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La centralità della questione di classe nella lotta per i diritti civili

 


La comunità LGBTQIA+ sta lentamente ottenendo la visibilità che merita dopo secoli di invisibilità. Negli ultimi decenni i movimenti per i diritti civili stanno conquistando sempre più terreno e il numero delle conquiste e delle rivendicazioni cresce di anno in anno. La pandemia da Covid-19 ha segnato un brusco arresto di questo processo mettendo in luce le contraddizioni del sistema esistente, le aporie del movimento LGBTQIA+ e mostrando la fragilità di gran parte dei risultati ottenuti fino ad ora. In Italia, il più arretrato dei paesi dell’Europa Occidentale sulla questione, la situazione dopo un intero anno di emergenza sembra essersi ulteriormente aggravata. Basta dare uno sguardo a qualche dato ufficiale per notare la gravità della situazione.


Nel 2020 ILGA Europe (International Lesbian and Gay Association Europe, NdA) segnala 138 crimini dettati da odio omobitransfobico avvenuti in Italia tra cui alcuni omicidi. Dato inquietante e purtroppo parziale visto che la maggior parte degli atti violenti e discriminatori avviene lontano dagli occhi e dalle orecchie di eventuali testimoni (soprattutto in ambiente domestico) e che la maggior parte delle vittime di violenza o discriminazione non denuncia i fatti alle associazioni LGBTQIA+ e tantomeno alle autorità (i dati OSCAD disponibili per il 2019 riportano 107 casi, nello stesso anno ILGA Europe ne segnalava ben 187!).

Soltanto nel periodo compreso tra febbraio e oggi sono state segnalate (soprattutto dalle associazioni LGBTQIA+ o dalle vittime stesse) almeno sette casi tra aggressioni fisiche, aggressioni verbali e altri atti determinati da odio omobitransfobico. La lista effettiva dei casi avvenuti dall’inizio dell’anno è probabilmente più lunga.

Passando velocemente in rassegna i fatti ci troviamo davanti un quadro desolante.
Il 31 gennaio a Inverigo (Como) un gruppo di quindici ragazzi prende di mira un ragazzo omosessuale prima insultandolo e poi cercando di colpirlo a sassate.
Il 26 febbraio alla stazione di Valle Aurelia a Roma l’attivista di GayNet Jean Pierre Moreno, omosessuale e rifugiato LGBT di origine nicaraguense, e Alfredo Zenobio sono stati prima insultati e poi aggrediti fisicamente da un uomo dopo essersi baciati sulla banchina. Fortunatamente l’attivista ha saputo reagire prontamente, difendendo se stesso e il partner e costringendo l’aggressore a dileguarsi. Il video dell’attacco, girato da un amico della coppia, è diventato virale e ha destato anche l’attenzione della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che ha espresso una inaspettata quanto ipocrita condanna dell’aggressione omofoba.
Il 2 marzo a Brugherio (Monza e Brianza) l’auto di Danilo Tota, organizzatore di eventi dichiaratamente omosessuale, viene ricoperta di sputi da un gruppo di ragazzi che poco prima aveva insultato ripetutamente il proprietario con epiteti omofobi.
Il 14 marzo in un parco di Vicenza si consuma un vero e proprio atto di squadrismo omofobico. Il giovanissimo Andrea Casuscelli, studente medio e promessa del pattinaggio artistico nazionale, viene adescato da un coetaneo su Instagram e finisce vittima di un pestaggio (dodici contro uno) che fortunatamente non ha avuto conseguenze gravi.
Il 18 marzo a Catania un controllo di polizia nei confronti di una sex worker trans di origine ecuadoregna diventa una mattanza con fermi arbitrari e manganellate (anche tra i passanti e gli abitanti del quartiere) oltre alla perquisizione non autorizzata in casa della sex worker durante la quale la madre di lei è oggetto di botte, minacce e insulti da parte degli agenti. La sex worker, che portava segni di percosse in viso e sul corpo, è stata condannata all’obbligo di firma in direttissima per oltraggio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Le associazioni locali denunciano la più completa sospensione dei diritti democratici e la totale gratuità e inutilità della violenza poliziesca. Ovviamente la versione dei fatti narrata dalle vittime e dai testimoni è stata prontamente negata dal segretario provinciale del Sindacato Italiano Appartenenti Polizia (SIAP) e dai rappresentanti locali del Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia (COISP) che parlano invece di agenti aggrediti dalla sex worker e da sua madre (come risulterebbe nel rapporto dell’operazione) e della necessità del pugno duro per scongiurare una situazione di pericolo per i colleghi.
Il 24 marzo in un parco di Voghera (Pavia) una giovane coppia lesbica viene aggredita verbalmente da una coppia di genitori per un bacio a stampo scambiato a poca distanza dall’area giochi del parco. La prontezza di spirito delle ragazze riesce rapidamente ad indurre gli aggressori a ripiegare. Il 26 marzo ad Asti * youtuber e influencer Cruella viene aggredit* verbalmente, mentre siede sull’altalena di un parco, da un uomo che * apostrofa violentemente e * costringe ad allontanarsi dall’area accampando come scusa la presenza di alcuni bambini. Più di qualcuno ha giustificato l’azione dell’uomo perché, citando testualmente uno dei tanti commenti sui social, “le altalene sono solo per i bambini”.
Nella notte tra il 27 e il 28 marzo l’automobile di un ragazzo omosessuale di Perugia è stata danneggiata da ignoti che hanno rigato le fiancate del mezzo e inciso la frase “sono gay” sul cofano.

Come se non bastasse in molte città, già dall’estate 2020, vengono proposte mozioni contro l’approvazione del DDL Zan – già approvato dalla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020 con 265 favorevoli e 193 contrari; mossa preventiva messa in campo da Lega-FdI-FI contro una legge che rappresenta un ben misero avanzamento nella tutela e nel riconoscimento delle persone discriminate a causa del loro orientamento sessuale e della loro identità ed espressione di genere. Tra le città che hanno approvato tali mozioni troviamo Pisa, Crotone, Potenza, Monfalcone (EDR di Gorizia) e Ladispoli (Roma Capitale). In questo campo la regione più attiva sembra essere il Veneto: Verona è stata tra le prime ad approvare la mozione e ad oggi nella regione sono molti i comuni e le città ad aderire all’iniziativa reazionaria (ultimi in ordine cronologico Bassano del Grappa nel vicentino e Fontaniva nel padovano). Nel frattempo la proposta di legge (definita “liberticida” dai suoi oppositori) subisce l’ostruzionismo del senatore Andrea Ostellari (Lega), presidente della Commissione Giustizia del Senato della Repubblica, che la ritiene “divisiva” ed è arrivato a proporre come possibile relatore il “compagno” di partito Simone Pillon, noto omofobo e misogino. Le dichiarazioni di Ostellari hanno causato un acceso scontro mediatico tra le forze politiche e sociali favorevoli all’approvazione della legge e le altre forze in seno al governo.

Tutto questo accade negli stessi giorni (notizia del 16 marzo) in cui una certa fetta del movimento LGBTQIA+ (e anche del movimento femminista) giubila perché Amazon ha rimosso dalla sua offerta tutti i libri che descrivono la condizione delle persone trans come patologica. Questa notizia è arrivata ad eclissare in parte l’annuncio del primo sciopero nazionale di Amazon, lanciato dai sindacati confederali, contro le condizioni di lavoro servili e le nuove richieste dell’azienda del miliardario Bezos e di Assoespressi per il rinnovo del CCNL della logistica.

Niente di sorprendente, purtroppo. Da un lato il capitalismo affonda le sue radici nel pieno dominio dei corpi – per fini produttivi e riproduttivi – e utilizza a questo scopo mezzi patriarcali, eteronormativi e binari che – apparsi contemporaneamente con la proprietà privata – avevano permesso di stabilire come uniche forme “naturali” il dominio del maschile sul femminile e la famiglia come unità sociale e produttiva minima con la “logica” conseguenza di elevare al grado di dogma il binarismo di genere e l’eterosessualità. Ciò comporta un controllo serrato nei riguardi della sessualità dei soggetti e legittima la negazione e la repressione di ogni soggettività non conforme al modello prestabilito.

Questo conduce ad un’unica ovvia conclusione. L’omo-lesbo-bi-transfobia, la misoginia, il sessismo, l’abilismo, la xenofobia e il razzismo non sono – come sostiene qualcuno – errori, sbavature o note stonate, causate da improvvise ricadute nell’inciviltà e nell’ignoranza, all’interno della perfetta partitura del capitalismo e dello stato di diritto liberale. Sono, invece, la più chiara ed elementare conseguenza di un sistema di relazioni sociali basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sullo sfruttamento di esseri umani e risorse, ovvero una delle caratteristiche strutturali del capitalismo.

La repressione dell’alterità può assumere forme molteplici come ci raccontano gli esempi tratti dalla cronaca. Tutte sono correlate con l’attuale sistema di sfruttamento e con le sue componenti culturali ed educative. La società capitalista ed eteropatriarcale ha praticamente naturalizzato costruzioni sociali e culturali astratte conformi alle necessità del pensiero e del potere borghese dando loro una materialità granitica e una valenza univoca e universalistica sulla base della quale ogni soggetto viene educato e abituato ad intendere l’attuale sistema delle oppressioni di classe e di genere come “normale” e moralmente “giusto”. Tra le conseguenze di questa egemonia vi è il compimento e la giustificazione di atti repressivi individuali o collettivi contro coloro che vengono percepiti o agiscono come “fuori norma”. La diffusione di idee propriamente dette reazionarie – cioè che accettano, introiettano e condividono l’odierno sistema di dominio e oppressione e sono disposti ad agire per difenderlo e sostenerlo – soprattutto tra le soggettività oppresse è una delle armi più potenti (ed imprevedibili) a disposizione della borghesia per conservare il potere. Nei fatti il sistema capitalista ed eteropatriarcale è sempre il mandante unico e il principale protettore de* autor* di queste azioni anche quando, per mezzo delle sue istituzioni, se ne dissocia o punisce le condotte ritenute “eccessive”, cioè quelle che rischiano di compromettere l’equilibrio delle forze in campo causando la rottura dello status quo precedente ai fatti.

Dall’altro lato il capitalismo stesso riconosce la necessità di preservare condizioni favorevoli alla propria sopravvivenza e riesce a vedere il potenziale economico che può derivare dalla normalizzazione e dal recupero di istanze progressive o di movimenti ed individui precedentemente esclusi e oppressi dalle logiche di mercato e perciò potenzialmente pericolosi. L’emergere, a seguito di lunghi cicli di lotte, di numerose soggettività fino a prima completamente emarginate per motivi razziali, sessuali e omobitransfobici ha portato allo sviluppo di precise agende istituzionali atte a ricondurre – con la collaborazione di determinati settori dei movimenti – alla completa compatibilità tra le richieste delle soggettività in ascesa e il regime classista e borghese.

Ma non è necessario essere de* marxist* rivoluzionar* per notare che le condizioni di vita delle minoranze oppresse non possono realmente cambiare attraverso il dibattimento parlamentare, l’inclusività delle istituzioni (le stesse che poi arrestano, picchiano, minacciano e uccidono ad ogni piè sospinto), il cosiddetto “empowerment” de* lavorator* nelle aziende private e qualche moderata e parziale concessione di diritti (quali possono essere, per rimanere in Italia, il DDL Cirinnà o il DDL Zan).

Infatti noi ci manteniamo equamente lontani dalle pericolose sirene del riformismo e del liberalismo - che tentano di mantenere un’aura di rispettabilità con vuote promesse e piccole riforme dell’assetto giuridico mentre sono complici e artefici dello sfruttamento e dell’impoverimento che colpisce equamente tutt* * sfruttat*. Ovviamente con questo non intendiamo sposare la tesi – tanto amata in alcuni partiti e movimenti sedicenti comunisti e marxisti – di una contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali, dell’inconciliabilità tra una sinistra “fucsia” o “arcobaleno” e una “vera” sinistra fatta di operai maschi, bianchi e eterosessuali. Pertanto rigettiamo l’ipocrisia riduzionistica dello stalinismo che dimostra su questi temi la propria natura controrivoluzionaria con una purezza a dir poco cristallina.

Siamo ben consapevoli di come le lotte per l’acquisizione di diritti democratici (siano essi sociali o civili non è discriminante) siano momenti fondamentali per l’avanzamento del livello di consapevolezza delle soggettività sfruttate ed oppresse, ma esse non devono essere il fine ultimo, bensì una fase intermedia utile ad ottenere maggiore visibilità e maggiore concentrazione attorno alle parole d’ordine della rivoluzione sociale e della liberazione di tali soggettività.

Questo non perché riteniamo esista una sola ed unica forma d’oppressione uguale per tutt* * oppress* in ogni angolo del mondo, in ogni epoca e in ogni cultura. Siamo assolutamente consapevoli della natura molteplice, intersecante e differenziata delle forme d’oppressione e della loro tendenza ad evolversi nel corso del tempo e a cambiare nello spazio. Però, correndo il rischio di ripetere quanto abbiamo già detto in precedenza, riconosciamo la natura singolare della causa delle varie forme d’oppressione, ovvero il modo in cui esse sono state foggiate nel processo di sfruttamento e divisione storica del lavoro salariato per ottenere plusvalore. Questo non significa appunto ridurre tutto al “classismo” negando l’importanza (o l’esistenza) di altre forme d’oppressione, ma prendere atto del fatto che - in una società fondata sull’accumulo di capitale e sulla divisione in classi – la questione di classe è inevitabilmente centrale e svolge un ruolo niente affatto trascurabile nelle battaglie per i diritti civili.

L’ingresso sulla scena sociale di larghe fette di popolazione prima invisibili ha portato anche alla nascita di fenomeni di marketing – per ricollegarci al nostro tema intendiamo pinkwashing e rainbow washing – attraverso i quali il mercato trasforma le nuove soggettività entrate in scena in pletore di nuov* sfruttat* e di nuov* consumator* potenziali, spesso appropriandosi di parole d’ordine progressive o di atti dichiaratamente ribelli per farne innocui slogan pubblicitari o semplici prodotti. In anni recenti, in tutto il mondo, il fenomeno ha assunto una rilevanza molto ampia ottenendo anche l’attenzione del mondo accademico e causando frizioni all’interno dei movimenti LGBTQIA+ e femminista (e anche negli universi variegati dell’antirazzismo e dell’ambientalismo) tra coloro che guardano favorevolmente a tali iniziative in quanto cenni di progresso (“per i liberali la libertà è in ultima analisi la stessa cosa che il mercato”, per citare Trotsky) e coloro che, con la giusta dose di disincanto, denunciano l’incoerenza e l’insignificanza di tali iniziative, smascherandone la natura esclusivamente consumistica e mettendo in luce come molte delle aziende impegnate in queste manovre siano anche le prime in fatto di sfruttamento, repressione sindacale, sospensione dei diritti de* lavorator* e spesso anche in discriminazione (!), inquinamento e estrattivismo (con buona pace delle dichiarazioni dei loro uffici di pubbliche relazioni, dei loro agenti pubblicitari e dei governi da cui ricevono supporto).

Ad oggi, purtroppo, non è ancora giunto il momento di fare un bilancio definitivo di questo periodo straordinario e risulta molto difficile delineare con chiarezza gli scenari che affronteremo nei prossimi mesi. Non possiamo esimerci dall’esporre comunque la necessità di sostenere con tutti i mezzi a nostra disposizione la comunità e il movimento LGBTQIA+ nelle sue lotte coerentemente con il nostro impegno anticapitalista e rivoluzionario. Dobbiamo altresì contribuire a portare ad un nuovo livello la conflittualità del movimento stesso contribuendo a riportare al suo interno la centralità delle istanze anticapitaliste e anticlericali, spingendo per la fine dei compromessi con la borghesia e i suoi partiti (come il PD) e di una nuova unità tra tutti i movimenti per i diritti civili e il movimento operaio. Solo così, infatti, è possibile arrivare all’unica vera forma di liberazione da ogni tipo di oppressione e sfruttamento, cioè quella che passa per l’abbattimento del capitalismo e l’instaurazione del governo de* lavorator* e di tutt* * oppress*.

Achlys Nakta

Si chiama capitalismo, non liberismo

 


Come il quotidiano di Confindustria spiega la follia della società borghese

In tempi di Covid la stessa stampa borghese documenta l'accumulo di nuove povertà. Centinaia di migliaia di precari buttati su una strada, sei milioni di salari tagliati per via della cassa integrazione, fallimento di parte significativa del piccolo lavoro autonomo nel campo del commercio e della ristorazione...
Le immagini delle lunghe file di nuovi poveri davanti alle mense della Caritas sono uno specchio di tutto questo.

Di tutto questo non è responsabile la pandemia, ma l'organizzazione capitalista della società. La stessa che in nome del profitto ha devastato l'ambiente favorendo quei salti di specie che danno origine alle pandemie. La stessa che in nome del profitto ha smantellato per vent'anni i sistemi sanitari in tutto il mondo, rendendoli incapaci di fronteggiare l'epidemia. La stessa che in nome del profitto ha consegnato alle case farmaceutiche il monopolio della ricerca e della produzione di vaccini dando loro potere di vita e di morte sull'umanità intera. La stessa che in nome del profitto, e a causa dei tagli alla pubblica amministrazione, è incapace di organizzare in tempi decenti la vaccinazione di massa della popolazione, a partire dalle persone più anziane.

Nulla come l'esperienza della pandemia ha messo a nudo il fallimento di una società. Non del liberismo, ma del capitalismo.

La cultura liberalprogressista che ha fatto strage nella stessa sinistra “radicale” attribuisce al liberismo i mali del mondo. Per cui “correggiamo con l'intervento pubblico le ingiustizie del libero mercato!” e tutto in un modo o nell'altro si risolve. Questa pietosa illusione neoriformista, spesso spacciata per sano realismo contro l'utopismo rivoluzionario, ignora esattamente la realtà. La quale ci dice che mai come oggi l'intervento pubblico dilaga, in tutti i paesi e sotto tutti i governi. Semplicemente serve a gonfiare il portafoglio dei capitalisti a spese del resto della società.
Altro che liberismo! Siamo nel cuore del più gigantesco statalismo borghese che la storia del capitalismo ricordi. Miliardi presi dalle tasche dei proletari e finiti sul portafoglio degli azionisti.

Vediamo di cosa si tratta. In tutto il mondo gli stessi stati che hanno fatto a gara per abbattere le tasse sui profitti ricorrono a mani bassa all'indebitamento pubblico. Si vendono titoli pubblici alle banche, si travasa il grosso di quanto ricavato nelle tasche dei capitalisti, si promette il pagamento di debito e interessi alle banche che hanno comprato i titoli. Nel frattempo si offre alla banche la copertura delle garanzie pubbliche in modo che possano far credito ai capitalisti senza rischiare un centesimo. Banchieri e capitalisti incassano. Quanto al pagamento del debito e dei relativi interessi, ci penserà il resto della società negli anni a venire, a partire naturalmente dai salariati, privati e pubblici, gli stessi che già oggi sulla propria pelle pagano i costi sociali e sanitari della pandemia.

Pregiudizio ideologico, veteromarxismo? Si dia un'occhiata alla liquidità accumulata dalle grandi imprese nel 2020. Non parliamo delle imprese farmaceutiche, dei produttori di materiale informatico, di larga parte dell'agroindustria. Quelli, si sa, hanno fatto profitti a palate. Parliamo delle prime dieci grandi imprese italiane, appartenenti a tutti i settori. Nell'ordine: Stellantis, ENI, Ferrari, STMicroelectronics, CNh Industrial, Moncler, Campari, Amplifon. Ebbene in un solo anno, e per di più nell'anno maledetto della pandemia, hanno accumulato una riserva di liquidità di 54 (cinquantaquattro) miliardi. Un aumento sull'anno precedente del 36%. Cosa significa concretamente? Due cose. La prima è che hanno intascato un sacco di soldi. La seconda è che non li hanno investiti, li hanno – come si dice in gergo – tesaurizzati. Messi da parte. Accumulati.
Gli stessi che da mesi con Confindustria chiedono di poter licenziare per ristrutturare stanno facendo lo sciopero degli investimenti. Si tratterebbe, secondo Bankitalia, di un "risparmio precauzionale". Significa che non sapendo quale sarà il decorso della crisi e dell'eventuale ripresa, mettono fieno in cascina per il futuro. Di certo se intendono poter licenziare anche lavoratori a tempo indeterminato, dopo essersi già liberati di una buona massa di precari, vuol dire che non intendono assumere. Il fieno servirà per scalate azionarie, operazioni speculative, giochi di borsa, esportazioni di capitale su un mercato mondiale già segnato da nuovi grandi processi di concentrazione monopolista.

La domanda è semplice: da dove proviene nell'anno 2020 questa gigantesca massa di liquidità finita nelle tasche delle prime dieci imprese? Lo spiega il quotidiano di Confindustria: «abbondanza di credito sul mercato» e «garanzie statali» (Il Sole 24 Ore, 4 aprile). Le grandi imprese hanno incassato gratis dalle banche, coperte a loro volta dalle garanzie pubbliche dello Stato. Semplice, no?

Da una parte l'accumulo della povertà, dall'altro l'accumulo della ricchezza. Non è l'Ottocento, è l'oggi. Senza l'esproprio delle grandi imprese, senza il rovesciamento del loro Stato, senza un governo dei lavoratori, non c'è via d'uscita. La soluzione non è l'antiliberismo, la soluzione è la rivoluzione e il socialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Se toccano una, toccano tutte: per Martina e tutte le donne vittime di femminicidio

 


Il 7 aprile tutte e tutti a Firenze, alle 9.30 presso la Corte d'appello del tribunale.

Il PCL presente

«La chiamata al pronto soccorso è delle 7,10 (racconta la madre di Martina Rossi). Se si fossero allertate subito, se c'era una piccola possibilità di salvare mia figlia, loro gliel'hanno negata».

Chi era Martina Rossi? Una studentessa di appena vent'anni, scomparsa all'alba del 3 agosto 2011 in Spagna, a Palma di Maiorca, durante una vacanza estiva con due amiche. Nel tentativo di fuggire dall'aggressione sessuale di due ragazzi, Martina precipitò dal 6° piano dell'hotel dove alloggiava, poiché scavalcò il muretto del poggiolo in preda alla paura e all'affanno.

Le indagini spagnole si erano concluse con l'archiviazione e l'ipotesi di suicidio, ma con il tempo e ulteriori indagini è venuta a galla la verità.

Dopo sette anni, il 14 dicembre 2018, è stata emessa la sentenza: i due imputati sono stati condannati a sei anni di carcere, per i reati di “tentata violenza sessuale di gruppo” e “morte come conseguenza di altro reato”.

Nel verdetto di condanna i giudici scrivono che qualcuno la spogliò per abusarne, sottolineano la sparizione dei pantaloncini mai rinvenuti (Martina fu ritrovata con gli slip e la maglietta). Gli evidenti graffi sul collo di uno degli imputati erano il segno che Martina aveva subito un’aggressione e aveva provato a difendersi.

Il processo di appello arriva un anno dopo e il 28 novembre 2019 viene prescritto il primo reato. Il 9 giugno 2020 in appello i due imputati vengono prosciolti perché “il fatto non sussiste”.

Siamo al 21 gennaio 2021, la Suprema Corte annulla l'assoluzione dei due imputati, decidendo un nuovo appello bis. I giudici della Cassazione spiegano che hanno impugnato l'assoluzione per “l'illogicità” e “l'incompletezza della sentenza”, che non spiega le prove che dimostrano l’aggressione sessuale, su cui si era basato il verdetto di condanna.

Ciò che è accaduto a Martina è l'ennesimo caso di femminicidio.
In Italia nei primi tre mesi del 2021 si contano già quindici femminicidi: Clara Ceccarelli uccisa a Genova con 115 coltellate, Deborah Saltori con un colpo d'accetta, Ilenia Fabbri uccisa addirittura da un sicario, a loro si aggiungono Sharon Barnie, Victoria Osagie, Roberta Siragusa, Tiziana Gentile, Teodora Casasanta, Sonia Di Maggio, Piera Napoli, Luljeta Heshta, Lidia Peschechera, Rossella Placati, Edith (una bambina di due anni), Ornella Pinto, Carolina Bruno e Lorenza Addolorata Carano.

Donne uccise dagli uomini, ma in primis dalla società: la cultura patriarcale nella quale siamo immersi a braccetto con il sistema capitalistico pretende che le donne vivano tra le mura domestiche come oggetti di soddisfazione sessuale e uteri dediti alla riproduzione e al lavoro di cura. Il lockdown ha aggravato la situazione, con un'escalation di violenze: gelosia, rifiuto della separazione, stupro, relazioni tossiche...

A fronte di questi numeri, crediamo che sia giusto domandarsi: perché il femminicidio è ancora difficile non solo da riconoscere ma anche da ammettere? Perché le sentenze spesso negano e cancellano le violenze subite. Chi può alleviare il dolore immenso di genitori o familiari?

Le donne in difficoltà hanno molta difficoltà a chiedere aiuto. Sporgere denuncia o rivolgersi ad un centro antiviolenza non è un'operazione semplice: le donne sono sotto il costante controllo del partner abusante e spesso si vergognano benché non abbiano colpa. I centri preposti all'accoglienza delle donne maltrattate sono in grande difficoltà a causa delle politiche insufficienti messe in atto dai governi borghesi. Tante cerimonie e pochi finanziamenti.

C'è molto da fare. Nel mondo del lavoro e nella società in generale, esiste purtroppo ancora un sistema discriminatorio nei confronti delle donne. È necessario continuare a lottare per abbattere questo sistema fondato sulla supremazia fallica e capitalistica.

Per tornare alla vicenda di Martina, in una delle tante interviste rivolte ai genitori, i giornalisti rivolgendosi al padre domandano quale sia il senso di continuare a lottare per la verità, pur sapendo che la loro Martina non potrà più esserci. Il padre sottolinea l'importanza che non accada mai più ciò che è successo a loro.

Intanto sono passati dieci lunghi anni di attesa, dolore e speranza.

Il prossimo appuntamento sarà il 7 aprile 2021 alle 9.30 presso la Corte d'appello del tribunale di Firenze dove ci sarà la sentenza della Cassazione.

Invitiamo tutte e tutti ad esprimere la propria solidarietà alla famiglia di Martina e accogliamo questa occasione per ricordare tutte le vittime di femminicidio.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Tripoli bel suol d'amore

 


L'“antica amicizia” italo-libica celebrata da Draghi in Libia

Con aria compunta, come da copione, Mario Draghi fa a Tripoli la sua prima uscita all'estero. Tutta la stampa borghese dedica pagine su pagine all'evento: “L'Italia torna il Libia”. Se n'era mai andata?
Draghi ha motivato con parole auliche la scelta di recarsi a Tripoli: “voglio rinnovare l'antica amicizia tra l'Italia e la Libia”. Antica amicizia?

Trentadue anni di occupazione militare. Annientamento di un ottavo della popolazione libica. Deportazione di quasi metà degli abitanti della Cirenaica. Repressione sanguinosa della resistenza araba con l'uso delle mitragliatrici, dei bombardamenti aerei, dei gas asfissianti. Campi di concentramento per i resistenti sopravvissuti e deportazione dei loro familiari, imbarcati sulle carrette del mare per le Isole Tremiti, Ustica, Ponza, per marcire in tuguri malsani per il resto della loro vita, carrette stracolme che spesso affondavano nella traversata, o che venivano alleggerite buttando i prigionieri in mare. Impiccagione nella pubblica piazza dei capi della resistenza, a partire da Omar al-Mukhtar, 73 anni, capo indomito della resistenza libica, che rifiutò di arrendersi alle truppe di Graziani e di Badoglio, il cui cadavere fu esposto a ventimila libici adunati a forza perché guardassero coi loro occhi la punizione umiliante che spettava ai ribelli.

“Orrori del fascismo”? Non solo. L'occupazione coloniale iniziò nel 1911 sotto il liberale progressista Giolitti. Fu l'Italia di Giolitti che invase “lo scatolone di sabbia”, come allora lo chiamò Gaetano Salvemini, sotto la pressione della Banca di Roma e delle ambizioni dell'imperialismo straccione. Fu allora che iniziarono gli eccidi contro la popolazione autoctona, la caccia all'arabo per le vie di Tripoli, le deportazioni di massa via mare. Fu allora che in un solo giorno nell'ottobre del 1911 furono assassinati per rappresaglia 4000 libici, comprese donne e bambini. Di questo riferì un tenente colonnello, Gherardo Pantano, talmente sconvolto dall'esperienza da doversene dissociare: «Si sentono nostri ufficiali proclamare le teorie più reazionarie e più feroci... Si raccontano con compiacenza, e come utili e belle imprese, cose sbalorditive: arabi trovati feriti gravemente, inondati di benzina e bruciati; altri gettati nei pozzi... altri fucilati senza ragione se non quella di un feroce capriccio... Vi sono ufficiali che si incaricano personalmente di simili esecuzioni... Da dove venga tanta cieca ferocia e tanta sete di sangue, tanta raffinatezza di crudeltà, io non so comprendere.» (rapporto per il Generale Santangelo dal titolo ”Spirito di ufficiali e truppa”).

Ogni crimine commesso in Libia dalle truppe italiane è rimasto impunito. Il Maresciallo Badoglio, tra i primi responsabili dei massacri, guidò il governo del fronte nazionale di Liberazione, con tanto di riconoscimenti patriottici, inclusi quelli di Stalin e di Togliatti. Nessuna vera riparazione è stata mai pagata alla Libia per gli orrori coloniali.

In compenso la grande stampa borghese oggi ci informa che Draghi sta trattando sul pagamento dei debiti libici alle aziende italiane per 324 milioni di dollari certificati e sulla commessa di cinque miliardi già concordata tra Gheddafi e Berlusconi nel 2008 per la costruzione dell'autostrada costiera. Cosa non si fa per l'amicizia tra i popoli.

Partito Comunista dei Lavoratori

A proposito del voto italiano su Cuba all'ONU

 


Chi sono gli amici della rivoluzione cubana?

Il governo italiano, all'insegna del rinnovato atlantismo, ha votato contro la proposta di sospensione delle sanzioni avanzata dal Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU, in considerazione della pandemia mondiale. Il voto è stato oggetto di discussioni in Italia attorno alla sua rilevanza o meno per Cuba. Cuba è coinvolta o no dal voto ONU? Il posizionamento italiano riguarda o no l'embargo su Cuba? Qual è la vera valenza del voto?

La risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU non cita espressamente Cuba. È una risoluzione che afferma da un punto di vista generale l'irrilevanza delle politiche sanzionatorie ai fini della difesa dei diritti umani, e la loro inopportunità in ogni caso nell'attuale crisi sanitaria internazionale.
La risoluzione, proposta in primo luogo dalla Cina, non è innocente. La Cina mira a mettere sotto accusa l'uso delle sanzioni da parte dell'imperialismo USA come arma della politica mondiale. Lo fa per tutelare i propri interessi e gli interessi dei propri alleati (vedi giunta militare sanguinaria birmana). Non c'è nulla di progressivo in sé nella proposta cinese. Non c'è nulla di progressivo più in generale nella natura sociale della Cina, da tempo una grande potenza imperialista in ascesa che contende agli USA l'egemonia mondiale, che colonizza larga parte dell'Africa, che sfrutta i propri salariati, che opprime il popolo degli Uiguri. Quanto ai rapporti della Cina con Cuba, non riguardano per nulla la rivoluzione cubana. Semmai l'aspirazione ad assorbire Cuba sotto il proprio dominio, offrendosi come sponda ai settori filocinesi delle burocrazia cubana, quelli che sognano di “fare come in Cina”, restaurare il capitalismo ma preservare il monopolio del potere nelle mani del partito cosiddetto comunista (che in Cina conta nelle proprie file, per dare l'idea, i capitalisti supermiliardari come Jack Ma).

Ma è forse innocente il voto contrario alla risoluzione da parte degli USA? Per nulla, naturalmente. La dottrina USA sui diritti umani è il più grande concentrato di ipocrisia della diplomazia mondiale. L'imperialismo USA è il principale saccheggiatore dei diritti al mondo di tutto il secondo dopoguerra. Sostenitore dei peggiori golpe reazionari e fascisti in America latina negli anni '60 e '70, esportatore delle cosiddette guerre umanitarie in Afghanistan e in Iraq, principale sostegno dello Stato sionista in terra araba e della pulizia etnica contro il popolo palestinese...
Sentire il gendarme del mondo evocare i diritti umani fa davvero venire il voltastomaco. Le politiche sanzionatorie promosse dagli USA in difesa dei “diritti” sono solo strumenti della loro politica di potenza, uno strumento di intimidazione e minaccia nei confronti di popoli e Stati che non rientrano nella loro influenza, che sono nemici dei propri amici (come nel caso dell'Iran rispetto a Israele), o che sono amici dei propri nemici (come nel caso della Corea del Nord rispetto alla Cina).
Naturalmente questo non significa affatto che la dittatura teocratica iraniana che impicca i sindacalisti o il regime dinastico di natura stalinista della Corea del Nord (ancora basata su una economia pianificata), con i suoi campi di concentramento, siano Stati democratici o progressivi, come vorrebbero le scuole campiste. Come non significa che l'oppressione nazionale della popolazione Uigura da parte della Cina non esista per il solo fatto che siano gli USA, in modo ipocrita, a parlarne. Significa invece che va respinta ovunque la pretesa USA di ergersi a gendarme del mondo. E che vanno difesi contro sanzioni o aggressioni militari dell'imperialismo tutti i paesi dipendenti, quale che sia il loro regime statuale. Come difendemmo ad esempio l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione militare imperialista e le sanzioni genocide targate ONU, senza per questo cantar le lodi del suo regime. Sono i lavoratori e le lavoratrici di quei paesi che hanno diritto a rovesciare i propri despoti, non certo l'imperialismo al posto dei popoli e contro i popoli oppressi.

Il voto italiano contro la sospensione generale delle sanzioni, al fianco degli Stati Uniti, significa un pronunciamento a favore del diritto sanzionatorio degli stati imperialisti contro altri paesi, Cuba inclusa, ma non solo Cuba. Nel concreto è un atto formale di solidarietà atlantista con gli Stati Uniti, oltre che un atto ostile (anche) verso Cuba.
Nello scontro fra USA e Cina che la proposta di risoluzione evidenziava, l'imperialismo italiano sceglie gli USA.
È un atto significativo. L'Italia fu due anni fa, sotto il primo governo Conte, il primo paese imperialista europeo ad aprire alla Nuova Via della Seta. Una scelta che sollevò le proteste americane. Il voto del 24 marzo in sede ONU è in qualche modo un gesto di riparazione nelle relazioni col principale alleato. Ed è anche un segno di allineamento italiano a quella polarizzazione anticinese che gli USA promuovono e dirigono, tanto più oggi nel quadro di una ricomposizione della frattura tra USA e UE, provocata a suo tempo dalla gestione Trump.
L'orientamento iperatlantista di parte importante della stampa borghese italiana (La Repubblica) è indicativo del clima, come a suo modo la stessa vicenda minore del militare italiano in combutta coi russi in cambio di mazzette, dove la punizione dell'ufficiale e l'espulsione di funzionari russi è esibita dal ministero degli esteri come prova di allineamento atlantico dell'Italia.

L'Italia dunque vassallo degli USA, o addirittura semicolonia americana, come afferma L'Antidiplomatico e tutto il suo seguito campista? Niente affatto. L'Italia cerca l'accordo con gli USA in funzione dei propri interessi indipendenti di potenza imperialista mediterranea. Cerca i buoni rapporti con gli USA per ottenere in cambio il loro patrocinio alla riconquista italiana della Libia, nel contenzioso con la Turchia, con la Russia, ma anche con la Francia. Per aprirsi grandi spazi nell'armamento degli Stati arabi del golfo Persico, come il Qatar, con tanto di sontuose commesse per l'industria militare italiana. Per rafforzare le proprie posizioni nella lotta con la Germania per l'egemonia nei Balcani.
La seconda potenza industriale in Europa, la settima potenza imperialista al mondo, non è colonia o semicolonia di nessuno. Era «imperialismo straccione» (Lenin) un secolo fa, a maggior ragione è uno stato imperialista oggi, con un capitale finanziario enormemente più sviluppato rispetto ad allora. Tutte le posizioni che rivendicano la “sovranità nazionale” italiana sono subalterne all'imperialismo di casa nostra, che è sempre, invece, come diceva Lenin, il nemico principale.

La complessità dei rapporti tra imperialismo italiano e imperialismo USA emerge proprio nel caso di Cuba. L'Italia che ha votato con gli USA contro la sospensione delle sanzioni in presenza dell'epidemia, ha votato per legittimare la continuità delle sanzioni anche contro Cuba. Ma è lo stesso paese che nel 2019, in occasione dell'ultimo voto in sede ONU sul bloqueo, ha votato contro il rinnovo dell'embargo.

Dunque? Dunque l'imperialismo italiano si barcamena nelle relazioni diplomatiche come nel campo degli affari, così come fanno tutti gli stati imperialisti. Da un lato segnala la fedeltà atlantica contro la Cina, dall'altro non vuol perdere il proprio spazio per gli investimenti italiani a Cuba, secondi solo a quelli spagnoli. Tanto più in un contesto in cui l'apertura al mercato da parte del regime cubano allarga lo spazio del capitale straniero e dell'iniziativa privata.

Anche negli USA peraltro stanno discutendo sul rapporto con Cuba. Tutto l'imperialismo USA persegue la restaurazione capitalistica nell'isola, ma è diviso su come procedere: se puntare al rovesciamento del regime cubano in combutta con la mafia cubana di Miami, discendente dai vecchi capitalisti espropriati dalla rivoluzione, oppure se incoraggiare le tendenze interne alla burocrazia cubana ad imitare la soluzione cinese, cioè a gestire direttamente la restaurazione capitalista conservando la struttura del regime.
Diciamo che l'imperialismo italiano, non da oggi, punta alla seconda via. Che significa cercare di fare affari a Cuba.

Non sta a noi dire “come avrebbe dovuto votare l'Italia” in sede ONU. Perché l'Italia che siede all'ONU è in ogni caso l'Italia dei capitalisti, non quella dei lavoratori. E perché l'ONU è da sempre un «covo di briganti», come i comunisti definivano la Società delle Nazioni dell'epoca, prima che Stalin la sdoganasse e vi iscrivesse l'URSS.

Possiamo dire invece che siamo noi gli amici veri della rivoluzione cubana. Non gli esaltatori del suo regime politico burocratico, che non ha nulla della democrazia operaia, e che oggi allarga pericolosamente il varco della restaurazione capitalista nell'isola. Ma chi difende, contro la restaurazione, le strutture, per quanto indebolite, dell'economia pianificata. Che grazie all'esproprio rivoluzionario dei capitalisti ha consentito ad esempio una sanità pubblica che non ha eguali in tutta l'America latina, la stessa che l'embargo americano vuol continuare a privare di ventilatori polmonari, persino in tempo di pandemia.
Per questo diciamo “Giù le mani da Cuba!”. L'embargo verso Cuba va definitivamente cancellato.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitalismo statunitense in cammino contro le libertà civili


 Da Socialist Resurgence

Sotto la copertura della protesta di destra "Stop the Steal" (1) del 6 gennaio, i governi statali si stanno rapidamente muovendo a scrivere nuove leggi antiprotesta, o a rafforzare quelle già esistenti.
La punta acuminata di queste leggi è baldanzosamente puntata contro i movimenti di sinistra e dei lavoratori, e rivolta più che altro allo sgonfiare il massiccio movimento "giustizia per George Floyd" esploso nelle strade la scorsa estate.

Lo Stato è uno strumento del dominio di classe. Il suo scopo è garantire la legge e l'ordine della classe dominante. Negli Stati Uniti, e praticamente ovunque, questa è la regola del capitalismo. Mentre lo stato federale americano porta avanti la repressione, eccetto straordinarie situazioni di crisi, esso dipende dal consenso dei lavoratori e degli oppressi nel senso limitato dalla democrazia rappresentativa. Il meccanismo di sfruttamento in una democrazia capitalista significa continuare a mantenere il consenso di coloro che sono sfruttati. Ciò significa mantenere un'illusione e un'aspettativa di diritti democratici elementari come la libertà di parola e la libertà di riunione. Allo stesso tempo, la classe dominante desidera smobilitare e rendere inoffensivi gli oppositori politici quali gli attivisti della giustizia sociale.

Come sottolineava lo scomparso trotskista George Novack (2) durante il culminare del maccartismo nel 1953, «quali che siano le libertà democratiche di cui possano godere il popolo americano, il movimento dei lavoratori, e gli afroamericani, per statuto e per prassi, queste non ci sono state generosamente concesse come donazioni liberali da detentori di proprietà e potere dal cuore generoso, ma sono state strappate al potere della classe dominante attraverso amare e prolungate battaglie, qualche volta anche armi alla mano... E anche quando dopo che tali leggi sono concesse per mezzo di una strenua lotta, un'incessante vigilanza è richiesta per prevenire che esse siano ignorate, violate o limitate dalle autorità ai vari livelli».


PERSONAGGI INVENTATI: REPRESSIONE DI STATO CONTRO LA SINISTRA E LA DESTRA

I politici della sinistra liberale sono stati enfatici nel loro ripudio del tentativo «sedizioso» e «insurrezionale» dei fascisti e delle forze di estrema destra che hanno preso d'assalto gli edifici congressuali. Questi pronunciamenti hanno il potenziale di spargere confusione fra la sinistra e la classe lavoratrice. In primo luogo, quello degli attacchi alle «insurrezioni» è un vecchio metodo per far abbattere la legge sul movimento dei lavoratori. Per esempio la costruzione dei depositi di armi della guardia nazionale nelle capitali di stato, nel primo Novecento, fu il risultato di un crescente movimento dei lavoratori, e dello spettro della rivoluzione russa del 1917.

In secondo luogo, dobbiamo domandarci: chi è più qualificato a sconfiggere un crescente movimento di estrema destra? Il politico capitalista di sinistra "antinsurrezionalista" o una classe operaia mobilitata e combattiva? I metodi puramente legislativi per respingere il fascismo non solo sono falliti ma storicamente sono stati usati contro la classe operaia. Oltretutto, assumere la lotta contro il fascismo in una direzione legislativa toglie autorità alla classe operaia e alla strategia del fronte unico e della mobilitazione di massa. Invece della costruzione del movimento, la classe operaia è smobilitata e il potere dello stato capitalista è rafforzato.

Perché esiste il fascismo? Quale scopo serve? Il fascismo è uno strumento della classe capitalista in crisi. Sia i capitalisti di sinistra che di destra nel momento della crisi conferiscono il potere al fascismo per salvare i loro interessi di classe, sebbene questo non sia il loro metodo di dominio preferito. Il fascismo è come un cane al guinzaglio. A volte essi allentano il guinzaglio e il cane avanza, altre volte tirano il guinzaglio indietro per trattenere il cane. Ecco perché è estremamente improbabile trovare uno scenario nel quale il governo assuma atti formali contro i gruppi fascisti. Anche se il governo segue questa direzione, l'effetto reale sarà quello di minacciare le basi legali delle proteste organizzate in generale.

Con le parole di Lev Trotsky: «La messa fuori legge dei gruppi fascisti avrebbe inevitabilmente un carattere fittizio: in quanto organizzazioni reazionarie, possono facilmente cambiare colore e adattarsi ad ogni tipo di forma organizzativa, dal momento che le sezioni influenti della classe dominante e dell'apparato governativo simpatizzano considerevolmente con loro, e queste simpatie aumentano inevitabilmente durante i periodi di crisi sociale... Una soppressione dei diritti politici e della libertà, non importa contro chi sono dirette inizialmente, alla fine inevitabilmente graveranno sopra la classe lavoratrice, in particolare sui suoi elementi più avanzati».


LEGGI STORICHE IN MOVIMENTO: L'EREDITÀ DI MARTIN DIES (3)

Durante il massiccio slancio del movimento operaio degli anni Trenta del Novecento, un movimento reazionario apertamente nazista nacque dalla crisi globale del capitalismo. Nel loro libro Right wing populism in America, Matthew Lyons e Chip Berlet abbozzano l'emergere della Commissione per le Attività Antiamericane (HUAC) (4), di come sia originata da una strategia di sinistra per rallentare il "pericolo bruno". Offrendo "un'alternativa" legale alle mobilitazioni antifasciste indipendenti della classe operaia, la commissione speciale sulle attività antiamericane autorizzò l'investigazione della propaganda nazista e altre attività di propaganda inizialmente prendendo di mira i Friends of New Germany e le Silver Shirts. Queste investigazioni condussero alla formale dissoluzione dei Friends of New Germany, i quali furono rapidamente ricostituiti come American Bund (5).

Usando l'apparato della commissione speciale, l'HUAC fu fondato nel 1938 sotto la presidenza del deputato Martin Dies Jr., un democratico del Texas. Ancora una volta con il sostegno della sinistra liberale "antifascista", la commissione Dies si mise presto al lavoro. Immediatamente dopo essere stata insediata, la commissione ascoltò testimoni che denunciarono "non meno di 640 organizzazioni, 483 giornali, e 280 sindacati dei lavoratori" di essere presuntamente "comunisti". Lo scopo di questa testimonianza era quello di rimuovere gli elementi radicali dal movimento operaio, che aveva appena raggiunto l'apice con l'ondata di scioperi iniziati a Flint nel Michigan, così come di promuovere i programmi del New Deal. Sotto Dies l'organizzazione dell'HUAC è rimasta famosa per aver chiesto al capo programmazione del progetto Federal Theaters se Christopher Marlowe, un autore teatrale del XVI secolo, fosse un membro del partito comunista.

Analogamente, in tutto il paese, gli stati e le comunità locali vararono leggi "antisovversive" che contenevano «sentimenti antifascisti ma in primo luogo bersagliavano la sinistra». Un tema comune nel definire la "sovversione" all'epoca era la non qualificabile nozione di "americanismo". Così il vero obiettivo di queste leggi erano immigrati, persone di sinistra, e gente contraria all'intervento degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. Questi sviluppi, molecolari e di carattere parlamentare, culminarono nella firma dell'Alien Registration Act, popolarmente conosciuto come lo Smith Act, nel 1940. Questa legge venne usata per sorvegliare milioni di lavoratori immigrati e per alimentare sentimenti interventisti. Come verrà illustrato di seguito, una delle maggiori caratteristiche dello Smith Act fu quella di fornire ampia giustificazione nella repressione degli attivisti comunisti.

Il testo dello Smith Act minacciava conseguenze penali e finanziarie «chiunque scientemente e deliberatamente sostenga, favorisca, consigli, o insegni il dovere, la necessità, la desiderabilità, o la correttezza di rovesciare o distruggere il governo degli Stati Uniti, [così come] chiunque, con l'intento di causare il rovesciamento o la distruzione di ogni detto governo, stampi, pubblichi, editi, emetta, faccia circolare, venda, distribuisca, o pubblicamente mostri qualsiasi cosa scritta o stampata che sostenga, favorisca, consigli, o insegni il dovere, la necessità, la desiderabilità, o la correttezza di rovesciare o distruggere il governo degli Stati Uniti con la forza e la violenza».

Il 22 giugno 1941, lo stesso giorno in cui le armate naziste invadevano l'URSS, ventitré leader del Socialist Workers Party furono arrestati con una serie di accuse connesse con l'opposizione all'entrata nella Seconda guerra mondiale, e con il sostegno alla rivoluzione mondiale. Queste accuse, che determinarono i primi arresti sotto lo Smith Act, furono un attacco da più lati sferrato dall'amministrazione Roosevelt e dalla burocrazia sindacale non solo contro l'SWP ma anche contro l'intero movimento della classe operaia industriale.

Per sette anni, a cominciare con la grande ondata di scioperi del 1934, l'SWP aveva guidato uno dei più dinamici movimenti operai sotto la guida dei trasportatori di Minneapolis. Essi rappresentavano una significativa minaccia per la capacità dei capitalisti di fare la guerra senza opposizione. Sarebbero stati i membri dell'SWP nell'esercito ad avere un ruolo alla fine della Seconda guerra mondiale nell'organizzare i soldati per chiedere la smobilitazione e il ritorno a casa. Gli imputati vennero condannati l'8 dicembre 1941, il giorno dopo Pearl Harbor. Si riteneva che li avrebbero impiccati.

Quando l'HUAC indagò invece i gruppi di estrema destra, come Lyons e Bertlet sottolineano, ciò fu fatto per guadagnare il sostegno della sinistra a un generalizzato attacco alle libertà civili, mentre veniva inoltre costruita una narrativa estremista di destra: "straniero" invece che "americano"; il primo doveva essere fronteggiato mentre l'ultimo poteva accomodarsi negli organismi dell'HUAC. Investigazioni condotte sul Bund nel 1939 o sul Ku Klux Klan nel 1942 aiutarono a giustificare il ruolo della commissione. In realtà, su oltre 50 estremisti di destra fermati per varie accuse di sedizione nei primi anni Quaranta, solo uno, George W. Christians, venne arrestato. Il resto delle accuse venne lasciato cadere per errori giudiziari (vedi sentenza Stati Uniti contro McWilliams) o assoluzione in appello ("Mankind United"). Lo stesso Dies implorò il mago imperiale del KKK, James Colescott, di ricondurre il gruppo "agli obiettivi originali del Klan".

Uno strumento concreto da questo momento in poi è il Foreign Agents Registration Act (FARA) (6), trasformato in legge nel 1938, che ha visto un grande aumento in casi rilevanti negli anni recenti. Il FARA è un esempio di legislazione costruita allo scopo di essere usata per condurre cacce alle streghe. Lo scopo originario venne spacciato come un quello di un mezzo di controllo più "democratico" per controllare l'opposizione politica rispetto ai mezzi dell'aperta repressione. Significato del FARA è costringere ogni persona od organizzazione legata a un "committente straniero" a riferire una quantità di informazioni altamente pervasiva al governo federale e ad annunciare "in modo evidente" di comportarsi da "agente estero". In caso contrario avrebbe ricevuto una sanzione.

Nel 2018, quattro enti ambientalisti senza fini di lucro furono costretti a registrarsi presso il FARA, fondamentalmente in ragione del fatto di aver incontrato gente di diversi paesi. Stando a un articolo della Duke Law Review, «il principale indizio contrario [al Natural Resources Defense Council, Inc., NRDC], che ha determinato la sua necessità di registrarsi al FARA, è che questa organizzazione è stata più critica verso la politica ambientale degli Stati Uniti che verso quella della Cina». Entrambi i maggiori partiti statunitensi sono stati rapidi nell'usare il FARA per perseguitare attivisti a guadagnare politicamente contro i propri avversari, ma da Biden in particolare ci si attende una grande espansione dell'utilizzo del FARA con il pretesto delle misure anticorruzione.

Il Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA), stalinista, sostenne le iniziali leggi e azioni penali, invocando le più dure sentenze verso i movimenti filonazisti. Con una mossa opportunista, il CPUSA abbandonò anche la sua stessa strategia di difesa apartitica dei lavoratori. Il CPUSA plaudì all'arresto e all'imprigionamento dei membri del Socialist Workers Party, in quanto gli stalinisti sostenevano l'ingresso statunitense nella Seconda guerra mondiale come alleato dell'Unione Sovietica. Fu inoltre per essi un comodo mezzo per mettere un freno a un concorrente politico e sindacale. La militanza operaia costituiva una reale minaccia per il successo della mobilitazione bellica. Agli ordini di Stalin, il CPUSA collaborò in pieno con il governo degli Stati Uniti usando i suoi sostenitori nelle dirigenze sindacali per impegnarsi contro gli scioperi.

L'effetto netto di queste manovre fu di rafforzare lo stato, smobilitare i potenziali sostenitori operai degli attivisti antibellici, e offuscare il giusto modo per combattere veramente il fascismo. Infine, l'abdicazione da parte del CPUSA dal difendere i martiri della lotta di classe lasciò lo stesso partito in balia di severe repressioni di stato dopo la guerra. Il CPUSA venne praticamente spinto alla clandestinità durante il regno di McCarthy. A causa della sua strategia di collaborazione di classe, dell'iniziale sostegno alla caccia alle streghe dello Smith Act, e il generale del suo comportamento settario, esso fu isolato e frenato nel costruire una politica di difesa all'interno del movimento operaio.


I DISORDINI NELLA CAPITALE E LA REPRESSIONE DI STATO OGGI

In seguito ai disordini nella capitale e nel paese del 6 gennaio, la stampa padronale e quella della sinistra liberale si sono rapidamente messe in moto denunciando l'attacco alla democrazia borghese. Queste dimostrazioni sono state un tentativo consapevole da parte dell'estrema destra di mostrare i muscoli e creare uno spettacolo per incoraggiare il reclutamento per le strade. Se da una parte le proteste erano alimentate da vecchie idee razziste sulle frodi messe in pratica dai votanti di colore, esse non hanno minacciato seriamente lo stato borghese. Nondimeno, nei grandi giornali della sinistra liberale l'asse della discussione ha immediatamente ruotato intorno alla necessità del sostegno allo stato capitalista e all'opporsi a chi voleva smantellarlo. Le grandi corporations istintivamente hanno percepito la minaccia alla stabilità sociale rappresentata da potenziali disordini nelle strade e si sono mosse per isolare temporaneamente gli elementi più attivi fra i sostenitori di Trump nel Congresso e nei ranghi della destra estrema.

Praticamente l'intero Partito Democratico è stato impegnato nell'opporsi "all'insurrezione", alla "sedizione", e al comportamento antiamericano, in un clamore che, se pensato parallelamente all'isteria sulle influenze russe nella politica degli Stati Uniti, ha inquietanti similarità con l'iniziale giustificazione "antifascista" per la caccia alle streghe anticomunista, anti-neri, ecc. degli anni Trenta e Quaranta. Ci saranno forse poche serie azioni penali contro coloro che hanno partecipato all'invasione del Campidoglio, ma le conseguenze durature minacciano di essere un tentativo bipartisan di respingere indietro le più elementari libertà civili.

Come esempio della permeabilità di questo tipo di pensiero nella sinistra riformista, la deputata democratica Cori Bush, membro dei Socialisti Democratici d'America (DSA), ha proposto una normativa per investigare le assemblee elettive locali pro-Trump, basata su questo ambito di legittimazione della democrazia degli Stati Uniti. Questa proposta di legge, ampiamente sostenuta dai DSA, chiede che vengano perseguiti gli estremisti di destra sul presupposto che "il quattordicesimo emendamento della Costituzione dichiara che nessun individuo che sia stato coinvolto in slealtà o sedizione contro gli Stati Uniti può essere membro della Camera dei deputati... [e i membri del parlamento devono] essere devoti agli Stati Uniti, alla Costituzione degli Stati Uniti, alle regole della Camera dei deputati, e sostenere il giuramento d'ufficio".

Dovrebbe adesso essere ovvio che la normativa C. Bush, se adottata, potrebbe essere usata per tenere sotto controllo candidati indipendenti della classe operaia che potrebbero essere eletti nel prossimo futuro. Un membro eletto di un partito marxista rivoluzionario è un partigiano della lotta di classe che lotta per un programma rivoluzionario. Ogni degno programma rivoluzionario avanza la conclusione che il governo capitalista degli Stati Uniti dev'essere rimpiazzato da uno stato operaio. Perfino con le formalità legali esistenti, le leggi antidemocratiche di accesso alle elezioni rendono molto difficile la presenza indipendente di candidati della classe operaia.

In un senso più largo, lo stato e i governi locali stanno usando i disordini del Campidoglio come uno strumento per introdurre leggi antiprotesta destinate a fermare una mobilitazione come quella dell'estate 2020. The Intercept (7) riporta che nove stati hanno introdotto 14 decreti antiprotesta dal 6 gennaio in poi. Mentre questi decreti mirano formalmente a colpire le proteste di destra, in realtà essi mirano ai movimenti per la giustizia sociale. Ciò è palese in Florida, dove hanno atteso fin da settembre nell'agenda del legislatore.

I quattordici nuovi ed estensivi testi legislativi introdotti dal 6 gennaio giungono nel contesto di uno sfogo di nuove leggi antiprotesta degli ultimi cinque anni. Come reazione alle proteste di massa del NoDAPL (8) e del movimento Black Lives Matter, dal 2016 almeno 162 decreti sono stati introdotti in 42 stati. Gli effetti delle 26 leggi approvate in questo periodo includono addebiti aumentati per sabotaggio di oleodotti, per scritte su monumenti razzisti, per partecipazione ad accampamenti politici e blocchi stradali. C'è anche una sfilza di cosiddetti atti legislativi antisommossa che sono talmente generici da includere perfino le proteste pacifiche. Inoltre, le leggi introdotte quest'anno in New Hampshire, Missouri, Mississippi, Indiana e Florida creano nuove protezioni legali per coloro che usano la violenza contro i manifestanti, fino a includere la violenza mortale.


COMBATTERE IL FASCISMO, PROTEGGERE I DIRITTI CIVILI, COSTRUIRE IL MOVIMENTO OPERAIO!

La crisi del capitalismo non si placherà sotto il nuovo governo federale democratico. Il capitale è politicamente organizzato a ogni livello per continuare a sopprimere diritti democratici dall'alto, mentre mobilitazioni protofasciste contro i movimenti per giustizia sociale continueranno dal "basso". La classe operaia è l'unica forza che può combattere questa minaccia a due facce contro le libertà politiche, la salute pubblica e i diritti civili.

Un programma di azione per combattere il fascismo.

Il fascismo è interamente sconfitto quando lo stato capitalista è distrutto ovunque e il proletariato governa direttamente. Nello stesso tempo, il compito impellente dei rivoluzionari è conquistare la classe operaia a un programma di azione che effettivamente rappresenti una soluzione per la crisi di tutti quelli che vengono massacrati dalle banche e dalle multinazionali. Lo scopo di questo programma non è presentare riforme che siano "ben disposte" con il capitalismo, bensì indicare ciò che è possibile in una società che sia razionalmente organizzata. Solo mobilitando e organizzando la nostra classe attraverso lotte coraggiose che forniscano una reale visione di un futuro diverso di quello proposto dal capitalismo in declino possiamo strappare il popolo alla destra populista.

Allo stesso tempo, sono necessarie mobilitazioni contro i tentativi fascisti di tenere manifestazioni, dimostrare, perseguitare la classe lavoratrice e le comunità BIPOC (9). Tali mobilitazioni sono un'opportunità per costruire riunioni di massa con discussioni aperte su strategie e tattiche. Sindacati, comunità e gruppi dei diritti civili possono muoversi insieme per mostrare ai fascisti che non sono i benvenuti, senza concedere un grammo di giustificazione allo stato capitalista per l'estensione della sua capacità repressiva.

Ottimi esempi storici di tali mobilitazioni di successo sono le decine di migliaia di militanti organizzati contro l'estrema destra a Boston, San Francisco, e attraverso tutto il paese contro la dimostrazione "Unite the Right" del 2017 a Charlottesville, Virginia, e i 20.000 lavoratori, ebrei e attivisti mobilitatisi contro un meeting dell'American Bund al Madison Square Garden nel 1939.

Mobilitazione di massa per difendere i diritti civili.

Durante le proteste per George Floyd oltre 10.000 attivisti sono stati arrestati. Mentre molte delle accuse sono cadute, rimangono ancora un numero di manifestanti che fanno fronte a multe e a potenziali condanne alla galera. Ognuno di questi casi è un'importante opportunità per costituire ampie e non settarie coalizioni di difesa per far cadere tutte le accuse. Lo stato testa la propria capacità di arrestare militanti senza che ci sia opposizione. Ogni campagna di difesa riuscita darà ai lavoratori e agli oppressi maggiore fiducia, e nello stesso tempo spingerà i sindacati a essere coinvolti in questo tipo di lavoro. Allo stesso modo, tutte le organizzazioni che puntano a difendere i diritti democratici devono essere portate in piazza contro nuove leggi repressive e contro il rafforzamento di quelle già esistenti. Libertà di parola, di riunione, e di manifestazione sono risultati ottenuti con duri e spesso sanguinosi conflitti. Al contempo, la legge è solo una parte del conflitto di classe. L'attuale bilanciamento di forze è anche un fattore determinante nella possibilità di organizzare dimostrazioni. Se c'è un alto livello di organizzazione e solidarietà fra gruppi, su una base di classe, lo stato avrà maggiori difficoltà nell'isolare e reprimere diverse parti del movimento.

Combattere il capitalismo, costruire il partito dei lavoratori.

Mobilitazioni di strada e campagne di fronte unico sono assolutamente necessarie per aumentare l'esperienza e la capacità di lotta per lavoratori, disoccupati e oppressi. Allo stesso tempo, senza uno strumento politico indipendente, le lotte rimangono disconnesse e saltuarie.

Il Partito Democratico ha mantenuto la sua presa sui movimenti per la giustizia economica e sociale. Il compito più pressante oggigiorno per la classe lavoratrice è di rompere con l'oppressione di questo partito e colpire in autonomia, politicamente e organizzativamente. In mezzo ad un'ondata di persone che si organizzano contro la pandemia e nella lotta per la liberazione dei neri, con un crescente numero di giovani e di persone di colore nell'industria di base, i sindacati sono nella posizione di lanciare un reale contrattacco contro i colpi politici ed economici dei padroni. Questa lotta potrebbe essere organizzata attraverso un congresso nazionale di tutti i sindacati aperto ai lavoratori e ai disoccupati a prescindere dallo status di immigrati, per costituire un'organizzazione politica indipendente per la classe lavoratrice.

Senza indugiare, le organizzazioni di classe e del sindacato debbono respingere qualsiasi idea di "male minore" (10), e essere presenti alle elezioni con candidature di classe indipendenti. La presenza elettorale autonoma non solo oppone ai programmi capitalisti quelli della classe lavoratrice, ma da anche una larga protezione legale e pubblicità ai gruppi socialisti.

Presa nel suo insieme, la combinazione di questi orientamenti punta direttamente al bisogno immediato di forgiare un partito rivoluzionario che possa fornire la guida e la direzione per il movimento di massa di oggi.

Lo stato capitalista continuerà a spingere sulla condizione dei disperati che danno vita al fascismo, mentre incrementerà la repressione di quegli elementi che combattono per un futuro di speranza. Solo conducendo le lotte per la liberazione dei neri, per l'autodeterminazione indigena, e per il potere operaio alla loro conclusione l'umanità potrà iniziare a risolvere gli infiniti problemi che il capitalismo ha creato. Solo un ordine socialista, basato sulla pianificazione centralizzata e sul controllo operaio della produzione, può spingersi oltre gli stretti limiti imposti dalla società classista.





(1) Stop the Steal (fermate il furto) è una teoria complottista di destra diffusa negli Stati Uniti. La teoria sostiene che durante le elezioni presidenziali americane del 2020 si sia verificata una diffusa frode elettorale per negare la vittoria al presidente in carica Donald Trump sull'ex vicepresidente Joe Biden.

(2) George Novack (5 agosto 1905, Boston, Massachusetts - 30 luglio 1992, New York City) è stato un teorico marxista americano, importante figura del trotskismo statunitense. Ha fatto parte dal 1940 al 1973 del comitato nazionale del Socialist Workers Party, sezione USA della Quarta Internazionale.

(3) Martin Dies Jr. (5 novembre 1900 - 14 novembre 1972) è stato un politico texano e parlamentare democratico, fu il primo presidente della "Commissione per le attività antiamericane" dal 1938 al 1944.

(4) House Un-American Activities Committee (HUAC), "Commissione per le attività antiamericane", venne creata nel 1938 per indagare presunte slealtà e attività sovversive di privati cittadini, dipendenti pubblici, e di quelle organizzazioni sospettate di avere legami fascisti o comunisti.

(5) Il German-American Bund fu un movimento di ispirazione nazista organizzatosi negli Stati Uniti d'America a partire dal 1933, principalmente negli ambienti della comunità dei tedeschi americani. Finanziariamente sostenuto dal governo della Germania nazista, il movimento era incaricato di propagandare gli ideali del nazismo negli Stati Uniti.

(6) Foreign Agents Registration Act (FARA) è una legge federale del 1938 richiedente che agenti o rappresentanti di potenze estere "coinvolti in attività politiche o para politiche" manifestino le loro relazioni con i governi stranieri e informino sui relativi legami e finanziamenti.

(7) The Intercept, agenzia di stampa indipendente, inizialmente finanziata dal capitalista Pierre Omidyar, fondatore di EBay.

(8) #NODAPL, altrimenti noto come la protesta contro l'oleodotto del Dakota.

(9) BIPOC, acronimo di “black, indigenous and people of color” (neri, indigeni e persone di colore).

(10) vedi "voto utile" da noi.

Erwin Freed

Bagno di sangue in Birmania

 


Necessaria una immediata mobilitazione di solidarietà con gli operai e i giovani in rivolta

Più di 400 morti. La giunta militare birmana procede con l'arma del terrore contro la ribellione di massa al golpe del 1 febbraio. L'esercito del Myanmar ha sempre rappresentato uno Stato nello Stato. Il corpo degli ufficiali gode di enormi privilegi sociali, gestisce in prima persona interi settori dell'economia, detiene per legge un quarto dei seggi nelle due camere del Parlamento, esercita un diritto di veto in materia di riforme costituzionali. La carriera militare è per molti aspetti l'unico possibile ascensore sociale in Birmania, il sogno tradizionale di tante famiglie per il futuro dei propri figli. L'armata si regge sul culto della disciplina totale ai comandi, nel nome della “protezione della nazione”. Il peggiore massacro della storia birmana si è realizzato nell'anniversario della liberazione dal Giappone del 1945, con tanto di parata militare.

“Non uscite di casa. Genitori, assicuratevi che i vostri figli non si uniscano ai rivoltosi, potrebbero essere colpiti alla testa o alla schiena”: questo l'agghiacciante appello della televisione di Stato il giorno prima della parata militare. Così è stato. Militari e polizia hanno sparato ovunque per uccidere, hanno sequestrato autoambulanze per assassinare i feriti, hanno compiuto rastrellamenti omicidi nelle case dei quartieri più poveri. Un solo obiettivo: piegare la ribellione con ogni mezzo.

Ma la ribellione continua in quarantuno città del paese. Nelle strade scendono operai, giovani e giovanissimi, tantissime donne, senza altre armi che bottiglie molotov, pietre, fionde, frecce, barricate di strada contro il tiro mirato dei cecchini. La sproporzione delle forze sul piano militare è drammatica, ma la giunta teme che un eccessivo prolungamento della ribellione di massa possa aprire crepe nell'esercito. Al momento la truppa è rimasta compatta, ma una sua divisione interna potrebbe essere esiziale per il regime.

Di certo le masse birmane non hanno ragione di affidarsi alla diplomazia mondiale. L'ONU condanna la violenza del regime, con le tradizionali risoluzioni salvacoscienza. In realtà gli imperialismi cosiddetti democratici piangono lacrime di coccodrillo. Il turbamento per il bagno di sangue non vale la somma degli investimenti fatti in Birmania. Alcuni Stati imperialisti (Canada, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) affidano la propria riprovazione contro l'uso della forza letale contro persone disarmate ai capi di stato maggiore dei rispettivi eserciti, per non esporre in prima linea i propri governi. Cina e Russia si sono invece schierate a sostegno dei generali assassini, votando contro ogni riprovazione in sede ONU. La Cina offre il proprio appoggio alla giunta chiedendo in cambio precise garanzie logistiche e militari, non senza problemi negoziali. La Russia cerca di scavalcare la Cina nel sostegno solerte al regime, di cui è, dopo Pechino, il principale fornitore d'armi. Sergueï Choïgou, ministro della difesa russo, era in Birmania nella settimana precedente il golpe. Il generale Min Aung Hlaing, capo della giunta birmana, ha moltiplicato le proprie visite a Mosca negli ultimi due mesi. Imperialismo russo e imperialismo cinese sono oggi la spalla internazionale del regime.

La solidarietà vera alle masse birmane può venire solo dal basso, dai lavoratori e dai giovani del mondo. Purtroppo oggi non c'è in Europa una mobilitazione di solidarietà che sia all'altezza del drammatico scontro che insanguina il Myanmar, tanto meno in Italia. In alcuni casi pesa l'orientamento campista filocinese e filorusso presente in settori della sinistra, in altri casi il disinteresse per una vicenda “troppo lontana” in un paese “troppo marginale” per occuparsene seriamente. Stupisce che il disimpegno su questo versante coinvolga anche in qualche caso ambienti della sinistra classista e internazionalista, che dovrebbero essere i primi promotori della solidarietà.

Occorre contrastare ovunque disinteresse e disimpegno. La lotta di strada degli operai e dei giovani di Birmania è la nostra lotta.

Tutte le organizzazioni del movimento operaio, tutte le forze della sinistra di classe, politiche e sindacali, hanno il dovere di porsi al fianco della resistenza di massa contro una giunta golpista assassina!

Partito Comunista dei Lavoratori