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La mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

 


La giustizia borghese: paradiso per i ricchi (e per i padroni), inferno per i poveri

Gli appartati repressivi, dalle forze dell’ordine ai tribunale al sistema carcerario, sono parte essenziale dello Stato borghese.
Come sappiamo da Marx in poi, questi apparati devono essere funzionali al mantenimento dell’ordine sociale borghese, fondato sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori da parte dei capitalisti.
L’amministrazione della giustizia, in un regime borghese, non può dunque contraddire questa funzione essenziale.

Le statistiche correnti sulla popolazione carceraria sono già esplicative: la maggioranza della popolazione carceraria è composta da autori di reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti; più di un terzo è immigrata.
Sono due condizioni che fanno trasparire la natura prevalentemente proletaria e sottoproletaria della popolazione carceraria, mentre i colletti bianchi (padroni, manager e grandi funzionari pubblici e privati) latitano e nella grande maggioranza dei casi, quando non assolti o prescritti, riescono ad ottenere sconti di pena e arresti domiciliari, grazie all’aiuto di apparati di difesa legale (interi studi di avvocati) posti al loro servizio grazie alle disponibilità economiche.

Già questo basta ampiamente ad illustrare la natura di classe dell’amministrazione della giustizia.
Dai numeri delle statistiche si può anche desumere che il sistema carcerario serva soprattutto a reprimere la cosiddetta devianza sociale, e non i crimini connessi all’esercizio dello stesso regime economico, come ad esempio i reati connessi alla mancata sicurezza sul lavoro, le molestie e il mobbing, i reati ambientali, eccetera.
Questi reati, tipici della classe capitalista e dei propri funzionari, vengono, a conti fatti, repressi in misura significativamente minore.

I fatti di cronaca a volte illuminano questa realtà spesso oscurata dai discorsi di abili retori del foro giuridico. È il caso dei fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020.

“Mi hanno ucciso di mazzate”. Così ha denunciato un ex detenuto del carcere. “Li abbattiamo come vitelli” è la frase impressa nella chat presente nei cellulari degli agenti della Polizia Penitenziaria accusati dalla Procura di santa Maria Capua Vetere di aver commesso “un’orribile mattanza”.
Questa mattanza è stata il frutto della vendetta ordinata ai secondini da parte dei propri superiori per punire i detenuti rei di aver protestato dopo essere venuti a conoscenza di una caso di Covid nel carcere, dove le misure di sicurezza e di prevenzione dal contagio, in carceri disumanamente sovraffollate, più che latitare spesso erano proprio assenti.

L’episodio peraltro si inserisce nella serie di rivolte carcerarie esplose tra il marzo e l'aprile dello scorso anno e che hanno provocato la morte di molti detenuti i circostanze mai del tutto chiarite.

Questi episodi, per le modalità descritte, con i detenuti costretti a passare tra due ali di poliziotti che li colpivano duramente con i manganelli alle spalle, ricordano tristemente le analoghe mattanze che avvennero alla scuola Diaz e presso la caserma di Bolzaneto in occasione delle contestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001, e di cui ricorre il ventesimo anniversario proprio in questi giorni.

In definitiva, se nella società la classe lavoratrice è fatta oggetto, in ragione del rilancio dei profitti e del ciclo di valorizzazione capitalisti, di misure di macelleria sociale, licenziamenti, sfratti, precarietà e attacco alle condizioni di sicurezza sul lavoro, nelle carceri della giustizia borghese si completa l’opera letteralmente con una vera e propria “mattanza” per colpire i devianti, prodotti necessari dello sfruttamento e alienazione capitalistici.

Negli stessi giorni possiamo avere l’esatta controprova del carattere selettivo e classista della repressione.

Il compagno Adil Belakhdim è stato investito e ucciso da un crumiro, autista di camion, aizzato dal padrone dell’azienda. In questo caso si sono applicate le regole garantiste, consentendo immediatamente gli arresti domiciliari all’assassino, mentre la campagna di stampa deplora le violenze che si produrrebbero nel corso dei picchetti operai, ovviamente senza indicarne le responsabilità padronali e la complicità della polizia che sta a guardare.

La tragedia della funivia del Mottarone è stata senza dubbio provocata dalla più efferata trascuratezza delle minime misure di sicurezza, la cui responsabilità ricade sul gestore e il management, eppure in barba alle raccomandazioni della Procura il GIP ha scarcerato immediatamente proprio questi ultimi adendo alle misure di massima garanzia per gli imputati.
Proprio quelle misure di garanzia e di rispetto minimo dei più elementari diritti umani che corpi scelti di Polizia Penitenziaria pensano bene di poter trascurare a piacimento.

Il fatto che l’episodio emerga alla cronaca, e che per questo la Procura debba aprire l’indagine, dimostra soltanto che si tratta della solita punta dell’iceberg di un sistema di amministrazione della giustizia e della detenzione di chiara matrice classista.

Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori che porti al socialismo sarà in grado di rovesciare questo sistema e di far rispettare i diritti e le garanzie per le proletarie e i proletari, i poveri e le classi popolari, punendo adeguatamente i terribili crimini commessi dai capitalisti e dai loro servi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accordo truffa

 


Le burocrazie sindacali presentano come vittoria lo sblocco dei licenziamenti, senza aver fatto un'ora di sciopero per contrastarlo

Un vecchio adagio dice che più la merce è scadente più la confezione dev'essere voluminosa.
L'accordo tra governo, burocrazie sindacali e Confindustria sui licenziamenti calza alla perfezione con questo assunto. In questo caso però la sproporzione tra merce e confezione è talmente ampia da meritare la categoria della truffa.

"Un grande risultato per i lavoratori e per il Paese dovuto alle mobilitazioni sindacali" esulta Landini. Ma dove sarebbe il grande risultato? Di certo non lo ha visto il quotidiano di Confindustria:

«Nel testo, limato fino all'ultimo momento, e sottoscritto dal Presidente del Consiglio, da Orlando e dalle parti sociali, si dà sostanzialmente il via libera al superamento del blocco dei licenziamenti, con le eccezioni che saranno introdotte dal Decreto oggi al vaglio del Consiglio dei Ministri, e al tempo stesso viene sottolineato l'impegno a “raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori sociali che la legislazione vigente ed il decreto legge in approvazione prevedono in alternativa alla risoluzione del rapporto di lavoro”» (Il Sole 24 ore, 30 giugno).

Dunque: il blocco dei licenziamenti finisce col 30 giugno. Dal 1 luglio la libertà di licenziare riprende a pieno regime. Le eccezioni riguardano il comparto tessile-abbigliamento-pelletteria, per il quale si proroga il blocco in cambio di altre 17 settimane di cassa integrazione gratuita. Punto.
Tutto il resto è aria fritta. Il governo mette a disposizione altre 13 settimane di cassa per le imprese che avessero esaurito gli ammortizzatori, e chi ne usufruisse non potrebbe licenziare per il periodo considerato. Ma sono i padroni a scegliere se usufruirne o meno, a seconda dei propri interessi aziendali.

L'«impegno a raccomandare l'utilizzo degli ammortizzatori» vale meno di zero dal punto di vista giuridico e pratico. Ammesso che vi sia l'“impegno”... la “raccomandazione” non si nega a nessuno, come ogni supplica di misericordia. Qualsiasi padrone resta libero di ignorarla.
«Non si tratta di un accordo, non vi sono vincoli veri e propri», precisa a scanso di equivoci Il Sole 24 Ore (30 giugno), che si “impegna” da subito a chiarire ai capitalisti che potranno fare ciò che vogliono. In altri termini, nessuna azienda che voglia licenziare invece che usare gli ammortizzatori subirà la minima sanzione. Gli unici che non potranno scegliere sono gli operai.

L'accordo risponde ai diversi interessi degli attori in gioco. Il governo copre i partiti della sua maggioranza e le loro ipocrite “preoccupazioni” per il lavoro. La Confindustria offre una foglia di fico alle burocrazie sindacali in cambio dell'incasso della libertà di licenziare. Le burocrazie sindacali offrono a padroni e governo il proprio lasciapassare in cambio del riconoscimento della concertazione.

Landini recita la “pubblica soddisfazione” della CGIL per mascherare la propria capitolazione. È l'arte consumata di vendere fumo per celare l'arrosto. Ma i fatti hanno la testa dura.
“Mai accetteremo lo sblocco dei licenziamenti, ricorreremo alla mobilitazione” aveva tuonato Landini nelle settimane scorse. Siamo ora di fronte a uno scenario opposto: non solo la CGIL ha evitato lo sciopero generale e qualsiasi indicazione di lotta, ma ha il coraggio di presentare oggi come vittoria dei lavoratori la libertà di licenziare dei loro padroni.

È una responsabilità pesante, tanto più a fronte di un governo di unità nazionale che ha deciso la liberalizzazione dei subappalti, abbatte i controlli ambientali e persino quelli anticorruzione, progetta la riduzione delle tasse per le rendite finanziarie. Dare il via libera allo sblocco dei licenziamenti, senza aver attivato la minima resistenza, significa rafforzare il corso generale delle politiche borghesi a scapito della classe operaia, dei suoi interessi, della sua combattività, contro quelle dinamiche di scioperi di solidarietà che in queste settimane, dopo l'assassinio di Adil, hanno unito lavoratori della logistica e dell'industria, al di là delle diverse sigle sindacali, attorno a una comune appartenenza di classe.

Questo accordo va dunque denunciato e respinto da tutto il sindacalismo di classe, che tanto più oggi ha la responsabilità di unire nell'azione le proprie forze per contrastare l'offensiva padronale che si annuncia.

Quanto alla battaglia interna in CGIL, è il momento di chiedere conto a Maurizio Landini delle responsabilità che si è assunto, con le relative conseguenze, senza sconti e timidezze reverenziali. Un tradimento si chiama tradimento, nelle assemblee dei lavoratori come nelle strutture sindacali. L'opposizione alla burocrazia sindacale affronta oggi un nuovo banco di prova.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà a Eddy e al SI Cobas

 


Esprimiamo la nostra piena solidarietà al compagno Eddy Sorge, membro dell'esecutivo nazionale del SI Cobas, indagato per associazione a delinquere dalla Procura di Napoli.

Non è la prima volta che questo capo d'accusa viene impugnato contro compagni e movimenti impegnati sul versante della lotta di classe, per l'unità e l'organizzazione degli sfruttati.
Tanto più in una fase di approfondimento del conflitto sociale, come nella logistica, e alla vigilia dello sblocco dei licenziamenti, la magistratura borghese affila le armi della repressione contro le forme di lotta più radicali e i loro dirigenti. Si vuole creare un clima di intimidazione che scoraggi la moltiplicazione delle lotte di resistenza e favorisca la rassegnazione.
Nel momento in cui vi sono padroni che impunemente organizzano i mazzieri contro i picchetti di sciopero (FedEx-Zampieri), che promuovono aggressioni squadriste contro presidi sindacali (Texprint), che spingono i crumiri persino ad uccidere sindacalisti in lotta, come Adil Belakhdim, pur di consegnare la merce per tempo, si accusa di associazione a delinquere chi lotta in prima fila per denunciare e contrastare tutto questo. In questo paradosso sta tutto il marcio della democrazia capitalista. L'unica associazione a delinquere è la società borghese e il suo Stato.

Giù le mani da Eddy! Piena difesa dei diritti di lotta degli sfruttati!

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


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28 Giugno 2021


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In questo numero:


Sciopero generale! Editoriale - Marco Ferrando

La vertenza Elica a Fabriano - Mauro Goldoni

Le elezioni in Perù - M.F.

Tesi sulla questione palestinese

Transizione ecologica, geopolitica e imperialismo - Francesco Peresino

Partito Comunista dei Lavoratori

Maurizio Landini, basta chiacchiere!

 


O sciopero generale o tradimento dei lavoratori

25 Giugno 2021

NO AI LICENZIAMENTI! NO ALLA REPRESSIONE PADRONALE! COSTRUIAMO LO SCIOPERO GENERALE

Il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà nelle manifestazioni indette dalla CGIL, la CISL e la UIL per sabato 26 giugno.

Sarà presente doverosamente anche alla manifestazione indetta dal SI Cobas a Novara per portare avanti la lotta nella logistica e ricordare l'assassinio infame del compagno Adil ucciso da un camionista armato dall'odio padronale e dall'indifferenza della polizia.

Il PCL sta dispiegando tutte le sue risorse militanti per costruire il fronte unico di massa della classe lavoratrice attraverso l'unità di tutte le organizzazioni sindacali e politiche di riferimento, che manifesti attraverso lo sciopero generale la propria forza, potenzialmente enorme, per fermare il governo di unità nazionale della borghesia, il governo Draghi, l'aggressione padronale e la massa di licenziamenti che si annunciano nei propri mesi.

Partecipa a questo fine al percorso politico e sindacale del Patto d'azione anticapitalista e dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi rispettandone le decisioni democratiche e proponendo sempre la costruzione, a partire dalle lotte esemplari delle operaie e degli operai della logistica, della più ampia unità dell'avanguardia della classe operaia e delle organizzazioni classiste. Per questo molte compagne e molti compagni del partito sono impegnati, oltre che in numerosi sindacati di base, anche nell'area di opposizione CGIL-Riconquistiamo tutto per unirla al percorso di mobilitazione unitaria e per farne un canale di proiezione unitaria verso la massa degli iscritti alla CGIL, in cui aprire uno spazio di attenzione e di interlocuzione intorno alle rivendicazioni dell'avanguardia di classe e dei suoi percorsi di unità d'azione più avanzati.

Accanto alla rivendicazione elementare dello sciopero generale, il PCL avanza l'indicazione dell'organizzazione dell'autodifesa operaia per contrastare gli attacchi nei confronti dei picchetti operai ad opera di squadre di mazzieri al soldo dei padroni, che purtroppo hanno puntellato drammaticamente la cronaca degli ultimi giorni delle lotte nel settore della logistica.

La morte del compago Adil ha avuto un'eco che è andata molto oltre i confini dell'organizzazione sindacale di appartenenza, il SI Cobas, e i numerosi scioperi spontanei nelle fabbriche nonché il grido “assassini assassini” da parte delle operaie e degli operai della Whirlpool all'indirizzo del Ministero dello Sviluppo Economico possono significare il risveglio della coscienza di classe ben oltre i limiti di elementari forme di solidarietà.

Le compagne e i compagni del PCL porteranno queste parole d'ordine nelle manifestazioni del 26 giugno, senza alcuna fiducia nella direzione della burocrazia dei sindacati confederali ma chiedendo risolutamente a Landini di smetterla con le chiacchere, che significano solo tradimento delle ragioni della classe lavoratrice, e di indire un vero sciopero generale o di andarsene.

Di seguito potete leggere il testo del volantino che distribuiremo (allegato in fondo a questa pagina).




MAURIZIO LANDINI, BASTA CHIACCHIERE!


Il 30 giugno scade il blocco dei licenziamenti. Confindustria ha chiesto libertà di licenziare, Draghi l’ha prontamente concessa. Tutti i partiti borghesi, dal M5S alla Lega, passando per il PD, han detto sì. Come ha detto sì la Meloni, che già votò con tutti gli altri la famigerata Fornero.

I padroni potranno scegliere al buffet se prendere ancora un po’ di cassa integrazione per loro gratuita, ma con gli stipendi tagliati, oppure buttare sulla strada gli operai. Quelli che nell’anno della pandemia sono stati costretti a lavorare sempre, anche in assenza di protezioni sanitarie, pur di ingrassare i profitti. E di profitti i capitalisti ne hanno fatti tanti nell’anno del Covid, in particolare nell’industria e nella logistica, grazie anche alle regalie pubbliche, pagate dai lavoratori.

Bene, saranno proprio questi settori a licenziare per ristrutturare. Lo ha dichiarato Carlo Bonomi quando ha detto che “l’industria è in forte ripresa”, ma proprio per questo deve liberarsi della zavorra di “costi eccessivi”. Nell’Italia in cui i lavoratori crepano come mosche nelle fabbriche, grazie anche all’assenza di ogni reale controllo, il governo concede ai padroni mano libera totale. Libertà totale di subappalto, libertà dai controlli ambientali, libertà persino dai controlli sulla corruzione. In una parola, libertà di sfruttamento.

Se poi come alla FedEx i lavoratori si ribellano, il padrone ricorre a squadre di mazzieri prezzolati per piegare la lotta a bastonate, mentre la polizia lascia fare. Adil è stato ucciso in questo clima a Novara durante un picchetto.

Tutto questo può essere fermato. Ma alla condizione che i lavoratori uniscano davvero le loro forze in un fronte comune di mobilitazione. È necessario preparare uno sciopero generale vero che unisca tutte le lotte di resistenza a difesa del lavoro. Uno sciopero generale vero capace di ribaltare i rapporti di forza. Uno sciopero generale che rivendichi la continuità del blocco dei licenziamenti; la cancellazione di tutte le forme di precariato; la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga; una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per investire le risorse così liberate in un piano di nuovo lavoro, nella sanità, nella scuola; un vero salario garantito ai disoccupati che cercano lavoro.

È necessario che tutti i sindacati che parlano a nome dei lavoratori prendano l’impegno a promuovere una lotta vera, unitaria, di massa. Non servono parole di critica al governo se non si fa nulla per fermarlo, come fa Landini. Occorre coerenza tra le parole e i fatti! È scandaloso che di fronte all’annuncio di centinaia di migliaia di licenziamenti non sia stata convocata nessuna azione di lotta! Le manifestazioni di oggi non debbono ridursi a un diversivo. È necessario qui e ora indire lo sciopero generale in tempi brevi.

Occorre prepararsi ad uno scontro sociale prolungato, che opponga alla radicalità del padronato una radicalità uguale e contraria. Occorre unificare le tante vertenze a difesa del lavoro, come alla Whirlpool: dando indicazione di occupare le aziende che licenziano, e rivendicando la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Costituendo una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle lotte.

Ma non basta una lotta di pura resistenza sindacale. Quest’anno eccezionale di pandemia ha dimostrato al mondo la vera natura del capitalismo. Milioni di morti causati dalla demolizione dei sistemi sanitari per pagare i debiti alle banche e ingrassare la sanità privata. Mentre la vaccinazione di massa è in mano a pochi grandi colossi, e ovunque crescono le spese militari delle grandi potenze.

Ovunque la dittatura del profitto sta prendendo per la gola il genere umano. Solo una prospettiva di rivoluzione può liberarlo. Solo la prospettiva di governi dei lavoratori, in ogni paese e su scala internazionale può tracciare un progetto di emancipazione. Il PCL è impegnato a costruire questa prospettiva anticapitalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

A dieci anni dalla vittoria referendaria sulla privatizzazione dell'acqua

 


Dieci anni fa il referendum del 12 e 13 giugno 2011 ha sancito, in modo netto come da tempo non accedeva, il no alla privatizzazione dell’acqua. 27 milioni di persone hanno deciso che l’acqua è un bene comune, fuori dalle regole del mercato e del profitto. Ad oggi, quel risultato è costantemente ignorato ad ogni livello politico e istituzionale, tanto dai governi centrali (UE e italiano) e dalle giunte locali pentastellate, di centrodestra, di centrosinistra.



ROMA, ACEA. PROFITTO PER POCHI, DISSERVIZI PER MOLTI

L’azienda pubblica fornitrice di acqua è, già da anni, impegnata in una missione privatistica e aziendalistica. Acea viene definita uno “strano animale”: è una società per azioni quotata in borsa e la maggioranza è del Comune di Roma ma a decidere le strategie ci sono i soci privati, i francesi di Suez (23,3%) d’intesa con Francesco Gaetano Caltagirone (5%). Come società a maggioranza pubblica dovrebbe fare gli interessi del pubblico. Non si tratta di proprietà pubblica o privata ma di inalienabile diritto alla vita per migliaia di persone. Acea, di fatto, si comporta come un’azienda privata e, dunque, la sua missione è massimizzare i profitti e dare dividendi ai soci, sfruttando la posizione di monopolio di cui gode, violando palesemente il risultato e la volontà popolare del referendum sull’acqua del 2011. Tutto ciò significa che in questi anni si è speso pochissimo per migliorare il servizio e mettere in atto investimenti che migliorassero la situazione delle condutture idriche e sistemasse disservizi già noti, come anche il CRAP ha denunciato a più riprese ed incessantemente.


DISPERSIONE IDRICA: ZERO INVESTIMENTI

Acea Ato 2 è la società operativa del Gruppo Acea che gestisce il servizio idrico integrato nell’Ambito Territoriale Ottimale (Ato, per l’appunto) del Lazio centrale, comprensivo di Roma e altri 111 comuni della regione. L’ATO2, con un’estensione territoriale superiore a 5.000 chilometri quadrati e a circa 3.600.000 abitanti, è il più grande in Italia e gestore del servizio idrico integrato dal 26/11/2002. La quota di partecipazione di Acea SpA è pari al 96.46% e «secondo i dati Mediobanca, nel 2016 Acea Holding ha registrato un risultato netto positivo di ben 643 milioni. Di questi guadagni, 90 milioni sono venuti dall’attività di Acea Ato2». Nell’attuale fase dovremmo discutere di come usare gli utili di Acea per il bene comune e non pensare ai dividendi dei suoi azionisti privati. Nel 2017, quando la crisi idrica del razionamento dell’acqua era alle porte Acea staccò assegni di dividendi milionari ai suoi soci (su tutti Comune di Roma e GDF-SUEZ dopo lo scambio di azioni col gruppo Caltagirone) ma la dispersione di acqua nelle tubature di Acea Ato2 era di appena il 25% nel 2007 salendo al 35% sei anni dopo per toccare il 45%.


COSA PENSIAMO

Ribadiamo che di fronte agli inganni della politica del capitalismo italiano, europeo, mondiale, che si rincorrono e si danno spallate per privatizzare il più possibile, c’è una soluzione. Dobbiamo rispondere in modo netto a questo affronto ridicolo e surreale con una politica netta e di classe. Uniamo la lotta per l’acqua con la lotta per l’estensione dei diritti civili e sociali; con la lotta per la nazionalizzazione delle banche strozzine e porle sotto il controllo dei lavoratori. Dobbiamo uscire dalla logica della “correzione” del sistema: il sistema capitalistico è incorreggibile. Questo sistema basato sul profitto e l’anarchia di produzione va superato, un altro mondo è possibile e si chiama socialismo!

Esigiamo che venga rispettata la volontà referendaria di dieci anni fa a cui non è mai stato dato seguito.

Contro le privatizzazioni dei beni comuni!

Per un'altra gestione delle risorse e dell’economia!

Per un governo dei lavoratori! Per il socialismo!

Partito Comunista dei Lavoratori

Abolire il Concordato!

 


Lo scontro sulla legge Zan conferma la natura reazionaria del Vaticano e del papato

La Segreteria di Stato vaticana ha compiuto un passo ufficiale presso lo Stato italiano per chiedere la modifica della legge Zan, invocando il rispetto del Concordato.
Non si tratta della abituale ingerenza delle gerarchie cattoliche in fatto di legislazione ordinaria, ma di un passo formale da Stato a Stato. C'è un solo parziale precedente: la denuncia della proposta di legge sul divorzio come lesione al Concordato da parte di Paolo VI nel lontano 1967. Ma in quel caso non intervenne la Segreteria di Stato; parlò direttamente il monarca assoluto della Chiesa. Qui interviene il suo braccio diplomatico, con la minaccia di un'impugnazione giuridica.

L'interpretazione per cui saremmo in presenza di una divisione interna alla Chiesa, di un atto non condiviso dal Papa, è ridicola. Sia perché il segretario di Stato, cardinal Parolin, è un fedelissimo di Bergoglio, sia perché il Papa presunto “progressista” ha sempre espresso le posizioni più reazionarie in fatto di omosessualità. Anche ai tempi del suo vescovato a Buenos Aires, quando denunciò la legalizzazione dei matrimoni gay da parte del governo argentino come «un attacco devastante ai piani di Dio, ispirato dall'invidia del diavolo» (2010). Solo una sinistra italiana papalina ha potuto, e può, presentare Bergoglio come riferimento progressista, indicandolo addirittura ad esempio.

L'iniziativa vaticana si commenta da sé. Nello stesso momento in cui le gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo sono travolte dall'emersione di centinaia di migliaia di crimini, abusi, violenze, normalmente occultati e impuniti, in fatto di pedofilia, la Chiesa chiede che le scuole cattoliche siano esentate dalla legge italiana in fatto di omofobia. Chiede che la Chiesa e le sue proprietà siano un territorio franco sottratto allo Stato. Chiede insomma che la legge italiana si subordini ai dogmi del catechismo.
Nella nota vaticana infatti si legge: «Ci sono espressioni della sacra scrittura e della tradizione ecclesiale e del magistero autentico del Papa e dei vescovi che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa rivelazione divina». Dunque se la “rivelazione divina” considera l'omosessualità peccato, le scuole cattoliche non possono legittimare l'omosessualità parlando di omofobia e transfobia. È il modello di Orban, che vieta si parli di omosessualità nelle scuole prima dei 18 anni.

I partiti più reazionari, da FdI alla Lega, naturalmente esultano. La separazione tra Chiesa e Stato vale per loro solo se si tratta di Islam. Con la Chiesa cattolica vale invece il principio opposto: i dogmi religiosi diventano linea di confine della legge, lo scudo dell'“identità italiana” contro la minaccia degli “invasori”. Il fatto che ci sia qualche partito cosiddetto comunista che gioca di sponda con questi ambienti fa davvero venire il voltastomaco.

Ma se i reazionari esultano, i partiti borghesi liberalprogressisti balbettano. Rassicurano la Chiesa, professano “volontà di dialogo”, annunciano mediazioni. Di Maio attiva il ministero degli Esteri, Letta comprende “il nodo giuridico”, Draghi impegna governo e Parlamento nella ricerca di una soluzione concordata. Lo stesso presentatore della legge, Zan, si affretta a dichiarare al Corriere che la Chiesa non deve temere nulla: le scuole cattoliche potranno continuare a fare quello che vogliono, in virtù del «principio di autonomia scolastica, che è generale e si applica a tutte le scuole, pubbliche e private». Di più: «In Aula alla Camera, proprio per venire incontro alle preoccupazioni di parte del mondo cattolico, è stato precisato che le iniziative dovranno essere coerenti con il piano triennale dell'offerta formativa e con il patto di corresponsabilità educativa tra scuole e famiglie. Questo per ribadire oltre ogni ragionevole dubbio che il tutto potrà – non dovrà – avvenire nel rispetto dell'autonomia scolastica» (Alessandro Zan, Corriere della Sera, 23 giugno).

Oltre ogni ragionevole dubbio, il messaggio in soldoni è il seguente: “Cari vescovi e cardinali, potrete continuare a far ciò che volete, come prevede il Concordato e le stesse leggi scolastiche; vi abbiamo già dato tutte le garanzie possibili, al punto che alla Camera anche Lega e FdI hanno votato la legge; ora in cambio dateci la solita finta patacca da esibire come “vittoria” agli occhi del mondo laico e progressista. Per voi non cambierà nulla, permetteteci almeno di salvare la faccia”. Sarà questo il mercimonio dei prossimi giorni.

La verità è che solo rompendo con la Chiesa, a partire dalla cancellazione del Concordato, è possibile salvaguardare con coerenza i principi più elementari di laicità, e con essi i diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi. Il punto vero non è se la legge Zan viola il Concordato o meno, ma che l'intervento della Segreteria di Stato vaticana chiarisce una volta di più, se ve ne era bisogno, che il Concordato è un'arma intollerabile in mano alla Chiesa a tutela dei suoi privilegi. Inclusa la scandalosa evasione fiscale di 5 miliardi di euro sottratti allo Stato, da tempo accertati e che nessuno le chiede.

A sua volta non si può rompere con la Chiesa, e cancellare il Concordato, senza rompere con la borghesia italiana, i suoi partiti, i suoi governi.

La Chiesa è da sempre parte organica del capitalismo italiano, con le sue banche, le sue partecipazioni azionarie, le sue gigantesche proprietà immobiliari. Il Concordato del 1929 tra il cardinal Gasparri e Benito Mussolini non fece che sancire giuridicamente questa realtà, con un matrimonio di reciproci interessi. Il PCI di Togliatti lo mise in Costituzione col famigerato articolo 7. Il suo aggiornamento nel 1984, sotto il governo Craxi, assicurò al matrimonio lunga vita. La presenza della Chiesa in tutte le istituzioni dello Stato borghese e della vita pubblica (scuola, sanità, giustizia, esercito) lo testimonia quotidianamente.

Non è un caso che i partiti della sinistra cosiddetta radicale (PRC, PdCI) che si sono avvicendati nei governi con la borghesia e/o che aspirano a parteciparvi non solo non hanno mai rivendicato l'abolizione del Concordato, ma hanno cercato di legittimarsi presso gli ambienti clericali, a volte esaltando il Papa di turno. È la ragione per cui solo un partito marxista rivoluzionario, proprio in quanto anticapitalista, può essere coerente sino in fondo sullo stesso terreno delle libertà democratiche e dei diritti civili.

Via il Concordato!
Giù le mani della Chiesa dai corpi e dai diritti delle donne, degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, di tutti gli oppressi!

Partito Comunista dei Lavoratori