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Giù le mani da Cuba!

 


Dopo l’operazione militare a Caracas del 3 gennaio – in cui il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati catturati e trentadue membri delle forze di sicurezza cubane sono stati uccisi – Trump ha rivolto la sua attenzione all’isola stessa, che ha sfidato tutti i suoi dodici predecessori.

Con Maduro nel carcere statunitense, la sua vicepresidente Delcy Rodríguez è stata costretta a un patto leonino, ponendo il settore petrolifero venezuelano sotto l’effettivo controllo degli Stati Uniti. La conseguenza immediata è stata il blocco delle esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba – intorno ai 27.000 barili al giorno, circa un terzo del fabbisogno energetico dell’isola – privando l’isola della sua più vitale fonte di sostentamento economico esterno.

Trump ha poi rivolto la sua attenzione al principale fornitore di Cuba rimasto. Il 29 gennaio ha firmato un ordine esecutivo che dichiarava Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e minacciava di imporre dazi su qualsiasi paese che le fornisse petrolio, una misura rivolta principalmente al Messico. Pur presentandosi come un difensore della sovranità cubana, la presidente “di sinistra” del Messico Claudia Sheinbaum ha capitolato: le esportazioni di petrolio del Messico verso l’isola, già ridotte da circa 20.000 barili al giorno a una frazione di quella quantità sotto la crescente pressione degli Stati Uniti, sono state formalmente interrotte entro la fine del mese. L’ambito di applicazione dell’ordine esecutivo si estendeva a qualsiasi potenziale fornitore sostitutivo, tra cui Brasile, Colombia e Spagna.

Le stime suggeriscono che Cuba non abbia più di poche settimane di scorte di carburante.

Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto affermando che un inasprimento totale del blocco significherebbe che «tutte le sfere della vita sarebbero soffocate dal governo degli Stati Uniti» e che ciò paralizzerebbe la produzione di elettricità, la produzione agricola, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari, il che equivale a quello che ha definito «un genocidio del popolo cubano».

IL BLOCCO IMPERIALISTA

Questo si aggiunge al blocco economico di Cuba, storicamente lungo, avviato dal presidente democratico John F. Kennedy nel febbraio 1962. Questo blocco proibiva il commercio e le transazioni finanziarie tra tutte le istituzioni statunitensi e Cuba, e penalizzava le società straniere che commerciavano con Cuba. Gli effetti di questo blocco si acuirono ulteriormente durante il “Periodo speciale” di austerità degli anni ’90, seguito al crollo dell’Unione Sovietica e degli stati dell’Europa orientale, i cui scambi commerciali e aiuti avevano sostenuto l’isola per quasi tre decenni. La legge Helms-Burton del 1996 inasprì ulteriormente questo isolamento, minacciando severe sanzioni contro qualsiasi accordo finanziario bancario straniero tra Cuba e paesi terzi.

L’embargo fu leggermente allentato durante il “disgelo cubano” (2015-2017) sotto Barack Obama, ma si inasprì ulteriormente dal 2017 in poi durante il primo mandato di Trump e si aggravò con la pandemia di Covid, che devastò l’industria turistica cubana. Il risultato è stata una grave carenza di carburante, medicinali e cibo, e un’inflazione dilagante: ufficialmente intorno al 15% nel 2025, ma ufficiosamente fino al 70%.

I ripetuti voti della stragrande maggioranza dei membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per revocare l’embargo più longevo al mondo sono stati sfidati dalle successive amministrazioni statunitensi. Eppure nessuno Stato ha osato contestare, e tanto meno rompere, questo assedio illegale e questa punizione collettiva dell’isola.

Il Segretario di Stato Marco Rubio, egli stesso figlio di immigrati cubani e superfalco del cambio di regime, ha esortato Trump a ulteriori misure interventiste. Tuttavia, è improbabile che il presidente cubano possa essere rapito o che figure ai vertici dell’esercito e della burocrazia del Partito Comunista si pieghino di fronte a un intervento militare statunitense. È più probabile che la morsa economica provochi malcontento popolare e incoraggi i collaboratori interni al Partito “Comunista” Cubano a cercare un accordo con Trump.

In ogni caso, ciò che Rubio e Trump – e l’intera classe dirigente statunitense – cercano di distruggere è l’ispirazione della Rivoluzione cubana del 1959: il sogno, realizzato dopo il 1961, di un'”isola socialista” in grado di sfidare il colosso nordamericano, che un tempo ispirò movimenti antimperialisti in lungo e in largo in America Latina. Quella percezione di Cuba come prova della possibilità di indipendenza persistette, nonostante la degenerazione dell’isola negli anni ’70 in una dittatura monopartitica e l’abbandono di ogni discorso sulla diffusione della rivoluzione.

La Marea Rosa degli anni 2000 ha in una certa misura ravvivato queste prospettive: paesi come Brasile, Venezuela e Messico hanno spedito petrolio e generi alimentari a Cuba in cambio di operatori sanitari e competenze mediche, rafforzando la prospettiva di una nuova ondata di riformismo sociale in America Latina e Centrale.

Ma ora, con la Marea Rosa che si sta ritirando in tutto il continente, riaprire Cuba allo sfruttamento diretto del capitale statunitense rappresenterebbe un passo importante nella riaffermazione della Dottrina Monroe neocoloniale, ovvero l’affermazione che l’emisfero occidentale, dall’estremità settentrionale della Groenlandia a Capo Horn, con tutte le sue preziose materie prime e i suoi mercati, è chiuso ai rivali globali degli Stati Uniti, in particolare alla Cina. Chiusa sarà anche la prospettiva di uno sviluppo riformista, socialista o populista di sinistra per questi paesi, rafforzando l’ascesa di regimi di destra come quello di Javier Milei in Argentina.

La classe lavoratrice dell’America Latina, anzi del mondo intero – e soprattutto degli Stati Uniti – deve fare tutto ciò che è in suo potere per resistere all’occupazione dell’isola da parte di Trump, attuata sia attraverso lo strangolamento economico che il blocco militare che l’intervento diretto o l’uso di agenti all’interno di Cuba.

LA BUROCRAZIA

Ma l’opposizione all’aggressione statunitense non significa sostegno politico a un regime che reprime il proprio popolo, come ha fatto quando ha represso con la violenza le proteste di massa contro le difficoltà economiche dell’11 luglio 2021.

I socialisti devono fare tutto il possibile per rompere il blocco e aiutare Cuba, senza illusioni sul suo regime e con un sostegno diretto a coloro che lottano per smantellare la dittatura della burocrazia e sostituirla con la democrazia operaia. La burocrazia esercita una dittatura non solo sul piccolo settore privato interno e contro la classe capitalista cubana in esilio, ma soprattutto sulla classe lavoratrice stessa, sopprimendo la democrazia operaia e la libertà politica.

Inoltre, negli ultimi decenni la burocrazia stessa ha perseguito una politica di restaurazione capitalista, modellata in parte su Cina e Vietnam, pur preservando il proprio potere politico. Tuttavia, impediti dall’embargo statunitense di attingere a capitali stranieri o in esilio, le caratteristiche anticapitalistiche di uno Stato operaio burocratico – proprietà statale delle industrie e delle banche, e monopolio del commercio estero – continuano a esistere, sebbene in forma sempre più decaduta. Né Cuba ha incoraggiato la diffusione della lotta rivoluzionaria a livello internazionale.

Il Partito Comunista Cubano, che guarda alla Cina fin dall’epoca di Deng Xiaoping, ha adottato riforme orientate al mercato: legalizzare le piccole e medie imprese private (PMI) e incoraggiare gli investimenti esteri nel turismo. Dal 2021, il numero di PMI autorizzate è aumentato da circa 127 a oltre 2.000. Ma queste riforme hanno generato un’inflazione elevata, aggravando le disuguaglianze sociali e alimentando la corruzione burocratica.

RIVOLUZIONE POLITICA

Per sfuggire alla morsa schiacciante dell’imperialismo statunitense e rinnovare la capacità della classe lavoratrice cubana di difendere il proprio Paese, è necessaria una mobilitazione di massa: non solo per denunciare l’aggressione statunitense e i suoi collaboratori a Cuba, ma per esigere la fine della dittatura politica della burocrazia nei luoghi di lavoro, nelle aziende agricole e nelle strade. In breve, significa una rivoluzione politica.

Ciò significa lottare per il controllo, la gestione e l’ispezione operaia delle imprese, difendendo al contempo la proprietà statale e cooperativa e il monopolio del commercio estero, e trasformando i comitati burocratici – attualmente strumenti di repressione politica – in consigli operai eletti. Allo stesso modo, le forze armate devono essere trasformate in una milizia operaia con ufficiali eletti dalla base. Le piccole forze rivoluzionarie dell’opposizione devono essere legalizzate e messe in grado di formare un autentico partito rivoluzionario che combatta per questi obiettivi.

L’unico modo per preservare le conquiste della Rivoluzione cubana non è solo difendere ciò che ne resta dalla controrivoluzione sostenuta dagli Stati Uniti, ma anche realizzare una rivoluzione politica che sostituisca la burocrazia dominante con la democrazia operaia. Questo porrà le basi per la diffusione di una rivoluzione antimperialista e socialista a livello internazionale, con l’obiettivo di creare gli Stati Uniti d’America Socialisti.

Ma questa prospettiva dipende dalla solidarietà della classe operaia internazionale. In primo luogo, ciò significa rompere il blocco economico e navale e opporsi a qualsiasi intervento militare. I socialisti devono lottare per ottenere l’invio di carburante, forniture mediche e cibo a Cuba e per imporre controsanzioni alle aziende statunitensi che sostengono l’aggressione di Trump. Portuali e scaricatori portuali negli Stati Uniti, in Italia, Francia e Grecia hanno già agito in solidarietà con Gaza: è questo tipo di azione diretta, estesa a tutto il mondo, che è necessaria per impedire a Trump di ridurre nuovamente Cuba allo status di semicolonia.

Dave Stockton

Non è il green pass la frontiera dello scontro

 


Un commento del Collettivo di fabbrica GKN a una dichiarazione dei portuali di Genova

Pubblichiamo questo post dei lavoratori del Collettivo di fabbrica GKN sulla vicenda del green pass, che ci pare positiva e significativa. Non ricalca esattamente la nostra posizione ma va, a nostro avviso, nella giusta direzione. Non solo perché evita di assumere come riferimento il sindacato autonomo a direzione reazionaria del porto di Trieste, distinguendolo nettamente dal Collettivo dei portuali di Genova segnato al contrario da un profilo chiaramente classista e antifascista («la nostra famiglia»), ma soprattutto perché denuncia la falsità del terreno “no green pass” come frontiera dello scontro, ponendo invece la necessità di una mobilitazione generale della classe operaia che ponga al centro un programma complessivo su licenziamenti, delocalizzazioni, appalti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica. Le questioni vere dello scontro sociale.

È vero, come dicono i compagni della GKN, nei luoghi di lavoro la misura è colma. Non a causa di un certificato ma a causa dello sfruttamento capitalista, del governo che lo rappresenta, di una burocrazia sindacale che non lo combatte ed anzi lo copre. È in questo quadro d'insieme che si debbono contrastare le modalità di gestione del green pass da parte di governo e Confindustria (cancellazione dello stipendio, frequente inaccessibilità dei tamponi, abusi padronali...). Invece dirottare la rabbia sociale sul green pass in quanto tale significa muoversi oggettivamente a rimorchio dei no vax e di pulsioni reazionarie, indipendentemente da ogni illusione soggettiva, lasciando passare così la vera offensiva dei padroni e di Draghi. Ci pare che i compagni del collettivo GKN, con la loro nota, aiutino a capirlo.





Noi conosciamo i portuali di Genova, il Calp Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. I portuali di Genova sono la nostra famiglia. Di loro ci fidiamo. Ci fidiamo del loro antifascismo. Un antifascismo doc, storico, vero, radicato, serio, costante, partigiano.

Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.

Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.

In questo video parla la nostra famiglia e lascia chiaro un concetto importante: nei luoghi di lavoro la misura è colma.

Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica.

Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo, con lo sciopero generale, per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe.

Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni. Noi #insorgiamo e ripartiamo dalla manifestazione del 18 settembre.

Collettivo di fabbrica - Lavoratori GKN Firenze

La polizia e la piazza di Trieste

 


Affilano le armi contro gli altri per usarle contro i lavoratori

20 Ottobre 2021

Siamo contro la violenza poliziesca anche quando si esercita contro ambienti e manifestazioni reazionarie. Perché è la stessa violenza poliziesca che colpisce le battaglie classiste e le ragioni del lavoro. Per questo condanniamo lo sgombero poliziesco del presidio di Trieste.

Detto questo, è bene chiarire cosa concretamente è avvenuto, fuori da ogni leggenda e mitologia.

L'accesso al porto non era bloccato dai portuali, come hanno continuato a ripetere i giornali. Il gruppo dei portuali del sindacato autonomo di destra che il giorno 15 aveva proclamato il blocco a oltranza annunciando la sollevazione generale per il ritiro del green pass aveva già ripiegato in meno di 48 ore, prima dicendo che i lavoratori che avessero voluto lavorare avrebbero potuto farlo tranquillamente, poi annunciando che tutto era finito in cambio di un incontro (promesso) con un ministro (forse). Non male per quella che doveva essere una... rivoluzione.
Il portavoce del coordinamento portuali Stefano Puzzer era stato per questo minacciato dalla parte più reazionaria del suo stesso ambiente, capitanata dal noto pugile di Forza Nuova Fabio Tuiach, e pertanto costretto alle dimissioni. In compenso, mentre i pochi portuali rimasti, tra loro divisi, hanno levato il disturbo, la scena è stata occupata dal movimento no vax e no green pass di Trieste, elettoralmente rappresentato dalla Lista Tre V ("Vaccini Vogliamo Verità"), e rinfoltito dalle presenze solidali provenienti da altre città. Un ambiente eterogeneo e pittoresco, popolato dai soggetti più disparati: portatori di croci e della Madonna di Medjugorje, piccolo-borghesi inferociti, avvocati del diritto violato, un po' di studenti. Dei novecento portuali triestini meno di due decine, a dir tanto. Da qui è nato il nuovo “coordinamento 15 ottobre”, che coi portuali non c'entra nulla, e che ha eletto Puzzer a portavoce. Alla testa del nuovo coordinamento stanno i peggiori figuri, a partire da Dario Giacomini, già candidato di CasaPound alle elezioni politiche del 2013, radiato dall'Ordine dei Medici per le sue campagne contro il vaccino, leader della FISI (Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali), il sindacato reazionario che aveva formalmente indetto lo sciopero al porto di Trieste.

La polizia ha sgombrato questo presidio, sotto la pressione dell'Autorità portuale, dei terminalisti ed armatori preoccupati dei propri affari, ma anche di un governo e di una ministra degli interni Lamorgese che dovevano mostrare il pugno duro per riabilitare la propria immagine dopo la copertura fornita ai fascisti nell'attacco alla sede della CGIL. La piazza di Trieste si prestava alla perfezione per l'occasione, per inaugurare una gestione più muscolare delle manifestazioni di piazza, rodando strumenti e forme d'intervento utili per il futuro. Forme d'intervento peraltro già praticate con determinazione e violenza bel superiori contro i picchetti degli operai immigrati della logistica, per fare solo un esempio.
La verità è che il governo sta usando le manifestazioni no vax e no green pass per limitare ancor di più lo spazio di libera manifestazione, restringere la libertà dei cortei, imporre solo manifestazioni stanziali ecc. La stessa manifestazione nazionale di Roma del 30 ottobre contro il G20 sarà oggetto di nuove “attenzioni” del ministro degli interni e dei corpi repressivi.

Per tutte queste ragioni siamo contro la repressione dello Stato anche quando si esercita contro manifestanti reazionari. Affilano le armi contro gli altri per usarle contro i lavoratori e le lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

I fatti del 30 giugno 1960 a Genova

Ritorna la fiamma dell’antifascismo operaio e di massa

2 Luglio 2020
Pubblichiamo un estratto dall'opuscolo L'antifascismo genovese ieri, oggi e domani, a cura della sezione di Genova del PCL. L'opuscolo è allegato in fondo a questa pagina
Tutta la storia dell'antifascismo genovese durante il fascismo e nella Resistenza inevitabilmente lasciò un segno indelebile nell’identità collettiva e politica della classe operaia e lavoratrice genovese. Questa coscienza politica radicata in anni di lotte, clandestinità, deportazioni e morti si riaccenderà con tutto il suo vigore quando Genova divenne l’epicentro di un’operazione politica del Movimento Sociale Italiano, che nel dopoguerra fu il partito in cui si riciclarono, entro la cornice “democratica”, la gran parte delle anime del Partito Nazionale Fascista e del Partito Fascista Repubblicano.

Gli antefatti sono importanti per comprendere il portato dell’operazione del MSI. Il 21 marzo il democristiano Fernando Tambroni, esponente dell’ala sinistra della DC, venne incaricato dal Presidente della Repubblica Gronchi di costituire un nuovo governo. Al momento della votazione della fiducia alla Camera, il governo, monocolore della DC, passò con i voti dei parlamentari del MSI senza i quali non avrebbe potuto avere la necessaria maggioranza.
Di fronte a questo, gli esponenti della sinistra della DC di quel Governo – Bo, Pastore e Sullo – dichiararono le loro dimissioni e, sotto le pressioni generali, anche lo stesso Tambroni li seguì. Dopo due tentativi di Amintore Fanfani di costituire un governo su maggioranze differenti, Gronchi decise di respingere le dimissioni di Tambroni, che il 29 aprile ottenne la maggioranza anche al Senato, di nuovo con i voti favorevoli dei senatori del MSI.

Questa operazione fece montare la protesta di tutti i partiti della sinistra, che accusarono Tambroni di favorire la legittimazione politica nazionale e di governo degli eredi del fascismo, considerato che già in circa 30 amministrazioni comunali – Roma compresa – le giunte democristiane si reggevano con l’appoggio anche di esponenti del MSI.
Il primo atto del MSI di fronte alle dimissioni di Tambroni, che ostacolavano e indebolivano l’operazione politica di legittimazione e di propria trasformazione in ago della bilancia degli equilibri istituzionali nazionali, fu il ritiro dell’appoggio alle giunte comunali democristiane di tutti i propri consiglieri.

Il 14 maggio 1960 il Movimento Sociale Italiano compì l’ennesima provocazione, dichiarando l’intenzione di organizzare il VI Congresso del MSI a Genova, al Teatro Margherita, in Via XX Settembre.
Da qui cominciò un’operazione, da parte del PCI e della sinistra, di propaganda e agitazione dei genovesi e dei lavoratori della città, che quindici anni prima furono i protagonisti dell’insurrezione, della liberazione e della resa dei nazisti.

Il 2 giugno Umberto Terracini, senatore e membro della ex Assemblea Costituente per il PCI, in un discorso a Lumarzo – in Val Fontanabuona – incitò alla chiamata di una riunione per organizzare una risposta alla provocazione missina.
Il 5 giugno, su L’Unità, organo del PCI, venne pubblicata una lettera-appello di un operaio che incitava ad una reazione di massa contro il congresso.
Il giorno dopo venne prodotto un manifestino in cui si definiva una “grave provocazione” il congresso fascista, su iniziativa del PSI locale, a cui aderirono il PCI, il Partito Radicale, il Partito Socialista Democratico Italiano e il Partito Repubblicano.
Il 13 giugno si unì al coro di chi condannava il congresso del MSI anche la Camera del Lavoro.

Il 15 giugno ci fu il primo corteo, indetto sulla base della richiesta del divieto ai lavori del congresso fascista. Parteciparono circa 20.000 persone, con i primi scontri tra il servizio d’ordine e alcuni manifestanti contro un gruppo di fascisti che osarono provocare la manifestazione in Via San Lorenzo, sedati poi dall’intervento in soccorso del gruppetto di fascisti dei Carabinieri.

Dopo che il 24 giugno la Questura vietò l’autorizzazione per un comizio della Camera del Lavoro e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) con la scusa del mancato preavviso – il vero motivo fu il timore di nuovi scontri e la volontà di impedire che gli animi venissero ulteriormente fomentati – il 25 venne convocato un corteo da parte delle federazioni giovanili dei partiti della sinistra (PCI, PSI, PRI, PSDI e radicali) a cui si unirono anche i portuali. La manifestazione diede vita a ulteriori scontri, questa volta con la polizia, in Via XX Settembre.

Questa escalation di agitazione e mobilitazioni da una parte spinge una componente del MSI a fare pressioni sul governo Tambroni per aumentare l’attenzione e fornire misure di garanzia viste le minacce di disordini e di una forte conflittualità che rischiava di scatenarsi contro il VI congresso; dall’altra i fascisti minacciarono l’organizzazione di “almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani”, e annunciarono la partecipazione al congresso sia di Junio Valerio Borghese, celebre capo della X Flottiglia Mas utilizzata nei rastrellamenti contro i partigiani, sia di Carlo Emanuele Basile, il prefetto che nell’estate del 1944 ordinò e organizzò le deportazioni dei lavoratori e delle lavoratrici in Germania e nei campi di concentramento.

Il 28 giugno ANPI e Camera del Lavoro, assieme a tutti i partiti della sinistra, convocarono un corteo contro l’ormai prossimo congresso, a cui il governo della Democrazia Cristiana aveva ormai dato piena legittimità garantendone la protezione attraverso le Forze dell’Ordine. A questo corteo parteciparono oltre 30.000 persone, e si concluse con il celebre discorso di Sandro Pertini, che venne definito “u brichettu” (il fiammifero, in genovese), perché diede l’accensione alla miccia che avrebbe fatto esplodere la bomba della rabbia della classe lavoratrice e del proletariato genovese contro la provocazione fascista protetta dalle istituzioni democristiane:
«La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori (…) Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni. (…) Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi».

Il 29 giugno la Camera del Lavoro indisse uno sciopero generale politico per tutta la giornata del 30 giugno esteso a tutta la provincia, per permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di portare tutta la loro forza d’impatto nelle strade di Genova, assieme alle organizzazioni della sinistra e ai militanti politici.
Il corteo fu una mastodontica prova di forza di massa e di classe contro cui nulla potevano le misure repressive che il governo Tambroni aveva sperimentato in altri contesti cittadini: 100.000 antifascisti e antifasciste scesero nelle piazze di Genova. A nulla servì, quindi, l’invio della tristemente celebre celere di Padova, famosa per le sue tattiche antiguerriglia urbana, l’ispezione della città del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e la sostituzione del questore di Genova con Giuseppe Lutri, noto per l’attività antipartigiana a Torino durante la dittatura fascista.
La UIL, con il suo solito operato opportunista, si oppose allo sciopero ma nulla ottenne di fronte alla coscienza di un movimento dei lavoratori in cui era ancora fervida la memoria delle lotte contro l’occupazione. La CISL non si sbilanciò, lasciando libertà di scelta ai propri iscritti, da una parte per non perdere consensi e dall’altra per non mettere in difficoltà la propria cinghia di trasmissione con la Democrazia Cristiana, di cui era espressione.

I lavoratori e le lavoratrici genovesi, inoltre, venivano da un periodo di fortissima conflittualità contro la deindustrializzazione che era in corso da circa un decennio nonostante il cosiddetto “boom economico” italiano. Celebri furono le 82 giornate di occupazione della San Giorgio e le 72 giornate di occupazione degli stabilimenti Ansaldo nel 1950; l’occupazione di 9 mesi dell’ILVA tra il 1950 e il 1951; le 120 giornate di mobilitazione del porto a cui aderirono anche i metalmeccanici, sommando 4.537.033 ore di sciopero del 1955; le mobilitazioni a cavallo tra il 1957 e il 1958 per la riduzione dell’orario di lavoro e per fermare la chiusura dell’Ansaldo Fossati e dell’Ansaldo San Giorgio; gli scioperi generali dell’estate del 1959 per la difesa dei posti di lavoro e l’enorme conflittualità espressa proprio nel periodo di giugno-luglio del 1960 da parte dei marittimi, non solo con rivendicazioni salariali ma anche con rivendicazioni legate alla libertà e alla dignità sul lavoro, contro i soprusi e le angherie degli ufficiali. Tutta la rabbia e l’organizzazione che aveva rinsaldato la coscienza di classe con le celebri mobilitazioni di quegli anni ebbe un’occasione per esprimersi politicamente e per saldare due anime del movimento operaio: quella dei metalmeccanici e dei portuali professionalizzati che avevano lottato per dimostrare che si poteva lavorare senza padrone, e quella dei ragazzi delle “magliette a righe”, una giovane generazione che si vedeva colpita dalla contrazione delle possibilità occupazionali. I 100.000 antifascisti e antifasciste in piazza quel giorno erano espressione di questa grande mobilitazione generale rilanciata su basi politiche.

Quel giorno la manifestazione vera e propria fluì senza incidenti fino a che non venne conclusa in Piazza De Ferrari, ma il fermento era molto e la rabbia dei lavoratori continuava a non spegnersi. Molti manifestanti cominciarono a intonare canti partigiani e slogan contro la polizia, ai margini della piazza, e contro i Carabinieri, schierati a difesa del Teatro dove il 2 luglio avrebbe dovuto tenersi il VI Congresso del MSI.

A quel punto la polizia e il reparto della Celere risposero alle provocazioni dei manifestanti con lacrimogeni e manganellate. Fu l’inizio della battaglia. In poco tempo gli operai ritornarono in Piazza De Ferrari, furono oltre 5000 quelli che parteciparono fin da subito agli scontri con la polizia, armandosi di tutto ciò che potevano trovare. Molte camionette vengono rovesciate, i poliziotti vengono disarmati, il comandante della Celere viene gettato dagli operai nella fontana della piazza, alcune camionette vengono incendiate e gli operai, facendosi inseguire nei “caruggi” del centro storico, attirano le forze dell’ordine in una trappola, con gli abitanti che lanciano sulle loro teste vasi, bottiglie e tutto ciò che possa provocare dei danni. Alla fine la polizia si ritirò, e solo allora ebbero effetto gli annunci e i proclami di ritorno alla calma dei vertici della CGIL e dell’ANPI. Durante gli scontri furono sparati anche dei colpi di arma da fuoco, ma solo un lavoratore risultò ufficialmente ferito da un proiettile. Il bilancio fu incredibilmente favorevole: 162 feriti tra gli agenti e solo una quarantina tra i manifestanti.
Il movimento di massa e di classe di quella giornata aveva dimostrato che nessun dispositivo di repressione può nulla di fronte alla forza della mobilitazione generale, né tantomeno servono a nulla i tentativi di controllare e imbrigliare la rabbia di classe da parte delle dirigenze moderate e riformiste, più preoccupate delle istituzioni borghesi della possibilità che i disordini possano sfociare in un moto insurrezionale canalizzando il malcontento generale.

I giorni successivi furono, infatti, emblematici. Da una parte la dirigenza del PCI si confrontava con il governo e i vertici della DC nella ricerca di un compromesso per poter depotenziare la rabbia di militanti e lavoratori, disposti a continuare la battaglia anche nei giorni successivi qualora non fosse stata ritirata la concessione allo svolgimento del congresso del 2 luglio. Alla fine le burocrazie del “grande” Partito Comunista Italiano considerarono un “giusto” compromesso che il VI congresso del MSI si potesse svolgere a Nervi anziché in centro città. La CGIL invece non accettò il compromesso, sotto la sferzante pressione della sua base, riconoscendo il rischio di perdere ulteriormente la propria credibilità di fronte ad un movimento di massa combattivo e radicale. Vennero preparati trattori per sfondare le recinzioni della polizia, molotov, e issate barricate. Alcuni ex combattenti partigiani disotterrarono anche le loro armi nascoste per prepararsi alla guerriglia urbana verso cui pareva volersi dirigere l’azione delle forze dell’ordine, che militarizzarono le zone sensibili della città in tenuta da guerra, con filo spinato e grate.

Oltre mezzo milione di lavoratori e cittadini si mobilitano per lo scontro finale, il cui esito avrebbe potuto essere realmente insurrezionale e rivoluzionario, ma ciò che mancò, come sempre, fu la volontà delle dirigenze politiche e sindacali di assecondare questa potenza. Anzi, entrambe le dirigenze giocarono tutte le loro carte diplomatiche per calmare gli animi e trovare una soluzione con le istituzioni.
Tambroni, sotto la pressione della stessa borghesia intimorita dal potenziale insurrezionale della città e del movimento antifascista genovese, che stava ottenendo solidarietà anche in altre zone d’Italia – Roma, Milano, Torino, Livorno, Ferrara – in cui si erano tenuti cortei in supporto all’azione del 30 giugno, continuò a far pressioni sulle dirigenze MSI per lo spostamento del VI congresso a Nervi, al Teatro Ambra. I dirigenti del MSI chiesero in cambio il divieto di far sfilare gli antifascisti in centro città. Alla fine di questo braccio di ferro furono i dirigenti del Movimento Sociale Italiano a rinunciare al congresso e a ritirarsi di fronte alla sproporzione delle forze e al timore di finire spazzati via da una mobilitazione che si sarebbe fatta un baffo tanto delle forze dell’ordine quanto dei “cento militanti” fascisti disposti a menar le mani.

Di fronte a ciò, immediatamente la CGIL ritirò la convocazione dello sciopero e le dirigenze del PCI esultarono per la vittoria. Il vero scopo fu uno solo: gettare acqua sul fuoco di una rabbia sociale che avrebbe sorpassato qualsiasi velleità riformista e moderata di quelle dirigenze.

Nei giorni seguenti, sull’onda dei fatti di Genova, si scatenarono proteste e manifestazioni legate all’antifascismo in tutta Italia, in cui la polizia spesso aprì il fuoco tra i manifestanti, ferendo e ammazzando, per disperdere le forze di una pericolosa onda rossa. Il governo Tambroni e l’apparato statale borghese misero in mostra tutte le loro funzioni di garanzia del sistema socio-economico, di protezione della legittimità delle organizzazioni fasciste e, soprattutto, di difesa degli interessi delle borghesie contro la minaccia di un movimento radicale che potesse spingersi verso prospettive insurrezionali e rivoluzionarie. Le dirigenze riformiste del PCI e della CGIL, invece, cercarono di direzionare quella rabbia e quel malcontento verso soluzioni interne alle logiche democratico-borghesi, accontentandosi della caduta del governo Tambroni del 19 luglio e dell’apertura della fase dei governi di centrosinistra con il coinvolgimento del PSI al fianco della Democrazia Cristiana.
I processati per le giornate di Genova furono 43, per la maggior parte lavoratori. I condannati saranno praticamente tutti, 41, con pene fino a 4 anni e 5 mesi. A parte il supporto economico fornito dall’ANPI, divennero sostanzialmente la contropartita delle dirigenze riformiste per lo “sfogo” della piazza.
Una vittoria della mobilitazione di massa e di classe, sì, ma a metà.
Cristian Briozzo

Genova: orgoglio antifascista e di classe

Cronaca di una settimana di mobilitazione generale

26 Maggio 2019
In questi giorni di maggio, a Genova, si è potuto respirare un vento di passione e ardore che ha riempito polmoni e cuori di rinnovato vigore. Dal porto ai quartieri di questa città è emersa, con forza e determinazione, la catena della lotta di classe che, unendo i suoi anelli, ha messo in mostra la volontà di opporsi e resistere agli spettri del militarismo, del razzismo, del sessismo, del fascismo, dell'oppressione borghese e dello sfruttamento capitalista.
Di fronte alla coltre di buia reazione che avanza in Europa, una serie di fiammelle di resistenza e di speranza hanno saputo accendere un fuoco, dando vita a una settimana di mobilitazione, per ricordare che anche quando l'oscurità di una società marcescente sembra impossibile da scalfire, gli sfruttati e gli oppressi possono trovare in loro risorse e strumenti per reagire, attraverso l'unità nella lotta per una società migliore.

Una mobilitazione in continuità con le battaglie recenti contro il fascismo, il razzismo e la guerra, e che continua nella prospettiva della costruzione di un 30 giugno di lotta, per attualizzare la rivolta della classe operaia cittadina e della sua popolazione contro il congresso del MSI del 1960.


20 MAGGIO: PORTI CHIUSI ALLE ARMI, PORTI APERTI ALLE PERSONE. RESPINTA LA NAVE BAHRI YANBU 

Contro ogni arroganza razzista salviniana e contro ogni ipocrisia (Partito) Democratica, questa volta non passa sotto silenzio l'ennesimo approdo di una delle navi della National Shipping Company of Saudi Arabia.
Non è una novità che Salvini, e il governo sotto il suo scacco, porti avanti la guerra ai "clandestini", ai profughi e a chiunque osi mettersi in mare per salvarli, con la solita retorica dei "porti chiusi" e dell'"aiutarli a casa loro". Con l'avvicinarsi delle elezioni europee, il Ministro dell'Interno plenipotenziario, però, ha accelerato questa campagna di morte annunciando un secondo Decreto sicurezza in cui, da una parte, predisporre multe esorbitanti per chiunque salvi in mare un naufrago se migrante e, dall'altra, aumentare le pene e la criminalizzazione delle manifestazioni, delle contestazioni di piazza e degli scioperi colpendo chiunque osi utilizzare un fumogeno, uno scudo per proteggersi dalle manganellate e così via.
Lo stesso copione del già in vigore Decreto sicurezza, che da una parte colpisce e ridimensiona il diritto di protezione internazionale, rende impossibile la regolarizzazione in Italia per gli stranieri – soprattutto per quelli socialmente ed economicamente più deboli – e rende più ricattabili clandestini e immigrati regolari per trasformarli più facilmente in schiavi di caporali e organizzazioni mafiose e, dall'altra, aumenta le pene per chi pratica un picchetto, un blocco stradale o un'occupazione (sia essa abitativa, sociale o all'interno di lotte sindacali in difesa del posto di lavoro), trasformandoli in reati equiparabili alla pedofilia e peggiori della bancarotta fraudolenta.

Proprio in quei giorni, peraltro, Salvini stava portando avanti una nuova crociata contro la Sea Watch, dopo quella contro Mediterranea e la Mare Jonio, per impedire lo sbarco di 47 persone appena salvate nel Mar Mediterraneo che, nella sua visione, dovrebbero essere lasciate annegare, distanti da occhi scomodi, o essere lasciate alle milizie di tagliagole libici – rinominate Guardia costiera libica – finanziate e armate dal PD di Minniti, Renzi e Gentiloni, per ingabbiarle in un infinito destino di schiavitù, stupri, torture, campi di concentramento e guerra.

Mentre questo mortifero teatrino si consumava nelle stanze del potere, a Genova stava per attraccare la nave Bahri Yanbu, al servizio degli interessi di guerra dell'Arabia Saudita, indiscusso partner commerciale e militare di tutti i governi italiani – lo stesso paese che finanzia le milizie salafite in giro per l'Africa e il Medio Oriente, e che bombarda e costringe alla carestia l'intero popolo yemenita colpevole di non piegarsi ai propri diktat.
Quella nave era già stata respinta giorni prima dai dockers e dal movimento antimilitarista di Le Havre, che si erano opposti a caricare sulla nave cargo, già piena di armi, otto cannoni Ceasar.
La mobilitazione prende piede a Genova non appena si scopre che la città della Lanterna sarà uno degli scali della nave: a farsene carico è il combattivo Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP), che da anni denuncia i traffici della flotta Bahri.
Su questa mobilitazione, e con la convocazione di una assemblea partecipatissima alla Sala Chiamata del Porto, anche la FILT-CGIL locale e regionale prende posizione e annuncia che verrà convocato lo sciopero se si dimostrerà che deve essere caricato materiale bellico.
Solo la costante pressione del CALP, che denuncia pubblicamente il carico pronto all'imbarco – alcuni generatori Shelter della Tekna, in zona grigia perché utilizzabili sia per scopi civili che militari – e la mobilitazione che coinvolge molti antimilitaristi e pacifisti – tra cui il nostro partito e il raggruppamento di Genova Antifascista – ha spinto la FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della Compagnia Unica Lavoratori delle Merci Varie (CULMV) e del terminal GMT, associandosi alla convocazione del CALP di un presidio-picchetto fin dalle ore 6 del mattino del 20 di maggio.

Con quella determinazione la nave, su indicazione del governo, è stata fatta attraccare, ma dopo un'intera giornata di resistenza e trattative con la Prefettura, viene dichiarata la vittoria definitiva: la nave carica solo il materiale di approvvigionamento per l'equipaggio, i materiali militari vengono stoccati per essere portati fuori dal porto, la nave deve partire senza caricare materiale bellico. Sempre con questa determinazione e per timori che sia i cannoni Ceasar che i generatori Shelter potessero essere caricati nel porto militare di La Spezia, la FILT-CGIL Liguria dichiara lo sciopero regionale in caso di tentativo di attracco.
Alla fine la Bahri Yanbu parte, con armi e bagagli – nel vero senso della parola, ma senza le armi bloccate in Liguria – alla volta dell'Egitto, senza una parte fondamentale del suo carico di morte e devastazione, di cui i portuali genovesi e liguri non si sono voluti rendere complici.
Una grande dimostrazione di coscienza di classe e politica antimilitarista e internazionalista che, in una fase in cui la classe lavoratrice fatica a trovare le risorse, la compattezza e il coraggio per lottare anche per la difesa del proprio posto di lavoro, mostra il livello avanzato di questa avanguardia di classe genovese.
A imperitura memoria di quella giornata di lotta e di chi si è tirato indietro rimarrà, peraltro, una scritta firmata dal CALP davanti al terminal: "CISL e UIL servi della guerra".
Contemporaneamente arriva anche la notizia dello sbarco della Sea Watch 3 e dei 47 migranti salvati. "Porti chiusi alle armi! Porti aperti ai migranti!"


22 MAGGIO: MOBILITAZIONE DI SOLIDARIETÀ PER ROSA E LAVINIA 
Un passaggio doveroso va fatto anche sul presidio di solidarietà per la docente di Palermo Rosa Maria Dell'Aria, convocato da un'assemblea variegata di insegnanti, sospesa perché i suoi studenti hanno osato paragonare il fascismo e le leggi razziali al clima imposto dal governo Salvini-DiMaio e dal Decreto sicurezza in due slide; e per la docente Flavia Lavinia Cassaro, licenziata perché insultò la polizia in tenuta antisommossa schierata in difesa di un comizio di CasaPound a Torino. Un presidio che ha visto il sostegno e l'appoggio di sindacati di base come USB Scuola e SiCobas e dell'area sindacale di opposizione CGIL-RiconquistiamoTutto, con centinaia di persone in piazza a ricordare che non è accettabile il ricatto della sospensione e del controllo poliziesco e repressivo sulla scuola e sull'insegnamento.
È quindi doveroso, oggi più che mai, condannare le armi fornite dai governi precedenti, in particolare quelli del PD, attraverso la Buona scuola e la Riforma Madia, che hanno reso i docenti molto più ricattabili e in balia di dirigenti scolastici con poteri sempre più autoritari e sconnessi da strumenti di democrazia collegiale, che avevano caratterizzato la scuola italiana attraverso la partecipazione di rappresentanze di docenti e studenti alle decisioni.


23 MAGGIO: SCIOPERO DEI PORTUALI E BATTAGLIA CONTRO IL COMIZIO DI CASAPOUND 

il 23 maggio è stata la giornata campale di una città che ha messo in mostra tutto il suo orgoglio di classe e antifascista. Due lotte si sono incrociate: quella dei portuali in sciopero per 24 ore e quella contro il comizio elettorale di CasaPound in pieno centro città.
Fin dal mattino la città si è svegliata con l'imponente sciopero e la combattiva manifestazione dei portuali genovesi, che hanno portato in piazza, dopo la mobilitazione di lunedì contro la Bahri Yanbu, la centralità delle condizioni di lavoro, della sicurezza e delle retribuzioni relative alla necessità di un rinnovo contrattuale, oltre alla battaglia contro lo strumento dell'autoproduzione, con cui armatori e terminalisti tentano di far svolgere ai marittimi i lavori dei portuali risparmiando sui costi, sulla sicurezza, sulla formazione. Insomma, al solito, una battaglia necessaria del mondo del lavoro contro le pretese del padronato di aumentare i propri margini di profitto sulla pelle e sul sangue dei lavoratori e delle lavoratrici.

Questo sciopero si è connesso alla più generale mobilitazione politica, preparata in meno di tre giorni, contro l'annunciato comizio in Piazza Marsala di CasaPound e dei suoi nuovi ras locali in giacca e cravatta: Gianni Plinio e Marco Mori.
Tra tutti gli annunci spicca la provocatoria lettera di Genova Antifascista, raggruppamento di cui il PCL è parte integrante, al sindaco Marco Bucci, con cui si richiamava "il gran lavoratore" a rispettare l'ordinanza voluta dalla sua stessa giunta, con cui si sarebbe impegnato ad impedire la concessione delle piazze a chi minaccia l'ordine costituzionale.
Un'ordinanza che però è sempre rimasta lettera morta, a dimostrare che l'antifascismo o si pratica nelle mobilitazioni o rimane semplice formalità scritta sulla sabbia. A quella lettera, infatti, Bucci risponde con la stessa complice evanescenza e con lo stesso atteggiamento ponziopilatesco con cui si è sempre comportato di fronte alle aggressioni ad opera dei neofascisti e alle loro provocazioni e sfilate: «Non è affar mio, siamo in campagna elettorale, sono altri a decidere...». Ma ovviamente gli "altri" hanno già deciso: Questura, Prefettura, Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica (di cui il sindaco è parte) hanno già dato l'ok al comizio-provocazione in pieno centro città; predisponendo un dispositivo di sicurezza in pieno stile G8 del 2001, istituendo una zona rossa a difesa di CasaPound, oltre 300 agenti in antisommossa pronti a scatenarsi contro gli antifascisti e le antifasciste, decine di mezzi blindati.

Due i presidi convocati. Uno sotto la Prefettura, a distanza di sicurezza dalla piazza del comizio, convocato da burocrazie aventiniane di CGIL, ANPI, ARCI e dalla Comunità di San Benedetto. L'altro convocato dalla combattiva e coerente Genova Antifascista, in Piazza Corvetto, la piazza immediatamente antistante la zona rossa, con la determinazione di non lasciare spazio a CasaPound, di coprirne il comizio coi cori e con slogan, ad assediare la zona rossa istituita dalle direttive del ministero di Salvini a difesa di chi gli fornisce magliette, di chi gli pubblica i libri e di chi gli fa da pretoriano riottoso e squadrista.

Il nostro partito, ovviamente, si è fin da subito, coerentemente, posto organicamente in prima linea assieme ai compagni e alle compagne di Genova Antifascista. Ed è proprio la piazza convocata da Genova Antifascista a mostrare l'orgoglio di una città intera, una piazza ampia con oltre 500 antifascisti e antifasciste che non rappresentavano solo un'avanguardia militante e attivistica, perché a difendere quella piazza e a sostenere l'assedio, anche in prima linea, ci sono donne, bambini, anziani, lavoratori, immigrati.
È fin da subito che si mostra tutta la determinazione e la rabbia di chi non può accettare un tale sfregio. Al grido di "Genova è solo antifascista" da subito la piazza si è spinta ad assediare gli alari e i blindati della polizia, che impedivano l'accesso a Piazza Marsala per difendere venti fascisti con le loro bandierine, vigliaccamente asseragliati dietro i manganelli e i blindati di Salvini, tristemente isolati e relegati in un angolino. Rendendo evidente la vergogna e la complicità di un governo che dispone a difesa di CasaPound un dispiegamento di forze e violenza pronto a scatenarsi contro l'antifascismo e l'antirazzismo.
Da qui partiranno due ore di battaglia campale, prima con tre lanci indiscriminati di lacrimogeni CS su tutta la piazza, ogni volta tentando di disperderla e spezzarla e ogni volta ottenendo sempre maggior combattività e determinazione. Ad ogni lancio di lacrimogeni che riempivano l'aria di quell'odore acre e violento, l'intera piazza ritornava ad assediare le grate, a lanciare fumogeni e bulloni contro i fascisti, a denunciare la protezione di Stato.
Quindi sarà la volta delle violentissime cariche di quattro compagnie di Polizia e Carabinieri. Mani rotte, teste fracassate, ciechi pestaggi anche a persone ormai inermi a terra, lanci di lacrimogeni ad altezza d'uomo che fratturano mani e sfondano una vetrina di un bar storico genovese.
Saranno almeno quattro le cariche ma, anche qui, ogni volta la piazza non si fa spezzare. Al grido di "Genova è solo antifascista", di "Ora e sempre Resistenza" e applaudendo chi resiste in prima fila, il terreno viene di nuovo riconquistato e il presidio, rimanendo composito come all'inizio (anzi, raccogliendo nuove adesioni e solidarietà) ogni volta si riprende l'intera Piazza Corvetto e ritorna a coprire ed assediare il ridicolo comizio di CasaPound.

Dopo che i venti fascisti verranno fatti fuggire scortati dai blindati, alcuni anche caricati su un'ambulanza della pubblica assistenza, la piazza esplode e applaude ironicamente, scandendo i suoi "vergogna", la polizia in antisommossa.
È qui che si assume la consapevolezza che nelle violente cariche due compagni – Simone e Marco – sono stati arrestati, e il presidio decide di istituire immediatamente un corteo per andare davanti alla Questura a pretenderne l'immediato rilascio. Saranno in 300 a partire.
Dopo lunghe ed estenuanti trattative, alle 23:00 i due compagni, in attesa del processo per direttissima, verranno accompagnati alle proprie case per svolgere ai domiciliari la custodia cautelare. Il giorno dopo viene convocato il presidio di solidarietà davanti al tribunale di Genova. Le accuse a carico dei due compagni è semplice resistenza, e sono così rilasciati con l'obbligo di firma fino al 19 luglio.

Determinazione, orgoglio, coraggio, unità. Nel nome della tradizione antifascista che scorre nelle vene di questa città, che parte dalla difesa dalle squadracce fasciste, supportate dal Regio esercito, delle Camere del Lavoro ad opera degli operai armati nel Biennio rosso, passando per una Resistenza operaia e studentesca che ha pagato un enorme tributo di sangue, con centinaia di lavoratori deportati nei campi di sterminio nazisti per i coraggiosi scioperi del '43 e del '44, culminando nell'insurrezione e nello sciopero del 23-24 aprile 1945 e nella resa della Wehrmacht firmata nelle mani delle truppe partigiane, unico caso in Europa.

Denunciamo il fatto che le burocrazie di ANPI e CGIL hanno vergognosamente spezzato la continuità della piazza, lasciando disporre davanti al loro presidio un cordone di polizia in antisommossa rivolto verso la piazza di Genova Antifascista (a cui molti loro iscritti e dirigenti si sono uniti coerentemente), che ha combattuto per difendere la sua posizione, e ogni volta riprendersela.
Denunciamo il fatto che nei giorni successivi i vertici dell'ANPI si sono immediatamente spesi nella doverosa e condivisa solidarietà con il giornalista di Repubblica Origone per il violentissimo pestaggio subito, dimenticandosi tuttavia della solidarietà con le centinaia di antifascisti, giovani e anziani, gasati e pestati altrettanto violentemente.
Nonostante la condanna ipocrita, "democratica" e aventiniana della battaglia e dell'assedio, etichettate come "violenza antagonista", noi rivendichiamo tutto.

In quella piazza non sono esistiti distinguo tra "buoni" e "cattivi", "antagonisti" e "pacifici". Quella piazza era un pezzo di Genova, della sua classe lavoratrice, della sua popolazione antifascista. Quella piazza esprimeva l'anima migliore della città, che non si arrende, che denuncia lo sfregio del comizio di CasaPound come la complicità di giunte e governi, attuali e passati. Una piazza che, con Genova Antifascista, lancia la prospettiva di una mobilitazione antifascista ma al tempo stesso anticapitalista, come dimostrano i lavori in preparazione del corteo di domenica 30 giugno e delle iniziative dei giorni precedenti.
Perché fascismo, razzismo, sovranismo, sessismo e discriminazioni si combattono con le mobilitazioni di classe e di massa, li si combattono scagliandosi contro lo sfruttamento e l'oppressione, e quindi contro il capitale, la borghesia grande e piccola, i suoi partiti – dal Partito Democratico al M5S – e i suoi governi, di centrosinistra, di centrodestra, tecnici o populisti.
Perché la reazione della piccola borghesia nazionalista e l'illusione della grande borghesia europeista e liberista si combattono con l'autorganizzazione e l'unità di tutta la classe proletaria, italiana e straniera, e con un fronte di massa che unifichi ogni battaglia contro ogni oppressione e discriminazione; per lavorare tutti e tutte, meno ore e a salari maggiori; per avere casa, salute, istruzione, trasporti, servizi pubblici universali, popolari; per una vera democrazia diretta fondata sulla gestione di ogni luogo di lavoro e quartiere da parte di chi vi ci lavora e ci vive.
Perché l'unica risposta alla barbarie, alla reazione e alla guerra si chiama rivoluzione sociale, si chiama comunismo!



Qui trovate gli audio dell'intervista di Radio Onda d'Urto a Cristian Briozzo (Comitato Centrale del PCL)
Cristian Briozzo