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Cuba: tra embargo e burocrazia, una rivoluzione contesa

 


All’inizio del 2026, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato l’offensiva contro Cuba: l’imposizione di dazi a qualunque paese tentasse di fornire petrolio all’isola. La misura, giustificata con la premessa che il governo dell’isola rappresenti una «minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense, ha aggravato la crisi energetica e portato il paese sull’orlo del collasso.

Non si tratta di un fatto isolato, ma della continuità di una politica sostenuta per oltre sei decenni. L’embargo/blocco economico, commerciale e finanziario ha condizionato strutturalmente lo sviluppo di Cuba e, lungi dal colpire i vertici governativi, ha avuto e continua ad avere un impatto diretto sulle condizioni materiali di vita della popolazione. Non è uno strumento di democratizzazione, ma un meccanismo di punizione collettiva.

In questo contesto di asfissia, il 13 marzo 2026 il presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez ha confermato ciò che già si sospettava: L’Avana e Washington erano in «dialogo». Persino dagli Stati Uniti, il deputato cubano-americano Mario Díaz-Balart ha affermato l’esistenza di conversazioni di alto livello con l’entourage di Raúl Castro, in termini simili a quelli che l’amministrazione Trump ha intrattenuto con la cerchia ristretta di Nicolás Maduro.

Meno di 24 ore prima, il governo cubano aveva annunciato la scarcerazione di 51 persone in seguito alla mediazione del Vaticano. Sebbene non sia mai stata utilizzata la categoria di “prigionieri politici”, attivisti e organizzazioni per i diritti umani sostengono che parte di essi faccia parte del gruppo di oltre mille prigionieri di coscienza che, in ripetute occasioni, sono stati usati come moneta di scambio nei negoziati con Washington.

Cuba arriva a questo scenario schiacciata da una doppia pressione: l’aggressione esterna dell’imperialismo statunitense e i limiti interni di un modello sempre più chiuso, gestito da una burocrazia che ha ristretto la partecipazione popolare.

CUBA PER TUTTI, TRANNE PER I CUBANI

In una situazione di carenza quasi totale di greggio e senza la capacità di coprire un fabbisogno giornaliero di 100.000 barili, i blackout a Cuba raggiungono le 20 ore consecutive, con due interruzioni nazionali in meno di 15 giorni e un totale di 7 in meno di 18 mesi. Una paralisi quasi totale dell’economia e gravi ripercussioni sui servizi di base: salute, istruzione e alimentazione.

La risposta del governo cubano è stata l’applicazione di misure che richiamano il “Periodo speciale” (anni ’90): appelli all’autosufficienza e apertura agli investimenti stranieri nel settore privato, inclusi quelli provenienti da una diaspora storicamente stigmatizzata dallo stesso discorso ufficiale.

In alcune dichiarazioni alla NBC News, Oscar Pérez-Oliva Fraga, ministro del Commercio Estero e pronipote di Fidel Castro, ha anticipato che il governo cubano è aperto a «mantenere una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi».

La disponibilità a negoziare con Washington non è nuova. Nel 2016, durante il cosiddetto “periodo del disgelo”, imprenditori statunitensi sbarcarono in massa per iniettare dollari nell’industria del turismo. Barack Obama non solo sventolò la bandiera statunitense all’Avana, ma assistette a una partita di baseball tra i Tampa Bay Rays e la nazionale cubana allo Stadio Latinoamericano: alla sua destra la famiglia, alla sua sinistra Raúl Castro, allora presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri.

La notizia di nuovi negoziati — privi di trasparenza sui termini — ha quindi risvegliato un misto di aspettativa e indignazione. Sui social network si ripeteva una frase: “hanno preferito dialogare con il nemico piuttosto che con il popolo”, riaprendo le ferite dell’11 luglio 2021, quando migliaia di persone scesero in strada in una protesta senza precedenti terminata con oltre 1.500 arresti. Tra questi, un numero significativo di minori.

«L’ordine di combattimento è stato dato», disse allora Díaz-Canel.

La rivolta ha messo a nudo la differenza tra “la dittatura del proletariato” e “la dittatura di un manipolo di politici”. Sono rimasti per strada i resti di una rivoluzione svuotata di contenuto e tradita. Perché, insieme alla richiesta di cibo e medicine, il popolo ha gridato anche “libertà”.

LA LUCE CHE NON È MAI ARRIVATA DEL TUTTO

Il processo rivoluzionario del 1959 ha segnato un prima e un dopo nella storia di Cuba e nella lotta contro l’imperialismo statunitense in America Latina. La caduta di Fulgencio Batista fu il risultato dell’azione combinata del movimento operaio, contadino e studentesco, e trovò nello sciopero generale del 1° gennaio un punto di svolta che consolidò il trionfo. La mobilitazione popolare fu il motore delle prime trasformazioni: campagne di alfabetizzazione, impulso all’industrializzazione e un vasto sviluppo culturale.

Per la prima volta nella regione, una rivoluzione espropriò i latifondisti e la borghesia, aprendo un processo di transizione al socialismo a poche miglia dalla principale potenza imperialista del mondo. A soli 90 miglia di distanza, l’esperienza cubana divenne un riferimento per un’intera generazione, uno stimolo per le lotte antimperialiste, anticapitaliste e socialiste, e una sfida diretta al potere degli Stati Uniti.

Tuttavia, quell’energia non si è mai tradotta in un reale controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione. Con il passare del tempo, è stata assorbita da una burocrazia che non ha ceduto il potere, finendo per consolidarsi come una classe privilegiata.

Oggi, questa struttura si esprime in conglomerati come GAESA, sotto il controllo delle Forze Armate e senza meccanismi di controllo pubblico: un intreccio che spazia dai porti al turismo e al settore immobiliare, passando per la rete delle rimesse e i negozi in dollari, notevolmente più riforniti rispetto a quelli che operano in pesos cubani. La saggista e docente Alina López Hernández è arrivata a definire GAESA come un ossimoro all’interno di un paese che si proclama socialista.

Una dirigenza che, inoltre, ha ceduto risorse strategiche ad altri imperialismi come Russia e Cina, e che nel 2022 ha approvato un Codice Penale che ha ampliato i reati sanzionabili nel nome della “sicurezza dello Stato”, limitando ulteriormente le libertà politiche. La maggior parte di essi prevede la pena di morte come misura punitiva.

Ma il ruolo di questa burocrazia trascende l’ambito nazionale. Il suo consolidamento è stato legato alla dottrina stalinista del “socialismo in un solo paese”, che ha implicato la rinuncia all’espansione rivoluzionaria e l’accettazione della coesistenza con l’imperialismo come orizzonte. Sotto questa logica, lo Stato cubano ha agito più come fattore di contenimento che come motore emancipatore. Negli anni ’80, la burocrazia ha aiutato a incanalare i processi insurrezionali verso soluzioni negoziate in America Centrale. E due decenni dopo ha accompagnato il processo bolivariano entro i medesimi limiti: dando priorità alla stabilità dei governi rispetto alla radicalizzazione democratica e al protagonismo popolare.

Il risultato è una burocrazia che ha finito per scavare la fossa del proprio isolamento: un potere chiuso, conservatore e sempre più distante dalla base sociale che dice di rappresentare.

UNA FORMULA PER RESISTERE ALLE INGERENZE ESTERNE

Cuba arriva, dunque, al 2026 in uno scenario critico, dove la pressione esterna si combina con un modello interno esaurito. Una crisi multidimensionale, con una popolazione invecchiata che supera il 20%, pensioni che non coprono il costo base della vita, un sistema sanitario deteriorato, un’istruzione in regresso, servizi pubblici intermittenti, infrastrutture collassate e un processo di dollarizzazione informale che acuisce le disuguaglianze.

A ciò si aggiunge la persistenza della repressione politica: le organizzazioni per i diritti umani stimano circa 1.214 persone private della libertà per aver esercitato diritti fondamentali. Un dato parziale, poiché la cifra reale è sconosciuta e il Partito Comunista Cubano ne nega l’esistenza. Tutto ciò ha eroso la fiducia sociale del popolo verso un regime burocratico — e i suoi alleati internazionali campisti e progressisti — che ha sacralizzato concetti come Rivoluzione o Socialismo, ma ha spinto una parte della classe lavoratrice verso un’ultradestra che non offre risposte strutturali, e portando tre milioni di persone all’esodo di massa da Cuba.

Possono essere rivoluzionari coloro che cercano di perpetuare lo status quo? Sono rivoluzionari coloro che limitano le libertà politiche? O sono rivoluzionari coloro che lottano per ampliarle? Un popolo senza autodeterminazione — senza canali reali per deliberare e decidere — manca degli strumenti per resistere alle ingerenze esterne.

In questo contesto, emerge anche una nuova ondata di attivismo: un’avanguardia giovanile di sinistra critica che, dall’interno e dall’esterno dell’isola, inizia a contestare il senso stesso della Rivoluzione. Organizzazioni come Socialistas en Lucha (SeL), un collettivo marxista, anticapitalista, internazionalista e antiautoritario, promuovono da una prospettiva antimperialista e di difesa delle conquiste sociali la richiesta di diritti democratici, pluralismo politico, libertà di organizzazione e di protesta, nonché piena indipendenza dal regime di governo.

SeL ha assunto un ruolo attivo durante lo sciopero nazionale studentesco e dei docenti universitari del maggio 2025, in risposta al “tarifazo” (aumento delle tariffe) del governo sui servizi internet, che mirava a limitare il consumo interno e favorire il pagamento in dollari attraverso ricariche e rimesse.

«Dissentire dal castrismo da sinistra è una posizione politica di estrema coerenza», ha dichiarato Raymar Aguado Hernández, membro del collettivo.

In questa frattura — tra la critica all’autoritarismo interno e il rifiuto dell’ingerenza esterna — si gioca oggi una delle contese più complesse del presente cubano.

Per questo, più che mai è necessario circondare il popolo di solidarietà attiva, senza bé subordinazione al regime né concessioni all’imperialismo. Non una solidarietà astratta, ma impegnata nella difesa dei diritti politici, delle condizioni materiali di vita e dell’autonomia di chi resiste dentro e fuori l’isola.

Riprendersi la rivoluzione non è un gesto nostalgico: è un compito aperto il cui esito dipenderà dalla capacità del popolo cubano di tornare a essere soggetto della propria storia, riconfigurare i propri orizzonti politici e affrontare, dal basso, il senso stesso dell’emancipazione.

Daniella Fernández Realin

Per un 8 marzo di lotta rivoluzionaria e internazionalista! Contro l’estrema destra e Trump!

 


Questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice, si svolge nel contesto di un’offensiva reazionaria dell’estrema destra in molte parti del mondo. Allo stesso tempo, ci sono forti iniziative di lotta e mobilitazione in risposta a tale offensiva. Noi donne della LIS scendiamo in piazza questo 8 marzo per lottare per i diritti che abbiamo conquistato, con una strategia chiara contro il patriarcato e il capitale, per un femminismo rivoluzionario, internazionalista e socialista!

L’OFFENSIVA REAZIONARIA DELL’ESTREMA DESTRA CONTRO I DIRITTI DI GENERE

L’estrema destra avanza nella sua offensiva globale diretta contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQIA+. Ciò fa parte di un programma più ampio antisociale e antidemocratico. Sotto la guida di Donald Trump negli Stati Uniti, di Javier Milei in Argentina e di Giorgia Meloni in Italia, l’obiettivo è lo stesso: attaccare i diritti conquistati con decenni di lotte. Le politiche contro la violenza di genere vengono ridotte, l’educazione sessuale viene smantellata, il diritto all’aborto viene criminalizzato e la comunità LGBTQIA+ viene stigmatizzata.

Questi governi e movimenti non agiscono in modo isolato: sono l’espressione di un sistema capitalista in crisi. Attaccano le infrastrutture di assistenza con i loro tagli e promuovono i valori familiari “tradizionali” per scaricare l’austerità sulle masse lavoratrici e rafforzare l’ordine patriarcale come chiave di volta del controllo sociale.

LA RISPOSTA È NELLE STRADE!

Questa offensiva accende la fiamma della lotta. Ogni attacco provoca una risposta. Ogni loro tentativo di farci arretrare rafforza la nostra organizzazione. Le donne e la comunità LGBTQIA+ si ribellano per difendere i diritti che abbiamo conquistato e per ottenerne altri, articolando le nostre rivendicazioni con le lotte della classe lavoratrice e dei popoli oppressi.

La lotta per una Palestina libera e contro il genocidio perpetrato dal sionismo e sostenuto dall’imperialismo statunitense ed europeo; l’eroica resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa senza smettere di combattere contro la NATO e i suoi piani imperialisti nell’Europa orientale; la solidarietà dei popoli con il popolo venezuelano contro l’intervento imperialista e contro il criminale blocco statunitense di Cuba, o le crescenti mobilitazioni contro Trump e l’ICE, sono esempi di questa risposta che continua a crescere. Allo stesso modo, le proteste di massa in Iran contro il regime repressivo e in difesa della propria indipendenza dagli attacchi statunitensi e israeliani, la difesa del Rojava in Kurdistan o la lotta del popolo saharawi per la propria autodeterminazione mostrano come, di fronte alla violenza e alla reazione dello Stato, le donne siano in prima linea nella lotta per i propri diritti, la propria libertà e la propria vita.

PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA

L’emancipazione delle donne e della comunità LGBTQIA+ non sarà il risultato di riforme parziali o concessioni dall’alto. Richiede un orientamento socialista e rivoluzionario che parta dal riconoscimento che l’oppressione di genere, sebbene profondamente intrecciata con lo sfruttamento di classe, ha una sua dinamica propria. Integrare entrambe le dimensioni in una strategia comune è una condizione necessaria per una reale trasformazione della società.

La lotta contro i femminicidi, per il diritto all’aborto legale e gratuito, per la parità salariale, per il pieno riconoscimento delle identità LGBTQIA+ e contro ogni forma di violenza non può essere isolata o frammentata. Deve essere articolata, mirata a smantellare le basi materiali che sostengono il patriarcato e il capitalismo. Non si tratta solo di ottenere diritti all’interno del sistema, ma di mettere in discussione il sistema che riproduce disuguaglianza, violenza e oppressione.

Affrontare questa struttura implica combattere in modo globale il capitalismo in crisi, l’ordine patriarcale che lo permea, il razzismo strutturale, l’eredità coloniale e l’imposizione eteronormativa. Non si tratta di oppressioni scollegate tra loro: fanno parte di una rete che organizza lo sfruttamento e gerarchizza le vite. Pertanto, la nostra risposta non può essere frammentaria o meramente difensiva.

Affinché le lotte non vengano diluite o assorbite da progetti istituzionali che amministrano ciò che già esiste, è necessario costruire uno strumento politico rivoluzionario, organizzato su scala nazionale e internazionale. Solo una leadership consapevole, con un programma e una strategia, può portare avanti la lotta per una società senza sfruttatori e oppressi.

Ecco perché diciamo: non lottiamo solo per difendere le briciole che cadono dalla tavola del regime borghese, lottiamo per conquistare il mondo intero, per tutt* noi.

Diciamo no a tutti i tagli alle infrastrutture sociali, perché sono le donne, i migranti e la comunità LGBTQIA+ a dover assorbire il peso della crisi, e chiediamo massicci investimenti pubblici finanziati dall’espropriazione dei ricchi e soggetti al controllo democratico dei lavoratori.

Diciamo no ai licenziamenti, ai tagli salariali e all’aumento dei ritmi di lavoro che colpiscono in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici; al contrario, lottiamo per la parità salariale, la riduzione dell’orario di lavoro con piena compensazione salariale e la ridistribuzione del lavoro tra tutt*.

Diciamo no al carico infinito di cure, educazione e lavoro domestico non retribuito che ricade sulle donne; al contrario, lottiamo per la socializzazione del lavoro riproduttivo, per l’assistenza collettiva all’infanzia, l’assistenza medica, le mense e per strutture di assistenza e educazione organizzate socialmente e collettivamente, affinché ciò sia riconosciuto come lavoro sociale essenziale e cessi di essere un obbligo privato delle donne.

Le varianti riformiste che sperano di umanizzare il capitalismo finiscono per scontrarsi con i propri limiti. La storia dimostra che non è possibile sradicare l’oppressione di genere senza attaccare le relazioni sociali che la sostengono. Né è possibile porre fine al capitalismo senza la partecipazione attiva e organizzata delle donne e degli oppressi come soggetto politico centrale della trasformazione.

Questo 8 marzo ribadiamo questa prospettiva. Ci mobilitiamo non solo per resistere agli attacchi dell’estrema destra, ma anche per rafforzare un’alternativa rivoluzionaria e internazionalista. La nostra lotta è volta a una profonda riorganizzazione della società, per un mondo in cui la vita valga più del profitto e per porre fine all’oppressione, allo sfruttamento e alla violenza.


Commissione donne e LGBTQIA+ della Lega Internazionale Socialista

Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

No alla nuova guerra sionista americana contro l’Iran, che ha diritto di difendersi

 


Per l’abbattimento della dittatura teocratica da parte di una rivoluzione proletaria e popolare, non dei bombardieri imperialisti e sionisti

Né scià né mullah. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici in Iran

La nuova guerra sionista americana contro Iran è una guerra imperialista.

Le motivazioni “democratiche” con cui si ricopre sono grottesche. Tanto più in bocca a un regime genocida come quello sionista e al governo reazionario della principale potenza imperialista del pianeta.

La stessa pretesa di imporre all’Iran la rinuncia all’energia nucleare e allo stesso armamento nucleare riflette l’arroganza senza limiti di Israele e delle potenze imperialiste che lo sostengono. Con quale diritto uno stato coloniale provvisto di armi nucleari e le potenze nucleari imperialiste che lo armano pretendono di imporre allo Stato iraniano la rinuncia alla propria difesa e alla propria sovranità militare? Che diritto hanno a farsi gendarmi del mondo potenze responsabili di ogni crimine passato e presente? Quale “diritto internazionale” può evocare quello Stato sionista che ha fatto carta straccia di ogni diritto, a partire dalla Palestina?

Da marxisti rivoluzionari siamo nemici giurati del regime reazionario clerico-fascista iraniano e contro ogni assurda pretesa di iscriverlo in un presunto campo progressista internazionale. Si tratta tanto più oggi di un regime responsabile della repressione sanguinaria contro i giovani, le donne, i lavoratori, le minoranze curde, beluci, azere. Ma avversiamo il regime dei mullah dal versante delle ragioni democratiche e sociali delle masse oppresse, per una prospettiva di governo operaio e popolare. Non dal versante, opposto, dei bombardieri sionisti e americani. Il cui unico scopo è quello di installare a Teheran un proprio governo fantoccio, integrato nel “nuovo Medio Oriente”a dominazione americana. Per questo nella guerra scatenata da Israele e USA contro l’Iran, ci schieriamo dalla parte dell’Iran, che ha tutto il diritto di difendersi e di replicare all’aggressione.

Ciò non significa per parte nostra dare un sostegno politico al regime iraniano. Le masse popolari dell’Iran hanno il diritto incondizionato a lottare per rovesciare il governo clerico-fascista che le opprime, anche nel corso della guerra stessa. Le ragioni della rivoluzione iraniana hanno carattere prioritario. Ma le loro aspirazioni di libertà non hanno oggettivamente nulla a che spartire coi cinici interessi coloniali di chi oggi bombarda il loro paese e le loro scuole.

La nuova guerra contro l’Iran è parte integrante della guerra più generale intrapresa dallo Stato sionista, con il pieno sostegno imperialista, in tutta la regione. Dopo aver occupato Gaza, colonizzato la Cisgiordania, aggredito il Libano, allargato la occupazione del Golan siriano, colpito lo Yemen, bombardato per dodici giorni l’Iran nella guerra di giugno, ora il governo guerrafondaio di Netanyahu rivolge nuovamente i propri bombardieri contro l’Iran, per completare il lavoro, con la collaborazione decisiva di Donald Trump. Il Board of Peace a direzione Trump si candida a struttura di gestione e amministrazione del nuovo ordine mediorientale.

Ci opponiamo a questo piano complessivo neocoloniale, dal versante delle ragioni dei popoli oppressi della regione, a partire dalle ragioni del popolo palestinese e del popolo curdo. Solo la liberazione della Palestina, della nazione araba, dell’intero Medio Oriente, dalla presenza del sionismo e dell’imperialismo può portare una pace giusta nella regione. Inseparabile dai diritti di autodeterminazione di ogni popolo oppresso. Inseparabile dal rovesciamento di ogni regime oppressivo.

Per una Palestina libera, laica, socialista, unita dal fiume al mare, dentro una federazione socialista del Medio Oriente.

Per l’autodeterminazione di tutti i popoli dell’Iran e la loro unificazione nella federazione socialista regionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Global Sumud Flotilla, la seconda missione è in marcia

 


La seconda Global Sumud Flotilla (GSF) salperà alla volta della Palestina, riaffermando il suo impegno con la causa palestinese. La Lega Internazionale Socialista (LIS) parteciperà attivamente all’evento di solidarietà internazionale

NUOVA E PIÙ GRANDE IMPRESA

Giovedì 5 febbraio il Comitato Direttivo della Global Sumud Flotilla ha tenuto una conferenza stampa presso la fondazione Nelson Mandela, a Johannesburg, in Sud Africa. I rappresentanti dell’Africa, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Asia e dell’Alleanza di Solidarietà Palestinese annunciano la realizzazione di una nuova impresa verso la Palestina. In questa occasione sarà contemporaneamente marittima e terrestre, partendo il 29 marzo da Barcellona, dall’Italia, dalla Tunisia e da altri punti del Mediterraneo.

Gli organizzatori progettano di contare su più di 3.000 partecipanti da oltre di 100 paesi, viaggiando su più di 100 imbarcazioni e veicoli. Questo sarà possibile grazie allo sforzo collettivo di attivisti, personale medici, ingegneri, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni civili; tanto in mare come via terra.

MAGGIORE ESPERIENZA E OBIETTIVI PIÙ AMPI

La nuova flotilla partirà con un bagaglio di esperienza accumulata di grande valore umano e organizzativo. La prima missione non ha potuto prendere terra a Gaza a causa del blocco, ma ha avuto comunque successo perché incarnava uno sforzo collettivo, affrontava le difficoltà a testa alta senza perdere di vista la denuncia del genocidio e della fame, sfidava la complicità e/o l’inazione dei governi, resisteva a campagne diffamatorie e forniva uno spazio per l’internazionalismo organizzato.

A differenza della precedente flottiglia, gli obiettivi della nuova non saranno esclusivamente umanitari. Rifiuterà la normalizzazione delle enormi sofferenze dei civili e risponderà direttamente alle proposte di “ricostruire Gaza” senza sovranità o partecipazione palestinese, compresi i piani che consoliderebbero il controllo esterno negando ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione.

RIMANE LA NECESSITÀ DI MOBILITAZIONI E AZIONI CONCRETE

Il 10 ottobre 2025, mentre gli ultimi attivisti rilasciati dalle prigioni israeliane stavano ancora tornando a casa, è stato firmato l'”Accordo Trump-Israele”. Da allora, l’esercito sionista rimane a Gaza, uccidendo, occupando territori e godendo dell’impunità per il genocidio compiuto. I palestinesi intanto muoiono di fame, sono senza assistenza e confinati in piccole aree isolate, tuttora sotto la minaccia sionista e l’intervento imperialista. Non esiste una pace giusta, ma solo l’imposizione del dominio. Di conseguenza, rimane la necessità di riprendere le mobilitazioni e le azioni di massa a sostegno della Palestina e del suo popolo sofferente.

LA LIS PARTECIPERÀ DI NUOVO

La nostra organizzazione internazionale parteciperà ancora una volta alla Global Sumud Flotilla. La nostra compagna Celeste Fierro (MST, Argentina) si è unita alla prima Flotilla a bordo della goletta “Adara”, portando con sé la bandiera della Lega Internazionale Socialista (LIS), che sarà nuovamente rappresentata da due compagni, che sosterranno attivamente e riferiranno sui progressi della seconda missione, già in corso.

Rimaniamo incondizionatamente al fianco del popolo oppresso, promuovendo la lotta per i suoi bisogni urgenti, infinitamente aggravati dalla crudeltà del genocidio, della pulizia etnica e dell’occupazione territoriale. Siamo convinti che la soluzione fondamentale risieda nella sconfitta dello Stato di Israele attraverso una rivoluzione socialista in Medio Oriente e la creazione di una Palestina unita, laica, non razzista, democratica e socialista, dal fiume al mare.

Rubén Tzanoff

Dichiarazione della LIS di solidarietà con le proteste popolari in Iran


 Una nuova ondata di mobilitazioni sta scuotendo Teheran e dozzine di città iraniane contro l’incremento del costo della vita, il collasso della valuta e la crescente povertà, scontrandosi nuovamente con la repressione del regime degli ayatollah. Al tempo stesso, l’imperialismo USA una volta ancora ha minacciato l’Iran cercando di capitalizzare la crisi. La ribellione può avanzare in termini progressivi solo attraverso la mobilitazione indipendente della classe lavoratrice e del popolo iraniano, attraverso organi democratici e la costruzione di un’alternativa socialista, rivoluzionaria e internazionalista.



ONDATA DI PROTESTE

Migliaia di iraniani – lavoratori, studenti, negozianti – sono scesi nelle strade a fine dicembre dapprima a Teheran e rapidamente nell’intero paese, a Shiraz, Mashhad, Tabriz, Karaj, Qazvin e Esfahan e in altre città. L’esplosivo collasso della moneta nazionale e l’iperinflazione hanno agito da innesco. Il potere d’acquisto delle famiglie operaie è stato distrutto. Un dollaro oggi si cambia con 1,4 milioni di riyal, facendo divenire i generi alimentari e altri servizi basilari insopportabilmente costosi.
Le proteste sono iniziate come reazione al deterioramento delle condizioni di vita, e velocemente hanno inglobato il rigetto del regime reazionario teocratico, con slogan contro la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e con rivendicazioni politiche. Le mobilitazioni sono continuate fino lunedì 5 gennaio, per otto giorni consecutivi.


RISPOSTA REPRESSIVA E CRESCENTE INSTABILITÀ REGIONALE

Come sempre, il regime fondamentalista ha risposto con la repressione. Le forze di sicurezza, incluso il Basij della Guardia della Rivoluzione, hanno causato la morte di oltre venti persone, dozzine di altre manifestanti sono stati feriti e circa 1.000 arrestati. La Guida Suprema ha accusato i “nemici esterni” di sfruttare il malcontento economico e ha dichiarato che i rivoltosi “vanno messi al loro posto”, mentre i media ufficiali hanno assecondato questa narrazione per giustificare la violenza istituzionale. Tale situazione destabilizza ulteriormente il Medio Oriente, già reso convulso dal genocidio condotto da Isreale contro il popolo palestinese e dall’accordo trappola siglato da Netanyahu e Trump.


AGGRESSIONI E NUOVE MINACCE DI TRUMP

L’Iran ha sofferto delle sanzioni economiche che sono state rinnovate dopo il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare del 2018. Queste sanzioni hanno contribuito all’attuale devastazione economica. L'Iran ha subito anche attacchi militari, come i bombardamenti congiunti di Israele e degli USA nel 2025. Adesso Trump sta minacciando nuovamente il paese con nuovi interventi se il regime dovesse usare violenza contro i dimostranti. Trump è un cinico senza limiti: mentre propone se stesso come “pacifista”, ha represso gli attivisti per la Palestina negli Stati Uniti, ha bombardato il Venezuela e rapito il presidente Maduro con la moglie. Il vero obiettivo della retorica di Trump è quella di preparare il terreno per future ingerenze.


UNA RIVOLUZIONE DEVIATA

La rivoluzione iraniana del 1979 è stata realizzata con scioperi e mobilitazioni indipendenti di milioni di operai, contadini, settori urbani poveri e dai giovani, dai quali sorsero organi di autorganizzazione, di autodifesa e di coordinamento dal basso, come i consigli operai (Shoras), comitati di sciopero, comitati di fabbrica e comitati di quartiere. La forza della rivoluzione riuscì a rovesciare la dittatura dello Scià di Persia (Iran), Mohammad Reza Pahlavi, che era un pilastro dell’imperialismo USA in Medio Oriente.

La classe operaia svolse un ruolo decisivo – specialmente con gli scioperi generali e il controllo su settori strategici come il petrolio – ma fu priva di una direzione rivoluzionaria capace di contendere il potere. Il clero sciita, diretto da Khomeini, smantellò gli organi del dualismo di potere e represse la sinistra, dominò il processo in corso appoggiandosi sulla sua influenza religiosa e sociale.


UN REGIME REAZIONARIO CONTESTATO DALLE LOTTE POPOLARI

Gli ayatollah hanno instaurato, internamente, un regime borghese, teocratico, reazionario e controrivoluzionario, con una politica che nel tempo ha alternato conflittualità e accordi con l’imperialismo USA. Al di là dei limitati e preannunciati attacchi ad Israele, il regime iraniano non ha sviluppato un coerente e decisivo sostegno al popolo palestinese durante il genocidio perpetrato dal sionismo; piuttosto, esso ha agito secondo i propri interessi regionali.

Le rivendicazioni di differenti settori sociali e la repressione del 2025-2026 non sono un “fulmine a ciel sereno”. Durante gli ultimi quindici anni, con altalenante intensità, si sono verificate proteste collegate alla Primavera araba (2011-2012) e per i diritti politici e sociali (dal 2017 ad oggi). Tanto per fare un esempio, nel 2022 un’insorgenza di massa ha attraversato l’Iran a seguito dell’assassinio di Mahsa Amini mentre questa si trovava in stato di arresto, diventando un grido contro l’oppressione religiosa e la diseguaglianza.


SOLIDARIETÀ CON LE LOTTE. PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E SOCIALISTA

I compiti dell’irrisolta rivoluzione del 1979 sono collegati ai compiti attuali, i quali emergono dalle ingiustizie del capitalismo teocratico, dall’autoritarismo del regime e dall’aggressione sionista-imperialista. Pertanto:

• Esprimiamo la nostra solidarietà con le proteste per i diritti sociali, contro la povertà, la diseguaglianza e il deterioramento delle condizioni di vita, e in difesa dei diritti democratici negati con l’oppressione e la repressione.

• Pretendiamo la fine della repressione, la condanna dei responsabili politici e materiali degli assassinii di coloro che hanno combattuto per i loro diritti, il rilascio dei prigionieri politici.

• Sosteniamo le iniziative che promuovono l’autorganizzazione e l’autodifesa della classe operaia, in forma indipendente dai restaurazionisti, dai filosionisti e dai filoimperialisti.

• Respingiamo ogni ingerenza di potenze estere, a cominciare da Trump e il suo alleato sionista, che cercano soltanto di strumentalizzare la lotta del popolo iraniano per i loro obiettivi geopolitici.

• Le rivendicazioni per la giustizia economica, per le libertà democratiche e la dignità umana, possono avere successo solo se articolate dal basso, sconfiggendo il regime che ha sfruttato e oppresso generazioni di lavoratori iraniani, e se si contrappongo agli interessi di altri imperialismi, come quelli di Cina e Russia.

• Il compito più importante è la costruzione di una forte, coerente, sinistra alternativa, organizzata attorno all’obiettivo della rivoluzione comunista in Iran e nel Medio Oriente, che spazzi via i governi monarchici, fondamentalisti, filoimperialisti e sionisti, e assicuri il potere a coloro che non hanno mai governato: i lavoratori e le masse popolari, in un sistema senza sfruttatori e oppressori, con pieni diritti democratici e sociali. Un sistema socialista.

Lega Internazionale Socialista - Segretariato Internazionale

Trump e Putin in Alaska. Si stringe il cappio attorno al collo dell'Ucraina

 


17 Agosto 2025

English version

Scriveremo più ampiamente nei prossimi giorni sugli sviluppi delle relazioni mondiali. Non tutto è già chiaro e definito circa l'esito dell'incontro fra Trump e Putin. Ma è possibile un primo giudizio di fondo: il vertice USA-Russia in Alaska ha seguito lo spartito dei più classici negoziati tra potenze imperialiste sulla pelle e sui diritti di altri paesi e di altri popoli. “Chi non è parte dell'incontro è parte del menù” dice il vecchio adagio della diplomazia imperialista. Così è stato. L'Ucraina non era presente in Alaska perché l'oggetto dell'incontro era ed è la sua spartizione. Quanto agli imperialismi europei, non erano presenti per la volontà congiunta di Putin e di Trump di cucinare in proprio l'accordo da sottoporre loro. L'indirizzo della nuova amministrazione americana è infatti quello di ridisegnare gli equilibri mondiali sulla base della propria relazione diretta con le altre due grandi potenze, Russia e Cina, tagliando fuori gli imperialismi alleati.

È un fatto. La stessa amministrazione americana che tributa i massimi onori al criminale Netanyahu ha riservato al criminale Putin la medesima accoglienza. La stessa amministrazione americana che copre il disegno della Grande Israele sulla pelle dei palestinesi avalla la ricostruzione putiniana di un proprio spazio imperiale in Ucraina. Le potenze imperialiste vecchie e nuove si riconoscono l'una con l'altra nello specchio del proprio comune cinismo.

L'intero cerimoniale dell'incontro in Alaska è stato un tappeto rosso per Putin. Ma ancor più i termini sostanziali dell'accordo annunciato, in base a tutte le anticipazioni disponibili.

Innanzitutto l'imperialismo USA “concede” all'imperialismo russo di continuare a bombardare l'Ucraina e a procedere nel suo tentativo di sfondamento al fronte. Le famose richieste di cessate il fuoco, i ripetuti ultimatum, prima di cinquanta giorni, poi addirittura di otto, pena lo sfracello di sanzioni dirette o indirette «senza precedenti» contro la Russia, si sono rivelati per quello che erano: un bluff propagandistico, una recita ipocrita e ridicola che serviva solamente a prendere tempo, e dare tempo, per cucinare una prospettiva opposta.

Certo, non tutte le contraddizioni sono svanite. Trump ha bisogno che Putin gli consenta di salvare la faccia, anche agli occhi dell'elettorato americano. E non è detto che Putin gli conceda tutto lo spazio di manovra richiesto ed atteso. Ma l'incontro in Alaska sposta in ogni caso il quadro del confronto. La vecchia condizione del cessate il fuoco è rimossa. Dire che “ora si tratta direttamente la pace invece di limitarsi al cessate il fuoco” significa semplicemente abbellire con parole ipocrite la concreta continuità della guerra. E la continuità della guerra d'invasione è (anche) la più potente arma negoziale della Russia contro l'Ucraina.

In secondo luogo, l'imperialismo USA avalla la rivendicazione russa non solo dei territori già conquistati militarmente e annessi dopo l'invasione del febbraio 2022, ma anche della parte del Donbass non conquistato, inclusa la città di Kramatorsk: il cuore di ciò che resta della grande produzione industriale dell'Ucraina e delle sue riserve minerarie.

In altri termini, l'Ucraina invasa dovrebbe non solo rinunciare ai territori occupati dall'imperialismo invasore ma anche concedergli il bottino che questi non è ancora riuscito a strapparle dopo tre anni, nonostante l'enorme superiorità militare delle proprie forze.

Una soluzione umiliante. Che oltretutto sposterebbe ulteriormente i rapporti di forza in Ucraina a vantaggio della Russia, la quale un domani potrebbe riprendere la marcia verso Kiev da una posizione strategica ben più avanzata. Perché oggi la linea del fronte a difesa di Kramatorsk è il cuore della difesa ucraina. Abbandonare quella linea è ben più che concedere a Putin altri 100 chilometri di terra: è porre un'ipoteca sullo Stato ucraino.

Inutile aggiungere che ogni diritto di autodeterminazione del Donbass sarebbe escluso per definizione dalla sua completa annessione alla Russia e da un accordo internazionale che la sancisca.

Quanto alle ipotesi di compensazioni offerte all'Ucraina sotto forma di “garanzie” a futura memoria non valgono più di un pezzo di carta, peraltro neppure scontato. Putin (forse) scriverebbe che si impegna a non riprendere la guerra. Come si era solennemente impegnato a non invadere l'Ucraina sino a tre giorni prima dell'invasione del 2022. Come si era impegnato del 1996 a cessare la guerra in Cecenia, salvo riprenderla nel 1999 con la completa distruzione di Grozny.

Un regime fondato tanto più oggi sull'economia di guerra e sulla propria proiezione neoimperiale intende sicuramente incassare i vantaggi di un accordo con Trump e dei relativi riconoscimenti, ma non per questo dismetterà le proprie ambizioni. E anzi la grande vittoria politica e di immagine che Putin riscuote oggi in patria semmai le rafforza. Quanto alle “garanzie” di protezione dell'Ucraina offerte da Trump, hanno la stessa credibilità del personaggio e delle sue passate promesse. Una difesa dell'Ucraina affidata all'imperialismo USA vale la difesa di un pollaio affidata alla volpe, o meglio a un complice patentato della volpe.

La verità è che Trump vuole venir via dall'Ucraina, sia per risparmiare risorse con cui detassare i capitalisti USA sia per concentrare maggiori forze ed energie sui mari del Pacifico nel confronto strategico con l'imperialismo cinese. Cedere il passo a Putin in Ucraina significa questo. Se poi significasse anche ottenere... il Nobel per la pace, tanto meglio per l'insaziabile vanità dell'uomo.

Quanto a noi, in ogni caso, non chiameremo “pace” un'annessione, quale che sarà il posizionamento in merito del governo Zelensky. A dispetto dell'esaltazione della «pace sporca» da parte della rivista Limes o di un qualsiasi Travaglio.

L'incontro in Alaska ha spaziato peraltro ben al di là dell'Ucraina. Ha riguardato gli equilibri globali in fatto di armamenti nucleari, la gestione delle grandi ricchezze dell'Artico, le relazioni di potenza in Medio Oriente. Trump concede all'imperialismo russo il ruolo di grande potenza negoziale su scala mondiale: il semaforo verde in Ucraina è solo un segno di questa più ampia apertura. Putin in cambio assicura all'imperialismo americano un proprio ruolo “responsabile” in Medio Oriente, ciò che significa garantire il disarmo nucleare iraniano e la non belligeranza russa sul genocidio sionista in Palestina.

Quanto agli imperialismi europei – costretti ai margini del grande gioco della spartizione mondiale – sperano un domani di poter ritornare in partita, grazie ai propri piani di riarmo. Intanto prenotano un posto a tavola nel business della ricostruzione dell'Ucraina e continuano, al di là delle chiacchiere, a sostenere militarmente lo Stato sionista, riconoscendo al più lo “Stato palestinese” mentre collaborano di fatto allo sterminio dei palestinesi.

Di certo né il popolo palestinese né il popolo ucraino hanno qualcosa da attendersi dalle potenze imperialiste, vecchie e nuove, e dai loro cinici mercanteggiamenti. Solo una rivoluzione socialista internazionale, solo una grande alleanza tra la classe operaia e i popoli oppressi può liberare il mondo dai briganti che lo controllano.

Partito Comunista dei Lavoratori

Imperialismo russo e stato sionista. Le lezioni della crisi iraniana

 


Perché USA, Israele, Russia hanno votato all'ONU contro la condanna dell'invasione dell'Ucraina? Ciò che il campismo non vuole vedere

30 Giugno 2025

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La vicenda della guerra contro l'Iran illumina diversi aspetti dello scenario mondiale. Anche quelli che magari non sono immediatamente evidenti. O quelli che la cecità ideologica del campismo si rifiuta di vedere. È il caso del rapporto fra l'imperialismo russo e lo stato sionista. Ma andiamo con ordine.

Il primo fatto inoppugnabile che è emerso è stato il rifiuto di ogni assistenza militare russa e cinese all'Iran, quando si trovava sotto attacco. Dichiarazioni “preoccupate”, peraltro molto prudenti, ma solo parole. Nessun impegno di protezione militare, fosse pure declinato al futuro, fosse pure come minaccia deterrente, tanto meno un aiuto militare diretto. La potenza di fuoco sionista (e poi a supporto i bombardieri americani) ha potuto dispiegarsi per dodici giorni nei cieli di Teheran, dopo aver distrutto la sua contraerea, senza che nessun grande alleato dell'Iran si muovesse a sua difesa. Putin ha sentito il bisogno di precisare che il partenariato fra Russia e Iran – celebrato con squilli di tromba alcuni mesi prima – non prevede formalmente l'impegno vincolante ad un aiuto militare all'Iran in caso di attacco ostile, ma solo quello di non aiutare l'aggressore. Resta in ogni caso la scelta politica russa di rifiutare l'assistenza, persino come minaccia.
Un paradosso: il regime teocratico iraniano ha fornito alla Russia fior di droni con cui sventrare le città ucraine, ma non ha ottenuto neppure uno spicciolo di contraerea nel momento drammatico del bisogno. Non l'ha ottenuta né da Putin né dal regime nord-coreano (non certo avaro di aiuti alla Russia) né dalla Cina, che pur si serve del petrolio iraniano. Niente.
Anche l'area BRICS è dominata al suo interno da relazioni imperialiste: Russia e Cina sono al comando, il resto è un loro utile magazzino.

Di più. Tutte le dichiarazioni “preoccupate” della diplomazia russa e cinese, che proponevano la ripresa del negoziato fra USA e Iran, partivano da un presupposto comune: la volontà di rassicurare in ogni caso la cosiddetta comunità internazionale (cioè innanzitutto gli stati imperialisti ed Israele) sul fatto che l'Iran non avrebbe costruito la sua bomba. La stessa disponibilità russa ad acquisire e controllare in proprio l'uranio iraniano si proponeva come forma di garanzia da offrire a USA e Israele circa il disarmo dell'Iran.
Ma per quale ragione avallare l'arrogante veto sul nucleare iraniano da parte della principale potenza nucleare del pianeta (USA) e dallo stato nucleare sionista? La Russia e la Cina, a capo dei BRICS, non si presentano forse come gli araldi di un nuovo ordine mondiale, che porti finalmente equità e giustizia? Non è questa la narrazione ideologica ripresa a gran voce da tutta la propaganda campista ad ogni latitudine del mondo?

La verità è che l'imperialismo russo e l'imperialismo cinese coltivano esclusivamente i propri interessi, esattamente come fanno l'imperialismo USA, gli imperialismi europei, e lo stato sionista. Il nuovo ordine mondiale di cui parlano Russia e Cina è solamente il proprio diritto a negoziare con gli imperialismi concorrenti una nuova spartizione del mondo.
Oggi Donald Trump si presenta come loro interlocutore a nome dell'imperialismo USA, proprio per la più aperta disponibilità negoziale rispetto al passato. L'idea di una trattativa planetaria fra le tre grandi potenze (USA, Russia, Cina) per la spartizione delle rispettive aree di influenza, scavalcando ed emarginando gli imperialismi europei, è infatti la linea della nuova amministrazione americana. Chi non ha capito questo non ha capito l'essenziale del nuovo scenario mondiale. Gli imperialismi europei oggi si riarmano non semplicemente “perché glielo ha chiesto Trump”, ma soprattutto perché temono di essere scaricati da Trump. Solo riarmandosi, a carico dei propri salariati, possono sperare di recuperare potere negoziale, e dunque un posto a tavola nella nuova spartizione del mondo.

Un riflesso di questo scenario l'abbiamo visto negli stessi giorni della crisi iraniana. Trump ha ottenuto da Putin una pressione diplomatica sull'Iran perché si limitasse ad una reazione simbolica al bombardamento americano, di fatto concordata con gli stessi USA. In cambio, ha offerto a Putin la propria apertura sull'Ucraina, ciò di cui Putin ha bisogno.

Ma non c'è solo questo. Nella postura defilata della Russia sulla partita iraniana c'è anche la relazione dell'imperialismo russo con lo stato sionista. Una relazione profonda, dissimulata in parte, ma prolungata nel tempo. Il voto congiunto in sede ONU tra USA, Russia e Israele il 24 febbraio 2025 contro la condanna dell'invasione russa dell'Ucraina (nel terzo anniversario dell'invasione) è solo l'emersione di questa verità inconfessabile.
Le relazioni speciali dello stato sionista sono due: la prima con gli Stati Uniti, la seconda con la Russia. Durante tutta la guerra russa in Ucraina, lo stato sionista ha tenuto una posizione neutrale. Israele si è chiamata fuori dalle sanzioni occidentali contro la Russia, come la Russia si è ben guardata dal rompere con Netanyahu sulla questione palestinese. La presenza russa in Israele è testimoniata da Roman Abramovich, il secondo uomo più ricco di Israele, e dall'origine russa di larga parte dei geni dell'hi tech israeliana.
Quando crollò l'URSS, un milione di russi emigrò in Israele: avrebbero preferito andare in America, ma Israele ottenne dagli USA il blocco dei visti, per dirottare il flusso in direzione di Tel Aviv. In molte città israeliane si parla solo russo. La componente ebraica di estrazione russa è oggi uno dei bastioni della destra israeliana. Peraltro, la storia stessa della colonizzazione sionista dal 1904 al 1914 si fondò in larga misura sull'immigrazione russa.
Anche dopo la fine della guerra fredda, l'intesa fra Israele e Russia non è mai venuta meno. Ai tempi di Bashar al Assad, Mosca controllava lo spazio aereo della Siria alleata. Ciò nonostante, l'aviazione israeliana aveva licenza di colpire il traffico d'armi tra Iran e Libano, senza che la Russia reagisse (neppure quando un aereo russo fu abbattuto per sbaglio dagli israeliani).

Il campismo è cieco. Il marxismo rivoluzionario no. Nessun popolo oppresso del Medio Oriente può contare su imperialismi amici. Perché non esistono imperialismi amici dei popoli oppressi .Un nuovo ordine del mondo o sarà socialista o non sarà. Solo la rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'Iran è solo contro l'aggressione sionista, coperta da tutti gli imperialismi d'Occidente

 


Mentre Russia e Cina negano ogni aiuto reale all'Iran

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La guerra dello stato sionista contro l'Iran ha il diretto sostegno, e/o la copertura politica, di tutti i vecchi imperialismi di America ed Europa. Senza che i nuovi imperialismi (Russia e Cina), rivali dei primi, muovano un dito per difendere l'Iran. È un fatto. Denso di significato politico, per chiunque voglia guardare in faccia la realtà.

Innanzitutto: la guerra sionista in poche ore ha fatto tabula rasa delle ipocrite recite umanitarie degli imperialismi europei dopo 70000 mila palestinesi ammazzati. Tutti i governi del vecchio continente si sono schierati come un sol uomo a sostegno del “diritto di Israele all'autodifesa” contro l'Iran. Nessuna sorpresa. È il replay su scala diversa del post-7 ottobre, e più in generale della rappresentazione capovolta della storia di Israele e del Medio Oriente. Quella storia che dipinge lo stato sionista come baluardo democratico assediato dagli arabi e dai persiani. Il fatto paradossale che l'unico stato del Medio Oriente dotato di (duecento) testate nucleari pretenda di vietare ad un altro stato della regione di costruirne una è rimosso nella sua enormità, come ogni evidenza di verità. Mentre il diritto dell'Iran alla propria autodifesa contro l'aggressione sionista – un diritto elementare di sovranità – viene denunciato come... escalation.
L'abbiamo detto e lo ripetiamo: il regime teocratico reazionario di Teheran è nemico dei lavoratori e delle masse oppresse dell'Iran. Ma sono queste, e solo queste, che hanno diritto di rovesciarlo, per una propria alternativa di società. Non certo il regime sanguinario di Netanyahu per il proprio controllo dispotico del Medio Oriente.

I fatti dimostrano che il terrorismo di Israele ha in ogni caso e ovunque il passaporto della “legalità”, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, ed ora in Iran: è il passaporto di uno stato coloniale col timbro certificato dell'imperialismo. Lo stesso imperialismo, prima britannico, poi americano, che benedisse ab origine la colonizzazione sionista della Palestina (nel 1948 con il voto e le armi di Stalin). Tutta la storia di Israele è in fondo la replica della sua genesi.

Ciò che invece non dovrebbe essere scontato, stando alla logica della sinistra campista, è il comportamento della Russia e della Cina.
Russia e Cina, com'è noto, hanno relazioni dirette con l'Iran. La Russia ha formalmente stipulato un partneriato strategico con Teheran (politico, diplomatico, economico, militare). La Cina è il principale cliente del petrolio iraniano. L'Iran è parte, del resto, della famosa area dei BRICS a guida russo-cinese, da più versanti esaltata come contraltare democratico e progressivo alla NATO.
Bene. Cosa stanno facendo Russia e Cina per aiutare l'Iran, nel momento dell'aggressione sionista? Niente di niente. Non parliamo, ovviamente, di un ingresso in guerra, che sarebbe catastrofico. Parliamo semplicemente di un aiuto militare, che è cosa qualitativamente diversa. L'Iran avrebbe ad esempio un disperato bisogno di aiuto nella difesa aerea, per proteggere città, infrastrutture, aziende. E avrebbe tutto il diritto ad usare ogni aiuto degli imperialismi alleati per difendersi dall'aggressione sionista. Così come l'Ucraina ha diritto a usare gli aiuti degli imperialismi NATO per difendersi dall'invasione dell'imperialismo russo. Invece, niente.

La Cina, che sta trattando con gli USA sui dazi, si è limitata ad una platonica “preoccupazione”. Putin ha telefonato a Trump, sostenitore decisivo della macchina da guerra israeliana – nel momento stesso in cui Trump esaltava il successo militare di Israele – per offrire un aiuto diplomatico... agli USA per una imprecisata mediazione.
Immaginiamo il messaggio: “Caro Trump, se hai bisogno di un aiuto per ottenere la capitolazione dell'Iran sono disponibile... Basta che tu in cambio ci lasci proseguire, come già stai facendo, la nostra guerra d'invasione in Ucraina, nel nome della sua futura spartizione tra noi”.
La verità è che l'imperialismo russo, come l'imperialismo cinese, non ha alcuna intenzione di rovinare le proprie relazioni negoziali con gli USA, e neppure con Israele, per difendere un proprio alleato. Neppure quando questi è sotto le bombe sostenute dagli imperialismi rivali.

Per le potenze imperialiste vecchie e nuove, il mondo è solo un tavolo da gioco. Per loro, i diritti dei popoli sono solo merce di scambio. Non esistono imperialismi “amici”. I popoli oppressi, a partire dal popolo di Palestina, non hanno da attendersi nulla da quel versante. Solo una mobilitazione rivoluzionaria dei popoli oppressi può liberare il Medio Oriente dal sionismo e dall'imperialismo. Solo una rivoluzione socialista internazionale può liberare il mondo dai banditi che lo dominano.

Partito Comunista dei Lavoratori