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Una legge finanziaria «al fianco di Confindustria» e delle banche

Contro la legge di stabilità del governo Meloni, per una vertenza generale. Dare agli studenti un riferimento operaio

«Questo governo è fieramente produttivista... Con Confindustria c'è sempre stato un dialogo franco e nel merito, e devo ringraziare di questo il presidente Orsini che è un combattente ma anche una persona pragmatica... Sono convinta che nel mondo produttivo italiano vi sia la piena consapevolezza di poter contare su un governo che è al loro fianco» (Giorgia Meloni, Il Sole 24 Ore, 18 ottobre).

«Bene che il governo abbia messo al centro della manovra le imprese e l'industria. Noi abbiamo sempre pensato a misure pensate su tre anni, perché è fondamentale avere una visione del Paese» (Emanuele Orsini, all'Assemblea degli industriali a Torino, 17 ottobre).

Le due dichiarazioni parallele non lasciano spazio al dubbio sulla natura della nuova Legge di Stabilità. Sulla sua impronta di classe.

Le imprese incassano otto miliardi di ulteriori agevolazioni fiscali dopo un'enorme abbuffata di profitti. Che si aggiungono alle passate regalie sull'IRES, e ai nuovi sussidi per la ZES (Zona Economica Speciale). Le banche, che hanno incassato nell'ultimo biennio più di cinquanta miliardi di utili netti, hanno la possibilità di scegliere se e quanto pagare allo Stato. Nel caso optino per sbloccare le proprie riserve patrimoniali a favore degli azionisti, pagheranno un'aliquota del 27,5% una tantum invece del 40%, con uno sgravio fiscale enorme. Nel caso non sblocchino le proprie riserve patrimoniali non pagheranno nulla, al di là di una minuscola aliquota IRAP maggiorata del 2% (dal 4,65% al 6,65%).

“Nessuna tassa sugli extraprofitti, il contributo è volontario” si è affrettato a rassicurare il governo. E così è. Una tassazione à la carte.
Gli undici miliardi di entrate da banche e assicurazioni indicate come copertura a bilancio sono dunque virtuali. Una variabile dipendente di scelte e calcoli dei banchieri. Che naturalmente scaricheranno sui correntisti i propri eventuali contributi fiscali “volontari”. E se per caso i contribuenti “volontari” non verseranno? Ci penserà il governo a colmare il buco con nuovi tagli sociali, a spese dei salariati e della popolazione povera.

Che il capitale finanziario sia la bussola di riferimento del governo emerge dall'impianto di fondo dell'intera manovra.
La manovra ruota infatti attorno all'obiettivo del rientro delle finanze pubbliche entro la soglia del 3% di deficit.

Perché la centralità di tale obiettivo? Perché è la condizione per superare la cosiddetta procedura d'infrazione dell'Unione Europea. E perché è fondamentale archiviare la procedura? Per due ragioni tra loro combinate. La prima, di natura generale, è garantire a futura memoria la piena solvibilità del debito pubblico italiano agli occhi degli acquirenti dei titoli di Stato (in larga misura banche, compagnie di assicurazione, fondi finanziari...): rassicurandoli sul fatto che potranno contare sulla regolarità del rimborso statale con relativi interessi (quasi cento miliardi ogni anno). Naturalmente con risorse pubbliche, e a carico dei salariati.

La seconda ragione è che solo archiviando la procedura d'infrazione il governo potrà ricorrere ai prestiti europei per investire in armamenti. Un 1,5% del PIL in più, totalmente a debito (che andrà ripagato), fuori bilancio. Una clausola pattuita dai governi imperialisti dell'Unione Europea nel quadro della grande corsa al riarmo, sotto la pressione di Donald Trump.

È la clausola che consentirà al governo italiano di aumentare la spesa militare di 15-20 miliardi nel prossimo triennio, di cui quasi quattro nel solo 2026: l'unica vera spesa pubblica in espansione della Legge di Stabilità dei patrioti. Per garantirla il governo ha applicato una rigorosa politica di austerità, tutta incentrata sull'inseguimento del record in fatto di avanzo primario (lo scarto fra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito). I complimenti a Meloni e Giorgetti da parte delle agenzie di rating e persino del Fondo Monetario sono dunque del tutto meritati.

Il governo sbandiera misure a vantaggio del ceto medio, di lavoratori dipendenti e di pensionati. Ma è una truffa in piena regola. La riduzione dell'aliquota IRPEF dal 35% al 33% nella soglia compresa fra i 28000 euro e i 50000 euro si traduce in cifre irrisorie: 20 euro annui per chi ha 29000 euro di reddito (1,70 euro al mese) e 440 euro annui per chi guadagna 50000 (36,70 euro mensili). Il nulla.
La cedolare secca tra il 5% e il 10% sugli aumenti contrattuali per i salariati del privato si traduce in circa 15 euro mensili per uno stipendio netto di 1600 euro: nemmeno il 10% della pesante riduzione generale del potere d'acquisto dei salari italiani (-9% sul 2021).

Un salasso senza paragoni in Europa, alimentato anche dalla gigantesca rapina dello Stato sul lavoro dipendente attraverso il meccanismo del fiscal drag: 25 miliardi pagati dai salari alle casse pubbliche per via degli effetti fiscali dell'inflazione, usati per sussidiare i padroni e pagare i banchieri.

Quanto alle pensioni, le minime sono maggiorate di 20 euro mensili (poco più di 10 euro netti), un insulto alla loro miseria. Mentre l'aumento dell'età pensionabile oltre la soglia dei 67 anni, e verso ormai i 70 anni, dimostra una volta di più che il sistema pensionistico continua a fare da bancomat per tutelare il debito pubblico da pagare al capitale finanziario.
Erano quelli che dovevano “abolire la Fornero”. I tagli ai ministeri (8 miliardi nel triennio) vanno nella stessa direzione, e completano il quadro.

Contro il governo e il padronato è necessaria e urgente una mobilitazione vera. Non serve l'eterna carta di doglianze di Maurizio Landini. È necessaria una piattaforma di rivendicazioni unificanti, a partire dalla richiesta di un forte aumento generale dei salari per tutti i lavoratori e le lavoratrici, privati e pubblici.
La subordinazione sindacale alle richieste di Confindustria in tema di salari (cuneo fiscale, detassazione degli aumenti, ecc.) è servita in questi anni solamente a scaricare sulla fiscalità generale il tema del salario, a scassare la progressività dell'IRPEF, a risparmiare i profitti padronali.

È ora di voltare pagina. Una piattaforma di lotta generale che parta dalla centralità della rivendicazione salariale a carico dei profitti, dalla cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, da una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, è il passo necessario di una grande riscossa del lavoro. E anche di una svolta sociale più generale.

Milioni di giovani e giovanissimi nelle ultime settimane hanno invaso strade e piazze come non avveniva da un quarto di secolo. L'hanno fatto per la Palestina. Ma anche per segnalare la propria disponibilità alla ribellione contro l'ingiustizia della propria condizione e contro l'assenza di futuro. La classe operaia e le sue organizzazioni debbono prendere la testa di questo moto di indignazione e dare ad esso una prospettiva. Una vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati diventerebbe il riferimento centrale per milioni di studenti in movimento, un volano della loro coscienza politica, la leva di un cambio generale di scenario.
È il caso di dire: se non ora, quando?

Partito Comunista dei Lavoratori

Manifestazione contro la chiusura della Speedline di S. M. di Sala (Ve)

 


Solidarietà di lotta ai lavoratori e lavoratrici da parte del PCL. Contro chiusure e licenziamenti occupare, espropriare, nazionalizzare. Costruiamo lo sciopero generale di massa e continuativo

Testo distribuito nella giornata di domenica 19 dicembre, alla manifestazione dei lavoratori e delle lavoratrici della Speedline di Santa Maria di Sala, in provincia di Venezia. La multinazionale svizzera Ronal, proprietaria dello stabilimento che produce cerchi in lega per auto, ha annunciato la chiusura del sito entro il 2022, indicando la volontà di delocalizzare la produzione in Polonia. Vengono così colpiti 800 lavoratori, di cui 500 diretti, 100 in somministrazione e 400 dell’indotto. Nell'occasione è stato distribuito anche l'appello "Unire le lotte contro i licenziamenti"


Non si ferma l’avidità di profitti e l’arroganza padronale: altre centinaia di lavoratori e lavoratrici colpiti dal terribile annuncio della chiusura e della delocalizzazione della loro fabbrica. Non dobbiamo permetterlo!

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria e totale incondizionata solidarietà e sostegno ai lavoratori e lavoratrici della Speedline, impegnati in una dura vertenza che non può e non deve rimanere isolata.

La notizia della sospensione della procedura di delocalizzazione da parte della Ronal, solo per il periodo della trattativa, è di sicuro positiva, ma non basta! I lavoratori dovranno tenere alta la guardia! bisogna evitare che nella fase di discussione si inserisca il solito canovaccio che tristemente ha accompagnato quasi tutte le vertenze di questi anni: ammortizzatori sociali, ridimensionamenti accompagnati da buone uscite - tra l’altro anche in Speedline negli ultimi 15 anni ci sono stati ridimensionamenti fatti digerire ai lavoratori - e alla fine false promesse di re-industrializzazione, come successo in Whirlpool.

I lavoratori e le lavoratrici della Speedline non hanno che da contare sulla loro forza organizzata, cercando di collegarsi alle altre vertenze che sono in campo a livello nazionale. Come possono i lavoratori fidarsi delle istituzioni? Le stesse che sostengono un governo che sta varando una manovra di bilancio lacrime e sangue, in cui anche l’emendamento inserito sulle delocalizzazioni, contestato giustamente dalla stessa FIOM, non dà alcuna garanzia per i lavoratori e nei fatti agevola le imprese a fare quel che gli pare: una vera truffa! Le stesse istituzioni che esprimono un sindaco che si permette di offendere i rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici!

Bisogna allora ripartire dalla centralità del movimento operaio e dalla sua autonomia rispetto a chi negli anni ha tradito le ragioni di classe e le esigenze dei lavoratori e delle lavoratrici, unificando le diverse vertenze tra loro separate e disperse: dalla Caterpillar alla Saga Coffe, da quelle della logistica all’Alitalia, alla Whirlpool e tutte le lotte e resistenze in corso.

A partire dall'iniziativa avanzata di lotta dei lavoratori della GKN contro i licenziamenti e contro le delocalizzazioni, bisogna rivendicare la nazionalizzazione sotto il controllo di chi ci lavora delle aziende che licenziano e chiudono e costruire un percorso di coordinamento e unificazione tra settori lavorativi e territori diversi.

• Uniamo le lotte, i padroni si fanno forza delle nostre divisioni!
• Costruiamo un’assemblea nazionale di delegati/e per condividere i percorsi di lotta!!
• Apriamo casse di resistenza per sostenere gli scioperi, le vertenze e le occupazioni!
• Via le leggi di precarizzazione del lavoro! Basta col lavoro somministrato!
• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40! Il lavoro va diviso tra tutte e tutti!
• Salario medio garantito di 1500 euro mensili a tutte le categorie di lavoratori! Basta salari da fame!
• Tutela sotto il controllo di chi lavora della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro!
• Abolizione della legge Fornero, diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro!
• Facciamo pagare la crisi a chi non ha mai pagato, patrimoniale del 10% sul 10% più ricco!

Lo sciopero generale del 16 dicembre proclamato dalla CGIL e alla UIL, nonostante la debolezza della piattaforma e dei limiti del suo percorso di costruzione, è stato un momento importante di lotta, ma non sufficiente: dobbiamo lanciare una vertenza generale, dando centralità al tema delle delocalizzazioni, dei licenziamenti e delle chiusure aziendali, e avanzare la necessità della rivendicazione di uno sciopero generale vero, unitario, prolungato e di massa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciopero generale del 16 dicembre non basta!

 


Per uno sciopero generale prolungato su una piattaforma di lotta unificante. Attraversare il 16 dicembre con una proposta di svolta vera

CGIL e UIL si sono decise a proclamare lo sciopero generale per la giornata del 16 dicembre. Uno sciopero generale contro la Legge di Stabilità del governo è di per sé un fatto positivo. Tanto più a distanza di sette anni dall’ultimo sciopero generale confederale (12 dicembre 2014), e a fronte di un governo Draghi idolatrato da tutta la stampa borghese e dalla UE come salvatore della nazione (“il governo dei migliori”).

Di certo non mancano le ragioni per scioperare contro Draghi e Bonomi. Dopo due anni di pandemia la sanità pubblica è l’ultima voce di spesa, mentre si liberalizza ulteriormente la sanità privata, si sbloccano i licenziamenti, si peggiora il reddito di cittadinanza, si prevede una riforma fiscale che non dà nulla a lavoratori e pensionati; mentre si taglia l’IRAP, si bloccano i contratti del pubblico impiego a partire dalla scuola, si annuncia il “ritorno alla normalità” in fatto di pensioni, cioè una legge Fornero a pieno regime. PNRR e la Legge di Stabilità sono in realtà grandi operazioni a debito a tutto vantaggio di imprese e banche e a carico dei salariati.

Ma proprio per questo lo sciopero del 16 dicembre è del tutto inadeguato. Innanzitutto, lo sciopero giunge tardi rispetto ai tempi di una Legge di Stabilità in dirittura d’arrivo. Ma soprattutto lo sciopero giunge male, dopo l’avallo fornito da CGIL, CISL e UIL allo sblocco dei licenziamenti, la gestione disastrosa di tante vertenze aziendali (da Whirlpool ad Alitalia), persino l’assenza di una seria campagna di massa per la massima estensione della vaccinazione. Su ogni terreno la burocrazia sindacale ha assicurato a padronato e governo la pace sociale. Il risultato è che nei due anni di pandemia i padroni hanno incassato 170 miliardi dai governi in carica e hanno visto impennarsi il valore di Borsa delle proprie azioni, mentre i salari sono in picchiata, un milione di lavoratori precari sono stati buttati per strada, la precarietà del lavoro dilaga con la cosiddetta “ripresa”, si moltiplicano gli omicidi bianchi nelle fabbriche, le delocalizzazioni restano all’ordine del giorno (GKN). Tutto questo dimostra non solo la crudeltà della società borghese, ma anche la subalternità delle burocrazie sindacali, il completo fallimento della loro politica di collaborazione di classe e dei gruppi dirigenti che ne sono responsabili.

Non basta allora uno sciopero generale simbolico, che serva unicamente a informare che un sindacato esiste, e a prenotare un prossimo incontro con Draghi. Occorre uno sciopero generale vero, unitario, di massa, a carattere prolungato, che segni una svolta radicale del movimento operaio e sindacale. Che apra una stagione nuova di mobilitazione e conflitto sociale, attorno ad una piattaforma di lotta indipendente, a partire da alcune rivendicazioni centrali:

• Blocco dei licenziamenti, occupazione delle aziende che licenziano (come in GKN) e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori;
• Coordinamento nazionale di tutte le vertenze e lotte di resistenza a difesa del lavoro;
• Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e di tutte le esternalizzazione, e regolarizzazione dei lavoratori precari. A pari lavoro pari diritti;
• Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazione di genere nei luoghi di lavoro;
• Il lavoro che c’è va ripartito fra tutti, attraverso una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga. 30 ore pagate 40;
• Abolizione della legge Fornero. Diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro;
• Un grande piano di nuovo lavoro in opere sociali di pubblica utilità, a partire dal risanamento ambientale: riassetto idrogeologico del territorio, bonifiche, riparazione della rete idrica, messa in sicurezza antisismica del patrimonio edilizio;
• Raddoppio dell’investimento nella sanità pubblica, con l’esproprio di quella privata, e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale: per ricostruire la medicina territoriale, fare una seria azione di tracciamento, moltiplicare le sedi di vaccinazione;
• Una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e la cancellazione del debito pubblico verso le banche con la loro nazionalizzazione, come fonte di finanziamento di tali misure. Paghi chi non ha mai pagato.

È importante che la giornata di sciopero del 16 dicembre sia attraversata dalla rivendicazione di uno sciopero generale vero. È importante che tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe convergano sulla giornata di sciopero per portarvi una proposta di svolta, contro la recita delle burocrazie sindacali. È importante costruire una assemblea nazionale di delegati per definire il percorso di lotta e di mobilitazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: 4 DICEMBRE NO DRAGHI DAY - CORTEO A BOLOGNA

 


Sabato 4 dicembre

giornata nazionale di mobilitazione del sindacalismo di base e conflittuale, contro le politiche del Governo Draghi

Bologna CORTEO Concentramento ore 10.00 P.zza dell'unità – Bologna

 






Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale e di base, con la sua piattaforma di lotta, ha individuato con precisione i temi sui quali proseguire la mobilitazione che escono rafforzati dai nuovi provvedimenti presentati da Draghi, che ne confermano l’indirizzo fortemente antipopolare.   

ü PPer investimenti pubblici nei settori chiave della vita sociale, come sanità, scuola e trasporto pubblico locale, fondamentali oltre ai necessari vaccini per contrastare la diffusione della pandemia

ü CContro le misure economiche del governo Draghi che confermano la linea politica dell’aumento delle disuguaglianze anziché ridistribuire la ricchezza, garantire un reddito dignitoso a tutti, adeguare i contratti e le pensioni al reale costo della vita.

ü CContro licenziamenti, precarietà, Legge Fornero, privatizzazioni e delocalizzazioni.

ü CContro l’autonomia differenziata destinata ad aumentare le differenze territoriali e sociali.

Per la giustizia climatica e sociale



ADL COBAS, COBAS CONFEDERAZIONE, SGB, SI COBAS, USB, USI-CIT


 

I giovani e le pensioni

 


Le ragioni di uno sciopero generale, vero, unitario, di massa

Governo e Confindustria, col sostegno di tutta la stampa padronale, motivano il ritorno alla “normalità” della legge Fornero con l'interesse delle giovani generazioni. È lo schema collaudato degli ultimi quarant'anni: non potendo raccogliere il consenso sulla barbarie delle proprie misure antioperaie, le motivano con argomenti obliqui. È stato così per la soppressione della scala mobile nel 1992, per la riforma contributiva del sistema pensionistico nel 1995, per la legge Fornero nel 2011, per l'abolizione dell'articolo 18 nel 2014. Come anche per le privatizzazioni industriali e nei servizi. Da quarant'anni a questa parte tutto è stato fatto “per i giovani”. Ma in quarant'anni i giovani sono progressivamente invecchiati, nel mentre venivano spogliati, uno dopo l'altro, di tutti i diritti strappati dalle generazioni precedenti. E ora che sono invecchiati, vengono additati come privilegiati, in debito verso chi? Verso... “i giovani”, naturalmente. Così ricomincia la giostra.

È di nuovo il turno delle pensioni. Dopo l'elemosina di quota 100 – che non cancellava affatto la riforma Fornero – il governo annuncia il ritorno della legge a pieno regime. Ancora una finestrella per 10.000 lavoratori (la quota 102 per il 2022), poi tutti in pensione a 67 anni.
Ma il governo non aveva detto che «è l'ora di dare e non di togliere»? Certo, ma non aveva specificato a quale classe togliere e a quale classe dare. Ora è più chiaro, per chi non avesse capito o chi avesse fatto finta di non capire. Il governo toglie il diritto al riposo a chi ha lavorato quarant'anni, dopo una vita di sacrifici e rinunce. E dà il ricavato al pagamento del debito pubblico, quello che incassano (coi relativi interessi) le grandi banche e compagnie di assicurazione, italiane ed estere, che hanno investito in titoli di Stato. È lo stesso capitale finanziario con cui si indebita l'Unione Europea per finanziare il Recovery Fund. Fondi presi a prestito, a loro volta girati agli industriali e ai banchieri. Il parassitismo finanziario della società borghese è il sole attorno a cui girano i pianeti. Pensioni, sanità, scuola, diritti sono solo il bancomat dei parassiti.

I giovani sono le prime vittime di questa operazione fatta contro i loro padri e nonni. Con un sistema pensionistico contributivo, li attende una pensione da fame dopo una vita di lavoro sempre più precaria, grazie al dilagare dei contratti usa e getta di cui i padroni dispongono a propria scelta come in un supermercato; e sempre più lunga, perché i 67 anni slittano progressivamente verso l'alto col crescere della cosiddetta aspettativa di vita. Laddove l'aspettativa dovesse calare, magari a causa di una pandemia, non cala l'età pensionabile. La scala è solo verso l'alto, mai verso il basso. Il capitale finanziario viene messo al riparo da ogni inconveniente, grazie a questa clausola di garanzia. È l'intera classe lavoratrice che viene chiamata a pagare il conto.

Sono tutte ragioni più che sufficienti per rivendicare uno sciopero generale contro il governo Draghi. Uno sciopero generale vero, unitario, di massa, di tutti i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore e categoria. Le burocrazie sindacali che hanno già regalato al governo lo sblocco dei licenziamenti vogliono sventolare bandiera bianca anche sulla Legge Fornero?
Quando nel 2011 la burocrazia CGIL diede il proprio lasciapassare alla legge dietro la copertura penosa di tre ore di sciopero, Maurizio Landini, allora capo della FIOM, disse che era un errore. Cosa vuol fare ora il segretario della CGIL di fronte a un governo che considera la legge Fornero una normalità? Non si ripeta la farsa delle tre ore, o di iniziative territoriali a macchia di leopardo per salvarsi l'anima. È necessaria e urgente una mobilitazione vera, che metta sul campo la forza di milioni di salariati, per cancellare la legge Fornero. Tutti i sindacati di classe dovrebbero incalzare la CGIL mettendo la sua direzione di fronte alle proprie responsabilità. Certo se la CGIL farà ammuina, il fronte unitario di lotta andrà promosso dal basso con tutte le forze disponibili.

L'abolizione della legge Fornero, il diritto alla pensione a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro, la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, la ripartizione tra tutti del lavoro esistente attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore a parità di salario, sono parte decisiva di una piattaforma generale di lotta contro il governo e il padronato. E vanno combinati con la rivendicazione della cancellazione del debito pubblico verso il capitale finanziario e la conseguente nazionalizzazione delle banche. Solo una grande ripresa della lotta di massa su una piattaforma unificante e indipendente può ribaltare i rapporti di forza e aprire dal basso una stagione nuova. Il posto della giovane generazione è più che mai all'interno di questo fronte.

Partito Comunista dei Lavoratori

Uniamo le lotte attorno ad un programma anticapitalista e rivoluzionario!

Un governo padronale di cartapesta si regge sul sostegno di Maurizio Landini, a tutto vantaggio di Matteo Salvini (e Meloni). L'intero scenario politico si riassume in questa verità

15 Gennaio 2020
Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.


IL CAPITALE INGRASSA, I LAVORATORI PAGANO

Quanto alle politiche di bilancio, hanno onorato fedelmente i patti europei. Quattordici miliardi versati nel Fondo europeo di stabilità, una cassa di mutuo soccorso del capitale finanziario di tutta Europa a carico dei lavoratori di tutta Europa. Ventitré miliardi per disinnescare le clausole Iva nel 2020, ed altri quarantasette miliardi per disinnescare quelle del 2021 e 2022, in omaggio alle richieste dei creditori. Altri sette miliardi versati in forme diverse nel portafoglio delle imprese, le stesse che nel solo 2019 hanno fatto in borsa 21 miliardi di capitalizzazione e dividendi, cui si aggiungono un altro miliardo di soldi pubblici a beneficio dei grandi azionisti della Banca Popolare di Bari, ed altri miliardi annunciati a vantaggio di quegli acquirenti privati di ex Ilva e Alitalia, che già pongono come condizione d'acquisto nuove migliaia di esuberi e licenziamenti.

Chi paga il conto di tanta manna? I lavoratori e le lavoratrici: penalizzazione dei contratti pubblici, nulla su scuola e università, nulla in fatto di investimenti pubblici in opere sociali e risanamento ambientale (alla faccia della retorica sul clima!), mentre si fanno altri quattordici miliardi di deficit sul mercato finanziario da ripagare in futuro con tagli annunciati. Il tutto mascherato come in passato da piccole mance caritatevoli: una riduzione irrisoria del cuneo fiscale senza che i padroni versino un euro, il pannicello caldo del superamento del superticket in una sanità pubblica che resta allo sfascio, i bonus per gli asili nido in un paese che non conosce asili in quasi tutto il Mezzogiorno. L'unica differenza è che le mance sono più esigue di quelle non meno ingannevoli del passato.


MAURIZIO LANDINI, LA GUARDIA DEL CORPO DI CONTE

Il punto è che tutta questa politica non si regge sulla forza politica del governo. Il governo è anzi sotto ogni profilo un governo dai piedi di argilla che vive alla giornata, preso in ostaggio dalla disgregazione interna del M5S, dai rilanci destabilizzanti di Matteo Renzi, dalla crisi irrisolta del PD. La politica padronale si regge sulle spalle della sinistra. Di tutta la sinistra parlamentare, a partire da Sinistra Italiana di Fratoianni, che aveva giurato sei mesi fa “mai più col PD” e che oggi si ritrova al governo con Renzi. Ma soprattutto della burocrazia dirigente della CGIL, Maurizio Landini in testa, che offre al governo la propria ciambella di salvataggio attraverso l'ennesima proposta di “patto col governo e con le imprese”, un rilancio in grande stile della concertazione con l'avversario. Per di più nel momento in cui il governo perpetua tutte le misure di precarizzazione del lavoro, e i padroni rifiutano persino di discutere gli aumenti contrattuali rivendicati dai metalmeccanici. Il tutto accompagnato dalla rinuncia a qualsiasi mobilitazione vera, mascherata con la farsa innocua di qualche comizio ad uso telecamere.

Ecco, il governo del capitalismo italiano si regge su Maurizio Landini. Quello che dieci anni fa era l'eroe della sfida a Marchionne e che tutta la sinistra cosiddetta radicale (non noi) elevava a feticcio è diventato la guardia del corpo di Conte. E purtroppo la prostrazione umiliante della CGIL non ha solamente conseguenze sindacali, ma politiche, e di prima grandezza. Alimenta la ripresa di Salvini, e la scalata di Meloni, presso larghi settori di classe lavoratrice. E priva i movimenti democratici contro Salvini (le “sardine”) di un riferimento sociale di classe favorendo la loro subordinazione al PD.

Non c'è svolta possibile dello scenario italiano senza chiamare in causa la politica della burocrazia CGIL. Non è una questione sindacale, ma politica. Salvini non avrebbe la forza che ha tra i lavoratori senza il lasciapassare, a suo tempo, alla legge Fornero. Né oggi conoscerebbe la ripresa che ha senza la politica subalterna e passiva della principale organizzazione di massa del movimento operaio italiano.


PER UNA PIATTAFORMA DI LOTTA GENERALE, PER UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE

Occorre dunque un cambio di rotta e direzione. Questo cambio va costruito in ogni singola lotta di resistenza, spesso oggi isolata e abbandonata a sé stessa. Ma va costruito anche e soprattutto dando battaglia ovunque per un'altra prospettiva generale. La grande lotta dei ferrovieri, degli insegnanti, degli infermieri, in Francia, nonostante anche lì una (diversa) resistenza delle burocrazie, indica le potenzialità di una alternativa. È falso che i lavoratori sono deboli, che le lotte siano destinate alla sconfitta. È vero invece che 17 milioni di salariati in Italia sono una forza enorme, che va semmai organizzata e impiegata, facendo emergere una piattaforma di lotta unificante, ponendo il tema di uno sciopero generale prolungato per sostenerla e di una grande assemblea nazionale di delegati eletti per approvarla. Il PCL si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni organizzazione sindacale di classe perché questa alternativa emerga, conquisti settori crescenti dell'avanguardia, sappia imporsi all'attenzione della grande massa dei lavoratori e delle lavoratrici.

È necessario che il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, emerso dalla grande assemblea del 7 dicembre, investa in questo lavoro. Finalmente si è prodotto un fatto unitario a sinistra, contro la logica settaria della frammentazione dell'iniziativa di avanguardia, o peggio ancora di veti incrociati e preclusioni reciproche. Ma ora occorre che l'unità d'azione diventi per l'appunto azione. Le campagne unitarie per la riduzione dell'orario, per la nazionalizzazione delle aziende che licenziano ed inquinano, per la cancellazione dei decreti sicurezza, per il ritiro delle missioni militari, possono dare un contributo importante, se sono sviluppate in una direzione coerentemente anticapitalista e se sono investite in una battaglia vera, concentrata, di massa in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato di classe, in ogni movimento progressivo.

Come PCL ci batteremo per questo. Abbiamo contribuito in modo determinante alla nascita del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione, contro resistenze settarie o timidezze. Ci batteremo ora con ugual vigore perché il campo dell'unità d'azione si allarghi e perché cresca nell'avanguardia l'influenza politica di un programma di rivoluzione.
La costruzione e il rilancio del Partito Comunista dei Lavoratori sono per questo tanto più indispensabili.
La ritirata è finita. Inizia una stagione nuova.
Marco Ferrando

Assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione







Dopo le importanti adesioni, nei giorni scorsi, di Potere al Popolo!, Fronte Popolare, La Città Futura, Democrazia Atea, Laboratorio Politico Iskra, e l'annuncio della partecipazione del Partito della Rifondazione Comunista, hanno comunicato la loro adesione all'iniziativa del 7 dicembre a Roma anche le seguenti organizzazioni:

Resistenze Internazionali

Collettivo Guevara

Collettivo marxista rivoluzionario “Assalto al cielo”

Risorgimento Socialista-Lega dei Socialisti

Associazione culturale Casa Rossa - Spoleto

Collettivo Syntagma - Milano

Circolo ARCI Interzona Fuori Luogo - Torino

Cobas Pubblico Impiego - Comune di Cologno Monzese



Per adesioni: assemblea7dicembre2019@gmail.com

Unire le lotte! Contro un governo padronale! Contro le destre reazionarie!

10 Novembre 2019
Roma, 7 dicembre, ore 10:00, Teatro de' Servi
Il governo Conte bis è un governo dei poteri forti, nazionali ed europei, col sostegno del capitale finanziario e del Vaticano. Il PD è il loro punto di riferimento organico, il M5S un utile comprimario, per di più capace di assumere su alcune tematiche posizioni ancor più di destra. La legge di stabilità è il loro manifesto: riduzione del cuneo fiscale senza che i padroni paghino un euro, e dunque a carico dei lavoratori; ripristino e allargamento delle agevolazioni fiscali a vantaggio dei profitti; rispetto ossequioso del Patto di stabilità concordato con la UE. Nel mentre resta intatto tutto il lavoro sporco dei governi precedenti: Jobs Act, Legge Fornero, decreti sicurezza contro i migranti e le lotte dei lavoratori, accordi con la Libia, autonomia differenziata.

Se la soddisfazione per la caduta del governo M5S-Lega, un governo reazionario e liberticida, è ben comprensibile, non c’è davvero alcuna ragione (un vero paradosso) per esultare a sinistra, come pure è avvenuto da parte di alcune organizzazioni, per la nascita di questo nuovo governo padronale. Ma paradosso ancora più tragico è che il governo si regge sul sostegno diretto delle direzioni sindacali e sul coinvolgimento della sinistra parlamentare. Ciò che regala alle destre peggiori, Salvini e Meloni, un ampio spazio di demagogia reazionaria presso gli strati popolari in funzione della propria rivincita. Come sempre, il “meno peggio” spiana la strada al peggio. Lo stesso risultato delle elezioni regionali in Umbria conferma questa verità.

C'è allora urgente bisogno di ricostruire un'opposizione di massa al governo Conte dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici. Un'opposizione radicale e senza equivoci. Un'opposizione che punti a unire tutto ciò che padroni e governo vogliono dividere, a partire dalle lotte di resistenza a difesa del lavoro (ex Ilva, Whirlpool...) per contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista. Una opposizione che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista. Una opposizione che possa diventare riferimento utile per connettere i movimenti sociali, ambientalisti, femministi, contro la repressione e la reazione, a partire dal movimento contro il cambiamento climatico e di quello delle donne, dando continuità alle mobilitazioni di novembre. Una opposizione che possa saldare attorno alla classe lavoratrice la più vasta insoddisfazione popolare sbarrando la strada alla destra.

In funzione di questa prospettiva, e su queste basi di chiarezza, riteniamo necessaria la più vasta unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, sociali e politiche (comuniste, socialiste, anticapitaliste, libertarie). Per coordinare l'azione nelle lotte e unire nelle lotte il nostro campo sociale.


Per questo promuoviamo un'ASSEMBLEA UNITARIA DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE, per affermare questo impegno unitario e quale occasione di confronto, iniziativa, mobilitazione.

Roma, 7 dicembre, presso il Teatro de' Servi (Via del Mortaro 22), dalle ore 10:00



Promotori:

Partito Comunista dei Lavoratori
Partito Comunista Italiano
Sinistra Anticapitalista






La crisi politica italiana si avvita

Il M5S si candida a partito centrale del capitale

Dopo il voto del 4 marzo, la crisi politica italiana resta irrisolta. La Seconda Repubblica è caduta, ma la Terza Repubblica è ancora lontana dal delineare i propri equilibri. Il vecchio centro politico borghese, rappresentato in forme diverse dal PD e da Forza Italia, è crollato sotto il peso della prolungata gestione delle politiche d'austerità negli anni della grande crisi, e del fallimento impietoso del renzismo. Ma i grandi vincitori del 4 marzo – Movimento 5 Stelle e Lega - che hanno sicuramente capitalizzato quel crollo, faticano a trovare un quadro d'intesa. La Lega ha difficoltà a scaricare Berlusconi, perché non vuole disarmare la propria forza negoziale verso il M5S, e perché punta ad ereditarne i voti. Il M5S non può caricarsi sulle spalle la zavorra del Cavaliere, correndo il rischio di una immediata precipitazione d'immagine. Mentre il PD è attraversato da una guerra per bande di difficilissima composizione, e dagli esiti potenzialmente mortali.
In questo quadro, a un mese e mezzo dal voto, la Presidenza della Repubblica si trova in mano un pugno di mosche. Nessuna soluzione politica si è delineata, neppure in termini provvisori, mentre un rapido ritorno alle urne, con una legge elettorale immutata, rischierebbe di riproporre la medesima paralisi in un quadro ulteriormente logorato e drammatizzato. Da qui il possibile tentativo di una soluzione istituzionale della crisi nella forma del cosiddetto governo del presidente: quello per cui cui la Presidenza della Repubblica si erge al di sopra delle contraddizioni irrisolte tra le forze parlamentari per forzarle a un accordo sotto la propria garanzia e supervisione, avanzando direttamente una propria proposta di premier e di programma. Ma quale sarebbe la base parlamentare di appoggio di questo ipotetico governo, e quale il livello di coinvolgimento in esso dei partiti vincitori del 4 marzo? Una soluzione Monti, con ministri tecnici, appare sepolta dall'esperienza Fornero, mentre un coinvolgimento di Lega e M5S riproporrebbe i problemi irrisolti di bilanciamento ed equilibrio politico. In ogni caso, se a questo si arrivasse (e non è escluso), sarebbe una soluzione politica di breve durata, in attesa di nuove elezioni.


DI MAIO SI OFFRE AL GRANDE CAPITALE

Ma se è vero che il ginepraio della crisi politica non ha ancora trovato uno sbocco, è anche vero che è già ricchissimo di indicazioni. Una in particolare: è emersa nella forma più clamorosa il vero volto del Movimento 5 Stelle.

Tonnellate di demagogia sparse a piene mani in questi anni sono state smentite in pochi giorni. Il partito che rifiutava le alleanze coi partiti offre alleanze intercambiabili ad ogni partito. Il partito che anteponeva il programma alle poltrone è disposto a negoziare ogni programma pur di ottenere la poltrona decisiva: quella di Presidente del Consiglio. Più precisamente la presidenza di Luigi Di Maio. Se il PD accetta Di Maio premier, Di Maio è prontissimo a fare il governo col PD (Renzi incluso). Se è Salvini ad accettare Di Maio premier, Di Maio farà il governo con Salvini, campione xenofobo del centrodestra. Insomma, la più cinica spregiudicatezza in funzione di un obiettivo di potere, secondo la scuola consumata della tradizione borghese. Sarebbe questo il nuovo che avanza?

Ma non si tratta semplicemente di una spudorata disinvoltura. Si tratta di altro. Il nuovo corso di Luigi Di Maio candida il M5S a partito centrale della borghesia italiana, ad architrave della Terza Repubblica. Di fronte al crollo del vecchio centro politico borghese (PD e Forza Italia), il M5S si presenta al capitale finanziario, italiano ed europeo, come nuovo asse di riferimento: l'unico che può portargli in dote un consenso elettorale di massa, ed in particolare il controllo del Meridione. È l'obiettivo - sicuramente ambizioso - di una nuova DC. Il posizionamento politico centrale tra Lega e PD serve ad incarnare questo ruolo. Il profilo politico responsabile e istituzionale del M5S è l'abito pubblico di questo disegno.

Non è un obiettivo improvvisato. La Casaleggio Associati ha promosso con cura e da tempo l'interlocuzione con Confindustria, con i grandi azionisti, con i fondi esteri, con le ambasciate straniere, a partire dagli ambienti UE ed USA. A tutti ha offerto garanzie e fedeltà, in cambio di un riconoscimento politico. Questo è il vero “contratto di programma” di cui parla Di Maio: non un foglietto di impegni da esibire a Porta a Porta, di berlusconiana memoria - quella può essere al più la veste scenica, ma un patto sociale e politico con il capitalismo italiano e i suoi alleati nel mondo.
Alla UE viene offerta la garanzia della riduzione del deficit (entro l'1,5) e l'abbattimento del debito pubblico attraverso il suo pagamento (ben 40 punti di riduzione del debito pubblico sul Pil in dieci anni, più di quanto previsto dal Fiscal Compact). Agli USA viene garantita la fedeltà incondizionata al Patto Atlantico, con tutto ciò che ne consegue. Perché rifiutare l'occasione di tanta grazia?


IL GRANDE CAPITALE CAMBIA CAVALLO

La borghesia infatti risponde. Confindustria dichiara che il M5S è «una possibile opportunità». La Fiat (Marchionne) che «non c'è ragione di avere paura». La CEI che «c'è bisogno di una soluzione nuova». Tutti i poteri forti inviano propri emissari al convegno annuale della Casaleggio Associati a Ivrea per attivare relazioni, aprire canali, depositare richieste. Il padronato ha cambiato cavallo.

Tutto ciò ha un suo riflesso politico: la grande stampa borghese si è espressa a favore di un governo M5S-PD. Di Maio come presidente, il PD come controllore. La polemica con la parte renziana del PD che vorrebbe restare all'opposizione (per salvare se stessa) ha questo segno: “Il PD non deve arroccarsi, deve farsi coinvolgere, non può ignorare l'interesse nazionale per interessi di parte”. L'interesse nazionale è improvvisamente diventato Di Maio. Uno che ha dato garanzie affidabili al capitale, l'unico che può assicurargli la base di sostegno del 32% dei voti. Il PD deve solo arginare eventuali esuberanze residuali del nuovo centro pentastellato, mettendosi a sua disposizione. È non a caso la soluzione preferita da Mattarella, ed è la prima soluzione che lo stesso Di Maio ha proposto («senza preclusioni» per Renzi).


IL BLUFF DEL M5S È SVELATO

È vero, questa soluzione, per quanto preferita, è in realtà assai difficile. Sia per l'esiguità dei numeri parlamentari di una simile maggioranza (nonostante l'apporto già garantito del drappello di LeU), sia per le resistenze del campo renziano, molto forte al Senato, sia per il travaglio interno di un PD che fatica a trovare un asse alternativo di direzione. Il paradosso è che solo Renzi potrebbe intestarsi una svolta "aperturista" verso il M5S che possa essere gestita dal PD.

Ma resta, in ogni caso, il dato di fondo. Comunque vadano le cose, milioni di lavoratori e lavoratrici hanno votato il M5S come strumento di cambiamento, e si ritrovano un M5S quale strumento di conservazione. Il partito cosiddetto antisistema si candida a soluzione di sistema, mentre il famoso programma di svolta sta evaporando ogni giorno di più. Il reddito di cittadinanza si è già trasformato nel potenziamento del REI (reddito di inclusione) renziano. L'abolizione della Fornero nella sua timida “riforma”. L'abrogazione del Jobs Act è letteralmente sparita.
Il passo del gambero è rapidissimo, e tutto questo prima ancora di accedere al governo. È immaginabile il dopo.

Ecco allora la verità: il M5S ha preso milioni di voti tra gli sfruttati per portarli in dote ai loro sfruttatori. Le promesse erano solo menzogne e raggiro. Come il PCL, instancabilmente, aveva denunciato e previsto. Spesso controcorrente, anche all'interno della sinistra.
I fatti hanno la testa più dura delle parole, e spesso anche della memoria.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Militanti sindacali per una sinistra rivoluzionaria


Appello di militanti sindacali per il voto a favore delle liste di “Per una sinistra rivoluzionaria”

Da decenni le conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici, i loro diritti, il loro salario, la loro salute sono sotto costante attacco. Lo stesso vale per gli altri settori oppressi, dai giovani ai pensionati e pensionate, al popolo povero in particolare del meridione d’Italia. Le lavoratrici vedono peggiorare la loro condizione dentro e fuori dai posti di lavoro, e su di loro ricadono le conseguenze peggiori dello smantellamento dei servizi pubblici, dai nidi alla scuola e alla sanità pubbliche. Si sviluppano sistematiche campagne razziste contro i migranti per dividere i lavoratori e gli oppressi. 
Questi processi, in corso già da decenni, hanno avuto una pesante accelerazione a partire dalla crisi mondiale del capitalismo scoppiata nel 2008. 
Anche nel nostro paese abbiamo visto attaccare le grandi conquiste realizzate dai lavoratori e dalle lavoratrici con le loro grandi lotte, in particolare degli anni ’60 e ’70. 
Rispetto a questa offensiva i lavoratori e le lavoratrici non hanno visto la sinistra ufficiale, politica e sindacale, ergersi a difesa dei loro interessi. Al contrario hanno visto i riformisti di tutti i tipi complici e addirittura attori della offensiva del capitale. 
Centrodestra e centrosinistra si sono alternati nell’applicare queste politiche, spesso con i governi di centrosinistra addirittura più zelanti di quelli di destra nell’applicare le politiche volute dal grande capitale. Flessibilità e precarizzazione selvagge (pacchetto Treu e legge Biagi-Maroni), distruzione del sistema pensionistico, privatizzazioni a tappeto, aziendalizzazione di scuole e università, leggi liberticide contro i migranti (Turco-Napolitano, legge Bossi-Fini), partecipazione a guerre imperialiste (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq) e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. 
Questo riguarda anche la Lega, che oggi si erge a paladina dei diritti dei lavoratori mentre ha la responsabilità diretta delle controriforme delle pensioni (riforma Dini, “scalone” Maroni), della precarietà, del primo attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, del famigerato “collegato lavoro” di Sacconi, che sancisce la derogabilità dei contratti nazionali, solo per citare alcuni esempi. 
Con i governi Monti, e poi Letta-Renzi-Gentiloni, il PD ha poi sigillato e rilanciato all’ennesima potenza l’offensiva padronale. 
Di fronte a ciò le direzioni delle grandi organizzazioni sindacali hanno oscillato tra complicità e accettazione passiva. Non parliamo della CISL, vero e proprio sindacato padronale, ma anche della CGIL. La risposta alla riforma Fornero con l’incredibile “sciopericchio” di sole tre ore è la rappresentazione emblematica di quanto detto. Gravissima poi è stata la responsabilità di avere abbandonato la lotta contro il Jobs Act e contro la Buona scuola, che pure aveva mostrato un potenziale di massa nelle mobilitazioni dell’autunno 2014 e primavera 2015. 

Come lavoratori e militanti sindacali ci siamo impegnati in questi anni a contrastare questa deriva, e nell’opporci a una lunga serie di contratti bidone che hanno fatto ulteriormente arretrare la condizione nei luoghi di lavoro. 
Questa politica delle organizzazioni politiche e sindacali della sinistra riformista ha colpito duramente il movimento popolare permettendo lo sviluppo all’interno della classe della falsa e reazionaria risposta di organizzazione come la Lega o il Movimento 5 Stelle. 
È giunto il momento di prospettare, anche approfittando della scadenza elettorale, una vera alternativa a questa situazione. Una alternativa non basata sull’eterna riproposizione delle utopie antiliberiste (già più volte sconfitte nella partecipazione della sinistra “radicale” – PRC, PCI – alle coalizioni di centrosinistra, appoggiando misure come il pacchetto Treu, gli sgravi fiscali massicci al padronato e le missioni di guerra), ma sul richiamo ad una prospettiva anticapitalista, rivoluzionaria e socialista. 
Per questi motivi salutiamo con favore e sosterremo la presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, che indicando una serie di obbiettivi immediati e transitori nel proprio programma ci pare rispondere alle esigenze della situazione. Positiva è anche la scelta di presentare lavoratori e lavoratrici anche di diverse esperienze sindacali che in questi anni sono stati impegnati in prima persona nelle fabbriche e nelle aziende nelle battaglie sindacali e politiche prima ricordate. 
Porre rivendicazioni come la riduzione massiccia dell’orario di lavoro a parità di salario e l’abolizione di tutte le leggi di flessibilità per garantire a tutti e tutte un lavoro dignitoso a tempo indeterminato; la nazionalizzazione senza indennizzo delle grandi aziende che licenziano o inquinano; l’annullamento del debito pubblico verso le banche, ricavando molte decine di miliardi da utilizzare per la spesa pubblica; la nazionalizzazione senza indennizzo del sistema bancario e finanziario; e infine la prospettiva alternativa a tutte le combinazioni governative borghesi di un governo dei lavoratori; tutto ciò pone una prospettiva in cui ci riconosciamo. 
Per questo, pensando così di essere coerenti con la nostra battaglia di sindacalisti e sindacaliste classisti/e, invitiamo gli iscritti e le iscritte alle organizzazioni sindacali e più in generale i lavoratori e le lavoratrici a sostenere col proprio voto nelle prossime elezioni politiche le liste di “Per una sinistra rivoluzionaria”. 


Firmatari: 

Domenico Loffredo (operaio Fca Pomigliano Napoli Fiom-Cgil) 
Luigi Sorge (operaio Fca Cassino Fiom-Cgil) 
Giuseppe Violante (delegato Fiom-Cgil Maserati Modena) 
Matteo Parlati (delegato Fiom-Cgil Ferrari Modena) 
Daniele Debetto (delegato Filcea-CGIL Pirelli Settimo Torinese) 
Simona Leri (delegata Filcams-Cgil Coop Alleanza 3.0 Modena) 
Donatella Ascoli (delegata Filcams-Cgil Musei Civici Veneziani-Venezia Dir Cgil Veneto) 
Stefano Fontana (Fincantieri Marghera Dir Fiom -Cgil Venezia) 
Davide Ledda (delegato Fiom-Cgil Cft Parma) 
Alessandra Pierosara (Dir. Nazionale Fillea Cgil Socia-lavoratrice D'Esi Società Cooperativa Azienda recuperata dai lavoratori) 
Enrico Pellegrini (delegato Filcams-Cgil Musei Civici Veneziani Dir Cgil Venezia) 
Arianna Manicini (delegata Sanità Usb Roma) 
Antonio Forlano (delegato Filt-Cgil Ups Milano) 
Crescenzo Papale (delegato DP Ancona Agenzia Entrate USB Pubblico Impiego) 
Luca Ibattici (delegato Fiom-Cgil Spal Reggio Emilia) 
Laura Parozzi (delegata Filt-Cgil Ups Vimodrone Milano) 
Mario Iavazzi (Direttivo nazionale Cgil) 
Luca Scacchi (Direttivo nazionale Cgil) 
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 
Francesco Doro (Comitato Centrale Fiom-Cgil) 
Paolo Grassi (Dir. Naz Nidil-Cgil) 
Franco Grisolia (Comitato nazionale di garanzia Cgil) 
Margherita Colella (Dir. Naz Flc-Cgil) 
Alfonsina Palumbo (Dir. Nazionale Fisac-Cgil) 
Francesco Durante (Dir. Nazionale Fisac-Cgil) 
Daniele Prampolini (Dir.Fiom Modena) 
Piero Ficiarà (Dir.Fiom-Cgil Modena) 
Luca Acquarico (Dir. Fiom-Cgil Modena) 
Luca Paltrinieri (delegato Fiom-Cgil Netscout Modena) 
Giuseppe Faillace (delegato Fiom-Cgil Motovario Modena) 
Davide Bacchelli (delegato Fiom-Cgil Ima Bologna) 
Gianplacido Ottaviano (delegato Fiom-Cgil Bonfiglioli Bologna) 
Gian Pietro Montanari (delegato Fiom-Cgil Toyota Bologna) 
Domenico Minadeo (delegato Fiom Metaltarghe Bologna) 
Massimo Pieri (delegato Fiom Tas spa Casalecchio di Reno, Bologna) 
Giuseppe Gomini (delegato Fiom-Cgil Ducati Bologna) 
Davide Tognioni (delegato FP-Cgil Comune di Rolo Reggio Emilia) 
Ilic Vezzosi (Dir. Cgil Reggio Emilia) 
Marco Paterlini (delegato FP-Cgil L'Olmo Reggio Emilia) 
Marco Mussini (Dir. Fiom-Cgil Reggio Emilia) 
Ermanno Lorenzoni (Dir. Emilia Romagna SGB) 
Manfredi Storaci (Dir. Emilia Romagna SGB) 
Antonino Marceca (Dir. Funzione Pubblica-Cgil Veneto) 
Gianbattista Mineni (Dir. CGIL Veneto) 
Stefano D’Intinosante (delegato Fiom-Cgil Somec) 
Alessandro Busetto (segretario provinciale CUB Venezia, delegato Università Ca’ Foscari) 
Fabio Basso (Dir. Fiom-Cgil Venezia Fincantieri Marghera) 
Angelo Raimondi (delegato Filcams-Cgil Esselunga Corbetta-Milano) 
Cinzia Crespi (delegata Filt-Cgil Ups Vimodrone Milano) 
Joan Valdiviezo (delegato Filt-Cgil Italgroup cantiere; Ups Milano) 
Jeisson Zuniga (delegato Filt-Cgil Planet Cantiere Ups Milano) 
Luca Pezza (delegato Filctem-Cgil Michelin Milano) 
Francesca Esposito (lavoratrice Atm Milano iscritta Filt-Cgil Atm) 
Giovanna Benites (lavoratrice Ospedale San Paolo iscritta Funzione pubblica-Cgil Milano) 
Francesco Serati (delegato Filt-Cgil Fast-Log Cantiere Ups Como) 
Barbara Lietti (delegata Funzione pubblica-Cgil Ospedale Sacco Milano) 
Andrea Galvagno (Coordinamento enti locali USB Piemonte) 
Lorenzo Mortara (delegato Fiom-Cgil YKK Vercelli) 
Diego Sabelli (delegato Elt Fiom-Cgil Roma) 
Alessio Sammartino (Dir. Filcams-Cgil Roma) 
Riccardo Spadano (delegato Consiglio Nazionale degli Ingegneri SGB Roma) 
Marco Di Pietrantonio (Dir. FP-Cgil Pescara) 
Ilaria Del Biondo (Dir. Nidil Cgil Pescara) 
Vincenzo Chianese (delegato Fiom-Cgil Ergom Napoli) 
Antonio Esposito (delegato Slc-Cgil Almaviva Napoli) 
Lidia Luzzaro (Dir. Nidil-Cgil Cosenza) 
Francesco De Simone (Dir Cgil Calabria) 
Giuseppe Siclari (Assemblea Generale Cgil Calabria) 
Emilio Damico (Dir Cgil- Camera del Lavoro Cosenza) 
Ercole Mastrocinque (delegato Slc-Cgil Poste Italiane) 
Antonio Pensabene (Dir. Fiom-Cgil Reggio Calabria) 
Michele Mililli (Dir. regionale Filcams-Cgil Ragusa) 
Cinzia Ronzitti (delegata Filcams-Cgil LaRinascente Genova) 
Marco Loprevite (delegato Filcams-Cgil LaRinascente Genova) 
Giovanni Di Marco (delegato USB Università di Genova) 



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