassino, mentre la campagna di stampa deplora le violenze che si produrrebbero nel corso dei picchetti operai, ovviamente senza indicarne le responsabilità padronali e la complicità della polizia che sta a guardare.

La tragedia della funivia del Mottarone è stata senza dubbio provocata dalla più efferata trascuratezza delle minime misure di sicurezza, la cui responsabilità ricade sul gestore e il management, eppure in barba alle raccomandazioni della Procura il GIP ha scarcerato immediatamente proprio questi ultimi adendo alle misure di massima garanzia per gli imputati.
Proprio quelle misure di garanzia e di rispetto minimo dei più elementari diritti umani che corpi scelti di Polizia Penitenziaria pensano bene di poter trascurare a piacimento.

Il fatto che l’episodio emerga alla cronaca, e che per questo la Procura debba aprire l’indagine, dimostra soltanto che si tratta della solita punta dell’iceberg di un sistema di amministrazione della giustizia e della detenzione di chiara matrice classista.

Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori che porti al socialismo sarà in grado di rovesciare questo sistema e di far rispettare i diritti e le garanzie per le proletarie e i proletari, i poveri e le classi popolari, punendo adeguatamente i terribili crimini commessi dai capitalisti e dai loro servi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accordo truffa

 


Le burocrazie sindacali presentano come vittoria lo sblocco dei licenziamenti, senza aver fatto un'ora di sciopero per contrastarlo

Un vecchio adagio dice che più la merce è scadente più la confezione dev'essere voluminosa.
L'accordo tra governo, burocrazie sindacali e Confindustria sui licenziamenti calza alla perfezione con questo assunto. In questo caso però la sproporzione tra merce e confezione è talmente ampia da meritare la categoria della truffa.

"Un grande risultato per i lavoratori e per il Paese dovuto alle mobilitazioni sindacali" esulta Landini. Ma dove sarebbe il grande risultato? Di certo non lo ha visto il quotidiano di Confindustria:

«Nel testo, limato fino all'ultimo momento, e sottoscritto dal Presidente del Consiglio, da Orlando e dalle parti sociali, si dà sostanzialmente il via libera al superamento del blocco dei licenziamenti, con le eccezioni che saranno introdotte dal Decreto oggi al vaglio del Consiglio dei Ministri, e al tempo stesso viene sottolineato l'impegno a “raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione del rapporto di lavoro”» (Il Sole 24 ore, 30 giugno).

Dunque: il blocco dei licenziamenti finisce col 30 giugno. Dal 1 luglio la libertà di licenziare riprende a pieno regime. Le eccezioni riguardano il comparto tessile-abbigliamento-pelletteria, per il quale si proroga il blocco in cambio di altre 17 settimane di cassa integrazione gratuita. Punto.
Tutto il resto è aria fritta. Il governo mette a disposizione altre 13 settimane di cassa per le imprese che avessero esaurito gli ammortizzatori, e chi ne usufruisse non potrebbe licenziare per il periodo considerato. Ma sono i padroni a scegliere se usufruirne o meno, a seconda dei propri interessi aziendali.

L'«impegno a raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori» vale meno di zero dal punto di vista giuridico e pratico. Ammesso che vi sia l'“impegno”... la “raccomandazione” non si nega a nessuno, come ogni supplica di misericordia. Qualsiasi padrone resta libero di ignorarla.
«Non si tratta di un accordo, non vi sono vincoli veri e propri», precisa a scanso di equivoci Il Sole 24 Ore (30 giugno), che si “impegna” da subito a chiarire ai capitalisti che potranno fare ciò che vogliono. In altri termini, nessuna azienda che voglia licenziare invece che usare gli ammortizzatori subirà la minima sanzione. Gli unici che non potranno scegliere sono gli operai.

L'accordo risponde ai diversi interessi degli attori in gioco. Il governo copre i partiti della sua maggioranza e le loro ipocrite “preoccupazioni” per il lavoro. La Confindustria offre una foglia di fico alle burocrazie sindacali in cambio dell'incasso della libertà di licenziare. Le burocrazie sindacali offrono a padroni e governo il proprio lasciapassare in cambio del riconoscimento della concertazione.

Landini recita la “pubblica soddisfazione” della CGIL per mascherare la propria capitolazione. È l'arte consumata di vendere fumo per celare l'arrosto. Ma i fatti hanno la testa dura.
“Mai accetteremo lo sblocco dei licenziamenti, ricorreremo alla mobilitazione” aveva tuonato Landini nelle settimane scorse. Siamo ora di fronte a uno scenario opposto: non solo la CGIL ha evitato lo sciopero generale e qualsiasi indicazione di lotta, ma ha il coraggio di presentare oggi come vittoria dei lavoratori la libertà di licenziare dei loro padroni.

È una responsabilità pesante, tanto più a fronte di un governo di unità nazionale che ha deciso la liberalizzazione dei subappalti, abbatte i controlli ambientali e persino quelli anticorruzione, progetta la riduzione delle tasse per le rendite finanziarie. Dare il via libera allo sblocco dei licenziamenti, senza aver attivato la minima resistenza, significa rafforzare il corso generale delle politiche borghesi a scapito della classe operaia, dei suoi interessi, della sua combattività, contro quelle dinamiche di scioperi di solidarietà che in queste settimane, dopo l'assassinio di Adil, hanno unito lavoratori della logistica e dell'industria, al di là delle diverse sigle sindacali, attorno a una comune appartenenza di classe.

Questo accordo va dunque denunciato e respinto da tutto il sindacalismo di classe, che tanto più oggi ha la responsabilità di unire nell'azione le proprie forze per contrastare l'offensiva padronale che si annuncia.

Quanto alla battaglia interna in CGIL, è il momento di chiedere conto a Maurizio Landini delle responsabilità che si è assunto, con le relative conseguenze, senza sconti e timidezze reverenziali. Un tradimento si chiama tradimento, nelle assemblee dei lavoratori come nelle strutture sindacali. L'opposizione alla burocrazia sindacale affronta oggi un nuovo banco di prova.

Partito Comunista dei Lavoratori