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Genova: orgoglio antifascista e di classe

Cronaca di una settimana di mobilitazione generale

26 Maggio 2019
In questi giorni di maggio, a Genova, si è potuto respirare un vento di passione e ardore che ha riempito polmoni e cuori di rinnovato vigore. Dal porto ai quartieri di questa città è emersa, con forza e determinazione, la catena della lotta di classe che, unendo i suoi anelli, ha messo in mostra la volontà di opporsi e resistere agli spettri del militarismo, del razzismo, del sessismo, del fascismo, dell'oppressione borghese e dello sfruttamento capitalista.
Di fronte alla coltre di buia reazione che avanza in Europa, una serie di fiammelle di resistenza e di speranza hanno saputo accendere un fuoco, dando vita a una settimana di mobilitazione, per ricordare che anche quando l'oscurità di una società marcescente sembra impossibile da scalfire, gli sfruttati e gli oppressi possono trovare in loro risorse e strumenti per reagire, attraverso l'unità nella lotta per una società migliore.

Una mobilitazione in continuità con le battaglie recenti contro il fascismo, il razzismo e la guerra, e che continua nella prospettiva della costruzione di un 30 giugno di lotta, per attualizzare la rivolta della classe operaia cittadina e della sua popolazione contro il congresso del MSI del 1960.


20 MAGGIO: PORTI CHIUSI ALLE ARMI, PORTI APERTI ALLE PERSONE. RESPINTA LA NAVE BAHRI YANBU 

Contro ogni arroganza razzista salviniana e contro ogni ipocrisia (Partito) Democratica, questa volta non passa sotto silenzio l'ennesimo approdo di una delle navi della National Shipping Company of Saudi Arabia.
Non è una novità che Salvini, e il governo sotto il suo scacco, porti avanti la guerra ai "clandestini", ai profughi e a chiunque osi mettersi in mare per salvarli, con la solita retorica dei "porti chiusi" e dell'"aiutarli a casa loro". Con l'avvicinarsi delle elezioni europee, il Ministro dell'Interno plenipotenziario, però, ha accelerato questa campagna di morte annunciando un secondo Decreto sicurezza in cui, da una parte, predisporre multe esorbitanti per chiunque salvi in mare un naufrago se migrante e, dall'altra, aumentare le pene e la criminalizzazione delle manifestazioni, delle contestazioni di piazza e degli scioperi colpendo chiunque osi utilizzare un fumogeno, uno scudo per proteggersi dalle manganellate e così via.
Lo stesso copione del già in vigore Decreto sicurezza, che da una parte colpisce e ridimensiona il diritto di protezione internazionale, rende impossibile la regolarizzazione in Italia per gli stranieri – soprattutto per quelli socialmente ed economicamente più deboli – e rende più ricattabili clandestini e immigrati regolari per trasformarli più facilmente in schiavi di caporali e organizzazioni mafiose e, dall'altra, aumenta le pene per chi pratica un picchetto, un blocco stradale o un'occupazione (sia essa abitativa, sociale o all'interno di lotte sindacali in difesa del posto di lavoro), trasformandoli in reati equiparabili alla pedofilia e peggiori della bancarotta fraudolenta.

Proprio in quei giorni, peraltro, Salvini stava portando avanti una nuova crociata contro la Sea Watch, dopo quella contro Mediterranea e la Mare Jonio, per impedire lo sbarco di 47 persone appena salvate nel Mar Mediterraneo che, nella sua visione, dovrebbero essere lasciate annegare, distanti da occhi scomodi, o essere lasciate alle milizie di tagliagole libici – rinominate Guardia costiera libica – finanziate e armate dal PD di Minniti, Renzi e Gentiloni, per ingabbiarle in un infinito destino di schiavitù, stupri, torture, campi di concentramento e guerra.

Mentre questo mortifero teatrino si consumava nelle stanze del potere, a Genova stava per attraccare la nave Bahri Yanbu, al servizio degli interessi di guerra dell'Arabia Saudita, indiscusso partner commerciale e militare di tutti i governi italiani – lo stesso paese che finanzia le milizie salafite in giro per l'Africa e il Medio Oriente, e che bombarda e costringe alla carestia l'intero popolo yemenita colpevole di non piegarsi ai propri diktat.
Quella nave era già stata respinta giorni prima dai dockers e dal movimento antimilitarista di Le Havre, che si erano opposti a caricare sulla nave cargo, già piena di armi, otto cannoni Ceasar.
La mobilitazione prende piede a Genova non appena si scopre che la città della Lanterna sarà uno degli scali della nave: a farsene carico è il combattivo Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP), che da anni denuncia i traffici della flotta Bahri.
Su questa mobilitazione, e con la convocazione di una assemblea partecipatissima alla Sala Chiamata del Porto, anche la FILT-CGIL locale e regionale prende posizione e annuncia che verrà convocato lo sciopero se si dimostrerà che deve essere caricato materiale bellico.
Solo la costante pressione del CALP, che denuncia pubblicamente il carico pronto all'imbarco – alcuni generatori Shelter della Tekna, in zona grigia perché utilizzabili sia per scopi civili che militari – e la mobilitazione che coinvolge molti antimilitaristi e pacifisti – tra cui il nostro partito e il raggruppamento di Genova Antifascista – ha spinto la FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della Compagnia Unica Lavoratori delle Merci Varie (CULMV) e del terminal GMT, associandosi alla convocazione del CALP di un presidio-picchetto fin dalle ore 6 del mattino del 20 di maggio.

Con quella determinazione la nave, su indicazione del governo, è stata fatta attraccare, ma dopo un'intera giornata di resistenza e trattative con la Prefettura, viene dichiarata la vittoria definitiva: la nave carica solo il materiale di approvvigionamento per l'equipaggio, i materiali militari vengono stoccati per essere portati fuori dal porto, la nave deve partire senza caricare materiale bellico. Sempre con questa determinazione e per timori che sia i cannoni Ceasar che i generatori Shelter potessero essere caricati nel porto militare di La Spezia, la FILT-CGIL Liguria dichiara lo sciopero regionale in caso di tentativo di attracco.
Alla fine la Bahri Yanbu parte, con armi e bagagli – nel vero senso della parola, ma senza le armi bloccate in Liguria – alla volta dell'Egitto, senza una parte fondamentale del suo carico di morte e devastazione, di cui i portuali genovesi e liguri non si sono voluti rendere complici.
Una grande dimostrazione di coscienza di classe e politica antimilitarista e internazionalista che, in una fase in cui la classe lavoratrice fatica a trovare le risorse, la compattezza e il coraggio per lottare anche per la difesa del proprio posto di lavoro, mostra il livello avanzato di questa avanguardia di classe genovese.
A imperitura memoria di quella giornata di lotta e di chi si è tirato indietro rimarrà, peraltro, una scritta firmata dal CALP davanti al terminal: "CISL e UIL servi della guerra".
Contemporaneamente arriva anche la notizia dello sbarco della Sea Watch 3 e dei 47 migranti salvati. "Porti chiusi alle armi! Porti aperti ai migranti!"


22 MAGGIO: MOBILITAZIONE DI SOLIDARIETÀ PER ROSA E LAVINIA 
Un passaggio doveroso va fatto anche sul presidio di solidarietà per la docente di Palermo Rosa Maria Dell'Aria, convocato da un'assemblea variegata di insegnanti, sospesa perché i suoi studenti hanno osato paragonare il fascismo e le leggi razziali al clima imposto dal governo Salvini-DiMaio e dal Decreto sicurezza in due slide; e per la docente Flavia Lavinia Cassaro, licenziata perché insultò la polizia in tenuta antisommossa schierata in difesa di un comizio di CasaPound a Torino. Un presidio che ha visto il sostegno e l'appoggio di sindacati di base come USB Scuola e SiCobas e dell'area sindacale di opposizione CGIL-RiconquistiamoTutto, con centinaia di persone in piazza a ricordare che non è accettabile il ricatto della sospensione e del controllo poliziesco e repressivo sulla scuola e sull'insegnamento.
È quindi doveroso, oggi più che mai, condannare le armi fornite dai governi precedenti, in particolare quelli del PD, attraverso la Buona scuola e la Riforma Madia, che hanno reso i docenti molto più ricattabili e in balia di dirigenti scolastici con poteri sempre più autoritari e sconnessi da strumenti di democrazia collegiale, che avevano caratterizzato la scuola italiana attraverso la partecipazione di rappresentanze di docenti e studenti alle decisioni.


23 MAGGIO: SCIOPERO DEI PORTUALI E BATTAGLIA CONTRO IL COMIZIO DI CASAPOUND 

il 23 maggio è stata la giornata campale di una città che ha messo in mostra tutto il suo orgoglio di classe e antifascista. Due lotte si sono incrociate: quella dei portuali in sciopero per 24 ore e quella contro il comizio elettorale di CasaPound in pieno centro città.
Fin dal mattino la città si è svegliata con l'imponente sciopero e la combattiva manifestazione dei portuali genovesi, che hanno portato in piazza, dopo la mobilitazione di lunedì contro la Bahri Yanbu, la centralità delle condizioni di lavoro, della sicurezza e delle retribuzioni relative alla necessità di un rinnovo contrattuale, oltre alla battaglia contro lo strumento dell'autoproduzione, con cui armatori e terminalisti tentano di far svolgere ai marittimi i lavori dei portuali risparmiando sui costi, sulla sicurezza, sulla formazione. Insomma, al solito, una battaglia necessaria del mondo del lavoro contro le pretese del padronato di aumentare i propri margini di profitto sulla pelle e sul sangue dei lavoratori e delle lavoratrici.

Questo sciopero si è connesso alla più generale mobilitazione politica, preparata in meno di tre giorni, contro l'annunciato comizio in Piazza Marsala di CasaPound e dei suoi nuovi ras locali in giacca e cravatta: Gianni Plinio e Marco Mori.
Tra tutti gli annunci spicca la provocatoria lettera di Genova Antifascista, raggruppamento di cui il PCL è parte integrante, al sindaco Marco Bucci, con cui si richiamava "il gran lavoratore" a rispettare l'ordinanza voluta dalla sua stessa giunta, con cui si sarebbe impegnato ad impedire la concessione delle piazze a chi minaccia l'ordine costituzionale.
Un'ordinanza che però è sempre rimasta lettera morta, a dimostrare che l'antifascismo o si pratica nelle mobilitazioni o rimane semplice formalità scritta sulla sabbia. A quella lettera, infatti, Bucci risponde con la stessa complice evanescenza e con lo stesso atteggiamento ponziopilatesco con cui si è sempre comportato di fronte alle aggressioni ad opera dei neofascisti e alle loro provocazioni e sfilate: «Non è affar mio, siamo in campagna elettorale, sono altri a decidere...». Ma ovviamente gli "altri" hanno già deciso: Questura, Prefettura, Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica (di cui il sindaco è parte) hanno già dato l'ok al comizio-provocazione in pieno centro città; predisponendo un dispositivo di sicurezza in pieno stile G8 del 2001, istituendo una zona rossa a difesa di CasaPound, oltre 300 agenti in antisommossa pronti a scatenarsi contro gli antifascisti e le antifasciste, decine di mezzi blindati.

Due i presidi convocati. Uno sotto la Prefettura, a distanza di sicurezza dalla piazza del comizio, convocato da burocrazie aventiniane di CGIL, ANPI, ARCI e dalla Comunità di San Benedetto. L'altro convocato dalla combattiva e coerente Genova Antifascista, in Piazza Corvetto, la piazza immediatamente antistante la zona rossa, con la determinazione di non lasciare spazio a CasaPound, di coprirne il comizio coi cori e con slogan, ad assediare la zona rossa istituita dalle direttive del ministero di Salvini a difesa di chi gli fornisce magliette, di chi gli pubblica i libri e di chi gli fa da pretoriano riottoso e squadrista.

Il nostro partito, ovviamente, si è fin da subito, coerentemente, posto organicamente in prima linea assieme ai compagni e alle compagne di Genova Antifascista. Ed è proprio la piazza convocata da Genova Antifascista a mostrare l'orgoglio di una città intera, una piazza ampia con oltre 500 antifascisti e antifasciste che non rappresentavano solo un'avanguardia militante e attivistica, perché a difendere quella piazza e a sostenere l'assedio, anche in prima linea, ci sono donne, bambini, anziani, lavoratori, immigrati.
È fin da subito che si mostra tutta la determinazione e la rabbia di chi non può accettare un tale sfregio. Al grido di "Genova è solo antifascista" da subito la piazza si è spinta ad assediare gli alari e i blindati della polizia, che impedivano l'accesso a Piazza Marsala per difendere venti fascisti con le loro bandierine, vigliaccamente asseragliati dietro i manganelli e i blindati di Salvini, tristemente isolati e relegati in un angolino. Rendendo evidente la vergogna e la complicità di un governo che dispone a difesa di CasaPound un dispiegamento di forze e violenza pronto a scatenarsi contro l'antifascismo e l'antirazzismo.
Da qui partiranno due ore di battaglia campale, prima con tre lanci indiscriminati di lacrimogeni CS su tutta la piazza, ogni volta tentando di disperderla e spezzarla e ogni volta ottenendo sempre maggior combattività e determinazione. Ad ogni lancio di lacrimogeni che riempivano l'aria di quell'odore acre e violento, l'intera piazza ritornava ad assediare le grate, a lanciare fumogeni e bulloni contro i fascisti, a denunciare la protezione di Stato.
Quindi sarà la volta delle violentissime cariche di quattro compagnie di Polizia e Carabinieri. Mani rotte, teste fracassate, ciechi pestaggi anche a persone ormai inermi a terra, lanci di lacrimogeni ad altezza d'uomo che fratturano mani e sfondano una vetrina di un bar storico genovese.
Saranno almeno quattro le cariche ma, anche qui, ogni volta la piazza non si fa spezzare. Al grido di "Genova è solo antifascista", di "Ora e sempre Resistenza" e applaudendo chi resiste in prima fila, il terreno viene di nuovo riconquistato e il presidio, rimanendo composito come all'inizio (anzi, raccogliendo nuove adesioni e solidarietà) ogni volta si riprende l'intera Piazza Corvetto e ritorna a coprire ed assediare il ridicolo comizio di CasaPound.

Dopo che i venti fascisti verranno fatti fuggire scortati dai blindati, alcuni anche caricati su un'ambulanza della pubblica assistenza, la piazza esplode e applaude ironicamente, scandendo i suoi "vergogna", la polizia in antisommossa.
È qui che si assume la consapevolezza che nelle violente cariche due compagni – Simone e Marco – sono stati arrestati, e il presidio decide di istituire immediatamente un corteo per andare davanti alla Questura a pretenderne l'immediato rilascio. Saranno in 300 a partire.
Dopo lunghe ed estenuanti trattative, alle 23:00 i due compagni, in attesa del processo per direttissima, verranno accompagnati alle proprie case per svolgere ai domiciliari la custodia cautelare. Il giorno dopo viene convocato il presidio di solidarietà davanti al tribunale di Genova. Le accuse a carico dei due compagni è semplice resistenza, e sono così rilasciati con l'obbligo di firma fino al 19 luglio.

Determinazione, orgoglio, coraggio, unità. Nel nome della tradizione antifascista che scorre nelle vene di questa città, che parte dalla difesa dalle squadracce fasciste, supportate dal Regio esercito, delle Camere del Lavoro ad opera degli operai armati nel Biennio rosso, passando per una Resistenza operaia e studentesca che ha pagato un enorme tributo di sangue, con centinaia di lavoratori deportati nei campi di sterminio nazisti per i coraggiosi scioperi del '43 e del '44, culminando nell'insurrezione e nello sciopero del 23-24 aprile 1945 e nella resa della Wehrmacht firmata nelle mani delle truppe partigiane, unico caso in Europa.

Denunciamo il fatto che le burocrazie di ANPI e CGIL hanno vergognosamente spezzato la continuità della piazza, lasciando disporre davanti al loro presidio un cordone di polizia in antisommossa rivolto verso la piazza di Genova Antifascista (a cui molti loro iscritti e dirigenti si sono uniti coerentemente), che ha combattuto per difendere la sua posizione, e ogni volta riprendersela.
Denunciamo il fatto che nei giorni successivi i vertici dell'ANPI si sono immediatamente spesi nella doverosa e condivisa solidarietà con il giornalista di Repubblica Origone per il violentissimo pestaggio subito, dimenticandosi tuttavia della solidarietà con le centinaia di antifascisti, giovani e anziani, gasati e pestati altrettanto violentemente.
Nonostante la condanna ipocrita, "democratica" e aventiniana della battaglia e dell'assedio, etichettate come "violenza antagonista", noi rivendichiamo tutto.

In quella piazza non sono esistiti distinguo tra "buoni" e "cattivi", "antagonisti" e "pacifici". Quella piazza era un pezzo di Genova, della sua classe lavoratrice, della sua popolazione antifascista. Quella piazza esprimeva l'anima migliore della città, che non si arrende, che denuncia lo sfregio del comizio di CasaPound come la complicità di giunte e governi, attuali e passati. Una piazza che, con Genova Antifascista, lancia la prospettiva di una mobilitazione antifascista ma al tempo stesso anticapitalista, come dimostrano i lavori in preparazione del corteo di domenica 30 giugno e delle iniziative dei giorni precedenti.
Perché fascismo, razzismo, sovranismo, sessismo e discriminazioni si combattono con le mobilitazioni di classe e di massa, li si combattono scagliandosi contro lo sfruttamento e l'oppressione, e quindi contro il capitale, la borghesia grande e piccola, i suoi partiti – dal Partito Democratico al M5S – e i suoi governi, di centrosinistra, di centrodestra, tecnici o populisti.
Perché la reazione della piccola borghesia nazionalista e l'illusione della grande borghesia europeista e liberista si combattono con l'autorganizzazione e l'unità di tutta la classe proletaria, italiana e straniera, e con un fronte di massa che unifichi ogni battaglia contro ogni oppressione e discriminazione; per lavorare tutti e tutte, meno ore e a salari maggiori; per avere casa, salute, istruzione, trasporti, servizi pubblici universali, popolari; per una vera democrazia diretta fondata sulla gestione di ogni luogo di lavoro e quartiere da parte di chi vi ci lavora e ci vive.
Perché l'unica risposta alla barbarie, alla reazione e alla guerra si chiama rivoluzione sociale, si chiama comunismo!



Qui trovate gli audio dell'intervista di Radio Onda d'Urto a Cristian Briozzo (Comitato Centrale del PCL)
Cristian Briozzo

Genova 30 giugno 2018. Contro fascismo e capitale, prove di fronte unico

Il PCL aderisce e promuove l'appello di Genova Antifascista

Il 30 giugno 2018 a Genova ci sarà un grande corteo di massa e di classe promosso dal raggruppamento di cui siamo parte, Genova Antifascista, assieme ad ANPI e CGIL.
Una giornata che lancia la necessità e la prospettiva di un fronte unico di classe e di massa contro il fascismo e contro lo sfruttamento capitalistico, di cui il primo si fa strumento.
Aderiamo e promuoviamo l'appello di Genova Antifascista nella prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici per abbattere definitivamente la barbarie e la reazione!

Un lungo e travagliato percorso di costruzione, lotta, discussioni, trattative e dibattiti ha portato l'antifascismo genovese a scendere unitariamente e pluralmente in piazza nel giorno della commemorazione dei celeberrimi e gloriosi fatti del 30 giugno del 1960.

Un parallelo impegnativo, in una fase storica e politica di netto arretramento della coscienza di classe e delle mobilitazioni di massa, di radicamento di una coscienza reazionaria e razzista che trova la sua espressione populista e fintamente antisistema nell'attuale governo Lega-Movimento 5 Stelle, e che si manifesta nella crescita e nel radicamento delle organizzazioni da combattimento della reazione neofascista – CasaPound, Lealtà Azione, Forza Nuova, Generazione Identitaria etc.

Genova Antifascista, il raggruppamento che vede al suo interno differenti anime della sinistra politica radicale, sindacale e di movimento - di cui noi siamo parte integrante - si è fatta promotrice di un percorso di costruzione di una giornata di opposizione alla crescita delle organizzazioni neofasciste, ai connubi e spalleggiamenti reciproci di questi con le giunte Toti e Bucci, alle politiche di questo governo come a quelle dei governi passati, e in particolar modo ai più recenti a guida Partito Democratico – quelli che hanno portato avanti i peggiori attacchi alle condizioni sociali, economiche e di vita di lavoratori, migranti, disoccupati etc.

In questo contesto, però, si è deciso di affrontare la fase di emergenza lanciando la necessità di un fronte unico di massa e di classe, rapportandosi anche con due strutture come la CGIL e l'ANPI, con cui erano emerse, ed esistono tuttora, non poche frizioni in molti passaggi politici cittadini e nazionali per la loro sudditanza alle direttive del PD – il corteo del 3 febbraio 2018 e la sua piattaforma, la giornata di lotta a Macerata, il 25 aprile genovese e le contestazioni al sindaco Bucci e al presidente Toti sul palco della piazza. Le loro burocrazie sono molto distanti dal concetto di antifascismo anticapitalista e coerente, necessario a far fronte a questa ondata reazionaria, ma rimane necessario rapportarsi con la loro base e pretendere il loro impegno in una mobilitazione realmente ampia e plurale per rispondere alla minaccia attuale.
Una sfida politica in cui due grandi anime – altrettanto composite al loro interno – scendono in piazza unitariamente per marciare separate e colpire unite.

Quel che ci preme sottolineare, oltre alla pluralità della giornata, è l'importanza della piattaforma politica sancita da Genova Antifascista per caratterizzare la propria parte di piazza e la propria declinazione di antifascismo. Una piattaforma che consideriamo d'esempio per un antifascismo conseguente, che sappia individuare i nemici di classe di cui fascismo e razzismo si fanno strumento contro i proletari e le masse, che richiami ad un fronte unico di classe e di massa contro le politiche padronali portate avanti da governi di centrosinistra, di centrodestra e da quelli tecnici, che metta quindi in discussione l'impianto capitalista della società come causa dell'attuale barbarie.
Una piattaforma che abbiamo contribuito a costruire e che ci sentiamo di sostenere apertamente, che delinea una demarcazione anche dall'ambiguità della sinistra costituzionalista e delle burocrazie sindacali, che non si spingono oltre ad un formale e commemorativo antifascismo con cui cercare di coprire le proprie responsabilità di fronte alle aggressioni e al disarmo del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, e delle masse oppresse e discriminate.
L'unica nota negativa, che non abbiamo mancato di segnalare nei dibatti e nella costruzione della giornata, è il divieto di poter esprimere le diverse soggettività politiche e partitiche con le proprie bandiere e i propri striscioni. Una scelta che a nostro avviso impoverisce la possibilità di esprimere le differenti anime e caratterizzazioni dell'antifascismo politico.

Ribadiamo, quindi, la nostra piena adesione alla giornata di mobilitazione del 30 giugno 2018, rilanciando l'appuntamento per il concentramento presso la Stazione Marittima, per ripercorrere il percorso del 1960 fino a Piazza De Ferrari.
Un'adesione militante e attiva, come è sempre stata la nostra partecipazione a questo percorso di lotta, sempre più centrale oggi di fronte alla campagna insanguinata contro migranti e profughi di questo nuovo governo giallo-verde.
Un'adesione per ribadire che il fascismo e il capitalismo sono espressioni del dominio della borghesia e del padronato sulla società; sono strumento per lo sfruttamento e l'oppressione di lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, immigrati e profughi, donne e comunità LGBTQI, poveri e oppressi; sono strumento per alimentare guerre tra poveri e per alimentare il consenso a politiche imperialistiche e predatorie.
Solo il fronte unico di massa e di classe, sostenuto da uno sciopero generale politico, può contrastare, con la forza di tutti gli oppressi e gli sfruttati, questo dominio e questo potere.
Solo la prospettiva della costruzione del governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che ponga la società, le leve centrali dell'economia e della finanza, le aziende e i luoghi di vita sotto il controllo delle organizzazioni autonome della classe lavoratrice, può sconfiggere definitivamente il fascismo e lo sfruttamento.
Solo con la rivoluzione comunista e un nuovo impianto di società, fondato sulla democrazia dei lavoratori e sulla pianificazione della produzione e della distribuzione negli interessi delle masse e della classe lavoratrice, è possibile dare un'alternativa internazionale alla barbarie in cui sta sprofondando la società.

Scenderemo in piazza con uno slogan antifascista chiaro, rivoluzionario, anticapitalista, internazionalista e classista:
Contro fascismo e capitale, governo dei lavoratori e delle lavoratrici!



Qui di seguito la piattaforma politica di Genova Antifascista per il 30 giugno 2018


PER UN 30 GIUGNO ANTIFASCISTA
PER GENERALIZZARE LE LOTTE E COLPIRE UNITI 


Il 30 giugno 1960 capitò qualcosa che unì la parte più sana della popolazione: la rivolta contro il congresso fascista a Genova e contro il Governo Tambroni sostenuto dal MSI. Allora capimmo da che parte schierarci e a difesa di quali valori fondamentali. La memoria di quanto successe allora ci serva da esempio anche per l’oggi.
Perché in tutta Italia, come anche a Genova, sono aumentate le provocazioni, le aggressioni, fino all’omicidio, da parte di neofascisti, razzisti, omofobi e xenofobi. Perché si rafforzano le organizzazioni politiche populiste e nazionaliste, che occupano il potere di governi e giunte e forniscono agibilità agli squadristi.
A Genova le giunte di Toti e di Bucci, infatti, hanno legittimato, difeso e/o patrocinato gli atti dei fascisti, si chiamino CasaPound, Forza Nuova o Lealtà Azione.
Nel frattempo la repressione viene usata per colpire chi si oppone alla crescita dei fascismi; chi lotta sul luogo di lavoro; chi lotta nelle mobilitazioni sociali e si oppone alle grandi opere della speculazione, al saccheggio e alla devastazione di interi territori in nome del profitto, alle organizzazioni mafiose e alle politiche di generale aggressione alle condizioni degli sfruttati e di discriminazione degli oppressi: lavoratori e precari, disoccupati, immigrati, donne e identità di genere LGBTQI. Denunce, licenziamenti, multe, processi, daspo urbani, fogli di via sono i principali strumenti usati.
I neofascisti, nel frattempo, alimentano razzismo, xenofobia, omofobia, modelli patriarcali e repressivi, ideologie di guerra, e guerre tra poveri, dove gli unici vincitori sono i ricchi e gli sfruttatori.
Mobilitiamoci per:

– cacciare le organizzazioni fasciste e chiudere i loro covi, dando applicazione alla Costituzione che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, e rispettando la memoria di Genova, unica città liberata dall'insurrezione di lavoratori, abitanti e partigiani e, per questo, medaglia d’oro.

– un lavoro e salari dignitosi e contro lo sfruttamento, le morti e la mancanza di sicurezza; per opporci alla precarietà imposta dai pacchetti Treu al Jobs Act, alla cancellazione dei diritti sindacali e di sciopero, al lavoro gratuito in ogni sua forma – stages, alternanza scuola-lavoro, “volontariato” obbligatorio per rifugiati – e bloccare la chiusura delle aziende.

– contrastare le devastazioni ambientali e dei territori per un piano di contrasto al dissesto idrogeologico e per contrastare la ghettizzazione delle periferie costruendo quartieri e comunità solidali, accoglienti, antirazziste e antifasciste in grado di autogestirsi.

– fermare i tagli e le privatizzazioni di servizi essenziali come la salute, il trasporto, la casa, la scuola e l’università, i servizi sociali. Perché siano pubblici, universali, gratuiti e di qualità, non sottomessi alle regole della concorrenza e del mercato.

– opporci alle politiche oscurantiste che provano ad attaccare ulteriormente il diritto all’aborto, i consultori pubblici, i diritti civili della comunità LGBTQI, delle famiglie arcobaleno e l'autodeterminazione delle donne riaffermando il modello patriarcale dominante.

– combattere la persecuzione dei cosiddetti “reati sociali”, con cui si colpisce chi lotta per i diritti e le necessità di tutti e tutte, mentre è considerato legittimo arricchirsi con sfruttamento, speculazioni, devastazioni, nuove schiavitù. Per un’amnistia generale dei reati sociali.

– combattere il razzismo e la guerra tra poveri, contro le leggi che aggrediscono i diritti di migranti e rifugiati, criminalizzandoli – come la legge Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e il decreto Minniti-Orlando, contro i nuovi campi di concentramento in Italia e nel Nord Africa con cui si costruiscono frontiere di morte.

– fermare i venti di guerra a difesa degli interessi imperialistici e predatori di banche e padroni, attraverso la devastazione di intere porzioni di mondo e di umanità – Medio Oriente, Est Europa, Africa. Attacchiamo le nostre stesse classi sfruttatrici, in prima linea in questa spartizione.

– richiedere le dimissioni del sindaco Bucci e del presidente Toti, per quanto già detto nella premessa, e per la loro mancanza di rappresentatività nella popolazione.

Per questo facciamo appello a una mobilitazione unitaria e plurale, in cui tutte le anime dell’antifascismo possano esprimersi nel rispetto reciproco e delle varie differenze. Per un movimento antifascista che promuova il fronte unico di massa e di classe, per colpire uniti la minaccia neofascista e le politiche portate avanti dai mandanti politici degli squadristi: banchieri, padroni, speculatori e partiti di governo.

Per un antifascismo di lotta, di classe, di massa, riprendiamo gli insegnamenti del 30 giugno 1960!
Appuntamento a Genova il 30 giugno 2018 davanti alla Stazione Marittima alle 17:00
Partito Comunista dei Lavoratori

Genova Antifascista: 5000 persone in piazza contro fascisti Lega e Partito Democratico

 
Con una piattaforma radicale e anticapitalista e senza l'adesione di CGIL e ANPI

Tra le varie cronache ed i diversi resoconti pubblicati sul corteo antifascista non emerge in modo netto la più importante.

A Genova il 3 febbraio si è assistito a qualcosa di nuovo che ha travalicato i consueti schemi dell'antifascismo di protesta o di testimonianza su cui da anni si fondano queste manifestazioni. Per la prima volta le molte anime antifasciste della città riunite, in assemblea permanente, hanno elaborato una piattaforma politica comune, condividendo le cause alla base della proliferazione fascista e le rivendicazioni politiche necessarie per contrastare il fenomeno.

Associazioni, organizzazioni politiche, sindacati di base, centri sociali, movimenti di vario tipo, cittadini, portatori di diverse specificità, hanno trovato unità acquistando una dimensione di progettualità politica e di intervento. L'onda lunga di questo percorso ha investito ed aperto un dibattito all'interno di due grandi istituzioni come CGIL ed Anpi che non hanno aderito ufficialmente al corteo per non schierarsi apertamente contro le politiche del PD, una tragica contraddizione con cui queste due organizzazioni dovranno presto fare i conti: o schierarsi con un antifascismo coerente, classista e quindi dalla parte degli sfruttati, o schierarsi con l'antifascismo di carta e di facciata delle organizzazioni padronali complici della macelleria sociale, delle politiche razziste e delle restrizioni ai diritti sindacali e di sciopero.

La presenza di molti iscritti, in alcuni casi caratterizzati in modo chiaro con l’adesione della corrente di minoranza CGIL “Sindacato è un’altra cosa”, evidenziano le criticità e le fratture all’interno delle due organizzazioni e la dimostrazione che esiste una base disposta a mobilitarsi su parole d'ordine radicali. Questo è sicuramente uno dei dati principali di quella giornata e della sfida di Genova Antifascista e di quella piattaforma politica di convocazione del corteo.

La riuscita della manifestazione e la grande partecipazione dimostrano che il percorso seguito è quello giusto. E' indispensabile continuare a confrontarsi per creare un fronte comune sempre più ampio che sia in grado di organizzarsi per lavorare in modo capillare nei quartieri e nei luoghi di lavoro indicando una risposta politica credibile alla classe lavoratrice e alle classi subalterne, che vittime della crisi rischiano di diventare anche vittime dell'illusorio e pericoloso populismo di destra, sia esso nella forma della LegaNord che in quella più cittadinista del Movimento5Stelle.

La lotta continua, per la costruzione di un fronte unico di massa e di classe, per raggiungere la mobilitazione generale, sostenuta da uno sciopero generale politico, contro la minaccia delle organizzazioni neofasciste, contro le giunte di Toti e di Bucci, complici e disposte a legittimare,coprire e finanziare queste guardie armate della reazione e contro le politiche e i governi del Partito Democratico.

Il Partito Comunista dei Lavoratori si è impegnato dall'inizio contribuendo politicamente e fattivamente alla costruzione di questo percorso, così come si è impegnato nella costruzione del corteo ed insieme ad altri compagni nello svolgimento del servizio d'ordine che ha neutralizzato i tentativi di provocazione esterna e garantito la sua regolare conclusione, per mandare forte e chiaro il messaggio politico su cui si fondava quella giornata di lotta.

Le dichiarazioni di Bucci sulle due vetrine rovinate mettono solo ulteriormente in mostra la connivenza di queste giunte con le violenze fasciste. Da una parte si cerca di ridimensionare la gravità di un tentato omicidio per accoltellamento in seguito ad un atto squadrista e vile, cercando di deresponsabilizzare CasaPound rispetto all'agito criminale dei propri militanti, dall'altra ci si scandalizza e ci si preoccupa per i costi che dovranno sostenere una banca e un agenzia immobiliare per riparare due vetrine, tentando di offuscare il significato e la forza di oltre 5000 persone in piazza e del loro messaggio politico.

Il 3 febbraio è nata una nuova forza protagonista nel panorama cittadino, e non la si potrà ignorare.
Partito Comunista dei Lavoratori - Sez. Genova

Casapound e l'aggressione di Genova


Per una mobiltiazione di massa e di classe contro il fascismo

Tra il 12 e il 13 gennaio trenta militanti di CasaPound aggrediscono dieci attivisti di Genova Antifascista e accoltellandone uno. 
È necessario rispondere con una mobilitazione per lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste, contro la Lega Nord e le giunte di Toti e Bucci, contro le politiche razziste, reazionarie e di aggressione sociale del Partito Democratico. 
Solo costruendo il più ampio fronte unico antifascista sulla base di un programma dalla parte di lavoratori, migranti e oppressi è possibile costruire l'alternativa ad un sistema che conduce a guerra, sfruttamento, barbarie e miseria.

I FATTI DI GENOVA E LA CRESCITA DEI NEOFASCISTI 

A Genova, nella notte tra il 12 e il 13 gennaio, una squadraccia di trenta militanti di CasaPound ha vigliaccamente aggredito una decina di compagni intenti ad affiggere manifesti nel quartiere in cui è stata inaugurata da poco la sede di CPI. In questa aggressione a colpi di cinghie, bottiglie e pugni, un compagno dell'Assemblea Antifascista è stato colpito con un coltello alla schiena, riportando fortunatamente una lesione non grave. Quel che rimane è l'indicibile azione squadrista alla ricerca del morto, e il tentativo dei fascisti di affermare la propria legittimità ad agire indisturbati e violentemente contro migranti, oppressi e discriminati, comunisti, sindacalisti, anarchici, antagonisti e, in generale, tutti gli antifascisti.

Proprio come scrivemmo il 3 gennaio 2018, nel nostro articolo “Elezioni e destre neofasciste: daremo battaglia anche nella tribuna elettorale” (1), «Le elezioni politiche si avvicinano, e queste organizzazioni neofasciste cominceranno – e in parte già hanno cominciato – a cercare atti eclatanti, provocazioni, nuove azioni squadriste per lanciare le proprie candidature, liste e organizzazioni. Una delle prime realtà ad annunciare la propria presenza elettorale sarà proprio CasaPound, con il proprio neosegretario e candidato premier Simone Di Stefano (...)».

In meno di dieci giorni, questa tragica e facile previsione si è avverata.
Non possiamo quindi che esprimere la nostra massima e incondizionata solidarietà ai compagni e alle compagne aggredite e al compagno accoltellato alle spalle dal branco di sgherri al servizio di padroni e guerrafondai. Proprio come rinnoviamo la nostra solidarietà a tutte le realtà politiche, sindacali e sociali che sono state vittime, negli ultimi anni, di aggressioni, minacce, intimidazioni, azioni squadriste e blitz, la cui escalation impedisce un elenco esaustivo senza riempire una pagina di nomi e realtà. Solo a Genova, città di questo gravissimo fatto, si sono susseguite le minacce al compagno di Rifondazione Comunista Giuseppe Pittaluga e agli studenti e alle studentesse del CSR e del Coordinamento dei Collettivi Studenteschi Antifascisti; i blitz ad alcune sedi dell'ANPI, dell'ARCI e della CGIL; l'aggressione alla nostra compagna militante e delegata sindacale CGIL-FILCAMS Cinzia Ronzitti, le intimidazioni alla giornalista di Genova24 Katia Bonchi etc.
Inutile dire e ricordare che i militanti di CasaPound sono stati autori dell'assassinio di Samb Modou e Diop Mor a Firenze, del tentato omicidio a Emilio Visigalli a Cremona, dell'aggressione dei giornalisti Rai Piervincenzi e Anselmi per il servizio sulle collusioni tra CPI e la camorra a Ostia, del pestaggio del segretario della FIOM di Forlì Gianni Cotugno.

In una fase di crisi economica e grande competizione globale tra borghesie e governi imperialisti, queste organizzazioni non solo prendono forza ma divengono espressione di potere e si inseriscono in una generale deriva reazionaria delle impalcature istituzionali e politiche del sistema capitalistico. Deriva in grado di esprimere, sotto forma di movimenti e organizzazioni neofasciste o anche solo opzioni populistiche e xenofobe, veri e propri governi seduti al tavolo dei grandi nell'Europa “democratica”, come nel caso dei governi della Polonia, dell'Ungheria, dell'Austria, o capaci di divenire la punta di diamante e il braccio armato dell'imperialismo europeo, come in Ucraina.
I fascisti e i populismi reazionari si mostrano ancora come uno strumento delle borghesie e delle forze politiche “democratiche” e liberali, da quest'ultimi coperti se non addirittura appoggiati e finanziati, contro il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici e contro il movimento rivoluzionario, sindacale e antagonista, e qualora questi fossero deboli, in termini preventivi contro la sola minaccia di una loro riorganizzazione e rinascita.

Così è possibile, ora, vedere governi di centrosinistra che applicano legislazioni, decreti e modifiche costituzionali reazionarie, razziste, autoritarie, corporativiste, antisindacali, repressive; governi di centrodestra ancora più spavaldi e spudoratamente collusi con le organizzazioni neofasciste e neonaziste, e, queste ultime, libere di agire indiscriminatamente e di godere di spazi di agibilità e copertura mediatica spropositati.


LE RESPONSABILITÀ POLITICHE E SOCIALI DEI GOVERNI DI CENTROSINISTRA E CENTRODESTRA 

Così il caso genovese assume una valenza nazionale e internazionale per tutti i sinceri antifascisti e anticapitalisti, proprio in questa fase.
È lì infatti che si mettono in mostra le collusioni estremamente strette tra centrodestra e forze neofasciste. Prima dell'aggressione erano regolari le sponde politiche e le collaborazioni tra Lega Nord e Fratelli d'Italia e organizzazioni come CasaPound, Lealtà e Azione e Forza Nuova: l'assessore comunale Garassino, portavoce della campagna securitaria e antimigranti/antiprofughi della Lega Nord più volte promotore di iniziative comuni con CPI e LeA; il passaggio dell'ex consigliere regionale di Fratelli d'Italia già AN, Gianni Plinio a CasaPound, così come avvenuto per il consigliere municipale della Media Valbisagno della Lega Nord Felsidio Censi.
Dopo l'aggressione però la maschera cade definitivamente: sia Bucci, sindaco di Genova, che Toti, presidente della Regione Liguria, si lanciano sui giornali a sminuire e coprire l'accaduto riducendolo a semplice fatto di ordine pubblico, condannando le violenze di entrambe le parti e “contro gli estremismi di ogni colore”, cercando di paragonare la violenza di una protesta con la violenza di un atto di vigliaccheria e di un accoltellamento di un singolo militante, negando le responsabilità di CasaPound di fronte ad un'azione compiuta da militanti di quell'organizzazione partiti dalla loro sede, negando che si possa “attribuire a qualche forza politica la responsabilità delle azioni di persone violente”. Alla richiesta di negare gli spazi pubblici ai neofascisti, Bucci risponde prima con una contromozione di salsa autoritaria, che vieta gli spazi pubblici a chiunque sia contro la Costituzione, le leggi, gli statuti regionali e i regolamenti comunali: in pratica anche una protesta contro una legge potrebbe essere vietata, giocando al rialzo nel gioco del paragone tra aggressione fascista e protesta politica. Toti, invece, rimanda tutto alla magistratura e alla polizia, negando che il fatto possa avere una valenza politica e dichiarando esplicitamente legittima e indiscutibile l'esistenza di organizzazioni come CasaPound e la loro partecipazione anche alle elezioni politiche. In fondo, nel nome del “prima gli italiani” Lega Nord, forze della destra conservatrice e liberale e CasaPound si sono trovati spesso anche in piazza assieme.

Al tempo stesso, si mostrano ridicoli e patetici i tentativi del Partito Democratico di rifarsi una pulizia del viso ponendosi come “argine democratico” alla minaccia fascista. In primis arriva l'intervento di condanna del ministro Orlando, il coautore dei decreti Minniti-Orlando, vere e proprie leggi razziste contro i profughi e di aggressione alla povertà e ai migranti nel nome del decoro urbano; poi arriva una mozione in consiglio comunale contro la concessione di spazi pubblici a tutte le organizzazioni che non garantiscano il rispetto dei valori costituzionali e pratichino fascismo, razzismo, omofobia, transfobia e sessismo. Una bella operazione d'immagine che unisce il PD al PD-civico, la Lista Crivello, nella consapevolezza che la mozione non sarebbe mai passata e mai passerà, per permettere a tutte le parti in campo di uscirne vincenti, formalmente coerenti con l'immagine che vendono di loro, sulla pelle dei lavoratori, degli sfruttati e degli oppressi.
Lo stesso Partito Democratico, infatti, è stato ed è lo strumento della borghesia e dell'imperialismo italiano ed europeo contro lavoratori, disoccupati, migranti, poveri e oppressi. Dal Piano casa che colpisce il diritto all'abitare, al Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale che colpisce i diritti sindacali e di sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici; dal Jobs Act per la precarizzazione strutturale del lavoro alla cancellazione dell'art.18 per dare mano libera ai padroni; dal decreto Minniti-Orlando, già citato, agli accordi con Libia, Niger e Somalia per l'esternalizzazione e la disumanizzazione delle frontiere, in mano a mercenari e tagliagole, e alle missioni militari per depredare le risorse in tutto il mondo.
Risulta quindi evidentemente ipocrita e falso lo sgomento di certi personaggi verso le azioni compiute dal braccio armato che applica concretamente le disposizioni dei decreti e delle politiche dei propri governi.


LA NECESSITÀ DELLA MOBILITAZIONE DI CLASSE E DI MASSA E LA DISCESA IN CAMPO DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 

Per queste motivazioni e per la valenza nazionale di questi tragici e gravissimi fatti, comunichiamo la piena adesione della nostra organizzazione a tutte le prossime iniziative promosse da Genova Antifascista, partendo dal già avvenuto presidio, trasformato in corteo, con volantinaggio e attacchinaggio per riprendersi l'agibilità nel quartiere dell'aggressione del 20 gennaio, passando per l'assemblea pubblica in Piazza De Ferrari del 31 gennaio fino al corteo del 3 febbraio.

I nostri compagni e le nostre compagne genovesi hanno seguito e contribuito alla costruzione di quel percorso di unità d'azione contro la minaccia fascista, si sono battuti e si battono all'interno di quella lotta per una mobilitazione di massa e di classe, per una piattaforma anticapitalista e rivoluzionaria dalla parte dei lavoratori, delle lavoratrici, delle oppresse e degli oppressi; nella consapevolezza che per fermare le organizzazioni fasciste è necessario abbattere il potere delle banche, dei padroni, del capitale e dei loro governi, e instaurare il governo dei lavoratori e delle lavoratrici nel quadro di una federazione europea di stati socialisti.

Per questo accogliamo positivamente la piattaforma antifascista espressa da quella assemblea, come frutto del confronto delle sue diverse anime interne, in grado di individuare i principali nodi politici, economici e sociali su cui si costruisce e si radica la propaganda fascista e razzista, in una prospettiva di rovesciamento della narrazione delle cause e delle condizioni di miseria e sfruttamento generalizzato e di unificazione dei vari affluenti della lotta di classe.
Riceviamo con dispiacere la decisione della Camera del lavoro di Genova di ritirare la propria adesione formale alla piattaforma, così come quella dell'ANPI di non voler aderire al percorso di Genova Antifascista. È giunta l'ora che anche le dirigenze di queste organizzazioni assumano la consapevolezza che non esistono “governi amici”, che il Partito Democratico è il partito del padronato, della Confindustria, delle banche, delle guerre e delle politiche di sfruttamento, xenofobe e antiprofughi, e che non rappresenta alcun argine al fascismo, ma è anzi la causa della proliferazione di queste organizzazioni e ideologie.
Non basta appellarsi ad una Costituzione, che governi e padronato hanno dimostrato essere carta straccia al servizio della borghesia, nata più che dal coronamento della Resistenza antifascista, dal tradimento e dal furto della sua “rossa primavera” e della sua rivoluzione, garantendo la ricostruzione dello Stato borghese “democratico”, l'amnistia e la continuità per l'apparato burocratico fascista, da utilizzare da lì in poi contro la minaccia “comunista”.
L'unico strumento che hanno i proletari, gli oppressi e gli sfruttati in generale per fermare il fascismo non è la democrazia borghese ma la mobilitazione generale, di massa e di tutta la classe lavoratrice contro il capitalismo e lo sfruttamento in ogni sua forma.
Una mobilitazione che rivendichi nell'immediato la cacciata delle giunte di Toti e di Bucci, la messa al bando e il discioglimento di CasaPound e di tutte le organizzazioni neofasciste, la cancellazione di tutte le politiche di aggressione sociale, economica e politica portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra e, ora, dal Partito Democratico di Renzi e Gentiloni. Tutti obiettivi ottenibili solo ed esclusivamente con la costruzione di un fronte unico di classe entro una mobilitazione di massa antifascista e anticapitalista, non certo con la delega a istituzioni borghesi colluse e colpevoli della crescita del fascismo e del razzismo e delle aggressioni sociali degli ultimi quarant'anni, siano esse governi, parlamenti, giunte, prefetture e questure, o aule dei tribunali.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, in questa fase di impegno nella campagna elettorale e nella raccolta firme, come in molte lotte e interventi politici, sindacali e sociali, è disponibile fin da subito all'immediata mobilitazione contro le organizzazioni neofasciste, razziste e xenofobe, per il più ampio fronte unico antifascista.



(1) https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5780
Partito Comunista dei Lavoratori