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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il caso Almasri e la natura dello stato

 


Le «cose sporchissime» dei governi capitalisti

2 Febbraio 2025

«In ogni stato si fanno cose sporchissime per la sicurezza nazionale, anche trattando coi torturatori. Avviene con tutti i governi, tutti», ha dichiarato il famigerato Bruno Vespa a difesa di Giorgia Meloni.
È la candida confessione pubblica della verità più evidente attorno al caso del generale Almasri, torturatore libico, prima arrestato e poi rilasciato con tanto di accompagnamento in Libia.
Non c'era bisogno di Bruno Vespa, naturalmente, per capire la vera “ragione di Stato” dell'atto compiuto. La stessa evocazione dell'interesse nazionale, non meglio precisato, da parte della Presidenza del Consiglio già alludeva in forma cifrata alla verità. Il fatto nuovo è che la verità è stata cinicamente rivelata dal più autorevole ciambellano dell'attuale governo e della sua direzione postfascista.

È interessante notare che la rivelazione della verità è presentata come sua assoluzione. Se “così fan tutti”, perché prendersela con Giorgia Meloni? Semmai dovrebbe essere lodata quale baluardo del superiore interesse nazionale, al pari dei precedenti Presidenti del Consiglio. Non a caso la stessa stampa borghese della cosiddetta opposizione liberale si guarda bene dall'entrare davvero nel merito della vicenda. Anche perché dovrebbe spiegare il proprio immancabile sostegno alle «cose sporchissime» del famigerato patto con la Libia di Mario Minniti e Paolo Gentiloni (2017). Il primo oggi comodamente seduto ai vertici di Leonardo, azienda di guerra rifornitrice di Israele, il secondo commissario uscente dell'Unione Europea, e possibile candidato in pectore in veste di premier di un futuro governo di centrosinistra. Meglio dunque tutelare gli scheletri nei propri armadi, e occuparsi della difesa della magistratura. Giorgia Meloni peraltro non chiede di meglio: si intesta la difesa della Patria e della sua sicurezza, a beneficio dei sondaggi elettorali del proprio partito.

Ma allora questa difesa della patria va chiamata col suo proprio nome: diretta complicità dei governi italiani («tutti») con i peggiori torturatori libici, a garanzia del blocco delle partenze. Ciò che significa finanziamento ed equipaggiamento militare di milizie tagliagola, impegnate nel segregare i migranti, nel riacciuffare quelli che riescono a partire, nell'usare le immagini di corpi torturati come arma di ricatto per estorcere altro denaro alle loro famiglie, nell'usare i migranti come schiavi per lavori infrastrutturali e prestazioni private nelle ville dei loro aguzzini, nello stuprare donne e bambini...

Queste sono le ordinarie cose sporchissime che da quasi un decennio coinvolgono l'Italia in Libia. E non solo l'Italia. Tutti i governi “democratici” della Unione Europea coprono le segregazioni e torture libiche. Non a caso il generale Almasri ha fatto un ampio giro nei paesi europei prima di approdare in Italia, battendo ovunque cassa per i servizi prestati. Peraltro il Patto europeo su Immigrazione e asilo affida di fatto all'Italia il presidio del confine meridionale della UE. L'accordo tra Meloni e Von der Leyen poggia esattamente su queste basi. Il silenzio europeo sulle deportazioni in Albania sono un risvolto di questo accordo.

La verità confessata è uno squarcio di luce sulla natura dello Stato dei governi capitalisti e della loro unione. Se la ragione di stato si appoggia sul crimine e sulla protezione dei criminali significa che il crimine è la ragione d'essere dello stato, quali che siano le mutevoli maggioranze politiche che lo amministrano.
In Italia l'attuale governo a guida postfascista è sicuramente il peggio, ma non a caso si appoggia sulle eredità di chi l'ha preceduto. Le destre reazionarie avanzano in Europa (e non solo), ma grazie ai sentieri tracciati e concimati dalle “democrazie” liberali.
Ovunque il capitalismo genera mostri. Oggi più che mai la verità è rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

La politica estera dell'imperialismo italiano

 


La nomina di Marco Minniti a capo della fondazione del gruppo Leonardo

L'ex ministro Marco Minniti si dimette da deputato per presiedere una nuova fondazione della Leonardo (ex Finmeccanica), azienda leader nella produzione militare tricolore. Il suo nome, Med-Or, già ne prefigura il raggio d'azione: «il Mediterraneo allargato fin sotto il Sahara, il Medio e l'Estremo Oriente» (La Repubblica, 27 febbraio). Non è una notizia ordinaria. Si inquadra nella linea di politica estera che Mario Draghi ha indicato nel momento stesso della formazione del governo, quando ha definito proprio in quell'area la zona di interesse primario dell'Italia.


GLI IMPERIALISMI EUROPEI, TRA AUTONOMIA STRATEGICA E NATO

La polarizzazione dello scontro interimperialista fra USA e Cina su scala mondiale produce numerosi effetti. Gli USA cambiano il proprio baricentro strategico. Per concentrare risorse economiche, militari, diplomatiche lungo la rotta del Pacifico, sono costretti a ridurre la propria presenza attiva e diretta sul Mediterraneo e in Medio Oriente. Perciò stesso scatenano nuovi appetiti per la spartizione di quest'area del mondo tra vecchie e nuove potenze: la Turchia si allarga in Siria e in Libia nel nome del revanscismo ottomano; la Russia negozia con la Turchia i nuovi equilibri ed aree di influenza in Libia, in Siria, in Armenia e sul Caucaso.

Ma anche gli imperialismi europei vogliono dire la loro in materia, sgomitando gli uni con gli altri.
La NATO resta un riferimento comune degli imperialismi europei, nel solco dell'alleanza strategica con gli USA, oggi rilanciata dalla vittoria di Biden. Ma l'equilibrio interno dell'alleanza atlantica è oggetto di contenzioso. La Francia sottolinea l'esigenza di un'autonomia strategica dell'Unione Europea in rapporto alla NATO; significa che l'Unione Europea dovrebbe dotarsi della forza militare necessaria e sufficiente per gestire operazioni in proprio nel quadrante mediterraneo e mediorientale. Nei fatti Parigi punta a un'egemonia in Europa mettendo a valore la propria superiorità militare, ancor più evidente dopo l'uscita della Gran Bretagna dalla UE. Gli Stati est-europei si oppongono al disegno francese perché temono un disimpegno USA e NATO dalla frontiera antirussa. La Germania sta in mezzo a queste spinte opposte negoziando con gli uni e con gli altri, incerta se prendere in mano la leadership continentale anche in fatto di politica estera, o se valorizzare un asse con gli USA in funzione del contenimento antifrancese.


IL TRICOLORE SVENTOLA SUL PENNONE DEL GRUPPO LEONARDO

E l'Italia? L'imperialismo italiano è parte attiva del sommovimento in atto. Il suo obiettivo è evitare di restare schiacciata e guadagnare un posto a tavola nella spartizione delle zone di influenza.
La perdita di controllo sulla Libia è stato un colpo per l'Italia, ora cerca di riequilibrarlo col rilancio di relazioni privilegiate con l'Egitto in chiave antiturca, anche per evitare di consegnarlo alla concorrenza francese. Mentre cerca di presentarsi alla nuova amministrazione USA come alleato fiduciario, che si candida a occupare gli spazi liberati dal disimpegno USA per evitare che cadano sotto influenze ostili o competitive. La candidatura italiana alla guida della missione militare in Iraq, come la continuità della presenza italiana in Afghanistan, si pongono in questo quadro.

In questo spazio d'azione l'Italia coltiva gli interessi specifici delle proprie grandi aziende. Il gruppo Leonardo, assieme a Fincantieri e ad ENI, è un gioiello dell'imperialismo italiano. In ogni paese imperialista i grandi gruppi capitalisti hanno un ruolo da protagonisti nella definizione della politica estera. La nuova fondazione aziendale di Leonardo sarà «una seconda gamba della politica estera del sistema Italia», annuncia il quotidiano di FCA. Non sbaglia. La sua missione è quella di «favorire il dialogo costruttivo tra Paesi, culture e sistemi economici ed enfatizzare il ruolo dell'Italia a livello globale», a partire dallo «sviluppo di programmi strutturali nei settori dell'aerospazio, della difesa, della sicurezza». A questo fine si prevede che la fondazione abbia «capacità giuridica, economica e di contenuti culturali che non siano di facciata».
Se si prescinde dal riferimento ridicolo alla “cultura”, che serve solo a nobilitare l'immagine, il contenuto è esplicito: Leonardo cerca commesse per la propria produzione militare attivando un proprio strumento diplomatico, dotato di consistente budget finanziario, da affiancare al ministero degli Esteri e a quello della Difesa.

Marco Minniti è il capo naturale di una struttura di questo tipo. Nel ruolo di ex consigliere principe del presidente del Consiglio D'Alema tra il 1998 e il 2000, di viceministro degli Interni sotto il secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008, di ex ministro degli Interni sotto Renzi, Minniti è un quadro dirigente della borghesia italiana di indubbio livello. Ha dimostrato di avere tutto il cinismo necessario per gestire relazioni criminali coi peggiori regimi, e al tempo stesso la necessaria ipocrisia per coprirle col manto di parole auliche e accenti umanitari. Perché lasciare in disparte una professionalità così pregiata? Il gruppo Leonardo ha trovato un ottimo curatore dei propri affari, l'Italia un degno interprete della propria sovranità nazionale. Quando diciamo che “il nemico è in casa nostra” parliamo anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Misure poliziesche in Francia

 


Una settimana di mobilitazioni contro la repressione e l'impunità della polizia, ora sancita dalla nuova legge sulla sicurezza

29 Novembre 2020

Nella notte tra lunedì e martedì scorsi la polizia francese ha caricato brutalmente a Parigi, in Place de la République, centinaia di immigrati richiedenti asilo, assieme a diversi giornalisti presenti. Il 21 novembre Michel Zecler, un uomo di colore, subisce ad opera della polizia un pestaggio della durata di un quarto d'ora, durante il quale viene anche insultato. Nella giornata di ieri, sabato 28, si sono contati cortei in tutto il paese, con 46 arresti a Parigi. Le immagini delle violenze poliziesche registrate negli ultimi giorni e settimane sono state talmente scioccanti per vasti settori di opinione pubblica che il Ministro degli Interni Gérald Darmanin ha dovuto dissociarsi e “chiedere spiegazioni” al prefetto.
Peccato che lo stesso ministro degli Interni sia, nelle stesse ore, il principale sostenitore di una legge chiamata “Per la sicurezza globale” che vieta la diffusione di immagini che «possano danneggiare l'integrità fisica o psichica di un poliziotto» (articolo 24). In altri termini vieta ai giornalisti e a chiunque di filmare o fotografare le violenze della polizia. Chi commettesse simile reato verrebbe colpito da un anno di galera o dalla multa di 45000 euro.

Questa legge forcaiola, applaudita naturalmente dalla polizia, è stata votata dall'Assemblea nazionale con 388 voti a favore, 104 voti contrari, 50 astenuti. Hanno votato a favore i deputati di LRM (La République en Marche), il partito di Macron, il gruppo gollista dei Repubblicani, l'estrema destra di Marine Le Pen. Contro, i deputati di centrosinistra (PS, Verdi, PCF, la LFI di Mélenchon). A gennaio la legge approderà al Senato per il suo varo definitivo, ma per il governo non sarà così semplice.

Il Presidente Macron e il primo ministro Jean Castex hanno investito apertamente su un'operazione securitaria. L'attentato terrorista di marca jihadista, settimane or sono, che ha orribilmente decapitato un insegnante reo di aver offeso l'Islam, è stata l'occasione pubblica dell'operazione “legge e ordine”. L'obiettivo cinico del governo era cavalcare la reazione di sdegno dell'opinione pubblica per recuperare consensi nel senso comune popolare, e rimontare la disfatta sul fronte sanitario e sociale. Il disegno ha esordito con una campagna islamofobica accompagnata dalla criminalizzazione pubblica della sinistra francese, accusata di complicità con l'integralismo islamico. Ma la legge poliziesca che doveva incoronarlo ha complicato le cose per Macron e Castex.

Il troppo stroppia, come dice un vecchio adagio. Il famigerato articolo 24, che vieta ogni documentazione delle violenze poliziesche, ha suscitato le proteste della stessa stampa borghese liberale, a partire da Le Monde. Gli ordini professionali dei giornalisti, i loro sindacati, l'intero associazionismo democratico si è schierato pubblicamente contro la legge chiedendo al primo ministro di ritirarla.
Ma soprattutto è in corso contro la legge un'importante mobilitazione in diverse città, a partire dalla capitale (nei termini consentiti dalla emergenza sanitaria).
La polizia non incontra in Francia il sostegno diffuso che conosce in Italia. Le mobilitazioni sociali degli ultimi anni hanno lasciato il segno. Le immagini delle violenze poliziesche nel corso delle mobilitazioni contro la Legge lavoro (il Jobs Act francese) e contro la riforma delle pensioni, ma anche durante il movimento spurio dei gilet gialli, hanno ripetutamente scosso l'opinione pubblica. Proteggere le violenza poliziesche dal reato di testimonianza è vissuto come la privazione di un diritto all'informazione. La coincidenza tra le violenze contro gli immigrati a Parigi e il varo di una legge che vieta di filmarle ha ulteriormente indebolito la credibilità del governo moltiplicando le proteste.

Chi si è mobilitato in Italia contro le leggi poliziesche di Minniti e Salvini ha dunque una ragione in più per sostenere la mobilitazione in Francia contro la legge di Macron e Castex. Nella consapevolezza che la battaglia per i diritti democratici è per noi inseparabile da quella contro i capitalisti e contro la loro “democrazia”. E che solo una società libera dallo sfruttamento sarà anche libera dalle violenze poliziesche.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un gattopardo per decreto

 


Il salvinismo senza Salvini

È un po' la solita solfa gattopardesca: il nuovo decreto sicurezza varato in questi giorni dal governo vorrebbe apparentemente avere grande impatto progressista, giustificando la discontinuità da Salvini, ma così non è. Vediamo.

Una questione su tutte riguarda le navi delle ONG. Non ci saranno le grandi multe ideate da Salvini per le navi che violino il divieto di ingresso imposto dall’ex ministro nelle acque territoriali italiane (la questione verrà rimandata in ultima istanza al ministero) e le sanzioni torneranno quelle ante Salvini del codice della navigazione (tra 10 mila e 50 mila euro), ma potranno essere decise, grazie alla trasformazione del reato da amministrativo a penale, solo da un giudice a fine processo.

Altro aspetto negativo è la modifica all’articolo 2 del decreto («Disposizioni in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale») che prevede per questa riforma un ulteriore appesantimento al diritto di asilo, ovvero avranno la possibilità di chiedere il diritto di asilo solo i migranti presenti nei “centri d’accoglienza”, invece per i migranti soccorsi in mare la richiesta è nei fatti respinta.

La politica di questo governo è sempre la medesima di tutti i governi sia di centrodestra che di centrosinistra; la musica è sempre la stessa, lo stesso è lo spartito di Minniti e Salvini, ovvero la criminalizzazione del soccorso in mare.

Migranti che fuggono da situazioni di guerra, migranti che fuggono dall'ipersfruttamento del capitalismo italiano, tedesco, cinese ecc. trovano qui invece che una dovuta accoglienza umana, un vero e proprio muro fatto di assenza di empatia. Insomma, si cambia tutto per non cambiare nulla.

Partito Comunista dei Lavoratori

Abolire i decreti sicurezza!

Il PCL aderisce alla manifestazione del 9 novembre a Roma

7 Novembre 2019
Il Partito Comunista dei Lavoratori aderisce alla manifestazione nazionale del 9 novembre a Roma per l'abolizione dei decreti sicurezza.

Come era prevedibile il cosiddetto governo di svolta, guidato dallo stesso Presidente del Consiglio, con la sostituzione della Lega col PD, continua le politiche di Salvini su immigrazione e ordine pubblico. I decreti sicurezza restano intatti nella loro sostanza: intatto il primo decreto sicurezza che cancella la protezione umanitaria e allarga il bacino della cosiddetta clandestinità; intatto il secondo decreto sicurezza che ostacola lo stesso soccorso in mare e costringe i barconi a lunghi soggiorni fuori dai porti. A questo si aggiunge la conferma del famigerato Memorandum coi tagliagole libici varato da Minniti e ben custodito da Salvini, che finanzia la guardia costiera del governo al-Sarraj e i suoi affari con i trafficanti di esseri umani e i loro lager.

Persino gli argomenti a supporto sono gli stessi di prima. “Bloccare le partenze” resta l'imperativo categorico per Di Maio, che ha solo cambiato abito ministeriale alla propria politica reazionaria. Quanto al PD, si copre dietro il ruolo di architrave di sistema, aggiungendo di tanto in tanto qualche ipocrita preoccupazione “umanitaria”. La risultante è la continuità col passato, che oltretutto concima giorno dopo giorno il terreno della rivincita di Salvini e Meloni, gli arnesi peggiori della xenofobia tricolore.

La costruzione del fronte unico contro il nuovo governo passa per la rivendicazione dell'abolizione dei decreti di Salvini e di tutte le misure di discriminazione, segregazione, oppressione a danno dei migranti; dentro la prospettiva di un'alternativa sociale che chiami in causa l'ordine capitalista e le sue misure di sfruttamento, di oppressione, di guerra, che sono alla base delle migrazioni. Quelle che le stesse “democrazie” imperialiste vorrebbero respingere e recintare.
Partito Comunista dei Lavoratori

La squallida campagna sulla Sea Watch

Sulla vicenda di 42 migranti sequestrati in mare per quindici giorni dal ministro degli Interni che ne vieta lo sbarco si sta consumando una squallida campagna di opinione.
Il ministro Matteo Salvini grida alla violazione della Legge e del Diritto e invoca l'arresto per l'equipaggio della Sea Watch. Il liberale Corriere della Sera, che pur non è di impostazione governativa, preferisce associarsi alla denuncia di una «manifesta illegalità». Persino il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, a lungo venerato dalla sinistra riformista, ha riscoperto per l'occasione la propria vocazione giustizialista e manettara, elencando le violazioni di legge da parte della nave, e fornendo al ministro degli Interni un'insospettabile copertura. Per questo campionario di borghesi reazionari o “democratici” la legge diventa il totem cui subordinare ogni principio di giustizia e umanità.

Una vergogna, se solo si parte da dati di fatto incontestabili. I 42 migranti salvati dalla Sea Watch sono fuggiti dalla tortura delle galere libiche, le stesse galere di fatto finanziate dai governi italiani, prima da Minniti poi da Salvini. Nessuno può smentire questa verità. Il governo al-Sarraj, protetto dall'Italia, amministra una parte dei centri di detenzione libici, le milizie private ne gestiscono un'altra parte. La Guardia Costiera libica è legata alle milizie e cogestisce i suoi affari. Le milizie si fanno pagare dalle famiglie dei migranti esibendo i segni delle torture loro inflitte come arma di ricatto. Dopo il pagamento, i migranti partono e la guardia costiera, in cambio di mazzette, punta a riprenderli e a riportarli in galera, dove ricomincia il giro infernale. Altro giro, altre torture, altri soldi. Per tre, quattro, cinque volte. Alcuni migranti della Sea Watch erano partiti più e più volte ripresi dalle stesse canaglie. I “trafficanti di esseri umani” che Salvini denuncia sono gli stessi che lui finanzia ed equipaggia, con tanto di motovedette.

“La Sea Watch ha violato la legge!”. Vero. Ha violato un Decreto sicurezza bis che punta a intimidire e proibire ogni salvataggio in mare che sia sottratto alla Guardia Costiera Libica. Un Decreto sicurezza bis che assegna di fatto al governo libico e ai trafficanti con cui collabora il potere della vita e della morte su decine di migliaia di migranti. Basta che non arrivino sulle nostre coste e Salvini possa lucrare sulla “fine dei flussi”. Ma la riduzione degli arrivi è solo l'altra faccia dell'aumento dei torturati. E dalla tortura si cerca sempre di fuggire, come a volte riescono a fare quelli che scampano alla guardia costiera e ai suoi ripescaggi. La Sea Watch ha semplicemente salvato alcuni di questi. Ha potuto farlo solo addentrandosi nella zona di spettanza libica e solo violando la legge Salvini. Per questo la capitana e il suo equipaggio vanno difesi dalle grinfie del ministro dell'Interno, dei suoi prefetti, di eventuali magistrati compiacenti. E i migranti della nave vanno sbarcati e assistiti, tutti e subito.

Ma in questa vicenda c'è anche altro. L'Unione Europea ha dimostrato una volta di più il proprio volto. Ogni governo gioca a scaricare sui propri alleati il fardello degli immigrati per non perdere consenso interno, restare in sella e poter continuare a rapinare i propri salariati. Lo spettro degli immigrati è infatti agitato non solo dalla canea reazionaria di Salvini e dei suoi amici di cordata, ma anche dai campioni liberali ed europeisti, Macron in testa. Gli accordi di Dublino da tutti firmati, Italia inclusa, non è scandaloso solo perché “grava l'Italia dell'onere dell'accoglienza”, ma perché nega diritti e libertà di migrare in Europa a chi fugge da guerre, fame, torture. Peraltro la stessa Unione Europea che rifiuta la ripartizione dei rifugiati e canali umanitari legali per l'immigrazione, copre il governo italiano e la sua Legge: la sentenza della Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo che ha respinto il ricorso della Sea Watch ha solo onorato il principio di complicità con Salvini, in una logica di collaborazione tra briganti. I...“diritti dell'Uomo” se ne faranno una ragione.

La vicenda della Sea Watch è solo la punta dell'iceberg.
Sono il capitalismo e l'imperialismo i veri responsabili delle migrazioni. Sono le politiche di guerra delle “democrazie”. Le desertificazioni prodotte da saccheggi ambientali e cambi climatici. La rapina – quella sì assolutamente “legale” – che Stati Uniti, Cina, Francia, Italia, Germania, Gran Bretagna, Russia stanno promuovendo in tutto il continente africano, sgomitando tra loro, per procurarsi litio e cobalto, le materie prime indispensabili per le batterie elettriche e le tecnologie informatiche, il nuovo affare del secolo. Molti milioni di africani stanno migrando all'interno dell'Africa stessa, di paese in paese, costretti dalla privazione delle terre e dalla fame. Chi arriva nelle galere libiche, e spera di arrivare in Europa, è solo una goccia nel mare di questa enorme migrazione.

Per questo la risposta alla tragedia dell'immigrazione non può fermarsi alla rivendicazione dell'accoglienza. Accoglienza e apertura dei porti dev'essere sostenuta senza riserve e ambiguità, a maggior ragione senza ammiccamenti obliqui e mascherati al sovranismo reazionario. Ma la battaglia democratica va ricondotta ad una prospettiva anticapitalista e antimperialista, una prospettiva di liberazione senza frontiere, l'unica che possa recidere il male alla radice.

Partito Comunista dei Lavoratori

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L'incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l'attuale governo dei parvenu e ripristini l'agognata alternanza, il pendolo che per vent'anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l'Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica. Quale alternativa di governo in caso di frana dell'attuale esecutivo? Questo è l'interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c'entra tutto questo con la sinistra? Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall'illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l'illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l'illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo. Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta. Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito. Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia. Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un'immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d'abito di stagione non cambia la natura del partito che l'indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale; ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD. Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell'area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l'articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull'immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti. Sarebbe questa... la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un'apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella. Con quale obiettivo? Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po' di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri. 
La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l'esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Salvini applaude Rizzo sui migranti

Marco Rizzo ha espresso a Coffee Break, su La7, l'opinione del proprio partito circa la vicenda dei migranti e del loro diritto d'accesso nei porti italiani.
Alla domanda se riteneva giusto o meno aprire i porti per consentire lo sbarco dei migranti sequestrati in mare, Marco Rizzo non solo non ha risposto, ma ha dato sponda ai peggiori argomenti della destra, sul filo di un'ambiguità calcolata e non nuova.

Rizzo ha criticato «le politiche della pseudosinistra contro il lavoro» (giusto) e «l'indifferenza dei sindaci del PD sul problema della casa» (giusto); ha rivendicato l'importanza della redistribuzione del lavoro tra tutti consentita dalla tecnologia e dalla scienza (giusto). Ma ha concluso testualmente che «i diritti civili sono diritti della borghesia, sono cose che vengono dopo», e che difenderli fa il gioco di Salvini. In altri termini, Rizzo ha contrapposto di fatto i diritti del lavoro ai diritti dei migranti.

Questa conclusione è francamente indecente.

I comunisti, se sono tali, difendono i diritti di tutti gli sfruttati. La centralità della classe operaia in un progetto di liberazione dell'umanità passa per la sua capacità di porsi alla testa delle rivendicazioni di tutti gli oppressi, contro tutti i soprusi e tutte le ingiustizie che il capitale infligge loro. I diritti alla vita e alla dignità dei migranti sono sicuramente tra questi. Non sono “i diritti civili della borghesia” (che oltretutto se sono diritti democratici andrebbero comunque difesi dalla reazione), sono i diritti elementari di chi è condannato alla fuga dalle proprie terre dallo sfruttamento dell'imperialismo e dalle sue guerre. Sono i diritti oggi colpiti nel modo più infame da un governo reazionario M5S-Lega che scavalca a destra le peggiori misure di Minniti. Può essere che difendere questi diritti non sia “popolare” presso ampi settori di lavoratori italiani, calpestati da trent'anni da tutti i governi del capitale (inclusi quelli che Rizzo ha appoggiato) e oggi aizzati contro i migranti. Ma i comunisti, se sono tali, non barattano una questione di principio con la ricerca di popolarità. Tanto meno fanno da sponda alla campagna reazionaria contro i migranti di un ministro degli Interni forcaiolo. Semmai combattono per liberare la propria classe di riferimento da tutti i pregiudizi reazionari e da chi li fomenta.

Contrapporre i diritti sociali su casa e lavoro ai diritti degli immigrati è oggi il cuore della campagna di Salvini, con Di Maio perfettamente complice. Sentire Marco Rizzo che a nome dei “comunisti” liscia il pelo a questa campagna, e le fa il verso, è davvero scandaloso. Ma non ci sorprende: la cultura stalinista non conosce ragioni di principio ma solo di opportunità.

Certo è comprensibile che tutta la peggiore stampa reazionaria, incluso il Secolo d'Italia e Il Primato Nazionale (giornale legato a Casapound!), abbia dato ampia pubblicità alle dichiarazioni di Rizzo, con un plauso convinto. A noi spetta il dovere di chiarire che i comunisti non hanno nulla a che fare con questo cinismo.
6 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

PER UN MONDO SENZA FRONTIERE E SFRUTTAMENTO

PER UN'ALTERNATIVA SOCIALISTA

Il Partito comunista dei lavoratori parteciperà ai presidi indetti il 26 novembre dalle organizzazioni sindacali di base CUB, SGB, SI COBAS e USI davanti alle prefetture contro il Decreto sicurezza 
A Bologna il presidio è indetto da SGB alle ore 12 in Piazza Roosvelt:
https://www.sindacatosgb.it/it/ter/emilia
Di seguito il testo del volantino che distribuiremo










10 NOVEMBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Sabato, 10 Novembre 2018 alle ore 14.00 - Piazza della Repubblica ROMA

È il momento di reagire, mobilitarsi e unirsi contro gli attacchi del governo, a cui Minniti ha aperto la strada, contro l’escalation razzista e il decreto Salvini che attacca la libertà di tutte e tutti. 
– Per il ritiro immediato del Decreto immigrazione e sicurezza varato dal governo. NO al disegno di legge Pillon. 
– Accoglienza e regolarizzazione per tutti e tutte. 
– Solidarietà e libertà per Mimmo Lucano! Giù le mani da Riace e dalle ONG. 
– Contro l’esclusione sociale. 
– No ai respingimenti, alle espulsioni, agli sgomberi. 
– Contro il razzismo dilagante, la minaccia fascista, la violenza sulle donne, l’omofobia e ogni tipo di discriminazione. 


Il Partito Comunista dei Lavoratori parteciperà alla manifestazione.

Il piano sgomberi di Salvini e Di Maio

«La proprietà è sacra», ha esclamato compunto ad uso telecamere il ministro degli Interni.
È questa la bandiera del nuovo piano nazionale di sgomberi di case ed edifici occupati sull'intero territorio nazionale. Minniti si era coperto dietro la foglia di fico di una raccomandazione alle prefetture perché cercassero “abitazioni alternative”: era l'ipocrita ricerca di un ammortizzatore sociale capace di reggere il piano di sgomberi. Salvini fa a meno di ogni finzione: dirama l'ordine di sgombero come atto prioritario e incondizionato. È l'ordine di gettare in mezzo a una strada decine di migliaia di famiglie povere, italiane e immigrate. Persone magari in attesa (vana) di una casa popolare da molti anni, o sfrattate per morosità incolpevole, o impedite ad accendere un mutuo o a pagare un affitto dalla propria condizione precaria o perché licenziate, o lavoratori immigrati costretti alla “clandestinità” da leggi infami nonostante sgobbino spesso per 12 ore al giorno in cambio di un salario da fame. Per tutti costoro la proprietà non è sacra, ma proibita, al pari del diritto di disporre di un tetto. La proprietà sacra è solo quella delle grandi società immobiliari, interessate a mantenere appartamenti sfitti da far lievitare sul mercato, o di banche e assicurazioni detentrici di un patrimonio immobiliare enorme e passivo come pura voce di bilancio, o anche dello Stato e di enti pubblici che hanno abbandonato al degrado centinaia di strutture perché impegnati a tagliare servizi e spesa sociale. Per non parlare delle immense proprietà immobiliari di Chiesa e Vaticano. Questa è oggi la proprietà interessata a gettare in mezzo a una strada quella stessa popolazione povera cui ha negato il diritto alla casa.

Questa campagna di sgomberi, già operativa, non riguarda la sola questione abitativa. È parte di una campagna "legge e ordine" che il governo delle nuove destre vuole imporre nelle relazioni pubbliche, nelle politiche migratorie, nell'ordinamento giudiziario, nel rapporto di forza con ogni soggetto perturbatore dell'ordine costituito. È la stessa campagna che minaccia i centri sociali, arma di nuove pistole elettriche le forze di polizia, liberalizza la facoltà di sparare a chiunque violi la “sacra” proprietà. È una campagna che cerca il consenso tra le sue stesse vittime dirottando le frustrazioni sociali contro un nemico invisibile, ogni volta diverso e ogni volta uguale: il nemico della “sicurezza”. Ma l'unica sicurezza che in realtà si protegge è quella di chi ha tutto contro chi non ha nulla: è la sicurezza dello sfruttamento, della speculazione, dell'abuso. L'insicurezza del lavoro e della casa per ampie masse è il prezzo della sicurezza per speculatori e parassiti.

Contro questa campagna poliziesca di sgomberi è necessario costruire una resistenza diffusa, capace di coinvolgere nel più ampio fronte unitario tutte le organizzazioni impegnate sul fronte della lotta per la casa, ma anche le forze del movimento operaio e sindacale. Il diritto alla casa è un diritto universale come il diritto al lavoro. Gli sgomberi della forza pubblica devono trovare ovunque una resistenza organizzata e di massa.
In Italia vi sono milioni di persone senza casa, e milioni di case vuote, per un'unica e sola ragione, la ragione del profitto. La rivendicazione dell'esproprio delle grandi proprietà immobiliari e la loro destinazione a fini abitativi deve divenire ovunque una parola d'ordine unificante. Risolvere la questione della casa è possibile. Ma per dare sicurezza sociale a chi non ha casa e lavoro occorre violare la sicurezza del capitale. Solo un governo dei lavoratori, rompendo con la società capitalista, può dare la casa a chi non l'ha.
Partito Comunista dei Lavoratori

Per un mondo senza frontiere e sfruttamento

Il PCL aderisce al corteo di Ventimiglia del 14 luglio

12 Luglio 2018
I governi europei e la loro Unione varano politiche criminali e inumane verso i migranti. Il governo giallo-verde di Salvini e Di Maio è capofila di queste politiche: chiusura dei porti, boicottaggio dei soccorsi, sostegno alla guardia costiera libica e ai suoi lager, taglio delle risorse per l'accoglienza a vantaggio dei respingimenti, attacco alla protezione umanitaria, discriminazione verso gli stessi immigrati “regolari” per l'assegnazione di asili, case, sussidi... Sulla scia di Minniti, ma oltre Minniti.

I paesi imperialisti, che sgomitano gli uni con gli altri per la spartizione delle zone di influenza in Africa, vogliono incassare i frutti della propria rapina senza pagarne gli oneri. L'Africa è da secoli terra di saccheggio da parte del capitalismo, a partire dallo schiavismo e dal colonialismo. Le migrazioni di oggi sono l'effetto ultimo di questo saccheggio storico. Anche per questo la distinzione tra rifugiati e migranti economici è del tutto ipocrita. Non solo perché gli stessi rifugiati e richiedenti asilo sono oggi privati dei propri diritti (con la copertura delle Nazioni Unite), ma anche perché morire per fame o per sete non è diverso che morire per guerra. Fame e guerre entrambe portate o alimentate dalla grande rapina imperialista.

La verità è che gli stessi governi europei di ogni colore politico che impongono sacrifici ai propri lavoratori cercano di dirottare la loro rabbia contro i migranti per impedire che si rivolga contro i capitalisti. Per questo alimentano xenofobia, odio, razzismo, nazionalismo. Le politiche xenofobe servono solo a dividere gli sfruttati a tutto beneficio dei loro sfruttatori.

È necessario spezzare questa dinamica. È necessario unire la lotta di tutti gli oppressi contro il nemico comune, contro ogni forma di concorrenza al ribasso tra gli sfruttati.

Certo, occorre battersi coerentemente per i diritti democratici dei migranti contro ogni forma di giustificazione (magari “sovranista”) di politiche razziste.
Ci battiamo contro la chiusura dei porti e delle frontiere.
Chiediamo corridoi umanitari a garanzia della vita dei migranti.
Ci battiamo per un sistema di accoglienza dignitoso e non carcerario, magari finanziato dalla cancellazione delle enormi spese di militarizzazione delle frontiere e dei respingimenti.
Rivendichiamo l'abolizione delle leggi anti-migranti degli ultimi 20 anni ( Turco Napolitano, Bossi Fini, Minniti Orlando), a partire dalla cancellazione del legame ricattatorio tra permesso di soggiorno e lavoro.

MA NON BASTA 
una lotta per i diritti dei migranti se non metti in discussione l'organizzazione capitalistica della società. “ Se non c'è lavoro, casa, cure sanitarie per noi, come possono esservi per i migranti?” Questo è il tasto battuto da Salvini e con lui da tutti i reazionari.
E' necessario attaccare frontalmente questo pregiudizio. Dimostrare che il problema non sono i migranti ma il capitalismo; che lo stesso capitalismo che è all'origine delle migrazioni è il principale impedimento all'integrazione dei migranti; che una organizzazione alternativa della società è l'unica via per risolvere il problema.

OCCORRE RIVENDICARE 
la ripartizione del lavoro tra tutti, con la riduzione dell'orario a parità di paga.
Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, a partire da case popolari e asili
La requisizione di grandi proprietà immobiliari, per dare a tutti il diritto alla casa.
L'abolizione del debito pubblico verso le banche e la nazionalizzazione delle banche, per garantire a tutti le protezioni sociali, a partire da sanità, pensioni, istruzione.

E' una piattaforma di lotta che potrebbe unire lavoratori italiani e immigrati, rompere le loro divisioni, moltiplicare la loro forza. Ma l'insieme di queste misure chiama in causa il capitalismo e ne richiede il rovesciamento. Una prospettiva di liberazione per sua natura rivoluzionaria e internazionale.

Nè Unione Europea degli Stati capitalisti, né sovranismo nazionalista: solo un'Europa socialista governata dai lavoratori può liberare il vecchio continente dallo sfruttamento e dal razzismo. Solo la classe lavoratrice, al di là di ogni frontiera e di ogni colore, può guidare questa rivoluzione.
Costruire controcorrente tale consapevolezza tra gli sfruttati è il nostro impegno quotidiano.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il nostro 25 aprile

Per un antifascismo classista e anticapitalista

Quest'anno il 25 aprile affronta un contesto politico nuovo.

Organizzazioni dichiaratamente fasciste hanno sviluppato nell'ultimo anno il proprio radicamento e la propria forza militante. Lo hanno fatto inzuppando il pane nei sentimenti xenofobi e reazionari cavalcati da tutti i partiti dominanti, dal PD di Minniti “legge e ordine” al M5S, sino alla Lega lepenista, che hanno fatto a gara per intestarsi il blocco dei migranti, i loro respingimenti, la loro segregazione. Le organizzazioni fasciste hanno semplicemente usato questo vento per gonfiare le proprie vele.

Ma se questo vento spira più forte di ieri, anche tra milioni di sfruttati, è perché è stato alimentato dalla resa al capitalismo da parte dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale. L'aperta complicità nelle politiche di austerità, il semaforo verde alla Legge Fornero, la smobilitazione della lotta sull'articolo 18, la dispersione dell'opposizione di massa alla “Buona scuola”, non hanno rappresentato solamente una svendita delle ragioni del lavoro agli interessi del profitto, ma hanno anche abbandonato milioni di lavoratori e lavoratrici alla solitudine della propria condizione, alimentando sentimenti di sfiducia, demoralizzazione, disorientamento. Se il crollo del renzismo è avvenuto a destra e non a sinistra è perché la sinistra si era resa da tempo irriconoscibile al suo stesso popolo. Il voto del 4 marzo ha semplicemente registrato la realtà.


DALLA PARTE DEI LAVORATORI, DELLE LAVORATRICI, DI TUTTI GLI SFRUTTATI 

Se questo è vero, non c'è possibile rilancio della battaglia contro il fascismo e contro la destra se non a partire dal recupero di una ragione di classe, dalla parte dei lavoratori contro i capitalisti.
Per anni, anche da parte della sinistra cosiddetta radicale si è rimossa la centralità del lavoro. Gli stessi gruppi dirigenti di Rifondazione Comunista che nel governo Prodi avevano votato la più grande detassazione dei profitti hanno finito col nascondere le ragioni del lavoro dietro le insegne del civismo progressista (Ingroia) e di un “popolo” indistinto. Il M5S, e la sua truffa populista nel nome dei "cittadini", hanno beneficiato anche di questo, così come i sovranismi nazionalisti.
Per rimontare la china è necessaria una svolta. Non c'è il popolo dei cittadini, ci sono le classi. Salariati e capitalisti, padroni e operai, sfruttati e sfruttatori. O si sta da una parte o si sta dall'altra.
Ridisegnare questa linea di confine è centrale per lo sviluppo della coscienza, e lo sviluppo della coscienza è inseparabile dalla lotta, a partire dall'opposizione alla classe capitalista e ai suoi governi.

Quale che sia la futura soluzione di governo, nulla di buono è in cantiere per i lavoratori. Il M5S si candida a partito centrale della Terza Repubblica dei padroni, con l'applauso di Confindustria, banche, UE, e NATO. Altro che alleato democratico dei lavoratori, cui chiedere magari qualche ministero (come vorrebbe Liberi e Uguali)! Occorre preparare una opposizione vera, unitaria, radicale, di massa senza alcuno sconto ai nuovi truffatori.


PER UNA PROSPETTIVA ANTICAPITALISTA 

Ma non c'è vera opposizione di classe senza prospettiva anticapitalista. Questo è il punto decisivo.
Le stesse sinistre che hanno negli anni abbandonato persino la rappresentanza del lavoro, continuano ad illudere ciò che resta del loro popolo con l'eterna fiaba di una possibile riforma democratica e progressista del capitalismo. Una volta era il governo Prodi, ora il governo Tsipras, ogni volta si inventa un fantomatico governo “riformatore” di cui avere fiducia e a cui donare il sangue. Bene, è ora di dire, come provano i fatti, che quel governo non c'è. Che i tempi delle riforme sociali (per disinnescare i rischi di rivoluzione) erano quelli del boom economico e della presenza dell'URSS. Che nelle attuali condizioni storiche, ormai da quasi trent'anni, all'ordine del giorno del capitalismo - chiunque governi - c'è solo la distruzione di diritti e conquiste, con il trascinamento di xenofobia, guerre, miseria sociale e culturale dilagante.
E viceversa, ogni rivendicazione elementare dei lavoratori, in fatto di giustizia sociale ed emancipazione, cozza frontalmente con le compatibilità del capitalismo e della sua crisi, e chiama la necessità di una rottura anticapitalista.
Si tratta di sviluppare in ogni lotta questo elemento fondamentale di coscienza, e di costruire attorno a questa politica di classe anticapitalista una direzione rivoluzionaria del movimento operaio. Senza la quale ogni ribellione è destinata in un modo o nell'altro alla sconfitta.


PER IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE. QUELLO CHE MANCÒ ALLA RESISTENZA 

Questa è anche la lezione della Resistenza, che qui vogliamo ricordare.
Tra il 1943 e il 1945 milioni di lavoratori si ribellarono al fascismo, ma anche alla classe capitalista che si era affidata al fascismo per distruggere il movimento operaio. La rossa primavera di tanta parte del movimento partigiano era nei suoi sentimenti apertamente anticapitalista. Ma il regime staliniano in URSS e il suo PCI in Italia aveva deciso diversamente: l'Italia doveva restare, secondo i patti di Yalta, nel campo del capitalismo. I governi di unità nazionale tra De Gasperi e Togliatti, con la copertura a sinistra di Secchia, servirono a questo. Per questo riportarono i capitalisti al posto di comando, disarmarono i partigiani, ammnistiarono i peggiori sgherri fascisti. Quando il lavoro fu completato, il PCI non era più necessario, e fu sbattuto all'opposizione. E iniziarono i lunghi anni di Scelba. Di certo la mancanza di una alternativa alla sinistra del PCI capace di contendergli la direzione (tra gruppi e organizzazioni centriste che tragicamente invocavano Stalin per criticare il PCI) fu un fattore decisivo nella sconfitta della Resistenza.

Trent'anni dopo, la nuova ascesa del 1968, tradita dal compromesso storico tra DC e PCI, finì per le stesse ragioni con la stessa sconfitta.
Per questo noi oggi, nel ricordare le potenzialità rivoluzionarie della Resistenza partigiana, rivendichiamo la costruzione di ciò che allora mancò: il partito della rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

Chiudere gli spazi ai fascisti con un'iniziativa unitaria e di massa

 La moltiplicazione delle iniziative di CasaPound e Forza Nuova è all'ordine del giorno nella cronaca politica di questi anni. Ma i fatti di Macerata, il fuoco di un attivista fascista contro migranti con l'obiettivo di uccidere, il pubblico sostegno di Forza Nuova a Traini ed anzi il nuovo rilancio della campagna xenofoba, hanno rappresentato un salto, amplificato dalla campagna elettorale e dai suoi effetti mediatici

I fascisti si nutrono naturalmente della spazzatura rovesciata contro i migranti da tutti i partiti dominanti. La Lega di Salvini è il principale frullatore di questa spazzatura. Il M5S contribuisce in forme più raffinate al medesimo impasto. Quanto al PD di Minniti, ha gestito in prima persona la stretta antimigranti in tutti i suoi risvolti peggiori (taglio ai soccorsi in mare, campi di concentramento in Libia, decreti sul “decoro”...). Le tre destre - nel loro insieme e in concorrenza tra loro - hanno tutte concimato il terreno di coltura dei fascisti. Ma i fascisti non sono né il PD, né il M5S, e neppure la Lega. Sono qualcosa di diverso. Non sono una destra qualsiasi. Sono organizzazioni di combattimento mirate alla distruzione del movimento operaio e delle sue organizzazioni indipendenti. Lo sono programmaticamente, con la pubblica rivendicazione di un sistema di corporazioni che rimpiazzi la democrazia borghese. Lo sono nell'azione, con la pratica dell'aggressione contro militanti e organizzazioni della sinistra politica, sindacale, di movimento. La campagna ossessiva contro i migranti, l'azione vile e squadrista attentamente pianificata nei loro confronti, è solo il terreno prescelto per l'accumulazione delle forze e l'espansione del proprio bacino di consenso. La prospettiva strategica è assai più ambiziosa: l'affermazione di un proprio regime.

Certo, le forze fasciste sono ancora molto ridotte. Il fascismo non è una minaccia immediata. Ma tutte le organizzazioni fasciste, in misura diversa, sono oggi in crescita. In crescita di consenso, grazie alle compromissioni e al disarmo della sinistra politica e sindacale di fronte alla crisi capitalistica e ai suoi effetti sociali. Ma anche in crescita organizzativa e militante del proprio inquadramento militare, anche grazie all'assenza di ogni seria azione di contrasto.

Ora questa dinamica va spezzata.

Non servono a nulla le petizioni costituzionali contro i fascisti. Non serve affidarsi alle famose leggi antifasciste della Repubblica borghese, o invocarne di nuove. Le leggi “antifasciste” non sono mai mancate, nella Prima come nella Seconda Repubblica. Ma i partiti fascisti hanno continuato a vivere e prosperare, prima col MSI, oggi con CasaPound e Forza Nuova, con le complicità e le connivenze di apparati dello Stato, che sono il vero cuore del potere e prevalgono su ogni legge formale. È ora di mettere da parte le illusioni. Solo il movimento operaio, solo la forza di una sua mobilitazione può mettere di fatto "fuorilegge" le organizzazioni fasciste.

Per questo proponiamo a tutte le organizzazioni del movimento operaio e sindacale, a tutte le organizzazioni antifasciste e antirazziste, di promuovere unitariamente l'occupazione preventiva delle piazze prenotate dai comizi fascisti, e concesse dalle autorità locali, per contrastarne dichiaratamente lo svolgimento. È la via di un fronte unico di massa che si assuma la responsabilità di chiudere il varco ai fascisti. Le grandi organizzazioni di massa antifasciste, sindacali e associative, non possono sottrarsi a questa responsabilità per subordinarsi al PD, come è accaduto con la diserzione della manifestazione di Macerata. Debbono assumersela apertamente e pubblicamente.

Questa è la posizione e proposta che il PCL avanza in ogni luogo di confronto interno al campo dell'antifascismo.
Partito Comunista dei Lavoratori

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA ADERISCE AL PRESIDIO ANTIFASCISTA

BOLOGNA - PIAZZA MAGGIORE - VENERDI' 16 FEBBRAIO, ORE 18,30

Per una Sinistra Rivoluzionaria aderisce al presidio di venerdì 16 febbraio per impedire il comizio di Forza Nuova.
Non si può far parlare chi si dichiara esplicitamente nazista e fascista.
Chi inneggia all'attentato terroristico di Macerata e offre la propria organizzazione per la difesa di Traini.
Si è verificato quello che temevamo: all'avvicinarsi delle elezioni politiche queste organizzazioni neofasciste avrebbero cominciato a cercare atti eclatanti, provocazioni, nuove azioni squadriste per lanciare le proprie candidature, liste e organizzazioni
Arretrare ora vorrebbe dire aprire le porto al peggior revanscismo fascista.
E’ doveroso pertanto mettere in atto la più rigorosa e attenta militanza antifascista.
Certo, ma in nome di quale antifascismo?
Se tutti gli attori politici (Minniti, Salvini, Di Maio) seminano l'idea dell'”invasione” dei migranti - chi sfoderando poteri di polizia, chi promettendo la loro cacciata una volta al governo - i fascisti montano a cavallo di questa idea passando alle vie di fatto, a Genova come a Forlì e a Macerata.
In questo modo vogliono conquistare e organizzare la punta estrema del sentimento xenofobo.
I partiti fascisti costituiscono vere e proprie organizzazioni di combattimento: oggi prevalentemente contro i migranti, domani contro il movimento operaio e le sue organizzazioni.
La verità è che i neofascisti sono da sempre lo strumento del capitale e delle borghesie.
La verità è che fanno comodo a tutti, e che nessuna polizia o magistratura scioglierà quelle organizzazioni.
Non può essere un argine neppure la Costituzione, un compromesso alle spalle della la rossa primavera della Resistenza, che oggi si riconferma la garanzia per questo sistema socio-economico e l'ipocrita copertura per l'immobilismo della sinistra parlamentare.
Spetta al movimento operaio e alla riorganizzazione della classe lavoratrice, e attorno ad essa tutti i disoccupati, gli oppressi e i discriminati, far sprofondare il terreno su cui si costruiscono le organizzazioni fasciste.
L’unione stretta dei lavoratori autoctoni e immigrati è alla base di questa riorganizzazione di classe.
La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo.
Si può fare ciò solo costruendo mobilitazioni, organizzando l'autodifesa militante di scioperi, cortei e comizi, e sviluppando un lavoro di propaganda e di intervento che riduca gli spazi di agibilità del fascismo e che dia slancio all'unica reale alternativa per gli sfruttati e gli oppressi: il governo dei lavoratori e delle lavoratrici e il socialismo internazionale, con l’obbiettivo degli Stati uniti socialisti d'Europa.
La lista "Per una sinistra rivoluzionaria", si candida a portare avanti questo programma e a contrastare queste organizzazioni su ogni terreno.
Per questo invitiamo tutte le organizzazioni della sinistra, tutte le organizzazioni sindacali, tutti i centri sociali, le associazioni locali e nazionali – come l'ANPI e l'ARCI, contro la titubanza delle loro stesse direzioni- tutti i militanti e gli attivisti sinceramente antifascisti alla massima attenzione e alla difesa di tutti i compagni e le compagne che si esporranno sotto le insegne dell'antifascismo e dell'anticapitalismo.

Sabato 10 febbraio tutte e tutti a Macerata!


Contro le aggressioni fasciste, la necessità di una risposta classista

Il Partito Comunista dei Lavoratori aderisce e partecipa al corteo antifascista di Macerata del 10 febbraio

I fatti di Macerata vanno presi per quello che sono: una mano fascista, armata dal razzismo, ha sparato ferendo sei persone di nazionalità africana. A loro, in primo luogo, va tutta la nostra solidarietà classista e internazionalista.

La verità dietro ai fatti è che le politiche dominanti degli ultimi decenni hanno arato il terreno in favore della peggior destra, accumulando miseria e disperazione sociale a tutto vantaggio del profitto, dirottando la rabbia sociale contro i migranti, per impedire che venga invece rivolta contro i padroni, legittimando la xenofobia ed il razzismo, con politiche di segregazione e umiliazione dei migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, fino alle recenti imprese del ministro Minniti, che ha siglato accordi criminali con i tagliagole libici in nome della “sicurezza”.

Non è un caso che nel giro di poche ore nel panorama del dibattito pubblico sia passato dalle ipocrite parole di condanna di Gentiloni, Renzi e del Movimento 5 Stelle alla surreale discussione sulla “bomba sociale” dei migranti, attraverso cui tutti i principali partiti legittimano ulteriormente la visione distorta e razzista del migrante come nemico, problema, fastidio.

La prolungata crisi sociale che investe il nostro paese si è coniugata col riflusso drammatico del movimento operaio e della sua capacità di mobilitazione, per principale responsabilità delle sue direzioni politiche e sindacali e questo ha prodotto sulla lunga distanza contraccolpi politici gravi.
Lo scenario politico che ci apprestiamo a vivere a ridosso della tornata elettorale in cui le tre destre in competizione tra loro (renzismo, salvinismo, grillismo) è in fondo anche il risultato dell'arretramento della classe lavoratrice, della sua coscienza, della sua rappresentanza politica, della sua capacità d'azione indipendente.

Ciò ha prodotto la scomparsa nell'immaginario di massa dello scontro di classe e la sua sostituzione con le mitologie dell'opposizione alla casata, della sovranità nazionale, dell'invasione dei migranti da cui proteggere lavoro, risparmi, sicurezza. Su questi terreni gli opposti concorrenti al governo giocano buona parte della loro fortuna, ma è lo stesso terreno in cui pascolano le organizzazioni fasciste. Il fatto nuovo non sono le azioni fasciste in quanto tali, ma il vento di opinione pubblica reazionario, per quanto ancora principalmente passivo, in cui queste azioni operano e da cui traggono forza e giovamento.

I fascisti lavorano in fondo a capitalizzare a proprio vantaggio, in termini elettorali e militanti, la seminagione dei populismi reazionari. Se tutti gli attori politici (Minniti, Salvini, Di Maio) seminano l'idea dell'”invasione” dei migranti - chi sfoderando poteri di polizia, chi promettendo la loro cacciata una volta al governo - i fascisti montano a cavallo di questa idea passando alle vie di fatto, ossia contrapponendo l'azione esemplare di “liberazione dagli invasori” alla pura "propaganda dei politicanti". Su questa linea mirano a conquistare e organizzare la punta estrema del sentimento xenofobo, e dove possibile delle proteste. I partiti fascisti vanno ben al di là di un generico populismo reazionario a fini elettorali. Configurano vere e proprie organizzazioni di combattimento: oggi prevalentemente contro i migranti, domani contro il movimento operaio e le sue organizzazioni.

Il sentimento popolare di frustrazione sociale, sedimentato da decenni di crisi capitalista e privato di un riferimento a sinistra, diventa dunque il brodo di coltura della destra peggiore, il suo terreno di radicamento e reclutamento combattente.

In questo quadro è gravissima, scellerata, la scelta di ANPI, ARCI, CGIL e Libera di ritirarsi dalla mobilitazione di sabato su richiesta del sindaco di Macerata. È la rinuncia in partenza ad una possibile dinamica di massa, l'ennesima subordinazione al PD e alle sue amministrazioni, in nome di una pace sociale che pace non è, ma è la guerra dei padroni contro i lavoratori e dei fascisti contro gli ultimi di questa società. Non può nemmeno stupire l'intervento repressivo del Ministro Minniti, sempre più calato nel suo ruolo di sceriffo. Di fronte a tutto questo non può esserci alcun passo indietro, anzi la risposta deve essere ancor più determinata e di massa.

Il rilancio dell'antifascismo richiede, innanzitutto, il recupero di una politica di classe e anticapitalista. Liberare i lavoratori dai veleni populisti è un compito centrale di questa politica.

Solo una classe che recupera la coscienza dei propri interessi, che ricostruisce e unifica la propria forza, che sviluppa la propria opposizione sociale e di massa alla classe sociale dominante, può scrollarsi di dosso i pregiudizi reazionari che hanno attecchito nella lunga stagione del riflusso, imporre un'altra agenda pubblica, e approfondire per questa via le contraddizioni interne dei blocchi sociali populisti.
Solo un programma d'azione che metta in discussione la dittatura dei capitalisti (a partire dalla ripartizione del lavoro, dall'abolizione del debito pubblico, dalla nazionalizzazione delle banche senza indennizzo per i grandi azionisti, dall'esproprio delle aziende che licenziano...) può ricomporre attorno alla classe lavoratrice l'unità di tutti gli sfruttati, recidendo alla radice le suggestioni xenofobe figlie della solitudine e della divisione.

La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo. Il capitalismo è miseria sociale e morale. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.
Saremo a Macerata, sabato 10 febbraio, per portare questa prospettiva nella battaglia antifascista.
Partito Comunista dei Lavoratori

L'agguato razzista di Macerata e i suoi responsabili

  
A Macerata un fascista armato dal razzismo, già candidato di Salvini, ha fatto fuoco contro sei persone di nazionalità africana, cui va innanzitutto la nostra piena solidarietà. Il tentativo di Salvini di usare questa aggressione xenofoba per rilanciare la propria campagna razzista è odioso. E ancor più nauseante è l'appoggio entusiasta di Forza Nuova all'aggressore criminale, a riprova del suo timbro fascista.

La verità è che le politiche dominanti di questi anni e decenni hanno arato il terreno della destra peggiore. Sia accumulando miseria e disperazione sociale a vantaggio del profitto, sia dirottando la rabbia sociale contro gli immigrati per impedire che si rivolga contro i capitalisti, sia legittimando la xenofobia con le politiche di segregazione e umiliazione dei migranti. Incluse le politiche del rifiuto: rifiuto di canali umanitari, di una accoglienza dignitosa, di diritti elementari. Gli accordi criminali stipulati da Minniti con le bande dei tagliagola libici per segregare decine di migliaia di migranti in luoghi di tortura e stupri, nel nome della “sicurezza”, hanno concorso pienamente alla legittimazione del razzismo. Perché non è razzista solo il criminale che spara sugli immigrati. Razzista è anche il sottofondo politico e culturale che ha armato la sua mano.

Per queste ragioni non sappiamo che farcene delle parole ipocrite di condanna da parte di Gentiloni, di Matteo Renzi, o del M5S, che ha gareggiato cinicamente con la Lega nel corteggiamento della xenofobia. La battaglia antirazzista e antifascista deve unire più che mai la campagna per la difesa dei migranti alla battaglia contro il capitalismo e tutti i partiti che lo governano, o che ambiscono a governarlo. Il capitalismo è miseria sociale e morale. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.
Sono, in fondo, le ragioni per una sinistra rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Continuare la mobilitazione per ottenere la libertà di Fabio!

Il compagno Fabio Vettorel è ancora in carcere, in fermo preventivo, dal 7 luglio 2017. Senza veri capi di accusa, senza nulla di concreto in mano, solo per il fatto di esser stato lì ad Amburgo a manifestare contro i diretti esecutori delle politiche lacrime e sangue che rispondono agli interessi delle classi padronali, che attanagliano le masse popolari d’Italia, d’Europa e del mondo intero. Il caso di Fabio, così platealmente ingiusto, ormai è diventato qualcosa di imbarazzante pure per i settori liberali della borghesia. Ma è proprio questa la giustizia e la democrazia dei poteri forti, degli stati "democratici", dei padroni. II caso è arrivato nelle pagine dei principali quotidiani nazionali ed internazionali, oltre che nelle televisioni.

Come Partito Comunista dei Lavoratori abbiamo sin dal primo giorno solidarizzato con Fabio e con gli altri attivisti arrestati, chiedendone l'immediato rilascio senza alcuna pena da scontare e senza nessun capo d’imputazione accollato. Noi prendiamo le difese di qualsiasi compagno e attivista che si trovi sotto i colpi della repressione dello Stato, sia italiano che germanico o altro. Perché per noi è una questione di classe, e di lotta di classe. Con le nostre forze abbiamo partecipato a tutti i presidi in difesa di questi compagni, abbiamo lanciato dalle pagine del nostro sito comunicati e appelli per smascherare l’azione del governo. Non ci fermiamo.

Saremo presenti al presidio di venerdì 24 novembre in piazza Duomo a Belluno, pur non condividendo l'appello firmato da molti - dal PRC al PD, dall'ANPI al M5S - (ma non da noi) perché legittimante questa architettura giuridica di classe e questo stato "democratico", e raccoglie figure politiche reazionarie, antipopolari e antioperaie, come il M5S e il PD con i quali non può esser fatto nessun fronte.
Al contempo rilanciamo quindi con urgenza a tutta la sinistra politica, sindacale, sociale e di movimento la necessità di una grande e forte azione congiunta contro le politiche di repressione del Governo (politiche di Minniti), e denunciando la sua immobilità nel caso Vettorel. In questo senso crediamo di essere fedeli anche al messaggio e allo spirito trasmessi da Fabio dal carcere, uno spirito combattivo, anticapitalista e di grande coraggio.
Saremmo presenti anche al corteo di sabato 2 dicembre a Feltre, lanciato dal Postaz. Sempre per chiedere la libertà di Fabio, senza pene.

Fuori i compagni dalle galere!

«Probabilmente lor signori pensano che la repressione fermerà la nostra sete di libertà. La nostra volontà di costruire un mondo migliore. Ebbene, essi si illudono.» (Fabio Vettorel, dal carcere)
Partito Comunista dei Lavoratori

Impedire la marcia di Forza Nuova con una contromanifestazione antifascista

Forza Nuova ha ribadito la volontà di scendere in piazza a Roma «in ogni caso» nella giornata del 28 ottobre. In ogni caso questa manifestazione va impedita.

Non abbiamo alcuna fiducia nel ministro Minniti, che riceve le congratulazioni dei fascisti per la sua guerra ai poveri e ai migranti. Non abbiamo alcuna fiducia nelle cosiddette leggi antifasciste dello Stato (leggi Scelba, Mancino, Fiano) che dietro un sipario di belle frasi coprono la realtà quotidiana (e impunita) delle organizzazioni fasciste, delle loro azioni squadriste, dei loro veleni xenofobi, della loro stessa presenza elettorale e istituzionale. Possiamo avere fiducia solo nell'azione diretta del movimento operaio e nella sua memoria storica.

Per questo non è possibile accettare “in nessun caso” la marcia su Roma di Forza Nuova, né limitarci alla risposta di un innocuo convegno di parole. Occorre contrastare l'organizzazione dei fascisti sullo stesso terreno della piazza, fuori da ogni logica minoritaria e avventurista ma con ogni mezzo necessario. Solo la forza organizzata del movimento operaio può mettere fuori legge i fascisti.

Facciamo dunque appello a tutte le organizzazioni antifasciste, a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, per una grande contromanifestazione unitaria il 28 ottobre a Roma con la parola d'ordine più elementare: “I fascisti non marceranno. Via i fascisti!”.

Partito Comunista dei Lavoratori


Giù le mani dai rifugiati eritrei!

La polizia di Minniti si scaglia contro i rifugiati politici, con la complicità di Virginia Raggi

24 Agosto 2017
La carica brutale della polizia a Roma contro rifugiati eritrei che rivendicano il diritto alla casa, il sequestro poliziesco di decine di bambini terrorizzati caricati sulle camionette della celere, sono atti semplicemente infami. Tanto più se praticati contro persone fuggite da torture e vessazioni indicibili. Le responsabilità politiche del ministro degli interni Minniti e della sindaca Raggi sono inequivocabili.
Non si tratta di fatti isolati. Sono il riflesso della campagna più generale che fa dei migranti e dei loro diritti un problema di ordine pubblico, con la gara allo scavalcamento a destra tra PD, Salvini e M5S per catturare il voto xenofobo.

Mentre la grande stampa plaude al ministro Minniti per la diminuzione degli sbarchi dalla Libia, Le Monde pubblica oggi un'inchiesta documentata sulle ragioni vere di questo fatto: la segregazione di masse crescenti di rifugiati da parte di milizie libiche e bande di criminali conniventi con la Guardia costiera e le autorità locali. Questa è la vera collusione coi trafficanti di esseri umani: quella del ministro Minniti e del governo Gentiloni, che forniscono di fatto armi e denaro a forze criminali. Il pestaggio dei rifugiati eritrei di Roma è la prosecuzione della stessa politica.
Partito Comunista dei Lavoratori