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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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L'ex ministro Ferrero loda Berlusconi


«Anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta. [...] Berlusconi ha detto che è preoccupato per la situazione di guerra in cui siamo [...] ha detto che aveva riallacciato i rapporti con Putin. Dov'è il problema? [...] Oggi quindi Berlusconi... ha detto una cosa vera e si è fatto interprete di un sentimento di timore per la guerra e di necessità di dialogo che condivide la maggioranza degli italiani.»

Lo ha dichiarato l'ex ministro del governo Prodi Paolo Ferrero, dirigente nazionale di Rifondazione Comunista. C'è da restare trasecolati. Berlusconi nel suo famoso discorso ai propri deputati non si è affatto limitato a esprimere «un sentimento di timore per la guerra». Ha presentato la guerra d'invasione dell'Ucraina da parte della Russia del 24 febbraio come una risposta alle provocazioni militari di Zelensky, mirata a rimpiazzarlo «con gente per bene». Una lodevole operazione militare speciale che solo la resistenza ucraina all'invasione ha «purtroppo» trasformato in guerra. In altri termini Berlusconi ha detto che è l'Ucraina che ha imposto la guerra al suo «dolcissimo» amico russo, che generosamente voleva chiudere il tutto in una settimana.

Ora: come può Ferrero lodare come «una cosa vera» la cinica rappresentazione putiniana della guerra d'invasione dell'Ucraina, col suo carico di morte, distruzioni, dieci milioni di sfollati? Dichiararsi contro la NATO e l'imperialismo di casa nostra significa forse abbellire l'imperialismo altrui, e le relazioni amicali con questi di un vecchio arnese reazionario come Berlusconi?

Il punto è che quando non si hanno principi si può fare tutto. Si potevano ieri votare da ministro di Prodi le spese di guerra dell'imperialismo NATO come si può oggi presentare come atto di pace il sostegno di Berlusconi alla guerra di Putin.

L'orologio di Ferrero funziona forse benissimo, ma di certo non è l'orologio del comunismo, e nemmeno della pace.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

CHE COS'E' IL NSBM E COME COMBATTERLO


Riprendiamo e volentieri pubblichiamo

 Un mio contributo sul nazismo nella scena del metal estremo


Il NSBM (acronimo che sta per National Socialist Black Metal) è una branca del metal estremo improntata ad ideologie nazional-socialiste, che non si caratterizza per una particolare influenza stilistica, per quanto improntato su marcate influenze derivanti dal RAC, quanto per una comunanza di ideali derivanti dal retaggio della destra più estrema, quali razzismo, sessismo, misoginia, abilismo, anti-comunismo, ecc.

Il problema del nazismo nel black metal si pose già dalla cosiddetta "seconda ondata" (successiva ad una prima che ne tratteggiò i canoni stilistici principali, seppur ancora piuttosto vaghi, e formata da band quali primi Bathory, Celtic Frost, Venom), con uno dei suoi principali esponenti, Varg Vikernes in arte "Burzum", che non ha mai nascosto le sue simpatie per il regime hitleriano e che, durante la sua permanenza in carcere successiva all'omicidio di un altro esponente della scena black metal, Øystein Aarseth in arte "Euronymous", arrivò a scrivere un delirante manifesto dal titolo di "Vargsmål" improntato su ideali razzisti e suprematisti.

Inoltre la seminale band Darkthrone, dopo un esordio più improntato sul death metal ed una successiva virata sul black coi dischi successivi, nel suo disco del 1994 "Transilvanian Hunger" stampò sul retro del disco la scritta "Norsk Arisk Black Metal" ("Black Metal Norvegese Ariano") e dichiarò che "Transilvanian Hunger è oltre ogni critica. Se qualcuno dovesse provare a criticare questo LP dovrà essere trattato con sufficienza per il suo comportamento palesemente ebreo." (1)
La pezza che il gruppo cercò di metterci, dato il clamore suscitato, fu peggiore del buco: si giustificarono dicendo che in Norvegia la parola "ebreo" si usa per definire qualcuno particolarmente stupido (sic!).

Con gli anni, e visto il brodo di coltura regnante in tale campo, le ideologie legate alla destra più estrema ebbero modo di proliferare indisturbate e crescere esponenzialmente, passando da stupide boutade ad una vera e propria militanza politica: in Grecia il gruppo dei Der Sturmer (il cui nome rimanda al famoso giornale di propaganda antisemita della Germania nazista, edito tra il 1923 e il 1945) è formato da militanti della famosa formazione neonazista Alba Dorata, ed il gruppo dei Naer Mataron è arrivato anche ad eleggere un deputato, il loro bassista Kaiadas, con tale formazione politica.

La scena NSBM (presente anche in Italia con band quali Kaiserreich, Via Dolorosa, Frangar, i disciolti Waffen SS...) è particolarmente florida nei paesi della ex "cortina di ferro": Polonia (col famigerato Temple Of Fullmoon e band quali Graveland, Veles, Dark Fury), Ucraina (Nokturnal Mortum, Kroda, Drudkh), Bulgaria (88, Gaskammer, Paganblut) e via dicendo.
Questo è sicuramente un lascito dello stalinismo e della sua controrivoluzione che, a causa delle carestie e della povertà provocata dalla sua burocrazia e dalla successiva restaurazione capitalistica dopo il crollo dell'URSS, ha provocato nel proletariato di tali nazioni un sentimento di odio verso quello che loro identificano come "comunismo" ed ha portato così una parte di esso ad abbracciare idee reazionarie e controrivoluzionarie.

Due casi particolari sono rappresentati dai due grandi blocchi che si sono scontrati nel corso della seconda guerra mondiale: Germania e Russia.

Nel caso tedesco, culla dell'ideologia che ha dato vita al nazional-socialismo, pur con diverse band che compongono il sottobosco neonazista, il nome da ricordare è uno ed uno soltanto: Absurd.
Gli Absurd sono stati infatti una delle prime band della scena NSBM, attivi fin dagli anni '90 e da subito votati ad ideologie di estrema destra.
Con il succitato Burzum condividono inoltre anche un fatto di sangue: il loro leader Henrik Mobus si macchiò infatti dell'omicidio di Sandro Beyer, un loro compagno di scuola.
Molto clamore suscitò nel 2012 la calata italiana del combo teutonico, boicottata da Indymedia e dalla rete antifascista nostrana (2) che costrinse allo spostamento di ben 3 location per la sede del concerto, il quale alla fine si tenne al Theatre di Rozzano.

La scena russa è invece molto fiorente: sono tante le band che si richiamano al neonazismo in quella terra (alla faccia di Putin che vuole denazificare l'Ucraina...ma forse dovrebbe pensare prima alla sua nazione!) tanto da dar vita, come in Polonia il Temple of Fullmoon, ad una associazione che riunisce tali band, la Blazebirth Hall.
Alcuni nomi sono M8l8th, Branikald, Forest, Velimor, Temnozor... e via dicendo.
Gruppi accomunati da sonorità tra le più variegate ma riuniti all'ombra della svastica.

Va detto, ad onor di cronaca, che ci sono band che hanno giocato molto sull'ambiguità e sul mostrare vaghe simpatie naziste (Nargaroth, Moonblood, Taake...) per "scandalizzare" e vendere più dischi in un ambiente in cui si gioca a chi è più cattivo e fa la cosa più oltraggiosa.
Per dirla con le parole di Hendrik Mobus degli Absurd, "puoi insultare Gesù Cristo e onorare Satana, e a nessuno gliene fregherà un cazzo. Puoi parlare di qualsivoglia depravazione sessuale, e ti chiederanno di continuare. Oggi come oggi è solo con il nazionalsocialismo che trovi tutte le porte sbarrate e la gente che ti volta le spalle". (3)
Hoest, leader e mastermind dei norvegesi Taake, nel 2007 ad Essen si presentò sul palco con una svastica incisa sul petto e venne (giustamente) cacciato a bottigliate.
Lo stesso Hoest nel tempo ha mostrato atteggiamenti islamofobi e misogini, tanto che ci furono forti polemiche per la calata bolognese della sua band nel 2018 (4) e negli Stati Uniti ed in Oceania ebbero problemi e dovettero cancellare delle date.

Questi miserabili ignoranti mostrano svastiche e croci celtiche convinti così di scandalizzare o addirittura di essere "rivoluzionari", ma non si rendono conto che in questo comportamento non c'è nulla di ribelle nè tanto meno di rivoluzionario: fascismo e nazismo sono sempre stati strumento della grande borghesia contro il proletariato. Basti pensare al biennio rosso italiano quando le squadracce fasciste venivano mandate dai padroni a scardinare i picchetti operai.
Destano inoltre particolare motivo di derisione i gruppi neofascisti che si rifanno al paganesimo, quando il fascismo è sempre stata un'ideologia fortemente legata alla religione cristiana.

Dai primi anni 2000 ha preso però forma un nuovo sottogenere del black metal, con lo scopo di combattere l'avanzata reazionaria e sempre più incontrollata di queste ideologia all'interno della scena: sto parlando del RABM (acronimo che sta per "Red & Anarchist Black Metal", ovvero il black metal di natura comunista, anarchica e antifascista).
Da una prima sparuta manciata di band (Iskra, Profecium, SorgSvart), la scena si è sempre più consolidata fino a giungere negli ultimi anni a creare un vero e proprio network internazionale (5) creato con lo scopo di non lasciare il metal estremo in mano a fascisti e nazisti e di creare spazi sicuri per chiunque non appartenga al classico "stereotipo" del maschio bianco etero cis e voglia assistere ad eventi e ascoltare musica senza sorbirsi retorica imbecille e reazionaria.

A Bologna e in alcune regioni italiane sono in particolare attivi i compagni e le compagne di Semirutarum Urbium Cadavera (6) con banchetti, organizzazione di eventi e sostegno alla scena metal locale antifascista.

Tirando le somme, il metal estremo in generale e il black metal in particolare ha al suo interno un cancro molto radicato ma non impossibile da estirpare.
Con l'impegno dei compagni e delle compagne che non vogliono lascare la musica estrema in mano a tali schifosi soggetti, possiamo fare molto per vincere questa piaga che affligge tale scena.

Alla lotta!

(Luca Dalle Donne)

(1)  (da un comunicato stampa della Peaceville, etichetta della band al tempo)
(3) (intervista tratta da "Come lupi tra le pecore", di Maspero e Ribaric)

L'anticomunismo di Marco Rizzo

 


Anche sul ddl Zan, Rizzo non si smentisce e sa da che parte stare: ancora una volta, come sempre, con la destra e i reazionari di tutti i tipi, con le loro idee e i loro argomenti

Il 10 maggio Marco Rizzo ha ottenuto una pagina intera sulla Verità di Maurizio Belpietro per esporre le proprie idee a proposito del ddl Zan e più in generale sui diritti civili.
L'ospitalità non è casuale: le posizioni di Rizzo sui diritti civili sono le stesse posizioni della destra più reazionaria, col vantaggio di essere espresse “da sinistra”. Un boccone ghiotto per la stampa misogina e bigotta.

L'intervistatore chiede: «come mai, con una pandemia in corso, il PD insiste così tanto sul ddl Zan?» Domanda scontata. Non la risposta. «Se vogliamo dirla tutta, la mutazione genetica della sinistra italiana inizia negli anni settanta, con l’avvento del femminismo e dell’ecologismo da salotto. Nel nome dei diritti civili hanno buttato a mare i diritti sociali: il lavoro, la casa, la salute, la scuola.»

Attribuire al '68 e all'«avvento del femminismo» i colpi subiti dal lavoro è un distillato della vecchia cultura dominante e dei luoghi comuni più reazionari. Ma volendo essere seri, perché contrapporre i diritti sociali ai diritti civili? Proprio l'esperienza degli anni '70 dimostra l'opposto. Furono anni di grande avanzata del movimento operaio e delle sue conquiste sociali su tutti i terreni indicati: nel campo del lavoro (Statuto dei lavoratori), della casa (equo canone), della salute (riforma sanitaria del 1978), della scuola (scolarizzazione di massa). E proprio per questo, guarda caso, furono gli anni della conquista del divorzio, del diritto all'aborto, più in generale dei diritti delle donne. Cosa dimostra questo se non che l'avanzata del movimento operaio porta con sé l'avanzata di tutti i diritti democratici più elementari?
La controprova è stata l'esperienza dei decenni successivi, quando l'arretramento del movimento operaio, per responsabilità delle direzioni politiche e sindacali della sinistra, ha finito col trascinare nel baratro o sotto processo i diritti democratici conquistati negli anni '70, spianando la strada alla rivincita delle destre peggiori. Quelle che contrappongono i diritti sociali ai diritti civili. Quelle che vogliono abolire la legge 194 e i diritti degli omosessuali. Quelle che celebrano la vecchia cara famiglia patriarcale contro i guasti della modernità. Quelle benedette dalla Conferenza Episcopale e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (già conosciuta come Santa Inquisizione). È la compagnia che oggi Rizzo si sceglie e che gli dà spazio.

Il problema è che “il comunista” Rizzo fa propri esattamente gli argomenti della reazione. Non è che li contrasta insufficientemente, è che li assume in proprio.

«L’ho detto e lo ripeto: la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. [...] La definizione del sesso. Mi sveglio una mattina e decido che sono una donna, e posso usufruire delle quote rosa? [...] Io sono contro ogni discriminazione: ma non voglio nemmeno essere “indirizzato” a darmi lo smalto sulle unghie».

Ora, non sappiamo se la riduzione dell'identità di genere al capriccioso risveglio di un mattino sia più prodotto dell'ignoranza o del cinismo o di entrambe le cose. Sappiamo invece che gli argomenti di Rizzo sono gli stessi con cui il governo reazionario polacco o il regime di Orban in Ungheria si oppongono ai diritti degli omosessuali e dei transessuali. Anche Orban rappresenta i diritti delle minoranze come insidia all'identità sessuale dell'uomo e della donna, quindi alla “famiglia naturale”. Non sono dunque le unghie di Rizzo ad essere insidiate dallo smalto, è Rizzo ad essere ormai intriso di cultura misogina ed omofoba.

«Sta contestando la cosiddetta “ideologia gender”?» chiede l'intervistatore.
«È un'ideologia piegata al consumo. Ci sono dati statistici oggettivi: due single presi separati consumano più di una coppia sotto lo stesso tetto».

Dunque, stando alla logica proposta, una coppia convivente di omosessuali o di lesbiche, o a maggior ragione un matrimonio tra persone dello stesso sesso, sarebbe un colpo al mercato capitalistico? È vano cercare una logica razionale in queste farneticazioni.
In una società capitalista il profitto cerca ovunque uno spazio di mercato, nella vita dei single come delle coppie conviventi come della famiglia tradizionale. Semmai ciò che oggi inquieta il mercato è la riduzione del tasso di natalità, connesso anche alla crisi capitalistica e alla crisi della famiglia. Le campagne per gli assegni familiari o i bonus bebè sono nel segno della celebrazione della famiglia, non dei single, e non solo in Italia. Del resto una società che scarica sul privato di casa la riproduzione della forza lavoro scarica sulla famiglia, cioè sulla donna, il peso della schiavitù domestica, in cambio di qualche obolo.
La ragione vera per cui si negano i diritti degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, sta nel fatto che non rientrano nel modello della famiglia patriarcale, quella prediletta dal capitale, dalla Chiesa e da Marco Rizzo. Che in realtà scopiazza Diego Fusaro.

«Sta dicendo che le battaglie contro la discriminazione sessuale rispondono a una strategia di marketing?» chiede l'intervistatore sempre più incoraggiato dalle parole dell'intervistato.
Rizzo risponde sicuro: «Anche e soprattutto. Vogliamo dirla tutta? Io da giovane usavo una crema cosmetica per tutto il corpo, adesso ho amici che hanno quella per le rughe, il copriocchiaie, quella per le mani e quella per i piedi e via di seguito. La confusione sessuale di oggi risponde a una precisa logica di mercato, prima ancora che ideologica».

Ora, noi non vogliamo occuparci delle creme di Rizzo o dei suoi amici. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, per quale ragione riconoscere i diritti di sesso e di genere contro le discriminazioni moltiplicherebbe... la tipologie delle creme? Non c'è alcun nesso logico, come chiunque può capire. La verità è che Rizzo sente insidiata la natura del vero maschio, possibilmente alfa, quello che come lui tirava di boxe e si vanta di essere uno sciupafemmine. Insidiata da cosa? Dalla «confusione sessuale», lo spettro che agita il sonno di tutti i bigotti in ogni tempo.

L'intervista si conclude con la denuncia della «gabbia euroatlantica» che lede «la sovranità dell'Italia» impedendole di acquistare il vaccino Sputnik di Putin e di debellare il Covid. Del resto chi più di Putin può meglio incarnare la difesa dei valori della famiglia cristiana contro la «confusione sessuale» dell'Occidente?

In conclusione. Nella tradizione leninista la classe operaia deve porsi alla testa delle ragioni di tutti gli oppressi, come mostrò la Rivoluzione d'ottobre che riconobbe i diritti degli omosessuali e dei transessuali, poi tramutati in crimini da Stalin nel 1933, con tanto di condanne ai gulag e ai lavori forzati. In Rizzo l'eredità stalinista vive non più come tragedia ma come farsa. L'unica vera tragedia è che nella «confusione» generale vi sia chi scambia Rizzo per un comunista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Salvini applaude Rizzo sui migranti

Marco Rizzo ha espresso a Coffee Break, su La7, l'opinione del proprio partito circa la vicenda dei migranti e del loro diritto d'accesso nei porti italiani.
Alla domanda se riteneva giusto o meno aprire i porti per consentire lo sbarco dei migranti sequestrati in mare, Marco Rizzo non solo non ha risposto, ma ha dato sponda ai peggiori argomenti della destra, sul filo di un'ambiguità calcolata e non nuova.

Rizzo ha criticato «le politiche della pseudosinistra contro il lavoro» (giusto) e «l'indifferenza dei sindaci del PD sul problema della casa» (giusto); ha rivendicato l'importanza della redistribuzione del lavoro tra tutti consentita dalla tecnologia e dalla scienza (giusto). Ma ha concluso testualmente che «i diritti civili sono diritti della borghesia, sono cose che vengono dopo», e che difenderli fa il gioco di Salvini. In altri termini, Rizzo ha contrapposto di fatto i diritti del lavoro ai diritti dei migranti.

Questa conclusione è francamente indecente.

I comunisti, se sono tali, difendono i diritti di tutti gli sfruttati. La centralità della classe operaia in un progetto di liberazione dell'umanità passa per la sua capacità di porsi alla testa delle rivendicazioni di tutti gli oppressi, contro tutti i soprusi e tutte le ingiustizie che il capitale infligge loro. I diritti alla vita e alla dignità dei migranti sono sicuramente tra questi. Non sono “i diritti civili della borghesia” (che oltretutto se sono diritti democratici andrebbero comunque difesi dalla reazione), sono i diritti elementari di chi è condannato alla fuga dalle proprie terre dallo sfruttamento dell'imperialismo e dalle sue guerre. Sono i diritti oggi colpiti nel modo più infame da un governo reazionario M5S-Lega che scavalca a destra le peggiori misure di Minniti. Può essere che difendere questi diritti non sia “popolare” presso ampi settori di lavoratori italiani, calpestati da trent'anni da tutti i governi del capitale (inclusi quelli che Rizzo ha appoggiato) e oggi aizzati contro i migranti. Ma i comunisti, se sono tali, non barattano una questione di principio con la ricerca di popolarità. Tanto meno fanno da sponda alla campagna reazionaria contro i migranti di un ministro degli Interni forcaiolo. Semmai combattono per liberare la propria classe di riferimento da tutti i pregiudizi reazionari e da chi li fomenta.

Contrapporre i diritti sociali su casa e lavoro ai diritti degli immigrati è oggi il cuore della campagna di Salvini, con Di Maio perfettamente complice. Sentire Marco Rizzo che a nome dei “comunisti” liscia il pelo a questa campagna, e le fa il verso, è davvero scandaloso. Ma non ci sorprende: la cultura stalinista non conosce ragioni di principio ma solo di opportunità.

Certo è comprensibile che tutta la peggiore stampa reazionaria, incluso il Secolo d'Italia e Il Primato Nazionale (giornale legato a Casapound!), abbia dato ampia pubblicità alle dichiarazioni di Rizzo, con un plauso convinto. A noi spetta il dovere di chiarire che i comunisti non hanno nulla a che fare con questo cinismo.
6 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Sostieni e firma "PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA"

Per sostenere e firmare la lista "PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA"
ti aspettiamo:

    • 15/01 ore 15-21 via S. Donato 87 c/o COOP
    • 16/01 ore 08-14 piazza Liber Paradisus (fronte scalinata)
    • 16/01 ore 08-14 Piazza Capitini int. mercato post. 21
    • 17/01 ore 15-21 via della Barca 57 c/o COOP
    • 18/01 ore 15-21 via M.E.Lepido 186 c/o fermata bus
    • 19/01 ore 15-21 via del Pratello 63
    • 20/01 ore 15-21 via del Pratello 52

      ll capitalismo prosegue la propria offensiva contro le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori e della maggioranza della società. Da decenni, ormai, dentro la zona euro e fuori di essa. 
      La necessità di una sinistra, che si batta contro il capitalismo senza alcuna illusione riformista, è riproposta tanto più oggi dall'intera situazione politica e sociale. 
      In Italia, come nel resto d’Europa, le sinistre riformiste, politiche ( da Syriza a Podemos) e sindacali, sono state incapaci di resistere e spesso hanno favorito lo smantellamento delle conquiste dei lavoratori. 
      Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Classe Rivoluzione hanno dato vita ad una lista anticapitalista, rivoluzionaria, comunista, classista e internazionalista
      Una lista che lotti contro l’austerità, contro l’Unione Europea capitalista e per un programma di trasformazione rivoluzionaria della società
      Una lista che ponga al centro la classe operaia e attorno ad essa tutto il mondo del lavoro, i disoccupati, i precari, gli immigrati, le donne, gli omosessuali e le lesbiche, i generi e le minoranze discriminate, insomma tutti gli oppressi.
      Una lista che si batta per la prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che decida subito:
      contro le privatizzazioni e invece per le nazionalizzazioni sotto controllo dei lavoratori; la cancellazione delle leggi sulla precarietà – dal pacchetto Treu al Jobs Act - e dello smantellamento delle pensioni (a cominciare dall’aumento dell’età pensionabile); la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario; per il salario ai disoccupati e a chi è in cerca di prima occupazione; per le case popolari e la riqualificazione del territorio - in contrasto alle grandi speculazioni; per i servizi pubblici universali e gratuiti - scuola, trasporto, sanità, servizi etc.; la nazionalizzazione delle banche, l’annullamento del debito pubblico e la rottura del Fiscal Compact; il permesso di soggiorno per i migranti, la rottura del ricatto e per un sistema di accoglienza fondato sui diritti sociali, economici e civili, per l'apertura di canali umanitari; l'opposizione alle guerre imperialiste; l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio sia delle aziende dei grandi capitali multinazionali che dei capitalisti nazionali (ad es. l’Ilva);
      Una lista internazionalista, fuori e contro ogni forma di sovranismo; che si batta per i diritti di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa (ad es. la Catalogna); che si batta per l’unificazione dell'Europa in una federazione di stati socialisti. 
      La nostra si configurerà come l’unica lista basata su un reale programma anticapitalista e rivoluzionario perché dall’inizio della crisi abbiamo visto una serie di governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) responsabili delle peggiori politiche antipopolari di questi decenni, a cui hanno collaborato tanto la destra quanto il centrosinistra, comprese quelle forze che dopo aver rotto all’ultimo minuto vogliono presentarsi come la sinistra ( ad es.Liberi e Uguali, PRC etc.). Il tutto con la colpevole complicità delle burocrazie sindacali.
      L’alternativa non può venire neanche dal Movimento 5 Stelle, ostile a riconoscere le rivendicazioni della classe lavoratrice e degli sfruttati, che oggi mostra sempre più chiaramente il suo volto liberista e anti-immigrati.
      Chiediamo dunque a tutti i e le militanti e attivisti di sinistra di unirsi a noi in questa iniziativa e a tutti i sinceri democratici di permettere la presentazione di questa lista, unica voce diversa e in contrasto con i poteri forti e i loro partiti che dominano una campagna elettorale a senso unico: tutto per i capitalisti e i ricchi, niente per i lavoratori e i poveri.
      Firma e sostieni:
      PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

      Per una sinistra rivoluzionaria

      Una lista anticapitalista, rivoluzionaria, comunista, classista, internazionalista

      30 Novembre 2017
      ll capitalismo internazionale ed europeo prosegue la propria offensiva contro le condizioni di vita e di lavoro della classe lavoratrice e della maggioranza della società. Un'offensiva che dura decenni, dentro la zona euro e fuori di essa. Un'offensiva condotta da tutti i governi e da tutti i partiti di governo, incluso quel governo Tsipras di Syriza-Anel che tutte le sinistre "riformiste" italiane ed europee continuano a sostenere acriticamente. È la riprova che il riformismo non è in grado di dare risposte alla crisi del capitalismo e quindi si subordina agli interessi delle classi dominanti e alla continuità dei sacrifici.

      In Italia, come nel resto d’Europa, questa subordinazione al capitale delle sinistre riformiste, politiche e sindacali, ha prodotto negli anni e decenni lo smantellamento progressivo delle conquiste dei lavoratori.

      La necessità dunque di un’altra sinistra, che si batta per la rottura con le compatibilità capitaliste in contrapposizione ad ogni illusione riformista, è riproposta tanto più oggi dall'intera situazione politica e sociale.
      In questa prospettiva il Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Classe Rivoluzione si propongono di dar vita, per le prossime elezioni politiche, ad una lista
      anticapitalista, rivoluzionaria, comunista, classista e internazionalista.

      Una lista che lotti contro l’austerità, contro l’Unione Europea capitalista e per un programma di trasformazione rivoluzionaria della società, l’unico che può indicare una via d’uscita alla grande maggioranza della popolazione attanagliata da dieci anni di crisi di questo sistema.

      Una lista che ponga al centro la classe operaia come soggetto sfruttato e motore di un progetto di trasformazione; e attorno ad essa le necessità di lavoratori e lavoratrici, disoccupati, precari, immigrati, oppressi, donne, omosessuali e lesbiche, generi e minoranze discriminate contro gli interessi di capitalisti e banche, gerarchie ecclesiastiche, organizzazioni criminali, partiti padronali, governi e istituzioni dell'Europa borghese.

      Una lista che riconduca quei bisogni ad un programma di rivendicazioni che ponga la prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici: attraverso l'opposizione alle privatizzazioni e per le nazionalizzazioni sotto controllo dei lavoratori; la cancellazione delle leggi sulla precarietà – dal pacchetto Treu al Jobs Act - e di smantellamento della previdenza sociale e pensionistica; la riduzione netta dell'orario di lavoro a parità di salario; un dignitoso salario ai disoccupati e a chi è in cerca di prima occupazione; un piano nazionale di lavoro per case popolari e rinnovamento edilizio, riqualificazione del territorio rinnovamento e potenziamento delle infrastrutture - in contrasto alle grandi opere speculative - e dei servizi pubblici universali e gratuiti - scuola, trasporto, sanità, servizi etc.; la nazionalizzazione delle banche e di tutti gli istituti di credito, l’annullamento del debito pubblico verso di esse e la rottura con i vincoli del Fiscal Compact; il pieno accesso al permesso di soggiorno per i migranti, la rottura del ricatto permesso lavoro per un sistema di accoglienza fondato sui pieni diritti sociali, economici e civili e l'apertura di canali umanitari; l'opposizione alle guerre imperialiste; l'esproprio senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle aziende controllate dai grandi capitali multinazionali e dalla borghesia nazionale.

      Una lista internazionalista, che assuma l'interesse generale del movimento operaio internazionale, fuori e contro ogni forma di sovranismo; che si batta per i diritti di autodeterminazione di ogni nazionalità oppressa; che ponga la prospettiva dell'unificazione dell'Europa in una federazione di stati socialisti.
      Attorno a questi assi generali - classisti, comunisti, internazionalisti - produrremo a breve un testo programmatico compiuto.

      Quello che appare evidente di fronte allo scenario della divisione, manovre e confusione a sinistra è che la nostra si configurerà come l’unica lista basata su un reale programma anticapitalista e rivoluzionario, in contrapposizione a programmi riformisti di destra e di sinistra, al massimo antiliberisti, mai anticapitalisti, presentati per di più da quelle forze di sinistra che in passato hanno collaborato con i governi di centrosinistra.

      Dall’inizio della crisi abbiamo visto una serie di governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) responsabili delle peggiori politiche di massacro sociale di questi decenni, a cui hanno collaborato tanto la destra quanto il centrosinistra, comprese quelle forze che dopo aver rotto all’ultimo minuto vogliono presentarsi come la sinistra in questo paese. Il tutto con la colpevole complicità delle burocrazie sindacali.
      È necessario affermare il punto di vista di classe anche contro la demagogia agitata dal Movimento 5 Stelle che oggi mostra sempre più chiaramente il suo volto liberista e anti-immigrati, strutturalmente ostile a riconoscere le istanze della classe lavoratrice e degli sfruttati in generale.

      Anche per questo riteniamo assolutamente necessario che ci sia, anche sul terreno elettorale, la voce di quelle organizzazioni politiche che, uniche, non hanno mai tradito gli sfruttati e gli oppressi, i loro bisogni, le loro prospettive di reale liberazione.
      Per questo noi invitiamo tutti i e le militanti e attivisti realmente di sinistra ad unirsi a noi in questa iniziativa.
      Come invitiamo tutti e tutte gli e le sfruttati ed oppressi ad appoggiarci col loro voto così come nelle lotte.
      Partito Comunista dei Lavoratori - Sinistra Classe Rivoluzione

      Il marxismo rivoluzionario ed il riformismo di fronte alla prova della Catalogna

       Ogni precipitazione dello scontro politico e sociale mette alla prova gli orientamenti generali della sinistra e ne svela la natura profonda. La precipitazione dello scontro tra Spagna e Catalogna è sotto questo profilo un caso di scuola. 

      Lo Stato spagnolo ha dichiarato guerra alla Repubblica di Catalogna. Rajoy ha definito la dichiarazione di indipendenza “un atto criminale”. Il PP invoca la “repressione della ribellione”. Il Psoe annuncia che “la legalità tornerà in Catalogna con ogni mezzo necessario”. Ciudadanos chiede “un immediato piano di intervento senza limitarsi alle parole”. La magistratura legittima l'arresto dei “responsabili della sedizione” con una imputazione di stampo franchista che prevede decenni di galera. La prima pagina di El Pais grida a titoli cubitali “ Il Parlamento di Catalogna consuma un golpe contro la democrazia, lo Stato si appresta a soffocare la insurrezione” ( testuale, 28/10). Intanto dieci mila militari della guardia civil, ormeggiati nel porto di Barcellona, attendono disposizioni.

      A cosa si deve questa minacciosa isteria reazionaria? A un fatto semplice. La Catalogna ha rotto con la monarchia spagnola. Lo ha fatto col referendum del primo Ottobre, quando oltre due milioni di catalani hanno sfidato la repressione poliziesca per esprimere la volontà di indipendenza. Lo ha fatto con la continuità di una mobilitazione di massa, in particolare dei giovani, che ha retto alla paralisi e alle indecisioni del governo della Generalitat e ha finito con l'imporre la dichiarazione della Repubblica. Nulla chiarisce meglio la natura del sentimento nazionale catalano, le sue radici storiche nella rivoluzione repubblicana e nell'opposizione al franchismo, quanto il coraggio della resistenza popolare a Madrid. E nulla chiarisce meglio la contiguità culturale di tanta parte dello Stato spagnolo col passato franchista quanto la furia repressiva contro la Catalogna.

      PODEMOS E IZQUIERDA UNIDA CONTRO LA REPUBBLICA DI CATALOGNA 


      In questo quadro il dovere elementare di una avanguardia di classe è quello di difendere la Repubblica di Catalogna contro la repressione di Madrid, dal versante di una prospettiva socialista. Dunque dal versante di una aperta battaglia politica dentro il movimento indipendentista per una egemonia di classe alternativa : in direzione di una Repubblica socialista di Catalogna, nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

      Le sinistre riformiste di Spagna e Catalogna fanno l'opposto. La loro subalternità all'imperialismo spagnolo emerge in questi giorni in tutta la sua gravità. Prima hanno supplicato per mesi a mani giunte il “dialogo” tra la Spagna e la Catalogna, nel nome sempiterno della “democrazia”, del “reciproco rispetto”, della “ricerca di una soluzione concordata” tra lo Stato spagnolo e il movimento di massa catalano. Cioè tra oppressori e oppressi. Ora che la frattura annunciata si è definitivamente prodotta, non esitano a dissociarsi dalla dichiarazione di indipendenza. Naturalmente “criticano” l'adozione dell'articolo 155 da parte di Rajoy. Ma si affrettano a rassicurare l'opinione pubblica sciovinista sul fatto che sono assolutamente contrari alla Repubblica di Catalogna. Podemos dichiara che “ non c'è alcuna base di diritto per la dichiarazione di indipendenza” . La sindaca di Barcellona Ada Colau contesta la “scelta unilaterale del governo catalano”. Izquierda Unida afferma che la “dichiarazione di indipendenza è un atto di irresponsabilità e una oggettiva provocazione”..
      La risultante di queste posizioni è una sola: la sinistra spagnola cosiddetta “radicale” volta le spalle alla Catalogna nel momento stesso in cui tutta la peggiore reazione spagnola affila le armi contro di essa.

      L'INTERNAZIONALISMO DI ALBERTO GARZON 


      Alberto Garzon, segretario di Izquierda Unida, cerca di razionalizzare questa posizione con una lunga dissertazione riportata dal quotidiano Il Manifesto.

      Non è coerente essere comunista e indipendentista.... il comunismo è internazionalista” dichiara solennemente Garzon. Da qui una filippica interminabile contro una dichiarazione di indipendenza “priva di ogni legittimità”, “un gesto assolutamente antidemocratico” “un fatto di irresponsabilità”e via denunciando...

      E' davvero una argomentazione rivelatrice. Il comunismo è internazionalista, non c'è alcun dubbio. Si batte (... a differenza di Garzon) per la rivoluzione socialista internazionale. Ma il programma del socialismo internazionale è chiamato a combattere assieme allo sfruttamento del lavoro ogni oppressione nazionale, ogni oppressione di una nazione dominante su una nazione dominata. Un popolo che opprime un altro popolo non può essere libero diceva Marx, rivendicando l'indipendenza repubblicana dell'Irlanda dalla corona britannica. La Repubblica sovietica di Lenin e di Trotsky, “libera unione di libere nazioni”, riconobbe perciò stesso il diritto di autodeterminazione, cioè di separazione,di tutte le nazionalità oppresse dalla vecchia Russia. Di più: la libera autodeterminazione delle nazionalità oppresse fu una delle bandiere della rivoluzione d'Ottobre e della Terza Internazionale Comunista: in polemica frontale con le posizioni scioviniste di quelle sinistre riformiste , che dopo aver votato i crediti di guerra dei propri imperialismi, rifiutavano di riconoscere i diritti nazionali dei popoli che i propri imperialismi opprimevano evocando.... il“rifiuto del nazionalismo” e i valori dell'Internazionalismo. Esattamente come oggi fa Izquierda Unida, che ai tempi di Zapatero sosteneva il governo dell'imperialismo spagnolo, ma oggi scopre...”l'internazionalismo comunista” per contrapporsi alla liberazione della Catalogna dalla Monarchia di Spagna.

      A ognuno la sua coerenza. Nessuno certo contesta quella di Garzon. Ma lasciamo in pace...il comunismo.
      Partito Comunista dei Lavoratori


      CENTO ANNI - STORIA E ATTUALITA’ DELLA RIVOLUZONE COMUNISTA



      MERCOLEDI’ 13 LUGLIO ORE 21

      AL CIRCOLO BARRICATA 71

      IN VIA SANT’ISAIA, 71 - BOLOGNA

      PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI RECENTISSIMA PUBBLICAZIONE:

      CENTO ANNI


       
       
      STORIA E ATTUALITA’ DELLA RIVOLUZONE COMUNISTA

      Di Marco Ferrando
      Interrogando i cento anni che separano l’oggi dai fatti del 1917, Marco Ferrando indaga il cammino e l’evoluzione della lotta di classe, riflettendo sulle sue conquiste come sulle sue sconfitte all’interno di un libro unico nel suo genere: una storia sociale e politica completamente dedicata al movimento dei lavoratori di tutto il mondo che, malgrado il trascorrere del tempo, continua a non avere nulla da perdere. A parte, s’intende, le proprie catene (in collaborazione con il Partito Comunista dei Lavoratori).
      Con Marco Ferrando
      intervistato da
      Alfredo Pasquali di Radio Città Fujiko
       
       
       
       

      Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista


      Car@ compagn@,
      non abbandonare la lotta anticapitalista e il comunismo.
      Se vuoi contattarci puoi rispondere a questo messaggio, andare su www.facebook.com/pclbologna
      o venirci a trovare ogni lundì sera dale 21,15 in via Marini 1/b (traversa di via Repubblica a Bologna)

      PER MANTENERE UNO SPAZIO POLITICO CLASSISTA E ANTICAPITALISTA, PER RILANCIARE UN PROGETTO COMUNISTA E RIVOLUZIONARIO 

      Cari compagni e care compagne,
      il Comitato Nazionale del vostro partito (7/8 novembre 2015) ha di fatto avviato lo scioglimento del PRC nella cosiddetta costituente della “sinistra italiana” che partirà a gennaio.
      Il referendum interno serve a dare convalida formale ad una scelta pubblica già compiuta e già annunciata da parte della Segreteria nazionale del PRC.
      Che questa sia la scelta, quale che sia il giudizio di merito, non può essere motivo di dubbio. Il richiamo formale al PRC e al suo “rafforzamento” che la mozione della Segreteria contiene serve a indorare (e a nascondere) con parole auliche una scelta reale esattamente opposta: quella di dissolvere il vostro partito in un contenitore più ampio, diretto dai gruppi dirigenti di SEL e di ex bersaniani del PD.


      IL PRC SI SCIOGLIE IN UNA GRANDE SEL (... UN PO' PIÙ “A DESTRA”) 

      La vostra Segreteria afferma che il processo costituente della sinistra italiana si fonda sulla comune accettazione del “superamento del centrosinistra”. È falso. Com'è del tutto evidente, i gruppi dirigenti di SEL ed ex bersaniani muovono in una direzione dichiaratamente opposta: quella di “ricostruire il centrosinistra”, oggi precluso dal renzismo. Per questo preservano centinaia di assessori in tutta Italia nelle giunte di centrosinistra, nonostante Renzi. Se alle prossime elezioni amministrative, nella maggioranza dei casi, sceglieranno di presentarsi autonomamente e in alternativa al PD è perché il renzismo ha rotto i vecchi equilibri del “caro centrosinistra”: per ricomporre il centrosinistra occorre dunque contrapporsi a Renzi, ricostruire un proprio pacchetto di consenso, e poi ribussare alle porte del PD. Sperando che ad aprire la porta torni, prima o poi, il caro vecchio Bersani. Non solo: proprio per rafforzare nella stessa composizione del nuovo soggetto la vocazione programmatica del centrosinistra, i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana vogliono aprirlo a settori cattolico-ulivisti del tutto estranei ad ogni tradizione politica e culturale della sinistra. Il respingimento pubblico e sdegnato dell'appellativo giornalistico di “cosa rossa” cos'è se non il riflesso di tutto questo?

      L'argomento consolatorio secondo cui il “processo costituente sarà dal basso” e “conteranno le nostre idee” capovolge la realtà dei fatti. Tutto il processo è decollato dall'“alto”. Prima dall'accordo tra i gruppi dirigenti delle diverse formazioni e soggetti, inclusa la vostra Segreteria. Poi dall'iniziativa pubblica e pubblicizzata dei gruppi dirigenti e parlamentari di SEL e degli ex bersaniani, che hanno attivato la presentazione in tutta Italia del nuovo soggetto, ben prima dell'assemblea di gennaio. Gruppi dirigenti di SEL ed ex bersaniani che già godono in partenza della rendita di posizione di unica rappresentanza parlamentare della nuova formazione (assieme a Civati) da qui alle prossime elezioni politiche: con l'enorme peso condizionante che questo fatto esercita sulla costituzione materiale del nuovo soggetto, la sua presenza mediatica, la sua immagine pubblica, la selezione materiale delle sue rappresentanze sul territorio. La presenza diffusa all'atto di presentazione a Roma di Sinistra Italiana di settori di burocrazia CGIL, ARCI, vecchio associazionismo di estrazione PD, reso orfano del renzismo, prefigura gli equilibri interni reali alla nuova formazione, e la dinamica annunciata della sua evoluzione, più di mille rassicurazioni formali. La conclusione è semplice: la vostra Segreteria nazionale avvia lo scioglimento del PRC in un contenitore diretto (politicamente, culturalmente, organizzativamente) da un personale politico del tutto organico alla tradizione di governo del centrosinistra. Dunque alla gestione capitalistica della crisi. La difesa platonica e formale della “ragione comunista” da parte di Paolo Ferrero potrà forse valere sul terreno negoziale con gli altri soggetti della Costituente in ordine alla salvaguardia di singoli ruoli dirigenti. Ma nessuna riserva indiana per dirigenti nazionali del PRC potrà mascherare lo scioglimento e la liquidazione del partito entro un nuovo soggetto politico cui spetterà, non a caso, la piena sovranità delle scelte elettorali, politiche, istituzionali.


      UN EPILOGO ANNUNCIATO

      Non siamo meravigliati dal triste epilogo della parabola di Rifondazione. Quando rompemmo col PRC nel momento del suo ingresso nel governo Prodi, con tanto di ministri (Ferrero) e cariche istituzionali (Bertinotti), dicemmo apertamente che la compromissione di governo con la borghesia italiana, contro i lavoratori, avrebbe avviato la liquidazione del PRC. Perché ne minava alla radice le ragioni di classe, e al tempo stesso confermava nella forma più clamorosa l'assenza, nei suoi gruppi dirigenti, di ogni programma comunista.
      Fummo facili profeti. Quanto è avvenuto nei dieci anni trascorsi ha confermato la previsione. Il ministro che entrò in quel governo, votando missioni di guerra, leggi di precarizzazione del lavoro, abbassamento delle tasse sui profitti (l'Ires dal 34% al 27%!), è oggi il segretario che scioglie il partito. Dopo averlo imboscato negli ultimi anni in tutte le possibili combinazioni di liste e soggetti “civici” (da Ingroia a Spinelli), privi di ogni riferimento di classe.
      Negli ultimi mesi, in particolare, la linea della Segreteria del PRC sulla Grecia è stata davvero emblematica. Prima la giustificazione della capitolazione di Tsipras alla troika; poi il pubblico sostegno a Tsipras alle elezioni anticipate di settembre, quando chiedeva il mandato sul programma di austerità concordato; poi il plauso alla “vittoria” di Tsipras in compagnia delle Borse e dei governi capitalistici europei; infine la continuità dell'appoggio a Tsipras nel momento stesso in cui vara le politiche di lacrime e sangue contro i lavoratori subendo il primo sciopero generale di massa (12 novembre), hanno scandito di fatto, nel loro insieme, una confessione pubblica: il gruppo dirigente del PRC non ha altro orizzonte strategico reale che il governo “progressista” del capitalismo, in Italia e nel mondo. Per di più in un contesto storico in cui il riformismo ha esaurito il proprio spazio storico e dunque maschera la continuità delle controriforme (come proprio la Grecia insegna). Perché allora meravigliarsi dello scioglimento del partito in una costituente di sinistra dichiaratamente governista? Ogni confine reale, politico e programmatico, tra PRC e SEL si dissolve nell'adattamento comune al capitale.


      UN PROGETTO CLASSISTA E ANTICAPITALISTA, COMUNISTA E RIVOLUZIONARIO 

      Detto questo, non consideriamo lo scioglimento del PRC un fatto “che non ci riguarda”. Non solo perché i promotori del PCL militarono in Rifondazione Comunista per quindici anni, dando battaglia coerente su un programma anticapitalista in contrasto con i suoi gruppi dirigenti maggioritari (Bertinotti, Cossutta, Diliberto, Rizzo, Ferrero, Vendola). Ma anche e soprattutto perché sappiamo che nel vostro partito, al di là dei suoi gruppi dirigenti, hanno continuato a militare tanti compagni e compagne sinceramente comunisti, che hanno cercato nel PRC uno strumento non di resa ma di lotta, non di governo ma di rivoluzione. Compagni e compagne che abbiamo trovato e troviamo in tante battaglie comuni, nel movimento operaio, nei movimenti giovanili, nelle lotte ambientaliste, sul territorio, sempre contro il comune avversario di classe. E quindi anche contro le coalizioni di centrosinistra sposate da SEL (e anche in tanti casi dal PRC) o i governi di unità nazionale in cui stava Fassina.

      Perché questo sbandamento e questa ulteriore dissoluzione si inserisce in un contesto di profonda involuzione della coscienza di classe. Le sconfitte dello scorso ventennio, i processi di scomposizione e ricomposizione determinati dalla crisi e dalle ristrutturazioni in corso, la compartecipazione alle tante giunte e governi di centrosinistra da parte delle principali organizzazioni del movimento operaio, hanno logorato in larghi settori di massa la capacità di riconoscere le differenze di classe, la consapevolezza dei propri interessi, la propria identità e forza collettiva. Hanno creato confusione, consumato immaginari e scomposto relazioni sociali.
      Questa scelta di sfumare il proprio colore e il proprio anticapitalismo, seppur simbolico e retorico più che reale, all’interno di un indistinta sinistra italiana, pensiamo quindi che rilanci e rinforzi questo processo generale di involuzione della coscienza di classe.

      A questi compagni e a queste compagne chiediamo allora di non ripiegare le bandiere. Di non piegarsi ad una scelta di liquidazione tra le braccia di Vendola e Fassina. Ma anche di non arrendersi allo sconforto e alla tentazione di abbandono come è avvenuto per decine di migliaia di compagni e compagne in tanti anni. 

      Noi non siamo più un “gruppo”, ma un piccolo partito, l'unico oggi esistente in una dimensione realmente nazionale a sinistra del PRC. Un partito impegnato nella lotta di classe e nei movimenti di massa, che lavora per la più larga unità d'azione dei lavoratori e delle loro organizzazioni, e che vuole introdurre in ogni lotta la prospettiva di un governo dei lavoratori: l'unica vera alternativa, quella rivoluzionaria.
      Un partito che si presenta come tale alle elezioni, in contrapposizione ad ogni forma e logica di centrosinistra, e contro ogni camuffamento “civico”, per presentare il programma comunista alle più larghe masse, fuori da ogni logica minoritaria o rinunciataria.
      Un partito schierato internazionalmente al fianco dei lavoratori, dei popoli oppressi dall'imperialismo, delle loro lotte di emancipazione e liberazione, a partire da una logica classista, estranea al campismo e allo stalinismo.
      Un partito impegnato per la ricostruzione dell'Internazionale comunista e rivoluzionaria, al fianco delle nostre organizzazioni sorelle di Grecia, di Turchia, di Argentina, e di altri Stati e nazioni: per unire in ogni paese e sul piano mondiale tutti i sinceri comunisti che vogliono battersi per il potere dei lavoratori. Contro ogni illusione di “riforma sociale e democratica” dell'Unione Europea o della NATO.

      Certo, la costruzione di un partito rivoluzionario è terribilmente complessa. Tanto più in un paese come il nostro segnato da un profondo arretramento del movimento operaio e della sua coscienza. È una costruzione controcorrente, in un campo di rovine prodotte da chi ha disperso grandi potenzialità e grandi occasioni. Ma rinunciare alla costruzione di questo partito, per accontentarsi della sola esperienza dei movimenti, renderebbe un pessimo servizio ai movimenti stessi, che tanto più in un quadro di frammentazione hanno bisogno di incrociare una prospettiva unificante. Come non ci si può semplicemente organizzare in una rete o un coordinamento diffuso di soggetti ed esperienze diverse, che si ritrovano su un minimo comun denominatore di resistenza o opposizione. Serve un partito. Tanto più oggi, di fronte ad una crisi profonda ed epocale del modo di produzione capitalista, che scuote il consenso e l’egemonia delle classi dominanti, che divarica condizioni sociali e disuguaglianza, che precipita le contraddizioni intercapitaliste e lo scontro di classe. Serve una direzione alternativa. Un soggetto organizzato e radicato che porti in ogni lotta il senso di un progetto generale, che sviluppi la coscienza, che contrasti la demoralizzazione o le illusioni. Per l'appunto, un vero partito comunista.

      Questo è il nostro progetto ed il nostro tentativo. Vi proponiamo quindi di confrontarci con noi, sul passato e soprattutto sul presente della lotta di classe e del ruolo indispensabile del partito, per mantenere ed allargare nel nostro paese uno spazio politico classista e anticapitalista, per provare a costruire insieme il partito comunista e rivoluzionario.
      Partito Comunista dei Lavoratori
      Sez. di Bologna

      I lavori della Terza conferenza euromediterranea

      La Terza conferenza euromediterranea si è tenuta con successo ad Atene, in Grecia, tra il 18 e il 20 luglio, sotto le straordinarie condizioni di una perdurante crisi politica nel paese e in Europa.

      La conferenza è stata organizzata dal Centro Socialista dei Balcani "Christian Rakovsky" e da RedMed, ed è stata ospitata dall'EEK, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori di Grecia.

      L'interesse e l'attrazione manifestati nei confronti dalla conferenza riflettono certamente l'enorme interesse suscitato dalla crisi greca e dell'eurozona. Allo stesso tempo, riflettono l'autorità politica del principale promotore e organizzatore della conferenza, l'EEK, crescente in Grecia e all'estero prima e dopo l'inizio della crisi attuale.

      Ai lavori della conferenza hanno partecipato partiti, organizzazioni e singoli militanti da Grecia, Turchia, Italia, Finlandia, Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Austria, Polonia, Macedonia, Bulgaria, Cipro, Kurdistan, Ucraina, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, India e Brasile, per un totale di 19 paesi, ai quali vanno aggiunti compagni dall'Iran, dalla Tunisia e dalla Bosnia, che non hanno potuto essere presenti per ragioni indipendenti dalla loro volontà (compresi problemi relativi ai visti). I compagni dell'Iran e della Bosnia hanno tuttavia inviato loro contributi scritti alla conferenza.

      Dalla Grecia, oltre all'EEK, sono intervenute le organizzazioni di Antarsya NAR e OKDE-Spartakos, e i lavoratori della "Carovana di lotta e solidarietà" della fabbrica VIO.ME e della tv-radio ERT3, entrambe sotto controllo dei lavoratori.
      Dalla Turchia ha partecipato attivamente il DIP, in quanto co-organizzatore. Ha partecipato alla conferenza anche lo SDP (partito affiliato all'HDP, formazione che ha recentemente riscosso una importante vittoria elettorale ed è divenuta il principale obbiettivo degli attacchi terroristi dell'IS e del regime di Erdogan), ed era presente il "Comitato di solidarietà con i prigionieri politici in Turchia e in Kurdistan", che ha portato i suoi saluti insieme ad altri militanti e attivisti da tutto il Kurdistan.
      Dall'Italia ha partecipato una delegazione del PCL.
      Dalla regione balcanica erano presenti compagni dell'Autonomous Workers Union della Bulgaria e il movimento "Lenka" della Macedonia. Un documento è stato inviato dai lavoratori della fabbrica occupata DITA di Tuzla, Bosnia-Erzegovina. Presente anche un compagno di Cipro.
      Dalla Federazione Russa hanno preso parte alla conferenza delegati del RPK (Partito Russo dei Comunisti), del RKP-KPSS (Partito Comunista Russo-CPSU), dell'OKP (Partito Comunista Unificato) e del movimento "Alternativi" (Alternativa).
      Dall'Ucraina hanno partecipato alla conferenza le organizzazioni Controcorrente, Borotba, il Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk e l'Unione dei prigionieri e dei rifugiati politici del Donbass (via skype).
      Dalla Polonia era presente una militante della sinistra anticapitalista.
      Dalla Finlandia una delegazione del MTL (Marxist Workers' League).
      Dalla Danimarca era presente Jette Kromann, militante del SAP.
      Dal Regno Unito Hillel Ticktin, direttore della rivista marxista Critique.
      Dal Portogallo Raquel Varela, della rivista Rubra.
      Dall'Austria una rappresentanza della Revolutionary Communist International Tendency.
      Dagli USA Alex Steiner, del blog permanent-revolution.org.
      Dal Sud Africa Latief Parker, del comitato editoriale di Critique.
      Presenti anche, a titolo personale, osservatori dall'India e dal Brasile, la maggior parte dei quali del PSTU.
      Un messaggio di saluti è stato inviato alla conferenza dal PT (Partido de los Trabajadores) dell'Uruguay.

      L'ultimo giorno della conferenza, lunedì 20 luglio, speciali commissioni hanno preparato e presentato alla conferenza una risoluzione finale e diverse dichiarazioni sul massacro di Suruç, sul Medio Oriente, sui Balcani e sull'Ucraina.
      La risoluzione finale è stata votata all'unanimità dai presenti (ai compagni che sono dovuti partire domenica sera il documento è stato inviato per le loro considerazioni). Sempre all'unanimità sono state votate le dichiarazioni su Medio Oriente, su Suruç e sui Balcani.
      La dichiarazione sull'Ucraina ha provocato, come in occasione della seconda conferenza, un intenso dibattito, ed è stata votata - emendata - da una larga maggioranza, con due astensioni (PCL e Hillel Ticktin) e nessun voto contrario.
      Tutto il materiale sarà pubblicato nelle rispettive lingue dei partecipanti e largamente distribuito.
      Comitato organizzativo della conferenza

      PER UN PARTITO DI CLASSE RIVOLUZIONARIO, IN ITALIA E NEL MONDO

      Testo del volantino nazionale PCL che verrà distribuito il primo maggio



      Il Primo Maggio simbolo dell'unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.
      Il Primo Maggio 2015 esordio dell' EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

      Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

      EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

      La cassa propagandistica dell'Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell'accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell'impatto dei cambiamenti climatici indotti dall'industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all'abbattimento dei costi da parte dell'industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell'Expo serve anche a nascondere tutto questo.

      Non solo. L'Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l'inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

      Non è finita. Sull'Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L'aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell'Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell'Expo ( e del Giubileo) con l'imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l'articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull'Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

      UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

      Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell'opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un'alternativa di classe .

      Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All'aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L'esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo

      fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere. Dall'altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

      Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

      COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

      Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c'è ricomposizione di un'altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un'altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell'avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori ( renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all'ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l'antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un'alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l'unica reale alternativa.

      Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l'unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

      L'esigenza di un'altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE (Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.
      PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

      Il PCL nelle piazze dell'Emilia-Romagna per il 25 aprile: VIVA LA RESISTENZA, VIVA IL COMUNISMO!


      Orgogliosamente in piazza con falce e martello, contro i fascismi vecchi e nuovi, il Partito Comunista dei Lavoratori è sceso in piazza in tutta l'Emilia-Romagna per riaffermare la tradizione rivoluzionaria dei lavoratori italiani, nel 1945 come oggi.