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Il dispotismo ha perso!

Prima dichiarazione del DIP sul referendum in Turchia

17 Aprile 2017
È giunto il momento che le masse lavoratrici dicano NO alla borghesia e all'imperialismo!
 
 In questo momento i risultati del referendum non sono ancora definitivi, e in tutta probabilità saranno al centro del dibattito nel prossimo futuro. La decisione estremamente controversa dell'Alta Commissione Elettorale ha gettato una lunga ombra sul referendum, in aggiunta ai metodi con cui si è svolta la propaganda prima del giorno del voto, con denaro pubblico e canali televisivi impiegati in favore del Sì in maniera sfrenata e con Erdogan che agiva già come un presidente di parte - ciò che sarebbe appunto l'oggetto del referendum (1) - mentre la campagna del No veniva attaccata sia dalle forze dello Stato e dai sicari politici vicini al AKP sia dal partito fascista MHP. E nonostante tutto questo, le masse lavoratrici hanno dimostrato che non accetteranno il dispotismo che si sta imponendo in Turchia. Almeno 24 milioni di persone hanno rifiutato il nuovo sistema.
La sconfitta del dispotismo è netta in molte aree. Il cambiamento è arrivato in Turchia, nell'ultimo mezzo secolo, inizialmente attraverso le grandi città. La fortuna politica di Bulent Ecevit (2) negli anni Settanta ebbe inizio proprio in tre grandi città, per poi raggiungere l'arretrata provincia. Lo stesso Erdogan arrivò al potere dopo aver conquistato Istanbul e Ankara già nel 1994, quasi un quarto di secolo fa. In questo referendum le grandi città, incluse le roccaforti dell'AKP Ankara ed Isanbul, si sono categoricamente rifiutate di dare il loro assenso alla modifica della costituzione.

Il fronte del dispotismo può aver vinto legalmente, ma ha perso politicamente. L'ultima volta che il popolo turco è stato chiamato alle urne, l'AKP di Erdogan ha ricevuto il 49,5 per cento dei voti, mentre il suo attuale alleato, il MHP, ha ottenuto il 12 per cento. Il loro appello congiunto alla modifica della costituzione ha ottenuto solo il 51 per cento, il che ovviamente significa una perdita di oltre 10 punti percentuali!

Il MHP [Partito del Movimento Nazionalista, braccio politico dei Lupi grigi] ha sofferto un duro colpo. Il suo leader Bahceli è giunto alla fine della sua corsa. Oltre alla sconfitta del suo unico alleato, e alla crescente inquietudine all'interno del suo partito, Erdogan si trova ad affrontare anche la pressione del TUSIAD [Confindustria turca], il principale organo dell'ala filo-occidentale e laica della borghesia, che al momento della chiusura dei seggi, prima che si sapessero i risultati, ha emesso una sorta di avvertimento nei suoi confronti, chiedendo la fine dello stato d'emergenza, l'indipendenza del sistema giudiziario, libertà d'espressione, così come "riforme nel mercato del lavoro" e allineamento alle politiche della NATO. Erdogan è poi anche sotto pressione degli USA, che stanno tenendo in ostaggio il magnate iraniano Reza Zarrab, re della corruzione con diversi altri ex ministri, per spingere Erdogan nella direzione da essi voluta.

La classe operaia e le masse lavoratrici della Turchia devono affrontare la minaccia di un arretramento di molte posizioni, su molti diritti e conquiste acquisiti nel passato. L'AKP promette al popolo turco il conflitto interno, persino la guerra civile. Il governo di Erdogan sta mandando i figli dei lavoratori e dei contadini a morire in guerre che non promettono nulla alle masse lavoratrici. Alla realtà delle guerre in Medio Oriente, l'AKP aggiunge l'aumento delle tensioni con entrambi i suoi vicini occidentali, la Grecia e la Bulgaria.

Non inchiniamoci né all'AKP né al TUSIAD. Non permettiamo agli USA di avere mano libera in Turchia solo perché Erdogan è minacciato da un ostaggio. In qualunque modo abbiano votato al referendum, i lavoratori della Turchia devono unirsi e dire NO al fratricidio, NO al dispotismo, NO allo sfruttamento, e NO all'imperialismo!

Il DIP continuerà a combattere il dispotismo, lo sfruttamento e l'imperialismo anche dopo il referendum, così come lo abbiamo fatto prima. Cercherà di stringere legami sempre più stretti con la classe operaia. E in questo sforzo, parlerà a tutti i compagni, i partiti vicini, a tutti i veri marxisti e a tutte le forze che combattono il capitalismo imperialista. Cercherà solidarietà internazionalista non per ricevere aiuto, ma per ottenere ed estendere la solidarietà contro i Trump e gli Erdogan e le Le Pen e gli Orban e i Duterte e i Modi del mondo!


16 aprile 2017


Note:

(1) La riforma prevede, tra l'altro, che il Presidente della repubblica possa mantenere legami con il suo partito di provenienza, abolendo il vigente obbligo sotto giuramento di assoluta imparzialità.

(2) Ex Primo ministro e leader del CHP, partito progressista storico erede del kemalismo.
DIP (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, Turchia)
 http://gercekgazetesi.net/english
 
 

Libertà per i deputati curdi arrestati! Via il boia Erdogan!


Il regime di Erdogan ha compiuto un passo ulteriore nella propria deriva reazionaria. L'arresto in piena notte dei deputati curdi del HDP significa la decapitazione dell'unica vera opposizione parlamentare. La discussione apertasi sulla introduzione della pena di morte espone gli arrestati al rischio della vita. L'aperto sostegno parlamentare alle misure repressive del governo da parte dei partiti fascisti turchi dà il segno all'evoluzione in corso.
Il regime di Erdogan continua ed accelera il processo intrapreso dopo il fallito golpe militare del 15 luglio, in direzione di una concentrazione di poteri sempre più grande nelle mani insanguinate del presidente.

È il risvolto interno della politica neottomana in Medio Oriente. Una politica mirata all'annientamento ad ogni costo di qualsiasi spazio di autodeterminazione curda, dentro un progetto di espansione dell'area di influenza turca in Siria e in Iraq. La partecipazione turca alla battaglia di Mosul è parte di questo disegno. Come lo è l'intesa con Putin.

L'evoluzione in corso mette a nudo una volta di più l'ipocrisia degli imperialismi democratici d'Occidente. Le parole formali di preoccupazione espresse dagli USA e dalle cancellerie europee per il "rischio" autoritario in Turchia dopo il 15 luglio, servono solo a coprire l'immutata alleanza col boia Erdogan. Vitale per gli interessi NATO. Vitale per le politiche odiose e prezzolate di respingimento dei migranti in fuga dalle guerre.
La verità è che le “democrazie” europee ed americane sacrificano ogni decenza alla pelosa salvaguardia dei propri interessi imperialisti. Il governo italiano di Renzi e Gentiloni è parte integrante di questa politica complice ed ipocrita.

Il PCL denuncia senza riserve il regime reazionario di Erdogan e la repressione in corso in Turchia. Dichiara il proprio sostegno alle iniziative di opposizione in corso nelle città turche contro la nuova stretta del regime, e la piena solidarietà con la lotta del DIP (Partito Operaio Rivoluzionario, sezione turca del CRQI), che è partecipe della mobilitazione in atto. Propone una immediata mobilitazione unitaria davanti ai consolati e all'ambasciata turca in Italia, assieme alle associazioni e rappresentanze curde, per chiedere l'immediato rilascio di tutti gli arrestati.
Partito Comunista dei Lavoratori

Libertà per le sei compagne del DIP incarcerate in Turchia!


 
Petizione internazionale

Sei donne, militanti del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP) della Turchia, sono perseguitate per la loro attività in occasione dell'8 marzo. Sono ora sotto processo in tribunale per "sostegno e propaganda del terrorismo" semplicemente perché hanno espresso solidarietà con le donne curde sfacciatamente represse e umiliate dalle forze di sicurezza.

Il 6 marzo 2016 le sei compagne stavano distribuendo un volantino del nostro partito, che propagandava la partecipazione all'azione che si sarebbe tenuta l’8 marzo nella piazza principale di Çorlu, una città industriale ad ovest di Istanbul, quando la polizia le ha prese in custodia perché il testo del volantino conteneva riferimenti alla repressione di stato delle donne curde. Il pubblico ministero in seguito ha rinviato a giudizio le sei compagne. Giovedì prossimo, 26 maggio, si aprirà la causa in tribunale presso la Corte di Assise di Çorlu

La denuncia di "sostegno e la propaganda del terrorismo" è un’accusa intenzionale. Il volantino del DIP, dopo aver toccato una serie di forme di oppressione delle donne, sottolineava poi che alcuni mesi fa, nel contesto della guerra intensificata da Tayyip Erdogan e dall'AKP a partire dalla scorsa estate, il corpo nudo di una combattente curda era stato scaricato nel bel mezzo di una città curda, lasciato alla vista di tutti, in modo da seminare il terrore tra la popolazione. Il volantino condannava severamente questo atto sfacciato di umiliazione delle donne, esprimeva solidarietà con le donne curde sottoposte a questo e ad altri atti simili di aggressione e salutava la lotta delle donne curde impegnate nell’autodifesa contro tale pratica da parte delle forze di sicurezza. Il procuratore ha immediatamente etichettato queste dichiarazioni come sostegno e propaganda per il terrorismo.


Nella sua lotta contro l'oppressione delle donne e per la liberazione delle donne, a fronte di un enorme aumento della violenza contro le donne in Turchia negli ultimi anni, il DIP ha sistematicamente proposto la parola d’ordine dei gruppi di autodifesa composti da donne, per combattere la violenza contro di esse, sia nella parte occidentale del paese, nelle roccaforti industriali tra le donne che lavorano e nei campus per le studentesse, che, naturalmente, anche nelle regioni curde del paese.

Questa rivendicazione non è meno urgente per il fatto che siano state le forze di sicurezza a commettere questo atto brutale di disprezzo delle donne ma, se possibile, ancora di più.

Il processo contro le sei compagne del DIP è un caso di repressione della lotta delle donne contro l'oppressione e per la solidarietà tra i popoli turco e curdo, e della lotta di DIP per una società giusta e libera.
 
Chiediamo alla magistratura turca far cadere tutte le accuse contro queste compagne che combattono l'oppressione delle donne e per i diritti legittimi del popolo curdo.



PRIME SOTTOSCRIZIONI

Nancy Holmstrom - professore emerito di filosofia, Stati Uniti

Eleni Varikas - professore di politica e di studi di genere, Francia

Ada Ivekovic - professore di filosofia, Francia

Ana Bazac - professore di filosofia, Romania

Samir Amin - professore di economia, Egitto-Francia-Senegal



PER FIRMARE LA PETIZIONE, invia un'e-mail a: info@pclavoratori.it
Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra della Turchia contro i curdi: una questione di sopravvivenza personale per Recep Tayyip Erdogan

Pubblichiamo questo articolo dal compagno Sungur Savran, segretario del DIP, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori di Turchia, a ridosso della terribile strage di Ankara. Di fronte alla prospettiva di svolta reazionaria contro i kurdi e il movimento operaio turco, si afferma con assoluta attualità la necessità di una prospettiva rivoluzionaria per continuare la lotta contro Erdogan e instaurare un governo dei lavoratori in Turchia e in tutto il Medio Oriente. Solo l'abbattimento della dittatura di banchieri, industriali, petrolieri può garantire la pace e la fine delle stragi in Medio Oriente.


La città curda di Cizre, un insediamento con una popolazione di circa 150.000 anime nella Turchia sud-orientale, si trova per la seconda volta sotto assedio delle forze armate turche e delle cosiddette "forze operative speciali" della polizia, dopo che il precedente assedio era stato revocato per una tregua di due giorni. Oltre al coprifuoco ci sono tagli all'erogazione di elettricità, e vige l'interruzione di tutti i mezzi di comunicazione, compresi i cellulari ed internet. Dopo il primo assedio è venuta fuori tutta l'evidenza del terribile dramma umano. Uccisi oltre 30 civili, di età compresa fra i 35 giorni di vita di un bambino ed i 75 anni di un anziano. Prima che l'assedio fosse tolto, fonti governative dichiaravano che le forze di sicurezza avevano ucciso più di una dozzina di combattenti del PKK, negando vittime civili. Come un neonato ed un vecchio possano aver contribuito alla lotta del PKK, secondo i portavoce governativi, rimane un mistero irrisolto, di fronte all'evidenza del fatti.

La situazione critica di Cizre non è che l'ultimo e più drammatico episodio in una guerra che lo Stato turco ha scatenato contro i suoi cittadini nelle regioni curde a partire dallo scorso luglio. Col pretesto del massacro di Suruç del 20 luglio, in cui rimasero uccisi - da un attentato suicida con tutta probabilità opera dell'ISIS - 32 giovani attivisti di sinistra turchi che stavano partecipando ad una conferenza di solidarietà con il popolo della città curda di Kobane, il governo turco guidato dall'AKP, il partito di Recep Tayyip Erdogan, ha dato inizio ad una guerra... non contro l'ISIS ma contro il PKK ed il popolo curdo! È vero che il governo dell'AKP aveva concesso agli Stati Uniti l'uso della base aerea di Incirlik per bombardare l'ISIS ed aveva accettato di partecipare ai raid aerei. Ma questa era solo una manovra dissimulatoria mentre in realtà la Turchia si stava imbarcando in un attacco su ampia scala al movimento curdo, evitando tensioni con gli Stati Uniti alle prese con una difficile operazione militare.

La guerra della Turchia non è solo contro il PKK, ma contro il popolo curdo intero. Ed ha almeno tre diversi aspetti. Il primo è il conflitto militare tra le forze armate turche ed il PKK, che finora ha assunto la forma dei bombardamenti aerei turchi sui campi del PKK nell'Iraq settentrionale, nel territorio del Governo Regionale Curdo, presieduto da Barzani, stretto alleato degli americani e della Turchia. Il PKK per ritorsione ha iniziato ad uccidere soldati e poliziotti turchi, compiendo ai primi di settembre nel giro di 48 ore due spettacolari incursioni in cui sono caduti 16 soldati turchi nel sud-est del paese e 13 poliziotti turchi nel nord-ovest. La grande distanza geografica tra le due località, così come le pesanti perdite subite dalle forze turche, dimostrano come il PKK disponga di una forza formidabile.

Il secondo aspetto della guerra è quello del tentativo da parte dello Stato di pacificare i focolai nei centri del Kurdistan turco. I negoziati tra il governo turco ed il PKK per un "processo risolutivo" sono in corso dal 2013. Tuttavia, non a tutti nel Kurdistan è andato a genio questo processo. Abdullah Ocalan, lo storico dirigente del PKK, chiuso in prigione dal 1999, è l'architetto di questo processo. Ma ci sono altri attori in scena. Quelli ufficiali sono il PKK con base nell'Iraq del nord, e l'HDP, il Partito Democratico del Popolo, una sorta di avatar del movimento parlamentare curdo che ha unito le sue forze ad una coalizione di partiti e movimenti socialisti turchi. Tra questi tre attori, Ocalan è il più possibilista, mentre il PKK iracheno proietta un'immagine più intransigente. Ma c'è un quarto attore sulla scena: sono i giovani del YDG-H, ala radicale del PKK, che ultimamente si sono mossi come una forza quasi indipendente. Si collocano all'estrema sinistra del movimento curdo e nonostante il giuramento di fedeltà incrollabile verso Ocalan, sono apertamente critici rispetto al "processo risolutivo". Sono loro che organizzano i quartieri in molte centri curdi rendendoli inattaccabili dalle forze di sicurezza turche, scavando fossati e trincee e prendendo le armi laddove necessario. La popolazione può non essere d'accordo con i loro metodi, ma sta con loro e contro le forze governative durante i periodi di conflitto, quando arrivano i momenti critici.

Ecco il perché degli attacchi ad una serie di città curde, a centri come Silopi, Varto, Yuksekova, Silvan, ed ora, con maggiore drammaticità, a Cizre, la più importante roccaforte del YDG-H (questi ed altri insediamenti nel Kurdistan turco hanno nomi originari curdi che sono stati sostituiti con questi nomi turchi imposti agli inizi del periodo repubblicano). In contraddizione col primo aspetto della guerra, che vede due forze armate scontrarsi, quest'altro assume le forme di una guerra condotta contro la popolazione civile. Dal momento che quasi tutta la popolazione sta con i suoi giovani, quello che può sembrare un attacco ad una milizia viene necessariamente trasformato in un attacco a tutta la popolazione. Chi scrive è stato di recente, in una missione di solidarietà, a Silvan, vicino Diyarbakir, immediatamente dopo un assalto delle forze di sicurezza, ed è possibile prendere cognizione diretta della devastazione operata sull'intera città.

Il terzo aspetto è la potenziale minaccia di una vera e propria guerra civile che coinvolga entrambe le parti. Questa minaccia alberga nel continuo richiamare quei sentimenti nazionalisti e persino sciovinisti che esistono all'interno di ampi settori della popolazione turca, di forze non solo vicine a Erdogan ed all'AKP, ma anche alcune note in Occidente come i "Lupi Grigi" del Partito d'Azione Nazionale, il movimento più tradizionalmente fascista del paese, nonché il terzo maggiore partito della borghesia turca (dopo il Partito Popolare Repubblicano, CHP, di origine kemalista, che ora passa per socialdemocratico). Sono stati i "Lupi Grigi" a scendere in strada nella notte dell'8 settembre per rispondere alle due spettacolari azioni del PKK di cui sopra. Più di 140 sedi dell'HDP attaccate, molte date alle fiamme, aggressioni a civili curdi nelle strade dei centri controllati da turchi nella parte occidentale del paese, pullman intercity fermati e presi a sassate, lavoratori stagionali curdi aggrediti collettivamente, bruciate le loro case e lo loro auto ed allontanati in massa. Ora, anche se i curdi sono minoritari nelle città dell'ovest, sono pur sempre una minoranza di una certa dimensione, ed inoltre si tratta di comunità molto politicizzate con notevoli capacità di lotta. Se non hanno reagito, non è stato che per autocontrollo. Il che vuol dire che in futuro la situazione può sfuggire di mano e degenerare in una guerra civile etnica che può assumere forme molto sanguinarie.



LE DINAMICHE DIETRO LA GUERRA

Per fermare questa guerra, occorre individuare le dinamiche che ne sottendono lo scoppio. Purtroppo, il movimento curdo, a lungo influenzato da una intellighenzia liberale, continua a ripetere che è necessario tornare allo status quo ante, vale a dire al punto in cui si erano fermati i negoziati del "processo risolutivo". Questa posizione ignora il fatto che ci sono forze molto ben definite in gioco che hanno portato a questa guerra e che dovrebbero essere contrastate e sconfitte prima di poter ristabilire la pace o almeno un cessate-il-fuoco. Queste forze sono molto diverse tra loro: alcune relative alla congiuntura politica, altre sono più strutturali.

La ragione predominante, che fa scomparire per importanza tutte le altre, è quella che ha che fare con gli interessi politici di Tayyip Erdogan. In un altro articolo (“Una sconfitta strategica per Erdogan” - pubblicato in questo sito il 17 giugno, ndt) in occasione delle elezioni turche del 7 giugno, avevamo messo in evidenza che il penoso risultato elettorale del partito di Erdogan, l'AKP, che aveva perso ben 10 punti del voto popolare insieme alla maggioranza parlamentare che deteneva dal 2002, era la semplice ratifica di una precedente sconfitta strategica già inflitta ad Erdogan dalle masse turche, prima con la rivolta popolare innescata dagli incidenti di Gezi Park nel giugno 2013 e successivamente dalla serhildan (intifada) dell'ottobre 2014 scatenata dal popolo curdo in reazione all'atteggiamento di indifferenza dimostrato da Erdogan di fronte alla tragedia di Kobane quando era stata attaccata dall'ISIS. Il risultato elettorale è stato una doppia catastrofe per Erdogan. Da un lato, ha bisogno dei 2/3 della maggioranza parlamentare se vuole emendare la Costituzione al fine di trasformare il sistema politico turco in un sistema presidenziale, dando a se stesso il potere di controllare l'intero processo politico, quel potere che ora egli non ha, stante l'attuale sistema che dà alla sua carica di Presidente della Repubblica una veste cerimoniale. Dall'altro lato, il fatto che l'AKP non ha più la maggioranza parlamentare può aprire le porte ad inchieste sui gravissimi e provati casi di corruzione in cui sono coinvolti Erdogan stesso ed i suoi ministri. Molti analisti si dilungano sulle ambizioni di Erdogan riguardo alla carica di presidente esecutivo. Ma forse la sua necessità più urgente è quella di evitare che si aprano le inchieste sui casi di corruzione che riguardano l'AKP, il quale si trova ora in minoranza all'interno del parlamento. Se gli altri partiti trovassero l'unità per aprire queste inchieste, Erdogan potrebbe trovarsi sull'orlo del precipizio, col rischio di essere condannato.

Dopo il successo elettorale dell'HDP, che avendo superato l'altissima soglia di sbarramento del 10% ha così fatto perdere all'AKP la maggioranza parlamentare, Erdogan ed i suoi accoliti puntano ora tutte le loro speranze nell'opera di sobillamento dello sciovinismo turco e nel presentare l'HDP non come messaggero di pace, bensì come forza che appoggia il "terrorismo" del PKK, allo scopo di far scendere l'HDP al di sotto della soglia critica del 10% nelle elezioni dell'1 novembre. Ecco perché questa guerra è per prima cosa e soprattutto una guerra di sopravvivenza per Erdogan. Nella storia ci sono state guerre imperialiste e guerre anticolonali. Questo è il primo caso di guerra egoista!

Dopo le elezioni del 7 giugno scrivevamo:

“Gli errori politici della sinistra hanno finito per dare respiro ad Erdogan, permettendogli di salire alla presidenza della repubblica. Ora l'AKP non è in grado di formare un suo governo autonomo, ma Erdogan ha ancora le redini del potere. Utilizzerà ogni centimetro di spazio per mantenersi al potere, e a questo scopo potrebbe perfino ricorrere alla guerra contro i curdi o in Medio Oriente. In politica, ogni errore ha un prezzo.”


Non c'è bisogno di rilevare che la previsione di cui sopra si è purtroppo rivelata fondata. Per quanto riguarda gli errori della sinistra, ci si riferisce al fatto che non ha cercato di far cadere Erdogan quando era possibile farlo. E qui le responsabilità maggiori le ha il movimento curdo. Se si fosse mosso in tandem con la rivolta popolare di Gezi Park nel 2013, Erdogan sarebbe certamente caduto, tanto è forte la capacità del movimento curdo di organizzare le masse specialmente a Diyarbakir. È triste notare come le sofferenze del popolo curdo sotto gli attacchi atroci delle forze di sicurezza turche sono dovute, almeno parzialmente, agli errori dello stesso movimento curdo.

Ci sono, naturalmente, fattori strutturali di fondo che spingono la Turchia alla guerra contro il movimento curdo. Abbiamo già visto come l'ala radicale del movimento curdo, rappresentata dai giovani, si sia espressa contro il "processo risolutivo" senza la liberazione di Ocalan (un impressionante striscione dei giovani durante una gigantesca manifestazione nel 2013 diceva: "Una pace col serok (titolo di Ocalan nel movimento) ancora in prigione è una pace sconclusionata”). I giovani possono contare su molti sostenitori, anche se meno focosi, e quasi tutta la popolazione tende verso quelle stesse loro posizioni intransigenti quando il gioco si fa duro. La serhildan dell'ottobre 2014 aveva spaventato immensamente i circoli dominanti del governo e messo in agenda la liquidazione di queste sacche di resistenza urbana (armata) che, diversamente dalla guerriglia rurale, costituisce una minaccia immediata nel caso dello scoppio di una nuova serhildan. Per cui la guerra in corso può essere considerata come il tentativo da parte dello Stato turco di farla finita con queste sacche di resistenza.

L'altro importante fattore che produce frizioni tra lo Stato turco ed il PKK è, a causa della semplice sua esistenza, il Rojava, l'entità autonoma curda a sud del confine turco-siriano. L'autonomia curda o, a fortiori, l'indipendenza in altre parti del Kurdistan, come in Iraq o in Siria, è sempre stata vista come una minaccia dalle classi dominanti turche, anche solo per il fatto che potevano essere d'esempio per i curdi in Turchia. Nei primi quindici anni del XXI secolo, prima i curdi dell'Iraq, poi i curdi in Siria hanno raggiunto l'autonomia. Inizialmente contrariata per la creazione del Kurdistan iracheno di Barzani come regione autonoma, la Turchia ha poi raggiunto degli accordi con Barzani diventando la forza dominante sia a livello economico che politico sul Governo Regionale Curdo. La borghesia turca ripone molte attese nei vantaggi derivanti dal petrolio della regione di Kirkuk. Ma il Rojava è ben altra questione. Se Barzani è un fedele alleato, persino un protetto, degli Stati Uniti e poi della stessa Turchia, il Rojava invece è stato istituito con una leadership organicamente collegata al PKK! Il governo dell'AKP ha sempre detto chiaramente che non avrebbe mai fatto accordi con un'entità controllata politicamente dal PKK a sud dei suoi confini. Ecco perché il Rojava è stato, in questi tre anni della sua esistenza, una spina nel fianco del "processo risolutivo".



TURCHIA E QUESTIONE CURDA INSEPARABILI?


Quest'ultimo aspetto relativo al Rojava suggerisce che il futuro della questione curda in Turchia e, di fatto, della stessa Turchia sono strettamente collegati alle prospettive in Siria. Come molti ben sanno, Erdogan ed il suo AKP sono attori importanti nel calvario che la Siria sta vivendo dal 2011. Erdogan, insieme all'Arabia Saudita ed al Qatar, ha alimentato le fiamme dell'odio e della guerra in Siria tra i sunniti e gli alawiti (minoranza più vicina agli Sciiti che ai Sunniti). Ciò fa parte di un disegno più ampio, in cui Erdogan punta ad assumere la guida delle masse sunnite del Medio Oriente per tornare ai fasti dell'Impero ottomano che fu. Questa è una delle ragioni per cui il governo dell'AKP ha appoggiato l'ISIS fino a poco tempo fa e continua ad appoggiare altri gruppi islamisti che combattono contro il regime di Assad.

La situazione nata dall'accordo tra gli USA e la Turchia alla fine di luglio, per cui la Turchia ha concesso la base di Incirlik per gli attacchi aerei degli USA sull'ISIS in cambio del via libera degli USA agli attacchi al PKK, porta con sé una contraddizione dialettica che può nel tempo risucchiare la Turchia nella guerra in Siria. Nell'intervento militare contro l'ISIS, gli USA contano, fra le altre, sulle forze armate del Rojava quali truppe di terra. I tentativi della Turchia, dall'altro lato, puntano a tenere queste truppe del Rojava fuori da certe regioni a sud del confine turco-siriano, che la Turchia vuole trasformare in "zone di sicurezza". Ma gli Stati Uniti hanno bisogno delle forze di terra del Rojava per combattere l'ISIS. Sembra che l'unico modo con cui la Turchia possa indurre gli USA a non chiedere più la collaborazione militare del Rojava sia quello di inviare essa stessa le sue truppe di terra per istituire quelle zone di sicurezza a cui mira.

Questa prospettiva, che deriva dalle contraddizioni dell'alleanza militare tra USA e Turchia, è complementare alla logica infernale della questione di sopravvivenza di Erdogan: dovesse l'AKP mancare l'obiettivo di conquistare la maggioranza parlamentare con le prossime elezioni, Erdogan potrebbe aver bisogno di sospendere il normale funzionamento del sistema, cosa che potrebbe riuscirgli portando il paese in guerra in Siria o persino nello scenario più ampio del Medio Oriente. Avevamo previsto che Erdogan avrebbe attaccato i curdi, non dovrebbe sorprendere se si verificasse anche la seconda previsione.

Ci sono, naturalmente, certe controtendenze che possono produrre degli effetti. C'è la possibilità che uno degli attori più importanti, Ocalan, rimasto in silenzio dalle elezioni fino allo scoppio dell'attuale guerra, parli di una sorta di disgelo. L'imminente Eid al-Adha, la grande festività religiosa del mondo islamico, può essere un'occasione opportuna per lui per aprire un nuovo capitolo nel "processo risolutivo". Non va dimenticato che nonostante la ferocia della guerra, né da parte dell'AKP né da parte di Erdogan e nemmeno da parte curda è stata totalmente esclusa la possibilità di un nuovo inizio. Erdogan stesso ha esplicitamente dichiarato che il "processo risolutivo" è congelato (e non morto, come la guerra in corso potrebbe far pensare). È ovvio che appena si sentirà più sicuro possa tornare volentieri allo status quo ante. Ma questo sarebbe un esito reazionario dell'attuale situazione di impasse. Erdogan è una maledizione per la Turchia e per il Medio Oriente, e più rimane al potere nel suo paese, maggiori saranno i danni che porterà ai popoli della regione.

Un esito progressivo richiederebbe ovviamente la sconfitta di Erdogan, con la sua fuoriuscita dalla politica e la sua condanna per i crimini commessi. Le condizioni perché questo accada si stanno verificando. Già il recente succedersi di lotte di massa nel paese, dalla rivolta popolare di Gezi Park (2013), alla serhildan di Kobane (2014), allo sciopero dei metalmeccanici (2015), nel giro di soli due anni, dimostra che c'è una società piena di gruppi sociali pronti a dichiarare la loro rabbia. È su questo che Erdogan ha perso credibilità sia agli occhi dei suoi alleati del passato (USA ed UE) sia agli occhi dei liberali turchi, della confraternita Gulen e di molti settori della classe capitalista. Ed ora sta perdendo sempre più l'appoggio di ampi settori del suo partito. L'ex presidente della repubblica, Abdullah Gul, un altro fondatore e leader dell'AKP, attende dietro le quinte di riprendersi il partito al momento giusto. Il congresso del partito che si terrà nei prossimi giorni non farà emergere le profonde fratture interne, ma le contraddizioni stanno maturando.

Se Erdogan cadrà, sarà ben diverso se cadrà per mano di una opposizione borghese guidata da Gul e dai due partiti della borghesia, i "socialdemocratici" ed i fascisti, o persino per mano dell'esercito, o se invece saranno le masse a farlo cadere, guidate si spera dalla classe operaia, che sembra essere tornata attiva dopo un lungo sonno.


C'è stato un confronto incessante fra due linee, nella sinistra, fin dagli eventi di Gezi Park. Una linea è quella della minor resistenza, che spera in un rimescolamento dei partiti borghesi, scommettendo per il successo, all'interno del campo borghese, di forze ostili ad Erdogan. Forze che verrebbero guidate da Abdullah Gul e dai suoi seguaci all'interno dell'AKP, e dal CHP, il principale partito dell'opposizione, sedicente socialdemocratico. La confraternita islamica di Gulen, ex partner di Erdogan ma ora suo principale bersaglio, sarebbe organicamente collegata a queste forze. Se queste forze comprenderanno anche i fascisti è da verificare, ma vi sarebbero comunque coinvolte altre minori formazioni borghesi. Questa coalizione di forze fu inizialmente definita alla fine del 2013 dall'allora ambasciatore degli USA in Turchia, Frank Ricciardone. Sebbene possa sembrare un'esagerazione, è esattamente il modo in cui le cose si svilupparono nella concreta realtà: subito dopo la ribellione di Gezi Park, Ricciardone ebbe un incontro segreto con il leader del CHP, il quale successivamente si recò negli Stati Uniti per incontrare uomini di Gulen, per poi tornare a casa e seguire una linea di alleanza con con ogni tipo di organizzazione della destra borghese. Resta da vedere se questa politica sarà in grado di registrare successi contro Erdogan. Dipende tutto dall'equilibrio delle forze all'interno dell'AKP, difficile da discernere.

L'HDP sta ultimamente aprendo a questa coalizione. L'atteggiamento di completa passività che ha adottato dopo le elezioni del 7 giugno è stato nei fatti una conseguenza di ciò. Dalla fine di luglio, quando il governo AKP ha rilanciato la guerra ai curdi, ha combattuto con sacrificio quest'odiosa azione. Al polo opposto, anche il cosiddetto "Blocco di Giugno", variegato gruppo che mantiene le distanze dal movimento curdo, comprendente diversi partiti socialisti ma dominato da associazioni alevite, fornisce un sostegno indiretto a questa linea attraverso il suo malcelato appoggio al CHP. Fra loro, queste due aree formano la stragrande maggioranza della sinistra socialista in Turchia, vale a dire della sinistra che non confina la sua azione sottoterra.

Il nostro partito, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP), si trova quasi da solo nel proporre un'altra linea: in solidarietà attiva con il popolo e il movimento curdo, mette tuttavia in guardia contro i pericoli che derivano dall'alleanza che il movimento curdo sembra aperto a stabilire con l'imperialismo, e dall'orientamento sia dell'HDP che del "Blocco di Giugno" verso il CHP. Lottiamo per costruire il partito all'interno della classe operaia - durante lo sciopero selvaggio di decine di migliaia di metalmeccanici nei mesi di maggio e giugno di quest'anno abbiamo guadagnando un visibile successo - con l'obiettivo del potere del proletariato. L'alleanza che la sinistra ha bisogno di costruire è quella della classe operaia con il popolo curdo in lotta e con le ampie masse popolari politicizzate dalla ribellione di Gezi Park, di cui quella degli aleviti è la componente più importante. Quest'alleanza rappresenterebbe una forza formidabile, e il suo peso scuoterebbe non solo le strutture del potere turco e del Kurdistan turco, ma dell'intero Medioriente e del Nord Africa. È questo l'obiettivo per cui lottiamo.

Sungur Savran

I lavori della Terza conferenza euromediterranea

La Terza conferenza euromediterranea si è tenuta con successo ad Atene, in Grecia, tra il 18 e il 20 luglio, sotto le straordinarie condizioni di una perdurante crisi politica nel paese e in Europa.

La conferenza è stata organizzata dal Centro Socialista dei Balcani "Christian Rakovsky" e da RedMed, ed è stata ospitata dall'EEK, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori di Grecia.

L'interesse e l'attrazione manifestati nei confronti dalla conferenza riflettono certamente l'enorme interesse suscitato dalla crisi greca e dell'eurozona. Allo stesso tempo, riflettono l'autorità politica del principale promotore e organizzatore della conferenza, l'EEK, crescente in Grecia e all'estero prima e dopo l'inizio della crisi attuale.

Ai lavori della conferenza hanno partecipato partiti, organizzazioni e singoli militanti da Grecia, Turchia, Italia, Finlandia, Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Austria, Polonia, Macedonia, Bulgaria, Cipro, Kurdistan, Ucraina, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, India e Brasile, per un totale di 19 paesi, ai quali vanno aggiunti compagni dall'Iran, dalla Tunisia e dalla Bosnia, che non hanno potuto essere presenti per ragioni indipendenti dalla loro volontà (compresi problemi relativi ai visti). I compagni dell'Iran e della Bosnia hanno tuttavia inviato loro contributi scritti alla conferenza.

Dalla Grecia, oltre all'EEK, sono intervenute le organizzazioni di Antarsya NAR e OKDE-Spartakos, e i lavoratori della "Carovana di lotta e solidarietà" della fabbrica VIO.ME e della tv-radio ERT3, entrambe sotto controllo dei lavoratori.
Dalla Turchia ha partecipato attivamente il DIP, in quanto co-organizzatore. Ha partecipato alla conferenza anche lo SDP (partito affiliato all'HDP, formazione che ha recentemente riscosso una importante vittoria elettorale ed è divenuta il principale obbiettivo degli attacchi terroristi dell'IS e del regime di Erdogan), ed era presente il "Comitato di solidarietà con i prigionieri politici in Turchia e in Kurdistan", che ha portato i suoi saluti insieme ad altri militanti e attivisti da tutto il Kurdistan.
Dall'Italia ha partecipato una delegazione del PCL.
Dalla regione balcanica erano presenti compagni dell'Autonomous Workers Union della Bulgaria e il movimento "Lenka" della Macedonia. Un documento è stato inviato dai lavoratori della fabbrica occupata DITA di Tuzla, Bosnia-Erzegovina. Presente anche un compagno di Cipro.
Dalla Federazione Russa hanno preso parte alla conferenza delegati del RPK (Partito Russo dei Comunisti), del RKP-KPSS (Partito Comunista Russo-CPSU), dell'OKP (Partito Comunista Unificato) e del movimento "Alternativi" (Alternativa).
Dall'Ucraina hanno partecipato alla conferenza le organizzazioni Controcorrente, Borotba, il Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk e l'Unione dei prigionieri e dei rifugiati politici del Donbass (via skype).
Dalla Polonia era presente una militante della sinistra anticapitalista.
Dalla Finlandia una delegazione del MTL (Marxist Workers' League).
Dalla Danimarca era presente Jette Kromann, militante del SAP.
Dal Regno Unito Hillel Ticktin, direttore della rivista marxista Critique.
Dal Portogallo Raquel Varela, della rivista Rubra.
Dall'Austria una rappresentanza della Revolutionary Communist International Tendency.
Dagli USA Alex Steiner, del blog permanent-revolution.org.
Dal Sud Africa Latief Parker, del comitato editoriale di Critique.
Presenti anche, a titolo personale, osservatori dall'India e dal Brasile, la maggior parte dei quali del PSTU.
Un messaggio di saluti è stato inviato alla conferenza dal PT (Partido de los Trabajadores) dell'Uruguay.

L'ultimo giorno della conferenza, lunedì 20 luglio, speciali commissioni hanno preparato e presentato alla conferenza una risoluzione finale e diverse dichiarazioni sul massacro di Suruç, sul Medio Oriente, sui Balcani e sull'Ucraina.
La risoluzione finale è stata votata all'unanimità dai presenti (ai compagni che sono dovuti partire domenica sera il documento è stato inviato per le loro considerazioni). Sempre all'unanimità sono state votate le dichiarazioni su Medio Oriente, su Suruç e sui Balcani.
La dichiarazione sull'Ucraina ha provocato, come in occasione della seconda conferenza, un intenso dibattito, ed è stata votata - emendata - da una larga maggioranza, con due astensioni (PCL e Hillel Ticktin) e nessun voto contrario.
Tutto il materiale sarà pubblicato nelle rispettive lingue dei partecipanti e largamente distribuito.
Comitato organizzativo della conferenza

Condannare il massacro di Suruç! Trovare, perseguire e punire i colpevoli! Abbasso l'ISIS e i suoi alleati in Turchia! Riteniamo Erdoganan e il governo dell'AKP responsabili!










Il 20 giugno 2015 decine di persone, più di 50 da alcuni conteggi, hanno perso la vita a causa dell'attacco di un kamikaze nella città di Suruç, nella provincia di Urfa in Turchia, appena oltre il confine dal cantone di Rojava - Kobane, l'entità politica autonoma del Kurdistan occidentale fondata nel 2012, nel nord della Siria.
Questo attacco è stato portato al gruppo giovanile della ESP, una delle forze che compongono il partito ombrello HDP (Partito democratico del popolo), che ha raggiunto il 13 % del voto popolare nelle elezioni del 7 giugno e ha causato al partito di Erdogan, l'AKP al potere, una grave battuta d'arresto. Da questo punto di vista, questo attacco appare l'ennesimo episodio di una lunga lista di attacchi attentamente pianificati all'HDP già durante la campagna elettorale, che si è conclusa nel segno dell'esplosione di una bomba durante la manifestazione nella città di Diyarbakir, che si è tenuta due giorni prima delle elezioni e che ha causato quattro morti.
La 3 ° Conferenza Euromediterranea, che riunisce partiti, organizzazioni e militanti provenienti da 19 paesi di quattro continenti in una riunione internazionalista ad Atene,  il 18-20 luglio 2015, condanna duramente l'attacco e chiede che sia fatto tutto il possibile per perseguire e punire gli esecutori e i mandanti. La conferenza prende atto che questo attacco alla HDP è anche inequivocabilmente un attacco contro il popolo curdo e coloro che agiscono in solidarietà con esso. Questi fatti ricordano l'orribile attacco lanciato a Kobane dalle forze dello Stato Islamico dell'Iraq e il Levante (ISIS) solo un mese fa, il 25 giugno, e che ha visto 146 vittime tra i civili, mentre contemporaneamente un'altra potente bomba esplodeva lo stesso giorno, come questo recente massacro in Suruç. Si  può affermare senza rischio di errore che la forza alla base di questo nuovo massacro è di nuovo l' SIL, direttamente o tramite i suoi alleati takfiri in Turchia. Questa organizzazione barbara, a sua volta, è stata utilizzato da Erdogan e il suo governo AKP, come leva nella loro lotta per avere maggior potere in Medio Oriente e anche per perseguire l'obiettivo di porre fine all'esperienza di autonomia curda a Kobane.
La conferenza dichiara che è incondizionatamente dalla parte della nazione curda, oppressa nella sua lotta per i propri diritti nazionali nel contesto di una partizione del Kurdistan in quattro parti (Turchia, Iran, Iraq e Siria)che risale a quasi un secolo fa. Dichiara inoltre il suo sostegno a tutte le forze rivoluzionarie e progressiste in Turchia, Siria e Iraq che si battono contro il barbaro ISIS. Dichiara  inoltre in modo inequivocabile la convinzione che a meno che Erdogan e il governo dell'AKP siano sconfitti in Turchia, l'ISIScontinuerà a godere  del sostegno della Turchia, con la quale la Siria condivide una lunga frontiera di 900 chilometri, oltre che dell'Arabia Saudita e del Qatar, in termini di: logistica, finanza, armi, assistenza sanitaria per i suoi combattenti e un flusso di militanti oltre il confine. Erdogan e il governo dell'AKP sono stati colti in flagrante in ripetuti casi di incursioni da parte delle forze di sicurezza della Turchia stessa sui camion TIR del MIT, l'organizzazione di intelligence turca, nei cui depositi sono state scoperte  armi dirette all’ISIS o altrigruppi armati settari. Tutti questi casi sono stati successivamente coperti attraverso le decisioni arbitrarie della magistratura turca sotto il controllo di Erdogan, ma l'evidenza è incontrovertibile.
La Conferenza estende il proprio supporto a tutte le forze che si battono contro Erdogan e il governo dispotico dell'AKP in modo coerente, in particolare al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (DIP), e mette in guardia contro le terribili conseguenze che possono derivare da ogni tipo di esitazione sulla questione della lotta contro queste forze.
La nostra solidarietà va in primo luogo, naturalmente, al popolo curdo che si batte valorosamente per la sua libertà e dignità.
Battere l’ISIS signore della guerra e la sua politica reazionaria!
Abbattere Erdogan e al governo dell'AKP!
Riconoscere incondizionatamente il diritto all'autodeterminazione dei Curdi!
Avanti per una federazione socialista del Medio Oriente e dell’ Africa del Nord!

Risoluzione della Terza Conferenza Euromediterranea di Atene