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Il disegno di legge sull’antisemitismo: un pezzo della costruzione autoritaria del regime italiano

 


Il 4 marzo il Senato ha approvato il disegno di legge contro l’antisemitismo. Ora si attende ola passaggio alla Camera. Ha avuto un consenso trasversale, infatti è stato votato dalla destra di governo e da parte del centrosinistra, con il voto favorevole di alcuni senatori e l’astensione della maggioranza dei senatori del PD

AVS e M5S hanno votato contro. Questo ddl vuole consolidare a livello giuridico la repressione del grande movimento per la libertà della Palestina che ha attraversato il nostro Paese nei mesi scorsi. Insieme al decreto sicurezza, che colpisce il diritto a manifestare e aumenta i poteri di polizia, esso costituisce un dispositivo articolato inteso a colpire i movimenti sociali, a cominciare dalle lotte dei lavoratori, i movimenti per i diritti civili e per la salvaguardia dell’ambiente, e i movimenti di solidarietà internazionale come quello per la libertà della Palestina.

Questo articolato complesso giuridico segna un salto di qualità nel carattere autoritario del regime italiano, funzionale agli interessi dell’imperialismo italiano, sia sul piano interno, prevenendo mobilitazioni di massa destabilizzanti, sia sul piano internazionale, tutelando le sue relazioni speciali, economiche e militari con lo Stato sionista ed in generale in tutto il Medio Oriente.

Lo scopo reale del ddl antisemitismo, che ufficialmente è quello di combattere la recrudescenza di questa forma di razzismo, in realtà è quella di equiparare antisemitismo e antisionismo e di perseguitare ogni critica ed ogni opposizione al governo e allo Stato di Israele.

Il testo aderisce completamente alla definizione di antisemitismo coniata all’organizzazione sionista dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Questa definizione, pur concedendo che si possano fare critiche “generiche” al governo di turno dello stato sionista, tende invece a stigmatizzare come antisemite la denuncia delle politiche dello Stato di Israele, e non solo di un suo congiunturale governo.

Cosi avviene che forme di boicottaggio economico dello stato di Israele, come quelle del movimento internazionale Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che si prefiggono di colpire Israele in quanto tale, vengano definite come azioni antisemite. La stessa sorte può perfino toccare al rapporto di Amnesty International. La stessa denuncia dell’apartheid di cui sono vittime i palestinesi e del genocidio di Gaza divengono espressioni antisemite.

Ora, se le definizioni dell’IHRA diventano legge, per cui esse debbano costituire la base della formazione al contrasto dell’antisemitismo di polizia, forze armate e magistratura, il punto di riferimento per il contrasto dell’antisemitismo sul web, nondimeno costituiscono la base giuridica per la repressione delle espressioni di denuncia della politica dello Stato sionista, e ancor più nella messa in discussione della sua stessa esistenza.

Bisogna sgombrare il campo dai dubbi. È certo che non verrà mai accusata di antisemitismo la teoria dei due stati per due popoli, ossia il diritto per i palestinesi ad avere uno staterello angusto e senza poteri, più simile ad un bantustan che ad uno Stato, e la cui esistenza peraltro non sarà mai consentita dallo Stato di Israele.

Questa è solo una scappatoia ipocrita per quelle forze politiche ed intellettuali che in realtà negano o addirittura si oppongono ad ogni sostegno serio della causa palestinese. Non è una possibile soluzione diplomatica ma una vera e propria parola d’ordine reazionaria.

La rivendicazione della liberazione della Palestina “dal fiume al mare” e del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese diventa ipso facto una espressione di antisemitismo che deve essere repressa dalle forze dell’ordine a termini di legge.

La libertà del popolo palestinese “dal fiume al mare” è stata la rivendicazione gridata nelle piazze piene di centinaia di migliaia di manifestanti tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Un movimento di solidarietà con la Palestina ed il popolo palestinese così imponente da scardinare le misure di polizia contenute nel decreto sicurezza. Ma soprattutto un movimento popolare, di studenti e lavoratori finalmente chiamati alla mobilitazione unitaria dalle proprie organizzazioni sindacali, così vasto da far tremare il governo italiano e mettere in seria discussione la sua complicità con i crimini dello Stato sionista.

La stessa possibilità futura di una nuova mobilitazione esplosiva deve essere preventivamente scongiurata, cominciando da subito a perseguitarne le possibili avanguardie, accusate di antisemitismo e per questo accusate di costituire una minaccia alla sicurezza nazionale, alla stregua delle organizzazioni terroristiche.

Di fatto, la sacrosanta lotta senza quartiere contro un’ideologia politica colonialista e razzista come quella sionista viene equiparata all’antisemitismo, e per questo repressa dall’apparato giudiziario e di polizia dello Stato italiano.

Quale che sia l’esito parlamentare del ddl antisemitismo, il Partito Comunista dei Lavoratori, che si riallaccia alle posizioni della Quarta Internazionale del 1948 (che, unica organizzazione politica, si oppose alla creazione di uno stato sionista e si pronunciò invece per l’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente), non si farà intimidire e continuerà a sostenere la necessità della distruzione rivoluzionaria dello stato sionista, l’eroica resistenza del popolo palestinese e di tutti i popoli attaccati dal sionismo, la liberazione della Palestina, per una Palestina libera democratica e socialista nell’ambito della federazione socialista di tutto il Medio oriente.

È ciò che i marxisti rivoluzionari devono sostenere se vogliono essere coerenti con le ragioni dei popoli oppressi e del proletariato internazionale.

Federico Bacchiocchi

Addio Alfonsina


 È venuta a mancare la nostra compagna Alfonsina Palumbo, militante storica del nostro partito. Per tutti noi, per chi l’ha conosciuta, una perdita molto dolorosa.

Alfonsina incontrò la nostra corrente politica ben prima della fondazione del Partito Comunista dei Lavoratori. Ci incontrò nel Partito della Rifondazione Comunista degli anni ’90, nel quale era confluita come tanti compagni e compagne di provenienza PCI con la domanda di una politica classista e anticapitalista. Quando comprese che quella domanda veniva tradita da una linea compromissoria e governista si avvicinò all’opposizione interna trotskista del PRC. Prima alla sua piattaforma congressuale, poi alla sua organizzazione politica (Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista) nella quale sviluppò nel corso degli anni la propria formazione e militanza.

Nel 2004 fu una degli otto delegati/e della AMR al Congresso fondativo del Coordinamento per Rifondazione della Quarta Internazionale a Buenos Aires. Vogliamo ricordare la sua gioia in quella occasione nel partecipare ad una grande assemblea nazionale di tremila piqueteros in lotta.

Con la nascita del Partito Comunista dei Lavoratori, Alfonsina fu da subito parte integrante della sua causa e delle sue battaglie. Ha fatto parte della Direzione nazionale e del Comitato Politico Nazionale del PCL fra il 2008 e il 2011, e successivamente ancora del suo Comitato Centrale.

Da militante rivoluzionaria è stata attivista sindacale dell’opposizione interna alla CGIL, contro ogni forma di accodamento più o meno “critico” alla sua burocrazia, anche con un ruolo nel Direttivo Nazionale della FISAC-CGIL dopo il 2014. Più in generale, ha avuto una presenza costante nelle iniziative di lotta della classe lavoratrice e della sua avanguardia. In particolare, lo vogliamo ricordare, sul terreno delle lotte contro la guerra e a sostegno della Palestina e di tutti i popoli oppressi.

Negli ultimi anni le sue condizioni di salute non le hanno permesso di partecipare come avrebbe voluto, e ne ha molto sofferto. Ma non ha mai fatto mancare, in tutte le forme possibili, il proprio sostegno al partito e alla prospettiva di rivoluzione. Anche per questo resterà nella nostra memoria collettiva.

Addio Alfonsina, un forte abbraccio da tutto il tuo partito.

Per una Palestina libera dal fiume al mare. No all'ingannevole accordo di Trump e Israele

 


Dichiarazione internazionale

21 Ottobre 2025

English version

La massiccia e crescente mobilitazione e lo spostamento della maggioranza dell’opinione pubblica mondiale a favore del popolo palestinese e contro il genocidio dello Stato sionista di Israele hanno accelerato gli sforzi dell’imperialismo per ottenere una nuova e precaria tregua, il cui obiettivo è smantellare tale mobilitazione internazionale e fornire al sionismo nuovi mezzi; tregua basata su un patto controrivoluzionario con la leadership palestinese.

Comprendiamo e condividiamo il conforto della popolazione di Gaza per la cessazione dei bombardamenti quotidiani durati per due anni e per la possibile fine dell’assedio criminale, che l’ha sottoposta a una inesorabile crisi umanitaria. Ma dobbiamo essere onesti: questo non significa una vittoria della resistenza palestinese, come affermano erroneamente varie organizzazioni. La realtà è molto più complessa.

Questa tregua è in parte il risultato della straordinaria mobilitazione globale, così come del pericolo che la situazione di Gaza diventasse imprevedibile. Ma l’accordo parallelo che Hamas e Israele hanno firmato è stato negoziato alle condizioni imposte dagli Stati Uniti. I suoi 20 punti, se si concretizzassero, rappresenterebbero un arretramento per la lotta per l’emancipazione della Palestina. Questo accordo, in sostanza, propone alla Palestina di accettare di sottomettersi all’imperialismo e di legittimare l’occupazione sionista.

Per raggiungere questo accordo, le potenze imperialiste hanno contato sulla collaborazione diretta del Qatar, dell’Egitto e della Turchia, e sulla celebrazione complice dell’intera borghesia occidentale, delle autocrazie arabe e persino della Russia e della Cina.

L’accordo, se l’imperialismo riuscisse a impedirne il fallimento prima che si raggiunga la sua seconda fase, oltre al rilascio degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, che è già in via di definizione, propone la trasformazione di Gaza in un protettorato statunitense sotto la tutela di un governo fantoccio guidato da Donald Trump e Tony Blair.

Non richiede che Israele ritiri completamente le sue truppe da Gaza né che ponga fine alla sua avanzata coloniale in Cisgiordania. Richiede però che Hamas si disarmi e non ostacoli né la formazione di un nuovo governo di tecnocrati palestinesi “apolitici” e di “esperti internazionali” né l’istituzione di una forza militare straniera che assumerebbe il controllo della Striscia.

La risposta genocida del sionismo alle azioni di Hamas del 7 ottobre ha scatenato una mobilitazione internazionale a favore della Palestina ben oltre qualsiasi mobilitazione precedente. Il processo si è esteso ben oltre il suo epicentro storico nei settori di sinistra, esplodendo nei principali paesi imperialisti del mondo. È stato massiccio negli Stati Uniti, con accampamenti in varie università e in significativi settori della comunità ebraica che si sono dissociati dal sionismo. Centinaia di migliaia e milioni hanno marciato in Australia e in Europa, nonostante il fatto che i maggiori sindacati e i partiti socialdemocratici nei paesi imperialisti si siano tenuti al margine di questo movimento o abbiano effettivamente continuato a sostenere Israele, e i regimi mediorientali (a eccezione degli houthi) abbiano impedito alla cosiddetta piazza araba di mobilitarsi per forzare il blocco di Gaza, contro i sionisti e gli stati occidentali che sostenevano il genocidio. In numerosi paesi imperialisti diverse organizzazioni palestinesi sono state vietate e migliaia di manifestanti sono stati criminalizzati o addirittura accusati di terrorismo. Ma nonostante tutto ciò, il movimento è cresciuto e lo sciopero generale recente e i blocchi portuali in Italia, in solidarietà con la Global Sumud Flottilla, hanno scosso il mondo e cominciato a servire da esempio.

È un dato di fatto che gli Stati Uniti e Israele, nonostante il complice sostegno dell’intera sovrastruttura capitalista, hanno perso la battaglia contro l’opinione pubblica mondiale. Questo è il risultato più significativo che la causa palestinese ha ottenuto. Israele non era mai stato prima nella storia così isolato a livello internazionale, né così soggetto a condanne e critiche.

Tuttavia, a due anni dal perpetrarsi del genocidio, il popolo palestinese non è in condizioni migliori rispetto a prima del 7 ottobre 2023. Gaza è stata distrutta e militarmente occupata dall’esercito sionista; sono state perse almeno 67.000 vite palestinesi, probabilmente molte di più, comprese quelle di 20.000 bambine e bambini; decine di migliaia sono rimasti feriti e mutilati. La Cisgiordania continua a perdere territorio a favore dei coloni sionisti e la vita a Gerusalemme Est è sempre più difficile.

L’azione di Hamas del 7 ottobre ha raggiunto il suo obiettivo immediato, ossia di interrompere il processo di “normalizzazione” delle relazioni tra Israele e i paesi arabi, note come Accordi di Abramo. Ma l’aspettativa di Hamas che il colpo inferto a Israele esercitasse sufficiente pressione per costringerlo a negoziare un accordo non si è concretizzata. Né si è verificata l’ipotesi che l’Iran avrebbe risposto con forza a una reazione smisurata di Israele. È divenuto chiaro che il regime dei mullah difende solo i propri interessi capitalisti e di casta. Anche i regimi arabi hanno fallito nel sostenere la Palestina, e stanno appoggiando l’accordo in corso, che cerca la resa della resistenza per tornare al percorso della “normalizzazione” delle relazioni con Israele e con l’imperialismo.

La scommessa sbagliata di Hamas ha portato al genocidio, alla distruzione e all’occupazione di Gaza, e ora a un patto pieno di concessioni, che ricorda quello firmato da Arafat a Oslo più di trent'anni fa. Non è un caso che, sotto la pressione delle mobilitazioni, diversi paesi, come Spagna e Regno Unito, abbiano riesumato il sogno dei due stati, che nell'accordo non è nemmeno menzionato come obiettivo.

Nessuno Stato palestinese è possibile fintanto che esisterà, sulle sue terre storiche, uno Stato coloniale, espansionista e genocida. È stato dimostrato che Israele non permetterà mai questo. Al contrario, il suo progetto strategico è la completa pulizia etnica del popolo palestinese e la costruzione di un “Grande Israele”, conquistando sempre più territori.

Per ottenere la pace, e perché essa sia duratura e giusta per il popolo palestinese e per tutti i popoli della regione, dobbiamo prima sconfiggere il mostro sionista e la sua continua espansione coloniale. Finché lo Stato terrorista di Israele, costruito col sangue e col fuoco dagli imperialisti, continuerà a esistere, l’unica “pace eterna” possibile sarà quella pronunciata nelle litanie funebri.

Solo la costruzione di una Palestina unita, libera, laica e socialista, dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, potrà permettere ai popoli della regione di vivere nuovamente in pace. Ma questa soluzione non verrà dalle mani del capitalismo arabo, né dai mullah iraniani, né attraverso patti con alcuna potenza imperialista. Potrà venire solo dalle masse lavoratrici arabe, qualora guidino una rivoluzione che rovesci i governi capitalistici del Medio Oriente, che sconfigga il mostro sionista e istituisca una federazione di repubbliche socialiste in tutta la regione.

Nel 1948, i nostri predecessori politici della Quarta Internazionale, l’unica organizzazione del movimento operaio mondiale che si oppose alla creazione dello Stato sionista, dichiararono:

«Grazie alla direzione borghese e feudale dei paesi arabi – agenti dell’imperialismo – siamo stati sconfitti in una fase della lotta contro l’imperialismo. Dobbiamo prepararci alla vittoria nella fase successiva, cioè all’unificazione della Palestina e di tutto il Medio Oriente, creando l’unica forza che può raggiungere questi obiettivi: il partito proletario rivoluzionario unificato del Medio Oriente».

Oggi come allora, questa è la strategia su cui scommettono coloro che hanno sottoscritto questa dichiarazione. Pertanto, ci impegniamo a promuovere, aiutare e costruire partiti rivoluzionari nella regione, ricompattando senza alcun settarismo i militanti combattivi che condividono questi obiettivi.

Lega Internazionale Socialista (LIS), Lega per la Quinta Internazionale (L5I)

A 80 anni dall’assassinio del nostro compagno Trotsky

 

20 Agosto 2020 - 80 anni fa, a Coyoacán, in Messico, il 20 agosto, Ramón Mercader, sicario al soldo di Stalin, colpiva a morte con una piccozza, Lev Trotsky. Se ne andava così (per la precisione il 21, dopo un giorno di agonia), quella che possiamo definire la quinta e ultima colonna degli “imprescindibili” del marxismo, dopo Marx, Engels, Rosa Luxemburg e Lenin.


La perdita è stata così grande e rovinosa che sono palpabili ancora oggi le conseguenze, non solo nel campo d’avanguardia del marxismo militante, ma anche e soprattutto nel movimento operaio, privo com’è da troppo tempo di una guida autorevole in grado di interrompere la sequela di sconfitte cui l’hanno portato riformisti e stalinisti di tutte le razze e le sfumature.

Se a Marx dobbiamo in particolare il nocciolo dell’analisi anatomica del capitalismo, a Engels l’approfondimento del rapporto tra il materialismo dialettico e le scienze naturali, a Rosa la definitiva codificazione che separa i rivoluzionari dai riformisti, a Lenin la teorizzazione della costruzione del partito e l’analisi della fase monopolistica del capitalismo, Trotsky è fondamentale per l’analisi materialista della degenerazione stalinista dello stato sovietico. Senza Trotsky non si può capire pienamente la dinamica che va dall’ascesa di Stalin alla caduta dell’Urss e quindi al disastro attuale. Ma prima di questo, Trotsky fu il brillante teorico della rivoluzione permanente, cioè del processo che portò alla rivoluzione socialista in Russia (come ricordava Gramsci nel 1924). E poi dello sviluppo diseguale e combinato del capitalismo e dei processi rivoluzionari.

Naturalmente, come Marx, Engels, Lenin e Rosa Luxemburg furono molto altro rispetto a quanto abbiamo sinteticamente ricordato, alla stessa maniera non vogliamo sminuire i tanti meriti di Lev. Trotsky fu oratore d’eccezione, così bravo da conquistarsi giovanissimo la guida del Soviet di Pietrogrado nel “prologo” rivoluzionario del 1905; fu in grado di guidare l’Armata Rossa nel 1917 come un “Napoleone bolscevico” portandola alla vittoria contro i bianchi nella guerra civile; fu una delle migliori penne (“Penna” era appunto uno dei suoi primi soprannomi), non solo del movimento operaio, ma anche della letteratura russa, e quindi mondiale, tanto che molti, per il suo stile, lo paragonano a Tolstòj. E se, non avendo scritto romanzi e racconti, la sua scrittura non può avere quella penetrazione psicologica a tutto tondo che ha reso eterna l’opera di Tolstòj, certo la lingua di Trotsky può fregiarsi di quella precisione scientifica che la filosofia della “non violenza” di Tolstòj si è solo sognata.

Anche se non dimentichiamo affatto tutte queste cose, è lo stesso Trotsky a scrivere, nel suo diario d’esilio, che per quanto fosse stato importante durante gli anni d’oro della Rivoluzione d’Ottobre, anche senza di lui in qualche modo le cose sarebbero andate come sono andate, a condizione che Lenin fosse stato presente. Trotsky si riteneva insostituibile solo per la fase successiva. Non c’era nessuno, oltre a lui, in grado di armare una nuova generazione con le idee più taglienti e affilate del marxismo. Creò la Quarta Internazionale per questo. Perché si potesse, nel più breve tempo possibile, tornare a vincere.

Trotsky fino alla morte aggiornò il marxismo mettendolo alla prova durissima dei fatti salienti della sua epoca. Eventi come il fascismo, il nazismo e lo stalinismo erano assolute novità nel panorama politico del tempo. Non era quindi facile fare un’analisi corretta di questi fenomeni. Eppure – e non lo diciamo per piaggeria verso il nostro ultimo grande maestro, non ne abbiamo bisogno né noi né lui – esiste una e una sola analisi precisa e corretta di tutti quegli eventi: la sua, quella del marxismo di Trotsky.

Trotsky ha avuto ragione in tutti i principali snodi della Storia. Il “socialismo in un solo paese” di Stalin, tanto realista e lungimirante come una talpa, si è trasformato nel 1989-91, nel “capitalismo permanente” come preannunciato dal presunto utopista fuori dal mondo, Trotsky: «La burocrazia stalinista non è altro che il primo stadio della restaurazione borghese», così scriveva in un’appendice del suo ultimo lavoro rimasto incompiuto, lo “Stalin” appunto. E del resto lo aveva scritto già tantissime volte in tantissimi altri articoli e libri: senza una rivoluzione politica che abbattesse la burocrazia staliniana, questa prima o poi, frenando e impantanando sempre di più l’economia sovietica, si sarebbe girata da un giorno all’altro verso il capitalismo. È quello che è avvenuto, con la burocrazia sovietica passata armi e bagagli nel campo della borghesia. Trotsky lo predisse 70 anni prima, non come un veggente, ma come un materialista che sa usare come nessuno quello strumento raffinatissimo dell’analisi storico-sociale che prende il nome di “marxismo”.

Ebbe così tanta ragione che l’ebbe pure contro i suoi biografi più brillanti, come il Deutscher (e quelli che nello stesso movimento trotskista erano in accordo con lui), che ai tempi della “destalinizzazione” di Chrušcëv convertì la sua immensa presunzione alle pretese dello stalinismo: «Può essere riformato, Lev si è sbagliato!», così andava ripetendo in giro lo storico famoso per la trilogia del “profeta armato”, dimostrando solo che il metodo marxista s’intende, molto più degli storici, di storia presente, passata e soprattutto futura.

Ha avuto ragione contro i borghesi che equiparano bolscevismo e stalinismo, non sapendo spiegare (neanche provandoci) perché la logica rivoluzionaria di Lenin debba finire in quella controrivoluzionaria di Stalin. Troppo complicata la dialettica per le menti logico-formali dei borghesi. Per mettere assieme Lenin e Stalin e ridurre tutto a una dittatura e a un colpo di stato come i tanti a cui la borghesia ci ha abituato, bisogna vedere, e pure distorcendolo, solo un aspetto del bolscevismo, la violenza, chiudendo un occhio sui “dettagli” più giganteschi che la Storia abbia mai prodotto: «l’abolizione della monarchia e della nobiltà, la restituzione della terra ai contadini, l’espropriazione del capitale, l’introduzione dell’economia pianificata, l’educazione atea, ecc.» (Bolscevismo e Stalinismo, 1937).

«Lo stalinismo non è la logica evoluzione del bolscevismo, bensì la sua negazione dialettica termidoriana», non tanto perché lo ha scritto Trotsky, ma soprattutto perché questa è stata la dinamica storica effettivamente verificatasi e conclusasi nel 1989-91. Una dinamica che la cecità borghese non può vedere, tanto più che una volta messi sullo stesso piano Lenin e Stalin, non troverete storico apparentemente antistalinista e ferocemente antibolscevico, che tra Stalin e Trotsky non si schieri dalla parte del primo, sempre visto come genio e grande stratega, di contro al secondo sempre liquidato come visionario e politicamente fesso però ugualmente macabro, se non peggio: la mediocrità degli storici borghesi si riflette sempre a meraviglia nella mediocrità di Stalin.

Trotsky ha avuto ragione nella rivoluzione cinese del 1925-27, quando scrisse in presa diretta che la politica di Bucharin e Stalin, che sottomettevano il Partito Comunista Cinese al Kuomitang borghese, ripristinando di fatto la rivoluzione a tappe menscevica, avrebbe portato al suicidio, puntualmente avvenuto a Shanghai, quando operai e comunisti furono massacrati dall’Esercito Rivoluzionario Nazionale che avevano contribuito ad armare.

Molto si è discusso sugli errori di Lenin e Trotsky e dei bolscevichi che avrebbero spianato la strada a Stalin, dalla proibizione delle frazioni al X Congresso del Partito, alla repressione di Kronštadt mai messa in discussione da Trotsky, se non nella forse ineluttabile necessità, almeno nella modalità, specialmente l’inutile massacro di molti dei prigionieri a rivolta già completamente domata, alla esclusione dai soviet dei partiti socialisti a vittoria ottenuta.

Sarebbe sciocco negare che tutto questo abbia pesato nel corso dell’involuzione staliniana della Rivoluzione, ma poiché tutti questi sono fattori sostanzialmente interni e secondari, e noi con Trotsky riteniamo che il fattore decisivo sia stato all’interno lo sviluppo, in un quadro di arretratezza economica e sociale di un nuovo ceto privilegiato e all’esterno, nel quadro della lotta di classe su scala internazionale, la sostanziale non comprensione dei bolscevichi, eccetto Lenin e Trotsky e pochi altri, della teoria della rivoluzione in permanenza, cioè della rivoluzione borghese che “trascresce” in socialista senza soluzione di continuità e senza tappe. Questa tesi di Trotsky, fu compresa per il rotto della cuffia da Lenin con le famose Tesi d’Aprile del 1917, ma non fu mai assimilata nel profondo dal resto dei bolscevichi. Stalin usò scientemente i fronti popolari con la borghesia e la rivoluzione a tappe per far fallire le rivoluzioni socialiste, ma questo si può dire solo dall’ascesa di Hitler in avanti, prima non ne fu del tutto cosciente, fu più il retaggio di una concezione che i bolscevichi avevano tenuto dal febbraio del 1917 fino all’arrivo di Lenin, per poi accettarne le tesi senza esserne troppo convinti. L’incomprensione delle tesi di Trotsky sulla rivoluzione in permanenza e delle sue implicazioni a livello internazionale, pesò più di cento Kronštadt nell’involuzione politica dell’Internazionale Comunista, riflesso di quella sociale del regime sovietico stalinizzato.

Trotsky ebbe ragione quando scrisse che il fascismo era una reazione che si appoggiava sulla piccola borghesia inferocita e resa isterica dalla crisi capitalistica, ma che una volta al potere era tutto tranne che la piccola borghesia al potere. Quanto è ancora attuale questa lezione!

Ebbe ragione contro la teoria del “socialfascismo” che equiparava i riformisti socialdemocratici ai nazisti, anzi temendo più i primi e incoraggiando i secondi: «Scagliamoci contro i riformisti, lasciamo che i nazisti vadano al potere, dopo di loro toccherà a noi». Così arringava gli stalinisti il capostipite degli stalinisti, l’ottuso Stalin e il suo rappresentante in Germania Thalmann, che infatti… morì in un campo di sterminio nazista. Invano Trotsky disse di far fronte unico comune coi riformisti contro i nazisti, perché dopo i nazisti non sarebbe arrivato nessuno, tanto meno i comunisti, i primi ad essere fatti fuori dai nazisti, prima di stalinisti e riformisti subito dopo. Stalin e gli stalinisti irrisero questi avvertimenti, ma più di loro risero Hitler e la borghesia. E con loro la Storia che ride ancora adesso di una simile, strampalata teoria, forse la più cretina che sia mai circolata nel movimento operaio.

Fu di una lucidità che ha dell’incredibile per chi non comprenda la grandezza inarrivabile del marxismo, quando nel 1931, praticamente un decennio prima, scriveva: «Una vittoria del nazismo in Germania significherebbe una guerra inevitabile contro l’Urss […] Oggi nessuno dei “normali” governi parlamentari borghesi può rischiare una guerra contro l’Urss perché comporterebbe la minaccia di immense complicazioni interne. Ma se Hitler arrivasse al potere e annientasse l’avanguardia degli operai tedeschi, polverizzando e demoralizzando l’intero proletariato, il governo fascista sarà il solo in grado di ingaggiare una guerra contro l’Urss […] In questa impresa, il governo di Hitler sarebbe soltanto l’organo esecutivo del capitalismo mondiale nel suo insieme» (La chiave della situazione è in Germania - 1931). In queste poche righe la spiegazione scientifica dell’Operazione Barbarossa che per molti borghesi resta qualcosa che solo la testa di Hitler, ormai più vuota della loro, saprebbe spiegare.

Fu proprio l’ascesa di Hitler senza colpo ferire degli stalinisti (e dei socialdemocratici, pronti ad usare la violenza contro la rivoluzione proletaria, come nel 1919, ma non contro la reazione fascista) che portò Trotsky a concludere che fossero necessari nuovi partiti comunisti e un’Internazionale nuova di zecca, la Quarta appunto, perché la Terza si stava trasformando in controrivoluzionaria. Ci vollero ancora cinque anni prima che la Quarta fosse varata ufficialmente, nel 1938 col ben noto Programma di Transizione. C’è chi ha visto questa scelta come troppo in ritardo o, invece, troppo in anticipo. Quello che conta sul piano storico, è che nei brevissimi anni che provò a costruirla, Trotsky fece ancora in tempo ad avere ragione al suo interno, nelle dispute feroci che l’accompagnarono sulla natura dell’Urss.

Non è secondario alla luce del crollo dell’Urss, che le teorie che volevano l’Unione Sovietica come un “capitalismo di stato” o come il primo stadio di un “collettivismo burocratico” che avrebbe pian piano coinvolto tutto il mondo, si siano rivelate errate, di contro a quella di Trotsky che la riteneva uno “stato operaio deformato” dalla burocrazia e poi degenerato. Per Trotsky, la pianificazione sovietica differiva profondamente dalla semi-statalizzazione dei fascismi o del New-Deal di Roosevelt: primo perché la pianificazione sovietica sviluppava come mai prima di allora le forze produttive, New-Deal e fascismi le imbrigliavano; secondo nessun stato capitalistico si sarebbe mai spinto, come pensava Bruno Rizzi, principale teorico della “burocratizzazione del mondo”, alla pianificazione integrale. Quanto al "capitalismo di stato", tra le varie contraddizioni a cui una simile teoria andava incontro, Trotsky segnalava che un capitalismo in qualunque salsa si fosse presentato, avrebbe sempre avuto bisogno di una classe che lo esprimesse, e la burocrazia non era una classe; inoltre, un capitalismo, anche di stato, sempre capitalismo era, pertanto non poteva eliminare le sue caratteristiche naturali, espansione, boom, recessione e cicliche crisi di sovrapproduzione.

Il crollo dell’Urss nel 1989-91 ha messo la parola fine anche queste dispute. Crollata l’Urss, il capitalismo mondiale si è avviato verso il più grande periodo di privatizzazioni che si ricordi, l’opposto di quanto teorizzato da Rizzi; inoltre le tristi immagini dei negozi vuoti in Russia, dimostrano come la crisi che portò alla dissoluzione dell’Urss fu una crisi di penuria, l’opposto di quello che viviamo dal 2008 in avanti, da quando il capitalismo è entrato nella sua più grande crisi da sovrapproduzione. Infine non si è mai visto il crollo di un capitalismo di stato che copre mezzo mondo, che non comporti anche un avanzamento per quanto parziale della classe operaia. Il fatto che in soli 30 anni la classe operaia su scala mondiale, sembri ricacciata indietro di secoli, la dice lunga su quale teoria sulla natura dell’Urss abbia avuto ragione. In effetti, sulle macerie dello stato sovietico, dal punto di vista teorico, troneggia l’analisi di Trotsky, troneggia cioè il marxismo. La ragione di Trotsky è la dimostrazione pratica di quanto ancora sia valido e brillante come metodo.

Mentre discuteva coi “suoi” sulla natura dell’Urss, Trotsky continuò ad aver ragione quando denunciò che il Patto Hitler-Stalin era il viatico della Seconda Guerra mondiale, non solo perché fu usato da Stalin per spartirsi la Polonia e fornire l’“amico” Hitler di armi e petrolio, al contrario di quello che vuole la vulgata stalinista che vede nella firma la necessità di prendere tempo (perdendolo!), ma anche perché giunse al termine di un altro disastro senza il quale la Seconda Guerra mondiale non sarebbe manco scoppiata: la sconfitta della guerra civile in Spagna. Nel 1936, con i contadini che a differenza della Russia del 1917, non volevano la terra per sé, ma formavano già da loro comuni, Stalin riuscì nell’impresa di riconsegnarla ai borghesi con la scusa di combattere Franco. Fu il “capolavoro” dei fronti popolari e della rivoluzione a tappe oggi appeso per sempre nel museo degli orrori controrivoluzionari. Il tutto condito dai soliti massacri di operai e comunisti.

Trotsky di fronte alla provocazioni staliniste che domandavano sofisticamente ai troskisti perché mai non difendessero la repubblica borghese quando la sua vittoria era per loro un passo avanti del progresso contro la reazione, sorrideva amaro e rispondeva così: «Senza rivoluzione proletaria, la vittoria della democrazia significa soltanto un giro a vuoto, per poi sfociare esattamente nel fascismo» (È possibile la vittoria? - 1937). Quel che avvenne puntualmente, anzi Franco non ebbe nemmeno bisogno del giro a vuoto della vittoria a tappe della impossibile rivoluzione borghese. La sconfisse subito grazie agli stalinisti e ai loro alleati/avversari anarchici, repubblicani e socialisti.

Trotsky era lontano, in Messico, si scusava incredibilmente per non poter essere più preciso, quando ancora oggi nessuno è stato più preciso di lui. Criticò aspramente il Poum di Andrés Nin, il partito “trostkisteggiante” più vicino se non alle sue posizioni, almeno alla sua sensibilità. Ma quando questo partito entrò nel fronte popolare subordinato ai borghesi, non lesinò parole di fuoco che portarono alla totale rottura. La critica a Nin e ai suoi fu così spietata che pure suo figlio, Lev Sedov, scrisse in una lettera amareggiata che così scoraggiava anche coloro che tutto sommato erano dalla sua parte.

Anche in questo caso sarebbe sciocco idealizzare Trotsky e negare che nelle parole del figlio non ci fosse qualcosa di vero sui limiti del carattere del padre. Ma non si può nemmeno dimenticare che per quanto fosse stata dura e implacabile la critica di Trotsky, se Nin e i suoi l’avessero ascoltata, avrebbero certo avuto le orecchie più lunghe di dieci centimetri e più rosse per le tremende tirate del “vecchio”, ma forse avrebbero avuto anche salva la vita. E con loro il proletariato spagnolo e mondiale.

Invece 80 anni dopo questa sequela interminabile di sconfitte e di vere e proprie batoste, l’obbiettivo che già allora, a causa dello sterminio di tutta la vecchia guardia bolscevica, era qualcosa di molto difficile, pare ora ancor più lontano. La Quarta resta divisa in mille rivoli e la strada per la sua ricostruzione sembra interminabile. Oggi i trotskisti sono pochi, ma se ieri facevano così paura che gli stalinisti li sterminavano e i borghesi gli rifiutavano il diritto di asilo politico, ora ai più, (almeno in Italia, perché in altri paesi, come in Argentina, non è così) come a Matteo Pucciarelli su La Repubblica, fanno sorridere.

Noi che abbiamo più sense of humor di lui, sappiamo da dove viene questo “sorrisino” di sufficienza: dalla superficialità e dal pressappochismo borghese e piccolo borghese. Solo a questo livello, infatti, si può credere che il trotskismo sia ridotto com’è ridotto per le “baruffe chiozzotte” sulle virgole. Infatti, senza voler assolutamente negare i nostri errori e le nostre insufficienze, noi trotskisti sappiamo bene che siamo ridotti come siamo ridotti per le sconfitte ormai secolari del proletariato, intervallate da un’unica grande vittoria che ha permesso anche le poche altre vittorie sempre mutilate da stalinisti e riformisti. Senza vittorie significative del proletariato, difficilmente il trotskismo potrà crescere, anche se ha sempre avuto ragione. E in fondo quando Pucciarelli ride della nostra “insignificanza” infischiandosene delle vittorie della classe operaia, dimostra che il problema non sta nelle virgole, ma nel suo linguaggio che non va più in là della sinistra, cioè del carrozzone del centro-sinistra, il carrozzone borghese della Repubblica, il quotidiano di “cretinismo parlamentare” per cui scrive. Se come a noi, gli stessero a cuore più le sorti del proletariato che del suo ombelico, capirebbe che le cose sono molto più complesse. Non possiamo sperare di crescere e basta come sperano gli altri partiti, altrimenti saremmo delle nullità intellettuali come i loro profeti sulla carta stampata.

Le baruffe con gli stalinisti e gli altri sedicenti comunisti – non lo scriviamo per Pucciarelli che non se lo merita – ma per quelli che ancora sinceramente lo credono, non sono affatto roba del passato. Anzi, come speriamo di aver mostrato, è roba più attuale che mai. Di più: la contrapposizione tra Trotsky e Stalin è il nodo cruciale per l’avanguardia del proletariato. Le baruffe sono necessarie perché la lotta allo stalinismo e ai suoi sottoprodotti, è la lotta tra chi vuole dare davvero al proletariato la possibilità di vincere, e chi lo vuole invece eternamente sconfitto.

Noi non possiamo vincere senza il proletariato perché le armi della critica non possono sostituire la critica delle armi. Senza farsi carne e sangue nella gran massa dei proletari, le idee del marxismo non possono vincere. Ma la condizione perché prima o poi si possano riallacciare alle masse, è che abbiano ragione almeno in via teorica. Col torto marcio che hanno avuto tutte le altre idee, si possono riallacciare solo altre sconfitte. Come in effetti avviene da 90 anni a questa parte.

Trotsky con la Quarta ha potuto solo arare il terreno. In 80 anni i frutti non sono stati dei migliori, eppure la pianta era e resta buona. Nonostante gli errori, il profumo di trotskismo è stato sufficiente per i migliori elementi per non smarrire il filo del bolscevismo. La pianta quindi può rinascere forte e rigogliosa.

Il trotskismo ha avuto ragione praticamente su tutto nella Storia recente. E anche noi nel nostro piccolo, abbiamo avuto ragione, nell’ultimo capitolo importante della Storia del movimento operaio italiano, quello relativo a Rifondazione Comunista. Come scrive Andrea Furlan ne I Forchettoni Rossi (Massari Editore, 2007) che ricostruisce la storia della fine ingloriosa di Rifondazione in parlamento, i trotskisti (racchiusi allora in Progetto Comunista«sono stati gli unici nel Prc che hanno saputo formulare un’analisi esatta del bertinottismo e gli unici che lo hanno contrastato realmente, denunciando volta a volta i reali obbiettivi politici del Segretario».

Aver avuto ragione anche in Rifondazione ci dà la forza e la voglia di continuare. 80 anni fa, poco prima di essere colpito a tradimento, Trotsky guardava fuori dalla finestra colpito dalla meravigliosa limpidezza del cielo azzurro: «La vita è bella. Possano le generazioni future a purificarla da ogni male, oppressione e violenza e a goderla a pieno». Questo scriveva nel suo testamento. E noi che siamo proprio quelle “sue generazioni future” lo raccogliamo. Oggi il cielo è azzurro come allora, solo velato dall’ulteriore imminente disastro ambientale prodotto dall’inquinamento. Mai come oggi, di fronte al capitalismo incapace di risolvere uno solo dei problemi dell'umanità, ribadiamo la nostra sacrosanta verità: o socialismo o barbarie.

Non siamo ancora riusciti, compagno Trotsky, a portare a termine il tuo stesso compito. Ma siamo felici di stare ancora nella tua stessa barca, perché non abbiamo trovato niente di più bello e affascinante del nostro marxismo. Il marxismo è più azzurro del cielo e assieme alle tue idee e al proletariato vincerà. Non avevamo dubbi allora, non abbiamo dubbi oggi.

Per Trotsky!
Per la Quarta Internazionale!
Per la Rivoluzione Mondiale!
Viva il bolscevismo!

Partito Comunista dei Lavoratori

Libertà per le sei compagne del DIP incarcerate in Turchia!


 
Petizione internazionale

Sei donne, militanti del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP) della Turchia, sono perseguitate per la loro attività in occasione dell'8 marzo. Sono ora sotto processo in tribunale per "sostegno e propaganda del terrorismo" semplicemente perché hanno espresso solidarietà con le donne curde sfacciatamente represse e umiliate dalle forze di sicurezza.

Il 6 marzo 2016 le sei compagne stavano distribuendo un volantino del nostro partito, che propagandava la partecipazione all'azione che si sarebbe tenuta l’8 marzo nella piazza principale di Çorlu, una città industriale ad ovest di Istanbul, quando la polizia le ha prese in custodia perché il testo del volantino conteneva riferimenti alla repressione di stato delle donne curde. Il pubblico ministero in seguito ha rinviato a giudizio le sei compagne. Giovedì prossimo, 26 maggio, si aprirà la causa in tribunale presso la Corte di Assise di Çorlu

La denuncia di "sostegno e la propaganda del terrorismo" è un’accusa intenzionale. Il volantino del DIP, dopo aver toccato una serie di forme di oppressione delle donne, sottolineava poi che alcuni mesi fa, nel contesto della guerra intensificata da Tayyip Erdogan e dall'AKP a partire dalla scorsa estate, il corpo nudo di una combattente curda era stato scaricato nel bel mezzo di una città curda, lasciato alla vista di tutti, in modo da seminare il terrore tra la popolazione. Il volantino condannava severamente questo atto sfacciato di umiliazione delle donne, esprimeva solidarietà con le donne curde sottoposte a questo e ad altri atti simili di aggressione e salutava la lotta delle donne curde impegnate nell’autodifesa contro tale pratica da parte delle forze di sicurezza. Il procuratore ha immediatamente etichettato queste dichiarazioni come sostegno e propaganda per il terrorismo.


Nella sua lotta contro l'oppressione delle donne e per la liberazione delle donne, a fronte di un enorme aumento della violenza contro le donne in Turchia negli ultimi anni, il DIP ha sistematicamente proposto la parola d’ordine dei gruppi di autodifesa composti da donne, per combattere la violenza contro di esse, sia nella parte occidentale del paese, nelle roccaforti industriali tra le donne che lavorano e nei campus per le studentesse, che, naturalmente, anche nelle regioni curde del paese.

Questa rivendicazione non è meno urgente per il fatto che siano state le forze di sicurezza a commettere questo atto brutale di disprezzo delle donne ma, se possibile, ancora di più.

Il processo contro le sei compagne del DIP è un caso di repressione della lotta delle donne contro l'oppressione e per la solidarietà tra i popoli turco e curdo, e della lotta di DIP per una società giusta e libera.
 
Chiediamo alla magistratura turca far cadere tutte le accuse contro queste compagne che combattono l'oppressione delle donne e per i diritti legittimi del popolo curdo.



PRIME SOTTOSCRIZIONI

Nancy Holmstrom - professore emerito di filosofia, Stati Uniti

Eleni Varikas - professore di politica e di studi di genere, Francia

Ada Ivekovic - professore di filosofia, Francia

Ana Bazac - professore di filosofia, Romania

Samir Amin - professore di economia, Egitto-Francia-Senegal



PER FIRMARE LA PETIZIONE, invia un'e-mail a: info@pclavoratori.it
Partito Comunista dei Lavoratori

Rivoluzione, classe e partito

Testo del volantino distribuito dal PCL per il primo maggio 2016.
























Il capitalismo è sfruttamento. Da sempre e ovunque. La Grande Crisi ha portato alla luce ancora una volta l'irrazionalità di questo sistema. Montagne di miliardi a sostegno delle banche, per “salvare la (loro) economia”. Tagli, restrizioni, sacrifici sempre più insopportabili per finanziare questo soccorso pubblico al capitalismo in crisi. Si comprimono salari, si allunga l'orario di lavoro, si tagliano i diritti sindacali individuali e collettivi, per competere sui mercati, in una corsa infinita che “arruola” i salariati di ogni paese in una guerra permanente contro altri salariati. Mentre le stesse borghesie che predicano rigore e sacrifici ai “propri” operai nel nome del superiore “interesse nazionale”, imboscano il frutto della propria rapina nei paradisi fiscali (Panama papers).
Parallelamente la crisi alimenta nuovi venti di guerra. USA e Cina si contendono sempre più i mercati del mondo. Riprende la corsa agli armamenti, a partire dal Pacifico. Mentre la contesa per le grandi rotte del petrolio, tra potenze mondiali o regionali, concorre a trasformare il Medio Oriente in una carneficina senza fine. Che somma guerra imperialista e terrorismo reazionario fondamentalista (alimentato dall'imperialismo stesso). Che sospinge la fuga di enormi masse umane, prima colpite dalla guerra, poi respinte dal filo spinato della civile e democratica Europa. Un Europa partecipe di quella guerra, in complicità col boia Erdogan, mentre Italia e Francia si contendono Libia e Nord Africa, come un secolo fa.
Altro che “progresso”, come avevano promesso dopo il crollo del muro di Berlino! Ovunque regressione e barbarie.

IL FALLIMENTO DEL RIFORMISMO
Qui si misura tutta la miseria del riformismo. Il sogno di un capitalismo onesto e dal volto umano, di una Europa sociale , democratica e di pace, si è rivelato un’utopia, una truffa.
L'epoca breve delle “riforme sociali” fu consentita dal boom del dopoguerra (grazie ai suoi 50 milioni di morti) e all'esistenza dell'URSS, quale contrappeso al capitalismo. Prima la fine del boom, poi il crollo dell'URSS (per responsabilità dello stalinismo), infine la Grande Crisi, hanno chiuso quella parentesi. Oggi chiunque governi un capitalismo in crisi, dispensa sacrifici e miseria. Sono state proprie le socialdemocrazie, negli ultimi 30 anni, ad aprire la strada alle controriforme sociali: da Blair a Schroeder, da Prodi a Hollande... Altro che “il meno peggio”! Ed anche la nuova Sinistra Europea finisce sempre col gestire, una volta al governo, le stesse politiche antioperaie. Tsipras gestisce la stessa politica della Troika che aveva “denunciato” dall'opposizione. La Rifondazione di Bertinotti e Ferrero votò al governo
(Prodi) guerra e sacrifici, contro cui era nata, sino al suicidio.
La capitolazione riformista in epoca di crisi spiana la strada al populismo reazionario, che monta in larga parte d'Europa, nel segno della guerra ai migranti e della rottura dei vecchi
“patti costituzionali”. È forse un caso se in Italia il suicidio della sinistra (e sindacale) ha accompagnato l'avanzata del renzismo, del salvinismo, del grillismo, in una autentica gara per meglio colpire i diritti di lavoratori e sfruttati ?

LA VERA ALTERNATIVA È TRA SOCIALISMO E REAZIONE
La vera alternativa non è tra destra e sinistra, ma tra classe e borghesia. Tra rivoluzione e reazione. Questo è il grande bivio del nostro tempo. Solo il rovesciamento del capitalismo può liberare un orizzonte di progresso. Attraverso un'organizzazione socialista della società che metta nelle mani di chi lavora le leve fondamentali dell'economia, a partire dalla grande industria e dalle banche. Riducendo l'orario di lavoro per dare a tutti un lavoro. Riconvertendo le produzioni nocive, a difesa della salute e dell'ambiente. Ricostruendo e allargando le protezioni sociali. Finalizzando l'intera economia ai bisogni di tutti, non al profitto di pochi. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzare queste misure. L'alternativa a questa prospettiva rivoluzionaria internazionale è l'imbarbarimento del mondo. Non una minaccia, ma un processo già in atto.

LA CLASSE OPERAIA È UNA POTENZA MONDIALE
La classe ha subito in larga parte del pianeta un arretramento pesante in questi decenni. Il sistematico tradimento dei propri partiti (e burocrazie sindacali) ha frantumato le sue lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte, ha trascinato un arretramento diffuso della coscienza di ampi settori di massa. A beneficio del padronato e del populismo reazionario.
Eppure resta l'unica forza che può costruire un ordine nuovo, ponendosi alla testa di tutte le domande di liberazione. I salariati nel mondo superano ormai i 2 miliardi. Le resistenze sociali continuano a percorrere il mondo. A partire dalle lotte dell'enorme proletariato cinese, che ha strappato in 10 anni la triplicazione del salario. O da quelle per il salario minimo negli USA. Nella stessa Europa la grande mobilitazione francese contro il Job Act d’oltralpe, nel segno dell'unità tra salariati e giovani, ha spezzato la morsa dello stato d'assedio e delle leggi eccezionali (votate vergognosamente dal Fronte de Gauche), riproponendo al centro dello scontro sfruttati e sfruttatori. La ribellione è possibile ed è l'unica via.

COSTRUIRE IL PARTITO, IN OGNI PAESE E INTERNAZIONALMENTE
Tutta l'esperienza di classe, passata e recente, ci dice una cosa: non basta il movimento di lotta, è essenziale la coscienza politica. La direzione del movimento. Le lotte più grandi possono persino rovesciare un regime oppressivo, come è accaduto in Tunisia o in Egitto. Ma se non si sviluppa la coscienza politica, congiungendosi a un progetto rivoluzionario, anche la lotta più grande è condannata prima o poi alla sconfitta. Costruire controcorrente tra gli sfruttati una coscienza di classe anticapitalista e rivoluzionaria, è il compito insostituibile di un partito comunista, in ogni paese e nel mondo intero.
Organizzare i lavoratori più coscienti attorno a un programma di rivoluzione; unire nella stessa organizzazione tutti coloro che condividono questo programma; radicare questa organizzazione tra i lavoratori e in ogni movimento di lotta; ricondurre ogni esperienza di lotta, nella propaganda e agitazione di ogni giorno, alla prospettiva della rivoluzione sociale e del potere dei lavoratori: questo è il lavoro di costruzione del Partito Comunista, in ogni paese e su scala mondiale. Questo è l'impegno del Partito Comunista dei Lavoratori. 
Partito Comunista dei Lavoratori

Intervento di Marco Ferrando alla conferenza internazionalista di Parigi

Audio e testo dell'intervento di Marco Ferrando, portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori, alla conferenza internazionale convocata dalle sezioni europee della Frazione Trotskista-Quarta Internazionale lo scorso dicembre. Al link che segue potete trovare la trascrizione in spagnolo dell'intervento.

Articolo da Izquierda Diario

Intervento di Marco Ferrando


È con grande piacere che porto il saluto del Partito Comunista dei Lavoratori a questa festa internazionalista e alla vostra conferenza internazionale. La situazione della Francia e la situazione dell'Italia presentano purtroppo oggi delle analogie forti sul terreno di una deriva reazionaria particolarmente concentrata. La lotta contro l'imperialismo e contro la reazione in entrambi i paesi assume un significato centrale, e poiché la lotta contro l'imperialismo è innanzitutto la lotta contro il proprio imperialismo, vorrei dire a voi, compagni francesi e rivoluzionari, che la vostra lotta contro l'imperialismo francese, contro il governo Hollande, contro L'Union Sacrèe, contro le politiche di polizia è la nostra stessa lotta contro l'imperialismo italiano e il governo Renzi e le sue tendenze bonapartiste.

Il governo Renzi è più prudente del governo Hollande sul terreno della guerra in Siria, non perché sia più pacifista, ma perché punta a guadagnare la gestione e la direzione della futura missione militare in Libia, in concorrenza con l'imperialismo francese, alla coda degli interessi della grande compagnia petrolifera dell'ENI, e per costruire in Libia un nuovo campo di concentramento dei migranti esattamente come all'epoca di Gheddafi. Vedete come è curiosa la storia? Contro tutte le leggende borghesi sul fatto che la storia dell'umanità sarebbe un'evoluzione verso il progresso, noi stiamo osservando, proprio in queste drammatiche settimane, che in realtà la storia torna sempre all'indietro là dove i rivoluzionari non sono stati in grado di costruire un'alternativa, e oggi l'imperialismo torna esattamente sui suoi luoghi del delitto, sui luoghi dei propri delitti di un secolo fa: l'imperialismo francese torna in Siria esattamente dove un secolo fa, assieme all'imperialismo britannico disegnò con riga e compasso i confini della nazione araba, e l'imperialismo italiano torna in Libia esattamente dove un secolo fa sperimentò i gas asfissianti contro la resistenza berbera. Per questa ragione, esattamente come un secolo fa, i rivoluzionari italiani, i rivoluzionari francesi, i rivoluzionari d'Europa sono chiamati a dire, come allora, non un soldo per le guerre coloniali, non un soldo per i bilanci militari, non un soldo per l'Union Sacrèe!

E chi ci dice, e chi ci accusa, che in questo modo noi disertiamo la guerra contro la reazione islamica o contro il fascismo islamico, vogliamo rispondere che la lotta per la distruzione politica della reazione islamica, del fondamentalismo fascista in terra araba e medio-orientale è un obiettivo centrale del movimento operaio internazionale e delle masse oppresse del mondo. Ma proprio per questo non combatteremo quella guerra al fianco delle grandi potenze imperialiste e coloniali che negli ultimi 25 anni hanno costruito in medio-oriente una vera e propria galleria di orrori e di sofferenze. Non faremo questa guerra a braccetto con i responsabili di Guantanamo, di Abu Ghraib, delle bombe al fosforo su Falluja, dell'embargo criminale dell'ONU contro la popolazione dell'Iraq! Faremo questa guerra dal versante esattamente opposto: dal versante della resistenza curda, dal versante della resistenza palestinese, dal versante della resistenza democratica siriana, dal versante delle masse oppresse e sfruttate della terra araba e del medio-oriente che sono le sole che possono costruire un altro ordine di società in quel continente, in quella regione!

Al tempo stesso è evidente che, esattamente come un secolo fa, la lotta contro l'imperialismo è inseparabile dalla lotta contro il riformismo. Quello che è successo in questi mesi all'interno della sinistra europea e sul terreno del suo posizionamento politico generale è un fatto clamoroso e straordinario. La capitolazione di Syriza e di Tsipras alla Troika. La vergognosa capitolazione del Front de Gauche alle leggi reazionarie del governo Hollande sull'ordine pubblico, assieme a Sarkozy e a Le Pen. Le rassicurazioni crescenti di Podemos e del suo gruppo dirigente alla borghesia spagnola a partire dal terreno della politica estera. L'ingresso nell'area di governo del partito stalinista in Portogallo e del Bloco de Esquerda in cambio dell'accettazione pubblica del quadro dell'Unione Europea e della NATO. Il voto della sinistra italiana in parlamento a favore del prolungamento della missione militare italiana in Afghanistan e a favore dell'incremento di un miliardo delle spese del bilancio militare. Tutti questi fatti non sono episodi isolati, non sono singoli cedimenti di questo o quell'altro segretario di partito, di questo o quell'altro gruppo dirigente. Sono la misura della bancarotta del riformismo continentale. Sono la prova del fatto che, sullo sfondo della grande crisi capitalistica e dell'acutizzazione di tutte le contraddizioni dell'imperialismo, non c'è spazio per un compromesso sociale, democratico e riformatore tra capitale e lavoro, governi imperialisti e popoli oppressi. O si sta da una parte o si sta dall'altra. E i gruppi dirigenti e le sinistre riformiste che accettano programmaticamente il quadro del capitalismo, perché non hanno altro obiettivo strategico reale che non accedere al governo del capitalismo, sono trascinate automaticamente sul terreno della regressione storica e delle politiche capitaliste, sul terreno delle controriforme sociali, sul terreno delle politiche di guerra, sul terreno delle politiche reazionarie in fatto di ordine pubblico. E' la riprova del fatto che solo una sinistra rivoluzionaria e anticapitalista è in grado di difendere oggi gli interessi immediati, sociali, politici, democratici della classe lavoratrice e delle masse oppresse.

La costruzione di questa sinistra rivoluzionaria in ogni paese, su scala europea, nel mondo, è il nostro compito. Credo che questo compito passi anche attraverso la realizzazione di un'unificazione politica e organizzativa di tutte le forze coerentemente marxiste-rivoluzionarie che esistono in Europa e nel mondo. Vorrei concludere dicendo questo, con una comunicazione non formale, ma di verità, che esprime un'opinione fortemente presente nel nostro partito e approvata dal nostro congresso. Noi siamo organizzazioni diverse. Diverse per tradizioni, storia, esperienza, per collocazione internazionale, come tutti sappiamo. Ma abbiamo uno straordinario patrimonio comune sul terreno dei principi e del programma generale: l'opposizione ai governi borghesi, la demarcazione da ogni forma di riformismo e di centrismo, il perseguimento del governo e del potere dei lavoratori, la prospettiva socialista in Europa, dell'Europa socialista e degli Stati Uniti Socialisti d'Europa. Questo patrimonio comune, che ci unisce, è esattamente ciò che ci separa da tutte le altre tendenze della sinistra riformista e centrista, in Europa e nel mondo. Se questo è vero, e noi crediamo sia profondamente vero, mi viene da dire, tanto più dopo aver ascoltato la vostra brillante conferenza internazionale di oggi e aver letto i documenti politici che hanno informato la discussione, allora il problema non credo che sia, non crediamo che sia quello di conservare le diverse particolarità, figlie di diverse storie e tradizioni, dentro il recinto organizzativo di frazioni in qualche modo separate fra loro e magari concorrenti fra loro, ma sia quello di unire le nostre forze in un comune soggetto, in un comune partito internazionale, a partire dal comune programma e poi di affrontare dentro a questa cornice organizzativa unificata tutte le inevitabili questioni, confronti, divergenze, discussioni, che inevitabilmente si hanno in qualsiasi organizzazione rivoluzionaria che voglia essere vitale e non una setta.

Concludo dicendo questo: noi abbiamo ascoltato poco fa l'intervento del compagno del Caño, che ci ha riportato la straordinaria esperienza in corso del Frente de Izquierda, che si è raccolto attorno a un programma che recita in calce "obreros al poder". Il programma di "obreros al poder" non è un programma elettorale, men che meno è un programma di fronte unico. E' il programma della rivoluzione, è il programma di un partito rivoluzionario. E noi pensiamo che se i compagni delle tre organizzazioni della sinistra rivoluzionaria argentina, che si sono aggregati attorno a quel programma, lavorassero a costruire, su quel programma, uno stesso partito rivoluzionario argentino, darebbero uno straordinario contributo alla rifondazione della Quarta Internazionale del mondo. Questo è il nostro augurio per l'Argentina, ma è il nostro augurio per l'Europa e per il mondo. Viva la Quarta Internazionale!

Partito Comunista dei Lavoratori

Lettera aperta per la Quarta Internazionale

Proponiamo la prima traduzione in assoluto pubblicata in italiano, a 80 anni esatti dalla prima pubblicazione, della Lettera aperta per la Quarta Internazionale, uno dei testi preparatori più importanti della fondazione della Quarta Internazionale (nel 1938). Il brano, che trovate come allegato in fondo alla pagina, è accompagnato, come nella pubblicazione originale, dalla Dichiarazione dei quattro, un precedente appello che già costituiva una convergenza dei rivoluzionari in opposizione alla degenerazione burocratica della Terza Internazionale.

Introduzione a cura del PCL

Viviamo in un'epoca di crisi sistematica del capitalismo mondiale, segnata dal crescere di una nuova immane bolla finanziaria, da tracolli borsistici (vedi Cina), da crisi del debito con ricadute devastanti (imposizione del terzo memorandum in Grecia col consenso di Tsipras), da uno stato di guerra permanente con svariati focolai che si accendono e si spengono in tutto il globo a seconda dell'evolversi dello scontro tra imperialismi. L'epoca del “trentennio d'oro” riformista del boom postbellico è archiviata per sempre, insieme all'illusione che il socialismo potesse compiersi e mantenersi in un paese solo, l'URSS, accerchiato da un mondo capitalista. Un'epoca di crisi non solo economica, appunto, ma sociale, politica, culturale, dove in particolare il patrimonio storico del movimento operaio è stato abbandonato sotto i colpi della reazione capitalista alle lotte operaie del secolo scorso in tutti i paesi capitalistici avanzati e non solo. Con il conseguente riaffermarsi di blocchi sociali e politici che rievocano e si ispirano in modo più o meno preciso all'ondata nazionalista degli imperialismi europei sfociata nella Prima Guerra mondiale, e a quel fascismo giocato come carta vincente dalla borghesia europea per stroncare il movimento operaio in un'epoca di fermento rivoluzionario.
Nel complesso della resistibile ascesa del fascismo, il caso della Germania fu eclatante: a seguito di una ascesa elettorale negli anni immediatamente precedenti, il partito nazista conquistò il 43,9% dei voti nelle elezioni generali, alleandosi poi con il Centro Cattolico e con il Partito Popolare Tedesco-Nazionale per avere la maggioranza parlamentare necessaria a bandire per legge i partiti socialdemocratico (SPD) e comunista (KPD), e per ottenere per il solo Hitler i pieni poteri legislativi. L'appoggio di gran parte della borghesia tedesca e il rifiuto di socialdemocratici e comunisti di dare il via a un fronte antifascista delle forze operaie permise a Hitler di prendere il potere con una resistenza pressoché inesistente. Invece di opporsi alla minaccia di una distruzione totale del movimento operaio, il KPD in particolare, seguendo la linea formalmente ultrasinistra del “socialfascismo”, vide di buon occhio l'ascesa di Hitler a danno dell'SPD, aspettando che i nazisti si “bruciassero” nella gestione della disastrata Germania post-crisi del'29: sarebbe poi arrivato il turno dei comunisti al governo. I fatti, evidentemente, hanno dato completamente torto alla linea imposta da Stalin e Togliatti ai partiti della Terza Internazionale, poi ulteriormente sbandata con la linea dei fronti popolari con la borghesia “democratica” - anziché tra partiti operai! - contro il fascismo, ormai saldamente al potere e spodestato dalle “democrazie” unite nella misura in cui non si accontentò di un equilibrio tra imperialismi, ma tentò di accaparrarsi anche la “fetta di torta” degli altri imperialismi europei e di quello statunitense, contestualmente al tentativo di abbattere lo Stato operaio sovietico.
Di fronte alla resa politica su tutta linea dei principali partiti operai mondiali, Lev Trotsky, tra i fondatori e i massimi dirigenti della Terza Internazionale e del partito bolscevico russo dal 1917, organizzò e animo il tentativo di costruzione di una nuova Internazionale, la Quarta, che salvasse il patrimonio politico del marxismo dalla degenerazione irrecuperabile delle Internazionali egemoni nel movimento operaio.
La nostra epoca mostra sempre maggiori affinità con quella a cui abbiamo accennato e a cui appartiene il documento di cui offriamo la prima pubblicazione in assoluto in lingua italiana, a ottant'anni esatti dalla sua prima pubblicazione. Si tratta della Lettera aperta per la Quarta Internazionale, uno dei testi centrali nella preparazione, appunto, della nuova Internazionale, che voleva recuperare il filo spezzato del marxismo sia sul piano teorico sia su quello della costruzione del partito mondiale della rivoluzione socialista. Un marxismo abbandonato clamorosamente dalla Seconda Internazionale con il tradimento dei lavoratori a favore delle rispettive borghesie nazionali con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e dalla Terza Internazionale con la stroncatura del partito bolscevico in Russia e dell'Internazionale stessa, attraverso la distruzione del centralismo democratico a favore del dominio incontrastato di una ristretta casta burocratica guidata da Josif Stalin e capace di orrori politici come quelli che abbiamo ricordato.
Il contributo fondamentale dato dallo stalinismo nella lotta alla Quarta Internazionale e nello sterminio fisico di coloro che l'avevano fondata nel 1938, Trotsky compreso, inferse un colpo gravissimo alla nuova Internazionale, la cui dirigenza internazionale fu incapace, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, di continuare un'azione conseguente alla sua originaria linea marxista rivoluzionaria, provocando la sua stessa dispersione in varie frazioni, le quali a loro volta hanno spesso abbandonato sia nella sostanza sia nella forma il riferimento alla Quarta Internazionale di Trotsky.
La rifondazione della Quarta Internazionale, come partito mondiale dei lavoratori basato sul patrimonio politico rivoluzionario del marxismo, è l'indirizzo politico del Partito Comunista dei Lavoratori, fuori da confusioni e opportunismi politici che oggi come ieri caratterizzano ogni forma di riformismo e centrismo nel campo della sinistra di classe. La Lettera che qui vi proponiamo è la migliore risposta ai variegati appelli alla “unità della sinistra” (o “dei comunisti”) che evitano la questione del programma e del partito, nonostante le innumerevoli recenti prove storiche del fallimento politico di chi rimuove la prospettiva di un partito rivoluzionario mondiale; il migliore stimolo a evitare formule politiche scollegate dalla realtà storica e a (ri)scoprire e recuperare la migliore eredità politica del movimento operaio mondiale.

I lavori della Terza conferenza euromediterranea

La Terza conferenza euromediterranea si è tenuta con successo ad Atene, in Grecia, tra il 18 e il 20 luglio, sotto le straordinarie condizioni di una perdurante crisi politica nel paese e in Europa.

La conferenza è stata organizzata dal Centro Socialista dei Balcani "Christian Rakovsky" e da RedMed, ed è stata ospitata dall'EEK, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori di Grecia.

L'interesse e l'attrazione manifestati nei confronti dalla conferenza riflettono certamente l'enorme interesse suscitato dalla crisi greca e dell'eurozona. Allo stesso tempo, riflettono l'autorità politica del principale promotore e organizzatore della conferenza, l'EEK, crescente in Grecia e all'estero prima e dopo l'inizio della crisi attuale.

Ai lavori della conferenza hanno partecipato partiti, organizzazioni e singoli militanti da Grecia, Turchia, Italia, Finlandia, Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Austria, Polonia, Macedonia, Bulgaria, Cipro, Kurdistan, Ucraina, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, India e Brasile, per un totale di 19 paesi, ai quali vanno aggiunti compagni dall'Iran, dalla Tunisia e dalla Bosnia, che non hanno potuto essere presenti per ragioni indipendenti dalla loro volontà (compresi problemi relativi ai visti). I compagni dell'Iran e della Bosnia hanno tuttavia inviato loro contributi scritti alla conferenza.

Dalla Grecia, oltre all'EEK, sono intervenute le organizzazioni di Antarsya NAR e OKDE-Spartakos, e i lavoratori della "Carovana di lotta e solidarietà" della fabbrica VIO.ME e della tv-radio ERT3, entrambe sotto controllo dei lavoratori.
Dalla Turchia ha partecipato attivamente il DIP, in quanto co-organizzatore. Ha partecipato alla conferenza anche lo SDP (partito affiliato all'HDP, formazione che ha recentemente riscosso una importante vittoria elettorale ed è divenuta il principale obbiettivo degli attacchi terroristi dell'IS e del regime di Erdogan), ed era presente il "Comitato di solidarietà con i prigionieri politici in Turchia e in Kurdistan", che ha portato i suoi saluti insieme ad altri militanti e attivisti da tutto il Kurdistan.
Dall'Italia ha partecipato una delegazione del PCL.
Dalla regione balcanica erano presenti compagni dell'Autonomous Workers Union della Bulgaria e il movimento "Lenka" della Macedonia. Un documento è stato inviato dai lavoratori della fabbrica occupata DITA di Tuzla, Bosnia-Erzegovina. Presente anche un compagno di Cipro.
Dalla Federazione Russa hanno preso parte alla conferenza delegati del RPK (Partito Russo dei Comunisti), del RKP-KPSS (Partito Comunista Russo-CPSU), dell'OKP (Partito Comunista Unificato) e del movimento "Alternativi" (Alternativa).
Dall'Ucraina hanno partecipato alla conferenza le organizzazioni Controcorrente, Borotba, il Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk e l'Unione dei prigionieri e dei rifugiati politici del Donbass (via skype).
Dalla Polonia era presente una militante della sinistra anticapitalista.
Dalla Finlandia una delegazione del MTL (Marxist Workers' League).
Dalla Danimarca era presente Jette Kromann, militante del SAP.
Dal Regno Unito Hillel Ticktin, direttore della rivista marxista Critique.
Dal Portogallo Raquel Varela, della rivista Rubra.
Dall'Austria una rappresentanza della Revolutionary Communist International Tendency.
Dagli USA Alex Steiner, del blog permanent-revolution.org.
Dal Sud Africa Latief Parker, del comitato editoriale di Critique.
Presenti anche, a titolo personale, osservatori dall'India e dal Brasile, la maggior parte dei quali del PSTU.
Un messaggio di saluti è stato inviato alla conferenza dal PT (Partido de los Trabajadores) dell'Uruguay.

L'ultimo giorno della conferenza, lunedì 20 luglio, speciali commissioni hanno preparato e presentato alla conferenza una risoluzione finale e diverse dichiarazioni sul massacro di Suruç, sul Medio Oriente, sui Balcani e sull'Ucraina.
La risoluzione finale è stata votata all'unanimità dai presenti (ai compagni che sono dovuti partire domenica sera il documento è stato inviato per le loro considerazioni). Sempre all'unanimità sono state votate le dichiarazioni su Medio Oriente, su Suruç e sui Balcani.
La dichiarazione sull'Ucraina ha provocato, come in occasione della seconda conferenza, un intenso dibattito, ed è stata votata - emendata - da una larga maggioranza, con due astensioni (PCL e Hillel Ticktin) e nessun voto contrario.
Tutto il materiale sarà pubblicato nelle rispettive lingue dei partecipanti e largamente distribuito.
Comitato organizzativo della conferenza

L'EEK indica la soluzione operaia e anticapitalista alla crisi greca

Pubblichiamo, tradotto in italiano, il volantino distribuito dal Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (EEK in greco), partito fratello del PCL in Grecia: per un'alternativa alle linee politiche, entrambe disastrose in modi diversi, di Syriza e del Partito Comunista di Grecia (KKE).


LE BANCHE IN MANO AL POPOLO, NON AI BANCHIERI DELLA TROIKA! Controllo dei lavoratori su di esse e sul flusso di capitali all'estero! Nessuna perdita di salari e pensioni!

NAZIONALIZZAZIONE DIRETTA DELLE BANCHE SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI E DEI POVERI!

Guerra di classe contro la guerra "non convenzionale" della troika UE/BCE/FMI e la troika nazionale Nuova Democrazia/PASOK/Il Fiume (fangoso)!

Votare NO al referendum!

NO ai ladri di FMI/UE/BCE!

NO ai collaboratori greci della troika ND, Il Fiume, PASOK!


Con un ulteriore giro di vite e sulla base dello stop al flusso di credito attraverso ricatti e ultimatum, gli usurai internazionali di UE, BCE e FMI, con i loro organi all'interno della Grecia (banchieri delle principali banche, i pappagalli dei media e le loro marionette politiche in Nuova Democrazia, PASOK e Il Fiume-fangoso), hanno portato il paese a dichiarare una rovinosa bancarotta e il popolo al disastro. Una guerra non convenzionale, un golpe politico-economico postmoderno è in corso. Non vogliono semplicemente cacciare il governo. Vogliono terrorizzare e mettere in ginocchio un intero popolo, il popolo greco, e in questo modo dare un messaggio agli altri popoli d'Europa che si stanno ribellando all'austerità permanente e ad una disoccupazione mostruosa.

Bisogna scendere tutti nelle strade, tutti alla lotta. Per rovesciare i piani della troika, internazionale e domestica. Per fermare tutti coloro che - anche dentro ministeri chiave - stanno preparando soluzioni contro il popolo.

È questo il momento del popolo, e non solamente quello delle elezioni, ma innanzitutto quello delle strade e della lotta per la libertà, per la giustizia sociale e per l'emancipazione. Il popolo, guidato dalla classe lavoratrice e dai giovani, può e deve essere mobilitato per strappare gli ultimatum e tutti i memorandum, vecchi e nuovi!

Bisogna rompere con il capitalismo e con l'Unione Europea qui e adesso! Per prendere le nostre vite, il benessere sociale e il potere nelle nostre mani!

Il tempo della verità ci ha raggiunto. Tutti i compromessi con i capitalisti, dentro e fuori il paese, che il gruppo dirigente di Syriza ha fatto - con la destra nazionalista di Kammenos, con la destra di Karamanlis sul Presidente della Repubblica, con l'associazione degli industriali greci, con le cosiddette "istituzioni" dell'imperialismo in Europa e negli USA - non solo sono fallite, ma hanno reso i capitalisti e i meccanismi dell'UE e dell'FMI anche più aggressivi.

Chiediamo ai membri e alle forze in lotta che sostengono Syriza di imporre alla loro leadership di tagliare i ponti della collaborazione di classe con le istituzioni imperialiste, l'UE e l'FMI, con i capitalisti stranieri e locali, e con i loro agenti politici.

Chiediamo ai dirigenti del KKE di smetterla di coprire con una fraseologia di sinistra la collaborazione con la troika domestica. La posizione di un voto di protesta al referendum - in pratica, di invalidare il voto - rafforza le forze borghesi più reazionarie.

Un congresso nazionale dei rappresentanti eletti dell'intero movimento operaio, dei movimenti sociali, degli autorganizzati, dev'essere preparato al più presto, per discutere un programma alternativo di uscita dalla crisi. Per impedire a chiunque altro di decidere per noi senza di noi.

È necessario un fronte unico di classe di tutte le organizzazioni politiche e sociali, dei movimenti, dei collettivi, delle masse lavoratrici e degli strati popolari, organizzati e non, contro il nemico di classe dentro e fuori il paese.

No ai governi di "unità nazionale". Per un governo dei lavoratori, per un potere dei lavoratori.

Il gioco è finito: cancellazione del debito!

BANCHE E SETTORI ECONOMICI STRATEGICI NELLE MANI DELLA SOCIETA'.
LA PRODUZIONE E IL POTERE NELLE MANI DEI LAVORATORI.
Per un governo dei lavoratori, per un potere dei lavoratori

CONTRO L'UE IMPERIALISTA!
EUROPA ROSSA E SOCIALISTA!
EEK (Ergatiko Epanastatiko Komma, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori)