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Il destino di Syriza

 


Il significato di un ex armatore che conquista la testa di Syriza

Un ex trader bancario presso Goldman Sachs, e poi armatore, di nome Stefanos Kasselakis, ha scalato il partito di Syriza vincendo le primarie col 56% dei voti contro l'ex ministra del lavoro, Efi Achtsioglu, fermatasi al 43%. È il nuovo segretario del partito. Il suo programma è fare “un nuovo partito democratico”, che si candida al governo della Grecia. Il premier conservatore Mitsotakis si è immediatamente congratulato col vincitore. L'attuale ministro del lavoro Georgiadis, proveniente dall'estrema destra greca, recita soddisfatto il de profundis della sinistra greca. Una parte della base di Syriza, quella più militante, è tormentata o sconvolta.

La scalata di Kasselakis alla segreteria di Syriza non è in realtà un fulmine a ciel sereno, se non agli occhi di coloro che non hanno voluto vedere la realtà. L'esperienza del governo Tsipras dal 2015, il suo sostegno al memorandum della troika, il suo tradimento clamoroso dei lavoratori greci e delle loro domande di svolta, ha avviato com'era prevedibile la crisi traumatica di quel partito. Tsipras aveva risposto alla crisi con un'ostentata svolta moderata alla ricerca del vecchio spazio del PASOK. Ma l'operazione è fallita. La precipitazione elettorale di Syriza alle ultime elezioni politiche, con la seconda vittoria consecutiva della destra ellenica, e le successive dimissioni di Tsipras, hanno segnato questo fallimento. Ora Kasselakis raccoglie i frutti di questa dinamica rovinosa, rivelando l'estrema fragilità di una formazione politica allo sbando, pronta ad essere scalata da un avventuriero spregiudicato.

La deriva di Syriza non riguarda solo la Grecia. Syriza e Tsipras hanno rappresentato negli anni il fiore all'occhiello della cosiddetta sinistra europea, il campo formatosi a sinistra delle socialdemocrazie liberali del continente. Nel nome di Tsipras si sono spese tutte le sue sezioni continentali con tanto di sventolio di bandiere e di promesse. Rifondazione Comunista in Italia si è intestata la sua rappresentanza. E ora? Si metterà nuovamente la polvere sotto il tappeto, come già ai tempi del governo Tsipras?

La verità è che si impone un bilancio di fondo. Una sinistra riformista che si candida a governare il capitalismo incorpora prima o poi la propria rovina. A tutto danno del movimento operaio. A tutto vantaggio delle destre peggiori. Accadde con la Rifondazione di Prodi, è riaccaduto con la Syriza di Tsipras. E anche Podemos, coi suoi ministri, è entrato nel vortice di una crisi profonda.
Una sinistra capace di futuro o è rivoluzionaria o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

La recita su MES all'ombra del coronavirus

Le bugie di Conte, la faccia di bronzo di Salvini e Meloni

13 Aprile 2020
Dice un vecchio adagio che le falsità sono verità incomplete. In questo senso la performance di Conte, Salvini e Meloni attorno agli accordi stipulati a Bruxelles rappresentano un'ampia collezione di falsità belle e buone, recitate con appassionata disinvoltura, e anche per questo massimamente ipocrite.

Il Presidente del Consiglio ha magnificato i risultati strappati a Bruxelles nell'”interesse dell'Italia”. Sfrondato della retorica nazionalista e interclassista, non ha tutti i torti. Il capitalismo italiano qualcosa ha ottenuto, nell'ultimo mese, in sede europea. Prima l'onda d'urto continentale del coronavirus ha costretto la Commissione Europea a sospendere il Fiscal Compact e i relativi adempimenti, offrendo un margine di manovra più ampio al governo italiano. Poi la BCE ha stanziato 750 miliardi di acquisti di titoli pubblici (e obbligazioni private) contribuendo in modo determinante a tener bassi i tassi di interesse in Italia, a ulteriore vantaggio degli spazi di spesa del governo. Ora l'Eurogruppo vara altre linee di credito, con cifre apparentemente importanti: “cento miliardi a sostegno degli ammortizzatori sociali” (SURE); “duecento miliardi erogati dalla Banca Europea degli Investimenti”; 240 miliardi del Meccanismo Europeo di Stabilità (il famigerato MES) “senza condizionalità per le spese sanitarie dirette e indirette”. Cui si aggiunge l'allusione al prossimo possibile varo dell'European Recovery Fund, quale anticipazione degli eurobond.


IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO FA IL BARO

Giuseppe Conte, al netto del distinguo sul MES, ha esibito come trofeo l'insieme di queste cifre per dare l'idea di “un risultato storico”. Ma ha barato clamorosamente.

Non solo e non tanto perché le cifre esibite riguardano in realtà l'intera Unione Europea e non la sola l'Italia, che ne riceve una minima quota parte (ad esempio 15 miliardi per gli ammortizzatori che coprono di fatto, con l'aria che tira, un solo mese di cassa integrazione). Quanto soprattutto per il fatto che non si tratta di erogazioni, ma per lo più di fondi creditizi: fondi che prima si formano con versamenti degli Stati membri, poi emettono titoli sul mercato finanziario, infine ripagano gli acquirenti dei titoli. Tutte operazioni a debito: finanziate da risorse pubbliche a beneficio di profitti privati. Soldi presi in ultima analisi dal portafoglio dei lavoratori, attraverso il fisco, e girati alla fine nel portafoglio dei capitalisti.

Il MES è uno di questi fondi, con una differenza. Mentre gli altri vanno ancora costituiti e finanziati (sia il fondo SURE per gli ammortizzatori che l'aumento di capitale di 25 miliardi deciso per la BEI), il MES dispone già di un fondo proprio di 450 miliardi, attivabile nell'immediato. È un fondo intergovernativo, l'Italia controlla la parte del fondo proporzionale al contributo che ha offerto per la sua formazione (sempre pagato dai salariati). In base all'accordo raggiunto, il MES mette a disposizione una linea di credito di 240 miliardi su scala continentale sino a un massimo del 2% del Pil dello Stato membro richiedente. Il 2% del Pil italiano – nel caso l'Italia volesse ricorrere al MES – sono circa 36 miliardi. Questa cifra verrebbe prestata “senza condizionalità e per le spese sanitarie dirette e indirette!”, sottolineano con enfasi il PD e lo stesso Conte per attribuire un intento sociale e caritatevole al MES. Ma è un inganno.

Innanzitutto perché le spese sanitarie «dirette e indirette» (espressione voluta proprio dall'Italia) possono comprendere di tutto, anche il finanziamento delle spese aziendali dei padroni in fatto di “sicurezza” nei luoghi di lavoro, un bel vantaggio per i profitti. Ma soprattutto perché ogni creditore vuole indietro i soldi prestati. La vera condizione di ogni prestito è per definizione questa, al netto degli interessi previsti. E per pagare un debito bisogna essere nelle condizioni di farlo. Per questo l'accordo europeo prevede che alla fine dell'emergenza sanitaria gli Stati dovranno rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con le regole fiscali della UE. Detto in parole povere, dovranno mettersi nelle condizioni di pagare i creditori. E per pagare i creditori, le terapie d'urto sono già state sperimentate: sulla pelle dei sistemi sanitari, delle pensioni, dell'istruzione.


SALVINI E MELONI, UNA MENZOGNA PER DUE

Ma le bugie di Conte sfigurano di fronte alla faccia di bronzo di Salvini e Meloni.
Com'è noto, Salvini e Meloni si scagliano contro il MES denunciandolo come cappio al collo della sovranità nazionale. Conte li accusa di compromettere l'interesse dell'Italia al tavolo negoziale europeo? Loro accusano Conte di tradire l'Italia svendendola alla Germania e condannandola al ruolo della Grecia. Una sciocchezza, purtroppo ripresa a pappagallo da ambienti sovranisti “di sinistra”.

In primo luogo l'Italia non è la Grecia. La Grecia è un paese semidipendente. L'Italia è la seconda potenza industriale d'Europa. Il debito greco era nella pancia delle banche tedesche, francesi e... italiane. Il debito italiano è prevalentemente in pancia alle banche tricolori. I creditori dell'Italia sono innanzitutto le italianissime Banca Intesa e Unicredit, quelle del salotto buono, le stesse banche rapinatrici che controllano parte importante del debito estero di Romania, Bulgaria, Serbia, Albania, in concorrenza con le banche tedesche.
Il MES è una creatura degli imperialismi europei, Italia inclusa. Se anche l'Italia un domani ricorresse al fondo comune intergovernativo del MES, come ha fatto a suo tempo l'imperialismo spagnolo, non cesserebbe per questo di essere un paese imperialista, creditore verso altri paesi. Semplicemente attingerebbe alla cassa di resistenza comune del capitale finanziario continentale di cui è membro onorario, impegnandosi a ripagare il debito a questa cassa comune a spese dei propri salariati. Non è in gioco la sovranità dell'Italia, ma gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, quelli che Salvini e Meloni vogliono abbindolare sventolando la bandiera tricolore.

Ma la faccia di bronzo di Salvini e Meloni sta soprattutto nel fatto che il MES è... (anche) roba loro. Conte lo ha ricordato con un riferimento impreciso (Meloni ministro nel 2012) e Meloni, «indignata», lo ha accusato di falso. Ma la controaccusa è più falsa dell'accusa. È vero, Meloni nel 2012 non era ministro, perché al governo c'era Monti. Ma Meloni stava nella maggioranza del governo Monti (a differenza della Lega), e dunque ne condivideva le responsabilità politiche: non solo il sostegno alla legge Fornero, ma anche il varo del MES.
Di più. Il MES costituisce l'evoluzione del precedente Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), entrambi preparati e decisi a livello europeo nel 2010-2011, quando l'Italia era governata da Berlusconi, e Giorgia Meloni era ministro della gioventù. La ministra Giorgia Meloni è stata dunque pienamente corresponsabile di quel MES che oggi denuncia come sventura biblica, assieme allo smemorato Matteo Salvini, allora eurodeputato della Lega, parte attiva del governo del Cavaliere, e poi sostenitore del pareggio di bilancio nella Costituzione (relatore Giorgetti).

Che dire? I politici borghesi sono tutti parte della stessa ciurma di mentitori seriali. È l'unica via per cercare di ottenere il voto dei lavoratori e al tempo stesso continuare a frodarli. Ma prima o poi il gioco può saltare. E allora per bari e bugiardi possono prepararsi brutte sorprese.
Partito Comunista dei Lavoratori

EDIZIONE STRAORDINARIA DI UNITA' DI CLASSE

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

Questo numero di Unità di Classe esce in formato digitale (QUI IL LINK PER SCARICARLO) a causa dell’emergenza coronavirus. Ma l'attività del PCL continua più intensa che mai!

31 Marzo 2020
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In questo numero:


Dall'emergenza sanitaria alla tragedia del capitalismo - Federico Bacchiocchi

Il cambio di scenario - Marco Ferrando

La nostra proposta nell'emergenza

La fabbrica e il coronavirus: intervista a un operaio di FCA - Juan Catracho Malverde

Morire di Posta ai tempi del coronavirus - Cristian Briozzo

La crisi dei migranti tra Grecia e Turchia - comunicato di OKDE-Spartakos

Il proibizionismo ha fallito - Attilio Armando Tronca

Togliatti e l'amnistia ai fascisti - Piero Nobili
Partito Comunista dei Lavoratori

La civiltà europea difesa dalle Termopili di Alba Dorata

Le massime istituzioni della UE chiamano al sostegno della difesa dei confini d’Europa in Grecia.
La presidente della Commissione europea non esita a definire la Grecia come lo “scudo d’Europa”.
Fascisti e nazisti, come gli sgherri di Alba Dorata, si preparano a fermare l’”invasione”, e così si armano e danno la caccia ai migranti a braccetto con la polizia greca. Quest’ultima spara sui migranti, donne e bambini, non si sa bene se solo lacrimogeni e magari proiettili di gomma o anche proiettili veri, come accusa il Ministro degli Esteri turco. Fatto sta che un migrante viene crivellato di colpi.
Dunque secondo le autorità europee e quelle del governo greco, secondo la sua polizia e ovviamente fascisti e razzisti di ogni schiatta, si tratta di un’invasione proprio come fu nel 480 a.C. la battaglia delle Termopili, con la piccola differenza che allora i greci si difendevano dal potente e temibile esercito di Serse I imperatore della Persia, oggi dall’"assalto" di donne, bambini e uomini in fuga dalle guerre di Afghanistan, Siria e centro Africa.
C’è bisogno di commentare? Sembrerebbe superfluo. Eppure le istituzioni europee, i governi dei paesi UE, la grande maggioranza delle forze politiche borghesi, i media asserviti, tutto lo spettro delle destre fino ai “patrioti” nazisti di Alba Dorata, servi tutti degli interessi imperialisti europei, si sforzano di far passare nel senso comune di massa che la civile Europa ha tutto il diritto di difendersi da siffatte “orde”.
Il cinismo del capitalismo e dei suoi servi non ha fondo né confini.
Il regime di Erdogan in Turchia è stato lautamente finanziato con i soldi dei lavoratori europei per tenere i profughi lontano dai confini della UE. Oggi questi finanziamenti non bastano più, perché Erdogan, un alleato della NATO, deve proseguire la sua sporca guerra in Siria dopo aver massacrato i curdi. Allora, come un volgare gangster alza il prezzo e spinge i profughi verso i confini greci.
Per quanto sia giusto condannare il regime turco, non è possibile nascondere le responsabilità delle potenze imperialiste europee che hanno contribuito a portare la guerra in Afghanistan prima e in Siria poi. Qui, dirottando completamente le giuste rivendicazioni delle masse popolari contro il regime di Assad, durante il capitolo siriano delle primavere arabe, hanno precipitato le masse popolari nell’orrore di una guerra civile e internazionale allo stesso tempo, di cui non si vede fine.
Oggi il disprezzo del capitalismo europeo, uno dei regimi più diseguali al mondo, nei confronti delle masse popolari ed del proletariato internazionale raggiunge l’apice poiché, dopo aver depredato quei territori mediorientali delle loro risorse più elementari, arriva a condannare definitivamente alla reclusione nei campi di concentramento, agli spari della polizia, alle morti in mare e di stenti i profughi prodotti da quella rapina.
Le lavoratrici e i lavoratori d’Europa con le loro organizzazioni devono invece correre in soccorso dei migranti ai confini della Grecia, come degli altri paesi europei. Non hanno nulla da guadagnare dalle politiche di respingimento violente, e tutto da perdere ad ammettere tra le proprie file il concetto che il migrante, il profugo, in altre parole il proletario di una altro paese, sia un nemico invasore e non un prezioso compagno.
Un alleato essenziale per abbattere un sistema ingiusto e cinico fino alla morte, come quello del capitalismo europeo e degli interessi delle potenze imperialiste europee i cui governi invariabilmente attaccano lo stato sociale, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e le loro condizioni di vita. Un alleato prezioso per instaurare il governo dei lavoratori, l’unico in grado di promuovere un ordine sociale più civile ed umano.


Rivendichiamo:

- Fine di ogni programma di respingimento alle frontiere della UE (Frontex)

- Disarmo dei confini

- Fine di ogni forma di finanziamento diretto e indiretto al governo guerrafondaio di Erdogan

- Fine della vendita di armi a tutti i paesi in guerra (come la Turchia o l’Ucraina)

- Azzeramento delle spese militari

- Disarmo delle squadracce fasciste di Alba Dorata con il metodo dell’autodifesa operaia di massa

- Istituzione di immediati canali di accoglimento per i profughi delle guerre in Medio Oriente e per chi scappa dal dissesto economico dei paesi mediorientali ed africani

- Finanziamento di provvedimenti urgenti per l’accoglienza di tutti i profughi anche tramite l’imposizione di un patrimoniale sulle grandi ricchezze e la tassazione massiccia dei proventi speculativi dello sfruttamento delle economie povere

- Uscita dell’Italia dalla NATO
Partito Comunista dei LavoratorI

Ascesa e tramonto di Jeremy Corbyn. La storia breve di un'illusione

“Corbyn ha perso per le sue idee veteromarxiste”, “ la sinistra radicale è il miglior alleato della destra”. Il bombardamento propagandistico dei circoli liberali procede a tappeto in tutta Europa, e naturalmente in Italia. Come sempre, a scapito della verità, ma anche della evidenza logica.
Se Corbyn ha perso per il suo presunto veteromarxismo, come mai il partito Liberal Democratici di Jo Swinson, tifoso del “remain”, ha subito una sconfitta non meno pesante di quella del Labour? E poi, il programma di Corbyn non è forse lo stesso programma che nel 2017 accompagnò la clamorosa rimonta elettorale del Labour contro i conservatori di Theresa May?

La verità è che i soloni che non avevano capito nulla dell'ascesa politica di Corbyn sono gli stessi che non capiscono nulla della sua sconfitta. Chiusi a doppia mandata nella torre d'avorio del pregiudizio ideologico, ripetono come un disco rotto il rosario imparato a memoria. Indifferente semplicemente ai fatti, e soprattutto alla propria disfatta.

Il liberalismo borghese progressista ha governato la Gran Bretagna per due legislature a cavallo degli anni '90 e 2000. Tony Blair ne è stato la bandiera. Era il mito della globalizzazione portatrice di progresso, che una sinistra finalmente liberal, sgravata dalla zavorra delle vecchie idee socialdemocratiche, avrebbe interpretato e diretto. Mai profezia politica ha subito – quella sì – una smentita più impietosa. I governi di Blair hanno solo amministrato l'eredità della Thatcher contro il movimento operaio e sindacale inglese, con tagli sociali, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni, compressione dei diritti sociali. La riconoscibilità del Labour presso la sua tradizionale base sociale conobbe un tracollo. Il Partito Conservatore ereditò la sua disfatta, coi governi Cameron, mentre la grande crisi del capitalismo mondiale e le dure politiche d'austerità precipitarono ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro di larga parte della Gran Bretagna, dove oggi, per dare la misura, il 31% dei bambini sono sotto la soglia di povertà.

La fascinazione della Brexit nel 2016 presso ampi settori di classe operaia e di masse popolari impoverite, a partire dalle periferie e dalla provincia, fu il prodotto di questo contesto. Una maggioranza declassata della società inglese, ignorata e colpita da tutti i governi, priva da tempo di una rappresentanza riconoscibile, ed anzi tradita dai suoi partiti tradizionali, fu attratta dal richiamo sciovinista e xenofobo della ciurma di Nigel Farage. La promessa del ritorno all'antica potenza imperiale della Gran Bretagna fu percepita come promessa di un riscatto sociale dopo decenni di immiserimento. La rabbia sociale fu dirottata contro gli immigrati, anche europei, e contro la UE. Una ribellione passiva sotto una direzione reazionaria. L'esatto opposto dell'Oxi greco all'UE del 2015, espressione di una radicalizzazione sociale di massa tradita da Tsipras. I tanti sovranisti di sinistra che confusero le due cose esaltando la Brexit come riferimento progressista, semplicemente rimossero il più elementare criterio di classe.

Tuttavia lo sfondamento della Brexit negli strati operai e popolari non era uniforme e lineare. Un anno dopo, il malumore sociale e la domanda di svolta trovarono infatti ben altra espressione nell'ascesa di Corbyn. Un'ascesa che non cancellava la deriva reazionaria ma mostrava l'instabilità dello scenario politico, e un quadro contraddittorio aperto ancora ad esiti opposti.
Il famoso programma di Corbyn, con buona pace dei liberali, non aveva nulla a che vedere con un programma marxista. Era piuttosto il ritorno al vecchio laburismo inglese prima della svolta liberale di Blair: nazionalizzazione con indennizzo dell'elettricità e delle ferrovie, aumento della tassazione (dal 19 al 26%) delle grandi aziende, difesa della sanità pubblica contro la sua privatizzazione. Un programma di economia mista. Tuttavia la rottura col blairismo colorì quel programma di una immagine “radicale” agli occhi di ampi settori della vecchia base laburista, e soprattutto della giovane generazione. Di più, quel programma divenne un fattore di nuova attivazione e politicizzazione a sinistra di un settore della gioventù che si riavvicinò al laburismo e divenne in qualche modo la guardia del corpo di Corbyn contro la componente liberal del Labour (attraverso strumenti come Momentum). A sua volta la campagna isterica della borghesia inglese contro Corbyn favorì questa dinamica di polarizzazione a sinistra attorno alla nuova direzione del Labour.

L'ascesa di Corbyn, a differenza di quella di Tsipras, non era il sottoprodotto di una radicalizzazione di massa del movimento operaio sul terreno della lotta di classe, ma avrebbe potuto essere investita in questa direzione: l'unica capace di scompaginare il mito popolare della Brexit, di aprire le contraddizioni del blocco sociale reazionario, di riaffermare la centralità dello scontro tra capitale e lavoro nell'immaginario di massa al posto della falsa alternativa pro e contro la Brexit.

Il buon vecchio Corbyn fece esattamente l'opposto. Invece di investire il capitale di fiducia accumulato sul terreno della mobilitazione di massa, a partire da una svolta della politica sindacale, si limitò a difendere il proprio fortino dalle minacce di scissione del Labour da parte della sua ala liberale e dei suoi parlamentari. Invece di affermare un punto di vista indipendente del movimento operaio inglese contro la falsa alternativa tra exit e remain in direzione di una rottura anticapitalistica con la UE dal versante della lotta di classe (e di una prospettiva socialista continentale), si attestò a cavallo tra exit e remain, con un colpo al cerchio e uno alla botte, nel segno dell'incertezza e della paralisi, finendo col logorare la propria credibilità e perdere consenso in ogni direzione.
Il campo reazionario populista, sbarazzatosi di Theresa May e sotto la direzione iperpopulista di Boris Johnson, ha avuto buon gioco nel denunciare il fronte ostruzionistico parlamentare contro l'applicazione della Brexit come il blocco del Labour con il vecchio establishment “contro la volontà del popolo e contro la democrazia”. Il profilo alternativo del Labour ne è uscito pesantemente compromesso nelle sue stesse roccaforti sociali. Né una campagna elettorale di 20 giorni poteva recuperare tre lunghi anni di immobilismo politico. Un istrione reazionario e razzista ha finito così per apparire come l'unico vero “garante del popolo” contro i vecchi parrucconi della politica inglese. E la Brexit come l'unica concreta occasione di svolta agli occhi di grandi masse impoverite dalla crisi.

L'immobilismo di Corbyn non è stato peraltro un errore, ma il riflesso della natura politica del Labour Party. Il nuovo corso di Corbyn ha sicuramente riavvicinato il partito ai sindacati, brutalmente trattati da Blair. Ma la burocrazia sindacale delle trade union, la più antica burocrazia sindacale del mondo, non aveva alcuna intenzione di muovere le acque dello scontro sociale. Il suo unico scopo era quello di riattivare il canale di relazione col partito e di pesare nella sua costituzione materiale, in cambio del sostegno a Corbyn. A sua volta il sostegno della burocrazia sindacale è stato ricambiato da Corbyn col sostegno alla politica passiva della burocrazia. Un disastro non solo sindacale ma politico, di cui Boris Johnson è stato il vero beneficiario.

Johnson ha ora in mano la maggioranza del parlamento britannico, non la Gran Bretagna. La sua politica nazionalista non dispone delle basi materiali del trumpismo. Nuove contraddizioni sociali esploderanno, prima o poi, nella società inglese, mentre la questione nazionale, irlandese e scozzese, metterà a dura prova la tenuta stessa della Gran Bretagna. Ma certo chi vedeva in Jeremy Corbyn la stella ritrovata del socialismo, magari da confortare con buoni consigli "trotskisti", ha preso una colossale cantonata, non minore di quella dei tifosi della "Brexit progressista".

L'alternativa alla deriva reazionaria o è anticapitalista o non è. La costruzione di una nuova direzione politica e sindacale del movimento operaio britannico resta il tema centrale della politica rivoluzionaria in Inghilterra.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l'avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell'esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo. Il crollo dell'economia greca, il lungo calvario dei memorandum, l'esperienza della crudele austerità dettata dalla troika, avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L'ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa. Il trionfo dell'oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative. Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell'accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C'è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa. Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l'alternativa c'era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista; solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere. Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito? Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l'affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l'unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto. La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l'hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s'era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall'inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori. Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l'enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne. Ha ragione. Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell'unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all'umiliazione del debitore. Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati. E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò che significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell'Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza. Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l'esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Tsipras colpisce il diritto di sciopero

  
Il governo Syriza-Anel ha varato pochi giorni fa due misure esemplari: da un lato la messa all'asta delle case sequestrate per debiti verso le banche; dall'altro una legge antisciopero che dichiara illegali gli scioperi promossi da assemblee dei lavoratori cui non partecipino la maggioranza degli iscritti ai sindacati. Uno scandalo. Hanno qualcosa da dire al riguardo Liberi e Uguali e Potere al Popolo?

Potere al Popolo ha presentato due giorni or sono la propria lista al Parlamento europeo, ospitato dal gruppo del GUE/Sinistra Europea, capeggiata da Tsipras. Ha sentito il dovere di solidarizzare pubblicamente con gli scioperi in corso in tutta la Grecia contro le misure del governo Tsipras, oppure ha onorato col proprio silenzio il padrone di casa contro i lavoratori greci? Naturalmente la seconda cosa.

La verità è che il diavolo fa la pentola ma non i coperchi. Tanta retorica sulle lotte, sui movimenti, sul “fare e non dire”, per continuare a coprire il governo Tsipras!
Solo la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” dirà la verità su quanto sta avvenendo in Grecia. Perché la verità è rivoluzionaria.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il successo di Alexis Tsipras: la fame dei lavoratori greci

Il governo Syriza festeggia il ritorno della Grecia sui mercati

26 Luglio 2017
«Un successo assoluto»: così Alexis Tsipras ha salutato il ritorno della Grecia sul mercato dei capitali.

Di cosa si tratta? Si tratta del fatto che il governo greco è tornato a emettere bond sul mercato finanziario. Esattamente bond a cinque anni, che gli hanno fruttato tre miliardi di euro. Più di metà della somma raccolta è giunta dai vecchi creditori della Grecia, cioè dagli Stati e banche imperialiste che hanno affamato quel paese. A vendere i bond (in gergo si chiama “gestire il collocamento”) hanno pensato guarda caso sei grandi banche internazionali appositamente incaricate dal governo ellenico (BNP Paribas, Citigroup Global Markets, Goldman Sachs, Merril Lynch, Deutsche Bank, HSBC), le quali in parte hanno comprato direttamente i titoli greci, in parte li hanno piazzati ad altri acquirenti. Il tutto naturalmente in cambio di un rendimento (interesse sul debito) notevolmente elevato: 4,26 %. Per fare un raffronto i titoli italiani, grazie agli investimenti della BCE, sono oggi scambiati con un rendimento dello 0,80%.

Prima domanda: perché i creditori imperialisti sono tornati a comprare i titoli greci? Perché Tsipras si è sufficientemente prostrato in questi due anni a tutte le richieste degli strozzini della troika per guadagnarsi una medaglia di affidabilità. Seconda domanda: perché rendimenti tanto elevati sulle nuove emissioni? Perché il capitale finanziario conosce bene il collasso dell'economia greca (crollo del 25% del pil, debito al 180%) - prodotto della sua stessa rapina - e dunque si cautela (da perfetto strozzino) con alti interessi... a loro volta volàno di nuovo debito, in una spirale senza fine. L'unica cosa chiara è che a pagare il conto sono chiamati come sempre i lavoratori, i disoccupati, la popolazione povera di Grecia. Gli stessi che hanno retto sulle proprie spalle la bancarotta del capitalismo greco e gli effetti della crisi mondiale.

Mentre la sinistra riformista continua a benedire Tsipras, il Sole 24 Ore ha commentato con cinica soddisfazione: «...Un ex giovane comunista come Tsipras si è convertito dalla politica suicida di collisione con la UE alla stagione di austerità e riforme strutturali» (26 luglio). È un bilancio di verità: l'unico assoluto successo di Tsipras è il successo dei creditori imperialisti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il Primo maggio di Alexis Tsipras

Non c'è fine alle misure antipopolari del governo di Syriza in Grecia

2 Maggio 2017
Si era appena conclusa la manifestazione del Primo maggio ad Atene contro le politiche di austerità, quando il governo Tsipras, in piena notte, ha confezionato un nuovo accordo coi creditori strozzini all'insegna di ulteriori sacrifici: nuovo abbassamento del livello di esenzione fiscale (da 8.636 euro a 6.000), ulteriori tagli alle pensioni, altre privatizzazioni a partire dal settore dell'elettricità. In cambio di cosa? Di 7,4 miliardi di cosiddetti aiuti alla Grecia che servono a pagare... i creditori. Cioè i governi imperialisti europei e il capitale finanziario. Gli stessi che dettano, a proprio vantaggio, la politica del governo greco. Gli stessi che acquistano a prezzo di saldo beni e aziende pubbliche greche oggetto di privatizzazione.
Soddisfatti della nuova rapina ottenuta al tavolo negoziale con Tsipras, i governi europei e la BCE si rivolgono ora al Fondo Monetario Internazionale per coinvolgerlo pienamente in un nuovo programma di... "aiuti”. E il giro ricomincia.

Tsipras aveva solennemente giurato due mesi fa, all'apertura del nuovo negoziato, che non avrebbe “chiesto neppure un euro in più al popolo greco” (testuale). Due mesi dopo presenta i nuovi sacrifici come una vittoria per il fatto di aver ottenuto in cambio il permesso di elargire (nel 2018!) qualche aiuto caritatevole alle famiglie povere. Le stesse famiglie affamate nel frattempo dallo strozzinaggio dei creditori. Un'ipocrisia spudorata e senza fine.

Ma la sinistra riformista italiana, vecchia e nuova, continua a difendere Syriza e il governo greco. Nessuna meraviglia. Se il capitalismo è l'unico orizzonte possibile, non vi è alcuna alternativa alla miseria e a chi la governa, né in Grecia né altrove. Al di là degli esercizi retorici del Primo maggio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Contro l'Europa del capitale! Per l'Europa socialista!

assemblea pubblica nazionale del PCL

Roma, sabato 25 marzo ore 11:00, 

Via Cavour 50/A





La ricorrenza del sessantesimo anniversario dei trattati della CEE rappresenta l'ennesima scadenza intorno a cui si confrontano diverse prospettive e diversi orientamenti nell'arcipelago della sinistra sul tema dell'Europa.
Da un lato l'eterna litania diversamente declinata di una "Europa sociale e democratica" imperniata intorno alla proposta di "democratizzazione" dell'UE come leva di svolta sulle politiche sociali; dall'altro versante il nuovo slancio assunto da posizioni neosovraniste anche di sinistra, incentrate principalmente sull'uscita del capitalismo italiano dall'Euro come strumento di recupero della cosiddetta "sovranità nazionale" e di possibili nuove forme di redistribuzione della ricchezza.

Noi proponiamo una risposta diversa alla questione cruciale dell'Europa.
In primo luogo la speranza di una democratizzazione della UE è la ripetizione su scala continentale dell'illusione della riforma impossibile del capitalismo. Siamo da sempre contro l'Unione Europea. Una Unione di Stati capitalisti unicamente interessati a partecipare alla spartizione del mondo dopo la fine dell'URSS, nel nuovo mercato globale.
Ma la lotta contro l'Unione Europea può procedere da opposti versanti, politici e di classe, e mirare ad opposte prospettive.
Tutte le principali destre reazionarie continentali, dai Salvini alle Le Pen, cavalcano il sentimento antieuropeo, ma da un versante radicalmente opposto: una battaglia reazionaria che punta a far leva sulla crisi capitalista per costruire una soluzione reazionaria, in ogni Stato come sul piano continentale, senza per questo mettere in discussione, anzi proponendosi come continuatori delle politiche di rapina e dell'offensiva dominante contro i diritti sociali, sindacali e democratici del movimento operaio europeo come di tutti gli oppressi.

In una fase storica segnata dall'ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, col pieno di retorica nazionalista a coprire nuovi tagli ai diritti sociali e sindacali, ogni cedimento alle sirene del sovranismo e del nazionalismo, anche "di sinistra", rappresenta una vera e propria truffa: la borghesia in ogni Stato arruola i propri lavoratori contro i lavoratori di altri paesi, in una competizione mondiale di tutti contro tutti. I sacrifici che prima erano richiesti nel nome della globalizzazione e del libero scambio, ora sono invocati sempre più nel nome della Patria e della Nazione. Ma a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori. E a guadagnarci sono sempre gli stessi: i capitalisti e i loro profitti.

Il movimento operaio affronta questa fase di crisi profonda del capitalismo col peso sulle spalle della più profonda crisi storica della sua direzione politica. Il proletariato europeo ha a più riprese dato prova della sua disponibilità alla lotta, come mostrato chiaramente dall'enorme, generoso e prolungato sforzo di lotta prodotto dal proletariato greco o come ribadito dalla straordinaria mobilitazione di lavoratori e giovani francesi lo scorso anno contro la Loi travail del governo Hollande, sfidando lo stato di emergenza e lo stragismo fascioislamista; e più in generale come mostrato da ogni piccola e grande vertenza o mobilitazione che ha attraversato e attraversa i paesi del vecchio continente.

Ciò che invece è assente e da costruire è una direzione politica del movimento operaio che sappia dare a questa disponibilità, all'enorme forza ancora inespressa dalla classe operaia europea, una direzione rivoluzionaria, che sappia mettere le rivendicazioni transitorie al centro dell'agenda, che sappia porre la questione degli Stati uniti socialisti d'Europa. Per fare questo due ingredienti sono imprescindibili: l'indipendenza politica e programmatica tanto dall'UE quanto dalle borghesie nazionali, e la consapevolezza della centralità della questione del potere.

Solo un governo dei lavoratori, infatti, come espressione diretta del loro potere politico, può mettere veramente in discussione il capitalismo europeo e tutte le sue sovrastrutture politico-economiche, contro l'UE imperialista e contro ogni ripiegamento reazionario, diretta filiazione della crisi capitalistica mondiale.

Saremo anche noi a Roma, il 25 marzo, per riaffermare le ragioni di una soluzione classista e internazionalista alla crisi del capitalismo.


Per la costruzione di un partito internazionale della classe lavoratrice!

Per un governo dei lavoratori!

Per gli Stati uniti socialisti d'Europa!
Partito Comunista dei Lavoratori

Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

La solidarietà di Ferrero a Tsipras è la dimostrazione della comune natura traditrice dei riformisti

18 Febbraio 2017
«Tsipras non ha mai tradito», ha dichiarato testualmente Paolo Ferrero in una recente intervista al Manifesto. È la confermata fedeltà del gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista a quella Sinistra Europea che ha assunto Tsipras come propria bandiera.

Eppure la drammatica esperienza del governo Tsipras mostra una realtà capovolta. A due anni dalla sua formazione, a un anno e mezzo dalla sua capitolazione alla troika, il governo Syriza-Anel sta macinando giorno dopo giorno le peggiori politiche di rapina del capitale finanziario sulla pelle dei lavoratori greci. Come era facile prevedere, il memorandum del luglio 2015 si è rivelato un cappio al collo sempre più stretto per la popolazione povera. L'impegno ad onorare il pagamento del debito pubblico, in perfetta continuità con i governi precedenti, fa del governo Tsipras l'agenzia dei creditori della Grecia. Questi creditori hanno nome e cognome: sono in misura preponderante gli Stati imperialisti europei. La Germania detiene 60 miliardi del debito greco, la Francia 46 miliardi, l'Italia 40 miliardi. I 326 miliardi versati complessivamente dalla troika alla Grecia servono a riempire casse e portafogli di questi famelici creditori attraverso il pagamento di debito e interessi. Nel frattempo il debito pubblico greco è ormai salito a 180% del prodotto lordo (e secondo il FMI è destinato a crescere sino al 275% entro il 2060!).

Sulla Grecia si scaricano anche le contraddizioni interne al campo dei creditori. Il FMI dichiara da tempo che il debito greco è ormai «insostenibile», e propone a UE e BCE una sua ristrutturazione (cancellazione dei crediti inesigibili in cambio di una stretta ulteriore del rigore). Ma gli Stati europei creditori (Germania, Francia, Italia) non hanno alcuna intenzione di tagliare le proprie quote di credito, a detrimento delle proprie casse e delle proprie banche, tanto più alla vigilia di elezioni politiche interne delicatissime. Al tempo stesso sono terrorizzati dall'idea che il FMI possa lasciarli soli sul fronte greco. Ecco allora la “soluzione”. Per mostrare al FMI che il debito pubblico greco è nonostante tutto rimborsabile, chiedono a Tsipras un supplemento di rapina: gli chiedono di portare l'avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) al 3,7% del prodotto lordo, a fronte di una economia che nel 2016 è “cresciuta” dello 0,3%. Come? Attraverso altri quattro miliardi di tagli sociali (ancora sulle pensioni) e di tasse sui consumi (a scapito dei salari). Nei fatti chiedono un nuovo colpo alle masse popolari, già stremate da sacrifici senza fine.

E Tsipras? Tsipras obbedisce, negoziando come sempre il piano degli strozzini. Certo, lamenta che «si sta giocando col fuoco». Ma solo per ricordare ai creditori che è nel loro interesse che il debitore non tiri le cuoia. È un punto sensibile. Tsipras governa ormai con una maggioranza parlamentare di soli tre voti di scarto. I sondaggi danno Syriza al 17%, un consenso più che dimezzato dopo un anno e mezzo di gestione dell'austerità. La destra di Nuova Democrazia, attorno al suo nuovo leader Kyriakos Mitsotakis, è data al 34%, misura di una ripresa rapidissima grazie alla capitalizzazione reazionaria del malcontento sociale, mentre Alba Dorata spera di incassare l'onda del lepenismo francese. All'interno di Syriza e dei suoi gruppi parlamentari lo spettro di una disfatta annunciata apre manovre e conflitti.
Tsipras cerca disperatamente di sfuggire al disastro della propria esperienza politica. Supplica i creditori di rinnovargli fiducia dopo la dimostrazione eroica di fedeltà alla troika. Usa la svolta Trump per rammentare al governo tedesco che è suo interesse salvaguardare l'unità della UE contro le spinte nazionaliste e protezioniste. Si offre come cortigiano delle socialdemocrazie europee, per cercare di incassarne benemerenze e favori. Chiede insomma al capitale finanziario e ai suoi governi di lasciargli uno spazio residuo di sopravvivenza.
Di certo, conferma anche per questa via di aver rotto da tempo con quella base di massa, giovanile e proletaria, che due anni fa ne aveva sospinto l'ascesa e che il governo ha svenduto alla troika.

Il fatto che Paolo Ferrero - ex ministro di un imperialismo creditore - continui inossidabile a garantire per Tsipras, conferma solamente la solidarietà dei riformismi al di là delle frontiere, attorno al proprio unico motto comune: dalla parte borghesia, ieri, oggi, domani.
Partito Comunista dei Lavoratori

L’incessante capitolazione di Tsipras: la versione ellenica della Buona Scuola

Fianco a fianco degli studenti greci, resistere alle imposizioni della troika, costruire un’alternativa socialista


Dopo essere riuscito alla fine di settembre a far approvare la privatizzazione delle municipalizzate dell'acqua potabile di Atene e Salonicco, il governo Tsipras prosegue imperterrito ad eseguire gli ordini della troika arrivando in questi giorni a proporre una riforma della scuola dai contenuti fortemente classisti, una vera e propria Buona Scuola in salsa greca che richiama nei suoi scopi fin troppo da vicino l'atroce riforma Renzi-Giannini.

Le due riforme condividono infatti l'obbiettivo di piegare l'educazione all'impresa, di aggravare la mercificazione dell'istruzione, e in conclusione di annientare definitivamente l'idea di un sistema educativo democratico, pubblico e di massa attraverso la retorica tossica della meritocrazia.
Nella Buona Scuola renziana questa logica si è principalmente abbattuta sugli insegnanti, per mezzo del concentramento smisurato di poteri nelle mani del dirigente scolastico, della differenziazione salariale dei docenti e della loro gerarchizzazione attraverso l'inserimento di diversi ruoli e funzioni, della chiamata diretta, del tagli del personale ATA, dell'esternalizzazione dei servizi a cooperative ed enti privati; il tutto condito dalle immancabili regalie alle scuole private in forma di defiscalizzazione delle tasse di iscrizione e dell'apertura all'ingresso di fondi privati in tutti gli istituti.

La versione di Tsipras della Buona Scuola amplifica brutalmente la natura classista della scuola colpendo direttamente la vita quotidiana degli studenti e il modo in cui vivono il percorso formativo, proponendo di vincolare l'accesso all'università al superamento di test specifici per i licei, l'inserimento di esami intermedi nel percorso delle scuole superiori, al servizio della logica della differenziazione dei titoli di studio, concepiti ormai alla stregua di curricula professionali.

Nell'una come nell'altra riforma, immancabile è la proposta dell'alternanza scuola-lavoro, che la terminologia eufemistica di Tsipras ha tradotto in “attività sociali”.

Essere uno studente nelle scuole dell'Europa travolta dalla crisi capitalista significa doversi confrontare quotidianamente con le discriminazioni classiste.

Anche in Italia, anche prima della Buona Scuola, la valutazione degli studenti era già piegata ad una logica di merito incentrata sul rispetto di determinati requisiti: il mantenimento di una media voto, la frequenza, il comportamento corretto, il superamento di test.
Questi metri di valutazione partono inevitabilmente da basi del tutto diseguali: il ceto d'appartenenza, l'estrazione familiare, la provenienza, sono elementi che incidono sull'approccio e sui modi d'apprendimento degli studenti. Nel contesto della crisi generale del capitalismo che si esprime nella contrazione dei salari, nella venuta meno di tutele di tipo welfaristico, nel caro libri, nell'aumento dei costi di spostamento e nella perdita in qualche modo anche di razionalità del sistema del trasporto; nelle diverse prospettive che diversi tipi di scuole sono in grado di offrire materialmente e nell'immaginario delle famiglie e degli studenti, risulta evidente come il concetto di meritocrazia sia solo la foglie di fico dietro cui nascondere le disuguaglianze, lo sfruttamento, la logica della produttività e quella della professionalizzazione dell'educazione.
La Buona Scuola di Tsipras interviene in questo ambito senza fronzoli e abbellimenti, senza nemmeno tentare di mascherare la natura classista e ingiusta del progetto generale a cui fa riferimento, proponendo una demarcazione forte tra scuole per i figli delle classi popolari e scuole per le classi dirigenti e padronali, e prospettando ulteriori paletti anche nella differenziazione meritocratica e classista tra singoli studenti all'interno delle medesime scuole.

Alla Buona Scuola di Renzi si è opposto un grande movimento di lavoratori della scuola, con il più grande sciopero di categoria della storia repubblicana. Quel movimento non ha trovato la solidarietà di un movimento studentesco e la disponibilità immediata di cui aveva disperato bisogno per generalizzarsi.
Oggi gli studenti greci si sono mobilitati contro la Buona Scuola di Tsipras.
Nei giorni della vittoria di Donald Trump alle elezioni americane è un fatto politico molto importante. In una fase caratterizzata dall'avanzata di movimenti populisti e reazionari, capaci di conquistare e abbagliare importanti settori popolari e di classe, la sinistra politica internazionale è da un lato ancora incatenata alle sue illusioni riformiste, malgrado la tragedia greca di Tsipras si sforzi ogni giorno di essere d'esempio nel mostrare non solo l'impossibilità di fatto di ogni tipo di riforma del capitalismo, ma anche l'inevitabile capitolazione ai padroni e ai potenti di chi di questo tipo di illusioni riformiste rimane prigioniero. Dall'altro, perennemente tentata di accodarsi ai movimenti populisti confusi, interclassisti e in certi casi apertamente reazionari, come drammaticamente testimoniato dall'apertura di credito o dall'aperta capitolazione di buona parte della sinistra in Italia al Movimento 5 Stelle o in Spagna a Podemos.

La disponibilità alla lotta, alla mobilitazione, all'investimento in parole d'ordine progressive, in completa controtendenza di fase, sono il dato oggettivo che è stato ripetutamente confermato negli anni scorsi dalla lotta contro la Legge El Khomri dei lavoratori francesi, dalla condensazione delle lotte salariali, sociali e giovanili negli Stati Uniti nei 13 milioni alle primarie per Sanders (poi svenduta dallo stesso con la sua capitolazione alla Clinton), dalla stessa lotta dei docenti contro la riforma Renzi-Giannini, e da ultimo anche dalle lotte che in Grecia si stanno lentamente e faticosamente riorganizzando dopo il tradimento di Tsipras.

Contro ogni illusione riformista e ogni capitolazione all'interclassismo dei movimenti reazionari e populisti, è compito dei rivoluzionari tenere dritta la barra sulla forza della classe degli sfruttati, degli oppressi, dei lavoratori.
Nella fase che stiamo conoscendo, le vecchie forme di potere politico hanno cominciato a sgretolarsi, e mai come oggi l'alternativa tra socialismo e barbarie si fa più pressante.
Solo l'aperta costruzione dell'alternativa socialista può dare a milioni e milioni di sfruttati uno sbocco progressivo. La strada da percorrere per questo progetto è quella della costruzione del partito internazionale della rivoluzione, che non ceda di un millimetro al compromesso con i partiti del potere e della borghesia, né dal versante riformista né da quello populista. Che abbia al centro della sua agenda un governo dei lavoratori come espressione diretta del loro potere politico, l'unico governo che può far piazza pulita dei privilegi, delle diseguaglianze, dello sfruttamento, delle privatizzazioni dell'acqua e delle varie Buone Scuole.
Partito Comunista dei Lavoratori

Tsipras privatizza l'acqua

Non c'è limite al peggio. Il 28 settembre il governo Tsipras ha ottenuto il via libera del Parlamento (152 voti a favore, 141 contrari) per la privatizzazione delle municipalizzate dell'acqua potabile di Atene e Salonicco. Era una delle tante condizioni poste dai creditori strozzini per dare al governo greco l'ennesima tranche di “aiuto” di 2,8 miliardi di euro. La privatizzazione dell'acqua serve in altri termini per pagare i creditori.
Non è tutto. I creditori hanno ottenuto da Tsipras la presidenza del nuovo fondo privato in cui confluiranno le società oggetto di privatizzazione (EESP): il presidente del fondo sarà infatti il francese Jacques Le Pape, già assistente di Christine Lagarde (attuale direttore generale del FMI) ed ex ministro delle finanze francese. L'accordo tra Tsipras e creditori prevede che il Fondo controllerà le aziende dell'acqua potabile per 99 anni.
Naturalmente la privatizzazione comporterà licenziamenti e peggioramento delle condizioni dei lavoratori coinvolti. Per questo sotto il Parlamento, nel giorno delle votazioni, hanno sfilato migliaia di lavoratori con cartelli di protesta piuttosto eloquenti: ”Ora venderete anche l'Acropoli!”. George Sinioris, capo dei lavoratori dell'azienda di acqua potabile ha dichiarato: "Stanno svendendo la ricchezza e la sovranità della nazione”.
Alle sinistre italiane che continuano imperterrite a sostenere Tsipras chiediamo semplicemente: “Sino a quando?”. L'esperienza dei fatti dimostra una volta di più il clamoroso fallimento del riformismo. Solo una prospettiva di rottura rivoluzionaria può liberare gli sfruttati dalla dittatura del capitale. In Grecia e in tutta Europa.


LE PROMESSE E I FATTI : 
dal sito SEL 2014

http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/limpegno-di-alexis-tsipras-se-eletto-lacqua-in-europa-sara-un-bene-comune-non-privatizzabile/ 

21 marzo 2014 / ALEXIS TSIPRAS
L’impegno di Alexis Tsipras: «Se eletto l’acqua in Europa sarà un bene comune non privatizzabile»

"L’Acqua è il bene più necessario alla vita. L’accesso all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari sono beni critici per la salute umana e per la vita. Per questo sono definiti dei diritti umani, e i diritti umani non sono merce e quindi non commerciabili. Per questo i servizi come l’acqua e igienico-sanitari non possono essere liberalizzati.

Abbiamo bisogno di un forte impegno giuridico da parte della commissione europea su questo tema. Mentre ci avvicinano alle elezioni europee di maggio, la commissione ha ipocritamente abbracciato queste istanze popolari, mentre la Troika in Portogallo e in Grecia costringe alla privatizzazione di questi beni contro il volere dei propri cittadini. Per questo il voto di maggio è critico. Perché plasmerà per il futuro la qualità delle nostre vite.

Se sarò eletto presidente della Commissione Europea mi impegno a ad assumere l’iniziativa dei cittadini europei per il diritto all’acqua e farla inserire nella legislazione europea. Sia l’Unione europea che i singoli Stati saranno obbligati ad assicurare che tutti potranno godere del diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari forniti da un servizio pubblico e dalle municipalizzate.

La legislazione europea dovrà escludere l’acqua e i servizi igienico sanitari dal mercato e l’acqua dagli accordi commerciali. Ed infine la Commissione Europea garantirà legalmente che la distribuzione dell’acqua e e gestione delle acque reflue restino un servizio pubblico. Questo è l’impegno che la Sinistra Europea e che io mi assumo davanti ai cittadini europei."
Partito Comunista dei Lavoratori

La "vittoria" di chi?

Alexis Tsipras ha vinto clamorosamente la propria scommessa. Ha voluto precipitare le elezioni per capitalizzare la popolarità della propria figura e salvarsi dal fallimento della propria politica. Prima che le masse potessero verificare sulla propria pelle i costi sociali del Memorandum siglato. L'operazione è riuscita oltre ogni previsione. Syriza ha conservato quasi immutata la propria percentuale di voto. Unità popolare ha fallito l'approdo in Parlamento. Tsipras può rifare un governo fotocopia a braccetto col partito reazionario di Anel ( con un abbraccio a Kammenos esibito subito sul podio) disponendo di un gruppo parlamentare più disciplinato. Più disciplinato.. a cosa? Naturalmente al rispetto del terribile piano di austerità e sacrifici dettato dai creditori e sottoscritto da Tsipras.

I Vendola, i Ferrero, gli Iglesias, che oggi plaudono entusiasti all'amico Alexis, sperando di racimolare qualche voto in casa, si trovano in curiosa compagnia. “La vittoria di Syriza rassicura le Borse” recita La Repubblica, guardando i listini festanti. Non è un caso. I circoli capitalistici europei, senza eccezione, salutano positivamente la vittoria di Tsipras. Junker si congratula col vincitore. Hollande brinda al successo di Syriza, nel nome della “sinistra europea” e della “stabilità europea”. Persino il Presidente della commissione esteri del Bundestag (Norbert Roettgen) , protesi di Merkel, giudica “molto positivo” il risultato greco: “Tsipras primo, Nea Demokratia secondo, hanno creato un saldo bipolarismo” dichiara compiaciuto. Il Corriere della Sera (di Banca Intesa) saluta la nuova stagione di “continuità e stabilità” che il voto greco propone “alla Grecia e all'Europa”.

Proprio così. “Continuità e stabilità”: questo cercava e cerca il capitale finanziario in Grecia. Il trionfo di Syriza del 25 Gennaio, sottoprodotto di una lunga stagione di lotte sociali, lo inquietava. I circoli dominanti conoscevano naturalmente la volontà compromissoria di Tsipras, già esibita e promessa in mille conciliaboli, ma temevano la sua difficoltà di subordinare al compromesso le grandi masse e di disciplinare un partito riottoso. La vittoria di Tsipras il 20 Settembre, dopo la certificazione del Memorandum, ha una valenza del tutto diversa. È il miglior risultato che il capitale finanziario potesse attendersi. Paradossalmente un successo di “Nuova Democrazia” ai danni di Syriza avrebbe potuto introdurre - quello sì - una nuova stagione di convulsioni politiche: con una Syriza costretta all'opposizione, un nuovo spazio di ripresa dell'opposizione di massa, un quadro politico basato nuovamente sulla fragilità di vecchi partiti screditati. Invece l'attuale successo di Tsipras, con una percentuale piena, un gruppo parlamentare omogeneo, l'eliminazione dal Parlamento stesso dei suoi contestatori a sinistra, configura un baricentro politico e istituzionale stabile. La risicata maggioranza parlamentare non preoccupa, perchè tutti i partiti borghesi di “opposizione” si sono impegnati a continuare a votare a fianco di Tsipras le misure lacrime e sangue contro i lavoratori greci. E del resto chi meglio di Alexis, col suo comprovato carisma, potrebbe fare da calmiere della rabbia sociale che l'applicazione pratica di quelle misure innescherà presso i settori di massa colpiti?

Ma coloro che parlano di “partita finita”in Grecia, confondono la realtà coi propri desideri.
Certo, Tsipras ha oggi capitalizzato elettoralmente la popolarità della propria immagine e la stanchezza di un popolo stremato. Ha perso mezzo milione di voti verso sinistra o verso un'astensione sfiduciata, ma ha raccolto l'essenziale. “Ho capito che non ci sarà da attendersi molto per il futuro, ma è meglio mettere alla prova questo giovane onesto che affidarsi nuovamente alle vecchie cariatidi corrotte del passato”: così ha ragionato grosso modo il lavoratore greco che ha votato per Tsipras. “Unità popolare”, col suo messaggio riformista nazionalista pro dracma, gli è apparsa un'improvvisazione poco credibile. La sinistra rivoluzionaria era ai suoi occhi troppo debole. Una massa stanca dopo otto anni di lotte, si è dunque affidata a Tsipras più che al suo partito e alla sua politica. E Tsipras investirà questo affidamento popolare in una stabilizzazione del proprio governo, con un probabile successo immediato, a beneficio dei creditori. Ma la ruota della storia non cessa mai di girare. Già i prossimi mesi scandiranno, uno dopo l'altro, tutte le voci del memorandum: a ottobre sarà varato l'aumento dell'età pensionabile, poi scatterà la eliminazione dei sussidi per le pensioni più povere, poi verrà l'aumento di prezzo dei beni alimentari, poi inizierà il grande rilancio delle privatizzazioni a vantaggio dei creditori strozzini che compreranno la Grecia a prezzi di saldo, poi..Quattro anni di austerità sono lunghi. Tanto più lunghi per un popolo ridotto all'indigenza e per una economia già collassata ( quasi - 30% di PIL in otto anni). Le resistenze sociali riprenderanno. L'immagine di Tsipras scolorerà, in un lungo inevitabile logoramento. Nuovi varchi si allargheranno, prima o poi, per il rilancio dell'opposizione di massa. Ogni fatto o esperienza, piccola o grande, proverà che l'unica soluzione vera, l'unica vera alternativa per i lavoratori greci, o è anticapitalista o non è. Mentre il consolidamento di Alba Dorata a destra ricorda che una mancata alternativa anticapitalista può aprire varchi alla peggiore reazione.
Il problema di fondo si ripresenterà dunque immutato: come costruire un partito rivoluzionario all'altezza di questa verità. I nostri compagni greci di EEK (Partito operaio rivoluzionario) saranno in prima fila nella costruzione di questa impresa. L'unica che può dare un futuro ai lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

FESTA RIVOLUZIONARIA 11 E 12 SETTEMBRE


Programma

Venerdì 11/09 ore 21: Fabbrica, scuola, casa - prospettive delle lotte sociali nel bolognese con operai della Titan, insegnanti e inquilini del comitato di via Gandusio.

A seguire concerto de
L' Ondes

Sabato 12/09 ore 21:
La lotta di classe in Grecia - con Tiziana Mantovani dell'Esecutivo nazionale del PCL.

A seguire concerto dei Fitzroy (Matteo Iamarrone) e Cigarilla Disonasty

Tutti i giorni dalle 19:
cucina, bar, libreria 

La festa si terrà al circolo Iqbal Masih, in via dei Lapidari 13L: per chi viene da fuori, prendere l'uscita 6 della tangenziale di Bologna; via dei Lapidari è una traversa di via dell'Arcoveggio, non distante dalla tangenziale. 

La lezione storica di un fallimento riformista - articolo di Marco Ferrando

9 Agosto 2015

La vicenda greca rappresenta uno spartiacque nella sinistra europea. L'intera impostazione di Syriza si era basata su un presupposto falso e fallimentare in partenza: quello della logica del negoziato e del compromesso fra debitore e creditore. Ma il capitalismo reale si è vendicato brutalmente di ogni illusione. Ancora una volta, si riconferma la necessità vitale di un programma e di una direzione rivoluzionari per la classe operaia greca ed internazionale.

La vicenda greca rappresenta uno spartiacque nella sinistra europea. L'accordo tra Tsipras e creditori contro la classe operaia e la popolazione povera della Grecia ha spiazzato le correnti riformiste e centriste della sinistra. Le prime (Sinistra Europea) avevano assunto Tsipras a propria bandiera di rilancio attorno al mito sempreverde di un possibile compromesso progressivo keynesiano tra capitale e lavoro. Le seconde (la maggioranza del NPA francese) avevano definito Syriza come “un riformismo di tipo nuovo” capace di guidare una “alternativa democratica all'austerità” senza rottura col capitalismo. Dopo il trauma imprevisto, le une e le altre cercano una spiegazione consolatoria. I dirigenti riformisti che avevano cercato in Syriza la propria salvezza, spiegano la capitolazione di Syriza come il prodotto della “insufficienza” della mobilitazione solidale in Europa: è il modo di assolvere Syriza e cercare di salvare il proprio investimento politico, sperando che passi in fretta la nottata. In campo centrista e in alcune aree movimentiste proliferano le razionalizzazioni più disparate. Ultime, quelle (1) che rimuovono di fatto la capitolazione di Syriza nel nome dell'immaturità delle masse per la rivoluzione e della necessaria pazienza della storia. Proprio come alcuni ambienti centristi giustificarono negli anni '30 la tragedia spagnola, assolvendo il ruolo delle direzioni.



In realtà scaricare sull'immaturità delle masse il tradimento delle loro direzioni è il peggiore servizio che si possa rendere alle masse stesse, e proprio sul terreno essenziale della maturazione della loro coscienza politica. Forse può essere utile a chi cerca scusanti per continuare a rimuovere dal proprio campo di lavoro la costruzione del partito rivoluzionario, nel proprio paese e su scala internazionale. Ma per chi cerca seriamente la via della rivoluzione il nodo della direzione politica è strategicamente il nodo decisivo.



Per questo è utile ricostruire alcuni tratti della parabola di Syriza, alla luce della sua natura riformista, ripercorrendo l'esperienza del governo Tsipras. Fuori da ogni suo abbellimento, e contro ogni falsa mitologia “giustificativa”.






LA RICERCA DI UNA LEGITTIMAZIONE PREVENTIVA



Syriza (quale “coalizione della sinistra radicale”) nacque formalmente nel 2004 attorno ad un programma classicamente riformista, ereditato dalla tradizione del Partito Comunista “dell'interno” e di Synaspismos. Un programma che contestava le politiche di austerità e rivendicava una riforma sociale della Grecia dentro il quadro di una riforma democratica dell'Unione Europea.



È significativo che l'ascesa di Syriza verso il governo, sospinta dalle lotte di massa, abbia coinciso con lo stemperamento progressivo di questo stesso programma in direzione di una sua riformulazione sempre più moderata.



Il congresso fondativo di Syriza come partito nel 2013 abbandonava la parola d'ordine “nessun sacrificio per l'euro, prima la società” - che aveva rappresentato il cuore della campagna elettorale del 2012 - a favore di un “piano di ricostruzione nazionale” greca rivolto “a tutte le classi vitali della società”. Un ostentato ecumenismo interclassista che tuttavia preservava ancora formalmente “la sospensione del pagamento del debito sino a quando il PIL del paese non sarà ritornato a crescere” e la rivendicazione della “nazionalizzazione delle banche”.



Tra il congresso del 2013 e la vittoria elettorale del gennaio del 2015, la maggioranza dirigente del partito si dedicò ad una ulteriore ripulitura del programma. La rivendicazione della nazionalizzazione delle banche veniva abrogata. La “sospensione del pagamento del debito” si trasformava nella richiesta della “negoziazione del debito”. Più in generale Tsipras apriva una autentica campagna di propria legittimazione preventiva agli occhi delle classi dominanti, in Grecia e in Europa.



In Grecia Tsipras si rivolse direttamente agli ambienti della borghesia, sviluppando in forma concentrata la propria apertura interclassista. La Confindustria greca (SEV) fu invitata a rompere i rapporti tradizionali coi vecchi partiti dominanti e a scegliere la prospettiva di un governo Syriza per meglio tutelare i propri interessi e potenzialità. La proposta rivolta agli industriali era quella di liberarsi dei costi della corruzione e di scegliere la via della modernizzazione capitalista, a partire dal rilancio delle esportazioni, in particolare nel settore agroalimentare: «Magari pagherete qualche imposta in più ma avrete la certezza di una amministrazione pubblica efficiente ed affidabile. Non ci sarà bisogno di ricorrere al sostegno dei politici per conquistare i mercati. Li conquisterete anche all'esterno, grazie alla vostra credibilità e al vostro valore». Questa pubblica lode alle potenzialità di successo del capitalismo greco sul mercato mondiale, dentro la grande stagnazione, era ed è, per usare un eufemismo, alquanto dubbia. Tanto più a fronte della catastrofica depressione dell'economia greca negli anni della grande crisi (-25% del PIL) e dell'ulteriore arretramento strutturale in essa del settore industriale, già debolissimo. Ma proprio per questo l'esaltazione propagandistica da parte di Tsipras delle future sorti del capitalismo greco acquisiva un significato tutto politico: il gruppo dirigente di Syriza si candidava a governare a braccetto con la borghesia greca, non contro di essa.



Non meno significativa, in questo contesto, l'apertura ostentata di Tsipras alla Chiesa ortodossa, componente tradizionale del blocco dominante in Grecia. Nell'agosto 2014 il segretario di Syriza si recava in visita al Monte Athos, repubblica monastica in Macedonia, di antichissima tradizione (già omaggiata peraltro nel 1995 dai dirigenti del KKE stalinista). «Quando ti trovi di fronte a questi monasteri non importa se sei credente o no. Entri comunque in comunicazione con la divinità», dichiarava solennemente Tsipras alle telecamere. Non si trattava solamente di una dichiarazione pubblica di (improbabile) conversione religiosa a fini elettorali. Si trattava anche e soprattutto di un messaggio politico a ben precisi interessi: significava dire che il governo Syriza avrebbe rispettato lo storico privilegio delle esenzioni fiscali per le attività produttive dentro il Monte Athos. Infatti, quando il famigerato governo Samaras presentò, poche settimane dopo, la legge di conferma delle esenzioni del clero, sia i deputati di Syriza che del KKE scelsero l'astensione. Cioè la silenziosa condivisione. Tsipras si candidava dunque a governare a braccetto della Chiesa ortodossa, non contro i suoi privilegi.



Parallelamente, sul piano politico, la stessa rivendicazione di un “governo di sinistra”, assunta al congresso del 2013, sfumava progressivamente in direzione di una prospettiva di «ampia alleanza democratica, radicale e progressista, di forze politiche e sociali». In particolare Tsipras apriva al centro dello schieramento politico: «Non dobbiamo lasciare al centro, che nel nostro caso è l'area di centrosinistra, alcuno spazio per la sua ricostruzione. La maniera migliore per cadere nella trappola del centrosinistra è assumere un atteggiamento di chiusura: non volere nessuno, non dialogare con nessuno, chiudere le proprie porte... Al contrario dobbiamo instaurare alleanze in ogni direzione» (Tsipras al CC di Syriza del giugno 2014). Allearsi in ogni direzione significò innanzitutto incorporare direttamente all'interno di Syriza settori provenienti dal centro politico greco. L'”apertura delle porte” fu praticata in particolare in direzione del personale dirigente centrale e periferico del PASOK in disarmo, desideroso di ricollocazione. Era un ulteriore segnale di accomodamento verso quegli interessi dominanti che con tali ambienti avevano intrattenuto lunghe relazioni di familiarità. E non a caso incontrò forti resistenze all'interno di Syriza.



Ma la ricerca di legittimazione preventiva si estese al campo internazionale.



Nell'anno che ha preceduto il proprio accesso al governo, Tsipras ha realizzato su questo terreno una strategia di relazioni a tutto campo. Molto spregiudicata.



L'imperialismo USA ha rappresentato un primo interlocutore d'eccezione. Non appena la parabola elettorale ascendente candidò Syriza ad una prospettiva di governo, la diplomazia USA pensò bene di tastare il polso al nuovo partito. Non a caso l'incaricato d'affari statunitense presenziò in prima fila al congresso di Syriza del 2013. Tsipras ripagò l'attenzione. Nel gennaio del 2013 alla Columbia University, nel novembre del 2013 all'Università di Austin in Texas, il segretario di Syriza scelse la linea del pubblico elogio dell'amministrazione americana assumendola a modello di riferimento: «Nel suo discorso di insediamento il Presidente Obama ha posto al centro della sua politica il sostegno della classe media e dei più svantaggiati. C'è un orientamento tutto sommato progressista, proprio mentre dall'altra parte dell'Atlantico dominano posizioni conservatrici... Passeggiando per strada qui non si riscontra quel senso di depressione che purtroppo vive attualmente il mio paese». Salutare il salvataggio statale dei banchieri e dei capitalisti americani come “progressista” non significava solo scavalcare a destra gli ambienti più insoddisfatti del progressismo democratico americano, ma anche cercare di cavalcare l'interesse USA ad una politica più espansiva nella UE (in funzione delle esportazioni americane) nella prospettiva del proprio negoziato con la UE. Di certo significava fugare ogni dubbio sullo “spirito di responsabilità” di un eventuale governo Syriza: «C'è qualcuno qui che teme la sinistra greca?... Gli allarmisti vi diranno che quando il nostro partito assumerà responsabilità di governo straccerà l'accordo di credito con l'Unione Europea e il FMI, farà uscire il paese dall'Eurozona, danneggerà i legami con l'Occidente civile... Questo è allarmismo della peggior specie. Il mio partito non vuole nulla di tutto ciò...». Come tutti gli aspiranti di governo della sinistra europea nell'intero arco del dopoguerra, anche Tsipras versava l'obolo rassicurante della propria fedeltà all'imperialismo USA e alle sue alleanze internazionali. Non a caso l'obiettivo dell'uscita della Grecia dalla Nato, ancora formalmente presente nel programma di Syriza al congresso del 2013, fu prontamente cancellato. L'”Occidente civile” poteva dormire sonni tranquilli.



Ma è soprattutto nella UE che la strategia della legittimazione preventiva si dispiegò con grande intensità. Lungo tutto il 2014 il segretario di Syriza ha sviluppato una fitta rete di relazioni politiche e diplomatiche con gli ambienti dominanti della UE e con gli stessi ambienti confindustriali e finanziari, finalizzate a rassicurare i suoi interlocutori circa le intenzioni e i programmi del proprio futuro possibile governo. Tsipras si è presentato al convegno di Cernobbio dei capitalisti e banchieri italiani. Si è presentato alla Borsa di Londra, cuore della City. Ha chiesto udienza presso il gruppo parlamentare liberaldemocratico europeo. Ha interloquito con l'intero stato maggiore della socialdemocrazia continentale. Ha incontrato tutti i capi di governo degli Stati creditori della Grecia, nessuno escluso. A tutti ha offerto rassicurazioni. A tutti ha presentato la propria proposta centrale di compromesso col capitalismo europeo: la proposta di ulteriore ristrutturazione del debito pubblico greco combinata con la garanzia del pagamento del debito ai creditori. La motivazione fu esplicitamente formulata proprio in Italia durante un'apposita conferenza stampa a Roma: «solo riducendo il debito, i creditori saranno sicuri che sul debito restante saranno ripagati». L'argomento non poteva essere più chiaro. Syriza presentava la propria proposta come soluzione vantaggiosa per il capitale finanziario: se il capitale finanziario europeo vuole evitare di essere travolto dalla crisi greca allenti un po' la stretta del cappio. Solo un debitore sopravvissuto sarà in grado di continuare a pagare i propri strozzini. Parallelamente Tsipras lanciava la propria proposta di una Conferenza europea sul debito pubblico per una soluzione continentale della questione del debito. L'idea era quella di incunearsi nelle contraddizioni interne al capitalismo europeo e internazionale per favorire un accordo vantaggioso sul debito greco. Lo sguardo era rivolto in particolare ai governi francese e italiano in funzione di un comune controbilanciamento dell'egemonia tedesca. Non a caso Tsipras lodò pubblicamente il governo Hollande quando esso decise di non rispettare nel 2014 il limite del 3% nel rapporto deficit/PIL, così come lodò pubblicamente il governo Renzi, giudicando “interessanti” i suoi interrogativi sul futuro della UE. I governi (antioperai) di due paesi imperialisti (e creditori della Grecia) furono presentati ai lavoratori greci come possibili alleati per una soluzione “onesta” sul debito. Del resto «se fu condonato il 60% del debito tedesco nella Conferenza storica di Londra del 1953, perché non si dovrebbe arrivare nel comune interesse ad una ristrutturazione concordata del debito greco nel 2015?». Tsipras presentò questa idea non solo come soluzione equa della crisi greca ma come leva di un cambiamento di fondo della Unione Europea. In altri termini il segretario di Syriza pensava che il “compromesso onorevole” sul debito greco sarebbe stato obbligato per i creditori, quale condizione della stessa sopravvivenza dell'eurozona; e che a sua volta quel compromesso sul debito avrebbe aperto la via alla ridefinizione dei Trattati della UE. La via greca alla riforma sociale e democratica della UE fu salutata da tutta la sinistra europea come la via maestra finalmente scoperta del riformismo continentale. La candidatura di Tsipras a Presidente del Parlamento europeo da parte di Sinistra Europea nelle elezioni del 2014 coronò la nuova suggestione.






DAL PROGRAMMA DI SALONICCO ALLA PROVA DEL GOVERNO



Intanto, sul versante greco, la preparazione della scadenza decisiva delle elezioni politiche del gennaio 2015 fu accompagnata dalla presentazione del nuovo programma elettorale di Syriza. La sua definizione non si presentava facile. Da un lato esso doveva onorare o non contraddire le rassicurazioni preventive di Tsipras alla borghesia greca ed internazionale circa l'accettazione senza riserve del quadro capitalista e della UE. Dall'altro lato doveva motivare il voto a sinistra come voto di svolta agli occhi di una popolazione povera annientata dalle politiche criminali di austerità dei famigerati memorandum imposti dai governi precedenti. La soluzione escogitata per quadrare il cerchio fu quella di un programma minimo di riforme sociali e interventi umanitari. Si trattava del cosiddetto programma di Salonicco, presentato presso la Fiera Internazionale della città il 13 settembre 2014. Dare corrente elettrica a 300.000 famiglie sotto la soglia della povertà e fornire loro buoni pasto; dare una casa a 25.000 famiglie attraverso l'utilizzo di immobili vuoti e abbandonati; ripristinare l'assistenza sanitaria gratuita per tutti; abolire l'odiata tassa sugli immobili; ristrutturare i debiti interni dovuti al fisco; elevare il livello minimo dell'esenzione fiscale; aumentare il salario minimo da 430 euro a 750 euro; ripristinare la contrattazione collettiva nel pubblico impiego. Si trattava di un programma sufficientemente minimo da non interferire formalmente con la questione strategica dei rapporti di proprietà, del rispetto del debito pubblico, della collocazione internazionale della Grecia. Ma anche di un programma destinato ad apparire agli occhi dei lavoratori e della grande massa impoverita come promessa di svolta della propria condizione. Tsipras presentò quel programma come «l'insieme delle misure che siamo certi di poter realizzare», «l'impegno solenne che prendiamo di fronte al nostro popolo», la «linea rossa invalicabile» del nuovo governo. Nella sua visione si trattava di un programma realmente compatibile col compromesso onorevole col capitale . Nella visione del popolo si trattava della speranza finalmente offerta dopo una stagione di drammatiche privazioni.



La realtà spazzò via rapidamente l'illusione di entrambi.



Le elezioni politiche del 25 gennaio 2015 portarono Tsipras al governo. L'enorme polarizzazione a sinistra, combinata col crollo dei vecchi partiti borghesi, misurava la domanda di svolta. Il comizio notturno di Tsipras in una piazza Syntagma strapiena e festante, salutava il trionfo con parole impegnative: «Oggi è un giorno storico per il popolo greco. La tirannia dei memorandum è finita. La Troika è fuori dalla Grecia. Da oggi il popolo greco è libero di decidere del proprio destino. È una svolta per la Grecia e per l'Europa». L'intera sinistra europea applaudì incantata la solennità dell'annuncio, leggendovi l'occasione di un proprio riscatto continentale.



Ma la retorica della vittoria lasciò subito il posto a scelte politiche imbarazzanti.



Il 26 gennaio Tsipras annunciava un governo di coalizione col partito di destra xenofobo e omofobo Greci Indipendenti (ANEL). Poche settimane dopo proponeva e designava come nuovo Presidente della Repubblica un dirigente Prokopis Paulopoulos, della destra di Nuova Democrazia e già ministro degli interni. Si trattava dello stesso ministro degli interni della repressione di piazza della gioventù greca (2008), la stessa gioventù che aveva accompagnato Syriza al governo. Queste scelte non erano affatto imposte dai numeri parlamentari. Neppure l'alleanza di governo con la destra xenofoba. Sull'onda dello straordinario successo Syriza avrebbe potuto mettere alle strette il KKE, sfidandolo pubblicamente a un governo comune su un programma di rottura anticapitalista. Avrebbe persino potuto formare un governo di minoranza in Parlamento, mettendo il Parlamento e ogni deputato di fronte alle proprie responsabilità agli occhi dei lavoratori e del popolo. Soprattutto, e in ogni caso, avrebbe potuto organizzare nella società e nei luoghi di lavoro la grande forza popolare che l'aveva condotto al potere, facendone la propria potente base d'appoggio contro la resistenza della borghesia greca e l'apparato dello Stato. Ma nulla era più lontano dalla logica di Syriza che un governo dei lavoratori greci al servizio di una rivoluzione sociale.



Proprio le prime scelte compiute fotografavano infatti la prospettiva opposta. L'alleanza con ANEL (già negoziata dietro le quinte prima del voto e per questo immediatamente proclamata dopo il voto) non era semplicemente un atto di contraddizione plateale con un programma semplicemente democratico. Né solo l'annullamento di ogni confine o sembianza classista del governo, a favore di “un governo della nazione” (ciò che consentiva ai peggiori populismi reazionari di Europa di inquinare con la propria propaganda sovranista la vittoria di sinistra del 25 gennaio). Quell'alleanza era anche e soprattutto un atto di collaborazione con la borghesia greca. Fare ministro Kammenos, già ministro della marina mercantile, significava non-belligeranza verso gli armatori, la spina dorsale del capitalismo greco. Fare Kammenos ministro della difesa significava promettere collaborazione alle gerarchie militari, di cui ANEL è tradizionalmente protettore. Perciò stesso significava onorare l'impegno di fedeltà alla Nato. Questa alleanza avrà un costo sociale nei mesi successivi: 50 milioni spesi per acquistare aerei Lockheed, 500 milioni spesi per l'ammodernamento dell'Esercito, in piena crisi sociale e umanitaria.






IL PRIMO ACCORDO CON I CREDITORI. LA CADUTA DELLE ILLUSIONI



Ma è sul terreno centrale della politica economica e sociale che le promesse della vittoria evaporarono ben presto, una dopo l'altra.



Tsipras e Varoufakis si sedettero al tavolo dei creditori col bagaglio delle promesse elettorali e del “mandato popolare”. L'idea era quella di un negoziato con i governi creditori per un accordo politico: ristrutturazione del debito contro garanzia del suo pagamento. La prima ristrutturazione del debito (2012) aveva avuto come interlocutori le banche tedesche e francesi, grandi creditrici della Grecia. I famosi “aiuti” alla Grecia erano finiti nei loro portafogli, in cambio di sacrifici umilianti. Ma ora i principali creditori della Grecia erano gli Stati (Germania, Francia, Italia) cui le rispettive banche avevano per tempo ceduto i propri titoli greci (facendoci un ulteriore affare). Quindi i primi interlocutori del governo Syriza/ANEL erano i governi dei principali paesi capitalisti del continente. Se il negoziato è politico con interlocutori politici, lo spazio di accordo non è forse più ampio? Che interesse politico avrebbero i governi creditori a rompere con la Grecia e favorire un Grexit, col relativo rischio di una disgregazione dell'eurozona? Gli USA e la stessa Cina non premono forse a favore di un accordo? Del resto, i paesi debitori del Sud Europa, non avrebbero forse un proprio interesse a controbilanciare al tavolo negoziale le rigidità della Germania e del blocco nordico, a favore delle ragioni della Grecia? Così ragionava e sperava il gruppo dirigente di Syriza, e tutta Sinistra Europea a suo rimorchio. I misurati segnali diplomatici verso la Russia di Putin da parte di Tsipras portavano indirettamente sul tavolo negoziale un argomento geopolitico a favore dell'intesa europea. Nel frattempo il ministro delle finanze Varoufakis condivideva l'auspicato negoziato politico con la spiegazione tecnica di una possibile rifondazione dell'eurozona. La sua “Modesta proposta per superare la crisi dell'euro” - elaborata assieme a Stuart Holland e James Galbraith - propone che i debiti sovrani vengano garantiti sino al 60% del PIL di ciascun paese attraverso una “riserva federale” europea, impiegando i fondi così ottenuti per finanziare un programma di investimenti. Parallelamente, il debito greco di 330 miliardi dovrebbe essere ridotto di 100 miliardi circa (dal 175% al 120% del PIL), diluendolo con titoli a lunghissima scadenza o rimborsabili solo con una quota della “crescita”. Con l'innocenza cattedratica di puntiglioso economista, Varoufakis presentò questa proposta ai vertici negoziali, intrattenendo a lungo i suoi colleghi europei con eruditi (e snervanti) argomenti...



Ma il capitalismo reale si è vendicato brutalmente del capitalismo immaginario coltivato dai riformisti. I calcoli politici e i ragionamenti intellettuali non hanno trovato alcuno spazio al tavolo dei creditori . Al contrario, la realtà ne ha rovesciato gli stessi presupposti. Da ogni versante.



In primo luogo, la natura politica del negoziato chiamava in causa interessi contraddittori e compositi. Interessi economici: perché gli Stati creditori non avevano alcun interesse ad una ristrutturazione del debito greco a detrimento delle proprie casse, tanto più a fronte di opinioni pubbliche interclassiste aizzate dalla demagogia reazionaria populista contro “i greci nullafacenti e spendaccioni”. Interessi politici: perché gli Stati creditori non avevano alcun interesse a favorire un successo di immagine di Syriza che potesse trascinare la volata di Podemos in Spagna (segnata da un volume di debito pubblico enormemente più elevato) e processi di polarizzazione politica a sinistra in altri paesi. Certo esistevano ed esistono contraddizioni indubbie, politiche ed economiche, tra i capitalismi creditori della Grecia. Ma l'ingenua illusione che la composizione di quelle contraddizioni potesse tradursi in un favore alla Grecia era priva di fondamento. La Germania, dominus europeo e principale creditore, ha tenuto la barra dell'intransigenza negoziale, sino a legittimare alla fine la possibilità di una Grexit. Ciò che per la prima volta ha spalancato la porta di una possibile disgregazione della UE. La Francia, cofondatrice della UE, si è spesa in senso opposto, appoggiata dall'Italia, sia a difesa dell'Unione, sia a difesa del proprio spazio negoziale nell'Unione sul terreno delle proprie politiche di bilancio. Ma il compromesso finale tra Germania, Francia, Italia - i tre grandi paesi creditori - ha presentato il conto proprio alla Grecia. L'Unione Europea degli Stati imperialisti strozzini è stata (al momento) “salvata” grazie ad un cappio più stretto al collo del paese debitore. Già saccheggiato e affamato. La Merkel ha portato al Bundestag il trofeo politico dello strangolamento del governo greco, col plauso della SPD, a tutela del “rigore”. Hollande e Renzi hanno vantato a proprio merito la permanenza della Grecia nella UE grazie alla continuità garantita della stretta usuraia contro la Grecia. Il ballo dell'ipocrisia dei vincitori ha chiarito una volta di più la vera natura dell'Unione Europea. Incompatibile con ogni riforma sociale.



Più in generale, l'intera impostazione di Syriza si era basata su un presupposto falso: quello di un “equo negoziato” tra debitore e creditore. La logica del negoziato con i creditori espone per definizione il paese debitore al prezzo delle inevitabili contropartite. Tanto più in presenza di rapporti di forza obiettivamente impari. Ogni ristrutturazione del debito (la sua riduzione, o l'allungamento dei tempi di pagamento, o l'abbassamento degli interessi) va “pagata” con garanzie ai creditori. E i creditori chiedono come pegno ulteriori sacrifici del debitore. Maggiori sono le richieste di ristrutturazione, maggiori sono i sacrifici richiesti al debitore. Questa è la logica usuraia del capitalismo reale. Non ne esiste un'altra . Questa verità è stata rivelata nel caso greco una volta di più dal ruolo svolto dal FMI al tavolo negoziale. Il FMI ha ripetutamente insistito per una ristrutturazione del debito greco, anche in contrasto col ministro Schäuble, in ragione della sua obiettiva “insostenibilità”. Molte voci progressiste in Europa, e in Grecia lo stesso Tsipras, hanno più volte lodato questa disponibilità del FMI contrapponendo la sua “lungimiranza” alla rigidità “ottusa” dei creditori europei. Con ciò trascuravano uno spiacevole dettaglio: lo stesso FMI che proponeva la ristrutturazione del debito greco insisteva per combinarla con contropartite più rigorose da imporre alla Grecia. Lo scopo del FMI non era la beneficenza alla Grecia ma la certezza del pagamento del suo debito ai propri azionisti finanziari. Lo scopo più prosaico della Lagarde era quello di essere riconfermata alla presidenza del FMI dai suoi azionisti appositamente tutelati. Non a caso fu proprio il FMI, a fine giugno 2015, a far saltare un primo accordo ufficiosamente siglato tra Grecia e creditori europei, attraverso il rilancio di ulteriori condizioni ultimative al governo ellenico. Aprendo la via ad una conclusione negoziale ancor più vessatoria per il popolo greco. E senza neppure... ristrutturazione del debito.



La verità è che l'intero negoziato tra il primo governo Tsipras e i creditori si è svolto sul terreno imposto dai creditori, non certo sul programma di Syriza. È un aspetto cruciale. Coloro che anche a sinistra hanno storto il naso di fronte all'esito del negoziato, magari imputando a Tsipras un eccesso finale di arrendevolezza, non colgono che il piano stesso del negoziato era inclinato verso quell'esito. Il famoso programma di Salonicco, quello “realistico”, quello delle misure “certe e urgenti” a favore del popolo, quello delle “linea rossa invalicabile” promessa a piazza Syntagma, è stata infatti la prima vittima sacrificale del negoziato con i creditori. Non l'esito finale, ma la premessa iniziale del negoziato. Il 20 febbraio, a meno di un mese dalla grande vittoria del 25 gennaio, il primo accordo tra governo greco e creditori spazzava via in un solo colpo l'intero programma delle riforme sociali promesse. L'accordo, che estendeva di sei mesi l'assistenza finanziaria della Grecia da parte dei creditori, sanciva nero su bianco la prima capitolazione di Tsipras. Il ministro Varoufakis così formalizzava per parte greca i termini dell'accordo in una lettera a Dijsselbloem: «Lo scopo della richiesta di proroga di sei mesi della durata dell'accordo ha come obiettivo: a) accettare i termini finanziari e amministrativi la cui attuazione, in collaborazione con le istituzioni, stabilizzerà la posizione fiscale delle Grecia, permetterà di raggiungere adeguati avanzi di bilancio primario, la stabilità del debito... b) garantire, in collaborazione con i nostri partner europei e internazionali, che le nuove misure siano integralmente coperte, mentre ci asterremo da azioni unilaterali che potrebbero pregiudicare gli obiettivi di bilancio... c) consentire alla BCE di reintrodurre l'esenzione in conformità ai suoi regolamenti... e) iniziare a lavorare con i team tecnici circa un nuovo contratto per la ripresa e la crescita tra Grecia, Europa, FMI... f) concordare circa la vigilanza di UE, BCE e - con lo stesso spirito - del FMI per la durata dell'estensione dell'accordo... g) discutere il modo di attuare la decisione dell'Eurogruppo del novembre del 2012...». Il dato è inequivocabile: il 20 febbraio lo stesso governo greco che aveva giurato “mai più la Troika” firmava la propria subordinazione alla Troika . La rinuncia preventiva ad “azioni unilaterali” non concordate annullava ogni spazio di manovra indipendente. L'obiettivo degli “adeguati avanzi di bilancio primario” rispettava la continuità della logica recessiva. Il richiamo alle “decisioni dell'Eurogruppo del 2012” riprendeva persino formalmente la continuità del vecchio memorandum. Quello contro cui Tsipras aveva vinto le elezioni. Non a caso il quotidiano di Confindustria in Italia titolava “Per Syriza brusco risveglio dal sogno: il confronto tra le promesse elettorali e l'accordo approvato è impietoso” (25 febbraio). Era la verità. Scompariva l'aumento del salario minimo, lo stop alle privatizzazioni, il ripristino della tredicesima sulle pensioni, l'aumento della soglia di esenzione fiscale... Scompariva a maggior ragione ogni vagheggiamento di Conferenze europee sul debito. Ricompariva invece in tutta la sua portata la logica intatta dell'austerità. L'esatto contrario di quanto gli esimi economisti Varoufakis e Galbraith avevano teorizzato. Dato questo piede di partenza, era possibile pensare dopo sei mesi un altro sbocco?






LE LEGGI DEL CAPITALE



In realtà, durante l'intero arco dei sei mesi successivi, il piano inclinato già imboccato fu ulteriormente piegato dalla logica ferrea delle leggi materiali del capitale. L'estenuante braccio di ferro tra Grecia e creditori circa l'applicazione dell'accordo del 20 febbraio non è solo quello formale che si è svolto nelle stanze di Bruxelles o di Strasburgo, tra creditori strozzini che massimizzavano le proprie richieste e un governo greco che cercava di minimizzare le implicazioni pratiche di ciò che aveva firmato per salvaguardare la propria base di consenso (e l'unità di Syriza). È avvenuto ben altro. I creditori e la borghesia greca hanno usato a proprio vantaggio tutte le leve di pressione del capitalismo reale, che il governo Syriza aveva lasciato intatte nelle loro mani. I capitalisti greci, a partire dagli armatori e dai grandi costruttori, hanno praticato la fuga dalle banche al ritmo di 300 milioni al giorno. Si trattava degli stessi armatori cui l'articolo 96 della Costituzione greca garantisce l'esenzione fiscale sui profitti realizzati all'estero. Nel solo mese successivo alla vittoria elettorale di Syriza i depositi delle banche sono scesi di oltre il 10%, da 164 a 147 miliardi. Mentre nello stesso periodo le prime quattro banche greche (National Bank of Greece, Piraeus, Alpha e Eurobank) hanno lasciato sul terreno il 40% della loro capitalizzazione (11 miliardi). Non era che l'inizio. La crisi bancaria portava alle stelle il tasso d'interesse sui titoli di stato della Grecia aggravando il dissesto finanziario del paese. La nuova caduta recessiva dell'economia operava nella stessa direzione. Le banche greche finivano sempre più sotto dipendenza della BCE e della sua assistenza straordinaria (ELA). Ma la concessione dell'assistenza era a sua volta vincolata alla tenuta patrimoniale delle banche assistite, chiamate a mostrare la propria solvibilità, nel momento stesso in cui le loro azioni crollavano in borsa per effetto della crisi. Il governo operava il sequestro delle disponibilità finanziarie degli enti locali per tamponare il dissesto. Ma senza esito. Mentre la continuità rispettosa del pagamento del debito ai creditori strozzini, ad ogni scadenza comandata, contribuiva a svuotare le casse dello Stato. C'era un solo modo di rompere l'assedio: adottare misure anticapitaliste. Tanto drastiche quanto drastica era la situazione: nazionalizzare le banche per bloccare la fuga dei capitalisti e garantire i risparmi popolari; espropriare gli armatori e le loro fortune; cancellare il debito pubblico verso la Troika; riversare sugli strozzini e sulla borghesia greca i costi della crisi. Una politica rivoluzionaria avrebbe potuto organizzare e mobilitare le grandi energie del popolo greco e favorire la mobilitazione in Europa. “Fare come la Grecia” avrebbe potuto diventare la bandiera di riferimento di milioni di sfruttati contro i propri capitalisti e i propri banchieri in tutto il vecchio continente, rompendo immaginari populisti e nazionalisti, e ricostruendo una frontiera internazionale classista. Ma l'impostazione generale di Syriza si fondava sulla esclusione pregiudiziale di questa politica anticapitalista. La bussola restava, contro ogni evidenza, il “compromesso onorevole” col capitalismo greco e col capitalismo europeo. Nel momento stesso in cui il capitalismo aggrediva il popolo greco e destabilizzava lo stesso governo della Grecia.






LA CAPITOLAZIONE DI TSIPRAS



Nei mesi di giugno e luglio 2015 la morsa dei creditori si è stretta al collo di un paese assediato. Ma non arreso. Il referendum del 6 luglio resta una pagina importante di resistenza popolare al ricatto capitalista. Per Tsipras il ricorso referendario fu un atto contrattuale di replica al siluramento all'ultimo secondo di un accordo già virtualmente concluso a fine giugno con i creditori. E serviva a coprirsi a sinistra per liberare la via al recupero sostanziale e conclusivo dell'accordo raggiunto. Ma per i lavoratori, per i giovani, per la popolazione povera di Grecia, l'”Oxi” ai creditori era innanzitutto la riconferma di una volontà di svolta, di rifiuto della rapina e del ricatto. Il valore del 62% di No ai creditori, plebiscitario nelle città e tra i giovani, era tanto più rilevante a fronte di quanto accaduto nella settimana del referendum: il rifiuto della BCE di estendere l'assistenza alle banche greche; la chiusura delle banche; le restrizioni indotte alla riscossione di prelievi e pensioni; una campagna ossessiva di tutta la stampa borghese in Grecia e in Europa a sostegno del Sì e di demonizzazione del No tesa a produrre il panico e la resa. Il No era dunque un atto di ribellione di massa a tutto questo. Era di fatto una nuova e ultima prova di appello a Syriza e a Tsipras. La piazza Syntagma del 13 luglio, la piazza più affollata della storia greca del dopoguerra, misurava la reale possibilità di trasformare l'entusiasmo orgoglioso di un popolo in forza organizzata e leva di rottura anticapitalista. La scelta di Tsipras fu opposta: la capitolazione ai creditori. Il licenziamento di Varoufakis, la convocazione di una nuova maggioranza parlamentare di emergenza con i vecchi screditati partiti del memorandum, la lacerazione verticale dello stesso partito di Syriza, il varo di un nuovo governo amputato dei ministri più scomodi, offerto come garanzia ai creditori.



Di certo i creditori non hanno premiato tanta disponibilità. Al contrario. Tsipras aveva promesso “un accordo migliore” di quello respinto dal referendum. Invece al tavolo cui ha scelto di sedere ha dovuto pagare un prezzo assai più salato. E soprattutto l'ha pagato la popolazione povera di Grecia. Oggetto non solo di una nuova aggressione sociale, ma di una punizione politica: la punizione della ribellione del No, quale ammonimento preventivo ai lavoratori e ai popoli degli altri paesi.



Se l'accordo del 20 febbraio 2015 aveva sancito il ripristino della subordinazione alla Troika, l'accordo di sei mesi dopo (13 luglio) recava il prezzo sociale di quella subordinazione. Un prezzo terribile e umiliante. Innalzamento dell'età pensionabile; taglio dell'85% dei sussidi alle pensioni minime; aumento dell'IVA su beni alimentari e di prima necessità; allargamento delle privatizzazioni; nuova demolizione della contrattazione collettiva; nuovo incremento dell'avanzo primario nelle politiche di bilancio; infine il pignoramento dei beni pubblici della Grecia quale garanzia di ultima istanza alla Troika, e sotto la vigilanza della Troika. Il tutto in cambio della promessa di 85 miliardi di “aiuti” che serviranno unicamente a due scopi: consentire alla Grecia di continuare a pagare agli strozzini un debito pubblico ulteriormente accresciuto, dentro una rincorsa senza fine; ricapitalizzare le banche greche, ossia riempire i buchi provocati nei loro patrimoni e bilanci dalla fuga dei capitalisti greci (naturalmente coi soldi presi dalle tasche dei lavoratori europei). Un accordo, dunque, contro i lavoratori greci e contro i lavoratori europei.



Ma anche un accordo politicamente disastroso su scala continentale.



Le borghesie di tutta Europa presentano la capitolazione di Tsipras come la prova provata dell'impossibilità di ogni resistenza alle leggi superiori del mercato: “se persino Tsipras si è arreso”, la resa non ha alternative. Parallelamente, l'accordo tra Tsipras e creditori è cibo prezioso per la demagogia reazionaria del populismo nazionalista: l'immagine della “Germania che umilia la Grecia”, e della “sinistra greca che regala la Grecia alla Germania” indebolisce ogni demarcazione classista a vantaggio della demarcazione sovranista. A beneficio di Alba Dorata, di Le Pen, della Lega e del M5S, tutti saliti in groppa, in forme diverse, alla capitolazione del governo greco: l'“alternativa vera siamo noi. L'unica alternativa è la Nazione e la Sua Moneta”.






IL BILANCIO STORICO DI UN FALLIMENTO RIFORMISTA



La vicenda greca è tutt'altro che chiusa. La natura stessa di un accordo economicamente insostenibile, assieme alle accresciute contraddizioni nella UE che l'intera vicenda ha trascinato con sé, aprono prospettive di instabilità. Nella stessa Grecia lo scenario politico è in movimento, a partire dalla vicenda interna di Syriza, con la possibilità di nuove crisi politiche e cambi di scenario. L'immagine pubblica di Tsipras sembra reggere, nonostante il trauma dell'accordo, in assenza di alternative credibili. Ma alla sua sinistra possono svilupparsi nuove ricomposizioni. E le stesse masse oggi provate da una estenuante prova di forza e dagli effetti della delusione, potranno prendere nuovamente parola, riaprendo dal basso nuove prospettive.



E tuttavia un ciclo si è chiuso. I primi sei mesi del governo Syriza configurano un'esperienza compiuta, di inestimabile valore politico. Nell'Europa capitalista non è disponibile uno spazio storico riformista. L'alternativa reale è tra rivoluzione sociale o regressione storica. Il rifiuto di una prospettiva rivoluzionaria trascina la capitolazione alle controriforme: questa è la lezione di fondo dell'esperienza del primo governo Tsipras. La parabola di Syriza dal 2012 al 2015 (moderazione progressiva del programma riformista originario e ricerca di legittimazione interna e internazionale presso le classi dominanti; accesso al governo sulla base di un programma riformista minimo; primo accordo coi creditori e conseguente accantonamento del programma riformista; secondo accordo coi creditori sulla base di un programma di drastiche controriforme sociali) è la metafora concentrata nel tempo di questa verità.



Colpisce, a bilancio, l'insostenibile leggerezza del programma riformista di Syriza e dei suoi riferimenti culturali e storici. Il libro “La sfida di Atene” di Dimitri Deliolanes riporta le lodi di Tsipras all'esperienza del primo governo della sinistra greca a guida PASOK, nel 1981, attorno alla figura di Andreas Papandreu. Tsipras sembra assumere quell'esperienza come riferimento esemplare per Syriza, in contrapposizione al successivo tradimento del PASOK riformista da parte del liberista Simitis. Ricorda la redistribuzione della ricchezza, l'estensione della previdenza pubblica, l'ampliamento del sistema sanitario, l'allargamento delle libertà democratiche. Avrebbe potuto ricordare anche alcune nazionalizzazioni emblematiche come quella della Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile del Balcani. Ma il piccolo particolare è che quell'esperienza di riformismo borghese maturò in un contesto storico assai diverso dall'attuale. Era un contesto ancora segnato dalla presenza internazionale dell'Unione Sovietica. E la prima preoccupazione dell'imperialismo americano e della borghesia greca era evitare che la caduta del regime fascista dei colonnelli greci (1967/1973), e poi del governo parlamentare della destra di Karamanlis, potesse aprire la via di una dinamica rivoluzionaria anticapitalista. Il ruolo del PASOK fu esattamente quello di incanalare in un alveo istituzionale controllato la pressione di massa della classe operaia greca. Le riforme sociali erano figlie di questa operazione. Inoltre, il contesto economico capitalistico era molto diverso. Nonostante l'arresto del boom postbellico alla metà degli anni '70, l'economia europea ancora beneficiava dell'effetto inerziale della stagione precedente con relativi margini di grasso. Quelli che avevano alimentato la crescita della Spagna capitalista del postfranchismo sotto la direzione di Gonzales. Quelli che ancora beneficiavano la Grecia - entrata nel 1980 nella Comunità Europea - con fondi cospicui riservati al welfare e all'agricoltura. È possibile fondare su questo richiamo storico l'attualità di un programma riformista oggi?



Ma l'argomento che meglio esemplifica l'illusione riformista di Syriza sta nell'assunzione della Conferenza europea di Londra del 1953, col relativo taglio del debito tedesco, quale paradigma di riferimento per una analoga conferenza europea sul debito greco e continentale.



È vero: la Germania ha conosciuto nel secolo scorso ripetute ristrutturazioni del proprio debito. Ma solo in virtù dell'esistenza dell'Unione Sovietica.



La prima ristrutturazione del debito fu dopo la prima guerra mondiale. I Trattati di Versailles del 1919 umiliarono la Germania imponendole gravosi pagamenti delle riparazioni di guerra. Ma la paura del contagio della rivoluzione bolscevica - innanzitutto in Germania - indusse le potenze vincitrici e creditrici a ripetuti condoni. Prima col piano Dawes del 1924, poi con il piano Young del 1929, si provvide a ristrutturare il debito delle riparazioni, che si convenne sarebbero state pagate in 59 rate annuali, di cui l'ultima con scadenza nel 1988. Il pagamento delle riparazioni fu ancora sospeso nel 1931, a ridosso della grande crisi capitalistica mondiale che si abbatté sulla stessa Germania, in attesa di un nuovo accordo. L'avvento di Hitler cambiò naturalmente il quadro.



Un nuovo accordo di ristrutturazione del debito tedesco subentrò successivamente alla seconda guerra. La Germania era stata divisa dalle truppe di occupazione, tra la parte occidentale e la parte orientale sotto controllo russo. La Conferenza di Londra, con la riduzione del debito tedesco del 60%, intervenne in questo contesto. Salvare la Germania capitalista non era solo una scelta economica, ma anche e soprattutto una scelta politica: si trattava di investire nella cortina di ferro antisovietica in funzione delle esigenze della guerra fredda. Il gigantesco piano Marshall in Europa, l'investimento nel piano da parte degli USA del 4% del PIL americano, era figlio di questa operazione strategica. La potente espansione produttiva dell'Occidente capitalista del dopoguerra forniva una sicura base materiale alla riduzione del debito tedesco. Ma ancora una volta era la presenza dell'URSS, quale eredità seppur trasfigurata della rivoluzione d'Ottobre, a determinare un intervento d'eccezione a favore della Germania. Come è possibile trasferire questo esempio storico dentro un quadro politico mondiale drasticamente mutato, e per di più sullo sfondo della più grande crisi del capitalismo europeo?



Nulla chiarisce meglio l'abbaglio del riformismo di Tsipras quanto gli esempi storici di cui si nutre. La nostalgia dei trent'anni gloriosi che non torneranno più.



La sconfitta di Tsipras è la sconfitta della sinistra europea. Essa si era affidata alla locomotiva greca assumendola a proprio faro e guida. Ne aveva assunto la cultura e i miti (la Conferenza europea sul debito), amplificandoli su scala continentale. Attorno ad essa aveva provato a rilanciare le proprie fortune politiche nel nome di un nuovo possibile compromesso riformatore tra capitale e lavoro in Europa. Quell'investimento si è trasformato in un boomerang. Il fatto che larga parte dei gruppi dirigenti delle sinistre riformiste nei diversi paesi abbiano approvato o giustificato l'accordo tra Tsipras e creditori, affermando che “al suo posto” avrebbero fatto altrettanto (da Iglesias di Podemos a Laurent del PCF, da Garzon di Izquierda Unida a Vendola e Ferrero in Italia), misura sicuramente la fedeltà al marchio del proprio investimento. Ma rappresenta anche una confessione in piena regola della sottomissione del riformismo alla società borghese. Quando il conflitto sociale precipita, quando lo scontro tra capitale e lavoro annulla ogni margine di mediazione, rinvio, evasione letteraria, quando insomma s'impone una drammatica scelta di campo, i gruppi dirigenti riformisti scelgono il capitale contro il lavoro, in cambio, ove possibile, di incarichi ministeriali. Anche al prezzo di sottoscrivere le misure di austerità, antioperaie e antipopolari, che i loro programmi formalmente negano e combattono. Da questo punto di vista la collocazione internazionale della sinistra europea sulla vicenda greca è la riproduzione allargata delle proprie esperienze di governo in patria. A partire, più che in ogni altro caso, dalla sinistra riformista italiana.






L'AUTOEPITAFFIO DI VAROUFAKIS



Yanis Varoufakis, quando era ancora ministro, scrisse un pamphlet di involontario umorismo, raccontando le contraddizioni esistenziali della propria esperienza ministeriale: «... Indirizzandoci a platee eterogenee che vanno dagli attivisti radicali ai gestori dei fondi speculativi, l'idea è quella di creare alleanze strategiche persino con persone di destra con le quali condividiamo un semplice interesse:... porre fine al circolo vizioso tra austerità e crisi... Probabilmente non farò a tempo a vedere adottato un programma più radicale... Io so di correre il rischio di alleviare la tristezza dell'abbandonare ogni speranza di sostituire il capitalismo nel corso della mia esistenza, indulgendo nel sentimento di essere diventato gradevole agli occhi degli appartenenti ai circoli della buona società... Costruendo alleanze con forze reazionarie, così come penso dovremmo fare per stabilizzare l'Europa odierna, si corre il rischio di venire cooptati... Se dobbiamo stringere patti col diavolo (col Fondo Monetario Internazionale)... dobbiamo evitare di diventare come i socialisti che non riuscirono a cambiare il mondo ma riuscirono a migliorare la propria situazione personale... Il trucco è evitare il massimalismo rivoluzionario che alla fine aiuta i neoliberisti ad aggirare ogni opposizione... ma allo stesso tempo mantenere la nostra visione del capitalismo come intrinsecamente malvagio, mentre cerchiamo di salvarlo, per motivi strategici, da se stesso...».



Nessuna confessione poteva riassumere in termini più efficaci la disperazione di un ministro riformista: la sua rassegnazione al capitalismo “malvagio”, da “salvare” e “stabilizzare”, in cambio della pretesa purezza della propria “visione” e coscienza individuale. Non sappiamo della coscienza di Varoufakis. Sappiamo invece che la rivendicata salvazione del capitalismo, contro la rivoluzione, condanna gli sfruttati a un futuro di miseria. Senza neppure assicurare al ministro esuberante... la cooptazione consolatoria nel potere. Varoufakis potrà vendicarsi del proprio fallimento con qualche libro e qualche fortuna editoriale. La classe operaia greca ed europea ha sicuramente bisogno di un altro programma e di un'altra direzione. Un programma e una direzione rivoluzionari.






(1) http://jesopazzo.org/index.php/blog/128-cosa-ci-insegna-la-grecia



Marco Ferrando