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Una giornata non ci basta. Per un movimento LGBTQIA+ rivoluzionario, di classe e antimperialista

 


17 maggio, Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia

Anche quest’anno il 17 maggio si celebra in Italia e in tutto il mondo l’IDAHOBIT, International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia (Giorno Internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia). In questa giornata è forse il caso di spendere qualche parola su alcune questioni legate a diritti civili, comunità LGBTQIA+ e all’attuale clima guerrafondaio e imperialista.


LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE E ITALIANA. UNA PANORAMICA

L’omolesbobitransfobia è un fenomeno strutturale derivante dal sistema di oppressione patriarcale e quindi, nonostante gli sforzi e le promesse dei movimenti riformisti, risulta ineliminabile all’interno dei ristretti confini della civiltà borghese. Questo fatto ha molto spesso anche un inquietante risvolto legislativo. Nel mondo ci sono 70 paesi che criminalizzano orientamenti sessuali, identità di genere ed espressioni di genere che risultano non conformi alla normatività eterocispatriarcale. In 11 di questi si può incorrere nella pena di morte.
Sono invece 42 i paesi al mondo in cui esistono limitazioni legali alla libertà d’espressione delle persone LGBTQIA+ e 51 quelli in cui sono vietati l’attivismo e l'associazionismo LGBTQIA+ [1]. Nell’arco del solo 2021 ILGA ha ricevuto oltre 900 segnalazioni (da 72 paesi in tutto il mondo) riguardanti arresti o incriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale e/o dell’identità di genere della persona soggetta al provvedimento [2]. Inoltre ci troviamo in una situazione di forte ripresa dei movimenti reazionari anche sul fronte dei diritti civili dove si susseguono continui e fortissimi attacchi ai pochi diritti già acquisiti nel mentre vengono lanciate vere e proprie crociate contro qualsiasi nuova rivendicazione o lotta portata avanti dalla comunità LGBTQIA+, dal movimento femminista o dalle soggettività razzializzate.
Basti, tra i tanti possibili esempi, ricordare la violentissima campagna antiabortista in corso negli USA – che sembra essere prossima a conquistare un risultato storico (e terribile) come il superamento legale della sentenza Roe vs. Wade del 1973 e perciò l’annullamento della tutela costituzionale federale del diritto all’aborto – oppure le polemiche, sostenute molto spesso anche da volti noti dell’intellighenzia progressista e laica, contro il “politicamente corretto” e l’uso di linguaggi inclusivi che costituiscono soltanto una delle numerose manifestazioni di conservatorismo e perbenismo borghese su cui non vale la pena spendere troppe parole.

Volgendo il nostro sguardo al contesto nazionale, nel periodo compreso tra il 1 maggio 2021 e il 1 maggio 2022 sono stati segnalati alle forze dell’ordine 106 episodi di omolesbobitransfobia per un totale di 148 vittime (il 65% di queste si riconosce come uomo, il 24% di queste si riconosce come donna, il restante 11% è costituito da soggettività T*) [3]. Si tratta di un dato molto preoccupante, soprattutto tenendo conto del fatto che la maggior parte delle vittime in realtà non denuncia a causa di un contesto profondamente stigmatizzante e intollerante, nonché del trattamento fortemente discriminatorio e autoritario riservato dalle forze dell’ordine alla maggior parte delle vittime di violenza. Sicuramente sull’attuale contesto italiano pesano l’arretramento generale di ogni fronte di lotta, la debolezza intrinseca dei movimenti per i diritti civili e la tendenza di una parte di essi a delegare le proprie lotte in sede istituzionale. Tutti fattori che si sono manifestati con estrema chiarezza e drammaticità durante la travagliata vicenda del DDL Zan conclusasi, come ben sappiamo, con una sostanziale sconfitta politica.

Nonostante questa situazione generale possiamo registrare alcuni segnali positivi come l’insorgenza di numerose esperienze di attivismo e di mobilitazione, anche in contesti periferici o precedentemente poco interessati dal fenomeno, e un processo di parziale radicalizzazione dei percorsi di lotta all’interno della comunità che, a livello nazionale, trova espressione in numerosi collettivi queer intersezionali, in alcuni nodi di NUDM e nell’organizzazione degli Stati Genderali (riunitisi per la terza volta durante lo scorso weekend a Bologna).


BIFOBIA, TRANSFOBIA, ABILISMO, INTERSESSUALITÀ E AFOBIA

Nonostante il nome di questa giornata e nonostante il lavoro costante e la nascita di sempre più associazioni, collettivi e di vere e proprie reti di attivismo in tutto il mondo, all'interno come all’esterno della comunità esistono narrazioni e rappresentazioni privilegiate rispetto ad altre.
Se l'esistenza dell'omofobia, della misoginia e della lesbofobia e la lotta contro di esse hanno finalmente, dopo molti decenni e con estrema difficoltà, raggiunto una posizione di rispetto nel dibattito e nell’azione politica delle organizzazioni rivoluzionarie e non solo, esistono molte altre forme di oppressione e discriminazione che invece restano marginalizzate.
Una prospettiva conseguentemente rivoluzionaria, come vuole essere la nostra, non può basarsi su una classificazione delle forme d’oppressione che finisce automaticamente per considerare centrali alcune di queste e ridurre altre a ruoli comprimari: è invece compito dei/lle marxist* rivoluzionar* lavorare per la costruzione di una società libera dal sistema di produzione capitalista e da ogni forma di oppressione. Questo deve portarci a prestare particolare attenzione verso fenomeni come la bifobia, la transfobia e l’abilismo. Si tratta di fenomeni ben radicati nella società e presenti anche all’interno della stessa comunità LGBTQIA+ su cui è assolutamente necessario agire: spesso, soprattutto nel caso di persone T* o disabili, ci si trova di fronte a situazioni di isolamento e ghettizzazione molto gravi e con ricadute sociali, psicologiche ed economiche drammatiche.

Se la bisessualità e la pansessualità tendono ad essere sistematicamente denigrate, silenziate o direttamente cancellate e negate dal nostro contesto sociale e culturale; la transfobia assume anche il volto inquietante della cosiddetta “Teoria Gender” e, più in generale, si presenta sempre più spesso come la negazione violenta di qualunque questione inerente all’identità di genere che non si limiti al paradigma cisnormativo ed essenzialista (il dibattito relativo al DDL Zan è stato esemplare da questo punto di vista).
L’abilismo, come tutte le discriminazioni sistemiche, tende a presentarsi in modo subdolo – attraverso, per esempio, la concezione di un mondo a portata di soggetti cosiddetti “abili” e “neurotipici” e perciò interdetto e pericoloso per chiunque non rientri in queste convenzioni - oppure velato - attraverso atteggiamenti ed azioni pietistiche che finiscono per denigrare, ridicolizzare o infantilizzare la persona e la sua esperienza di vita – costituendo in sé un limite al benessere e alla libertà del soggetto, disabile o neurodivergente, investito da questa forma d’oppressione. Inoltre è importante non rimuovere in questa giornata l’esistenza e la lotta delle persone intersex.
L’intersessualità è una condizione che ancora oggi viene ampiamente invisibilizzata nei movimenti e affrontata attraverso lenti deformate e patologizzanti in ambiente clinico: quello che le persone intersex subiscono, molto spesso poco dopo la nascita e quindi in un momento in cui non possono per definizione essere consenzienti, si configura come una vera e propria forma di violenza tollerata nella maggior parte degli stati del mondo e motivata sulla base di valutazioni estetiche e “di normalizzazione” – fondate sul malcelato dogma del binarismo di genere – piuttosto che su ben più serie motivazioni sanitarie. La lotta contro la patologizzazione (e le conseguenti mutilazioni genitali) delle persone intersex è una battaglia che non può essere trascurata viste anche le sue pesantissime ricadute sulla salute e sulla dignità della persona coinvolta. Infine, malgrado il nome di questa giornata le escluda, non possiamo dimenticare l’esistenza delle soggettività asessuali e aromantiche e non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle discriminazioni che esse subiscono all’interno dell’attuale sistema (afobia). La negazione esplicita di queste esperienze di vita, la tendenza a stigmatizzare e patologizzare le persone AroAce, e la perdurante e insistente rappresentazione convenzionale delle relazioni come esperienze esclusivamente romantiche e/o sessuali, tipica anche di una certa retorica LGBTQIA+, costituiscono un’altra delle ingiustizie e storture – magari non la più grande, ma non per questo trascurabile - di questa società a cui solo un radicale cambiamento di paradigma potrà porre rimedio.


GUERRA, IMPERIALISMO E MOVIMENTO QUEER

L’attuale guerra in Ucraina e la conseguente mobilitazione imperialista su scala globale, di cui abbiamo abbondantemente parlato negli ultimi mesi, costituisce un fattore da non trascurare in un momento come questo. Non solo per le notizie terribili che sono giunte negli ultimi mesi dalle zone di guerra come, per fare alcuni esempi eclatanti, il respingimento alla frontiera polacca dei migranti e degli studenti di origine africana in fuga dalle città ucraine assediate e bombardate oppure i controlli effettuati dalle guardie di frontiera ucraine nei confronti di persone T* (soprattutto MtF o nonbinary) che venivano insultate e molestate per poi essere, nella stragrande maggioranza dei casi, respinte in quanto la loro identità non trovava corrispondenza con i documenti di cui erano in possesso (con il rischio ulteriore di essere dichiarat* disertor* sulla base della legge marziale in vigore dal 24 febbraio 2022). Ma anche perché ricca di importanti riflessioni sull’imperialismo, il militarismo e il diritto di autodeterminazione e autodifesa dei popoli.

Come ben sappiamo, il peso maggiore della guerra e delle sue conseguenze ricade sulla classe operaia e sulle soggettività oppresse. Il pensiero femminista e queer ha sempre dato una certa importanza a temi quali guerra, militarismo, colonialismo e imperialismo e, nonostante impostazioni errate o ambigue, la storia di questi movimenti è costellata di numerose occasioni in cui la voce delle donne e delle persone queer si è alzata contro l’oppressione coloniale, la guerra e l’imperialismo.

Il pensiero militarista e colonialista inoltre è una seria minaccia per le persone razzializzate, le donne, le persone queer e le persone disabili o neurodivergenti. In esso infatti la cultura eterocispatriarcale e classista raggiunge altissimi livelli di legittimazione arrivando a trasformare il corpo femminile in un vero e proprio territorio da conquistare, rappresentando le soggettività “non conformi” e le persone disabili e neurodivergenti come corpi estranei da neutralizzare e fornendo un’utile stampella al razzismo e alla xenofobia attraverso la trasformazione della subordinazione del/lle indigen*/schiav* al colonizzatore/padrone in un dato naturale e incontrovertibile.
Non è infatti un caso, per esempio, che una grossa fetta dei femminicidi sia commessa da appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate o che la maggior parte delle vittime della violenza di polizia siano soggettività razzializzate o LGBTQIA+ oppure, ancora, che machismo, sessismo, razzismo e omolesbobitransfobia siano ampiamente sdoganati nei contesti militari o paramilitari come non è un caso che durante l’ultima Adunata Nazionale dell'Associazione Nazionale degli Alpini, tenutasi a Rimini pochi giorni fa, la città sia diventata un inferno per donne, soggettività queer e persone razzializzate che sono state fatte bersaglio di insulti, minacce, catcalling, molestie, tentativi di stupro, atteggiamenti paternalistici, azioni xenofobe e varie altre forme di violenza fisica, psicologica e verbale (il nodo territoriale di NUDM Rimini, PRIDE OFF e Casa Madiba hanno raccolto oltre 500 segnalazioni di molestie e 160 racconti di esse, tutte accadute nel periodo tra il 5 e l’8 maggio) [4].

Anche di fronte all’aggressione imperialista dell’Ucraina da parte della Russia la maggior parte del movimento LGBTQIA+ e femminista si è schierato compattamente e giustamente dalla parte del paese aggredito. Nonostante questa posizione si possa ritenere corretta sui generis, essa ha risentito molto della polarizzazione causata dal conflitto e non è esente da errori. Infatti tale posizionamento si è espresso talvolta nella forma del sostegno (a volte addiritura incondizionato) alle manovre dell’UE e della NATO, raffigurati come baluardi democratici e civili contro una Russia autocratica e illiberale. Sia chiaro, la natura della Federazione Russa è quella di una potenza imperialista in ascesa e il governo autoritario di Putin è, tra le altre cose, portavoce delle istanze più retrive provenienti dalla sua potente oligarchia capitalista, dalle gerarchie del Patriarcato di Mosca e da pensatori reazionari e fanatici come, per esempio, Aleksandr Dugin.
L’attuale invasione dell’Ucraina è iniziata, come abbiamo denunciato in molti dei nostri precedenti articoli e a differenza di quanto sostenuto da una certa vulgata sedicente di sinistra o comunista, all’ombra di parole d’ordine che appartengono all’ampio campionario dello sciovinismo granrusso e dell’anticomunismo. Ci sarebbe da dire anche che, malgrado l’Ucraina non abbia una legislazione particolarmente progressista in fatto di diritti civili e sociali e nonostante in essa siano egemoni posizioni conservatrici e nazionaliste in questo momento, una vittoria russa e la conseguente occupazione militare dell'intero territorio nazionale non farebbero che imprimere una stretta repressiva ulteriore degli spazi democratici - a detrimento della comunità LGBTQIA+, del movimento femminista e delle avanguardie di classe - sul modello di quanto accaduto in Russia negli ultimi decenni. Ma questo non può portarci a rimuovere la natura altrettanto aggressiva e pericolosa di NATO ed EU e nemmeno può permetterci di nascondere la reale natura dei loro interessi in Ucraina. Uno dei compiti di una comunità LGBTQIA+ consapevole e dei/lle sincer* rivoluzionar* deve essere il contrasto e l’abbattimento dell’imperialismo che alberga dentro alle nostre case e che insidia le nostre vite e la nostra libertà.
La consapevolezza della natura reazionaria e imperialista della Russia non è sufficiente per convincerci a sostenere che il modo migliore per risolvere una guerra sia una escalation militare e diplomatica globale a base di riarmo, incremento delle spese militari, prove di forza reciproche e sanzioni economiche (il cui peso non va certo ad indebolire l’oligarchia russa, ma anzi si ripercuote in maniera esclusiva sulle classi popolari russe e di tutti i paesi coinvolti peggiorando ulteriormente la loro precaria situazione).

Altra componente ben presente all’interno del movimento è quella che si richiama a principi pacifisti e nonviolenti. Purtroppo però l’autodeterminazione dei popoli è un principio che va conquistato o difeso con le armi se necessario. In un frangente come questo e di fronte ad un’operazione militare come quella russa è ridicolo non riconoscere il diritto del popolo ucraino di rispondere alla violenza delle truppe d’occupazione costruendo e sostenendo organismi di autodifesa armata. La resistenza ucraina è ben lunghi dalle rappresentazioni granitiche offerte dalla stampa mainstrem occidentale e dai mezzi d’informazione russi e filo-russi. In essa operano milizie autoconvocate composte da lavorator*, attivist* sindacali, militanti socialist* e anarchic*, ultras antifascist* e anche diversi gruppi di donne e persone LGBTQIA+ che hanno svolto ruoli di primo piano nella difesa delle città assediate (per esempio e soprattutto a Kyiv). Voltare le spalle a queste persone – e, peggio ancora, sostenere o suggerire una loro connivenza con forze reazionarie, ultranazionaliste, neofasciste e atlantiste - costituirebbe un imperdonabile errore per qualsiasi realtà che dichiari tra i suoi obiettivi la liberazione e l’autodeterminazione dei corpi, dei popoli, dei territori e rivendichi la fine di ogni forma di sfruttamento e di oppressione.


PER UN MOVIMENTO LGBTQIA+ RIVOLUZIONARIO, DI CLASSE E ANTIMPERIALISTA

L’attuale situazione ci pone nella condizione di ribadire ancora una volta la necessità di contribuire alla costruzione di un movimento LGBTQIA+ sempre più radicale e capace di comprendere appieno la correlazione esistente tra il sistema di sfruttamento capitalistico e l’oppressione eterocispatriarcale e razzista, un movimento LGBTQIA+ che sia, in altre parole, pronto a lottare per estinguere la causa prima di tutte le forme di oppressione, di tutte le guerre e di tutte le violenze, ovvero la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione in classi della società.
Oggi porre l’accento nella lotta per i diritti civili sulla questione di classe, sulla natura della classe come elemento fondamentale dell’analisi strutturale, e sulla categoria dell’imperialismo non significa cadere nuovamente nell’ipocrisia di posture economicistiche e riduzionistiche – che tanto hanno condizionato negativamente la storia del movimento operaio e che ancora oggi vengono rivendicate dalla maggior parte dello stalinismo – negando il carattere specifico delle oppressioni e sottomettendo la lotta contro di esse alle battaglie per i diritti sociali, bensì favorire una maggiore comprensione delle dinamiche che stanno alla base delle oppressioni sistemiche che molt* di noi subiscono quotidianamente sulla loro pelle e mettere in luce l’uso strumentale che la classe borghese fa di tutte le forme di oppressione per rafforzare e affermare il proprio dominio. Senza una chiara analisi di classe, infatti, è impossibile comprendere realmente la natura delle diverse oppressioni e il loro ruolo all’interno del sistema di dominio borghese, ma, d’altro canto, senza tenere conto delle varie oppressioni e della loro natura è impossibile realizzare una analisi di classe pienamente compiuta e corretta.

Anche questo è uno dei compiti che spetta ai/lle rivoluzionar* affinché la rivoluzione segni veramente l’avvento di una nuova età di pace e la liberazione definitiva di ognun* da ogni forma di sfruttamento, di oppressione e di violenza.




NOTE


[1] AA.VV., State-Sponsored Homophobia.Global Legislation Overview Update 2020, ILGA [International Lesbian and Gay Association] World, Ginevra, dicembre 2020.

[2] Kellyn Botha, Our Identities under Arrest. A global overview on the enforcement of laws criminalising consensual same-sex acts between adults and gender-diverse expressions 2021, ILGA [International Lesbian and Gay Association] World, Ginevra, dicembre 2021.

[3] “Cronache di ordinaria omofobia. Report da maggio 2021 a maggio 2022”, pubblicato da Massimo Battaglio sul sito omofobia.org il 5 maggio 2022 e modificato dall'autore l’11 maggio [consultato il 13 maggio 2022].

[4] il dato è stato recuperato da un post pubblicato il 14 maggio 2022 dalla pagina Facebook Non Una Di Meno Rimini [consultato il 16 maggio 2022].

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere


Ucrainofobia. Distorsioni ottiche a sinistra

 


I paradossi di un singolare strabismo

Russofobia e ucrainofobia si scontrano all'arma bianca dentro la guerra di propaganda. Purtroppo a volte anche all'interno della sinistra.

La russofobia è sotto gli occhi di tutti. Le odiose misure di ritorsione dei governi occidentali contro sportivi, artisti, uomini di cultura responsabili solo di essere russi è di una tale volgarità ripugnante che non merita commenti. C'è solo da osservare che lo sciovinismo nazionale grande-russo ha tutto da guadagnare da questa forma di isteria xenofoba. Come, del resto, dalla campagna di sanzioni contro la Russia varate dagli imperialismi occidentali. Cioè dall'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale.

L'ucrainofobia invece è molto meno appariscente, ma assai più diffusa. Anche e soprattutto in settori di estrema sinistra. L'accostamento di Zelensky al nazismo, e per questa via l'accostamento del nazismo agli ucraini, segna il senso comune, le semplificazioni del linguaggio, le invettive da social. È un accostamento tanto falso quanto significativo. È falso innanzitutto sul piano dell'analisi più elementare. Un governo borghese, nazionalista e liberista, assume e può assumere misure antioperaie e reazionarie. Ma distinguere un governo borghese nazionalista da un governo fascista dovrebbe essere l'abc per i comunisti. Zelensky e il suo partito dei cosiddetti “servitori del popolo” sono espressione di un populismo borghese di centro, non dissimile per alcuni aspetti dal grillismo della sua prima stagione. Non è un caso che il populismo ucraino di destra (Poroshenko) si sia presentato alle elezioni in contrapposizione a Zelensky, né è un caso che Zelensky abbia raccolto i maggiori consensi proprio nelle regioni russofone, in quanto opposto alla destra nazionalista. Si può solo aggiungere che l'invasione russa, lungi dal detronizzarlo, ha ulteriormente allargato il suo consenso. Purtroppo anche tra i proletari ucraini. A maggior ragione l'accostamento tra ucraini e nazisti, nel sottopancia di non pochi compagni, è obiettivamente grave. Non solo perché assimila un popolo alla natura, per di più falsata, del regime politico che lo domina, ma anche perché riproduce lo stereotipo propagandistico dell'imperialismo invasore. E cioè la rappresentazione della guerra propria dello sciovinismo grande-russo, quella che si maschera da “operazione speciale” per la “denazificazione” dell'Ucraina. Una denazificazione davvero speciale se acclamata da Dugin e dagli ambienti fascisti di Santa Madre Russia.

Vi accorgete ora che c'è la guerra, ma in realtà c'è da otto anni” è una delle osservazioni più ricorrenti. Questa è in realtà una rimozione della guerra attuale. L'attuale guerra, segnata dall'invasione russa dell'Ucraina, non è affatto la continuità della guerra precedente. Ha un'altra natura ed altri fini. Otto anni fa una rivolta reazionaria a piazza Maidan a Kiev rovesciò il governo filorusso di Yanukovich, e diede avvio a un corso politico nazionalista ucraino che ha assunto misure reazionarie contro le popolazioni russofone del Donbass. Per questo come PCL abbiamo difeso per otto anni la resistenza del Donbass e i diritti nazionali delle popolazioni russofone, indipendentemente dalla natura rossobruna dei governi separatisti e dal sostegno militare loro accordato dall'imperialismo russo.

La guerra iniziata il 24 febbraio è un'altra cosa. È la guerra dell'imperialismo russo contro la nazione ucraina. Una guerra mirata al suo assoggettamento e/o alla sua spartizione, secondo le volontà dichiarate dello stesso Putin (discorso alla nazione e al mondo del 21 febbraio). La posta in gioco di questa guerra non sono i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofone, oggi peraltro bombardate dall'imperialismo russo (e non a caso avare di quel consenso agli invasori che Putin credeva scontato), ma i diritti di autodeterminazione della nazione ucraina.

I diritti di autodeterminazione di nazionalità oppresse non sono a geometria variabile. Se l'imperialismo russo promuove una guerra d'invasione e di conquista contro la nazione ucraina, la nazione ucraina ha diritto a difendersi contro la Russia, così come il Donbass aveva diritto a difendersi contro il governo ucraino. Perché usare due pesi e due misure? Presentare la guerra attuale come la continuità di quella degli otto anni precedenti serve solo alla propaganda bellica di Putin, mirata a consolidare il consenso in Russia alla propria guerra di conquista.

L'ucrainofobia trascina con sé distorsioni ottiche profonde nella lettura stessa della guerra in atto. Ad esempio. Sappiamo tutti che l'Ucraina è contesa da imperialismi NATO e imperialismo russo. Sappiamo anche che per noi non c'è alcuna ragione di preferire un imperialismo all'altro da un punto di vista generale e storico. È fuor di dubbio. Ma possiamo dire che oggi vale lo stesso per il popolo ucraino, sottoposto ai bombardieri russi? Dieci milioni di ucraini sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, tre milioni sono coloro che hanno lasciato il paese. Da quale imperialismo sono fuggiti? Secondo ogni evidenza, dall'imperialismo russo che ha invaso l'Ucraina e la bombarda. O no? O dobbiamo dire che siccome per noi dal punto di vista storico un imperialismo vale l'altro, allora gli ucraini si sbagliano a vedere nella Russia oggi il nemico immediato contro cui battersi?
In questa assenza di empatia, di sensibilità elementare per la drammatica sofferenza di un popolo c'è anche la misura dell'arretramento culturale del senso comune. Il fatto che a fronte della guerra d'invasione dell'imperialismo russo non vi sia stata ad oggi alcuna manifestazione di protesta sotto l'ambasciata russa non è meno significativo. Non è mai accaduto per nessuna guerra d'invasione del passato. Non è un'accusa, è un fatto. Come è un fatto che la stessa rivendicazione elementare del ritiro delle truppe russe dai territori occupati con l'invasione di febbraio è la grande assente dalle piattaforme di lotta del sindacalismo di classe, che pur sosteniamo. Come se la sacrosanta opposizione al nostro imperialismo giustificasse la rimozione dell'imperialismo russo.

Una distorsione analoga riguarda la resistenza ucraina. In questo caso la rappresentazione è mutuata dalla comunicazione mediatica borghese. La resistenza viene dipinta unicamente come resistenza dell'esercito e pura espressione del governo ucraino. Così non è. Naturalmente, come sappiamo, il nazionalismo è egemone, e il peso dell'esercito dominante. Ma non tutto si riduce all'esercito, e neppure al governo. Partecipano alla resistenza sindacati operai apertamente critici verso il governo Zelensky e le sue recenti misure antioperaie (come il Sindacato Indipendente per la Protezione del Lavoro). Le manifestazioni contro l'occupazione russa che si sono svolte a Kherson, sotto il fuoco delle truppe occupanti, sono state promosse in larga parte dai sindacati della scuola. Su scala nazionale, diverse decine di migliaia di proletari si sono arruolati come volontari nelle strutture di quartiere e di difesa territoriale. Ad esempio nel sito minerario Dtek in Donbass, di proprietà del capitalista Akhmetov, l'arruolamento volontario ha coinvolto oltre 400 minatori, sorretti dalla solidarietà attiva di chi è rimasto a lavorare in miniera per le esigenze imposte dalla difesa del paese (Le Monde, 4 maggio). Relazioni di solidarietà internazionale con la resistenza ucraina si sono prodotte in Europa nel settore metalmeccanico, tra i lavoratori di ArcelorMittal di Brema e di Gand e i lavoratori della stessa azienda in Ucraina. Organizzazioni e tendenze classiste di diversi paesi già impegnate nel contrasto dei propri governi borghesi, da Conlutas in Brasile a Solidaire in Francia, sostengono la resistenza ucraina, ed in particolare le organizzazioni sindacali in questa impegnate. In Bielorussia il 20 aprile i dirigenti della principale confederazione sindacale (BKDP) sono stati arrestati perché contrari alla guerra della Russia e solidali coi sindacati ucraini. Contro questo arresto si è pronunciato il Comitato Esecutivo della Confederazione del Lavoro della Russia, che rivendica l'immediata liberazione degli arrestati.

Inoltre la resistenza popolare all'invasione si esprime nell'organizzazione della difesa cittadina contro le truppe d'occupazione. Uomini e donne che confezionano bottiglie molotov nella previsione di un possibile ingresso dei carri armati nelle città, come a Kiev e Kharkiv, o che ammassano sacchi di sabbia sulle spiagge di Odessa per contrastare un possibile sbarco di truppe russe, sono a pieno titolo parte della resistenza. Non comprendere questo elemento non è solo una rimozione politica, ma anche un fattore di incomprensione della dinamica militare della guerra. Il fallimento dell'offensiva russa su Kiev nella prima parte del conflitto è stata sicuramente il prodotto di tanti elementi, ma certo anche della deterrenza prodotta dall'annunciata resistenza popolare nelle città, che ha costretto lunghe colonne corazzate russe a rimanerne fuori e a divenire per questo bersaglio dell'iniziativa militare ucraina. Più in generale, chi non coglie la connessione tra tenuta militare e sostegno popolare ha poca dimestichezza con la storia reale delle resistenze di ogni tempo e luogo.

Eppure tutto questo scompare dalla percezione diffusa. Su tutto domina la figura di Zelensky e il battaglione Azov, alfa e omega di tutto. La presenza fascista nella resistenza ucraina, già molto ridotta e oggi tanto più decimata, sembra arruolare miracolosamente l'intera resistenza dietro le proprie bandiere, come vuole la lettura dell'imperialismo russo. Mentre il fascismo russo panslavista, ben insediato nell'apparato imperialista del paese occupante, viene relegato nel migliore dei casi a fatto marginale di folclore, quando non addirittura ignorato.

Il tema delle armi ha occupato lo spazio centrale della discussione, ma in termini profondamente distorti. Si confonde innanzitutto l'invio delle armi col riarmo. Con alcuni curiosi paradossi. La Germania, la più prudente nell'invio delle armi, è quella che investe più di cento miliardi aggiuntivi nel proprio riarmo. Davvero non si coglie la differenza, oltre che il diverso ordine di grandezza? In realtà il criterio spartiacque “sì o no alle armi” è totalmente subalterno a una visione ideologica pacifista, spesso sposata per interesse proprio da ambienti filoputiniani e rossobruni. Col risultato paradossale di consegnare alla NATO e al PD il titolo abusivo di unici difensori della resistenza, e di consentire loro di mascherare dietro “l'invio delle armi” i propri scandalosi piani di riarmo. Assurdo.

Siamo da sempre in prima fila contro il riarmo imperialista, innanzitutto del nostro imperialismo NATO. Denunciamo la preparazione alla guerra che questo riarmo configura, assieme all'espansione della NATO nel Nord Europa, al rafforzamento dei contingenti NATO nei paesi confinanti con la Russia, al crescente coinvolgimento in essi dell'imperialismo italiano. A differenza di altre sinistre che hanno scambiato ministeri e sottosegretariati col voto ai bilanci militari, ci siamo sempre contrapposti all'imperialismo di casa nostra, al suo militarismo, alle capitolazioni ad esso delle sinistre riformiste. E non parliamo solo del passato o del PRC con Prodi. Parliamo del governo Tsipras che in anni recenti ha speso in armamenti il 4% del PIL, il doppio di quanto richiesto dalla stessa NATO. Parliamo di Podemos, che oggi siede con quattro ministri e un vicepresidente del Consiglio nel governo dell'imperialismo spagnolo, e vota i bilanci militari del riarmo. Parliamo dell'Alleanza di Sinistra in Finlandia, che siede in un governo che annuncia la propria richiesta di ingresso nell'Alleanza Atlantica. Parliamo anche, al di là dell'Atlantico, dei ministri "di Sanders" che siedono al governo Biden della più grande potenza imperialista del pianeta, vero capofila del riarmo mondiale e della NATO. (Di Mélenchon possiamo solo dire che ha già cancellato la rivendicazione dell'uscita dalla NATO e che il suo patriottismo di sinistra, unito alla pretesa di una coabitazione con Macron, non promette nulla di buono.)

Eppure tutto questo è rimosso, perché in Italia ciò di cui si discute a sinistra è l'invio o meno di armi alla resistenza ucraina. La montagna si nasconde dietro al topolino. Ed anche qui con molta confusione. Tralasciamo per ragioni di brevità la confusione che si fa sulla stessa natura e portata reale delle armi inviate, e andiamo all'essenziale. L'essenziale è che si confonde la finalità politica dell'invio delle armi da parte dei paesi imperialisti e il diritto della resistenza ucraina ad usarle, quale che sia la loro provenienza.

Le finalità dell'invio, in particolare da parte di USA e Gran Bretagna (i due principali paesi donatori) è naturalmente imperialista. Gli imperialismi NATO usano l'invio delle armi come strumento di condizionamento politico dello stesso governo ucraino. Vogliono preservare il controllo imperialista sull'Ucraina. E una volta vista – contro le loro stesse previsioni iniziali – la capacità di resistenza ucraina, puntano a fare di necessità virtù: spingono cioè per un prolungamento della guerra mirato a indebolire l'imperialismo russo, alleato della Cina, e quindi anche quest'ultima. È la stessa logica imperialista delle sanzioni, che in realtà non solo si scaricano sulle condizioni di vita dei proletari ma rafforzano politicamente la campagna nazionalista dell'imperialismo russo sul proprio fronte interno. Tutto questo, nei limiti delle nostre possibilità, noi lo denunciamo, agli occhi dei lavoratori italiani, russi ed ucraini.

Ma dedurre dalle finalità imperialiste dell'invio delle armi il rifiuto del diritto di resistenza di un popolo invaso è assurdo. “Perché allora non le inviate ai palestinesi, e alle tante resistenze in giro per il mondo?” obietta un qualsiasi Alessandro Di Battista, con diverse sinistre a rimorchio. Come se smascherare l'ipocrisia dell'imperialismo potesse rimuovere la nostra ipocrisia. Gli imperialismi si muovono solo per i propri fini e i propri interessi. Così fanno per l'invio delle armi. Quando fornirono armi e istruttori ai curdi non lo fecero certo perché improvvisamente sensibili alla loro causa nazionale, ma solo perché ritennero conveniente sostenerli militarmente contro l'ISIS. Dovevamo quindi opporci all'invio di armi americane alla resistenza curda, cioè al diritto curdo ad usare quelle armi contro un nemico in quel momento mortale? No. Sostenemmo pienamente il diritto curdo ad usarle, senza per questo smettere di denunciare le finalità degli USA. Perché dovremmo fare diversamente nel caso della resistenza ucraina? Il popolo ucraino è oggetto della guerra d'invasione di un imperialismo enormemente più potente dell'ISIS, che da più di due mesi bombarda case, ospedali, scuole, luoghi di lavoro. La resistenza ucraina non può scegliersi le armi da usare, come non potevano sceglierle i curdi. Una resistenza per una giusta causa ha diritto a difendersi con le armi di cui può disporre. Noi abbiamo il dovere di metterla in guardia dai fini di che gliele offre. Ma non abbiamo alcun titolo per negarle questo diritto.

Dire che l'invio delle armi è in quanto tale il prolungamento della guerra confonde i piani. Come abbiamo detto, denunciamo il tentativo USA e britannico di subordinare la resistenza ai propri fini, cioè di prolungare la guerra. Ma denunciare i fini dell'imperialismo NATO non significa rimuovere quelli dell'imperialismo invasore. Il fine dichiarato dall'imperialismo russo, al piede di partenza della guerra, era quello di cancellare l'Ucraina come “invenzione comunista”. Da qui l'appello pubblico di Putin all'esercito ucraino perché destituisse Zelensky (26 febbraio). La resistenza ucraina ha sconfitto questo primo obiettivo. Senza la resistenza ucraina, necessariamente in armi, la guerra sarebbe finita due mesi fa o poco più. L'imperialismo russo avrebbe celebrato a Kiev la propria “pace”, con la benedizione del Patriarca di Mosca, il trionfo di Dugin, un enorme rafforzamento del regime di Putin sul proprio fronte interno. È questa la pace che il movimento operaio internazionale deve rivendicare in Ucraina? Eppure questo sarebbe stato l'effetto della campagna contro l'invio delle armi (“non ce la possono fare contro i russi”, “prima si arrendono meglio è per tutti”... ecc. ecc.). Si dovrebbe avere almeno l'onestà intellettuale di riconoscerlo.

Noi siamo contro un prolungamento della guerra sulla pelle degli ucraini. Ma anche contro una pace sulla pelle degli ucraini. Rivendichiamo una pace giusta: la cessazione delle ostilità, il ritiro delle truppe russe dai territori conquistati dopo il 24 febbraio, il riconoscimento della Crimea alla Russia, il diritto di libera autodeterminazione delle popolazioni del Donbass. Se si è contrari a questa soluzione – l'unica equa – lo si dica e si entri nel merito. Ma se si sostiene questa soluzione si deve avere l'onestà di ammettere che è incompatibile con la rinuncia alla resistenza.

Un luogo comune diffuso in alcuni settori afferma che l'invio delle armi è partecipazione alla guerra, “dunque” la guerra è direttamente imperialista, “dunque” la posizione da tenere è quella del disfattismo su ogni lato. Soprattutto, in realtà, il disfattismo contro la resistenza ucraina. Questa argomentazione è falsa nei suoi presupposti e sbagliata nelle sue conclusioni. No, l'invio delle armi non equivale ad essere in guerra. Anche quando l'invio è prolungato e massiccio. URSS e Cina sostennero militarmente la resistenza vietnamita contro l'imperialismo USA, ma non per questo erano in guerra con gli USA, ciò che avrebbe equivalso nel contesto d'epoca a una guerra mondiale. Gli USA nei primi due anni dell'ultima guerra mondiale sostenevano militarmente la Gran Bretagna contro la Germania nazista, ma non per questo erano in guerra con la Germania. Vi entrarono dopo l'attacco del Giappone a Pearl Harbour, con un mutamento del quadro del conflitto che fu decisivo per il suo esito. Si possono moltiplicare gli esempi. Oggi le potenze imperialiste NATO sono coinvolte nella guerra ma non sono in guerra. Non è una questione di forma ma di sostanza.

La teoria della “guerra per procura” è popolare a sinistra, ma è falsa. L'Ucraina non è “entrata in guerra per conto degli USA”. Vi è entrata perché attaccata e invasa dall'imperialismo russo. Gli USA, che non credevano alla resistenza ucraina (avevano offerto asilo a Zelensky consigliandogli la fuga dopo 24 ore), ora la sostengono e vogliono subordinarla ai propri scopi (che noi denunciamo). Non è affatto la stessa cosa. La posizione disfattista sul versante ucraino non ha oggi un fondamento oggettivo. La sua unica ricaduta politica è il lasciapassare alla vittoria russa contro l'Ucraina.

Prendiamo l'esempio della resistenza delle repubbliche separatiste del Donbass dopo il 2014. L'imperialismo russo sostenne, nel suo proprio interesse, la resistenza delle popolazioni russofone contro l'aggressione di Kiev, appoggiata dalla NATO. Ma non per questo la Russia era in guerra con la NATO e viceversa. L'elemento centrale dello scontro vedeva contrapposti il governo nazionalista ucraino e i governi separatisti, ognuno coi propri supporti imperialisti. Per questo giustamente difendemmo i diritti nazionali delle popolazioni russofone contro il governo ucraino, indipendentemente dall'invio delle armi dell'imperialismo russo, senza cessare di denunciare gli scopi di quest'ultimo e la natura rossobruna dei governi separatisti. Così oggi difendiamo i diritti nazionali dell'Ucraina contro l'imperialismo russo, senza cessare di denunciare gli scopi degli imperialismi NATO e la natura del governo Zelensky.

Siamo sempre e comunque per la fraternizzazione tra gli sfruttati di tutte le nazioni. Siano esse dominanti o oppresse, in guerra o in pace. Ma i contenuti della fraternizzazione non possono essere indifferenti alla natura di un conflitto e dei suoi contendenti. Non combattiamo l'imperialismo russo dal versante del nostro imperialismo, non sosteniamo la logica delle sanzioni dell'imperialismo NATO contro la Russia, denunciamo ogni forma di isteria antirussa, sia essa ucraina o occidentale, rivendichiamo la massima fraternizzazione coi proletari russi, vittime anch'essi dello sciovinismo grande-russo e della sua guerra di conquista contro l'Ucraina. Ma per questa stessa ragione non possiamo ignorare le ragioni di solidarietà col proletariato ucraino, prima vittima della guerra di Putin. Nessuna solidarietà e fraternizzazione coi proletari ucraini è oggi possibile se neghiamo loro il diritto a resistere. Non faremo emergere nessun punto di vista alternativo all'egemonia tra di essi del nazionalismo borghese e di Zelensky se volteremo le spalle a quel diritto. Al contrario, contribuiremo in quel caso a rafforzare la presa del nazionalismo nelle loro file, e di conseguenza a danneggiare la stessa causa della fraternizzazione tra proletari ucraini e proletari russi, che è la principale arma di lotta contro la guerra.

Siamo disfattisti verso l'imperialismo di casa nostra, ma senza ignorare l'imperialismo che entra in casa d'altri, e contro cui altri proletari giustamente resistono. Combattiamo l'imperialismo NATO ma senza concessioni all'imperialismo russo. Siamo contro l'escalation militare, contro ogni guerra imperialista, contro l'ingresso in guerra della NATO, contro ogni appello che vada in questa direzione (inclusi gli appelli di Zelensky alla no fly zone o similia). Ma non sulla pelle del diritto elementare di un popolo a lottare contro le truppe d'occupazione di una potenza imperialista. È la coerenza che ci portò a sostenere la resistenza irachena, nonostante Saddam Hussein. Non la tradiremo in Ucraina, nonostante Volodymyr Zelensky.

Partito Comunista dei Lavoratori

Guerra in Ucraina. Intervista a Repubblica

 


Pubblichiamo un'intervista di Repubblica a Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL

FERRANDO SU PUTIN E LA GUERRA IN UCRAINA: "IL ROSSOBRUNISMO È REALTÀ INTERNAZIONALE, MALAPIANTA DELLO STALINISMO"


Marco Ferrando, fondatore del trotskista Partito comunista dei lavoratori, creato nel 2006 dopo aver sancito la rottura con Rifondazione comunista, ha alle spalle una lunga stagione di 'eresia' in tema di politica estera. Proprio per aver difeso il diritto degli iracheni alla propria resistenza fu depennato dalle liste elettorali del Prc durante la segretaria di Fausto Bertinotti. Oggi, dice, "anche gli ucraini hanno diritto alla difesa e all'autodeterminazione come popolo, in coerenza con l'insegnamento di Lenin".

Nell'area della sinistra radicale, i 'rossobruni' che invece difendono le ragioni della Russia esistono davvero? O sono una invenzione, o montatura, giornalistica?

"Il rossobrunismo è una realtà internazionale, che è esistito in Russia attorno all'esperienza di Limonov, esiste in Ucraina ai vertici delle repubbliche popolari soprattutto del Donbass, con Donetsk che mette fuorilegge cinque organizzazioni di sinistra, e anche di Lugansk. In Italia abbiamo il Partito comunista di Marco Rizzo, o ad esempio Patria socialista".


Che origine ha?

"È un prodotto ibrido di tante cose diverse: l'arretramento generale del mondo operaio, ma pure un effetto di rimbalzo dell'avversione al capitalismo e all'imperialismo".


Ma ritiene il rossobrunismo un fenomeno isolato, marginale, nella galassia della sinistra-sinistra?

"In termine organici è limitato, però la fascinazione culturale ha un bacino più esteso, ha una influenza indiretta che si esprime anche attraverso una sottovalutazione o una simpatia latente del putinismo. Rimuovendo le ragioni pubbliche della sua guerra: Putin in Russia l'ha presentato come un conflitto anticomunista, contro i bolscevichi, è curioso che oggi un comunista possa appoggiarla".


Però Putin ha anche parlato di 'denazificare' l'Ucraina, il che forse richiama antichi miti a sinistra.

"La costruzione rossubruna pesca nella grande guerra patriottica, ma quella è la rivendicazione dell'Urss come grande potenza, non come paese socialista. Poi certo che i nazisti in Ucraina ci sono, certo che il nazionalismo ucraino esiste, ma nello sciovinismo russo vediamo fenomeni simili, penso ad esempio a Dugin che rivendica la morte agli ucraini. Dopodiché aggiungo a scanso di equivoci che siamo per i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofile del Donbass, ma come lo si esercita questo diritto con delle truppe di occupazione in casa propria?".


Lei come definirebbe Putin?

"Un Bonaparte reazionario ai vertici di un apparato statale verticalizzato, capo di una grande borghesia erede della grande burocrazia staliniana, che ha dato vita a un gruppo monopolistico e capitalistico enorme: le prime 15 imprese del Paese hanno in mano il 51 per cento del Pil".


La Russia è uno stato imperialista?

"Lo è come per noi lo è la Cina, con la differenza che la seconda ha in corso uno sviluppo economico enorme, e può ambire a sottrarre l'egemonia mondiale agli Stati Uniti. La Russia è meno solida sul piano economica ma eredita una forza militare estesa che ora sta utilizzando con una politica neozarista. Sarà pure vero che la Russia vuole contenere la Nato ma allo stesso tempo cerca di inserirsi nelle debolezze degli Usa, non solo in senso difensivo, ma attivamente in mezzo mondo, penso alle milizie Wagner in giro per il mondo".


Cosa ne pensa dello slogan 'né con Putin né con la Nato' di Rifondazione?

"È anche uno dei nostri slogan, ma non il solo. Russia e Nato si contendono il controllo imperialistico dell'Ucraina, seppur con metodi diversi, per noi quindi il né-né significa contrapposizione al potere capitalistico su entrambi i fronti. Non abbiamo nulla a che spartire al Pd e ai partiti borghesi che oggi rivendicano il riarmo, le politiche di guerra e il maccartismo. Né siamo a favore delle sanzioni perché sono un meccanismo di guerra all'interno di questo imperialismo che poi ricade soprattutto sulle popolazioni".


Però l'invasione oggi è russa, la guerra è scatenata da Putin. Perché non limitarsi a prendere le distanze dalla Russia?

"Perché la Nato in mezzo c'è, le politiche del Fmi in Ucraina che hanno tagliato le spese sociali sono quelle di oppressione imperialistica occidentale. Se poi si aprisse un confronto aperto tra Nato e Russia, noi ci sposteremmo in una posizione di disfattismo bilaterale".


Gli ucraini, per voi, cosa possono fare?

"L'Ucraina è una nazione che ha subito un'oppressione prima zarista e poi staliniana, per noi è del tutto naturale la propria difesa, il principio di autodeterminazione non è in discussione ed è coerente con la nostra storia politica. Un diritto che difendiamo indipendentemente dal governo Zelensky, del quale siamo in opposizione, ma un principio è un principio".


Questo sostegno lo si può esprimere anche attraverso l'invio di armi?

"La resistenza è tale se ha a disposizione delle armi, la mitologia assolutista della non violenza si pone al di fuori della realtà e della lotta tra oppressi e oppressori. C'è un invio funzionale che si fa affinché l'Ucraina passi dall'influenza dell'imperialismo occidentale a quello russo, ma la Resistenza ha diritto a utilizzare ogni arma difensiva possibile. Poi ricordiamo che se ostacoli i bombardamenti o i carri armati le vite le salvi. In Parlamento voteremmo no all'invio di armamenti, però il diritto a usarle c'è tutto".


In Russia invece i comunisti come si stanno posizionando?

"Come PCL abbiamo un'organizzazione di riferimento, il Partito operaio rivoluzionario russo, che ha invitato a scioperare contro la guerra e ha tenuto una propria manifestazione a Mosca in occasione della fondazione dell'Armata rossa poco prima dell'inizio del conflitto. Viceversa il Partito comunista di Zjuganov ha votato i crediti di guerra e le misure restrittive in corso, inoltre ha espulso propri dirigenti che erano critici rispetto all'appoggio della guerra".


Da buon trotskista, lei direbbe - immagino - che alla fine il problema è sempre lo stalinismo.

"Se si pensa al rossobrunismo, sicuramente si sviluppa come malapianta dal ceppo dello stalinismo e tutte le tendenze di questo tipo hanno il mito di Stalin. Storicamente comunque Lenin rivendicava il principio di autodeterminazione, anche eventualmente come separazione, dei popoli dell'Unione sovietica. Contrariamente a Stalin. Noi oggi pensiamo che 'se vuoi la pace prepara la rivoluzione', una citazione di Karl Liebknecht, nel senso che la rivoluzione il rovesciamento del capitalismo è la condizione di una pace durevole e giusta".

Mattero Pucciarelli