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Il compagno Turigliatto e la missione italiana in Afghanistan

 


“La verità è rivoluzionaria” Antonio Gramsci


“La verità è sempre rivoluzionaria, la falsità può servire solo a salvare le false autorità” – Lev Trotsky



Le ultime vicende afghane hanno spinto Franco Turigliatto, principale dirigente di Sinistra Anticapitalista, a riflettere ancora una volta (La guerra, ovverosia la prova del nove per la sinistra) sul momento in cui Rifondazione Comunista votò il rifinanziamento alla missione di guerra al tempo del secondo governo Prodi (2006-2008).

Turigliatto, ancora una volta, si presenta come coerente oppositore a tale scelta. Senza volere scrivere qui un articolo dettagliato, vorremmo ristabilire, per utilità di tutti i compagni che si considerano comunisti rivoluzionari e anticapitalisti, la verità storica dei fatti.

Sull’Afghanistan Turigliatto non votò mai contro. Nel 2006 votò a favore, come obtorto collo riconosce in una nota del suo stesso articolo. Parla di pressioni immense (sic!) che lo obbligarono a tale scelta. Al di là dell’insussistenza di una simile argomentazione, per un compagno che si richiama al marxismo rivoluzionario (cosa dovremmo dire delle pressioni a cui erano sottoposti i deputati tedeschi il 4 agosto del 1914?), come riporta un articolo ironico del Corriere di allora (lo alleghiamo sotto, ndr), Turigliatto fu molto più parco, dichiarando che rientrava nei ranghi per non mettere in questione la «stabilità del governo».

Ricostruendo gli avvenimenti del febbraio 2007 in una riunione interna ai deputati di Rifondazione, Turigliatto disse che mai avrebbe rivotato il finanziamento. In realtà, come riportato dai principali giornali di allora, in sede di dichiarazione di voto Turigliatto chiese a D'Alema, ministro degli esteri e relatore, di fare appello ad una conferenza di pace, promettendo in tal caso di votare a favore del rifinanziamento. D’Alema, convinto di aver la maggioranza di un voto e forse per fare una delle sue contorte manovre, lo mandò a quel paese. Ma anche a quel punto Turigliatto non votò contro, ma se ne tornò a casa “a coltivare le sue rose” (testuale) senza votare contro o astenersi per “non far cadere il governo”. Questo cadde perché il senatore Pininfarina (che non capiva più niente) e Andreotti (per motivi che non c'entravano niente con l’Afghanistan) votarono contro.

Nacque il Prodi II di quella legislatura, su un programma più reazionario di prima, e l'espulso Turigliatto votò a suo favore, dichiarando di farlo a nome di Sinistra Critica.

Su tutta l’esperienza di Sinistra Critica, antesignana di Sinistra Anticapitalista, consigliamo la rilettura dell'articolo che abbiamo scritto a suo tempo: Il prode Turigliatto e il governo Prodi.

Aggiungiamo solo che in quest’ultimo suo articolo, Turigliatto dice testualmente: «Nella costruzione di un progetto alternativo si può essere sconfitti e dover ripiegare, ma non si possono fare o gestire scelte che contrastano con gli obbiettivi immediati e storici delle classi lavoratrici». Vorremmo chiedere al compagno Turigliatto se votare 7 miliardi di riduzione di imposte l’anno ai capitalisti e poi, già dopo l’espulsione, altri tre miliardi a banche e assicurazioni, rientri negli interessi storici o anche solo immediati della classe operaia.

Siamo certi che la pubblicazione di questa nostra nota provocherà reazioni diverse e anche ostili. Se si tratterà di insulti non risponderemo, perché non ci occupiamo di spazzatura. Invece a chi ci potrà criticare per aver rivolto i nostri strali contro una componente della sinistra, ricordiamo qui un concetto che ci pare fondamentale: noi consideriamo Turigliatto e Sinistra Anticapitalista come centristi, cioè oscillanti o intermedi tra riformismo e marxismo rivoluzionario, anche se la storia di Turigliatto oscilla molto di più verso il riformismo. Il punto è che il centrismo è sempre stato nella storia del movimento operaio un ostacolo pesante per la costruzione di veri partiti rivoluzionari.

Da Marx contro Proudhon e cento altri nell’estrema sinistra di allora, a Lenin contro gli economicisti e contro i menscevichi, a Trotsky contro i centristi degli anni ’30, questa polemica è stata al centro della loro battaglia politica e produzione teorica. Nel nostro piccolo, noi dobbiamo continuarla, anche per cercare di chiarire ai compagni dentro o vicini a Sinistra Anticapitalista che se cercano il trotskismo o semplicemente un anticapitalismo conseguente hanno sbagliato indirizzo, e dovrebbero unire i loro sforzi ai nostri.

Partito Comunista dei Lavoratori


1970-2020, la lezione dei moti di Reggio Calabria

Un'iniziativa del PCL in Calabria sui moti di Reggio

I moti di Reggio Calabria furono uno snodo significativo della storia italiana. Il dibattito che oggi si sta sviluppando è paralizzato dalla riproposizione banale di posizioni che, da un lato, si presentano come una rivolta di popolo contro un ceto politico prevaricatore guidata dai “boia chi molla” e, dall’altro, rivendicano al gruppo dirigente del PCI il “merito” di avere garantito la stabilità delle istituzioni. In questi termini si perde, in maniera interessata, l’occasione di una riflessione adeguata.

Su questi problemi la Commissione meridionale del Partito Comunista dei Lavoratori ha, invece, promosso una conferenza che ha discusso aspetti essenziali sui quali riflettere per farne tesoro in questo momento cruciale.
Nel clima di omologazione oggi imperante va indubbiamente rilevata la scarsa attenzione che gli organi di informazione hanno riservato all’iniziativa. Essa è partita dalla lucida ricostruzione dei fatti sviluppata dal compagno Brunetti, all’epoca segretario regionale del PSIUP, che è partito dal riferimento generale al contesto italiano.

Negli anni seguiti alla nascita del centrosinistra, la società meridionale vide lo sviluppo di mobilitazioni di massa di grande rilievo condotte da lavoratori, contadini e da settori importanti delle giovani generazioni. Dopo la repressione delle lotte per la riforma agraria, stroncate nel dopoguerra dalle stragi di Melissa, e il consolidamento di un blocco reazionario e mafioso nel Sud, le masse finalmente tornavano in campo.
Ciò accadeva anche nella città di Reggio Calabria, con ferrovieri, studenti, ampi settori di un proletariato cresciuto con lo sviluppo demografico e l’inurbamento di migliaia di lavoratori che si stavano mobilitando contro emarginazione e sfruttamento.
La mobilitazione toccava aspetti di grande significato, come l’opposizione all’imperialismo, l’occupazione delle scuole, il riconoscimento dei diritti del lavoro.
C’era, in altri termini, la possibilità di costruire un grande movimento che unisse la società meridionale alle masse del Nord e alle loro lotte.
Il malessere del Sud emergeva con la manifestazione di bisogni di massa che talvolta venivano espressi anche con elementi di confusione. Quando questo malessere si incrociò con la scelta del capoluogo regionale, la sinistra avrebbe dovuto essere presente nella società con una proposta che giocasse al rialzo e ponesse al centro la necessità di spezzare l’ordine sociale sulle questioni del lavoro, della mafia, e che parlasse con la voce dell’anticapitalismo; se ciò fosse avvenuto, le masse di Reggio Calabria non sarebbero state consegnate all’egemonia della destra.

Il gruppo dirigente del PCI fece totalmente altro, con una scelta che rimuoveva le indicazioni di Gramsci e cancellava il compito di unire le masse di tutto il paese, per privilegiare invece il suo ruolo di forza politica nazionale che garantisse la tenuta dell’ordine sociale e la stabilità delle istituzioni borghesi.
Le posizioni del PSIUP calabrese, che si muovevano su una prospettiva radicalmente diversa e di classe, furono pesantemente attaccate come irresponsabili e costrette all’isolamento, anche con la complicità del gruppo dirigente nazionale dello stesso PSIUP.
Posizioni che furono ben altra cosa rispetto a quelle prodotte in maniera estemporanea da esponenti di Lotta Continua.
A ben considerare, la posizione assunta dal PCI era in stretta continuità con la linea imposta al partito da Togliatti e da tutto il gruppo dirigente staliniano con la svolta di Salerno.
La sconfitta sui fatti di Reggio, che il responsabile meridionale del PCI Gerardo Chiaromonte classificò come “una ragazzata di quattro teppisti”, portò conseguenze pesanti, con il definitivo arroccamento del PCI al governismo e alla collaborazione di classe. Tutto ciò con conseguenze che ricadono fino ad oggi, momento in cui globalizzazione e imperialismo producono, anche per la crisi del movimento operaio, una miseria più grande e nuovi spaventosi sviluppi.

Cinquanta anni dopo i moti si evidenzia come la Caporetto della sinistra governista, che è durata nel tempo, ha contribuito a una crisi generale gravissima.
Nel suo quadro si collocano la situazione di un’area mediterranea sempre più povera e uno sconvolgimento che tocca aree geografiche e sociali sempre più grandi.
La speranza che l’Europa degli imperialisti possa produrre un riequilibrio è solo una pia illusione. Solo un’Europa diversa basata sull’unione dei lavoratori del vecchio continente e delle masse dei paesi poveri costrette all’immigrazione può invertire la rotta. La proposta di un piano per il nuovo lavoro e un’economia non più fondata sul capitalismo è di fondamentale importanza.

Altri aspetti sono stati puntualizzati dal compagno Pino Siclari, coordinatore della Commissione meridionale del PCL. La cecità delle burocrazie politiche e sindacali e il loro naufragio sui fatti di Reggio emersero anche con la sottovalutazione del problema del capoluogo inserita nella riforma che al momento del varo della Costituzione introduceva l’ordinamento regionale. Essi avevano tutto il tempo per disinnescare questa mina vagante e per evitare tutte le sue catastrofiche conseguenze sulla realtà sociale calabrese. Le scelte adottate dal PCI diedero spazio all’egemonia reazionaria e consentirono alla destra di costruire un blocco sociale contrapposto al movimento operaio e collaterale, se non collegato, alla strategia della tensione e delle stragi.
L’errore proseguì nel tempo; ancor prima del governo Andreotti, in Calabria si costituì una maggioranza regionale allargata al PCI.
Poi il compromesso storico, la svolta dell’EUR con i sacrifici che, imposti nel sacro nome dello sviluppo del Sud, avrebbero penalizzato ulteriormente le masse meridionali.
E poi ancora la mutazione dell’identità esteriore del PCI e la sua inequivoca collocazione nel campo delle forze borghesi con la nascita del PDS e dei DS.
Infine una considerazione sul lascito culturale dell’egemonia reazionaria: la protesta contro i misfatti dei “politici”.
L’odierna “antipolitica” non può essere considerata una proiezione di quel delirio "rivoluzionario" che oggi si ripropone con Grillo e Salvini?
In questo momento di emergenza, a una sinistra più debole e mal messa si ripropone lo stesso dilemma di allora: o essere l’elemento di garanzia per il mondo di lorsignori o parlare il linguaggio della rivoluzione.

Altri interventi, come quelli dei compagni Demetrio Cutrupi e Antonio Messineo, hanno puntualizzato la responsabilità di quei gruppi dirigenti che lasciarono campo aperto alla destra e resero ancor più esplicito l’abbandono delle categorie politiche di Antonio Gramsci. Quelle categorie politiche che invece la conferenza del PCL ha rimesso al centro, e con le quali ha letto i moti di Reggio, rendendo la loro lezione utile sul terreno della prospettiva politica nel nome e per conto dell’interesse dei lavoratori.
L’iniziativa si è conclusa con l’annuncio di una prossima sessione degli "itinerari gramsciani” dedicata ai moti di Reggio e con l’indicazione di un’assemblea meridionale della sinistra di opposizione da tenersi nei mesi a venire.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale