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Il destino di Syriza

 


Il significato di un ex armatore che conquista la testa di Syriza

Un ex trader bancario presso Goldman Sachs, e poi armatore, di nome Stefanos Kasselakis, ha scalato il partito di Syriza vincendo le primarie col 56% dei voti contro l'ex ministra del lavoro, Efi Achtsioglu, fermatasi al 43%. È il nuovo segretario del partito. Il suo programma è fare “un nuovo partito democratico”, che si candida al governo della Grecia. Il premier conservatore Mitsotakis si è immediatamente congratulato col vincitore. L'attuale ministro del lavoro Georgiadis, proveniente dall'estrema destra greca, recita soddisfatto il de profundis della sinistra greca. Una parte della base di Syriza, quella più militante, è tormentata o sconvolta.

La scalata di Kasselakis alla segreteria di Syriza non è in realtà un fulmine a ciel sereno, se non agli occhi di coloro che non hanno voluto vedere la realtà. L'esperienza del governo Tsipras dal 2015, il suo sostegno al memorandum della troika, il suo tradimento clamoroso dei lavoratori greci e delle loro domande di svolta, ha avviato com'era prevedibile la crisi traumatica di quel partito. Tsipras aveva risposto alla crisi con un'ostentata svolta moderata alla ricerca del vecchio spazio del PASOK. Ma l'operazione è fallita. La precipitazione elettorale di Syriza alle ultime elezioni politiche, con la seconda vittoria consecutiva della destra ellenica, e le successive dimissioni di Tsipras, hanno segnato questo fallimento. Ora Kasselakis raccoglie i frutti di questa dinamica rovinosa, rivelando l'estrema fragilità di una formazione politica allo sbando, pronta ad essere scalata da un avventuriero spregiudicato.

La deriva di Syriza non riguarda solo la Grecia. Syriza e Tsipras hanno rappresentato negli anni il fiore all'occhiello della cosiddetta sinistra europea, il campo formatosi a sinistra delle socialdemocrazie liberali del continente. Nel nome di Tsipras si sono spese tutte le sue sezioni continentali con tanto di sventolio di bandiere e di promesse. Rifondazione Comunista in Italia si è intestata la sua rappresentanza. E ora? Si metterà nuovamente la polvere sotto il tappeto, come già ai tempi del governo Tsipras?

La verità è che si impone un bilancio di fondo. Una sinistra riformista che si candida a governare il capitalismo incorpora prima o poi la propria rovina. A tutto danno del movimento operaio. A tutto vantaggio delle destre peggiori. Accadde con la Rifondazione di Prodi, è riaccaduto con la Syriza di Tsipras. E anche Podemos, coi suoi ministri, è entrato nel vortice di una crisi profonda.
Una sinistra capace di futuro o è rivoluzionaria o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

 


Poesia e prosa del governo spagnolo

29 Maggio 2023

Qual è il contenuto della riforma del lavoro spagnola che piace alla sinistra italiana?

“Fare come in Russia” fu una parola d'ordine dei socialisti rivoluzionari europei dopo l'Ottobre 1917. “Fare come in Spagna” è oggi la parola d'ordine dei riformisti di casa nostra, con riferimento alle virtù dell'attuale governo PSOE-Podemos.
Dopo l'ingloriosa vicenda del governo Tsipras, un vasto fronte che va da Schlein a Fratoianni, da Acerbo a De Magistris, fa del governo spagnolo la nuova terra promessa della sinistra italiana. Distinguere poesia e prosa della politica spagnola è allora un esercizio utile di verità.

La riforma del lavoro recentemente varata dalla ministra Iolanda Diaz è universalmente presentata come paradigma di un riformismo possibile. Ma non non è tutto oro ciò che luccica È vero, i contratti a termine sono stati ridotti del 7%. Se ricordiamo che il primo governo Prodi, col voto di Rifondazione Comunista, varò l'introduzione del lavoro interinale nel 1997 (Pacchetto Treu), e poi il secondo governo Prodi, col ministro Paolo Ferrero, conservò le misure di precarizzazione estrema del precedente governo Berlusconi (legge 30 di Maroni), potremmo dire che la riforma Diaz è sicuramente più avanzata. Verrebbe da dire: ci vuole poco. E però bisogna dirla tutta.

Il tasso spagnolo dei contratti a termine era precedentemente del 24%, il più alto in Europa. La sua riduzione del 7% (17,5%) lo porta quasi al livello... italiano (16,1%). Presentare la misura come la cancellazione del precariato in Spagna è dunque una bufala. Il tentativo semmai è quello di stabilizzare il lavoro temporaneo, eliminando gli eccessi e riportandolo sul “normale” livello europeo.

L'aspetto più rilevante della riforma riguarda il contratto «para obra o servicio determinado», che in Spagna copre il 38% dei contratti a termine. La riforma stabilisce che la conclusione dell'opera per la quale si presta il servizio non determina più l'estinzione del contratto, in quanto l'impresa è tenuta a offrire al lavoratore una proposta di ricollocamento. Se il lavoratore rifiuta o semplicemente il ricollocamento si rivela impossibile, allora scatta l'estinzione del contratto con un'indennità corrispondente al 7% del contratto collettivo corrispondente. Sarebbe questa la “fine del precariato”?

La riforma introduce inoltre uno strano “contratto a tempo indeterminato”. Parrebbe una contraddizione in termini, ma così non è. Si tratta del «contrato fijo discontinuo», col quale il lavoratore è assunto a tempo indeterminato ma lavora quando occorre, con relative penalizzazioni nei periodi di mora. Non si tratta di situazioni marginali. Secondo i dati della Sicurezza sociale spagnola si tratta di un milione e trecento mila salariati. Vengono conteggiati come a tempo indeterminato ma sono a tutti gli effetti lavoratori precari. Con la riforma Diaz questa forma contrattuale tende a dilagare, come riconoscono le stesse burocrazie sindacali. Ciò che spiega sul punto la soddisfazione padronale.

Infine, quando si confrontano le regole contrattuali sarebbe necessario guardare non solo alle tipologie di assunzione ma anche alle tutele previste o non previste in caso di risoluzione. Bene. La riforma Diaz non tocca la legislazione spagnola sulla questione. In caso di licenziamento illegittimo del lavoratore, e anche di licenziamento discriminatorio (come tale definito dal giudice), il lavoratore ha diritto a ottenere un'indennità pari a 33 giorni di salario per anno di servizio, fino a un massimo di 24 mensilità. Peggio di quanto previsto dalla normativa italiana, anche dopo il Jobs act. Dov'è la svolta epocale?

La realtà è dunque molto diversa dalla sua rappresentazione propagandistica. Lo ha capito bene Confindustria spagnola, che sostiene la riforma nel quadro della politica di concertazione sindacale. Una concertazione che ha visto col governo Sanchez un sicuro consolidamento.

In compenso, all'ombra di questo decantato progressismo, il governo socialisti-Podemos prosegue le politiche ordinarie dell'imperialismo spagnolo. Nega il diritto di autodeterminazione della Catalogna. Concorda col governo reazionario marocchino misure forcaiole contro i migranti, simili a quelle di Minniti e Salvini, con tanto di militarizzazione delle frontiere di Ceuta e Melilla e di inumani respingimenti in mare. Accresce il bilancio militare spagnolo con una forte crescita delle spese in armamenti in rapporto al PIL, secondo le disposizioni della NATO regolarmente rispettate. Sostiene l'allargamento della NATO in Nord Europa in direzione di Svezia e Finlandia, in piena fedeltà atlantista...

“Fare come in Spagna” cosa significa, allora? Significa rispolverare il mito illusorio di un possibile governo borghese progressista. E perciò stesso rivelare lo scopo autentico in ultima istanza dei dirigenti di Unione Popolare: fare... come Podemos ha fatto col PSOE. Ricomporre un quadro di governo con M5S e PD nel quadro del capitalismo italiano, del suo apparato statale, della sua collocazione internazionale. Una prospettiva oggi sicuramente remota, ma tutta interna alla logica dell'alternanza. La stessa logica già praticata ai tempi di Prodi, e già esaltata ai tempi di Tsipras. La stessa logica che ha preparato lo sfondamento della destra tra i salariati italiani.

Il PCL persegue una prospettiva opposta. Quella di un'alternativa di sistema, cioè di un'alternativa anticapitalista, di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Una prospettiva certo difficile, ma l'unica soluzione di vera svolta. Una bussola di riferimento per le politiche dell'oggi, dentro il fronte unico di lotta contro la destra, per un' altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC

 


Alle compagne e ai compagni del Partito della Rifondazione Comunista


Il necessario fronte unico di lotta contro il governo delle destre, che noi proponiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative e di movimento, non può e non deve silenziare il confronto interno alla sinistra. Combinare la massima unità d’azione con la massima franchezza nella critica ci pare il metodo più onesto di relazione. Il più leale perché il più sincero.

Partiamo da un principio di realtà. Unione Popolare ha largamente mancato, com’era prevedibile, l’annunciato ritorno in Parlamento. A migliaia di militanti era stato spiegato che nascondere la riconoscibilità di una sinistra classista sotto le vesti di una lista civico-progressista avrebbe favorito un approdo istituzionale; che il sostegno di Mélenchon avrebbe fatto la differenza col passato; che la crisi del M5S aveva liberato un nuovo spazio; che la subalternità di Sinistra Italiana al PD aveva fatto chiarezza. Che questa volta, insomma, era la volta buona per riscattare la sinistra cosiddetta radicale dalla sua marginalità.

I fatti hanno smentito alla radice tutto l’impianto di questa argomentazione. Sinistra Italiana entra in Parlamento, il M5S si rilancia con un profilo “sociale” capitalizzando la crisi del PD, l’effetto Mélenchon dura lo spazio di un discorso e del relativo applauso. Unione Popolare resta al palo, con un voto di poco superiore a quello di Potere al Popolo nel 2018. L’impegno generoso di tante compagne e compagni è esposto al disincanto e all’amarezza.

Ora i fatti hanno bisogno di una spiegazione. Il punto non è il risultato elettorale in quanto tale, se non di riflesso, ma la natura di un'impostazione politica che di elezione in elezione ripropone da quindici anni la stessa minestra. Prima Sinistra Arcobaleno, poi Rivoluzione Civile di Ingroia, poi l’Altra Europa con Tsipras, poi Potere al Popolo, poi La Sinistra con Fratoianni, infine Unione Popolare con De Magistris. Qual è l’elemento comune di queste diverse esperienze? La rimozione della centralità del lavoro salariato nel nome della cittadinanza democratica, a volte giustizialista, a volte progressista, a volte sociale, più spesso un impasto di tutti questi ingredienti. E al tempo stesso l’esibizione ogni volta di una nuova sigla e di una nuova figura con cui incorniciarla: Ingroia, Spinelli, Tsipras, De Magistris, tutti annunciati come i salvatori, tutti immancabilmente smentiti. Senza che si sia mai tracciato un bilancio.

L’elemento che semmai ha distinto Unione Popolare rispetto alle esperienze precedenti sta nell’ancor più marcato carattere personalistico e autocentrato attorno alla figura di De Magistris e alla sua cultura cittadinista e istituzionalista. Assieme al gruppo dirigente di Rifondazione Comunista, De Magistris ha ricercato sino all’ultimo minuto utile l’accordo col M5S, nonostante venisse da un'intera legislatura di governo antioperaio e antipopolare. Il risultato è stato quello di contribuire a riverniciare come soggetto “di sinistra” un partito borghese, cioè ad avallare l’operazione trasformista di Conte. Il tentativo di correggere la rotta nelle settimane successive, dopo il rifiuto di Conte, non poteva rimontare gli effetti del guasto prodotto, a danno della stessa Unione Popolare. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso l’apertura al M5S da parte di De Magistris e del PRC. Ma non ha messo in discussione l’impianto politico-culturale da cui quella proposta veniva: la ricerca di un blocco civico-progressista al posto di una sinistra di classe anticapitalista.

Questa impostazione rivolta alla “cittadinanza”, a scapito della centralità del lavoro salariato, non è isolata in Europa. È stata coltivata da Tsipras quale coperta ideologica della propria ascesa al governo dopo il 2015, quando gestì i memorandum della Troika contro le lavoratrici e i lavoratori greci. È stata assunta come marchio culturale da Podemos, che oggi siede con quattro ministri nel governo dell’imperialismo spagnolo, votando l’aumento delle spese militari e l’allargamento della NATO. È da tempo richiamata da Mélenchon, già ministro di Jospin al tempo dei bombardamenti di Belgrado, che ha costruito la propria France Insoumise attorno a un impasto populista di sinistra, sensibile al tricolore, equivoco sull’immigrazione, indifferente all’autodeterminazione delle colonie francesi d’oltremare. E che oggi, in nome dell’alleanza con il Partito Comunista Francese, i Verdi e la socialdemocrazia francese (NUPES) ha di fatto rimosso la stessa rottura con la NATO. Sono questi i riferimenti internazionali esibiti e rivendicati da De Magistris e Unione Popolare nella speranza (vana) di un beneficio elettorale. Ma cosa hanno a che fare con una prospettiva anticapitalista?

Ciò che ha fatto e fa la differenza in termini di fortune elettorali tra queste sinistre riformiste e la sinistra “radicale” di casa nostra è la diversa relazione con le dinamiche di massa.
Tutte le sinistre riformiste prima richiamate hanno incrociato processi di radicalizzazione. L’ascesa di Syriza fu il sottoprodotto della resistenza sociale prolungata delle lavoratrici e dei lavoratori greci alla rapina del capitale finanziario. Podemos fu innalzato dalla mobilitazione di massa degli indignados nel 2011. La parabola di Mélenchon si è intersecata con grandi mobilitazioni radicali contro Hollande e Macron. Il loro successo elettorale fu sempre un effetto distorto della radicalizzazione sociale. E quando ha portato quelle sinistre al governo, le ha poste contro le lavoratrici e i lavoratori e ne ha innescato la crisi.

In Italia lo stesso film è stato girato negli anni ‘90 e nei primi anni 2000, quando Rifondazione prima raccolse la domanda di rappresentanza e di svolta di ampi settori di massa, e poi la tradì in cambio di ministeri, votando missioni militari (Iraq e Afghanistan), precarizzazione del lavoro (con la terribile controriforma del Pacchetto Treu, votata nel 1997, quando il PRC era “solo” in maggioranza), detassazione dei profitti (7 miliardi di euro di riduzione annua solo per banche ed assicurazioni), etc... Quello fu il punto di rottura e di declino non solo del PRC, ma del movimento operaio italiano. Il salto dell’arretramento della sua coscienza politica, dei suoi livelli di mobilitazione, della sua stessa rappresentanza politica. A tutto vantaggio non solo dei padroni, ma dei peggiori populismi reazionari e della loro penetrazione nell’immaginario collettivo dei salariati. Le percentuali elettorali della sinistra radicale, tutta, sono la registrazione di questa dinamica. La ritirata di Rifondazione nel civismo democratico e progressista, nell’ultimo decennio, non ha fatto che accompagnare e aggravare il processo.

Si può invertire la rotta solo con un cambio drastico. Solo assumendo la classe operaia come riferimento centrale e la prospettiva di rivoluzione socialista come obiettivo strategico. Solo ponendo a tema la ricostruzione del partito della classe lavoratrice attorno ad un programma anticapitalista. Il partito che oggi manca, l’unico di cui le lavoratrici e i lavoratori hanno bisogno. Un partito che in ogni lotta e movimento si batta per unificare il fronte di classe, sviluppare la sua coscienza, ricostruire la fiducia nelle proprie forze, fare della classe operaia la direzione egemone di tutte le lotte di emancipazione e liberazione: ambientaliste, di genere, contro la guerra e gli imperialismi.

Questo cambio drastico di prospettiva è inseparabile da un bilancio. Il bilancio che il gruppo dirigente del PRC si è mostrato incapace di fare. Quando nel 2006 rompemmo col PRC, nel momento stesso della sua compromissione con Prodi, lo facemmo nel nome di una prospettiva strategica alternativa, realmente di classe e comunista. Allo stesso tempo indicammo che la scelta governista avrebbe avuto conseguenze deleterie sul PRC in quanto tale. Le elezioni del 2008 dimostrarono che avevamo avuto ragione anche su questo. Purtroppo per le tante e i tanti militanti colpiti dalla sconfitta, la logica comprensione che l’alternativa che avevamo indicato due anni prima era l’unica corretta fu bloccata assurdamente da una pretesa battaglia di sinistra all’interno del partito guidata da Paolo Ferrero. E così, come in altre drammatiche situazioni nella storia del movimento operaio, tante compagne e compagni in buona fede dimenticarono il passato recente. In questo caso dimenticarono che Paolo Ferrero era stato il solo ministro del PRC nel governo, che aveva votato a favore di tutte le misure antioperaie e militariste, e che non aveva mai, fino al disastro elettorale (dopo la caduta del governo per scelta di Mastella), sollevato la minima obiezione ad una politica di cui con Bertinotti era stato il massimo artefice e su cui non ha mai fatto alcun bilancio critico. Molte e molti di coloro che allora si illusero sulle posizioni di Ferrero sono “tornati a casa”, demoralizzati. Tante e tanti altri hanno retto di fronte a sempre nuove sconfitte. È ora che essi e quei pochi giovani che si sono aggiunti a loro traggano finalmente il bilancio del passato e del presente, e prendano un’altra via. La stessa che gli proponemmo per anni nel PRC e poi con la nostra rottura nel 2006. Gli effetti del crollo previsto del PRC sono ricaduti su tutti, anche sul PCL. Ma la prospettiva anticapitalista, rivoluzionaria, internazionalista è l’unica bussola da cui ripartire. L’unica che può segnare un cammino di coerenza, tanto più in tempi difficili.

Per questo vi proponiamo di costruire insieme il Partito Comunista dei Lavoratori. Un partito che non si è mai subordinato ai partiti borghesi né mai ha dovuto nascondersi in liste civiche.
Un partito comunista, di nome e di fatto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Podemos in armi

 


7 Ottobre 2022

Rifondazione e Potere al Popolo hanno qualcosa da dire?

Il governo spagnolo ha approvato in Consiglio dei ministri la sua terza legge finanziaria. La particolarità rispetto alle leggi precedenti è l'aumento del 25% (!!) delle spese militari: oltre 12 miliardi. La ministra delle finanze María Jesús Montero, trionfante, ha dichiarato che lo stesso trend progressivo di aumento sarà necessario anche negli anni futuri consentendo così alla Spagna per il 2027-2029 di raggiungere il 2% del PIL di spese in armamenti richiesto dalla NATO. “Gli impegni del Presidente Sanchez si devono rispettare” ha dichiarato Montero. Non si riferiva a quelli presi con gli elettori, ma a quelli presi con i generali.

Il punto è che Podemos ha ben quattro ministri nel governo dell'imperialismo spagnolo. Ministri che si guardano bene dall'uscirne. Sfoggiano alate parole di pace, ma votano le spese di guerra del proprio governo. Proprio come facevano Bertinotti e Ferrero con Prodi.
Il punto è che Podemos è l'alleato spagnolo di Unione Popolare, appena celebrato da Luigi De Magistris in campagna elettorale, incassandone il plauso. PRC e Potere al Popolo hanno fatto la ola. Hanno ora qualcosa da dire?

Partito Comunista dei Lavoratori

Perché non possiamo indicare il voto per Unione Popolare

 


Lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC e di PaP

Care compagne e compagni,

questa lettera è per voi, non per altri. Perché a voi ci legano tante battaglie comuni.

Come sapete il PCL cerca sempre di essere presente alle elezioni per presentare il proprio programma rivoluzionario, ciò che non contraddice la ricerca della massima unità d’azione a sinistra sul terreno della lotta di classe. Tuttavia, in questo caso una normativa particolarmente reazionaria ci ha impedito di essere presenti come in altre occasioni, con l’eccezione della Liguria al Senato. In passato, nei casi di assenza obbligata dalla competizione elettorale, abbiamo spesso espresso un appoggio, sia pure critico, a liste della sinistra riformista. Ma in questo caso non riteniamo vi siano le condizioni per tale scelta.

Naturalmente respingiamo ogni ipotesi di sostegno alle liste di sinistra che oggi si presentano in coalizione col PD liberal-borghese (Sinistra Italiana) o in blocco rossobruno con destre sovraniste (come il partito di Rizzo). Pensiamo anzi che la denuncia di questa scelte debba rappresentare una occasione di chiarificazione.

Ma non per questo possiamo fornire un appoggio critico ad Unione Popolare. Unione Popolare si presenta come l’ennesima riedizione di una lista civica progressista in cui la sinistra classista (PRC e PaP) finisce col nascondersi. In passato fu Ingroia. Oggi è De Magistris. La logica ci pare immutata: la ricerca di un “rispettabile” esponente istituzionale o ex istituzionale di natura piccolo-borghese cui affidare la propria speranza di tornare in Parlamento. Nel caso di De Magistris la scelta ci pare ancor più subalterna che in passato. Perché l’unico scopo di De Magistris è costruire un proprio partito personale usando PRC e PaP come manovalanza elettorale. La disponibilità dei gruppi dirigenti di PRC e PaP ad assecondare questo disegno ci pare profondamente negativa. Ed oltretutto senza alcuna credibile aspettativa di superare il 3%.

La ricerca da parte di PRC e De Magistris di un accordo col M5S sino all’ultimo minuto non è stata un incidente, ma l’espressione di un’impostazione “cittadinista” di tipo democratico, estranea alla centralità del lavoro. Un’impostazione che di fatto si è resa disponibile a mascherare la natura stessa del grillismo nel momento del suo tracollo, sino ad accordarsi col partito più governativo di tutta la legislatura: firmatario dei decreti infami di Salvini, dell’aumento delle spese militari, del travaso di miliardi nel portafoglio delle imprese. È vero che Potere al Popolo non ha condiviso la proposta di accordo col M5S. Ma purtroppo non ha messo in discussione l’impostazione politico-culturale da cui quella proposta nasceva. Né il tentativo di recuperare la polemica contro il M5S negli ultimi giorni annulla il disastro della proposta iniziale di alleanza. Semmai cerca di rimontarne gli effetti.

Certo, il programma su cui Unione Popolare si presenta elenca diverse rivendicazioni progressiste, come fa ogni programma riformista. Ma appunto le subordina all’ennesima illusione di un possibile governo progressista del capitalismo. I riferimenti a Podemos, che con quattro ministri siede nel governo spagnolo, sono in continuità coi passati riferimenti al governo Tsipras. In entrambi i casi l’illusione riformista è stata schiaffeggiata dalla realtà. Nel caso di Tsipras dalla continuità delle politiche della troika. Nel caso di Podemos dalla permanenza delle politiche di respingimento dei migranti e dell’aumento delle spese militari. Quanto al mito di Mélenchon – ex ministro del governo Jospin e in quanto tale bombardatore di Belgrado – va osservato che pur di accordarsi col Partito Socialista ha rinunciato a rivendicare la rottura con la NATO. E che il suo sovranismo di sinistra, ostile alle bandiere rosse, non promette nulla di buono, al di là delle affabulazioni retoriche.

Il punto è che se la prospettiva rivoluzionaria è ritenuta impossibile l’unico orizzonte resta il governo del capitalismo. E questa prospettiva non riguarda il futuro, ma il presente. Un solo esempio. Cercando in tutte le sedi di mostrarsi uomo di governo nell’ambito delle istituzioni di questo Stato, De Magistris imprime alla campagna elettorale un taglio governista che scavalca a destra il programma di UP. Su il manifesto (20 agosto) dichiara che una volta in Parlamento UP potrebbe rendersi utile per la formazione di un futuro governo “se ci saranno condizioni per essere determinanti”.

Con chi se non col PD e il M5S? Inoltre, l’ex sindaco curva in chiave compatibilista le stesse proposte sociali. Sul caro bollette (3 settembre) rivendica “lo scostamento di bilancio”, alla coda del M5S. Ciò che significherebbe far nuovo debito pubblico a carico dei salariati. Un governismo esibito come prova di “concretezza” rivela in realtà l’equivoco di fondo di una impostazione.

L’equivoco peraltro è figlio del passato. Negli ultimi 30 anni il PRC è stato nell’area di governo per quattro anni complessivamente (coi due governi Prodi), Rizzo per ben sei anni (aggiungendo i governi D’Alema e Amato). Il solo PRC ha votato il lavoro interinale, il record di privatizzazioni in Europa, le leggi antimmigrazione Turco-Napolitano (con il blocco navale verso l’Albania, sino all’affondamento in mare di una nave di profughi con oltre 100 morti), la massima detassazione dei profitti di banche e imprese (IRES passata dal 34% al 27,5% nella finanziaria del 2007) e diversi rifinanziamenti delle missioni di guerra. “Errori” di cui si è fatto ammenda? No, sostegno all’avversario di classe contro la propria classe di riferimento. Il crollo della sinistra politica tra i salariati, e lo sfondamento populista che ne è seguito, hanno questa precisa radice. E hanno finito col colpire tutti. Anche chi quelle politiche le contrastò con forza, come nel caso del PCL.

Non pensiamo al passato, guardiamo al futuro” si obietta spesso. Ma se non si fa un bilancio della storia si è condannati a ripeterla. Del resto, tutti noi giustamente elenchiamo le responsabilità passate del PD e dei partiti borghesi (pensiamo agli ex dalemiani) contro ogni loro tentativo di camuffarle. Perché non applicare lo stesso metodo anche al bilancio della sinistra classista? Non è da comunisti usare due pesi e due misure.

La nostra scelta elettorale per tutte queste ragioni è l’astensione. Ciò non significa per parte nostra ignorare il fatto che molti di voi, magari condividendo in parte la nostra critica, intendano votare UP in contrapposizione ai partiti borghesi, cercando in UP uno strumento di replica all’avversario nel contesto dato. Non condividiamo questa illusione, ma la comprendiamo.

Tuttavia, vi chiediamo quantomeno di non votare le liste di UP laddove siano capeggiate, come capilista, o dall’ex sindaco De Magistris (e dai suoi sodali di DemA) o dall’ex ministro Paolo Ferrero. Nel primo caso perché De Magistris e la sua area impersonificano la scelta aclassista di Unione Popolare al suo massimo livello. Nel secondo caso perché Paolo Ferrero ha condiviso e gestito al massimo livello di responsabilità le misure antioperaie del governo Prodi in quanto ministro di quel governo, ed è espressione particolarmente negativa di ipocrisia riformista tra quanto si afferma e quanto si fa. Pensiamo che, in ogni caso, il voto di un comunista non possa e non debba rivolgersi a loro.

Come sapete, la nostra critica non significa in alcun modo rifiuto del confronto e dell’unità d’azione su obiettivi comuni sul terreno dell’azione. Al contrario, nei limiti delle nostre forze l’abbiamo sempre ricercata e praticata contro ogni forma di settarismo. Ma l’unità d’azione non esclude la chiarezza, che è anche una forma di rispetto.

Nella chiarezza vi diciamo che oggi manca una rappresentanza politica del lavoro salariato che il lavoro salariato possa riconoscere come tale. Questo è l’enorme vuoto dello scenario politico, allargato dal suicidio del PRC tra il 2006 e il 2008, che le diverse sinistre non solo non affrontano ma concorrono a preservare. Sia quelle che si subordinano a forze borghesi, sia quelle che si nascondono dietro panni civici.

Non è certo il PCL oggi con le sue forze che può colmare questo vuoto. E neppure l’alleanza elettorale che avevamo proposto in questa occasione straordinaria a diverse sinistre classiste, anticapitaliste, internazionaliste, purtroppo da queste declinata.

Ma oggi solo il PCL pone con forza l’esigenza di un partito della classe lavoratrice e di un programma d’azione anticapitalista, fuori e contro ogni illusione riformista. È questa l’esigenza che solleveremo in ogni mobilitazione, a partire dalle battaglie di autunno. Assieme alla proposta del più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche e sindacali.

Partito Comunista dei Lavoratori

I profitti spingono il carovita. Per la scala mobile dei salari!

 


In questi giorni l'emergenza del caro bollette domina il dibattito pubblico. Siamo intervenuti sul tema con una nostra analisi e proposta di lotta. Vi torneremo. Ma c'è un aspetto che la stampa padronale e tutti i partiti borghesi volutamente ignorano: l'enormità dei profitti padronali nei primi sei mesi dell'anno. Non si tratta dei soli arcinoti extraprofitti delle grandi aziende energetiche, ma dei profitti di larga parte dei grandi gruppi capitalisti in tutti i settori dell'economia.


Non è un fenomeno solo italiano. La Confederazione europea dei sindacati ha documentato come in tutta l'Unione Europea il primo semestre del 2022 abbia visto dividendi d'oro tra i grandi gruppi industriali e bancari, con una crescita esponenziale: più 25,1% in Belgio, più 32,7% in Francia, più 36,3% in Germania, più 23,4% in Olanda, più 97,7% in Spagna (all'ombra del governo “di sinistra” PSOE-Podemos). Una crescita impetuosa che corrisponde a circa venti volte l'evoluzione parallela dei salari, sostanzialmente al palo. In altri termini, un incremento ovunque del tasso di sfruttamento capitalistico del lavoro.

L'Italia si colloca in classifica subito dopo la Spagna con un incremento dei dividendi del 72,2%. Tutti i settori sono coinvolti dal fenomeno. Il settore automobilistico di Stellantis con l'incremento del 15% e 8 miliardi di utile. Il gruppo ENI con quasi 7,4 miliardi di utile a fronte dell'1,1 del primo semestre (più 700%). Ma il salto maggiore lo compie Atlantia dei Benetton, che grazie alla vendita di Autostrade a CDP passa da 33 milioni a 5,9 miliardi di utile. Seguono Banca Intesa, Unicredit, ENEL, Generali, Banca Bper, Tenaris, Poste Italiane. Complessivamente, i dividendi passano da 24,345 a 39,669 miliardi. In soli sei mesi!

Si dirà: “ora però il rincaro dell'energia ha invertito la rotta”. Sbagliato. O per lo meno inesatto. In parte l'onda della crescita dei dividendi è alimentata proprio dal rincaro dell'energia con le relative speculazioni, in parte si è scaricata sui prezzi alimentando l'inflazione. «Molte aziende sono state in grado di espandere i propri profitti unitari in un contesto di eccesso di domanda globale nonostante l'aumento dei prezzi dell'energia» e «in media i profitti hanno contribuito in modo chiave all'inflazione interna totale, al di sopra del loro contributo storico», dichiara Isabel Schnabel, membro tedesco del board della BCE.

I profitti sono dunque un volano del carovita pagato dai salariati. Altro che “caro bollette, male comune”. No. Il male non è comune nei suoi effetti sociali, e neppure nei suoi fattori scatenanti.

È una ragione in più per porre la rivendicazione di un aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti e della scala mobile dei salari come obiettivo centrale di questa fase. È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato”.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ucrainofobia. Distorsioni ottiche a sinistra

 


I paradossi di un singolare strabismo

Russofobia e ucrainofobia si scontrano all'arma bianca dentro la guerra di propaganda. Purtroppo a volte anche all'interno della sinistra.

La russofobia è sotto gli occhi di tutti. Le odiose misure di ritorsione dei governi occidentali contro sportivi, artisti, uomini di cultura responsabili solo di essere russi è di una tale volgarità ripugnante che non merita commenti. C'è solo da osservare che lo sciovinismo nazionale grande-russo ha tutto da guadagnare da questa forma di isteria xenofoba. Come, del resto, dalla campagna di sanzioni contro la Russia varate dagli imperialismi occidentali. Cioè dall'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale.

L'ucrainofobia invece è molto meno appariscente, ma assai più diffusa. Anche e soprattutto in settori di estrema sinistra. L'accostamento di Zelensky al nazismo, e per questa via l'accostamento del nazismo agli ucraini, segna il senso comune, le semplificazioni del linguaggio, le invettive da social. È un accostamento tanto falso quanto significativo. È falso innanzitutto sul piano dell'analisi più elementare. Un governo borghese, nazionalista e liberista, assume e può assumere misure antioperaie e reazionarie. Ma distinguere un governo borghese nazionalista da un governo fascista dovrebbe essere l'abc per i comunisti. Zelensky e il suo partito dei cosiddetti “servitori del popolo” sono espressione di un populismo borghese di centro, non dissimile per alcuni aspetti dal grillismo della sua prima stagione. Non è un caso che il populismo ucraino di destra (Poroshenko) si sia presentato alle elezioni in contrapposizione a Zelensky, né è un caso che Zelensky abbia raccolto i maggiori consensi proprio nelle regioni russofone, in quanto opposto alla destra nazionalista. Si può solo aggiungere che l'invasione russa, lungi dal detronizzarlo, ha ulteriormente allargato il suo consenso. Purtroppo anche tra i proletari ucraini. A maggior ragione l'accostamento tra ucraini e nazisti, nel sottopancia di non pochi compagni, è obiettivamente grave. Non solo perché assimila un popolo alla natura, per di più falsata, del regime politico che lo domina, ma anche perché riproduce lo stereotipo propagandistico dell'imperialismo invasore. E cioè la rappresentazione della guerra propria dello sciovinismo grande-russo, quella che si maschera da “operazione speciale” per la “denazificazione” dell'Ucraina. Una denazificazione davvero speciale se acclamata da Dugin e dagli ambienti fascisti di Santa Madre Russia.

Vi accorgete ora che c'è la guerra, ma in realtà c'è da otto anni” è una delle osservazioni più ricorrenti. Questa è in realtà una rimozione della guerra attuale. L'attuale guerra, segnata dall'invasione russa dell'Ucraina, non è affatto la continuità della guerra precedente. Ha un'altra natura ed altri fini. Otto anni fa una rivolta reazionaria a piazza Maidan a Kiev rovesciò il governo filorusso di Yanukovich, e diede avvio a un corso politico nazionalista ucraino che ha assunto misure reazionarie contro le popolazioni russofone del Donbass. Per questo come PCL abbiamo difeso per otto anni la resistenza del Donbass e i diritti nazionali delle popolazioni russofone, indipendentemente dalla natura rossobruna dei governi separatisti e dal sostegno militare loro accordato dall'imperialismo russo.

La guerra iniziata il 24 febbraio è un'altra cosa. È la guerra dell'imperialismo russo contro la nazione ucraina. Una guerra mirata al suo assoggettamento e/o alla sua spartizione, secondo le volontà dichiarate dello stesso Putin (discorso alla nazione e al mondo del 21 febbraio). La posta in gioco di questa guerra non sono i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofone, oggi peraltro bombardate dall'imperialismo russo (e non a caso avare di quel consenso agli invasori che Putin credeva scontato), ma i diritti di autodeterminazione della nazione ucraina.

I diritti di autodeterminazione di nazionalità oppresse non sono a geometria variabile. Se l'imperialismo russo promuove una guerra d'invasione e di conquista contro la nazione ucraina, la nazione ucraina ha diritto a difendersi contro la Russia, così come il Donbass aveva diritto a difendersi contro il governo ucraino. Perché usare due pesi e due misure? Presentare la guerra attuale come la continuità di quella degli otto anni precedenti serve solo alla propaganda bellica di Putin, mirata a consolidare il consenso in Russia alla propria guerra di conquista.

L'ucrainofobia trascina con sé distorsioni ottiche profonde nella lettura stessa della guerra in atto. Ad esempio. Sappiamo tutti che l'Ucraina è contesa da imperialismi NATO e imperialismo russo. Sappiamo anche che per noi non c'è alcuna ragione di preferire un imperialismo all'altro da un punto di vista generale e storico. È fuor di dubbio. Ma possiamo dire che oggi vale lo stesso per il popolo ucraino, sottoposto ai bombardieri russi? Dieci milioni di ucraini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, tre milioni sono coloro che hanno lasciato il paese. Da quale imperialismo sono fuggiti? Secondo ogni evidenza, dall'imperialismo russo che ha invaso l'Ucraina e la bombarda. O no? O dobbiamo dire che siccome per noi dal punto di vista storico un imperialismo vale l'altro, allora gli ucraini si sbagliano a vedere nella Russia oggi il nemico immediato contro cui battersi?
In questa assenza di empatia, di sensibilità elementare per la drammatica sofferenza di un popolo c'è anche la misura dell'arretramento culturale del senso comune. Il fatto che a fronte della guerra d'invasione dell'imperialismo russo non vi sia stata ad oggi alcuna manifestazione di protesta sotto l'ambasciata russa non è meno significativo. Non è mai accaduto per nessuna guerra d'invasione del passato. Non è un'accusa, è un fatto. Come è un fatto che la stessa rivendicazione elementare del ritiro delle truppe russe dai territori occupati con l'invasione di febbraio è la grande assente dalle piattaforme di lotta del sindacalismo di classe, che pur sosteniamo. Come se la sacrosanta opposizione al nostro imperialismo giustificasse la rimozione dell'imperialismo russo.

Una distorsione analoga riguarda la resistenza ucraina. In questo caso la rappresentazione è mutuata dalla comunicazione mediatica borghese. La resistenza viene dipinta unicamente come resistenza dell'esercito e pura espressione del governo ucraino. Così non è. Naturalmente, come sappiamo, il nazionalismo è egemone, e il peso dell'esercito dominante. Ma non tutto si riduce all'esercito, e neppure al governo. Partecipano alla resistenza sindacati operai apertamente critici verso il governo Zelensky e le sue recenti misure antioperaie (come il Sindacato Indipendente per la Protezione del Lavoro). Le manifestazioni contro l'occupazione russa che si sono svolte a Kherson, sotto il fuoco delle truppe occupanti, sono state promosse in larga parte dai sindacati della scuola. Su scala nazionale, diverse decine di migliaia di proletari si sono arruolati come volontari nelle strutture di quartiere e di difesa territoriale. Ad esempio nel sito minerario Dtek in Donbass, di proprietà del capitalista Akhmetov, l'arruolamento volontario ha coinvolto oltre 400 minatori, sorretti dalla solidarietà attiva di chi è rimasto a lavorare in miniera per le esigenze imposte dalla difesa del paese (Le Monde, 4 maggio). Relazioni di solidarietà internazionale con la resistenza ucraina si sono prodotte in Europa nel settore metalmeccanico, tra i lavoratori di ArcelorMittal di Brema e di Gand e i lavoratori della stessa azienda in Ucraina. Organizzazioni e tendenze classiste di diversi paesi già impegnate nel contrasto dei propri governi borghesi, da Conlutas in Brasile a Solidaire in Francia, sostengono la resistenza ucraina, ed in particolare le organizzazioni sindacali in questa impegnate. In Bielorussia il 20 aprile i dirigenti della principale confederazione sindacale (BKDP) sono stati arrestati perché contrari alla guerra della Russia e solidali coi sindacati ucraini. Contro questo arresto si è pronunciato il Comitato Esecutivo della Confederazione del Lavoro della Russia, che rivendica l'immediata liberazione degli arrestati.

Inoltre la resistenza popolare all'invasione si esprime nell'organizzazione della difesa cittadina contro le truppe d'occupazione. Uomini e donne che confezionano bottiglie molotov nella previsione di un possibile ingresso dei carri armati nelle città, come a Kiev e Kharkiv, o che ammassano sacchi di sabbia sulle spiagge di Odessa per contrastare un possibile sbarco di truppe russe, sono a pieno titolo parte della resistenza. Non comprendere questo elemento non è solo una rimozione politica, ma anche un fattore di incomprensione della dinamica militare della guerra. Il fallimento dell'offensiva russa su Kiev nella prima parte del conflitto è stata sicuramente il prodotto di tanti elementi, ma certo anche della deterrenza prodotta dall'annunciata resistenza popolare nelle città, che ha costretto lunghe colonne corazzate russe a rimanerne fuori e a divenire per questo bersaglio dell'iniziativa militare ucraina. Più in generale, chi non coglie la connessione tra tenuta militare e sostegno popolare ha poca dimestichezza con la storia reale delle resistenze di ogni tempo e luogo.

Eppure tutto questo scompare dalla percezione diffusa. Su tutto domina la figura di Zelensky e il battaglione Azov, alfa e omega di tutto. La presenza fascista nella resistenza ucraina, già molto ridotta e oggi tanto più decimata, sembra arruolare miracolosamente l'intera resistenza dietro le proprie bandiere, come vuole la lettura dell'imperialismo russo. Mentre il fascismo russo panslavista, ben insediato nell'apparato imperialista del paese occupante, viene relegato nel migliore dei casi a fatto marginale di folclore, quando non addirittura ignorato.

Il tema delle armi ha occupato lo spazio centrale della discussione, ma in termini profondamente distorti. Si confonde innanzitutto l'invio delle armi col riarmo. Con alcuni curiosi paradossi. La Germania, la più prudente nell'invio delle armi, è quella che investe più di cento miliardi aggiuntivi nel proprio riarmo. Davvero non si coglie la differenza, oltre che il diverso ordine di grandezza? In realtà il criterio spartiacque “sì o no alle armi” è totalmente subalterno a una visione ideologica pacifista, spesso sposata per interesse proprio da ambienti filoputiniani e rossobruni. Col risultato paradossale di consegnare alla NATO e al PD il titolo abusivo di unici difensori della resistenza, e di consentire loro di mascherare dietro “l'invio delle armi” i propri scandalosi piani di riarmo. Assurdo.

Siamo da sempre in prima fila contro il riarmo imperialista, innanzitutto del nostro imperialismo NATO. Denunciamo la preparazione alla guerra che questo riarmo configura, assieme all'espansione della NATO nel Nord Europa, al rafforzamento dei contingenti NATO nei paesi confinanti con la Russia, al crescente coinvolgimento in essi dell'imperialismo italiano. A differenza di altre sinistre che hanno scambiato ministeri e sottosegretariati col voto ai bilanci militari, ci siamo sempre contrapposti all'imperialismo di casa nostra, al suo militarismo, alle capitolazioni ad esso delle sinistre riformiste. E non parliamo solo del passato o del PRC con Prodi. Parliamo del governo Tsipras che in anni recenti ha speso in armamenti il 4% del PIL, il doppio di quanto richiesto dalla stessa NATO. Parliamo di Podemos, che oggi siede con quattro ministri e un vicepresidente del Consiglio nel governo dell'imperialismo spagnolo, e vota i bilanci militari del riarmo. Parliamo dell'Alleanza di Sinistra in Finlandia, che siede in un governo che annuncia la propria richiesta di ingresso nell'Alleanza Atlantica. Parliamo anche, al di là dell'Atlantico, dei ministri "di Sanders" che siedono al governo Biden della più grande potenza imperialista del pianeta, vero capofila del riarmo mondiale e della NATO. (Di Mélenchon possiamo solo dire che ha già cancellato la rivendicazione dell'uscita dalla NATO e che il suo patriottismo di sinistra, unito alla pretesa di una coabitazione con Macron, non promette nulla di buono.)

Eppure tutto questo è rimosso, perché in Italia ciò di cui si discute a sinistra è l'invio o meno di armi alla resistenza ucraina. La montagna si nasconde dietro al topolino. Ed anche qui con molta confusione. Tralasciamo per ragioni di brevità la confusione che si fa sulla stessa natura e portata reale delle armi inviate, e andiamo all'essenziale. L'essenziale è che si confonde la finalità politica dell'invio delle armi da parte dei paesi imperialisti e il diritto della resistenza ucraina ad usarle, quale che sia la loro provenienza.

Le finalità dell'invio, in particolare da parte di USA e Gran Bretagna (i due principali paesi donatori) è naturalmente imperialista. Gli imperialismi NATO usano l'invio delle armi come strumento di condizionamento politico dello stesso governo ucraino. Vogliono preservare il controllo imperialista sull'Ucraina. E una volta vista – contro le loro stesse previsioni iniziali – la capacità di resistenza ucraina, puntano a fare di necessità virtù: spingono cioè per un prolungamento della guerra mirato a indebolire l'imperialismo russo, alleato della Cina, e quindi anche quest'ultima. È la stessa logica imperialista delle sanzioni, che in realtà non solo si scaricano sulle condizioni di vita dei proletari ma rafforzano politicamente la campagna nazionalista dell'imperialismo russo sul proprio fronte interno. Tutto questo, nei limiti delle nostre possibilità, noi lo denunciamo, agli occhi dei lavoratori italiani, russi ed ucraini.

Ma dedurre dalle finalità imperialiste dell'invio delle armi il rifiuto del diritto di resistenza di un popolo invaso è assurdo. “Perché allora non le inviate ai palestinesi, e alle tante resistenze in giro per il mondo?” obietta un qualsiasi Alessandro Di Battista, con diverse sinistre a rimorchio. Come se smascherare l'ipocrisia dell'imperialismo potesse rimuovere la nostra ipocrisia. Gli imperialismi si muovono solo per i propri fini e i propri interessi. Così fanno per l'invio delle armi. Quando fornirono armi e istruttori ai curdi non lo fecero certo perché improvvisamente sensibili alla loro causa nazionale, ma solo perché ritennero conveniente sostenerli militarmente contro l'ISIS. Dovevamo quindi opporci all'invio di armi americane alla resistenza curda, cioè al diritto curdo ad usare quelle armi contro un nemico in quel momento mortale? No. Sostenemmo pienamente il diritto curdo ad usarle, senza per questo smettere di denunciare le finalità degli USA. Perché dovremmo fare diversamente nel caso della resistenza ucraina? Il popolo ucraino è oggetto della guerra d'invasione di un imperialismo enormemente più potente dell'ISIS, che da più di due mesi bombarda case, ospedali, scuole, luoghi di lavoro. La resistenza ucraina non può scegliersi le armi da usare, come non potevano sceglierle i curdi. Una resistenza per una giusta causa ha diritto a difendersi con le armi di cui può disporre. Noi abbiamo il dovere di metterla in guardia dai fini di che gliele offre. Ma non abbiamo alcun titolo per negarle questo diritto.

Dire che l'invio delle armi è in quanto tale il prolungamento della guerra confonde i piani. Come abbiamo detto, denunciamo il tentativo USA e britannico di subordinare la resistenza ai propri fini, cioè di prolungare la guerra. Ma denunciare i fini dell'imperialismo NATO non significa rimuovere quelli dell'imperialismo invasore. Il fine dichiarato dall'imperialismo russo, al piede di partenza della guerra, era quello di cancellare l'Ucraina come “invenzione comunista”. Da qui l'appello pubblico di Putin all'esercito ucraino perché destituisse Zelensky (26 febbraio). La resistenza ucraina ha sconfitto questo primo obiettivo. Senza la resistenza ucraina, necessariamente in armi, la guerra sarebbe finita due mesi fa o poco più. L'imperialismo russo avrebbe celebrato a Kiev la propria “pace”, con la benedizione del Patriarca di Mosca, il trionfo di Dugin, un enorme rafforzamento del regime di Putin sul proprio fronte interno. È questa la pace che il movimento operaio internazionale deve rivendicare in Ucraina? Eppure questo sarebbe stato l'effetto della campagna contro l'invio delle armi (“non ce la possono fare contro i russi”, “prima si arrendono meglio è per tutti”... ecc. ecc.). Si dovrebbe avere almeno l'onestà intellettuale di riconoscerlo.

Noi siamo contro un prolungamento della guerra sulla pelle degli ucraini. Ma anche contro una pace sulla pelle degli ucraini. Rivendichiamo una pace giusta: la cessazione delle ostilità, il ritiro delle truppe russe dai territori conquistati dopo il 24 febbraio, il riconoscimento della Crimea alla Russia, il diritto di libera autodeterminazione delle popolazioni del Donbass. Se si è contrari a questa soluzione – l'unica equa – lo si dica e si entri nel merito. Ma se si sostiene questa soluzione si deve avere l'onestà di ammettere che è incompatibile con la rinuncia alla resistenza.

Un luogo comune diffuso in alcuni settori afferma che l'invio delle armi è partecipazione alla guerra, “dunque” la guerra è direttamente imperialista, “dunque” la posizione da tenere è quella del disfattismo su ogni lato. Soprattutto, in realtà, il disfattismo contro la resistenza ucraina. Questa argomentazione è falsa nei suoi presupposti e sbagliata nelle sue conclusioni. No, l'invio delle armi non equivale ad essere in guerra. Anche quando l'invio è prolungato e massiccio. URSS e Cina sostennero militarmente la resistenza vietnamita contro l'imperialismo USA, ma non per questo erano in guerra con gli USA, ciò che avrebbe equivalso nel contesto d'epoca a una guerra mondiale. Gli USA nei primi due anni dell'ultima guerra mondiale sostenevano militarmente la Gran Bretagna contro la Germania nazista, ma non per questo erano in guerra con la Germania. Vi entrarono dopo l'attacco del Giappone a Pearl Harbour, con un mutamento del quadro del conflitto che fu decisivo per il suo esito. Si possono moltiplicare gli esempi. Oggi le potenze imperialiste NATO sono coinvolte nella guerra ma non sono in guerra. Non è una questione di forma ma di sostanza.

La teoria della “guerra per procura” è popolare a sinistra, ma è falsa. L'Ucraina non è “entrata in guerra per conto degli USA”. Vi è entrata perché attaccata e invasa dall'imperialismo russo. Gli USA, che non credevano alla resistenza ucraina (avevano offerto asilo a Zelensky consigliandogli la fuga dopo 24 ore), ora la sostengono e vogliono subordinarla ai propri scopi (che noi denunciamo). Non è affatto la stessa cosa. La posizione disfattista sul versante ucraino non ha oggi un fondamento oggettivo. La sua unica ricaduta politica è il lasciapassare alla vittoria russa contro l'Ucraina.

Prendiamo l'esempio della resistenza delle repubbliche separatiste del Donbass dopo il 2014. L'imperialismo russo sostenne, nel suo proprio interesse, la resistenza delle popolazioni russofone contro l'aggressione di Kiev, appoggiata dalla NATO. Ma non per questo la Russia era in guerra con la NATO e viceversa. L'elemento centrale dello scontro vedeva contrapposti il governo nazionalista ucraino e i governi separatisti, ognuno coi propri supporti imperialisti. Per questo giustamente difendemmo i diritti nazionali delle popolazioni russofone contro il governo ucraino, indipendentemente dall'invio delle armi dell'imperialismo russo, senza cessare di denunciare gli scopi di quest'ultimo e la natura rossobruna dei governi separatisti. Così oggi difendiamo i diritti nazionali dell'Ucraina contro l'imperialismo russo, senza cessare di denunciare gli scopi degli imperialismi NATO e la natura del governo Zelensky.

Siamo sempre e comunque per la fraternizzazione tra gli sfruttati di tutte le nazioni. Siano esse dominanti o oppresse, in guerra o in pace. Ma i contenuti della fraternizzazione non possono essere indifferenti alla natura di un conflitto e dei suoi contendenti. Non combattiamo l'imperialismo russo dal versante del nostro imperialismo, non sosteniamo la logica delle sanzioni dell'imperialismo NATO contro la Russia, denunciamo ogni forma di isteria antirussa, sia essa ucraina o occidentale, rivendichiamo la massima fraternizzazione coi proletari russi, vittime anch'essi dello sciovinismo grande-russo e della sua guerra di conquista contro l'Ucraina. Ma per questa stessa ragione non possiamo ignorare le ragioni di solidarietà col proletariato ucraino, prima vittima della guerra di Putin. Nessuna solidarietà e fraternizzazione coi proletari ucraini è oggi possibile se neghiamo loro il diritto a resistere. Non faremo emergere nessun punto di vista alternativo all'egemonia tra di essi del nazionalismo borghese e di Zelensky se volteremo le spalle a quel diritto. Al contrario, contribuiremo in quel caso a rafforzare la presa del nazionalismo nelle loro file, e di conseguenza a danneggiare la stessa causa della fraternizzazione tra proletari ucraini e proletari russi, che è la principale arma di lotta contro la guerra.

Siamo disfattisti verso l'imperialismo di casa nostra, ma senza ignorare l'imperialismo che entra in casa d'altri, e contro cui altri proletari giustamente resistono. Combattiamo l'imperialismo NATO ma senza concessioni all'imperialismo russo. Siamo contro l'escalation militare, contro ogni guerra imperialista, contro l'ingresso in guerra della NATO, contro ogni appello che vada in questa direzione (inclusi gli appelli di Zelensky alla no fly zone o similia). Ma non sulla pelle del diritto elementare di un popolo a lottare contro le truppe d'occupazione di una potenza imperialista. È la coerenza che ci portò a sostenere la resistenza irachena, nonostante Saddam Hussein. Non la tradiremo in Ucraina, nonostante Volodymyr Zelensky.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le elezioni, l'unità della sinistra, la presenza elettorale del PCL


 Il primo turno delle elezioni amministrative del 3-4 ottobre ha registrato un'affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Milano, Torino, Bologna). Questa affermazione è dovuta non a uno spostamento di elettori dal blocco di centrodestra ma alla dimensione abnorme di un'astensione dal voto che ha interessato in larga prevalenza l'elettorato della Lega. La Lega è la vera sconfitta di questo passaggio elettorale. Più precisamente, il segretario della Lega. La sua ricollocazione nella maggioranza di governo a sostegno di Draghi nel quadro dell'unità nazionale ha sicuramente inciso sul voto, assieme allo scarso appeal di candidati civici improvvisati e posticci, risultante del braccio di ferro tra Lega e Fratelli d'Italia per la guida della coalizione. Fratelli d'Italia si avvantaggia del netto arretramento della Lega ma non in misura proporzionale. Giorgia Meloni non ha capitalizzato che parzialmente la caduta della Lega; il grosso dell'emorragia leghista si è indirizzata verso l'astensione. Significa che la Lega e il centrodestra nel suo insieme continuano a disporre di un blocco sociale ed elettorale maggioritario, sia pure temporaneamente passivo.


Qualunque proiezione della vittoria del centrosinistra sulle prossime elezioni politiche sarebbe dunque ad oggi del tutto sbagliata. Il voto amministrativo è ben diverso dal voto politico, diverso il peso delle motivazioni e della riconoscibilità delle leadership. Così non va confuso il voto delle grandi metropoli col voto dei piccoli centri e della provincia profonda, dove l'astensione al voto è stata molto minore, il centrodestra è più forte e i risultati hanno spesso altro segno. A tutto questo si aggiunge l'assetto ancora in fieri della coalizione del centrosinistra, con un Movimento 5 Stelle che ha virato nel suo gruppo dirigente verso la coalizione col PD ma che registra una forte caduta elettorale, al punto da non risultare determinante in fatto di voti né a Bologna né a Napoli, dove pure ha corso nella coalizione vincente. Parallelamente, la forte affermazione politica di Calenda a Roma può dare volto e riferimento a un processo di raggruppamento al centro capace di aprire contraddizioni nuove e incidere sugli equilibri politici.

Il negoziato sulla legge elettorale inciderà in modo rilevante sugli assetti politici di rappresentanza della borghesia italiana. Una parte importante dell'establishment e dei suoi uomini di riferimento vuole rimuovere la legge attuale, che presumibilmente assegnerebbe al centrodestra una vittoria con ampio margine, tanto più dopo il taglio dei parlamentari. L'idea è quella di una riforma elettorale di tipo proporzionale che possa liberare uno spazio più ampio per un raggruppamento di centro capace di tagliare le ali “populiste” e dare organicità e stabilità all'esperienza Draghi o simil-Draghi anche dopo il 2023. I circoli dominanti della politica borghese sono da subito al bivio di una scelta inaggirabile: se mettere Draghi in sicurezza per sette anni quale Presidente della Repubblica, trovandogli un sostituto di unità nazionale come Presidente del Consiglio e arrivare così a fine legislatura; o se puntare sulla continuità del governo Draghi trovando un'altra soluzione di unità nazionale per la presidenza della Repubblica, lavorando nel frattempo su una riforma elettorale che possa favorire un ripescaggio di Draghi in qualche forma dopo il 2023.

Nell'immediato, da qui al febbraio 2022, il governo continuerà la propria navigazione. Le mosse di Salvini sul catasto servono solo a coprire la sua sconfitta elettorale e a mostrare il proprio peso politico e istituzionale nella stessa Lega, dove la differenziazione con la linea organicamente draghiana di Giorgetti, estraneo alle posture populiste, permane con tutto il suo peso ma è destinata al momento a restare congelata.


IL VOTO AVARO DELLE SINISTRE

Il quadro politico della competizione borghese è al riparo dalla sinistra politica. Il voto del 3 e 4 ottobre conferma la marginalità complessiva della sinistra politica italiana. Chi si aspettava uno scenario diverso in ragione di questo o quell'altro accrocchio unitario è rimasto inevitabilmente deluso. Chi si aspettava di incassare elettoralmente la superesposizione mediatica non ha conosciuto sorte migliore.

Il PC di Marco Rizzo , che annunciava urbi et orbi che avrebbe preso più voti di tutto il resto della sinistra messo assieme è rimasto al palo. Lo 0,3% a Roma e Milano è indicativo. Il PCI viaggia tra 0,3% e lo 0,5% grazie alla rendita di posizione del vecchio simbolo. Rifondazione Comunista, che a Roma doveva sfondare con Berdini grazie alla sommatoria civica di tante sigle, rimedia lo 0,4%, mentre a Torino e Bologna manca largamente l'approdo in Consiglio comunale. Potere al Popolo ha un risultato relativamente migliore, prevalendo a Roma rispetto alle organizzazioni concorrenti con lo 0,6%, e incassando il notevole 2,4% a Bologna, frutto di una presenza elettorale continuativa tra elezioni nazionali, regionali, comunali, oltre che del sostegno di USB. Ma non prende eletti neppure a Napoli, che pure è la sua roccaforte. Il nostro partito riscuote un voto modestissimo, tra lo 0,4% a Bologna e lo 0,1 e 0,05% nelle altre città (Roma, Milano, Torino), sostanzialmente il voto riportato da Per una Sinistra Rivoluzionaria alle elezioni politiche del 2018, ritoccato al rialzo a Bologna, al ribasso altrove.

Come sempre, ma forse più che in altre occasioni, l'esito del voto fornisce un'occasione di sfogatoio ai tanti compagni e compagne che inveiscono contro tutto e tutti: le troppe divisioni, i partitini dello zero virgola ecc. ecc. Abbiamo addirittura, oggi, Il Manifesto che spende un editoriale per chiedere ai partiti a sinistra di Sinistra Italiana di chiedere scusa ai propri elettori, definendoli “un piccolo mondo antico” di testimonianza. Evidentemente la testimonianza inizia dove finisce il centrosinistra. Non c'è male per un quotidiano... “comunista”, come ancora recita abusivamente la sua testata. Cosa non si fa per cercare di vendere qualche copia in più lisciando il pelo agli umori dei lettori.

Noi invece questo pelo non lo vogliamo lisciare. Non dobbiamo vendere merce ma presentare le nostre idee. Cercando di diradare la nebbia dei luoghi comuni e la grande confusione che ne deriva. Sì, c'è una enorme crisi della sinistra politica in Italia. Le elezioni sono solo il suo specchio. Prendersela con lo specchio serve a poco. Serve indagare la crisi della sinistra nella sua realtà, nelle sue radici e ragioni. È l'unico modo per cercare di venirne a capo.


LA CRISI DELLA SINISTRA. LE SUE RADICI, LE SUE RAGIONI

Il voto della sinistra politica non è e non può essere indipendente dalle dinamiche della lotta di classe. Così è stato sempre, in Italia e in Europa.

Negli ultimi dieci anni i fenomeni di polarizzazione a sinistra in Europa sono stati il sottoprodotto di ascese sociali. Così è stato per lo sviluppo di Syriza in Grecia, sull'onda delle grandi mobilitazioni di massa contro l'austerità; così è stata per lo stesso Podemos in Spagna, al di là del suo carattere ibrido, a ridosso delle grandi manifestazioni di piazza della giovane generazioni degli indignados. Naturalmente le esperienze di governo di entrambe – l'una già tristemente consumata, l'altra in corso – hanno disperso la domanda sociale che avevano polarizzato seppellendola sotto il macigno dell'austerità della Troika (Syriza) o di politiche padronali (Podemos col governo Sanchez che bastona i migranti, tratta l'aumento dell'età pensionabile, nega l'autodeterminazione della Catalogna). A riprova che anche i successi elettorali, persino i più travolgenti, sono effimeri se combinati con le compromissioni ministeriali. In ogni caso, i successi elettorali sono stati figli delle piazze e delle lotte, non viceversa.

In Italia lo scenario degli ultimi quindici anni è stato peggiore. Il Partito della Rifondazione Comunista, che raccoglieva la mitologica “unità della sinistra”, si suicidò tra le braccia di Prodi nel 2006, al piede di partenza della grande crisi capitalistica mondiale, votando missioni militari, detassazione dei profitti, precarietà del lavoro, tagli sociali, al modico prezzo di un ministero, di qualche sottosegretariato, della presidenza della Camera dei deputati. Da qui l'inevitabile big bang che ha travolto quel partito, accompagnandone il crollo. Quel crollo a sua volta ha liberato lo spazio di quel ciclo populista reazionario, non ancora esaurito, che è passato attraverso il grillismo, il salvinismo, il melonismo. Un populismo nutrito dalla crisi sociale, che ha coinvolto e coinvolge l'immaginario di massa di tanta parte del lavoro salariato, dirottandolo contro falsi bersagli a tutto vantaggio dei padroni.

La crisi della sinistra politica ha qui la sua radice. Non nella frantumazione, come vuole il senso comune di tanti orfani della vecchia Rifondazione. Quello è l'effetto del crollo del PRC, non la sua causaLa crisi della sinistra è quella della sua irriconoscibilità sociale, a seguito della sua esperienza traumatica e fallimentare. Milioni di lavoratori e lavoratrici che avevano votato a sinistra nel nome di una speranza l'hanno abbandonata perché l'hanno vista tradita. Un abbandono che non ha riguardato soltanto le formazioni responsabili di quelle politiche ma si è estesa anche a chi, come noi, le ha contrastate. Quando si abbassa la marea si arenano tutte le barche, al di là della rotta di navigazione. Pensare di risolvere questa crisi di riconoscibilità con accrocchi elettorali significa continuare a farsi del male con un accanimento terapeutico crudele. Gli accrocchi elettorali possono confortare (a volte e in parte) le illusioni dei militanti, ma non rispondono ai lavoratori elettori. Da qui, ogni volta, la delusione degli esperimenti, con relative frustrazioni, straccio delle vesti, imprecazioni e abbandoni. Non è questa la strada.

A maggior ragione non lo è quando nel nome della più ampia unità nelle urne si scolora sempre più la stessa identità della sinistra classista (non diciamo comunista) in direzione di liste civiche, genericamente democratiche, di cittadini progressisti, sotto le quali nascondere partiti e simboli nella speranza di renderle più attrattive. Arcobaleno, Rivoluzione Civile, Altra Europa con Tsipras, Potere al Popolo, La Sinistra... sul piano nazionale; una infinità di liste civiche sotto le denominazioni più fantasiose su scala locale. Le une e le altre presentate ogni volta come la soluzione finalmente scoperta per uscire dalla marginalità, e ogni volta finite nello sconforto. Ora pare sia la volta dell'appello a De Magistris da parte del PRC per le prossime elezioni politiche, una sorta di Ingroia 2.0, vestendolo dei panni di un possibile salvatore. Altro giro, altro regalo. Auguri.


UNA RISPOSTA VERA ALLA CRISI DELLA SINISTRA, FUORI DA ILLUSIONI E IMPRECAZIONI

Dalla crisi della sinistra si può cercare di uscire solo da un'altra porta. O meglio, da due altre porte.

La prima è il terreno della ricomposizione di un fronte sociale di classe sul terreno della lotta. L'unità da ricercare sta innanzitutto qui. È singolare che i tanti predicatori dell'unità nelle urne non avanzino proposte e iniziative sul piano dell'unità di lotta della classe operaia. E non poche volte avallino scelte e posizioni, politiche o sindacali, che vanno in direzioni opposte.

Noi come PCL ci siamo mossi in questi anni in direzione della più ampia unità di lotta dell'avanguardia di classe, dal Coordinamento delle sinistre di opposizione al Patto d'azione anticapitalista, portandovi sempre il contributo delle nostre proposte, ma mai ponendole come condizione dell'unità d'azione. Al tempo stesso, in ogni raggruppamento unitario dell'avanguardia abbiamo posto la necessità della più ampia proiezione di massa contro ogni visione che confonda la massa col proprio ombelico.
Il problema che tutte le avanguardie hanno, se sono tali, non è quello di recintare il proprio perimetro ristretto, ma è quello di rianimare la resistenza della massa, infonderle fiducia nelle proprie forze, ricomporre l'unità delle sue file contro un avversario di classe determinato e agguerrito come mai in passato. GKN, Whirlpool, Alitalia... in ogni lotta particolare poniamo l'esigenza dell'unità generale delle lotte, e dunque di un piano d'azione che possa generalizzare le esperienze più avanzate, rafforzare la linea di resistenza, portarla sullo stesso terreno di radicalità oggi imposta dalla radicalità di padronato e governo. L'appello nazionale contro i licenziamenti, per l'occupazione delle aziende che licenziano, una cassa nazionale di resistenza, la rivendicazione unificante della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio va in questa direzione. Con la stessa logica unitaria e radicale interveniamo in ogni movimento, a partire oggi dalle mobilitazioni giovanili sul terreno cruciale dell'ambientalismo.

La seconda direzione riguarda la prospettiva politica. Senza una prospettiva politica, e dunque una direzione che la incarni, anche il più grande dei movimenti va a sbattere prima o poi contro il muro. Oppure viene usato da altri per altri scopi rispetto alle sue ragioni.
Oggi non c'è in campo una prospettiva politica riformista. Il crollo dell'URSS, la grande crisi capitalistica internazionale, le nuove contraddizioni tra gli imperialismi vecchi e nuovi per la spartizione del mondo, hanno chiuso da tempo quello spazio. Senza elaborare questo lutto si è destinati ogni volta a rinverdire vecchie e nuove illusioni senza futuro, prima nei Prodi, poi negli Tsipras, poi nei Sanchez, persino in Biden. Salvo uscirne ogni volta con le ossa rotte, come sinistra e soprattutto come classe lavoratrice, a tutto beneficio dei padroni e spesso delle destre più reazionarie.
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Per questo poniamo al centro di tutta la nostra politica la prospettiva anticapitalista di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non perché ci piace una formula più radicale, ma perché davvero non esiste altra prospettiva storicamente progressiva al di fuori di questa. Perché tutte le rivendicazioni più elementari, sul terreno del lavoro, del contrasto all'inquinamento, della lotta contro la pandemia, rimandano alla messa in discussione di questo sistema fin dalle sue fondamenta. Appunto una prospettiva di rivoluzione. L'alternativa non sono le riforme, ma la reazione.


LA RAGIONE ORGOGLIOSA DELLA NOSTRA PRESENZA ELETTORALE

Quando il PCL si presenta alle elezioni con questo programma. Anzi, proprio in ragione di questo programma ci presentiamo alle elezioni. Da inguaribili leninisti non ci interessa avere un buon programma da tenere in tasca. Ci interessa un programma d'azione da portare alle masse, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, in ogni movimento e lotta degli sfruttati.

La coscienza di massa è lontana dalla comprensione della necessità di questo programma? Lo sappiamo bene, lo constatiamo ogni giorno. Lo vediamo nelle urne. Ma è una ragione in più per cercare di elevare questa coscienza, non per nascondere questo programma.

Questo programma riscuote oggi pochi voti? Verissimo. Ma questo non dipende dal fatto che il PCL si presenta alle elezioni, dipende dall'arretramento della coscienza generale – di cui certo non portiamo responsabilità, anche se ne subiamo gli effetti – e naturalmente dall'esiguità ad oggi delle nostre forze. Di certo non è rinunciando a presentare un programma che potremmo accrescerle. In ogni caso non è rinunciando a presentare un programma rivoluzionario che potremmo accrescere la coscienza dei lavoratori.

Oggi siamo la sola organizzazione, tra quelle interessate a presentarsi al voto, ad avere come programma la rivoluzione sociale, cioè il governo dei lavoratori. Per questo ci presentiamo da soli. Per nessun'altra ragione che questa. È possibile, sicuramente auspicabile, che in futuro altre tendenze e organizzazioni possano far proprio questo programma, magari passando e provenendo da altri percorsi. In quel caso un blocco elettorale attorno al comune programma sarebbe un fatto altamente positivo, ed anzi sarebbe la premessa di un comune partito marxista rivoluzionario, che resta la questione strategica decisiva. Senza la quale, fuori dalla quale, si è destinati ogni volta a ricominciare da capo.

Allora non vi interessa che vi sia una frammentazione di sigle e dunque una gran confusione a sinistra? Certo che ci interessa, anche perché ci danneggia. Danneggia la visibilità e riconoscibilità dell'unico programma comunista sommergendolo sotto una valanga di nomi e di sigle apparentemente similari, ma raccolte attorno a programmi riformisti, dunque utopici.
Forse sarebbe utile, non solo possibile, che le diverse organizzazioni (diversamente) riformiste si unissero elettoralmente per ridurre la confusione. Tanto più che non vi sono principi che le dividono. Di certo non si può chiedere di levare il disturbo a chi si batte per un governo dei lavoratori e intende presentare questo programma alla massa più larga, per farlo conoscere, per rafforzare anche per questa via la costruzione di un partito rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dialogo sulle elezioni con un compagno/a (dubbioso/a) della sinistra radicale

 


Vedo che vi presentate come PCL in quasi tutte le grandi città: Roma, Milano, Torino, Bologna. Che senso ha questa vostra presentazione? Ci si doveva unire, invece di contribuire alla divisione e alla confusione.


Caro/a compagno/a, capiamo il tuo punto di vista, ma sei tu a far confusione tra piani diversi. Sul terreno delle lotte siamo i primi a batterci per l’unità più ampia del movimento operaio e di tutte le sue organizzazioni attorno a obiettivi comuni contro il padronato e contro il governo. Non a caso il PCL è stato ed è con un ruolo propulsivo in tutti i circuiti unitari dell’avanguardia (Patto d’azione anticapitalista, Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi, Coordinamento delle sinistre di opposizione). Ma sul terreno elettorale i rivoluzionari presentano da sempre il proprio programma generale, e il nostro programma generale è non solo contrapposto ai partiti borghesi (liberali, reazionari o populisti che siano), ma anche distinto dai programmi di altri partiti della sinistra.


Ma dov’è la distinzione? Non siamo forse tutti per la difesa dei lavoratori, contro il capitalismo e l’imperialismo, ecc.?

A parole sicuramente, anche perché le parole non costano nulla. Nella pratica le cose sono più complicate. Il Partito della Rifondazione Comunista è stato complessivamente per cinque anni al governo, o nell’area di governo (col primo governo Prodi tra il 1996 e il ‘98 e col secondo governo Prodi tra il 2006 e il 2008), votando di tutto: lavoro interinale, privatizzazioni, tagli alla sanità e alla scuola, addirittura una gigantesca detassazione dei profitti (IRES dal 34% al 27,5%) a vantaggio degli industriali e dei banchieri. Per non palare del voto alle missioni militari, Afghanistan incluso. Solo Marco Rizzo ha fatto di peggio, perché oltre alle schifezze dei governi Prodi ha votato anche quelle del governo D’Alema tra il 1998 e il 2000 e del secondo governo Amato (2000-2001): dai bombardamenti su Belgrado alla parificazione tra scuola pubblica e scuola privata.


Ma sono cose vecchie, occupiamoci dell’oggi!

A noi hanno insegnato che è il passato che spiega il presente. È una verità che vale sempre e su tutti i piani. Quando denunciamo Fratelli d’Italia non ricordiamo anche che Meloni ha votato la legge Fornero? Quando denunciamo la Lega non spieghiamo anche che ha massacrato le pensioni votando il sistema contributivo? Quando denunciamo il PD non ricordiamo anche che ha difeso e gestito tutte le politiche passate di austerità, senza sconti di sorta? E giustamente. Per quale ragione dovremmo dire che il passato non conta solo quando si tratta della sinistra cosiddetta radicale?


D’accordo, avranno fatto errori, ma hanno anche fatto autocritica.

In primo luogo, non si tratta di errori, ma di crimini. Se si vota la detassazione dei profitti, o le missioni di guerra, o il taglio della spesa sanitaria per pagare il debito alle banche, non è che si sbaglia la via del socialismo. È che si vota il programma dell’avversario di classe, in cambio di ruoli ministeriali e istituzionali. Il movimento comunista è nato rompendo con queste politiche. Non le ha considerate “errori”.
In secondo luogo, con tutto il rispetto, dov’è l’autocritica? Rifondazione ha recentemente sostenuto con entusiasmo il governo Tsipras che ha tagliato salari, pensioni, diritti. E oggi sostiene il governo “di sinistra” in Spagna (PSOE-Podemos) che butta a mare i migranti e negozia l’aumento dell’età pensionabile. Non è un caso che Rifondazione indichi il governo Sanchez come modello di riferimento: il suo sogno, sottotraccia, resta quello di una ricomposizione di governo col PD. Oggi impossibile certo, ma...


Vabbè, d’accordo, non avranno fatto autocritica e saranno pure un po’ ambigui, ma qui e ora abbiamo a che fare con un'offensiva padronale terribile che ci sta distruggendo, e voi siete lì che spaccate il capello.

Caro/a compagno/a, stai mischiando le pere con le mele. L’offensiva padronale ci sta distruggendo non perché il PCL si presenta al voto, o perché ci sono troppe liste a sinistra, ma perché quell’offensiva non incontra una risposta proporzionale all’attacco. Questa è l’esperienza degli ultimi quindici anni.
Noi diciamo che occorre alzare un argine sul terreno della lotta. Che occorre unire tutte le vertenze attorno ad un’azione comune: cassa nazionale di resistenza, occupazione delle aziende che licenziano – come hanno fatto in GKN – e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Abbiamo attivato un appello nazionale che sta raccogliendo attorno a questa rivendicazione le adesioni di numerosi operai d’avanguardia impegnati in diverse vertenze. Sia chiaro: qui le elezioni non c’entrano, qui c’entra l’azione di massa. Perché le diverse sinistre politiche e sindacali non uniscono i loro sforzi ai nostri per favorire insieme un'esplosione sociale? Si presentino pure diverse liste, se corrispondono a programmi diversi. Ma si uniscano le forze nell’azione! Lenin diceva “marciare separati, colpire uniti”.


In effetti, farebbero bene a farlo.

Certo, ma attento: quelle rivendicazioni e quel terreno d’azione implicano una prospettiva anticapitalista, la lotta per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unico che realisticamente possa realizzare queste misure di rottura. Se non ci si batte per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, se si persegue la ricomposizione di un “nuovo” centrosinistra, se ci si muove in ogni caso in una logica solo istituzionale ed elettorale, alla fine non ci si batte neppure per l’occupazione delle aziende che licenziano. E infatti siamo purtroppo solo noi ad oggi a batterci per questa parola d’ordine. Guarda caso siamo l’unico partito che ha nel proprio programma la lotta per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori, basato sulla loro forza e autorganizzazione.


Mmm, ci penserò. Però questo vostro discorso spazia su tutto tranne sui problemi locali. Queste sono elezioni amministrative, non elezioni politiche.

Sì, sono elezioni amministrative, ma i problemi sono politici ad ogni livello, anche a livello locale. Tutte le giunte locali, di centrodestra come di centrosinistra come pentastellate, hanno tagliato le spese sociali, esternalizzato i servizi, precarizzato il lavoro, in ragione delle politiche nazionali di austerità. Oppure si sono indebitate con le banche sino al collo per compensare i tagli subiti. Noi diciamo che se vuoi regolarizzare il lavoro dei precari, investire in trasporti, sanità, istruzione, devi ribellarti alle politiche d’austerità e cancellare il debito dei comuni con le banche. Oltre a cessare i finanziamenti pubblici alle scuole private. Così se vuoi riconoscere il diritto alla casa, devi requisire le migliaia di appartamenti sfitti oggi controllati dalle grandi società immobiliari, o dalle banche, o dal clero. Possiamo ricordarti che le altre sinistre purtroppo hanno governato per decenni col PD nelle amministrazioni locali gestendo sui territori le politiche nazionali dei sacrifici e della speculazione immobiliare? Come vedi, politica e amministrazione locale sono indissolubilmente legate.


Insomma, mi state dicendo che voi del PCL siete gli unici coerenti... Ma io penso che sarebbe importante unire tutti in uno stesso partito comunista invece che farci la guerra tra piccoli partiti da zero virgola.

Caro/a compagno/a, bisogna intenderci. Rifondazione quando nacque univa “tutti i comunisti”, salvo il fatto di avere un programma riformista. Il risultato è che le sue contraddizioni sono esplose quando entrò nel governo, con l’inevitabile collasso. Dovremmo ora riavvolgere il nastro all’indietro per ripetere in condizioni peggiori un'operazione fallita, come se nulla fosse accaduto? Oggi vi sono migliaia di militanti comunisti in partiti, o attorno a partiti, che comunisti non sono, indipendentemente dal nome che portano. Noi vorremmo unirli in un vero partito comunista. Ma per questo è necessario che tanti compagni e compagne come te acquistino consapevolezza della realtà, fuori dal mito dell'unità. La sinistra era tutta unita quando votava l’austerità e le guerre nei governi Prodi. È proprio l’unità nella compromissione che l’ha distrutta. C’è allora bisogno di costruire una sinistra vera, coerentemente classista, anticapitalista, internazionalista.
Quando abbiamo costituito il PCL abbiamo indicato alcuni principi discriminanti attorno ai quali raggruppare le forze: stare all’opposizione dei governi borghesi, nazionali e locali, di centrodestra, centrosinistra e sinistra riformista; battersi per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori; legare gli obiettivi immediati e concreti di ogni lotta a una prospettiva anticapitalista; costruire sugli stessi principi un partito internazionale del lavoro. Su questa linea discriminante siamo per unire incondizionatamente tutti coloro che la condividono, indipendentemente dalla diversità dei percorsi.


“Indipendentemente dalla diversità dei percorsi”? Mi stupite. Pensavo che foste trotskisti tutti d’un pezzo.

Lo siamo, e ne siamo orgogliosi. Proprio perché lo siamo, il nostro obiettivo non è difendere un recinto ma costruire un partito rivoluzionario. La costruzione di un partito rivoluzionario passa per una selezione di militanti e di quadri dalla più diversa esperienza e provenienza. L’essenziale è la chiarezza dei principi generali su cui si costruisce, principi che certo non sono neutri, perché sono selezionati dalla storia del movimento operaio. Se non c’è chiarezza sui principi, se non c’è un bilancio della storia, si costruisce su basi d’argilla e prima o poi tutto crolla. La crisi del partito di Rizzo ci parla anche di questo.


Però Rizzo dice più o meno quello che dite voi, a parte il passato, naturalmente.

No. Rizzo contrappone i diritti sociali ai diritti civili, sino ad essere per questo omaggiato da ambienti apertamente reazionari. Noi pensiamo, con Lenin, che i comunisti devono costruire un'egemonia classista e anticapitalista su tutte le domande di liberazione. Negare le ragioni degli omosessuali, delle lesbiche, dei transessuali, delle soggettività LGBTQIA+ nel nome delle ragioni degli operai è pura demagogia reazionaria degna di un Salvini o di Meloni. Non certo dei comunisti. Se a questo aggiungiamo l’esaltazione rizziana del Partito Comunista Cinese, che conta nelle proprie file fior fiore di miliardari capitalisti tutti provenienti dalla nomenclatura stalinista, il quadro è completo. L’esempio di Rizzo semmai dimostra quanto il passato influisce sul presente. Come fai a riconoscere i diritti degli omosessuali se rivendichi un regime staliniano che nel 1933 introdusse in URSS il reato di omosessualità? Noi siamo comunisti, non rossobruni.


In alcune città si presenta il PCI, un partito comunista con la falce e martello. Cosa mi dite di loro?

Abbiamo un buon rapporto con il PCI sul terreno dell’azione, ad esempio nel Coordinamento delle sinistre di opposizione. Rispetto al vecchio Partito dei Comunisti Italiani di Cossutta, Diliberto e Rizzo hanno compiuto un passo a sinistra. Ma purtroppo è un partito che resta prigioniero della vecchia tradizione togliattiana. Assumono la Costituzione borghese di De Gasperi e Togliatti come una specie di Bibbia, proprio nel momento in cui l’ipocrisia della democrazia borghese è sempre più evidente. Rispolverano l’utopia di un nuovo modello di sviluppo in ambito capitalistico proprio nel momento storico in cui è fondamentale dimostrare il contrario, e cioè che tutte le rivendicazioni progressive – sociali, politiche, ambientali... – sono incompatibili con il capitale e richiedono il suo rovesciamento. Da comunisti dobbiamo sviluppare una coscienza politica rivoluzionaria tra i lavoratori e i giovani, non creare nuove (vecchie) illusioni riformiste. In fondo la differenza tra PCL e PCI è quella tra marxisti rivoluzionari e riformisti onesti. Il sostegno del PCI alla Cina, presentata addirittura come paese socialista, misura una distanza profonda anche sul piano internazionale. Il nostro internazionalismo è quello che unisce tutti gli sfruttati, inclusi i proletari cinesi, contro tutti gli imperialismi, incluso quello di Pechino.


Noto che non avete citato Potere al Popolo, almeno con loro avreste potuto unirvi, magari appaiando i simboli.

Potere al Popolo non si è compromesso in soluzioni di governo con i partiti borghesi, è giusto riconoscerlo. Ma le ambiguità non mancano. Intanto, a quale Potere al Popolo dobbiamo riferirci? La loro componente che fa riferimento a Je so' pazzo esalta il mutualismo come soluzione sociale. Nulla da eccepire sulle pratiche di solidarietà, anche noi vi abbiamo preso parte. Ma se il mutualismo diventa il programma, è come svuotare l’oceano con il cucchiaino da caffè: un ritorno alle antiche utopie premarxiste. Viceversa, la componente della Rete dei Comunisti, che controlla l'USB, combina una politica spesso settaria sul piano sindacale con una visione positiva della Cina, un gigante imperialista in ascesa che sta colonizzando l’Africa. In Europa gli uni e gli altri hanno come riferimento Jean-Luc Mélenchon, colui che sostituisce il tricolore francese alla bandiera rossa e fa discorsi equivoci su immigrati e vaccini. Insomma, molta confusione dentro PaP. Un'alleanza con loro avrebbe accresciuto, non ridotto, questa confusione.


Insomma, mi state dicendo che dovrei votare per voi.

No. Ti stiamo dicendo che dovresti votare per noi se sei comunista. Se pensi che il capitalismo non sia riformabile e che occorra una democrazia vera dove siano i lavoratori e le lavoratrici a governare. Ma soprattutto, se sei comunista, dovresti aiutarci a sviluppare il PCL, al di là della scelta di voto, nelle battaglie di classe di ogni giorno. Il voto per il PCL è un aiuto al suo sviluppo. Ci farebbe piacere se diventasse anche un tuo investimento. A presto, in ogni caso, nelle lotte.

Partito Comunista dei Lavoratori