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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

Cara burocrazia CGIL, le RSU combattive si tutelano, non si puniscono!


 Partito Comunista dei Lavoratori

Apprendiamo dal comunicato delle RSU CGIL Electrolux di Forlì, Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini, che è stato emesso a loro carico un provvedimento disciplinare che le priva per tre mesi dei diritti associativi.
La “colpa” delle RSU? Pare che abbiano denunciato sui giornali di fabbrica i ritardi e le lungaggini da parte del patronato nelle pratiche di vertenza di lavoratori colpiti da gravi patologie (qui il comunicato delle RSU e il relativo dispositivo disciplinare CGIL, pubblicato da Altriritmi).
Davanti a una punizione così sproporzionata di due RSU che hanno giustamente criticato e sollecitato il sindacato a difesa dei lavoratori interessati, non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà a Cinzia Colaprico e Loretta Sabbatini.

Il tempismo poi di queste sanzioni disciplinari ha davvero dell’incredibile: la burocrazia CGIL sanziona oggi, alla vigilia di una lotta sindacale di importanza davvero vitale per i 1700 lavoratori Electrolux, proprio due delle RSU più combattive dello stabilimento di Forlì, che con il loro impegno hanno dato corpo e gambe ai presidi.

Come può un sindacato colpire i propri elementi in prima linea contro il padronato quando la sua stessa burocrazia, a livello nazionale e locale, è stata latitante – a voler essere buoni – ai cancelli delle fabbriche Electrolux? Con quale credibilità la burocrazia CGIL chiede a lavoratrici e lavoratori un mandato in bianco per trattare sulla loro pelle e sulle loro vite quando agisce a livello disciplinare per colpire chi lotta?
Quale messaggio dovrebbero ricavare gli iscritti CGIL da questo provvedimento? Non criticate la burocrazia, non denunciate i problemi, chinate la testa davanti al funzionario di turno? Siamo certi che il padronato sarà felice di questo ulteriore strappo nel campo avverso della lotta di classe.

I lavoratori e le lavoratrici Electrolux si trovano oggi – come nel 2014 – a fronteggiare un attacco senza precedenti contro il proprio posto di lavoro. Ma c’è una sostanziale differenza rispetto al 2014: oggi i compromessi al ribasso, tanto cari ai burocrati CGIL locali e nazionali, non hanno più spazio per esistere. Non ci sono più pause da accorciare, ritmi da alzare, diritti acquisiti da erodere. È forse questo il motivo della “latitanza” dei vertici CGIL nazionali e locali sulla vertenza Electrolux?

Oggi c’è solo da lottare. Anche oggi, come nel 2014, la lotta si regge sulle spalle di pochi operai, RSU e sodali, che si fanno carico della durezza della lotta, della passività di tanti lavoratori, dell’aperta ostilità del padronato e adesso anche delle misure repressive del proprio sindacato. Da lavoratori viene spontaneo chiedersi: cosa fare quando le burocrazie sindacali ti abbandonano, anzi puniscono gli unici RSU che ti difendono?

Per noi la soluzione è chiara: i lavoratori e le lavoratrici Electrolux devono comprendere che solo loro hanno in mano il destino della propria lotta; solo loro possono tenere la barra dritta. Solo loro possono dare vita a quell’unità che anima i presidi, i blocchi, gli scioperi. Solo loro hanno la forza necessaria per bloccare il progetto di macelleria sociale dell’azienda.

Nessun mandato in bianco a una burocrazia sindacale più occupata a disciplinare le RSU combattivi che a tutelare i lavoratori!

Unità di lavoratori e lavoratrici nella lotta insieme alle RSU combattive degli stabilimenti Electrolux!

Con la lotta si piega il padronato, ma si piega anche la burocrazia passiva!

Solidarietà a Cinzia e Loretta!

Autorganizzazione operaia contro chi sta dall’altra parte della barricata, il padronato, ma anche contro i burocrati-pompieri!

Ex Ilva, il gigante abbandonato che solo i lavoratori possono salvare


 Il 21 novembre Moody’s, società statunitense tra le principali nella valutazione della qualità e dell'indice di affidabilità dei titoli emessi da un’impresa o da uno Stato e, di conseguenza, della sua solidità finanziaria, ha deciso di alzare il rating del debito pubblico italiano, portandolo a Baa2 (da Baa3) con outlook stabile.


Il primo ministro Giorgia Meloni ha subito dichiarato: «Accogliamo con grande soddisfazione l'upgrade di Moody's sull'Italia, un risultato importante che non avveniva da 23 anni». E ha poi aggiunto: «Questo riconoscimento premia il lavoro serio e responsabile del nostro governo, frutto di scelte coerenti sui conti e di riforme strutturali, ma anche il lavoro e l'impegno delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Desidero ringraziare in particolare il ministro Giorgetti per lo sforzo costante e scrupoloso nella gestione dei conti. La promozione di Moody's è una conferma della fiducia dei mercati non solo nel governo, ma nell'Italia tutta».


IL GOVERNO MELONI E I SUOI FAVORI AL PADRONATO

Certo il governo ha ricevuto un riconoscimento, quello delle grandi società capitalistiche e finanziarie, di tutta la classe borghese e padronale nostrana ed internazionale, non certo quello della classe lavoratrice. Un riconoscimento da chi in questi anni di governo ha visto “gonfiare” le proprie tasche e fruttare i propri investimenti sulle pelle dei lavoratori, che viceversa hanno visto peggiorare la loro situazione con la perdita progressiva di potere di acquisto dei salari (ci sono contratti come quello dei metalmeccanici rinnovato dopo quasi due anni e 40 ore di sciopero), la contrazione dei diritti (vedi la recente legge sulla sicurezza), l’innalzamento nei fatti dei requisiti per accedere alla pensione e lo smantellamento dello stato sociale e dei servizi, primi fra tutti sanità ed istruzione.


LA FINANZIARIA 2026, L'ENNESIMO ATTACCO AI SALARIATI

Quella del governo è dunque solo una narrazione per gli sprovveduti, come conferma la recente manovra finanziaria, in fase di approvazione: una finanziaria che impoverisce ancora di più il lavoro, che si pavoneggia dicendo di aver tagliato le tasse, quando la maggior parte dei lavoratori non vedrà nessun aumento in busta paga, se non una vergognosa elemosina. Una finanziaria che vede crescere la spesa per gli armamenti, a scapito di sanità, scuola e servizi. Un governo che sceglie di costruire un costosissimo ponte sullo stretto di Messina e che a fronte del “tesoretto” accumulato con il fiscal drag (frutto dei rinnovi contrattuali già effettuati) non ridistribuisce nulla alle masse.
Una narrazione che vuole mettere a tacere le tante situazioni di crisi aziendali, specie nel settore automotive e metalmeccanico, fingendo di occuparsene e dichiarando che i lavoratori non saranno lasciati soli.


IL BANCO DI PROVA DELLE POLITICHE DEL GOVERNO VERSO IL LAVORO: IL CASO DEGLI STABILIMENTI EX ILVA DI GENOVA E TARANTO

Fra le situazioni di crisi più dimenticate c’è quella dell’ex Ilva che proprio nell’ultimo mese si è acutizzata, mettendo ancor di più una seria ipoteca sul futuro di migliaia di lavoratori. La storica impresa siderurgica fondata agli inizi del Novecento e divenuta nel pieno del boom economico il centro del polo siderurgico italiano con il nome di Italsider, entrò in crisi a metà anni ’80 e passò, come noto, nel 1995 nelle mani della famiglia Riva, che avrebbe attuato una spregiudicata opera di sfruttamento degli impianti, senza operare nessun intervento di ammodernamento e di bonifica ambientale.

Proprio agli ’90 risalgono le prime battaglie combattute dalle comunità che risiedono nelle vicinanze degli stabilimenti ex Ilva in difesa della salute. La conseguente iniziativa della magistratura per far luce sui vari reati ambientali e i danni alla salute, costrinse lo Stato ad intervenire per impedire la chiusura del polo siderurgico.

Dopo la fallimentare gestione della cordata ArcelorMittal e Marcegaglia, che di fatto non ha mai fatto alcun investimento per bonificare e rimodernizzare gli impianti, lo Stato italiano si vede costretto ad intervenire nuovamente con capitale pubblico nella gestione dell’ex Ilva, sostituendosi alla precedente amministrazione e creando una nuova società con il nome di Acciaierie d’Italia.

E dunque eccoci arrivati ai giorni nostri: dopo alcuni tentativi per individuare un nuovo acquirente, nessuno andato in porto, l’attuale governo l’11 ottobre convoca i sindacati per comunicare loro il nuovo piano, che nei fatti è l’ammissione di essere in un vicolo cieco, anticamera della chiusura definitiva degli stabilimenti. Dopo le promesse fatte a luglio di avviare un piano industriale vero che prevedesse la costruzione di tre forni elettrici per la produzione dell’acciaio in sostituzione degli obsoleti altoforni e quindi garantisse l’effettiva decarbonizzazione del processo produttivo e il risanamento ambientale, il governo sostanzialmente ha fatto un passo indietro.


LA CASSA INTEGRAZIONE E LA RISTRUTTURAZIONE, DUE STORICHE ARMI DEL PADRONATO

Il nuovo piano presentato prevede infatti dal 15 novembre l’incremento del ricorso alla cassa integrazione, che passerà da 4.550 a circa 5.700 unità con integrazione del reddito. Nel frattempo, saranno avviate opere di manutenzione agli altoforni e dal 1° gennaio, con la fermata delle batterie di cokefazione, si arriverà a 6 mila unità in cassa integrazione. Sarà dunque avviato un nuovo piano operativo a “ciclo corto”, che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo del complesso aziendale. Questo significa che sarà mantenuta solo la produzione necessaria per il pagamento delle spese correnti e che quanto prodotto verrà immediatamente venduto, anziché essere inviato agli altri stabilimenti del gruppo a Genova, Novi Ligure e Racconigi, portando nei fatti migliaia di lavoratori verso la cassa integrazione e in prospettiva futura alla perdita del posto di lavoro.

Di fronte a questa situazione, FIOM, FIM e UILM hanno proclamato 24 ore di sciopero, con forti proteste e presìdi da parte dei lavoratori, che hanno anche bloccato strade ed autostrade, specie nel capoluogo ligure; intenzionati a indurre il governo a fare marcia indietro. E così, almeno in parte, è avvenuto: il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto legge che sblocca nuovi fondi per assicurare per alcuni mesi la continuità della produzione negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto e, a cascata, di tutti gli altri stabilimenti d’Italia. Nel decreto legge, non ancora pubblicato, il governo autorizza Acciaierie d’Italia a utilizzare 108 milioni di euro fino a febbraio 2026 per garantire le attività produttive. Inoltre, vengono stanziati altri 20 milioni di euro per integrare fino al 75 per cento il trattamento della cassa integrazione straordinaria, sostenuta finora da Acciaierie d’Italia.

I decreti cosiddetti “salva-Ilva” non sono una novità: i governi di varie maggioranze ne hanno emanati parecchi da quando l’azienda è stata sequestrata e poi messa in amministrazione straordinaria, per consentire all’impianto di continuare a lavorare. È questo il motivo per cui l’impianto, che il governo vorrebbe vendere tra molte difficoltà, esiste ancora. Infine, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha convocato per il 28 novembre un incontro sul futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva nel Nord Italia (quelli di Genova, Novi Ligure e Racconigi), come richiesto dai sindacati.


SOLO I LAVORATORI POTRANNO SALVARE GLI STABILIMENTI EX ILVA

La pronta protesta dei lavoratori ha dunque scongiurato, almeno per il momento, la chiusura degli stabilimenti, ma fino a quando? Di fronte ad una situazione che definire drammatica è riduttivo, i lavoratori devono smettere di appellarsi unicamente all’intervento del governo. Le intenzioni di quest’ultimo sono chiare: vendere il prima possibile gli stabilimenti ex Ilva ad uno nuovo acquirente, che mai si sobbarcherà per intero la ristrutturazione e la bonifica degli impianti. E qualora venisse individuato, la prima delle richieste sarebbe quella di ridurre il personale per contenere i costi.

Altrove in Europa, come in Germania, Svezia e Finlandia, sono in atto processi di riconversione degli impianti produttivi per passare dalla tecnologia degli altoforni, ormai obsoleta ed inquinante, a quella dei forni elettrici, con riassorbimento dell’intera manodopera, impiegandola in quelle attività di preparazione della materia prima necessaria per i nuovi cicli produttivi o nella logistica. Il tutto avviene però in aziende a partecipazione statale e con l’impiego di grandi investimenti pubblici. In Italia questa strada è percorribile? A ben vedere le intenzioni del governo sembra di no. E poi in un’economia che sempre di più diventa economia di guerra con ingenti spese negli armamenti, le possibilità di un intervento dello Stato si riducono sempre di più.

E dunque che fare? I lavoratori hanno un’unica possibilità che è quella di mettersi in lotta permanente, con uno sciopero prolungato che sfoci nella nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutti gli stabilimenti. Nazionalizzazione che deve garantire la piena riconversione e bonifica di tutti gli impianti e il riassorbimento completo di tutta la manodopera in forza all’azienda. La lotta deve però vedere i lavoratori di tutti gli stabilimenti uniti nello stesso intento.
Sbagliatissima la dichiarazione del delegato FIOM dell’ex Ilva di Genova, storico dirigente di Lotta Comunista, quando dice che «se Taranto affonda, noi non vogliamo affondare con loro». Un delegato sindacale non può pronunciare parole di questo tipo.

Un’organizzazione sindacale non deve limitarsi a “coltivare il proprio orticello”; deve invece sempre porsi in difesa di tutti i lavoratori, senza distinzioni geografiche o di altro tipo.
I lavoratori uniti devono quindi battersi per la costituzione di consigli di fabbrica che consentano loro di organizzarsi e individuare le forme di lotta più idonee; per uno sciopero generale e unificato a oltranza (chiedendo la solidarietà di tutti i lavoratori dell’industria e non solo) per il conseguimento della nazionalizzazione dell’impresa sotto il loro controllo; per una cassa di resistenza nazionale che consenta uno sciopero di massa che veda anche l’occupazione di tutti gli stabilimenti ex Ilva in Italia, evitando così di cadere nella linea che l’allora segretario della FIOM Landini adottò nella lotta contro la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ovvero della lotta stabilimento per stabilimento. Per la creazione di un coordinamento nazionale di tutte le fabbriche in lotta contro chiusure, delocalizzazioni e licenziamenti, diretto dai lavoratori e non dalle burocrazie sindacali.

Solo agendo in questo modo e prendendo in mano direttamente le redini della lotta i lavoratori hanno la possibilità di salvaguardare il loro posto di lavoro e il loro futuro.
Ma guardando più in profondità, la loro lotta, per quanto agguerrita, rischierebbe di rimanere un fatto isolato, se non venisse inserita in un percorso più generalizzato che metta in discussione l’attuale sistema capitalista, con tutto il suo apparato di sfruttamento ed impoverimento da parte della classe padronale ai danni dell’intero proletariato, per sostituirlo con una società governata finalmente dai lavoratori, il socialismo, senza più sfruttati e sfruttatori, dove diritti e vita dignitosa siano garantiti a tutto il proletariato mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

MARELLI: ALLA SEMISERRATA DEL PADRONE È NECESSARIA LA RISPOSTA OPERAIA

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime tutta propria solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Marelli in lotta, presso i cui stabilimenti spesso ha distribuito i propri volantini

La decisione aziendale di ridurre le ore di lavoro tramite la cassa integrazione settimanale senza integrazione economica significa il taglio dei loro già magri salari. La direzione aziendale, con questa specie di serrata, riversa sulle spalle delle operaie e degli operai la sua cattiva gestione e le esigenze di risanamento dei conti aziendali.

Si conferma la regola costante del capitalismo: quando gli affari vanno bene gli operai possono r vedersi riconosciuti in minima parte gli aumenti salariali solo con una strenua lotta oppure vederli inesorabilmente fermi come è successo negli ultimi decenni, mentre quando vanno male è su di loro che si scaricano le difficolta vere o presunte dei capitalisti.

La negoziazione di Fiom, Fim e Uilm sulla quantità e ripartizione delle giornate di cassaintegrazione si muove tutta sul piano inclinato a favore del padronato. Occorre rigettare radicalmente l’organizzazione del lavoro proposta dall’azienda, rivendicando la ripartizione egualitaria delle ore di lavoro e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

La politica padronale oggi si fa forte del clima politico e sociale instaurato del governo Meloni, il governo più reazionario del dopoguerra. La classe lavoratrice deve comprendere bene che con questo governo i salari continueranno a rimanere fermi, continueranno i tagli allo stato sociale e l’arroganza padronale sarà sempre più illimitata.

Altrettanto non si può accontentare dell’azione dei sindacati a partire dalla CGIL che ha evocato la rivolta sociale prima dello sciopero generale del 29 novembre ma non ha disposto nessun programma di mobilitazione generale per fermare l’incedere antisociale di governo e padronato. Purtroppo, la storia recente della CGIL non depone a suo favore. L’avvallo dato al l governo Draghi, quello dello sblocco dei licenziamenti per intendersi, con la garanzia offerta della pace sociale ha aperto la strada alla destra che oggi governa con i voti popolari.

Occorre costringere la CGIL e gli altri sindacati di rifermento a dispiegare una vera e propria agenda di mobilitazioni in grado di convogliare centinaia di miglia di lavoratrici e lavoratori sul terreno dello scontro frontale contro governo e padronato. Ciò tanto più dal momento che la mobilitazione generale avrebbe non solo una valenza sociale, con il recupero salariale e l’aumento della spesa sociale, ma anche una valenza democratica perché in grado di fronteggiare la stretta repressiva vel governo (DDL 1660) che colpisce in particolare le manifestazioni operaie.

Tanto meno è accettabile la solidarietà pelosa del PD, architrave di molti degli ultimi governi che hanno aumentato le spese militari, tagliato i servizi sociali, aumentato l’età pensionabile, incrementato la precarietà lavorativa senza per altro frenare di un centesimo la caduta dei salari.

Insomma, la Marelli come innumerevoli altri casi, è un esempio del feroce attacco sferrato dal padronato contro la classe lavoratrice in nome di quell’”interesse nazionale” dietro cui si cela la rapina capitalista e imperialista.

All’attacco così dispiegato occorre dare una risposta di pari grado. Per questo è necessario costruire il fronte unico di massa della classe lavoratrice con tutte le organizzazioni che vi fanno riferimento basato su una piattaforma di rivendicazioni unificante. Una forza in grado di dispiegare una mobilitazione generale caratterizzata da forme di lotta radicali necessarie a piegare la volontà padronale e delle forze repressive del governo.

In questo modo, strada facendo, la classe lavoratrice tornerà prendere coscienza della propria forza potenzialmente immensa. Allora si renderà conto che tutti i governi siano essi di destra o di “sinistra” sono suoi nemici perché irrimediabilmente governi borghesi, comitati d’affari dei capitalisti. Invece sulla base di questa forza dispiegata potrà poggiare l’unico governo amico delle operaie e degli operai, ii governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Sgombero della GKN. Al fianco di lavoratrici e lavoratori

 


Contro la provocazione padronale

La vertenza GKN è arrivata a uno snodo. L'azienda che ha rilevato la fabbrica di Campi Bisenzio promettendo ai lavoratori il suo rilancio non solo non ha predisposto, come era facile attendersi, nessuna soluzione, ma ha ordinato per lunedì mattina alle ore 8 l'avvio dello sgombero della fabbrica occupata. Si tratta di una gravissima provocazione contro una lotta tenace, contro i lavoratori che la sostengono, e contro la rete di solidarietà che attorno alla fabbrica si è raccolta, nel territorio fiorentino e sul piano nazionale. Una provocazione che fa leva anche sul nuovo scenario politico per piegare con la forza la resistenza operaia.

È l'ora di un fronte compatto a difesa della fabbrica occupata. Lunedì mattina i camion che arriveranno per sgombrare il presidio devono trovare davanti a sé un muro umano insormontabile. Tutte le sinistre sindacali, ovunque collocate, debbono mobilitare le proprie forze. La CGIL e la FIOM si assumano nazionalmente la responsabilità di sostenere il presidio e impedire materialmente lo sgombero. Hanno la forza per farlo, la usino.
Il Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre solidale con la lotta della GKN, sarà presente lunedì mattina con i propri militanti a sostegno del presidio. Ci sarà tempo e necessità dopo lunedì di fare il punto sullo stato della vertenza. Ora è il momento di respingere la provocazione padronale con tutte le forze disponibili.

Partito Comunista dei Lavoratori

Manifestazione contro la chiusura della Speedline di S. M. di Sala (Ve)

 


Solidarietà di lotta ai lavoratori e lavoratrici da parte del PCL. Contro chiusure e licenziamenti occupare, espropriare, nazionalizzare. Costruiamo lo sciopero generale di massa e continuativo

Testo distribuito nella giornata di domenica 19 dicembre, alla manifestazione dei lavoratori e delle lavoratrici della Speedline di Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia. La multinazionale svizzera Ronal, proprietaria dello stabilimento che produce cerchi in lega per auto, ha annunciato la chiusura del sito entro il 2022, indicando la volontà di delocalizzare la produzione in Polonia. Vengono così colpiti 800 lavoratori, di cui 500 diretti, 100 in somministrazione e 400 dell’indotto. Nell'occasione è stato distribuito anche l'appello "Unire le lotte contro i licenziamenti"


Non si ferma l’avidità di profitti e l’arroganza padronale: altre centinaia di lavoratori e lavoratrici colpiti dal terribile annuncio della chiusura e della delocalizzazione della loro fabbrica. Non dobbiamo permetterlo!

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria e totale incondizionata solidarietà e sostegno ai lavoratori e lavoratrici della Speedline, impegnati in una dura vertenza che non può e non deve rimanere isolata.

La notizia della sospensione della procedura di delocalizzazione da parte della Ronal, solo per il periodo della trattativa, è di sicuro positiva, ma non basta! I lavoratori dovranno tenere alta la guardia! bisogna evitare che nella fase di discussione si inserisca il solito canovaccio che tristemente ha accompagnato quasi tutte le vertenze di questi anni: ammortizzatori sociali, ridimensionamenti accompagnati da buone uscite - tra l’altro anche in Speedline negli ultimi 15 anni ci sono stati ridimensionamenti fatti digerire ai lavoratori - e alla fine false promesse di re-industrializzazione, come successo in Whirlpool.

I lavoratori e le lavoratrici della Speedline non hanno che da contare sulla loro forza organizzata, cercando di collegarsi alle altre vertenze che sono in campo a livello nazionale. Come possono i lavoratori fidarsi delle istituzioni? Le stesse che sostengono un governo che sta varando una manovra di bilancio lacrime e sangue, in cui anche l’emendamento inserito sulle delocalizzazioni, contestato giustamente dalla stessa FIOM, non dà alcuna garanzia per i lavoratori e nei fatti agevola le imprese a fare quel che gli pare: una vera truffa! Le stesse istituzioni che esprimono un sindaco che si permette di offendere i rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici!

Bisogna allora ripartire dalla centralità del movimento operaio e dalla sua autonomia rispetto a chi negli anni ha tradito le ragioni di classe e le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici, unificando le diverse vertenze tra loro separate e disperse: dalla Caterpillar alla Saga Coffe, da quelle della logistica all’Alitalia, alla Whirlpool e tutte le lotte e resistenze in corso.

A partire dall'iniziativa avanzata di lotta dei lavoratori della GKN contro i licenziamenti e contro le delocalizzazioni, bisogna rivendicare la nazionalizzazione sotto il controllo di chi ci lavora delle aziende che licenziano e chiudono e costruire un percorso di coordinamento e unificazione tra settori lavorativi e territori diversi.

• Uniamo le lotte, i padroni si fanno forza delle nostre divisioni!
• Costruiamo un’assemblea nazionale di delegati/e per condividere i percorsi di lotta!!
• Apriamo casse di resistenza per sostenere gli scioperi, le vertenze e le occupazioni!
• Via le leggi di precarizzazione del lavoro! Basta col lavoro somministrato!
• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40! Il lavoro va diviso tra tutte e tutti!
• Salario medio garantito di 1500 euro mensili a tutte le categorie di lavoratori! Basta salari da fame!
• Tutela sotto il controllo di chi lavora della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro!
• Abolizione della legge Fornero, diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro!
• Facciamo pagare la crisi a chi non ha mai pagato, patrimoniale del 10% sul 10% più ricco!

Lo sciopero generale del 16 dicembre proclamato dalla CGIL e alla UIL, nonostante la debolezza della piattaforma e dei limiti del suo percorso di costruzione, è stato un momento importante di lotta, ma non sufficiente: dobbiamo lanciare una vertenza generale, dando centralità al tema delle delocalizzazioni, dei licenziamenti e delle chiusure aziendali, e avanzare la necessità della rivendicazione di uno sciopero generale vero, unitario, prolungato e di massa.

Partito Comunista dei Lavoratori

I giovani e le pensioni

 


Le ragioni di uno sciopero generale, vero, unitario, di massa

Governo e Confindustria, col sostegno di tutta la stampa padronale, motivano il ritorno alla “normalità” della legge Fornero con l'interesse delle giovani generazioni. È lo schema collaudato degli ultimi quarant'anni: non potendo raccogliere il consenso sulla barbarie delle proprie misure antioperaie, le motivano con argomenti obliqui. È stato così per la soppressione della scala mobile nel 1992, per la riforma contributiva del sistema pensionistico nel 1995, per la legge Fornero nel 2011, per l'abolizione dell'articolo 18 nel 2014. Come anche per le privatizzazioni industriali e nei servizi. Da quarant'anni a questa parte tutto è stato fatto “per i giovani”. Ma in quarant'anni i giovani sono progressivamente invecchiati, nel mentre venivano spogliati, uno dopo l'altro, di tutti i diritti strappati dalle generazioni precedenti. E ora che sono invecchiati, vengono additati come privilegiati, in debito verso chi? Verso... “i giovani”, naturalmente. Così ricomincia la giostra.

È di nuovo il turno delle pensioni. Dopo l'elemosina di quota 100 – che non cancellava affatto la riforma Fornero – il governo annuncia il ritorno della legge a pieno regime. Ancora una finestrella per 10.000 lavoratori (la quota 102 per il 2022), poi tutti in pensione a 67 anni.
Ma il governo non aveva detto che «è l'ora di dare e non di togliere»? Certo, ma non aveva specificato a quale classe togliere e a quale classe dare. Ora è più chiaro, per chi non avesse capito o chi avesse fatto finta di non capire. Il governo toglie il diritto al riposo a chi ha lavorato quarant'anni, dopo una vita di sacrifici e rinunce. E dà il ricavato al pagamento del debito pubblico, quello che incassano (coi relativi interessi) le grandi banche e compagnie di assicurazione, italiane ed estere, che hanno investito in titoli di Stato. È lo stesso capitale finanziario con cui si indebita l'Unione Europea per finanziare il Recovery Fund. Fondi presi a prestito, a loro volta girati agli industriali e ai banchieri. Il parassitismo finanziario della società borghese è il sole attorno a cui girano i pianeti. Pensioni, sanità, scuola, diritti sono solo il bancomat dei parassiti.

I giovani sono le prime vittime di questa operazione fatta contro i loro padri e nonni. Con un sistema pensionistico contributivo, li attende una pensione da fame dopo una vita di lavoro sempre più precaria, grazie al dilagare dei contratti usa e getta di cui i padroni dispongono a propria scelta come in un supermercato; e sempre più lunga, perché i 67 anni slittano progressivamente verso l'alto col crescere della cosiddetta aspettativa di vita. Laddove l'aspettativa dovesse calare, magari a causa di una pandemia, non cala l'età pensionabile. La scala è solo verso l'alto, mai verso il basso. Il capitale finanziario viene messo al riparo da ogni inconveniente, grazie a questa clausola di garanzia. È l'intera classe lavoratrice che viene chiamata a pagare il conto.

Sono tutte ragioni più che sufficienti per rivendicare uno sciopero generale contro il governo Draghi. Uno sciopero generale vero, unitario, di massa, di tutti i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore e categoria. Le burocrazie sindacali che hanno già regalato al governo lo sblocco dei licenziamenti vogliono sventolare bandiera bianca anche sulla Legge Fornero?
Quando nel 2011 la burocrazia CGIL diede il proprio lasciapassare alla legge dietro la copertura penosa di tre ore di sciopero, Maurizio Landini, allora capo della FIOM, disse che era un errore. Cosa vuol fare ora il segretario della CGIL di fronte a un governo che considera la legge Fornero una normalità? Non si ripeta la farsa delle tre ore, o di iniziative territoriali a macchia di leopardo per salvarsi l'anima. È necessaria e urgente una mobilitazione vera, che metta sul campo la forza di milioni di salariati, per cancellare la legge Fornero. Tutti i sindacati di classe dovrebbero incalzare la CGIL mettendo la sua direzione di fronte alle proprie responsabilità. Certo se la CGIL farà ammuina, il fronte unitario di lotta andrà promosso dal basso con tutte le forze disponibili.

L'abolizione della legge Fornero, il diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro, la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, la ripartizione tra tutti del lavoro esistente attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore a parità di salario, sono parte decisiva di una piattaforma generale di lotta contro il governo e il padronato. E vanno combinati con la rivendicazione della cancellazione del debito pubblico verso il capitale finanziario e la conseguente nazionalizzazione delle banche. Solo una grande ripresa della lotta di massa su una piattaforma unificante e indipendente può ribaltare i rapporti di forza e aprire dal basso una stagione nuova. Il posto della giovane generazione è più che mai all'interno di questo fronte.

Partito Comunista dei Lavoratori

Al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici di GKN

 


Perché la loro lotta diventi una vertenza pilota, nel segno di un fronte unico di classe

9 Luglio 2021

Dopo la Giannetti di Monza, la GKN di Firenze: 422 lavoratori e lavoratrici licenziati/e per e-mail.

I padroni non hanno perso tempo. La bufala secondo cui l'avviso comune tra Landini, Draghi e Bonomi avrebbe rappresentato una vittoria dei lavoratori appare alla luce dei fatti tanto più rivoltante. La verità è che da tempo il 30 giugno era una data garantita da Draghi a Confindustria come fine irreversibile del blocco. I consigli di amministrazione di decine di aziende hanno preparato da mesi piani di ristrutturazione e licenziamenti; aspettavano solo lo scoccare dell'ora. Tutto fa pensare che siamo all'inizio di una fase nuova dello scontro sociale.

Il caso GKN è paradigmatico. GKN è una multinazionale britannica per nulla in crisi. Produce componenti per l'industria automobilistica, per le macchine agricole, per il settore aerospaziale. Nel primo trimestre dell'anno in corso ha realizzato profitti superiori alla media. Il rimbalzo economico annunciato per il 2021 si annuncia rilevante sul mercato mondiale, in particolare nell'industria: un'azienda che produce prevalentemente per il mercato estero, come GKN, ha tutti i margini per fare profitto, tanto più per il fatto che alcuni settori tecnologicamente avanzati come l'aerospaziale, fiore all'occhiello di GKN, attraversano una fase espansiva.

Ma nella guerra tra pescecani per la spartizione del mercato mondiale ogni multinazionale scarica sugli operai i costi della concorrenza. Apre e chiude singoli impianti dentro una logica globale, in funzione della massimizzazione del profitto. Lo ha fatto la Bekaert, lo ha fatto la Whirpool, lo fa oggi GKN. Aziende che hanno intascato negli anni fior di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, presentano ogni volta il conto agli operai.
Ogni volta le burocrazie sindacali portano a spasso i lavoratori nel giro delle sette chiese (ministri, giunte regionali, consigli comunali, parroci, stampa locale...) raccogliendo attestati ipocriti di solidarietà e promesse pelose che non contano nulla. Ogni volta i lavoratori ne escono con le ossa rotte, in condizioni peggiori e molto spesso in mezzo a una strada.
Per decenni si è invocata la soluzione “realistica” del meno peggio, negoziando sul piano inclinato della riduzione dei costi per il padrone. Ma la somma dei meno peggio ha fatto il peggio: una sconfitta in ordine sparso di centinaia di migliaia di lavoratori, prima spremuti come limoni, poi gettati via come ferrovecchio. È la storia degli ultimi dodici anni. La storia del ripiegamento del movimento operaio italiano.

Questa storia non può e non deve ripetersi. Di fronte all'onda d'urto dei licenziamenti annunciati occorre una svolta radicale di metodi d'azione, di organizzazione, di piattaforma. Una svolta che dica: la ritirata è finita, ora basta.
Le fabbriche che licenziano vanno occupate, per impedire ai padroni di portar via i macchinari. Va organizzata la cassa di resistenza per sostenere la lotta prolungata. Va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'azienda che licenzia per garantire il diritto incondizionato al lavoro. Va promosso un coordinamento nazionale di tutte le lotte di resistenza, per fare di tante vertenze isolate una grande vertenza nazionale: per trasformare la debolezza di ognuno nella forza di tutti. È la proposta che il PCL ha avanzato e avanza controcorrente nelle assemblee dei lavoratori, nei sindacati, nei circuiti unitari dell'avanguardia.

La lotta che è iniziata alla GKN non è una lotta qualsiasi. La FIOM di fabbrica è guidata dai compagni operai dell'area di opposizione in CGIL, tra i quali avanguardie rivoluzionarie formate, con una lunga esperienza maturata sul campo. Anche per questo, a certe condizioni, la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici di GKN può diventare una vertenza pilota, capace non solo di reggere lo scontro col proprio padrone, ma anche di parlare alla classe operaia italiana. Innanzitutto ai lavoratori della Whirlpool e di centinaia di altre aziende in lotta.

Il nostro partito, nei limiti delle sue possibilità, darà tutto il proprio sostegno, attivo e determinato, ai lavoratori e alla lavoratrici di GKN e alla loro lotta.

Giù le mani dagli operai! Il posto di lavoro non si tocca!

Partito Comunista dei Lavoratori

Metalmeccanici, 124 euro di aumento in quattro anni e mezzo

 


Note sul rinnovo del contratto nazionale

È questa la cifra firmata al quinto livello. Cioè circa 115 al quarto livello e 112 al terzo. Cifra che dovrà essere sottoposta al voto dei lavoratori e delle lavoratrici, e approvata o bocciata in assemblea da un referendum senza condizioni minime di democrazia: parlerà solo chi è favorevole, mentre chi è contro dovrà arrangiarsi. La cifra è tutta sui minimi, non vale solo per i metalmeccanici di FCA-Stellantis, ormai abbandonati a sé stessi come se non ci fossero più.

25 euro arriveranno a giugno 2021. Altre 25 euro a giugno 2022. Poi 27 a giugno 2023. Infine 35 euro a giugno 2024. Più 12 euro già presi a giugno 2019 per la vacanza contrattuale, ufficialmente infatti il contratto dura tre anni e mezzo, dal 2021 al giugno 2024. I buoni spesa (flexible benefits) vengono portati a 200 euro (50 in più rispetto alla media dei 150 del contratto scorso).

Più abbozzata che pienamente riuscita la controriforma al ribasso dell’inquadramento professionale. Viene eliminata la prima categoria (per 7000 metalmeccanici su un milione e mezzo), mentre le altre vengono rinominate e divise per settori “A, B, C, D” (quindi un terzo livello diventa C1, un quarto C2, eccetera). Al posto di vecchie declaratorie molto fumose e indefinite, vengono messe nuove declaratorie altrettanto fumose ma apparentemente più moderne e scientifiche. L’introduzione di parametri più stringenti, come la conoscenza della lingua straniera all’ex quinto livello (quello del vero e proprio salto professionale, ora ribattezzato C3) sono i presupposti per rendere sempre più difficile e sempre meno legato all’esperienza il passaggio di livello. Il fatto però che le lettere e i sottogruppi ricordino la classificazione proposta dal CCSL di Marchionne mostra bene dove voglia andare a parare Federmeccanica. Oggi si è accontentata di delinearne i primi contorni, domani sconteremo sempre più sulla nostra pelle il disegno.

La vera differenza tra il vecchio e il nuovo inquadramento sta nel fatto che il primo fu ottenuto con le lotte del 1973, quello di oggi stoppandole. Il primo era voluto dagli operai, quello di oggi dalla controparte. Basterebbe questo per comprendere quanto sia insidioso. Solo la finta ingenuità dei burocrati sindacali può credere di aver migliorato un inquadramento professionale senza lotte e a tavolino.

Cassata la richiesta di 700 euro di elemento perequativo, che viene portato a 500, 15 euro in più. Nulla sulla stabilizzazione dei precari. Anche sugli appalti appare alquanto aleatoria la modifica ottenuta. Si chiedeva in caso di cambio di appalto la garanzia del posto di lavoro, si ottiene una scappatoia con cui le nuove imprese in appalto potranno sempre dire di fare un altro servizio, e fare come vogliono.

Il resto è alquanto decorativo, dall’abbassamento del numero di dipendenti per la possibilità delle RSU di coordinarsi tra stabilimenti, al tanto strombazzato contrasto alla violenza contro le donne, che altro non è che il raddoppio da 3 a 6 dei mesi retribuiti previsti dal Jobs Act per le donne che si assentano per motivi legati alla violenza di genere. È sicuramente una cosa buona, come la possibilità di chiedere il trasferimento in altra sede, ma non compensa minimamente tutte le altre perdite del contratto, che hanno già colpito con il precedente rinnovo e colpiranno anche le lavoratrici e le loro condizioni di vita.

Infine fa un ulteriore passo in avanti lo stuolo di enti bilaterali, che già era la vera cifra, in mancanza di quella salariale, del vecchio contratto. Viene aumentata la quota di Cometa (la previdenza complementare) per i nuovi iscritti con meno di 35 anni; si invitano ad iscriversi anche i pensionati alla truffa di Metasalute, che cura in pieno il portafogli degli assicuratori e poco e niente la salute degli iscritti; viene potenziata la commissione su salute e sicurezza, che potrà aumentare le statistiche sulle chiacchiere in attesa di stanziamenti non previsti per metterle in pratica; viene promossa l’alternanza scuola-lavoro, per inserire quanti più apprendisti a basso costo al posto di lavoratori ben inquadrati. Non poteva mancare la commissione paritetica per monitorare il nuovo inquadramento professionale. Viene infine avviata la sperimentazione di un improbabile modello partecipativo: un volontario delle RSU potrà essere inserito in un team e partecipare alla spartizione degli utili degli azionisti senza ricevere un obolo né per lui né per la partecipazione di chi rappresenta.

FIM-FIOM-UILM avevano chiesto circa 150 euro per tre anni. In proporzione, 124 euro in 4 anni e mezzo equivalgono a 82,6 in tre (al quinto livello, cioè 73/75 al terzo o al quarto). Ampiamente sotto la sufficienza in media, e gravemente insufficiente rispetto alla scadenza prevista dalla piattaforma: al termine del 2022, infatti, i metalmeccanici avranno in tasca solo 62 euro dei 150 richiesti.

Certo, rispetto al contratto scorso, pressoché nullo in materia di aumenti, questo rinnovo può apparire buono. I metalmeccanici, che per quattro anni sono stati il fanalino di coda rispetto agli altri settori, oggi ritornano nel gruppo di testa con un aumento appena un po’ al di sotto del contratto degli alimentaristi, che al momento è il migliore dei rinnovi.

Proprio per questo i vertici sindacali, sempre remissivi, hanno brindato a champagne. Per Re David, segretaria generale della FIOM, è addirittura un “risultato straordinario”. È così soddisfatta che non si chiede per quale motivo non si sia visto un solo padrone in lacrime.

La scusa per firmare ancora in deficit, infatti, questa volta è il Covid. Ma il Covid, in realtà, ha spinto leggermente al rialzo la trattativa. Evidentemente, in vista dello sblocco dei licenziamenti previsto per la fine di marzo e già annunciato da Draghi, Federmeccanica non vuole avere troppe grane nel settore più importante, quello dei metalmeccanici. Per questo non ha fatto troppe storie per aggiungere 10-15 euro di briciole ai 100-110 che si preannunciavano nei corridoi dei nostri sindacati (peraltro ottenendo in cambio il nuovo inquadramento professionale e smorzandole, riducendo a 200 euro l’offerta di welfare in buoni spesa che a novembre era di 250. Quei 10-15 euro in più sono quindi tutt’altro che regalate).

La verità è che se la preoccupazione per marzo ha spinto Federmeccanica a offrire qualche spicciolo in più pur di chiudere la trattativa in tempo, il compito nostro è opposto: tenerla aperta. Perché se la preoccupazione per marzo unita a uno sciopero finto e "telefonato" di quattro ore a novembre (con l’esclusione oltretutto di FCA, segno evidente che per FCA si è ormai accettato sottobanco il suo modello contrattuale) hanno prodotto 124 euro in quattro anni e mezzo, una mobilitazione vera, con scioperi veri, imprevisti e di otto ore, porterebbe non diciamo tanto, ma almeno a 130-140 euro in tre anni. In linea con la richiesta della piattaforma.

La burocrazia sindacale punterà sulla rassegnazione, forte di un realismo – è proprio il caso di dire – da quattro soldi, che possono apparire un’enormità rispetto al fiasco totale di cinque anni fa. Noi dobbiamo organizzare il dissenso per bocciare l’accordo nel referendum, denunciando innanzitutto la truffa del medesimo. La lotta parte in salita, perché l'area di l’opposizione CGIL "Riconquistiamo Tutto" arriva a questo ennesimo accordo al ribasso dopo una serie interminabile di astensioni, che hanno accompagnato nei fatti la linea della FIOM, senza denunciare mai i segnali, evidenti anche stavolta, di resa e capitolazione. Il voto contrario al Comitato Centrale FIOM e l’attuale campagna per il no sono i punti da cui ripartire. Il Partito Comunista dei Lavoratori si impegnerà a fondo nella battaglia per il no.

Lo farà non solo con "Riconquistiamo Tutto", ma anche con tutto quell’arcipelago di delegati sparsi nella galassia del sindacalismo di base e oggi raggruppati in parte nell’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi. È con loro che dobbiamo provare a organizzare il dissenso al nuovo contratto dei metalmeccanici. Con loro e con l'area “Giornate di marzo”, l’altro pezzo di opposizione in CGIL che nel Comitato Centrale FIOM ha bocciato l’accordo. Nessun altro l’ha fatto. Solo i cinque più uno delle due opposizioni, in mezzo a ottantadue favorevoli e ai più rivoluzionari di tutti, i “leninisti” di Lotta Comunista, che da veri landiniani si sono astenuti in tre.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Bekaert: una lunga storia di licenziamenti in tempo di pandemia

 


La storia dei lavoratori della Bekaert di Figline è emblematica dei rapporti negli ultimi anni tra capitale e lavoro. La fabbrica di cavi speciali per pneumatici, ex gruppo Pirelli, produce un prodotto di eccellenza ma per l’attuale proprietà ha costi di produzione svantaggiosi rispetto ad altri siti esteri, e pertanto da qualche anno ne è stata annunciata la dismissione e delocalizzazione.


La multinazionale belga, in piena pandemia e sotto blocco dei licenziamenti, ha deciso di anticipare le sue mosse inviando la lettera di licenziamento ai 176 lavoratori rimasti in cassa integrazione speciale fino a fine febbraio.

È una lunga storia di false promesse, di strumentalizzazioni politiche e di letterali prese in giro anche da parte sindacale. Nel 2014 la fabbrica viene rilevata dalla Pirelli, e nel 2018 la multinazionale belga cala le sue carte. Scortati dalle forze dell’ordine, i dirigenti della società annunciano il licenziamento in tronco di 318 lavoratori, che per nulla scoraggiati occupano lo stabilimento. Una mossa giusta quella degli operai, ma vista come fumo negli occhi e pericolosa dai politici locali e nazionali, e persino dalle dirigenze sindacali. Siamo nel centro della patria di Renzi e della sua piena ascesa politica. È un periodo in cui i danni provocati ai lavoratori dalla sua mostruosa creazione legislativa conosciuta come Jobs Act cominciano a farsi sentire in una zona in piena osmosi tra la fabbrica e il territorio.

La ex Pirelli di Figline Valdarno ha nella sua storia un legame strettissimo con una comunità che non esita a scendere in piazza in difesa dei lavoratori con una mobilitazione di 5000 presenze. Tra queste si distinguono anche dirigenti sindacali, deputati ed esponenti politici, in particolare del PD di allora ma anche del centrodestra.
Tutti, a parole, si esprimono con le solite frasi retoriche e false: «Siamo impegnati unitariamente nella ricerca di una soluzione e useremo ogni risorsa per scongiurare il destino della chiusura e della deindustrializzazione».

Cade il governo Renzi e la patata bollente passa nelle mani del governo di centrodestra, che vede come ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio che inizia la lenta ma inesorabile opera di smobilitazione della lotta. Promette la cassa integrazione straordinaria per una parte dei lavoratori. Nel contempo i politici locali appoggiano la costituzione di una cooperativa, la Steel Coop Valdarno, composta dai lavoratori della Bekaert insieme a quelli di Legacoop Toscana, allo scopo di acquisire lo stabilimento e riprendere la produzione dei cavi speciali per pneumatici. Viene persino scritto un libro, La Fabbrica che non volle chiudere da redattori di Controradio Firenze e dirigenti locali della FIOM. Non solo, ma il libro contiene persino la prefazione del segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

La logica del capitale, tuttavia, è un'altra. Anzi, con il passare del tempo questa si è rafforzata, e anche l’attenzione è calata. Le priorità sono altre, e dei 176 operai della Bekaert, della loro fabbrica dell’indotto e di un altro territorio colpito dalla crisi importa ormai a pochi. Un destino quasi comune ai lavoratori in cassa integrazione dell’acciaieria Jindal Italy ex Lucchini di Piombino e del suo territorio.

Il lento logoramento di una potenziale lotta insegna che solo attraverso l’autogestione diretta e senza compromessi nella mobilitazione, attraverso il fronte unico con altri lavoratori di altre lotte e di altri territori per una difesa comune del posto di lavoro, con la nazionalizzazione delle aziende in crisi sotto il controllo operaio, tramite lo smascheramento delle svendite di dirigenze sindacali più interessate alla cogestione degli interessi confindustriali che a quelli legittimi dei lavoratori, è possibile respingere l’attacco disumano del capitalismo. A maggior ragione nel momento storico più drammatico e difficile provocato dalla pandemia.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è solidale con la lotta dei lavoratori della Bekaert, con l’intento di costruire un fronte unico di lotta in loro difesa e di quella di tutti i lavoratori che in questo momento stanno contrastando l’attacco sempre più pesante del capitalismo.

Ruggero Rognoni

Unificare e generalizzare le lotte fino allo sciopero generale

 


Testo del volantino distribuito durante lo sciopero dei metalmeccanici

Con la rottura sulla trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si evidenzia ancora di più il lavoro di sfondamento da parte del padronato nella categoria per far passare la linea della Confindustria di Bonomi dei “rinnovi a zero euro”. Già nell’ultimo rinnovo Federmeccanica aveva incassato il risultato dei soli 40 euro lordi in tre anni. La richiesta attuale di un aumento dell’8%, seppur ancora debole per “sanare” le perdite salariali di un contratto nazionale sempre più eroso negli anni da politiche sui salari e trattative contrattuali a perdere, va comunque difesa, senza nessun cedimento da parte delle burocrazie sindacali, magari su una ipotetica defiscalizzazione dell’aumento salariale, perché se così fosse l’aumento sarebbe scaricato sulle tasche della massa lavoratrice e non estorto al padronato.

Ma a un attacco così pesante, in un quadro di crisi economico-sanitaria così grave, la classe lavoratrice deve organizzarsi e rispondere in modo adeguato e dirompente. Le 4 ore di sciopero lanciate da FIM, FIOM e UILM sono insufficienti e tardive. Alla rottura delle trattative andava organizzata la lotta immediata, bisognava mettere in campo la forza dei lavoratori contro la forza del padronato. L’unico modo per riconquistare un contratto dignitoso è la messa in campo dello sciopero generale!

Ma a che condizione si possono ora riconquistare i contratti? Il primo punto da mettere in discussione è il modello imposto dal padronato e accettato dai sindacati confederali. Dopo anni di concertazione a danno dei salariati ora l’accordo del “patto per la fabbrica” aggiunge ulteriormente potere contrattuale alla parte avversa. Bisogna ribaltare i tavoli!

Serve però unificare tutte le categorie dei lavoratori: bisogna lanciare una mobilitazione che unifichi tutte le vertenze in corso per il rinnovo dei contratti nazionali e al contempo unificarle con le tante lotte che ci sono nelle aziende in crisi che stanno delocalizzando, licenziando o chiudendo come la Whirlpool.

• Blocco permanente dei licenziamenti, salario garantito al 100%!
• Controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulla salute e sulle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Basta far pagare il rischio sanitario sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici: chiusura immediata di tutte le attività a rischio e non indispensabili!
• Esproprio senza indennizzo per i capitalisti e nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora delle aziende che delocalizzano, licenziano, che violano i diritti dei lavoratori e/o le norme sulla sicurezza e che chiudono, a partire dalla Whirlpool!
• Patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione.
• Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell’articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
• Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro.
• Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati.
• Sciopero generale e prolungato, unificazione di tutte le lotte sui contratti, per un contratto nazionale che recuperi un salario adeguato e che cancelli tutte le flessibilità e la precarietà concessa negli anni. Costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenere la lotta.

Su tali parole d’ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. Dieci milioni di salariati sono in attesa del rinnovo del loro contratto scaduto da anni. Nel paese diverse sono le lotte aziendali o di categoria che rimangono frammentate e isolate. La vertenza dei metalmeccanici può fungere da traino, mettendo in campo la forza organizzata di un settore storicamente strategico per la lotta di classe, e collegandosi a tutte le lotte in corso per la ripresa di una mobilitazione contro governo e padronato a livello nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

 


Contro il fronte unico dei padroni un fronte unico di classe e di massa

22 Ottobre 2020

Testo del volantino (allegato in fondo alla pagina) per le iniziative della giornata di mobilitazione nazionale del 24 ottobre

Dare continuità all’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi! Estendere ed unificare le lotte attorno ad una piattaforma generale! Portare nelle lotte la prospettiva di rivoluzione!

La pandemia si sovrappone a un’offensiva frontale del padronato e a una nuova grande crisi del capitalismo mondiale. Confindustria fa muro sul rinnovo dei contratti, annuncia un milione di licenziamenti, reclama i pieni poteri nelle aziende. Il governo regala ai padroni lo sblocco dei licenziamenti, stoppa il rinnovo dei contratti pubblici, mantiene tutto il peggio dei decreti Salvini contro picchetti, blocchi stradali, occupazioni.

Le burocrazie sindacali, Landini in testa, non solo non organizzano la difesa del lavoro ma appoggiano il governo. Il loro scopo è mostrare al padronato la propria funzione sociale di controllo e disinnesco delle lotte, per timore di essere scaricate. È la funzione di “agenzia della borghesia nel movimento operaio”, come diceva Lenin. Una definizione oggi della burocrazia sindacale ancor più calzante di allora.

Costruire una direzione alternativa del movimento operaio che lo liberi dalla burocrazia è compito di tutte le avanguardie, ovunque collocate sindacalmente. Non si tratta di dare consigli critici agli apparati, né di limitarsi a conservare un piccolo spazio di sindacato alternativo. Si tratta di strappare agli apparati la direzione delle lotte, conquistare la maggioranza dei lavoratori, sviluppare l’egemonia di un progetto alternativo tra le masse.

Tutto questo è molto difficile, dopo un lungo ciclo di arretramenti, sconfitte, delusioni. Ma tanto più oggi è possibile perseguire l’obiettivo solo lavorando controcorrente alla più ampia unità di classe contro padroni e governo. Solo contrapponendo al fronte unico dei padroni il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici.

Non mancano lotte di resistenza e conflitti. Li abbiamo visti nello scorso marzo, nelle fabbriche, nella logistica, nella scuola, tra i braccianti. Ma sono lotte in ordine sparso, che non si parlano, che stanno recintate nel proprio perimetro aziendale o di settore. Unire queste lotte attorno ad una piattaforma generale è una necessità inaggirabile. A fronte di una offensiva generale del padronato, occorre una mobilitazione generale del lavoro capace di ribaltare i rapporti di forza complessivi.


PROSEGUIRE E ALLARGARE IL PERCORSO UNITARIO

L’Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi che si è tenuta il 27 settembre a Bologna è un primo passo in questa direzione. Le forze ad oggi raccolte sono ancora molto limitate. Ma il segnale di controtendenza è prezioso. Per la prima volta dopo tanto tempo organizzazioni e tendenze sindacali di diversa collocazione e provenienza (Si Cobas, SGB, settori della Opposizione CGIL, Slai Cobas per il sindacato di classe) hanno scelto di mettere insieme le proprie forze in una iniziativa nazionale comune. Non attraverso un cartello di sigle, ma attivando un percorso unitario fondato sui delegati, sulle delegate, sui lavoratori e lavoratrici combattivi/e, al di là di ogni divisione di sigla e appartenenza. Un percorso segnato da comuni rivendicazioni classiste e dalla prospettiva di costruzione di una vera azione di sciopero generale.

Questo percorso va ora proseguito e allargato. Non si tratta di recintare il perimetro dell’Assemblea di settembre, ma di lavorare ad estenderlo ad ogni livello. I militanti sindacali del Partito Comunista dei Lavoratori sono ovunque impegnati in questa direzione.
È la battaglia che conduciamo nell’Opposizione CGIL assieme ad altri lavoratori e lavoratrici della componente contro una linea di pura autoconservazione del proprio spazio. È la linea che conduciamo nei sindacati di base con riferimento classista contro ogni logica autocentrata e settaria. A tutti chiediamo di investire le proprie forze nel percorso unitario avviato, ponendo termine alla frammentazione dell’avanguardia.

Questa azione di coinvolgimento di forze nuove va soprattutto indirizzata verso i lavoratori, a partire dalla loro avanguardia più larga. Quella che nel marzo scorso ha trainato una breve ma intensa stagione di scioperi contro i padroni. Quella che nelle ultime settimane ha ridato segni di presenza negli scioperi metalmeccanici contro la serrata contrattuale di Federmeccanica.

Non confondiamo i burocrati con gli operai. Le burocrazie di Fiom, Fim, Uilm hanno indetto uno sciopero il 5 novembre per salvare la faccia di fronte agli operai e incanalare la loro lotta su un binario morto. Il loro obiettivo è ottenere la detassazione dell’aumento contrattuale per caricare il contratto sulla fiscalità generale (cioè sul portafoglio dei lavoratori) a vantaggio dei profitti. Ma gli operai che hanno scioperato e che possono scioperare il 5 novembre lo fanno per i propri interessi, con tutte le confusioni e contraddizioni del caso. Dobbiamo interloquire con questi operai, che sono la maggioranza sindacalizzata dell’industria, per sottrarli all’influenza dei burocrati e conquistarli alla nostra piattaforma generale. Lo possiamo fare solo dentro la lotta comune, non separandoci da questa, non levando il disturbo a tutto vantaggio dei burocrati. Dobbiamo portare la nostra piattaforma nella lotta comune, per radicalizzarla ed estenderla, non tenerci fuori dalla lotta nel nome della nostra piattaforma.


PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE

La politica del fronte unico non può limitarsi al piano sindacale. Tutte le rivendicazioni della piattaforma definita il 27 settembre e rilanciata dalle manifestazioni di oggi richiamano una prospettiva politica. La drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, la forte patrimoniale sulle grandi ricchezze, la cancellazione dei decreti Salvini, la contestazione dell’indebitamento pubblico col capitale finanziario da scaricare sul portafoglio dei lavoratori, sulla sanità, sulla scuola, pongono la prospettiva di un’alternativa operaia alla crisi del capitale. O loro o noi. O il potere dei capitalisti o il potere degli operai. Nessuna conquista parziale su quel terreno è possibile senza che la borghesia tema davvero la minaccia dell’ordine pubblico e della sovversione. I padroni mollano qualcosa solo quando han paura di perdere tutto. Solo la minaccia di una rivoluzione può strappare riforme. Solo una rivoluzione, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici basato sulla loro forza e sulla loro autorganizzazione, può realizzare una svolta vera.

Politica del fronte unico e programma di rivoluzione sono i due capisaldi della politica del PCL. Siamo per la più larga unità d’azione dell’avanguardia, che ricomponga in un unico fronte il Patto d’azione e il Coordinamento delle sinistre di opposizione nato il 7 dicembre. Perché non ha senso nel nome del fronte unico mantenere percorsi separati, tanto più a fronte delle stesse rivendicazioni generali. Ma portiamo nel fronte più largo dell’opposizione classista l’esigenza di una prospettiva di rivoluzione, in Italia e nel mondo. L’unica che può fondare su solide basi l’internazionalismo proletario, contro ogni forma di europeismo liberale o sovranismo reazionario.

L’unica che indica le basi possibili del partito comunista rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

La locomotiva di Bonomi, e quella della nostra classe

 


Contro le provocazioni di Confindustria costruire una mobilitazione generale

13 Ottobre 2020

«Non è il momento degli scioperi... Non fermate la locomotiva dell'industria italiana.» Così ha dichiarato ieri Carlo Bonomi, fresco presidente di Confindustria. È lo stesso che nel febbraio scorso nella veste di capo di Assolombarda impose di non recintare come zona rossa i comuni della bergamasca. Allora il motto era “Bergamo is running”. Il risultato fu il maggior tasso di mortalità Covid del mondo. Ma la locomotiva dei profitti camminava, perché fermarla?

Dopo questa esperienza sul campo, i capitalisti italiani hanno voluto premiare Bonomi eleggendolo a capo di Confindustria, un titolo indubbiamente meritato. E Bonomi oggi li ripaga con un nuovo atto di fedeltà al cinismo della propria classe. Gli operai, a partire dai metalmeccanici, rinuncino ad ogni aumento salariale contrattuale, accontentandosi di eventuali elemosine aziendali finanziate da maggiore sfruttamento. E soprattutto non si azzardino a scioperare. Gli operai possono crepare, non lottare. Questa la sostanza del messaggio.

Bonomi si sente forte, non senza ragione. Ha davanti a sé un governo che lo riverisce, una burocrazia sindacale che tutto vorrebbe tranne aprire un conflitto, una classe operaia segnata negli anni da tante sconfitte e delusioni. Perché dunque non andare all'incasso? Così ragionano i vertici di Confindustria nel mentre tirano la corda della provocazione. Bonomi si offre alla borghesia italiana come lo stato maggiore di una vittoria annunciata.

Ma l'arroganza può giocare brutti scherzi, e le corde si possono spezzare. Già a marzo centinaia di migliaia di operai hanno scioperato contro padroni che li costringevano al lavoro senza sicurezza e in pieno contagio. Padroni e dirigenti sindacali dovettero affrettarsi in piena notte a varare un protocollo antincendio. La protesta è rientrata. Ma se domani dovesse riprendere? C'è una seconda linea del padronato italiano che il problema se lo pone e non vuol correre rischi. I Ferrero, i Barilla, i grandi gruppi del capitalismo alimentare che hanno disobbedito a Bonomi lo hanno fatto per quello. Bonomi tira dritto centralizzando la linea di scontro, ma la sua armata non è compatta. Se vince, vince per tutti; se perde, perde da solo.

Parallelamente, la burocrazia sindacale di FIOM, FIM e UILM ha dovuto obtorto collo proclamare uno sciopero per difendere il proprio ruolo di burocrazia. L'obiettivo è ottenere dal governo una detassazione di eventuali aumenti contrattuali per metterli a carico della fiscalità generale (cioè dell'insieme dei lavoratori), a tutela dei profitti. “È un compromesso che a voi conviene” dicono i burocrati ai capitalisti, “lo sciopero l'abbiamo rinviato a novembre proprio per poterlo revocare. Il governo ci aiuti, e voi collaborate. Di noi avete bisogno per avere la pace sociale”.

Ecco, è possibile che dentro questa cornice capitalisti e burocrati finiscano con l'accordarsi. È ciò che normalmente accade. Ma se invece non avvenisse? Se Bonomi andasse avanti per la propria strada contando – a ragione – sulla remissività del sindacato, e gli operai si infilassero in quel varco dando allo sciopero un contenuto vero? Nulla a oggi ci dice che così andranno le cose, ma nulla può escluderlo. E in quel caso la lotta di classe potrebbe uscire dai binari del già visto, con buona pace della locomotiva di Bonomi.

La certezza è una sola: dieci milioni di operai in attesa di contratto sono privi di un proprio stato maggiore, quello di cui dispongono i padroni. Costruire controcorrente questo stato maggiore è il compito dell'avanguardia. Allargare e unificare tutte le lotte di resistenza in contrapposizione frontale al padronato e attorno ad una piattaforma generale indipendente è la linea su cui costruire la locomotiva della nostra classe.

Partito Comunista dei Lavoratori