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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Dopo Lorenzo e Giuseppe anche Giuliano vittima del PCTO

 


Giuliano De Seta, studente di 18 di Portogruaro, è l’ennesima vittima dell’alternanza scuola-lavoro. Nel tardo pomeriggio del 16 settembre, Giuliano è stato ucciso nella Bc Service di Noventa di Piave (fabbrica del settore meccanico e idraulico) investito da una lastra di metallo, poggiata su un carro ponte che gli ha schiacciato le gambe mentre lui era intento a provare un macchinario. Questa morte è la terza – in meno di un anno – causata dal PCTO dopo Lorenzo Parelli (18 anni) e Giuseppe Lenoci (16 anni).


I partiti della borghesia ripetono il copione delle lacrime di coccodrillo, delle promesse vaghe di riforme sulla sicurezza che – nonostante siano manovre insufficienti – comunque non attueranno, specialmente ora che sono tutti in corsa per le elezioni del 25 settembre.

Secondo uno studio di fine Agosto, in Italia il numero dei morti sul lavoro nei primi sette mesi del 2022 è stato di 569 e questa cifra tende a crescere ripetendo o addirittura supereranno i numeri del 2021 (1361). La scuola negli ultimi trent’anni – passando dalla Berlinguer, Russo-Iervolino, Moratti, Gelmini per arrivare alla Buona Scuola – si è trasformata sempre più in un’azienda. Un’azienda che, come nell’ultima riforma a firma PD del 2015, con la giustificazione dello “stage” e della “formazione professionale” è diventata un mero erogatore di forza lavoro, a costo zero, per il padronato.

Noi saremo presenti, come Partito Comunista dei Lavoratori, nelle mobilitazioni studentesche che si susseguiranno e negli scioperi che si proclameranno in questi giorni, ribadendo che non si può avere fiducia nella borghesia e nei suoi partiti – dalla sinistra riformista alla destra ultrareazionaria – e che l’unica risposta possibile, l’unico cambiamento possibile è quello di porre fine alla dittatura del capitalismo e imporre il governo delle lavoratrici e dei lavoratori su basi anticapitaliste e rivoluzionarie.

La strada da percorrere per la via della rivoluzione è sicuramente difficile e lunga. Ma il primo passo è quello di lottare per il rilancio delle lotta del movimento studentesco e del movimento operaio, dei disoccupati e del proletariato tutto, nella prospettiva della loro unificazione attorno ad una piattaforma anticapitalista e rivoluzionaria. È la prospettiva per cui come PCL lavoriamo ogni giorno. Lo faremo con ancor più forza in memoria di Lorenzo, Giuseppe e Giuliano, uccisi come lavoratori, come studenti, come giovani.

Basta regalare profitti a costo zero per il padronato!
Basta morti per alternanza scuola-lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione studenti e giovani

Per una giovane operaia uccisa in Toscana

 


Una strage ormai continua, il sistema capitalistico è spietato

È morta ancora una volta una giovane operaia.

Ancora una volta una morte straziante in nome di un profitto assassino, tra i telai di una piccola industria tessile di Montemurlo.
Non è stata una morte casuale. I ritmi, la solita mancata manutenzione dei macchinari, la rincorsa contro i costi destinati alla sicurezza. Lo sfruttamento del lavoro salariato.
Luana non è purtroppo sola. Con lei dall’inizio dell’anno sono morti sul posto di lavoro più di duecento lavoratori. Storie e vite dimenticate di sacrifici e mancati diritti.

In questi ultimi anni spesso abbiamo dovuto ascoltare le voci e la propaganda della borghesia contro la classe operaia. “Non esiste più una classe operaia”, “non esistono più gli operai come quelli che hanno lottato nel dopoguerra per i propri diritti”, “gli operai e gli imprenditori sono uniti contro la crisi”... in un coro interessato e ipocrita proveniente anche dalle dirigenze dei sindacati confederali. Il moralismo interessato del capitale condito dal compromesso di classe di un riformismo che non ha più nulla da dire in difesa dei più deboli.
Luana D’Orazio, con i suoi 22 anni e da poco mamma, con il suo lavoro voleva ritagliarsi un futuro, anche se incerto. La violenza di una classe su un'altra è anche avere spezzato tutto questo. La morale della borghesia è nascondere le condizioni di sfruttamento nelle quali sono costretti milioni di giovani precari. Nasconderli dentro la logica degli algoritmi, nelle regole del profitto selvaggio, nel cottimo, nella mancanza di un futuro, nella mancanza di diritti.

La nostra morale è diversa. La nostra morale di militanti marxisti rivoluzionari è tutta protesa in difesa della classe operaia, che esiste malgrado tutti i tentativi di dividerla, schiacciarla in una realtà senza diritti.
Per noi la vita in un operaio ha un valore enorme, perché è la realtà nella quale viviamo ogni giorno, e sappiamo che l’unica strada per difenderla è la lotta di classe. Non è cambiato nulla nel sistema di sfruttamento da quando Marx ed Engels descrivevano nell'800 le condizioni del lavoro salariato delle operaie tessili senza diritti piegate sui grandi telai.

La lotta per il diritto inalienabile di non morire sui posti di lavoro è sempre con noi nella lotta contro il capitalismo. Il nostro compito irrinunciabile è far esplodere ovunque la coscienza di classe. Vogliamo inoltre denunciare il comportamento delle burocrazie sindacali di CGIL, CISL E UIL, le quali si sono ridotte a indire uno sciopero di sole quattro ore per venerdì 7 maggio, limitato alla sola provincia di Prato, uno sciopericchio fra i tanti a fronte di una situazione di gravità inaudita, una risposta condita con le solite liturgie confederali che hanno allontanato i lavoratori dal terreno della lotta, che hanno disabituato la classe operaia, in particolar modo quella di questa regione, a rispondere con le azioni di lotta alle sfide che il padronato porta sul terreno della sicurezza e della salute sul posto di lavoro, piegate agli interessi dei profitti aziendali.

Partito Comunista dei Lavoratori - Coordinamento toscano

8x5: giù le mani dalla lotta della Texprint!

 


Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione in solidarietà con la lotta dei lavoratori della Texprint sabato 24 aprile a Prato

8X5 è la parola d’ordine che i lavoratori della Texprint del distretto tessile di Prato, in sciopero da 90 giorni, si sono dati contro il sistema di super sfruttamento imposto dall’azienda di proprietà cinese, peraltro indagata per infiltrazione mafiosa, che impone ai lavoratori 12 ore di lavoro giornaliere per sette giorni settimanali.

Le condizioni di schiavitù disumane tipiche dell’Ottocento con continue vessazioni da parte dei titolari, i frequenti infortuni, nessuna maturazione delle ferie e dei permessi, nessun riconoscimento della malattia e assicurazione contro gli infortuni hanno fatto saltare il tappo, e ora i lavoratori chiedono che siano rispettati i diritti elementari, che sia applicato un contratto regolare.

La ribellione degli operai attorno alla rivendicazione delle otto ore per cinque giorni settimanali si è espressa attraverso uno sciopero a oltranza con il blocco dei cancelli. La rivalsa padronale ha portato a 18 licenziamenti e a forme di repressione giudiziaria che colpisce assieme ai lavoratori il loro sindacato di appartenenza (Si Cobas) con multe salatissime e accuse deliranti come quella di aver violato le normative sanitarie con il picchetto ai cancelli.

È evidente che questa lotta esemplare assume, per le sue caratteristiche, una importanza di carattere generale che non si può fermare solo al livello aziendale, ma va ricondotta dentro un quadro più ampio di mobilitazione.

Nel paese centinaia sono le vertenze e le situazioni di lotta, tutte accomunate dall’isolamento e dalla separatezza tra di loro. Nel settore della logistica si stanno tenendo scioperi e picchetti fortemente repressi, come nei magazzini coinvolti nella dura vertenza FedEX TNT. Molte sono le situazioni di fabbriche in cassa integrazione, in crisi, che stanno chiudendo o che hanno già chiuso: Whirlpool, Acciaierie di Piombino, Arcelor Mittal, Wambao-Acc e Alitalia sono solo gli esempi più eclatanti.

A questi va ad aggiungersi l’imminente sblocco dei licenziamenti concesso da Draghi al padronato, che consentirà le ristrutturazioni aziendali, il cui costo si scaricherà su centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, anche nei settori che hanno fatto profitti durante la pandemia.

Di fronte alla nuova barbarie che si sta scaricando sulle teste di milioni di salariati, di sfruttati e di masse povere, di fronte all’atteggiamento complice della CGIL con il governo e il padronato, si impone la necessità del più ampio fronte delle lavoratrici e dei lavoratori, costruito su basi di classe al di là di qualsiasi steccato di appartenenza sindacale, che unifichi tutte le vertenze in campo, che sia in grado di organizzare i lavoratori contro gli sfruttatori - che siano nazionali o internazionali - e contro i governi a loro asserviti, che elabori una piattaforma di fase adeguata, che metta insieme tutte le realtà di lotta per la costruzione di uno sciopero generale di tutte le categorie, che sia il trampolino di lancio per una vera dinamica di massa.

• Unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate, a livello nazionale e internazionale!
• Sciopero generale a oltranza, con la costituzione di casse di resistenza per sostenerlo!
• Pieno rispetto dei diritti sindacali. Via le leggi di precarizzazione del lavoro, a pari lavoro pari diritti!
• Blocco dei licenziamenti! Occupazione delle aziende che licenziano, e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!
• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40!
• Salario medio garantito a tutte le categorie di lavoratori!
• Massima tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori!

Contro i capitalisti nazionali e internazionali e contro i loro governi va contrapposta l’unità di lotta della classe lavoratrice. Al fronte unico del capitale va contrapposto il fronte unico del lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per difendere la salute e la vita

 


18 e 19 dicembre: iniziative territoriali in tutta Italia del patto d'azione anticapitalista

Il 18 e 19 dicembre il patto d'azione anticapitalista terrà iniziative in tutta Italia, prevalentemente davanti alle strutture ospedaliere, attraverso presidi, manifestazioni, volantinaggi, per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari, per far pagare ai padroni i costi della crisi.

Il PCL, che è parte del patto d'azione, partecipa e invita a partecipare alle iniziative previste.

La seconda ondata della pandemia ha messo a nudo la crudeltà classista della società borghese e dei governi che l'amministrano. Dopo le promesse solenni nella primavera scorsa del “nulla sarà come prima”, tutto è rimasto come prima. È saltato il sistema di tracciamento, mancano ovunque medici e infermieri, la medicina territoriale è scomparsa, gli ospedali restano sottoposti a una pressione travolgente, a partire dai pronto soccorso. Il risultato è il numero di morti per Covid più alto d'Europa, cui vanno aggiunti i morti per Covid non registrati come tali, e i morti per altre patologie (cardiache o tumorali) che non hanno potuto essere curate per via del crollo delle strutture sanitarie.
Perché tutto questo? Perché per decenni i governi borghesi di tutti i colori hanno tagliato 37 miliardi alla sanità pubblica per ingrassare la sanità privata, che vola in Borsa, e per pagare il debito pubblico alle banche, italiane in primis. Le stesse banche che proprio oggi riprendono a distribuire lauti dividendi ai propri azionisti.

Parallelamente, se i capitalisti attendono la manna europea e annunciano una valanga di licenziamenti, milioni di lavoratori e lavoratrici continuano a lavorare e produrre in condizioni di supersfruttamento, senza rinnovo di contratto, senza condizioni minime di sicurezza. Mentre i portavoce più cinici dei capitalisti, come nel caso di Confindustria Marche, arrivano a dichiarare pubblicamente che la produzione di profitto viene prima del diritto alla vita. Che non è affatto una frase dal sen fuggita, ma esattamente ciò che pensano i padroni. Sono gli stessi che nel marzo scorso si opposero alla zona rossa in Val Seriana, con la conseguenza del più alto tasso di contagio e di morti a livello mondiale.

Difendere la salute significa liberare l'umanità dalla dittatura di questa classe.


- Assumere 100.000 medici e infermieri nel servizio sanitario pubblico

- Riaprire i duecento ospedali soppressi e ricostruire la medicina territoriale

- Raddoppiare l'investimento nella sanità pubblica, finanziandolo con una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco

- Nazionalizzare la sanità privata e l'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici

- Screening e tamponi gratuiti per i salariati nelle fabbriche e nelle aziende

- Per il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulle condizioni di sicurezza in ogni luogo di lavoro



Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Il solo che possa realizzare l’insieme di queste misure di svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

Unificare e generalizzare le lotte fino allo sciopero generale

 


Testo del volantino distribuito durante lo sciopero dei metalmeccanici

Con la rottura sulla trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si evidenzia ancora di più il lavoro di sfondamento da parte del padronato nella categoria per far passare la linea della Confindustria di Bonomi dei “rinnovi a zero euro”. Già nell’ultimo rinnovo Federmeccanica aveva incassato il risultato dei soli 40 euro lordi in tre anni. La richiesta attuale di un aumento dell’8%, seppur ancora debole per “sanare” le perdite salariali di un contratto nazionale sempre più eroso negli anni da politiche sui salari e trattative contrattuali a perdere, va comunque difesa, senza nessun cedimento da parte delle burocrazie sindacali, magari su una ipotetica defiscalizzazione dell’aumento salariale, perché se così fosse l’aumento sarebbe scaricato sulle tasche della massa lavoratrice e non estorto al padronato.

Ma a un attacco così pesante, in un quadro di crisi economico-sanitaria così grave, la classe lavoratrice deve organizzarsi e rispondere in modo adeguato e dirompente. Le 4 ore di sciopero lanciate da FIM, FIOM e UILM sono insufficienti e tardive. Alla rottura delle trattative andava organizzata la lotta immediata, bisognava mettere in campo la forza dei lavoratori contro la forza del padronato. L’unico modo per riconquistare un contratto dignitoso è la messa in campo dello sciopero generale!

Ma a che condizione si possono ora riconquistare i contratti? Il primo punto da mettere in discussione è il modello imposto dal padronato e accettato dai sindacati confederali. Dopo anni di concertazione a danno dei salariati ora l’accordo del “patto per la fabbrica” aggiunge ulteriormente potere contrattuale alla parte avversa. Bisogna ribaltare i tavoli!

Serve però unificare tutte le categorie dei lavoratori: bisogna lanciare una mobilitazione che unifichi tutte le vertenze in corso per il rinnovo dei contratti nazionali e al contempo unificarle con le tante lotte che ci sono nelle aziende in crisi che stanno delocalizzando, licenziando o chiudendo come la Whirlpool.

• Blocco permanente dei licenziamenti, salario garantito al 100%!
• Controllo dei lavoratori e delle lavoratrici sulla salute e sulle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro. Basta far pagare il rischio sanitario sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici: chiusura immediata di tutte le attività a rischio e non indispensabili!
• Esproprio senza indennizzo per i capitalisti e nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora delle aziende che delocalizzano, licenziano, che violano i diritti dei lavoratori e/o le norme sulla sicurezza e che chiudono, a partire dalla Whirlpool!
• Patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione.
• Cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell’articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici.
• Redistribuzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro.
• Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati.
• Sciopero generale e prolungato, unificazione di tutte le lotte sui contratti, per un contratto nazionale che recuperi un salario adeguato e che cancelli tutte le flessibilità e la precarietà concessa negli anni. Costituzione di una cassa di resistenza nazionale per sostenere la lotta.

Su tali parole d’ordine bisogna organizzare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. Dieci milioni di salariati sono in attesa del rinnovo del loro contratto scaduto da anni. Nel paese diverse sono le lotte aziendali o di categoria che rimangono frammentate e isolate. La vertenza dei metalmeccanici può fungere da traino, mettendo in campo la forza organizzata di un settore storicamente strategico per la lotta di classe, e collegandosi a tutte le lotte in corso per la ripresa di una mobilitazione contro governo e padronato a livello nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Scuola: quale ripartenza senza stabilizzazione?

 

Assemblea online mercoledì 16 settembre alle ore 18:00



L'anno scolastico che sta per cominciare si apre sotto i peggiori auspici, causa anche delle politiche degli ultimi anni dei governi, di centrodestra e centrosinistra, che si sono succeduti.
Gli attacchi della ministra Azzolina e del governo Conte ai lavoratori ed alle lavoratrici della scuola, soprattutto precari, sono solo gli ultimi di una lunga serie. Come ad esempio dimenticare la Buona Scuola del governo Renzi o la riforma Gelmini del governo Berlusconi, che portò al taglio di più di 10 miliardi di euro e di ben centomila cattedre alla scuola e all'università. Tagli che si ripercuotono anche adesso sulla riapertura delle scuole. Sono infatti vacanti circa il 90% dei posti di sostegno. In tutta Italia sono ben oltre le 210000 cattedre vuote e 50000 posti ATA vuoti, nonostante ci siano decine di migliaia di precari che da anni non vedono alcuna soluzione di stabilizzazione. Dinnanzi a tali problematiche, continua l'attacco della ministra Azzolina e del governo Conte agli insegnanti e a tutti i lavoratori della scuola, con un concorso umiliante verso i precari della scuola e verso il lavoro che hanno svolto in tutti questi anni.

Consapevoli che solo con la lotta si potrà raggiungere la riapertura in totale sicurezza e con nessun posto vacante, ne parleremo

mercoledì 16 settembre alle 18:00 sulla pagina Facebook del Partito Comunista dei Lavoratori


Interverranno:

Vincenzo Cimmino (insegnante precario, Direttivo FLC-CGIL Milano)
Giuseppe Raiola (insegnante, SGB Scuola)
Luca Scacchi (Direttivo Nazionale CGIL)
Marco Ferrando (portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori)

La rabbia e la paura: classe e sindacato nella pandemia

Dal sito dell'area Riconquistiamo tutto - il sindacato un’altra cosa

Quando finirà l’emergenza sanitaria sarà necessario, e doveroso, ricostruire la dinamica che ha condotto il covid19 a colpire così duramente l’Italia. Denunciando le relative responsabilità, con intransigenza, a partire da quelle politiche e padronali. In questi mesi, comunque, sono emersi evidenti limiti istituzionali e palesi incapacità. L’organizzazione regionalista dello Stato, a partire da quella del Servizio Sanitario Nazionale, ha reso contraddittoria e talvolta inefficace l’azione di contenimento (come mostrato da un primo rapporto dell’Harvard Business School). Nonostante ci sia un Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (risalente a ben il 2006, che tra le altre cose prevedeva la verifica della disponibilità dei DPI sin dalla notizia della trasmissione da uomo a uomo del nuovo virus, cioè dal dicembre 2019), le sue indicazioni non sono state seguite (a partire proprio dai DPI e la loro distribuzione al personale sanitario). Nelle prime cruciali settimane di diffusione del virus nel paese si è dispiegata una linea contraddittoria di limitazioni parziali e riaperture, con una surreale retorica della ripartenza nella prima settimana di marzo ("Bergamo is running"). Nonostante l’esplicita indicazione dell’Istituto Superiore di Sanità, si è evitato di chiudere alcune aree (vedi la Val Seriana), per compiacere le pressanti richieste confindustriali. Le comunicazioni al paese sono ripetutamente avvenute in modo cialtronesco, con anticipazioni o videomessaggi prima che i provvedimenti fossero definiti (non solo ai primi di marzo, ma ancora con il DPCM del 26 aprile che traccia i primi passi del processo di riapertura): il contrario cioè di quella comunicazione semplice, inequivocabile e precisa, indicata nella letteratura scientifica come indispensabile nel caso di rischi ambientali che coinvolgono la popolazione.

Proprio questa gestione confusa, contraddittoria e anche criminale ha attivato una grande richiesta di iniziativa. Le organizzazioni sindacali sono diventate un punto di riferimento. In prima fila, ovviamente, ci sono stati i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, le RSU, le RSA: quel tessuto diffuso di attivisti e delegati che caratterizza la dimensione di massa del sindacalismo italiano. Una reazione sospinta dalle scelte di moltissimi datori di lavoro, larga parte delle imprese private come molte amministrazioni pubbliche (le cui direzioni sono oramai impregnate da logiche aziendalistiche). A lungo si è infatti preteso di tener aperto la produzione o le sedi, come se nulla fosse o con minime precauzioni, talvolta anche contro ogni logica. Ai sindacati, ai delegati ed alle delegate, ci si è quindi rivolti in tutti i posti di lavoro ed in tutti i territori. Non solo nelle realtà sindacalizzate, ma anche dove sinora il sindacato era distante, talvolta estraneo e talvolta tenuto a distanza (nelle realtà che io pratico, dalla docenza universitaria alle scuole private, dai tanti lavoratori e lavoratrici degli appalti alle tante forme precarie della didattica e della ricerca). Una domanda urgente e molteplice: si voleva capire cosa stesse succedendo, quale fosse il rischio reale, come proteggere la salute individualmente e collettivamente, come interpretare la messe di decreti contraddittori, come reagire alle scelte delle direzione aziendali (pubbliche e private), come andare in lavoro agile, come configurare il proprio lavoro agile, come limitare richieste e obblighi nel lavoro agile, come stare a casa se non si può andare in lavoro agile, come stare al lavoro se la propria attività è indifferibile, come difendere nell’emergenza i propri diritti e le proprie garanzie contrattuali (stipendi, ferie, indennità, congedi, buoni pasto, ecc), come difendere salario o occupazione, come accedere agli ammortizzatori sociali o alle indennità straordinarie previste per la quarantena.

In questo quadro, in molte realtà il sindacato c’è stato. In particolare, ovviamente, dove era più strutturato, con un tessuto di rappresentanza sindacale, delegati/e e RSU in grado non solo di dare risposte, ma anche di organizzare collettivamente un’azione sindacale. Un’azione non solo diretta alla tutela degli interessati, ma spesso capace di farsi interprete di una difesa generale del lavoro, capace di farsi carico delle diverse condizioni provando a ricomporre fratture e divisioni che proprio l’emergenza sanitaria, e poi la crisi conseguente, rischiavano di esacerbare. Ad esempio, i primi ad esser stati travolti dalla sospensione delle attività sono stati i lavoratori e le lavoratrici nell'istruzione. Nelle prime settimane, nei settori pubblici si è aperta una vera e propria divaricazione tra le sue due principali componenti, sospinta dalla gestione ministeriale e da quella di tanti dirigenti scolastici: da una parte i docenti, messi in lavoro a distanza e con stipendio garantito (8/900 mila nella scuola, anche precari; 50 mila nell’università); dall’altra tecnici e amministrativi, spesso tenuti a presentarsi nelle sedi (anche inutilmente), soggetti in alcuni casi a riduzioni di stipendio o anche al rischio di perdere il lavoro (nella scuola il personale ATA, di ruolo, e quello legato ad appalti e servizi, come gli educatori, spesso totalmente instabile, in tutto 150/200 mila; nell’università circa 50 mila dipendenti diretti, a cui si aggiungono appalti e servizi, oltre che il vario precariato di docenza e ricerca, probabilmente oltre 30 mila). Questa faglia è da sempre una caratteristica del settore: oggi rischiava di evolvere in una contrapposizione diretta tra le diverse componenti del lavoro. Così in larga parte non è stato, per una diffusa reazione di RSU e sindacati in scuole e atenei: si sono fatti carico di ricomporre il lavoro, hanno chiesto e sviluppato interventi di protezione per tutti/e, hanno imposto soluzioni contrattuali e normative per presidiare solo i servizi indifferibili (invocando e ottenendo, anche nelle circolari ministeriali, prima l’articolo 1256 del codice civile, poi l’articolo 87 comma 3 del DL 18/2020; curando la loro applicazione nei quasi 70 atenei, nelle ottomila scuole, nelle centinaia di realtà formative pubbliche). Un’azione più difficile e solo molto parziale, purtroppo, si è sviluppata verso i settori più marginali: gli appalti e le mutevoli forme del precariato instabile (educatori, bibliotecari, portinerie, borsisti e giovani ricercatori con le configurazioni più svariate). Anche se in più di una realtà si è segnalata un’inedita azione del sindacato anche nei loro confronti (da Firenze a Padova).

La risposta più significativa ed importante, inaspettata e capace di assumere un valore generale, è stata quella di alcune fabbriche, della logistica e in parte della grande distribuzione: la risposta dello sciopero.
La prima rondine è stata la FCA di Pomigliano.  Il pomeriggio del 10 marzo alcune decine di operai hanno incrociato le braccia in una linea di montaggio Panda, per protestare contro la mancanza di misure di sicurezza e la carenza di mascherine. Lo sciopero è stato spontaneo, tanto che solo successivamente la FIOM ha coperto l’iniziativa, mentre questa si diffondeva lungo la linea. FCA, colta in contropiede ma che ben conosce la capacità di incendiarsi della sua classe operaia nei grandi stabilimenti del sud (la lezione di Melfi), ha reagito velocemente, per interrompere ogni ulteriore protagonismo: ha chiuso subito (prima per sanificazione e poi a lungo in cassa integrazione) gli stabilimenti di Pomigliano, Melfi e Cassino (e poi la maggior parte degli stabilimenti europei). Le prime riaperture stanno avvenendo soltanto oggi.
La diffusione degli scioperi. Quella rondine non è passata inosservata. È stata ripresa dai media ed è passata di social in social nei posti di lavoro. Ha dimostrato come si può scioperare anche in emergenza e anche che lo sciopero ottiene dei risultati. Su quell’esempio, quindi, in particolare dal 12 marzo sono stati innescati una serie di scioperi, più consapevoli perché lanciati da RSU in fabbriche con una certa organizzazione di classe. Ed è così che la notizia ha sfondato sui media, con l’apertura di diversi quotidiani on line (rabbia nelle fabbriche aperte: non siamo carne da macello), e diventando da una parte un fattore politico generale, dall’altro un fattore di ulteriore estensione e generalizzazione degli scioperi. Questo impulso è partito soprattutto da due realtà: il Piemonte e Brescia. Due aree non casuali: nella storia recente (anni ‘90 e primi duemila) qui si è spesso segnato il primo livello di attivazione operaia (in difesa dell’art 18 come delle pensioni). In realtà, a ben guardare, a partire non è stato tanto quel tradizionale tessuto storico (l’immediata cintura torinese, l’Iveco e le acciaierie bresciane), quanto una pattuglia di piccoli e medi stabilimenti: la Mtm e la Dierre di Asti, l’Ykk Vercelli, la Trivium di Cuneo, la Pasotti di Brescia e altre 3/4 fabbriche. Gli scioperi si sono rapidamente diffusi anche a grandi stabilimenti: in primis l’AST di Terni (lo stesso 12 marzo) e poi nei giorni successivi Ferrari, Electrolux di Susegana e Forlì, Piaggio di Pontendera, Whirlpool di Cassinetta (Varese), Fincantieri di Venezia, Muggiano, Ancona e Palermo. In rete e sui social si trova notizia di una loro diffusione in diverse realtà: Ilva di Novi Ligure, Valeo di Mondovì, Sct-Hme di Serravalle Scrivia, Site di Borzoli, Gianetti Ruote di Ceriano Laghetto, Bitron di Cormano, Corneliani di Mantova, Somec di Treviso, Toyota e Bonfiglioli a Bologna, Marcegaglia di Ravenna, GKN di Firenze, Hitachi Rail di Pistoia, Cnhi Vallesina (Jesi). Scioperi che non si sono limitati al nord, ma hanno anche coinvolto il centro sud: Passo Corese (Rieti), Hydro alluminio (Atessa), LFoundry (Avezzano), Leonardo (Grottaglie), Avio Areo (Pomigliano d’Arco), Sider (Potenza). Scioperi che non si sono limitati alle fabbriche. Sono stati coinvolti anche supermercati (come Unes Torino, Orvea di Trento, Lidl della Puglia) come l’articolato mondo della logistica, con un diretto protagonismo dei sindacati di base che hanno segnato il ciclo di lotte dell’ultimo decennio (SiCobas, ADL e USB, che hanno persino collaborato in alcune occasioni): in primo luogo i grandi stabilimenti Amazon (Piacenza e Torrazza Piemonte), ma anche BRT, TNT, UPS, DHL, XPO; in particolare la SDA (blocco delle sedi Brescia, Bergamo, Bologna, Genova, Milano 4, Modena, Torino 1 e 2, Varese) e GLS (Bergamo, Albino, Cividino, Ivrea 4, Milano M1 e M104, Rho M4, Genova G1 e G103, Monza M6, Ardeatina R3). Una collaborazione tra sindacati di base che non si è limitata alla logistica, ma che a Bologna ed in Emilia Romagna si è estesa a tutto il mondo degli appalti pubblici, sino a sviluppare un vero e proprio percorso unitario di diversi sindacati di base. Mobilitazioni e prese di posizione che non si sono limitate a fabbriche e imprese, ma che in alcune realtà hanno coinvolto anche categorie e strutture (Filctem Brescia, SLC Bergamo, Area postale SLC Liguria; Filcams, Fisascat e Uiltucs Liguria, Toscana, Marche e Abruzzo nella grande distribuzione per le domeniche).

Questa reazione è stata straordinariamente importante. Sia per la difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, sia per il suo significato politico. Ma non nascondiamone i limiti. Per quanto questo sommario elenco mostri l’estensione delle lotte, ne indica anche i confini. Ad esser protagonisti sono stati pochi settori classe, spesso i più organizzati (fabbriche e logistica in particolare). In molte realtà sono stati scioperi di tutti/e (per ottenere chiusura dell’azienda e/o contrattare le coperture stipendiali), in altre utilizzati solo come copertura individuale per assenze precauzionali (in aggiunte a permessi e congedi straordinari). In molte realtà sono stati massicci, in altre limitati. In molte realtà hanno retto a lungo, in altre realtà si sono sfrangiati. In alcune realtà si è vinto (ottenendo la chiusura dell’azienda e talvolta coperture stipendiali complete), in altre si è perso (non reggendo uno sciopero prolungato e quindi dovendo trattare un ritorno alla produzione), in altre ancora è stata l’azienda stessa a chiudere (anche per riduzione delle forniture o delle commesse).

In tutte queste realtà, gli scioperi hanno avuto due valenze: da una parte una reazione sindacale di autoprotezione, dall’altra la rivendicazione politica di un provvedimento per tutti. Due aspetti che nelle lotte si sono accavallati, reciprocamente influenzandosi. Passando i giorni, però, il rischio di frammentazione tra diverse condizioni e realtà è cresciuto, con diverse realtà che inevitabilmente si sono sfilate da questa dinamica, talvolta perché non si è retto il prolungarsi dello sciopero, ma talvolta anche perché si è vinto e quindi si è ottenuto la sospensione della produzione. Per questo era importante lo sviluppo di una direzione, capace di generalizzare e tener insieme la mobilitazione, politicizzandola contro il governo.

Sarebbe cioè servito generalizzare gli scioperi ed arrivare ad uno sciopero generale, in grado di rivendicare ed ottenere provvedimenti generali, sia relativamente alla sicurezza sia relativamente alla protezione del salario. Cambiando così i rapporti di forza fra le classi e aprendo così, inevitabilmente, una diversa dinamica sociale e politica in tutta la gestione dell’emergenza (e oltre). Questa direzione però è sostanzialmente mancata. A condurre l’iniziativa è stato un tessuto disperso di delegati/e, senza esperienze recenti di autorganizzazione (come furono in parte i coordinamenti negli anni Novanta), senza capacità di darsi un ruolo generale, in una stagione segnata dalla marginalità, dalla divisione come dalla debolezza politica di tutto il sindacalismo conflittuale.

In questo quadro, la risposta della CGIL è stata imbarazzante. Proprio nei giorni in cui gli scioperi si diffondevano, proprio quando la rabbia stava diventando un nuovo ed importante fattore sociale e politico, le centrali sindacali si sono attivate. CGIL CISL e UIL hanno subito firmato con governo e associazioni padronali il protocollo del 14 marzo (il giorno dopo i titoli dei giornali sugli scioperi nelle fabbriche del nord). Un protocollo vuoto, senza nessun particolare impegno da parte del governo (se non un generico riferimento al fatto che il Governo favorisce, per quanto di sua competenza, la piena attuazione del Protocollo), una serie di obblighi e doveri del lavoratore, una serie di facoltà e valutazioni in capo alle aziende (ottima l'analisi di Dario Salvetti, CC FIOM e RSU GKN). Un protocollo utile soprattutto ad instradare questa dinamica nell’alveo della gestione governativa dell’emergenza, spegnendo ogni estensione ed ogni generalizzazione delle lotte. Come ha dichiarato lo stesso Landini, l’azione della CGIL (il protocollo come la richiesta al governo di un rapido decreto di chiusura) è stata improntata ad evitare che la paura di lavoratori e lavoratrici diventi rabbia. Quando il decreto è arrivato, dopo giorni di attesa ed un continuo suk di sottogoverno (uscendo oltre 24 ore dopo il suo annuncio, con trattative sino all’ultimo minuto), era chiara l’impronta di Confindustria (dalla lunga lista di codici Ateco alle larghe maglie dei permessi in Prefettura). Nonostante questo, la CGIL ha scaricato su delegati e strutture territoriali la scelta sulla continuazione di scioperi e mobilitazioni (rinunciando al ruolo generale che è proprio di ogni sindacato generale): a scioperare in quei giorni cruciali dopo il DPCM, sostanzialmente, è stato il comparto aerospaziale (Leonardo, Ge Avio, Fata Logistic System, Lgs, Vitrociset, MBDA, DEMA, CAM e DAR). Quindi ha sospinto le proprie strutture lombarde ed emiliane ha diradare lo sciopero a qualche giorno di distanza (il 25 marzo), per provare una trattativa in extremis e quindi strappare la chiusura di qualche codice Ateco in più (senza scalfire l’impianto di quel decreto). Così ha contribuito a spegnere ogni mobilitazione, togliendo spazio alla rabbia e lasciando campo libero alla paura.

Queste scelte della segreteria della CGIL non sono casuali. Sono la conseguenza diretta di una strategia che si è sempre più consolidata nell’ultimo decennio. Come scrivevamo nell’introduzione del nostro documento congressuale, "l'ultimo congresso della Cgil ha confermato la linea del precedente: gestire la crisi cercando il compromesso con imprese e governo". Come con la svolta dell’EUR nel 1978 o la stagione della concertazione inaugurata con gli accordi del ’92/93, la segreteria CGIL si è fatta guidare dalla volontà di esser un sindacato generale che si assume le responsabilità del paese (e quindi si assume in prima persona la responsabilità di rispondere alle esigenze del suo sistema produttivo), più che un sindacato di classe che si assume in primo luogo la difesa degli interessi generali del lavoro. Come scrivevamo nel nostro documento congressuale, "questa strategia è [..] fallimentare, perché si [scontra] con la realtà. [..] Davanti a questa crisi, la strategia della Cgil non [può] che arenarsi nel vuoto. In questi processi epocali, serve un punto di vista autonomo. Serve cioè rompere con la logica delle compatibilità, per cui diritti, salario e sicurezza vengono sempre dopo gli interessi dell’impresa, il profitto e il debito pubblico".

Questa strategia è stata interpretata da Maurizio Landini con protervia e moderazione. Landini, quando più di un anno fa è stato eletto segretario generale della CGIL, ha acceso le speranze di molti, nel sindacato e non solo. Ricordando le sue tradizioni sabattiniane, il ruolo della FIOM nel difendere partecipazione e conflittualità (dal convegno di Maratea nel 1996 e Melfi nel 2004, da Genova 2001 alla stagione degli accordi separati e dei precontratti) si sperava in un nuovo protagonismo della CGIL: un sindacato di strada e di movimento, capace di protagonismo politico e di riconquistare spazi di contrattazione. La sua elezione e la sua segreteria hanno fin qui avuto un altro segno. In particolare, con la scorsa crisi politica estiva, Landini e la CGIL hanno assunto, sin da subito e con un ruolo cruciale, una linea di sostegno alla nascita del Conte bis e la sua maggioranza 5 Stelle-PD-IV-LeU. Da allora, la CGIL non solo ha perseguito una linea di accordo con il padronato, ma si è anche mostrata sempre attenta a non intralciare un governo che contro le destre ha voluto sostenere sin dalla sua nascita. L’emergenza non ha per nulla cambiato questo atteggiamento e questa prassi da parte della segreteria CGIL, che anzi è sempre stata particolarmente attenta al rapporto con il Conte bis.

In questo quadro, Landini e la segreteria CGIL sono stati responsabili. In italiano, l’aggettivo responsabile ha però due accezioni. Da una parte indica come ci si sia comportati responsabilmente (si è assunto consapevolmente un impegno, in modo prudente, equilibrato e giudizioso), dall’altro come si sia responsabili delle scelte effettuate (si sia chiamati a rispondere delle proprie azioni e dei proprî comportamenti). Landini e la CGIL, in un momento cruciale, sono state quindi responsabili, avendo guardato in un momento di emergenza agli interessi generali del paese, ma sono stati anche responsabili, avendo scelto di non contribuire a trasformare la paura dei lavoratori e delle lavoratrici in rabbia. Una grande responsabilità. La paura, infatti, è un sentimento dominante (una volta innescato è difficile da controllare, perché è strettamente connesso ai nostri istinti di sopravvivenza, in grado di esplicitare risposte automatiche e spesso irrazionali) e nel contempo è un sentimento passivizzante, perché paralizza il pensiero e l’azione, producendo ansia e panico. La paura, cioè, isola. La rabbia invece è un sentimento attivo, che attiva psicofisiologicamente le persone per reagire ad una minaccia: è cioè quel sentimento che si innesca quando ci sentiamo defraudati o non accettiamo un'ingiustizia, che ci aiuta a reagire, che ci predispone all’attacco, che ci permette di uscire dai guai.

La paura e la rabbia sono stati i sentimenti dominanti dell’ultimo decennio. La Grande Crisi innescata nel 2008/'09, la disoccupazione e l’aumento dello sfruttamento, la radicale messa in discussione di aspettative e speranze, la precipitazione delle tensioni internazionali e le migrazioni, le guerre ai confini e le nuove improvvise mobilità sociali: tutto questo ha sviluppato paura nelle classi subalterne, rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. Quella paura e quella rabbia che Renzi non ha mai capito e interpretato, contro cui si è infranta la sua politica bonapartista. Quella paura e quella rabbia che hanno invece alimentato, in Italia e nel mondo, processi di nazionalizzazione delle masse e di sviluppo di movimenti reazionari. La paura nelle classi subalterne, la rabbia nei ceti medi e nei piccoli produttori. In maniera inaspettata, la confusione governativa e l’arroganza padronale hanno invece improvvisamente destato una reazione rabbiosa nel lavoro, in alcuni settori organizzati del lavoro, che sono riusciti ad interpretare un sentimento ed una risposta collettiva: non siamo carne da macello, questa emergenza sanitaria non può esser pagata sempre dagli stessi. Una reazione importante, soprattutto a fronte di un’incipiente recessione che nel perpetuarsi delle attuali politiche di gestione capitalistica della crisi rischia di esser nuovamente pagata, e pesantemente, dal lavoro e dalle classi subalterne. La CGIL ha però contribuito a spegnere questa rabbia, preservando così la paura.

Oggi allora tutto è più difficile. Il governo sta gestendo la riapertura esattamente come la chiusura: con la stessa confusione, inettitudine e subordinazione al padronato. Le centrali sindacali, a partire dalla CGIL, stanno seguendo a ruota, a partire dalla sottoscrizione del nuovo protocollo del 24 aprile, identico nell’impianto e in larga parte nella lettera a quello del 14 marzo. La paura, nel frattempo, ha scavato. Non solo la paura per la salute, ma anche quella della crisi. Oggi pesano i due mesi di cassaintegrazione, le prospettive di pesante recessione [un crollo previsto del PIL italiano del 8-9% (nel 2009 fu -5,5%), di quello mondiale oltre il 3% (nel 2009 fu -0,1%)], l’angoscia per futuri licenziamenti, l’orizzonte di una possibile miseria. Pesa la frammentazione delle condizioni e delle situazioni, tra settori differenti, contratti diversi, prospettive divergenti. Soprattutto, pesa un sindacato generale che ha evitato di mobilitare l’insieme del lavoro, limitandosi anche questa volta ad affrontare l’emergenza e la crisi realtà per realtà, azienda per azienda, stabilimento per stabilimento. Non tutto, certo, si è spento, anche se qua e là emergono anche scioperi falliti e sono evidenti le difficoltà a riprendere le mobilitazioni. Ancora la scorsa settimana, alla prima riapertura, è scesa in sciopero la Fincantieri di Riva, come altre realtà. Mentre diversi percorsi sono rilanciati oggi anche dai sindacati di base, talvolta anche unitariamente (vedi il comunicato sulla ripresa dei trasporti CAT, CUB, Cobas e SGB, l’appello in Emilia Romagna di SiCobas, SGB e ADL,  le due giornate di mobilitazione e sciopero lanciate dall'ADL, dal Sicobas e dall’assemblea da loro promossa).

Serve però un salto di qualità. Servirebbe una svolta in CGIL, il cambio di questo gruppo dirigente responsabile, l’assunzione di una diversa strategia e responsabilità, in primo luogo nei confronti della classe. Serve la capacità di estendere e generalizzare le lotte, innescando nuovamente una dinamica di sciopero generale a arrivando a proclamarlo; per contrastare governo e padronato, per una diversa gestione dell’emergenza e della crisi; per sviluppare con l’emergenza un nuovo controllo del lavoro da parte di delegati/e e RLS, cioè un nuovo modello sindacale di lotta per la salute (come tracciamo due anni fa a Viareggio); per cambiare cioè i rapporti fra le classi.
Luca Scacchi

Bonomi minaccia, Landini supplica

Mentre la borghesia italiana è tormentata dallo spettro di una rivolta sociale, la linea dei vertici della CGIL è quella di sedare tutto e di incoraggiare il padronato a procedere sulla via dello sfondamento antioperaio. I lavoratori hanno bisogno di una direzione alternativa

«Bonomi ha inoltre chiesto al Governo di agevolare «quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020», «da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali»» (Il Sole 24 Ore, 1 maggio).

Dunque il nuovo capo di Confindustria Carlo Bonomi ha festeggiato a modo suo la festa del lavoro. La nuova leadership del padronato non ha perso tempo. Non contento di aver prima moltiplicato i morti nel bergamasco in veste di capo di Assolombarda ponendo il veto sulla zona rossa, e poi di aver affrettato la ripartenza generale senza garanzie sanitarie in veste di capo di Confindustria, Carlo Bonomi mette ora il carico da novanta sulla prospettiva delle relazioni industriali. Non solo non fa il minimo cenno alle piattaforme contrattuali depositate a suo tempo dai sindacati, considerate ormai carta straccia, ma presenta la piattaforma generale dei padroni: mano libera su tutto “impresa per impresa”, fuori dalla contrattazione nazionale. Presa alla lettera, sembra la riproposizione generale della vecchia linea Marchionne, una linea di sfondamento antioperaio e antisindacale.

Le cose sono però un po' più complicate. Sicuramente il padronato vuole sfondare per fronteggiare la caduta dei profitti. Ma al tempo stesso teme un contraccolpo sociale, in termini di ripresa del conflitto in fabbrica e non solo. Non a caso mentre Bonomi sferra la sua provocazione sul quotidiano confindustriale, il Corriere della Sera esplicita una preoccupazione diffusa nei piani alti del capitalismo: «La domanda che dobbiamo porci in un Primo Maggio senza piazze è la seguente: la caduta del Pil fornirà benzina per una rivolta sociale?» (Corriere della Sera, 1 maggio). Una rivolta sociale: questo è lo spettro che tormenta la borghesia italiana. E la tormenta proprio perché i padroni hanno ben chiaro sia la portata drammatica della crisi sia le misure antioperaie che hanno intenzione di attuare. Come sminare il terreno del conflitto disinnescando la miccia di una reazione operaia?

Qui entra in gioco la burocrazia sindacale, ed in particolare la burocrazia CGIL. Lo stesso Bonomi che minaccia sfracelli contro i contratti nazionali ricorre ai protocolli d'intesa con Maurizio Landini sulla ripartenza delle fabbriche, perché ha bisogno di coprirsi le spalle per sventare scioperi e cause legali. Il sindacato serve ai padroni se fa lavorare gli operai evitando conflitti, non se lotta e contratta a difesa dei lavoratori. Questo secondo sindacato, il sindacato vero, Bonomi vorrebbe toglierselo definitivamente dai piedi. Mentre col primo sindacato gli accordi li fa eccome, anzi li sollecita: "Chiediamo al governo di agevolare... ecc ecc".

Il guaio è che il sindacato complice è purtroppo quello che viene rivendicato il Primo maggio dal segretario della CGIL, Maurizio Landini.
«L’Italia è l’unico Paese in cui tutti i sindacati e tutte le associazioni degli imprenditori hanno firmato un protocollo sulla sicurezza sul lavoro e sui criteri per la ripresa. Un protocollo tradotto in decreto dal governo. Un fatto importante che mi fa sperare in una svolta nel mondo del lavoro italiano» (Landini su La Repubblica, 1 maggio).

Ah sì, il protocollo è sicuramente «un fatto importante»... per i padroni come arma antisciopero. Quanto alla buona speranza in una svolta del mondo del lavoro, rivolgersi a Bonomi, quello che vuole seppellire i contratti nazionali.
La verità è che la burocrazia sindacale teme solo di essere scaricata. Per questo valorizza presso governo e padroni il proprio ruolo indispensabile di ammortizzatore del conflitto. Una linea subalterna, tanto più oggi suicida di fronte al nuovo corso di Confindustria. Di più: una linea subalterna che incoraggia Confindustria ad alzare la posta e il livello di attacco. Sino a quando reggerà questo gioco?

L'unica cosa certa è che di fronte alla tempesta sociale che si prepara i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di una direzione alternativa che punti a organizzare le lotte, non a spegnerle. A unificarle, non a dividerle. Il costo di una direzione subalterna lo si è già pagato nel decennio scorso. Ora basta. Ora la svolta è necessaria davvero.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL sostiene le mobilitazioni promosse dal SI Cobas e da ADL Cobas il 30 aprile e 1 maggio

21Il governo, spinto da Confindustria e le altre associazioni padronali, vuole avviare la "fase due". I dati giornalieri dell'epidemia da coronavirus attestano, però, ancora alti tassi di contagio e purtroppo numerosi decessi. Non vi sono le condizioni di sicurezza per riaprire tutte le attività produttive. Inoltre mancano i presidi sanitari più elementari, a partire dalle mascherine, e non si può testare la popolazione per mancanza di tamponi, laboratori attrezzati e reagenti.
Al padronato questo non interessa. Chiede a gran forza la ripresa dei propri profitti a costo di sacrificare la sicurezza di milioni di lavoratori, dei loro familiari e di tutti a causa del rischio di propagazione del contagio.

Il PCL ha già denunciato le responsabilità criminali di Confindustria e consociate, che con la complicità di governo e istituzioni locali non hanno preso le misure necessarie alla protezione della popolazione, come si è visto in Lombardia, dove la malattia ha provocato migliaia di vittime.
Non si può adesso affidare il controllo della sicurezza sul lavoro, compresi gli spostamenti, alle stesse autorità che hanno provocato il disastro, come vogliono i protocolli di cartapesta firmati da governo, Confindustria e burocrazia di CGIL, CISL e UIL.
Il controllo deve essere delle lavoratrici e dei lavoratori, mediante le proprie organizzazioni.

Il PCL è da sempre impegnato nella costruzione di un fronte unico politico e sindacale che si basi sugli interessi della classe lavoratrice e la sua indipendenza dalle politiche e dagli interessi di padronato, banche e governo. Tanto più oggi, quando la crisi sanitaria a cui hanno contribuito decenni di tagli alla sanità pubblica ha già provocato una profonda crisi economica che sta sfociando in una durissima crisi sociale con milioni di disoccupati e l'impoverimento della maggioranza della popolazione.
Pertanto il PCL sostiene tutte le iniziative politiche e sindacali che si muovano nella stessa direzione, come le iniziative di mobilitazione, fino eventualmente allo sciopero, promosse dal SI Cobas e da ADL Cobas nelle giornate del 30 aprile e 1 maggio. Valuta positivamente le indicazioni rivendicative alla base della mobilitazione, e ritiene che esse possano incontrarsi con le rivendicazioni avanzate dal nostro partito:

- Controllo indipendente dei lavoratori sulle condizioni di lavoro
- Blocco dei licenziamenti, compresi i precari
- Salario al 100% per le lavoratrici e i lavoratori in cassa integrazione
- Indennità di quarantena per tutti coloro che si ritrovano senza lavoro e senza reddito
- Riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario
- Rilancio e nuovi investimenti massicci nella sanità pubblica. Nazionalizzazione della sanità privata e dell'industria farmaceutica senza indennizzo per i grandi azionisti
- Imposizione immediata di una tassazione patrimoniale straordinaria: il 10% del patrimonio del 10% più ricco della popolazione

La sicurezza sia in mano alle lavoratrici e ai lavoratori. La crisi la paghino i padroni che l'hanno provocata.
Non più governi complici di banchieri e capitalisti!
Per il governo dei lavoratori!
Partito Comunista dei Lavoratori

La fabbrica ai tempi del coronavirus. Intervista a un operaio di FCA

L'emergenza sanitaria che ha colpito l'Italia e altri paesi ha creato dei grandi problemi ai proletari di tutto il mondo. Molti lavoratori sono costretti a lavorare in condizioni sanitarie precarie. Un operaio di FCA di Torino ci ha parlato del suo contesto lavorativo durante la pandemia.

Da quanto tempo lavori come operaio in FCA?

Oramai sono passati svariati anni. Sono entrato come interinale per poi essere definitamente assunto con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act. Appena si entra in questa realtà, ci si rende velocemente conto della differenza di diritti fra i nuovi assunti e quelli che lavorano con il vecchio contratto a tempo indeterminato. Col quale contratto si veniva tutelati grazie all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Non è un caso che, nonostante la crisi, si continui a cercare personale per disfarsi di quei lavoratori che sono ancora sotto le tutele garantite dal vecchio contratto.


Cosa è cambiato nella fabbrica dopo lo scoppio dell'emergenza Covid-19?

Inizialmente poco e niente, nel senso che appena iniziò la crisi in Cina ci fu un picco di lavoro e un aumento dei volumi. Con l'arrivo del virus in Italia la gente incominciò a spaventarsi: arrivarono le prime mutue con l'effetto di avere praticamente un intero reparto chiuso per assenza di lavoratori. Poi nel mio reparto abbiamo incominciato a chiederci cosa ne sarà di noi come operai e azienda. Così si sono riuniti i sindacati e hanno incominciato a parlare di questa cosa qua. Inizialmente non hanno detto praticamente nulla, visto che non c'era nessuna ordinanza; in un secondo momento, circa una settimana fa, avevano detto che avrebbero intensificato un po' di più la pulizia (due giri di pulizie per turno) e hanno poi cambiato le dispense del sapone in bagno. Tuttavia avevano detto che avrebbero preso la temperatura corporea all'ingresso dell'azienda, cosa mai fatta, e avrebbero controllato il flusso negli spogliatoi, uno dei luoghi più pericolosi per il contagio assieme alla mensa, dove si crea sempre affollamento. I flussi in spogliatoio non sono mai stati controllati, e l'unica cosa che è stata fatta in mensa fu il disporre delle strisce a terra per segnalare un metro di distanza. Quindi, come avevano chiuso tante attività commerciali, pensavo che potessero chiudere la nostra, ma così non è stato. L'ordinanza di Conte non ha cambiato niente: in fabbrica si continua a lavorare. Stamattina [13 marzo] vengo a sapere che chiudono i colossi di FCA come Pomigliano, Melfi, Grugliasco e persino la Maserati a Modena; nel mentre ci dicono che dal momento che noi produciamo i motori non si può chiudere.


Hai detto che alcune precauzioni sono state prese. Tuttavia sono insufficienti, giusto?

Esattamente. Per esempio, i dispenser per il sapone igienizzante, in teoria, dovevano essere sparsi per tutta l'azienda, quando invece sono rimasti i soliti due o tre che avevo visto. Di mascherine non ce ne sono più da tanto tempo, e anche se le postazioni sono ben distanziate, rimane sempre il problema dello spogliatoio. Non ci hanno dato neanche tute e guanti ad hoc per contrastare il contagio. Il tutto rende il posto di lavoro poco sicuro, e nessuno ci ha dato delle soluzioni, a meno che uno per iniziativa personale decida di rimanere a casa. So che diverse aziende hanno fatto una riunione con gli operai per fare informazione. A noi non hanno detto nulla di ciò, nemmeno ci hanno informati sul fatto che c'è la possibilità della cassa integrazione, pagata dallo Stato, per affrontare l'emergenza. Evidentemente non gli interessa, perché vogliono sfruttare questo picco di lavoro per aumentare i profitti finché è possibile.


Quindi immagino che nel tuo posto di lavoro ci sia una forte preoccupazione. Come stai vivendo tu e i tuoi colleghi questa situazione?

Sì, c'è una grande preoccupazione. Anche il capo stesso capisce perché molti stanno a casa. Mi tengo in contatto con i colleghi tramite Whatsapp, dove mi mandano notizie sulla situazione. Ci si chiede: vado o non vado? Ho preferito mettermi in mutua e, se tutti decidessero di non andare, si potrebbe avere un impatto importante e magari convincere della necessità di chiudere.


Quali sono i sindacati presenti in azienda? I vostri rappresentanti sindacali si stanno muovendo a tal proposito?

I sindacati sono i soliti che ruotano intorno a CGIL, CISL e UIL. Durante tutto questo, i sindacalisti non è che sono venuti a informarci o chiedere se avevamo bisogno. In generale vengono solo quando si tratta di raccogliere i loro voti e gareggiare per avere i permessi e non andare a lavorare. Inoltre, proprio oggi ho saputo che uno di loro è risultato positivo al coronavirus.


E nonostante un lavoratore sia risultato positivo, l'azienda non ha fatto nulla?

Praticamente nulla: c'è stato giusto un comunicato venerdì per informarci della chiusura dell'impianto per disinfettare e tornare a lavorare poi di martedì.


Recentemente ci sono stati vari scioperi spontanei da parte degli operai, come quello di FCA a Pomigliano. Scioperi fatti proprio per denunciare le condizioni di lavoro non sicure. Pensi che sia possibile e utile replicare questo tipo di esperienze dove lavori adesso?

È molto difficile, soprattutto per il Jobs Act, che è stato creato proprio per queste evenienze. A Pomigliano non hanno paura di fare quegli scioperi lì. Noi invece abbiamo paura delle ritorsioni, vieni minacciato continuamente in maniera indiretta dal capo-officina che fa battutine e che se gli stai antipatico ti manda a fare i lavori più schifosi. Un altro problema è che anche quando si vogliono fare le cose, ci si ritrova sempre in due o tre. Il fatto di non essere tutelati dal licenziamento paralizza tutti.


L'ultima dichiarazione di Conte ti rassicura un po'? Credi che quelle disposizioni verranno applicate anche se non vincolanti?

Non mi rassicura per niente, perché continua a dare credito alla mia tesi che sono le multinazionali che decidono anche per lui. Anche se i decreti portano la sua firma, è sempre la multinazionale che decide. Mi sembra una buffonata che si chiuda a Pomigliano e Melfi, che assieme alla Maserati formano parte del cuore di FCA, e noi no perché produciamo i motori. Motori che stanno riempiendo magazzini interi continuamente, quelli che stanno mandando in Polonia adesso sono di settembre, per dire. Questo per far capire che fermare la produzione per l'emergenza coronavirus non creerebbe quel danno enorme che ci vogliono far credere.


In precedenza hai parlato della paura di scioperare per le ritorsioni del padronato. Cosa ne pensi però della prospettiva di uno sciopero generale organizzato?

Si potrebbe fare. Il punto è che dev'essere corposo e partecipato. Purtroppo, nella mia realtà da qualche anno si è creato un clima piuttosto brutto, dove i capo-reparti più che avere dei collaboratori hanno delle spie che mettono paura ai lavoratori, soprattutto quelli più giovani. Da quando è iniziata la produzione di motori ibridi questo aspetto è peggiorato ancora di più: con i turni notturni facevamo tre turni con riposo, sabato e domenica pagati come giorni normali; inoltre non permettono cambi turno in modo che il notturno venga usato come una sorta di punizione.


Hai qualche parola da dire ai lavoratori, anche di altri settori, che stanno in una condizione simile alla tua?

Un buon inizio per migliorare sarebbe parlare fra tutti noi e organizzarci e far presente certe cose al personale. Se riuscissimo a ottenere qualcosa prima di dover andare ad attaccarci ai cancelli per farci sentire e rifiutarci di lavorare, sarebbe ottimo. Se no significherebbe che i veri scioperi fatti in passato e le lotte degli anni '70 non sono servite a nulla.
Juan Catracho Malverde, PCL Torino

Non siamo carne da macello! Scioperi operai al tempo del coronavirus

È necessario affermare ed estendere con la lotta un semplice principio: senza sicurezza non si lavora

12 Marzo 2020
In tutta Italia la pretesa dei padroni di far lavorare gli operai senza misure di sicurezza incontra la resistenza dei lavoratori. In molte fabbriche del Piemonte, nelle fabbriche del bresciano, alla Fincantieri di Marghera, alle acciaierie di Terni, all'Ilva di Taranto, si sono oggi moltiplicate azioni di sciopero contro l'atteggiamento padronale, con un'altissima partecipazione tra i lavoratori. La stessa FIOM nazionale (con addirittura FIM e UILM) è stata spinta dalla pressione operaia a prendere posizione, a definire «inaccettabili» le misure varate dal governo, a chiedere la fermata delle fabbriche metalmeccaniche sino al 22 marzo per «predisporre le misure di sicurezza necessarie nelle aziende».

Bene. Ora questa rivendicazione va estesa a tutti i comparti del lavoro interessati, al di là del settore metalmeccanico.

Ovunque i fatti dimostrano che le raccomandazioni del governo ai padroni e le rassicurazioni dei padroni al governo valgono meno della carta straccia. Ovunque l'esperienza quotidiana di milioni di lavoratori e lavoratrici documenta l'esistenza di condizioni di rischio legate alla plateale inosservanza delle norme di igiene e sicurezza più elementari. Ovunque i padroni usano la crisi come arma di ricatto sventolando la minaccia del licenziamento o della chiusura aziendale.
È a tutto questo che i lavoratori si ribellano.

È dunque necessario affermare con la lotta un principio di fondo: senza sicurezza non si lavora, punto. Le strutture sindacali debbono rivendicare ed esercitare una funzione autonoma di controllo sulle condizioni del lavoro, in ogni fabbrica, azienda, supermercato, treno, banca, ufficio, a partire dalla attribuzione di poteri decisionali ai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Senza questo controllo, e senza che il controllo indipendente del sindacato abbia accertato o imposto condizioni di sicurezza, produzione e lavoro vanno bloccati. Perché i lavoratori non sono carne da macello, come ha dichiarato stamane un delegato intervistato di una fabbrica in sciopero. Sono quelli che col proprio lavoro reggono l'intera economia del paese. Sono quelli che la potranno dirigere domani. Anche per questo vanno oggi difesi e preservati.
Partito Comunista dei Lavoratori

Costo del lavoro o costo del capitale?

Il governo giallo-bruno taglia le spese per la sicurezza sul lavoro

La “sicurezza” è la bandiera che Salvini e Di Maio agitano contro gli immigrati e contro i delinquenti. Ma la bandiera si abbassa quando si parla del lavoro. Il "governo del cambiamento" ha tagliato le spese per la sicurezza sul lavoro per regalare soldi alle imprese. Più precisamente: ha tagliato del 32% i premi assicurativi pagati dalle imprese sugli infortuni sul lavoro, finanziando l'operazione con un taglio di oltre 100 milioni sugli interventi in materia di formazione antiinfortunistica. “Mettiamo molti soldi per alleggerire gli oneri delle imprese” dichiara soddisfatto al Corriere (28/2) il sottosegretario leghista Garavaglia. “Abbattiamo il costo del lavoro” afferma Di Maio, col solito sorriso stampato, sul quotidiano di Confindustria. Ma il termine “costo del lavoro” significa cose diverse ed opposte se si parla dei capitalisti o se si parla degli operai. Per i capitalisti, che vanno all'incasso, il costo del lavoro si riduce. Per gli operai, che cadono dalle impalcature o lasciano una mano nella pressa, il costo del lavoro s'impenna e mette in gioco la vita. Il governo giallo-bruno, che taglia le spese sull'infortunistica per ingrassare il portafoglio dei padroni, difende al meglio il sistema capitalista. Il vero costo che va abbattuto è il costo del capitale per il lavoro. Solo un governo dei lavoratori lo può fare.

1 Marzo 2019 
Partito Comunista dei Lavoratori

Il piano sgomberi di Salvini e Di Maio

«La proprietà è sacra», ha esclamato compunto ad uso telecamere il ministro degli Interni.
È questa la bandiera del nuovo piano nazionale di sgomberi di case ed edifici occupati sull'intero territorio nazionale. Minniti si era coperto dietro la foglia di fico di una raccomandazione alle prefetture perché cercassero “abitazioni alternative”: era l'ipocrita ricerca di un ammortizzatore sociale capace di reggere il piano di sgomberi. Salvini fa a meno di ogni finzione: dirama l'ordine di sgombero come atto prioritario e incondizionato. È l'ordine di gettare in mezzo a una strada decine di migliaia di famiglie povere, italiane e immigrate. Persone magari in attesa (vana) di una casa popolare da molti anni, o sfrattate per morosità incolpevole, o impedite ad accendere un mutuo o a pagare un affitto dalla propria condizione precaria o perché licenziate, o lavoratori immigrati costretti alla “clandestinità” da leggi infami nonostante sgobbino spesso per 12 ore al giorno in cambio di un salario da fame. Per tutti costoro la proprietà non è sacra, ma proibita, al pari del diritto di disporre di un tetto. La proprietà sacra è solo quella delle grandi società immobiliari, interessate a mantenere appartamenti sfitti da far lievitare sul mercato, o di banche e assicurazioni detentrici di un patrimonio immobiliare enorme e passivo come pura voce di bilancio, o anche dello Stato e di enti pubblici che hanno abbandonato al degrado centinaia di strutture perché impegnati a tagliare servizi e spesa sociale. Per non parlare delle immense proprietà immobiliari di Chiesa e Vaticano. Questa è oggi la proprietà interessata a gettare in mezzo a una strada quella stessa popolazione povera cui ha negato il diritto alla casa.

Questa campagna di sgomberi, già operativa, non riguarda la sola questione abitativa. È parte di una campagna "legge e ordine" che il governo delle nuove destre vuole imporre nelle relazioni pubbliche, nelle politiche migratorie, nell'ordinamento giudiziario, nel rapporto di forza con ogni soggetto perturbatore dell'ordine costituito. È la stessa campagna che minaccia i centri sociali, arma di nuove pistole elettriche le forze di polizia, liberalizza la facoltà di sparare a chiunque violi la “sacra” proprietà. È una campagna che cerca il consenso tra le sue stesse vittime dirottando le frustrazioni sociali contro un nemico invisibile, ogni volta diverso e ogni volta uguale: il nemico della “sicurezza”. Ma l'unica sicurezza che in realtà si protegge è quella di chi ha tutto contro chi non ha nulla: è la sicurezza dello sfruttamento, della speculazione, dell'abuso. L'insicurezza del lavoro e della casa per ampie masse è il prezzo della sicurezza per speculatori e parassiti.

Contro questa campagna poliziesca di sgomberi è necessario costruire una resistenza diffusa, capace di coinvolgere nel più ampio fronte unitario tutte le organizzazioni impegnate sul fronte della lotta per la casa, ma anche le forze del movimento operaio e sindacale. Il diritto alla casa è un diritto universale come il diritto al lavoro. Gli sgomberi della forza pubblica devono trovare ovunque una resistenza organizzata e di massa.
In Italia vi sono milioni di persone senza casa, e milioni di case vuote, per un'unica e sola ragione, la ragione del profitto. La rivendicazione dell'esproprio delle grandi proprietà immobiliari e la loro destinazione a fini abitativi deve divenire ovunque una parola d'ordine unificante. Risolvere la questione della casa è possibile. Ma per dare sicurezza sociale a chi non ha casa e lavoro occorre violare la sicurezza del capitale. Solo un governo dei lavoratori, rompendo con la società capitalista, può dare la casa a chi non l'ha.
Partito Comunista dei Lavoratori

Due operai muoiono sul lavoro a Livorno

29 Marzo 2018
Comunicato stampa
La forte esplosione dentro l’area portuale di un serbatoio di sostanze infiammabili e pericolose ha ucciso i due lavoratori mentre erano addetti alla sua manutenzione.
Avevano 25 e 52 anni, e si aggiungono ad una lunghissima lista di morti sul lavoro dall’inizio dell’anno.
Negli ultimi dieci anni, che hanno accompagnato una delle peggiori crisi del capitalismo, in Italia le morti sul lavoro hanno superato la spaventosa cifra di 13.000. Questi numeri non sono casuali, ma sono il risultato dello sfruttamento selvaggio nella sempre maggiore mancanza dei diritti, tra i quali la sicurezza e la difesa della salute sul posto di lavoro.
Solo il controllo autogestito dai lavoratori della sicurezza degli impianti e delle fasi produttive può fermare questa strage continua. La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario può ridurre la fatica e lo stress che sono tra le principali cause di queste tragedie. Inoltre devono essere nazionalizzate le aziende pericolose e che inquinano. Il territorio non deve essere depredato in nome del profitto. La zona dell’esplosione dentro il porto di Livorno non dovrebbe sopportare questo livello di rischio per i lavoratori e i cittadini.
Il Partito Comunista dei Lavoratori è vicino alle famiglie delle vittime e si batte perché queste tragedie in nome di un profitto assassino non avvengano più.
Partito Comunista dei Lavoratori - commissione lavoro del Coordinamento della Toscana

Intervista di Bologna Today a Ermanno Lorenzoni su sicurezza, lavoro, problema casa e "degrado“










l sito Bologna Today intervista il candidato sindaco PCL a Bologna, Ermanno Lorenzoni, su alcuni dei temi più caldi della campagna elettorale.

SICUREZZA. Ci sono luoghi (in periferia, ma anche in centro) dove i residenti continuano a lamentare situazioni di micro-criminalità con percezione di insicurezza elevata. Cosa non ha funzionato fino ad ora? Come si può affrontare al meglio il tema sicurezza per tutelare i cittadini e quali (se ce ne sono) le buone pratiche da cui prendere spunto da altre città/nazioni?


Nella domanda giustamente si pone l'accento sulla "percezione" di insicurezza. E' mia convinzione, confortata dai dati ufficiali del Procuratore presso la Corte d'Appello di Bologna, che la microcriminalità non sia granché aumentata in città rispetto allo scorso anno. La percezione di insicurezza tra i cittadini però è molto alta. La ragione è comprensibile: durante le crisi economico-sociali ognuno si sente più solo e quindi più insicuro. Soprattutto tra gli anziani è molto presente la sensazione di insicurezza. Vorrei far presente che tra gli anni '80 e gli anni '90 Bologna era percepita come una delle città più sicure d'Italia,nonostante imperversasse la tristemente famosa "banda della Uno bianca",formata tra l'altro da poliziotti in servizio. Credo che comunque un aumento delle telecamere nei punti più strategici possa rappresentare un buon deterrente per la microcriminalità,mentre sono contrario,anzi contrarissimo,alle ronde di cittadini o addirittura alla giustizia fai-da-te. Chissà perché non si tiene nel debito conto il dilagare della criminalità organizzata (la 'ndrangheta ha raggiunto livelli preoccupanti anche in Emilia),quella sì una vera piaga!! Forse perché è formata da gente 'rispettabile'?


LAVORO. Tante le imprese del nostro territorio, anche storiche, cadute sotto i colpi della crisi o che hanno deciso di delocalizzare, con ripercussioni drammatiche. Dove ha fallito la politica del lavoro adoperata finora? Come si può intervenire in concreto e con effetto quasi immediato?

Le chiusure parziali o totali di aziende sono fenomeni diffusi negli ultimi anni anche nella Provincia di Bologna. Il Sindaco della città metropolitana di Bologna ha il dovere di occuparsi della sorte di lavoratori,che non hanno alcuna colpa delle crisi industriali( che spesso sono soltanto un modo per fare più profitti da parte dei datori di lavoro,come nel caso delle delocalizzazioni). Le Aziende multinazionali che chiudono e delocalizzano devono essere espropriate,perché è inammissibile che si facciano profitti sulla pelle dei lavoratori.


CASA. Uno dei nodi da sciogliere in città è quello dell’emergenza abitativa e delle tante occupazioni che ne conseguono. Le sue soluzioni immediatamente realizzabili? La legge va bene così com'è?


Il problema dell'alloggio è diventato drammatico negli ultimi anni,stante lo scarso,per non dire nullo,investimento attuato dal Comune di Bologna. Oltre alla ristrutturazione di case a edilizia residenziale pubblica,bisogna prevedere il riuso di ex caserme,ormai in disuso,per farne alloggi da affittare a canone convenzionato(tempo fa è girata una petizione on-line che ha raccolto oltre 1800 firme di Bolognesi,che va proprio in questo senso:la faccio mia). In caso di ulteriore bisogno,vanno espropriate le grandi società immobiliari,che tengono sfitti gli immobili per non far diminuire il canone.


DEGRADO. In alcune zone le scene di degrado sono denunciate con frequenza. Esasperati per esempio alcuni residenti delle zone al centro della movida, mentre dall'altra parte i gestori fanno il loro gioco...sarà mai possibile metterli d'accordo? Come?

Bisogna contemplare una sempre maggiore integrazione tra popolazione giovanile studentesca e autoctona,soprattutto in zona universitaria. Il proibizionismo non serve,ottenendo spesso l'effetto contrario. Né credo che vada rafforzato l'impiego delle forze dell'ordine,per dirimere controversie sugli orari di chiusura di alcuni locali. Sarebbe interessante poter introdurre la figura del "sindaco della notte" (sulla scia dell'esempio di Amsterdam),con uno staff di dipendenti addetti alla dissuasione,piuttosto che alla repressione.



Famiglia arcobaleno o tradizionale? Come stanno cambiando (in meglio o in peggio) le famiglie italiane?

L'idea di famiglia "arcobaleno", come dimostrano i sondaggi effettuati recentissimamente in occasione del voto parlamentare sulla legge sui diritti delle "coppie di fatto" è maggioritaria tra gli Italiani. In generale,sono favorevole all'ampliamento dei diritti civili a tutti coloro(uomini e donne)che potenzialmente possono usufruirne. Da questo punto di vista,mi sembra che una cosa buona del Sindaco uscente(diamogliene atto!)sia stata l'introduzione del registro delle unioni civili,prima del varo della recente legge. A mio avviso,è importante che una tipologia di famiglia non sottragga nulla all'altra.



Quanto avete speso per la vostra campagna elettorale? Se non volete dare dei numeri diteci se è stata low-cost e su cosa avete investito di più, ma anche come è avvenuta la raccolta dei fondi...


Il Partito Comunista dei Lavoratori,che mi ha candidato alla carica di Sindaco,non gode di finanziamenti di alcun tipo. I suoi militanti ed iscritti si autotassano per statuto(ognuno mediamente di pochissime centinaia di euro all'anno ) . Io personalmente percepisco soltanto la mia pensione, non avendo altre rendite. Quanto pensate che possa spendere per la mia campagna elettorale? Al massimo arriverò a 1000-1200 euro!


Intervista a cura di Erika Bertossi