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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Il 6° incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta

 


Dal 13 al 16 novembre scorsi si è svolto a Chianciano Terme il sesto incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta, nata nel 2013 con l’intento di costruire un fronte di lotta su scala globale.

La Rete raccoglie un gran numero di sindacati conflittuali di tutto il mondo, uniti da una piattaforma rivendicativa che va dalle rivendicazioni salariali e di miglioramento delle condizioni dei lavoratori e degli immigrati al contrasto della militarizzazione, dalla difesa dell’ambiente ai diritti delle donne e delle persone LGBTQI+.

In un’ottica di unione delle lotte, la Rete è aperta all’intesa con realtà che hanno gli stessi interessi del mondo del lavoro, come disoccupati, pensionati, studenti, attivisti per i diritti civili.

Per quattro giorni, più di 150 delegati provenienti da più di 30 organizzazioni hanno discusso appassionatamente per giungere ad una proposta organica di alternativa al capitalismo, un sistema decadente che, per sua natura, non può che basarsi sullo sfruttamento e sulla guerra.

Di fronte ad un capitalismo sempre più globalizzato, l’esigenza della costituzione di una Rete di questo tipo si palesa in tutta la sua evidenza, così come la necessità di elaborare nel dettaglio le rivendicazioni da contrapporre alla classe dominante e ai suoi governi.
In tal senso, non sono mancati i contributi da delegati provenienti da paesi che oggi sono il punto di precipitazione della crisi capitalistica: la Palestina, con il sindacato dei lavoratori dei servizi postali; il Venezuela, che è un nuovo terreno di scontro fra i diversi imperialismi e dove il governo Maduro non può essere considerato amico né tanto meno espressione del proletariato; l’Ucraina, con Yuri Samoilov, del sindacato dei minatori, che annovera fra i suoi iscritti molti reclutati dall’esercito per combattere i russi al fronte.
Yuri merita per noi un plauso per aver citato Trotsky in uno splendido intervento in cui ha magistralmente espresso la propria contrarietà alla guerra fra capitalisti (che mettono i popoli gli uni contro gli altri mandando a morire i lavoratori) spiegando come l’unica guerra che può avere senso sia quella del proletariato unito contro i capitalisti.

Contemporaneamente si svolgeva a Belem (Brasile) la COP30, la Conferenza mondiale sul clima. L'assemblea, su impulso della numerosa delegazione brasiliana, non ha mancato di evidenziare come essa, lungi dal perseguire soluzioni concrete, non sia altro che una vetrina propagandistica – ospitata da un paese governato dal riformista Lula – di cui si avvale la borghesia mondiale per legittimare la propria azione di devastazione ambientale in nome del proprio unico vero scopo: il profitto.

Il tema dell’inadeguatezza dei governi riformisti e della loro sostanziale contrapposizione agli interessi di classe è stato anche ripreso in una specifica sessione dedicata al contrasto all’avanzata delle destre nel mondo, analizzandone le cause e i possibili strumenti di contrapposizione.

I delegati hanno poi avuto un utile momento di confronto nelle riunioni raggruppate per settori professionali: logistica, scuola, sanità, trasporti, industria, commercio, call center, pensionati. Un’impostazione, tuttavia, che auspichiamo non sia controproducente dal punto di vista del consolidamento di una vertenza in ogni caso generale e di una piattaforma unificante e intercategoriale.

Un passaggio del documento finale è quello che secondo noi meglio esprime lo spirito che ha pervaso l’intera assemblea: «Il sindacalismo che rivendichiamo non può sostenere patti con i poteri di fatto per convalidare misure antisociali. Il sindacalismo ha la responsabilità di organizzare la resistenza su scala internazionale, per costruire attraverso le lotte la necessaria trasformazione sociale anticapitalista. Vogliamo costruire un sistema in cui sia vietato lo sfruttamento, basato sui beni comuni, su una redistribuzione equa della ricchezza tra tutti coloro che la producono (cioè le lavoratrici e i lavoratori), sui diritti di questi ultimi e su uno sviluppo ecologicamente sostenibile».

Il Partito Comunista dei Lavoratori, con le sue militanti e i suoi militanti, auspica che questa Rete possa conoscere un ancora maggiore sviluppo e visibilità, con l’ingresso in essa di altre realtà del sindacalismo conflittuale e, in Italia, dell’opposizione CGIL, per rafforzare i concetti di unità dei lavoratori e di internazionalismo in questo momento storico, nel quale logiche burocratiche e di autocentratura sembrano a volte prendere il sopravvento sia nel sindacalismo di base che nella CGIL.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

L'assassinio di Satnam Singh, uno squarcio sulla società borghese

 


Un invito alla mobilitazione generale

24 Giugno 2024

L'assassinio di Satnam Singh – spappolato dallo sfruttamento e gettato sanguinante davanti a casa con un braccio amputato in una cassetta di frutta – ha richiamato l'ennesimo pianto ipocrita di tutta la stampa borghese sulle condizioni del lavoro degli immigrati e delle immigrate, e l'immancabile giostra di promesse a futura memoria. Sino al prossimo crimine, naturalmente, dopo il quale il giro ricomincia ogni volta.

La situazione è semplice nella sua brutalità. Larga parte dell'agricoltura tricolore si fonda sul supersfruttamento di manodopera immigrata, prevalentemente asiatica e africana, ma anche est-europea. Quasi 300000 braccianti sono costretti a lavorare con salari da fame, sino a meno di un euro all'ora, per 12-14 ore giornaliere (e a volte più), senza le minime garanzie di sicurezza, condannati a pagare l'affitto in baracche di lamiera senza bagno, umiliati giorno dopo giorno da padroni e padroncini che li trattano alla stregua degli schiavi. Nel migliore dei casi si tratta di salariati con contratti stagionali, che non possono spesso essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo determinato o indeterminato per via dell'esistenza di tetti massimi legali invalicabili. Contratti stagionali scritti peraltro sulla carta e per lo più ignorati nei fatti. Ma molte volte la realtà è anche peggiore.

Il metodo usato dall'azienda agricola del padron Lovato, assassino di Satnam, è esemplare. Il lavoratore viene assunto, lo si fa lavorare in condizioni invivibili per il numero di giorni necessari a fargli maturare il sussidio di disoccupazione, poi viene licenziato per finta, e lo si tiene a lavorare alle condizioni di prima o ancora più infami: in nero, ma con metà paga, dato che l'altra parte la paga l'INPS. In caso di accertamento giudiziario, l'accusa di truffa viene scaricata sul lavoratore.
Questo metodo dello sfruttamento in nero con truffa padronale non è affatto un caso limite, ma una regola diffusa. La ricattabilità del lavoratore è ovunque la leva del suo sfruttamento brutale. Il caporalato il braccio armato del padrone.

Non solo. I padroni sfruttatori, che truffano l'INPS attraverso il lavoro nero, sono gli stessi che la fanno franca. Sia perché le ispezioni sono rare, sia perché, anche quando incorrono in un accertamento imprevisto, risolvono la cosa col pagamento di qualche multa (già contabilizzata a bilancio) e con la promessa di riparare in futuro. Dopo di che tutto torna come prima. Ed anzi le stesse aziende che non dichiarano dipendenti grazie alla truffa del lavoro nero incassano spesso i fondi europei. Salvo poi portare in piazza i trattori per rivendicare sussidi maggiori. Questa è l'agricoltura tricolore che il ministro Lollobrigida invita a non criminalizzare. Ciò che significa letteralmente coprire i criminali. A partire dalla roccaforte elettorale di Fratelli d'Italia nell'agro pontino.

La disparità di trattamento è scandalosa. Un immigrato senza permesso di soggiorno, perché magari licenziato, finisce nel lager di un centro per il rimpatrio. Ma il padrone Lovato che ha scaricato davanti a casa un uomo morente e il suo braccio amputato in una cassa di frutta, che ha lavato le tracce di sangue dal furgone, che ha sequestrato i telefoni dei suoi compagni di lavoro per impedire loro di chiamare i soccorsi, resta tranquillamente a piede libero. Ed anzi accusa Satnam di leggerezza, cioè di essersela cercata e di avergli così procurato dei guai. La natura della democrazia borghese è riassunta alla perfezione da questa immonda vicenda.

Questa vicenda chiama in causa precise responsabilità politiche. Governi borghesi di ogni colore hanno vantato per decenni la “lotta al caporalato”. Il governo Renzi nel 2014 varò la trovata della Rete del lavoro agricolo di qualità come strumento di normalizzazione legale dei rapporti di lavoro nei campi. Tutti i governi successivi, inclusi i governi Conte e Draghi, si sono appoggiati sulla stessa retorica legalitaria. Sarebbe bastato “premiare” le aziende che non ricorrono al caporalato per risolvere il problema.
Ebbene, parlano i numeri. Dopo dieci anni dal suo varo, su una platea di 175000 aziende solo 6000 sono iscritte alla rete. Cosa significa? Significa che il mercato capitalista e l'assenza di controlli (anche per il taglio verticale degli ispettori) rende assai più conveniente il supersfruttamento illegale rispetto all'osservanza delle norme. Tanto più in assenza di punizioni reali per chi le viola. Quanto ai “premi” previsti per le aziende regolari (bollini di qualità per i loro prodotti o nuove decontribuzioni), sono ben poca cosa rispetto ai profitti assicurati dal lavoro schiavile. Per non parlare del fatto che i premi sono incassati assai spesso anche da aziende che “regolari” non lo sono affatto e non hanno alcuna intenzione di diventarlo.

Che fare, allora? È necessario che il movimento operaio e sindacale vada oltre la denuncia del malaffare nelle campagne, e apra una vertenza vera attorno a precise rivendicazioni di classe.
Certo, la Bossi-Fini, ben conservata da tutti i governi per oltre vent'anni, va cancellata perché funzionale allo sfruttamento. Ma non basta. Occorre rivendicare l'introduzione del reato penale per i padroni che ricorrono al lavoro nero; la regolarizzazione legale e contrattuale di tutti i salariati impiegati nei campi, a partire dall'immediato permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri che denunciano irregolarità; un controllo sindacale capillare sull'intero territorio nazionale, anche col ricorso strutture di autodifesa contro violenze e minacce dei caporali.
Solo la forza del movimento operaio può imporre una svolta nelle campagne.

E non solo. Il tema del lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, si estende a tutti i settori dell'economia: nella produzione, nei servizi, nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo. Sei milioni di salariati guadagnano meno di 850 euro al mese, altri due milioni ricevono meno di 1200 euro. Il precariato, la pratica degli appalti e dei subappalti con la corsa al massimo ribasso, il dilagare del part time involontario, in particolare nel lavoro femminile, la vergogna degli stage non pagati per milioni di giovani, sono tutti strumenti fra loro combinati che schiacciano verso il basso salari e diritti. È necessaria allora una vertenza generale che metta insieme la rivendicazione di un forte aumento salariale per tutti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario. Per i lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud, per italiani/e e migranti. A pari lavoro, pari diritti per tutte e per tutti.

Ben vengano i referendum contro il Jobs Act promosso dalla CGIL. È una battaglia che deve impegnare tutti. Ma non basta. Occorre ricondurre l'impegno referendario ad una piattaforma generale che unisca in un unico fronte reale di lotta 18 milioni di salariati. Una forza enorme. Una forza che può ribaltare dal basso l'intero scenario politico. Una forza che se organizzata e cosciente può ambire a imporre un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi tutta la società su basi nuove. L'unica vera alternativa per gli sfruttati e gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Patto UE su immigrazione e asilo: una coltre di putrida ipocrisia blinda l'Europa contro i migranti


 Nausea. Non ci sono altre parole. Il Patto su Migrazione e Asilo dell’UE stimola solo questa sensazione. Oltre 2500 sono stati i migranti morti affogati nelle acque del Mediterraneo. Bisognerebbe forse dire meglio: uccisi.


Uccisi dall’incapacità di accoglienza da parte di una UE che per altro, lo vediamo bene in questi giorni nel conflitto mediorientale e altrettanto nel continente africano, è pienamente implicata e corresponsabile dello stato di guerra e fame che attanaglia le enormi masse popolari dalle cui file partono masse di diseredati nella speranza di un qualche futuro per la propria vita e per i propri cari.
Da questo punto di vista la differenza tra richiedente asilo, profugo e migrante economico non ha alcuna importanza se non a giustificare politiche repressive sobillate dall’estrema destra.

La stampa borghese definisce il Patto un accettabile compromesso. Per gli interessi imperialisti dei paesi UE è certamente così. Dal punto di vista dei migranti, in massima parte rappresentati da proletari e classi popolari, la realtà è ben diversa.

Questo Patto legittima la chiusura delle frontiere europee al flusso dei migranti (Frontex), con il corollario di terribili tragedie, come quella del 3 ottobre del 2013 sulle coste di Lampedusa in cui morirono 368 persone, o quella più recente sulla spiaggia di Cutro in cui hanno perso la vita oltre 100 migranti.

Riduce la possibilità umanitaria di soccorso in mare, mettendo in preventivo altre migliaia di morti, mentre la UE d’altra parte sostiene le azioni dei suoi Stati membri impegnati in politiche giudiziarie repressive nei confronti di chi presta soccorso e sostegno umanitario (vedi il caso Lucano in Italia).

Limita la possibilità di esigere il diritto d’asilo legalizzandone le violazioni da parte dei singoli Stati, e favorendo le espulsioni rapide verso i paesi considerati “sicuri” come la Tunisia, dove il presidente Saied ha avviato da tempo una campagna di stampo razzista di internamento nei confronti dei migranti, o verso paesi i cui governi ricevono finanziamenti dalla UE che vengono destinati tra l’altro anche al mantenimento di autentici lager per migranti, come in Libia.

Favorisce l’apertura di nuovi centri di detenzione anche tramite patti indegni, come quello recentemente stipulato tra Meloni e Rama. Il recente scandalo del CPR di via Corelli a Milano ha rivelato impietosamente le condizioni inumane nelle quali vengono detenuti uomini donne e bambini colpevoli solo di cercare condizioni di vita accettabili.

Limita fortemente, infine, i cosiddetti movimenti secondari, negando così il diritto a recarsi verso la meta desiderata una volta entrati nel territorio della UE.

Questo Patto è stato eufemisticamente definito un compresso. In realtà si tratta di un atto di guerra verso quelle masse di diseredati in fuga dalle condizioni politiche ed economiche create dallo scambio diseguale e dalla politica di potenza dei paesi imperialisti della UE, in Africa e in Medio Oriente.

L’Europa, che si vanta di essere la culla del diritto, ha così ucciso il bambino. Lo testimonia anche la legge di riforma dell’immigrazione da poco approvata in Francia con il plauso della destra lepeniana, che rappresenta una stretta persecutoria e razzista nei confronti di immigrati e richiedenti asilo.
Tutto ciò accade mentre la popolazione europea invecchia rapidamente ed è in una forte decrescita demografica. Soprattutto in Italia, dove ogni anno la popolazione diminuisce di oltre 100000 unità.

I media borghesi, dai liberali a quelli della destra, ne approfittano per chiamare in causa l’insostenibilità dell’attuale sistema pensionistico e annunciare nuovi aumenti dell’età pensionabile e riduzione degli assegni.
Invece è evidente che questo gap potrebbe essere facilmente e proficuamente superato da politiche di accoglienza che consentissero tutti gli anni ad alcuni milioni di persone di venire a vivere e a lavorare in UE.

Ma allora perché la borghesia non adotta misure politiche che vadano in questa direzione?
Non possiamo completamente escludere che la realtà dei fatti presenti il proprio conto, per cui i governi borghesi siano costretti a un orientamento di maggior apertura sul tema immigrazione. Tuttavia, una ragione strutturale milita contro tali soluzioni: la necessità insopprimibile per il capitalismo imperialista europeo di alimentare la rapina sociale a danno del proletariato, quello proprio e quello internazionale, tramite il dirottamento delle risorse destinate al welfare state pubblico.

Questa rapina stringe al collo i cordoni della borsa per i proletari a tutto vantaggio di enormi svalutazioni fiscali, commesse, appalti e in generale largo pascolo di profitti per le grandi concentrazioni capitalistiche, che così ricavano annualmente utili miliardari da distribuire ai propri azionisti. La rapina sociale è talmente intersecata con il metodo di estrazione del profitto da parte del capitale contemporaneo da non poter essere messa in discussione, seppur timidamente, pena il crollo del sistema capitalistico stesso.

Nello stesso tempo le lavoratrici e i lavoratori migranti, tenuti ai margini della vita sociale in situazioni di povertà e scarsa assistenza, possono essere costretti a subire condizioni di sfruttamento feroce soprattutto in quei settori industriali “straccioni” a maggior tasso di profittabilità, come l’agro-zootecnico (braccianti), il logistico (riders), l’edile, il turistico (gli stagionali), ecc.

Per questo la soluzione dell’”arcano problema” dell’immigrazione deve risiedere nella lotta per un’alternativa di governo e di società.
Solo il governo delle lavoratrici e dei lavoratori può avere nel suo programma misure per una vasta e strutturata accoglienza dei migranti senza fare speciose distinzioni tra migranti “politici” ed “economici”. Solo l’avvio dell’edificazione socialista e dell’esproprio degli immensi capitali detenuti da pochissime e spesso anonime mani può fornire le risorse per finanziare questa accoglienza e in generale tutte le misure di previdenza ed assistenza sociale.
Solo la prospettiva della rivoluzione mondiale con la distruzione di tutti gli imperialismi può consentire, con una equa ripartizione delle risorse tra tutti i paesi del mondo, la fine di quelle condizioni di vita inaccettabili, guerre, fame, sfruttamento, cambiamenti climatici, che spingono centinaia di milioni di persone a lasciare la propria terra.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione dell’Opposizione Trotskista Internazionale, è impegnato quotidianamente a costruire in Italia e a livello internazionale questa prospettiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'Italia scavalca la Francia. In Tunisia

 


La caccia di manodopera a basso costo dei capitalisti italiani

La competizione internazionale tra poli imperialisti coinvolge le rotte internazionali degli investimenti. La cosiddetta deglobalizzazione segna l'accorciamento delle catene del valore, cioè la ricerca da parte di ogni imperialismo di fonti di approvvigionamento più vicine geograficamente, e soprattutto il più possibile sottratte alle incognite di misure sanzionatorie e protezionistiche degli imperialismi rivali.
In questo senso si rafforza in particolare sia la tendenza al reshoring, cioè al reimpatrio delle produzioni industriali (soprattutto da Cina e dall'Asia), sia parallelamente la ricerca di un proprio cortile di prossimità in cui concentrare gli investimenti esteri.

È il caso dell'imperialismo italiano in Tunisia. Già ci siamo occupati recentemente del rischio di default di questo paese, per via dei gravami del debito estero connesso al salto dei tassi di interesse sospinto dalle banche centrali. Un rischio tuttora presente dettato dalla pratica usuraia del capitale finanziario. Ma le politiche di rapina in Tunisia riguardano anche, più direttamente, le pratiche d'impresa, innanzitutto italiane.

In Tunisia il costo del lavoro è un sesto di quello italiano. «La Tunisia ha soprattutto il grande vantaggio di avere tanti lavoratori disponibili, per di più in una zona agricola come questa dalla disoccupazione elevata» dichiara candidamente il padrone dell'azienda di Cornedo Vicentino che ha scelto la Tunisia come seconda patria. Un'azienda di materiale elettronico che investe anche in Romania e Cina ma che ora fa rotta sulla Tunisia. Duecento dipendenti, prossimamente trecento, in località Mornaguia. Prevalentemente giovani e donne. È una delle 911 aziende italiane presenti nel paese, con quasi 80000 posti di lavoro complessivi, prevalentemente nella meccanica e nel tessile abbigliamento, con 135 progetti nuovi nel prossimo anno. Sono aziende che hanno sostituito per lo più le produzioni in Oriente dopo la vicenda Covid e poi con la guerra in Ucraina.

L'Italia fa la parte del leone in Tunisia, sbalzando la Francia al primo posto come partner commerciale, con un incremento delle esportazioni del 39,1% rispetto al 2021 per un totale di 4 miliardi di euro. Il titolare della Sparco, azienda di Torino con 1200 dipendenti, conferma le ragioni della scelta tunisina: «A causa della disoccupazione persone più qualificate accettano di fare lavori al livello più basso». È la stessa ragione che spinge in Tunisia il gruppo Calzedonia con quattro fabbriche, e il gruppo Zoppas.

Il default non è un problema che preoccupa gli investitori italiani. Al contrario: «Un eventuale default potrebbe provocare un indebolimento del dinaro e addirittura una ulteriore riduzione dei costi» dichiara Albino Bellazzi, amministratore delegato di Sparco. In altri termini, più la Tunisia va in rovina, più cresce la disoccupazione, più i giovani e le donne tunisine saranno disponibili a subire un ribasso dei loro già miserabili salari pur di lavorare e sopravvivere. A tutto vantaggio dei nostri capitalisti. Il che spiega oltretutto l'avversione di quest'ultimi all'immigrazione tunisina verso l'Italia e l'Europa. Troppi emigrati riducono la riserva di manodopera disoccupata e dunque il potere di ricatto salariale dei padroni italiani.

Quando Giorgia Meloni gira l'Africa, dalla Tunisia all'Etiopia, con tanto di foto coloniali di scolaresche locali festanti che sventolano il tricolore per renderle omaggio, si occupa solo dell'interesse dei capitalisti italiani. Che non a caso seguono la premier con proprie delegazioni d'affari. La bandiera della Nazione e della Patria, purtroppo oggi rivalutate a sinistra, serve solo ad offrire un paravento di nobiltà all'imperialismo italiano e alla sua ricerca di manodopera a basso costo nelle periferie del mondo. È una ragione in più per una politica internazionalista contro l'imperialismo di casa nostra e contro ogni tossina di sovranismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una giovane operaia uccisa in Toscana

 


Una strage ormai continua, il sistema capitalistico è spietato

È morta ancora una volta una giovane operaia.

Ancora una volta una morte straziante in nome di un profitto assassino, tra i telai di una piccola industria tessile di Montemurlo.
Non è stata una morte casuale. I ritmi, la solita mancata manutenzione dei macchinari, la rincorsa contro i costi destinati alla sicurezza. Lo sfruttamento del lavoro salariato.
Luana non è purtroppo sola. Con lei dall’inizio dell’anno sono morti sul posto di lavoro più di duecento lavoratori. Storie e vite dimenticate di sacrifici e mancati diritti.

In questi ultimi anni spesso abbiamo dovuto ascoltare le voci e la propaganda della borghesia contro la classe operaia. “Non esiste più una classe operaia”, “non esistono più gli operai come quelli che hanno lottato nel dopoguerra per i propri diritti”, “gli operai e gli imprenditori sono uniti contro la crisi”... in un coro interessato e ipocrita proveniente anche dalle dirigenze dei sindacati confederali. Il moralismo interessato del capitale condito dal compromesso di classe di un riformismo che non ha più nulla da dire in difesa dei più deboli.
Luana D’Orazio, con i suoi 22 anni e da poco mamma, con il suo lavoro voleva ritagliarsi un futuro, anche se incerto. La violenza di una classe su un'altra è anche avere spezzato tutto questo. La morale della borghesia è nascondere le condizioni di sfruttamento nelle quali sono costretti milioni di giovani precari. Nasconderli dentro la logica degli algoritmi, nelle regole del profitto selvaggio, nel cottimo, nella mancanza di un futuro, nella mancanza di diritti.

La nostra morale è diversa. La nostra morale di militanti marxisti rivoluzionari è tutta protesa in difesa della classe operaia, che esiste malgrado tutti i tentativi di dividerla, schiacciarla in una realtà senza diritti.
Per noi la vita in un operaio ha un valore enorme, perché è la realtà nella quale viviamo ogni giorno, e sappiamo che l’unica strada per difenderla è la lotta di classe. Non è cambiato nulla nel sistema di sfruttamento da quando Marx ed Engels descrivevano nell'800 le condizioni del lavoro salariato delle operaie tessili senza diritti piegate sui grandi telai.

La lotta per il diritto inalienabile di non morire sui posti di lavoro è sempre con noi nella lotta contro il capitalismo. Il nostro compito irrinunciabile è far esplodere ovunque la coscienza di classe. Vogliamo inoltre denunciare il comportamento delle burocrazie sindacali di CGIL, CISL E UIL, le quali si sono ridotte a indire uno sciopero di sole quattro ore per venerdì 7 maggio, limitato alla sola provincia di Prato, uno sciopericchio fra i tanti a fronte di una situazione di gravità inaudita, una risposta condita con le solite liturgie confederali che hanno allontanato i lavoratori dal terreno della lotta, che hanno disabituato la classe operaia, in particolar modo quella di questa regione, a rispondere con le azioni di lotta alle sfide che il padronato porta sul terreno della sicurezza e della salute sul posto di lavoro, piegate agli interessi dei profitti aziendali.

Partito Comunista dei Lavoratori - Coordinamento toscano

8x5: giù le mani dalla lotta della Texprint!

 


Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione in solidarietà con la lotta dei lavoratori della Texprint sabato 24 aprile a Prato

8X5 è la parola d’ordine che i lavoratori della Texprint del distretto tessile di Prato, in sciopero da 90 giorni, si sono dati contro il sistema di super sfruttamento imposto dall’azienda di proprietà cinese, peraltro indagata per infiltrazione mafiosa, che impone ai lavoratori 12 ore di lavoro giornaliere per sette giorni settimanali.

Le condizioni di schiavitù disumane tipiche dell’Ottocento con continue vessazioni da parte dei titolari, i frequenti infortuni, nessuna maturazione delle ferie e dei permessi, nessun riconoscimento della malattia e assicurazione contro gli infortuni hanno fatto saltare il tappo, e ora i lavoratori chiedono che siano rispettati i diritti elementari, che sia applicato un contratto regolare.

La ribellione degli operai attorno alla rivendicazione delle otto ore per cinque giorni settimanali si è espressa attraverso uno sciopero a oltranza con il blocco dei cancelli. La rivalsa padronale ha portato a 18 licenziamenti e a forme di repressione giudiziaria che colpisce assieme ai lavoratori il loro sindacato di appartenenza (Si Cobas) con multe salatissime e accuse deliranti come quella di aver violato le normative sanitarie con il picchetto ai cancelli.

È evidente che questa lotta esemplare assume, per le sue caratteristiche, una importanza di carattere generale che non si può fermare solo al livello aziendale, ma va ricondotta dentro un quadro più ampio di mobilitazione.

Nel paese centinaia sono le vertenze e le situazioni di lotta, tutte accomunate dall’isolamento e dalla separatezza tra di loro. Nel settore della logistica si stanno tenendo scioperi e picchetti fortemente repressi, come nei magazzini coinvolti nella dura vertenza FedEX TNT. Molte sono le situazioni di fabbriche in cassa integrazione, in crisi, che stanno chiudendo o che hanno già chiuso: Whirlpool, Acciaierie di Piombino, Arcelor Mittal, Wambao-Acc e Alitalia sono solo gli esempi più eclatanti.

A questi va ad aggiungersi l’imminente sblocco dei licenziamenti concesso da Draghi al padronato, che consentirà le ristrutturazioni aziendali, il cui costo si scaricherà su centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, anche nei settori che hanno fatto profitti durante la pandemia.

Di fronte alla nuova barbarie che si sta scaricando sulle teste di milioni di salariati, di sfruttati e di masse povere, di fronte all’atteggiamento complice della CGIL con il governo e il padronato, si impone la necessità del più ampio fronte delle lavoratrici e dei lavoratori, costruito su basi di classe al di là di qualsiasi steccato di appartenenza sindacale, che unifichi tutte le vertenze in campo, che sia in grado di organizzare i lavoratori contro gli sfruttatori - che siano nazionali o internazionali - e contro i governi a loro asserviti, che elabori una piattaforma di fase adeguata, che metta insieme tutte le realtà di lotta per la costruzione di uno sciopero generale di tutte le categorie, che sia il trampolino di lancio per una vera dinamica di massa.

• Unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate, a livello nazionale e internazionale!
• Sciopero generale a oltranza, con la costituzione di casse di resistenza per sostenerlo!
• Pieno rispetto dei diritti sindacali. Via le leggi di precarizzazione del lavoro, a pari lavoro pari diritti!
• Blocco dei licenziamenti! Occupazione delle aziende che licenziano, e loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!
• Riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40!
• Salario medio garantito a tutte le categorie di lavoratori!
• Massima tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori!

Contro i capitalisti nazionali e internazionali e contro i loro governi va contrapposta l’unità di lotta della classe lavoratrice. Al fronte unico del capitale va contrapposto il fronte unico del lavoro!

Partito Comunista dei Lavoratori

L'uccisione dell'ambasciatore italiano e l'ipocrisia dell'imperialismo tricolore

 


L'uccisione in Congo dell'ambasciatore italiano e del carabiniere di scorta, per responsabilità ancora ignote, occupa in queste ore l'informazione pubblica. Molti sono i riferimenti alla storia professionale e di vita delle due vittime. Spicca su tutte la nota diffusa da Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina: «L’Ambasciatore d'Italia nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e il Carabiniere Vittorio Iacovacci sono rimasti vittime di una violenza che non riusciamo a capire e ad accettare. Un diplomatico e un carabiniere sono morti insieme, in un Paese lontano dove lavoravano al servizio dell’Italia.» (Corriere della Sera, 23 febbraio).


Domanda: qual è invece la violenza che il ministero degli Esteri riesce ad «accettare e capire» in Congo? I milioni di bambini di sette-otto anni che lavorano per 12 ore al giorno nelle miniere congolesi sotto il controllo delle multinazionali? Oppure le bambine di undici anni ammassate nei bordelli delle bidonville minerarie del Paese? Oppure il più alto tasso di stupri al mondo registrato proprio nella Repubblica “Democratica” del Congo? L'indignazione del Ministero degli Esteri scatta evidentemente a corrente alternata.


IL CRIMINE IN CONGO

La Stampa (FCA) parla oggi del Congo, in un suo commosso editoriale, come di un «paese sfortunato». Ipocrita! Si tratta di un paese saccheggiato proprio in ragione delle sue fortune. Il cobalto è la materia prima che sorregge l'intera produzione informatica. La rivoluzione annunciata dell'auto elettrica è affidata al cobalto. Il Congo concentra nella propria terra il 60% del cobalto prodotto nel mondo. È un tasso di concentrazione territoriale che non ha punti di paragone con nessuna altra materia prima sull'intero pianeta. Tutto questo spiega perché il Congo è terra di conquista e di spartizione tra tutte le potenze imperialiste. La Cina controlla da sola con proprie società il 50% del cobalto congolese. Il resto è spartito tra colossi USA ed europei. Apple, Daimer, Huawei, Lenovo, Microsoft, Sony, Vodafone, Volkswagen... tutte le grandi multinazionali del mondo intero attingono al pozzo del Congo. O dispongono direttamente di proprie miniere o si riforniscono da miniere artigianali messe su da signorotti locali che sfruttano manodopera schiavile.
Questo per parlare solo del cobalto. Ma il Congo ha anche invidiabili giacimenti di coltan, oro, diamanti, cassiterite, manganese, argento, zinco, uranio, petrolio. L'italianissima ENI, che è la principale azienda straniera in Africa, ha in Congo propri giacimenti.

Ognuna di queste materie prime trascina una guerra per l'accaparramento senza risparmio di colpi. Le centinaia di milizie private che infestano la Repubblica Democratica del Congo hanno qui la propria radice. Ogni padrone delle miniere si circonda di guardie private che tutelano la sua proprietà. La burocrazia supercorrotta dello Stato lascia fare; l'esercito regolare è connivente.

E l'ONU? L'ONU è presente da vent'anni nella Repubblica Democratica del Congo con ben 15000 soldati di 49 Paesi per “proteggere i civili e mantenere la pace”, come recita formalmente la sua missione. Ma la pace presidiata dalle Nazioni Unite è quella dello sfruttamento e delle guerre per il controllo dello sfruttamento. Per di più, lo stesso Corriere della Sera è costretto a dire a malincuore che la fama delle truppe ONU non è immacolata, perché corruzione e stupri compiuti da caschi blu hanno più volte macchiato la bandiera delle Nazioni Unite, anche in Congo. A proposito di influenze ambientali.


UNA STORIA TERRIBILE DI COLONIALISMO

Nulla di nuovo, in realtà. Il Congo è terra di saccheggio per mano dell'imperialismo da un secolo e mezzo. Dal 1885 al 1908 fu addirittura proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II, che gestì in prima persona lo schiavismo. Dal 1908 divenne colonia statale belga e lo rimase sino al 1960. Diverse generazioni di congolesi passarono sotto le forche caudine di una repressione sanguinosa, la pagina peggiore del colonialismo belga.

L'indipendenza strappata nel 1960 non mutò la condizione del Congo. Il primo presidente eletto Patrice Lumumba fu rovesciato e assassinato dopo meno di un anno da un colpo di stato diretto dalle gerarchie militari e sostenuto da Belgio ed USA. Iniziò allora il regime di Mobutu, il più longevo e spietato regime dittatoriale nell'Africa nera, che durò sino al 1997. Un regime che seppe a lungo equilibrarsi tra i buoni rapporti col blocco sovietico (in particolare col rumeno Ceausescu) e gli ottimi rapporti con l'imperialismo USA, presentandosi agli uni e agli altri come garante dei rispettivi interessi in Africa. Dopo il crollo dell'URSS, saltati i vecchi equilibri continentali, il Congo divenne teatro delle due cosiddette “guerre mondiali africane”, la prima nel 1996-1997, la seconda tra il 1998 e il 2003. Vi presero parte fino a sei stati limitrofi, vi morirono più di quattro milioni di persone. Il terribile conflitto etnico tra Hutu e Tutsi in Ruanda nel 1994, con responsabilità decisive dell'imperialismo francese, ha fornito carburante alle guerre africane per via diretta o indiretta. Anche il Congo ne ha subito gli effetti.


LA FUNZIONE DI UN'AMBASCIATA

Il Congo di oggi è il degno erede di questa storia terribile, la storia di un crimine che si chiama capitalismo. Questo è lo sfondo della stessa uccisione dell'ambasciatore italiano e della sua scorta.

Non sappiamo se gli aggressori sono criminali comuni dediti a rapimenti o se si tratta di milizie politicamente targate, e nel caso quale sia il loro marchio (se quello islamico integralista ugandese delle ADF o quello delle Forze democratiche di liberazione o quello dei cosiddetti Mai-Mai). Sappiamo che il personale diplomatico è esposto a rischi fisiologici per la natura stessa del suo ruolo. L'ex ministra Paola Severino, nel commentare l'accaduto, ha citato en passant la triplice funzione della diplomazia in questi paesi: diplomazia politica, diplomazia giuridica, diplomazia economica. Significa un lavoro di relazione con le strutture dello stato ospitante, ma anche con poteri territoriali, capi tribali, leader di zona.

«Attanasio il giorno prima era stato a Bukavu e aveva incontrato i maggiorenti e i leader della zona. [...] Anche a Ritshuru, dove era diretto, avrebbe dovuto vedere i capi locali e inaugurare alcune strutture donate dall'ONU. [...] Ma tra la popolazione qualcuno ce l'aveva con gli italiani. Molta gente qui è convinta che siano stati firmati dei contratti di estrazione petrolifera tra ENI e governo centrale di Kinshasa. E i notabili del posto, rimasti a bocca asciutta, hanno minacciato ritorsioni e vendette». Così scrive il Fatto Quotidiano (23 febbraio). Non sappiamo quali siano le fonti né se questa sia la pista giusta per individuare gli autori dell'accaduto, ma certo sappiamo che la funzione di un'ambasciata (e di un ambasciatore) è un po' più complicata dell'immagine da libro Cuore che ci confeziona la retorica tricolore di queste ore. E che l'imperialismo è anche questione di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro sfruttamento, sessismo e repressione

 Si è costituito il "Comitato 23 settembre"


A partire dal presidio del 23 settembre a Bologna, in occasione dell'inizio del processo all'assassino di Atika Gharib, le compagne di diverse organizzazioni sindacali e politiche e di realtà di lotta presenti hanno deciso di organizzarsi nel Comitato 23 settembre.

Nel corso delle iniziative legate al percorso di costruzione dell’assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattive che si è svolta a Bologna domenica 27 settembre le compagne si sono impegnate non solo ad affrontare in assemblea le tematiche dell’oppressione delle lavoratrici e delle donne sfruttate, ma anche a portare in questo percorso la lotta contro gli elementi dell'oppressione sistemica che le donne subiscono, a partire da un impianto classista e anticapitalista che indichi la necessità di unire questa lotta a tutte le lotte delle classi subalterne, per l'abbattimento definitivo del capitalismo e del patriarcato.

In vista della manifestazione di Modena del 3 ottobre contro la repressione si è quindi deciso di formare uno spezzone di compagne appartenenti a diverse realtà sindacali, politiche e di movimento e qui pubblichiamo il volantino che le compagne porteranno in questa occasione.


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere



Con la ribellione sociale e antirazzista negli USA!

Appello per un'iniziativa unitaria nazionale

Gli avvenimenti in corso negli USA, con lo sviluppo di un imponente movimento antirazzista contro le violenze della polizia e il retroterra sociale e culturale che le alimenta, sono un fatto enorme.

Il movimento Black Lives Matter non raccoglie solamente una domanda di uguaglianza e democrazia, ma rivendica le ragioni sociali degli sfruttati, chiama in causa l'ipocrisia del principale imperialismo oggi esistente al mondo, svela che la sua politica di potenza nei confronti di altre nazioni e popoli oppressi è solo la manifestazione del suo volto poliziesco in casa propria nei confronti dei lavoratori e dei giovani americani, in particolare della popolazione nera, ispanica, asiatica. Donald Trump ha dato sicuramente a questo volto la sua espressione più ripugnante.

Il movimento Black Lives Matter, per la sua stessa natura, non riguarda solamente gli USA. Milioni di lavoratori e lavoratrici immigrati in Europa sperimentano ogni giorno sulla propria pelle la violenza oppressiva del capitalismo e il suo profilo razzista: leggi discriminatorie nel nome della “sicurezza”, supersfruttamento, caporalato, soprusi e angherie quotidiane, violenze omicide della malavita, repressione poliziesca delle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici immigrati/e. Una realtà difesa nei fatti, in forme diverse, da tutti i governi.

Non a caso, in diversi paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna) le manifestazioni di solidarietà con il Black Lives Matter chiamano sul banco degli imputati le violenze di casa propria, la tradizione imperialista e coloniale in cui affondano le proprie radici, le statue che la simboleggiano, contro ogni forma di nazionalismo e sciovinismo.

Per queste ragioni vogliamo che anche in Italia si sviluppi un movimento analogo a quello che si va dispiegando in altri paesi d'Europa, capace di unire la battaglia contro il razzismo alla battaglia dei lavoratori e delle lavoratrici contro lo sfruttamento, contro il capitalismo, contro ogni discriminazione e violenza poliziesca.

Proponiamo presidi unitari presso l'ambasciata e i consolati USA nel corso di questa e della prossima settimana a sostegno di Black Lives Matter e della mobilitazione in corso negli Stati Uniti.



Prime adesioni:

Democrazia Atea, La Città Futura, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Marxista-Leninista Italiano, Potere al Popolo, Rete dei Comunisti, Sinistra Anticapitalista


(in aggiornamento)

Lo sfruttamento degli operai agricoli e l'oscena ipocrisia della morale borghese

La polemica sulla regolarizzazione dei braccianti immigrati

Il capitalismo è un modo di produzione fallito. Esso produce un ordine sociale in putrefazione. “La cancrena del capitalismo porta con sé quello della società moderna, diritto e morale compresi”. Sono le parole di Trotsky nel 1939, riportate nel suo scritto La loro morale e la nostra. A guardare quello che succede sul capo delle operaie e degli operai agricoli, sembrano scritte oggi.

Tra le altre conseguenze dell'emergenza da coronavirus c'è la crisi del settore agricolo di produzione primaria. La stagione è bella e ci si aspetterebbe un buon raccolto. A causa delle restrizioni necessarie per il contrasto dell'epidemia, però, sono venuti a mancare 300.000 braccianti agricoli in gran parte provenienti da paesi come la Romania e la Bulgaria. Il padronato agricolo lancia l'allarme, i propri investimenti sono a rischio e occorre che il governo provveda a integrare le braccia mancanti.
Il problema è che però la maggioranza dei braccianti immigrati sono tenuti nella clandestinità a causa di un mostruoso apparato giuridico che li costringe all'illegalità.
In condizioni normali questi “clandestini” vivono nell'ombra, come si dice, lontano dagli occhi e dal cuore. Ora l'emergenza sanitaria lancia la sua luce sinistra e costringe tutte le forze politiche, i soggetti sociali e l'opinione pubblica a gettare uno sguardo su questa categoria di lavoratrici e lavoratori essenziali che ogni giorno assicurano l'approvvigionamento alimentare a decine di milioni di italiani.

A questi lavoratori essenziali – eroi, stando ai parametri etici al tempo del coronavirus – viene normalmente riconosciuta l'ingente somma di 3 o 4 euro lordi per ora di lavoro! Un salario da fame che li costringe a vivere in squallide baraccopoli, senza riscaldamento, non dotate di apparato fognario, con servizi igenici fatiscenti e scarso accesso all'acqua potabile.

A questo punto lo scandalo assale l'ipocrita democratico piccolo-borghese, che subitaneamente individua la causa del male: il caporalato!
Certo, come se non bastasse, questi operai sono tormentati anche dai caporali, approfittatori di una forma illegale di intermediazione di mano d'opera dei cui proventi si interessa spesso anche la criminalità organizzata. Ma i caporali costituiscono solo l'ultimo anello di una catena criminale di sfruttamento. Tutta la filiera alimentare è segnata dallo sfruttamento dei braccianti. Su di esso si costituisce il margine di profitto dell'imprenditore agricolo, dal piccolo al grande, i cui prezzi di vendita del proprio prodotto sono in larga misura imposti dai grossisti, i quali a loro volta sono legati a doppia mandata alle capacità di smercio della Grande Distribuzione Organizzata in grado di imporgli le proprie condizioni.
Pochi grandi gruppi della GDO, tra i quali Coop, Conad, Esselunga, Eurospin, controllano il 75% del mercato al consumo. Hanno ricavi altissimi che si sono ulteriormente incentivati (oltre il 10%) a causa dell'emergenza sanitaria. La posizione dominante consente loro di comprimere al ribasso i prezzi, a tutto danno della filiera che porta i prodotti agricoli sugli scaffali. È uno dei meccanismi infernali del capitalismo, quello di abbassare i costi dei fabbisogni necessari al lavoratore per riprodurre semplicemente la propria forza lavoro, e perciò abbassare il salario medio a prezzi da discount. Mente al contempo si può aumentare il loro sfruttamento fino alle estreme conseguenze della condizioni inumane in cui vivono centinaia di migliaia di operaie e di operai del settore agricolo.

Quello descritto è il retroscena davanti al quale si esibisce la squallida rappresentazione teatrale delle forze politiche di governo e opposizione.
Un ministro di uno dei partiti più filopadronali, Italia Viva, la ministra dell'agricoltura Bellanova, si ingegna a tappare il buco di una tale mancanza di forza lavoro. La sua premura è evidentemente soccorrere gli interessi del capitalismo agrario, anche se non manca di rivestirla di una patina mielosa di sensibilità, a suo dire, verso le condizioni difficili in cui vivono i braccianti. Purtroppo per lei, il fatto stesso che proponga una regolarizzazione solo temporanea rende amaro quel miele e svela i suoi reali interessi.

Tuttavia basta questo a scatenare la canea nel governo, e tra questo e le forze di opposizione.
La destra, dall'opposizione, con il suo carico di propaganda xenofoba e razzista si scatena contro la sanatoria per “i clandestini” con l'intento di accontentare il piccolo e medio proprietario agricolo, in trattativa diretta con i caporali che gli offrono manodopera a prezzi stracciati. Nel governo, il M5S, il partito sedicente "degli onesti" e della moralizzazione della politica, in cerca di un recupero elettorale nel meridione (dove sono le aree agricole in cui avvengono i più gravi fenomeni di sfruttamento), rigurgita la pulsione anti-immigrazione di una grande parte della sua base militante e blocca perfino le modestissime proposte della ministra Bellanova. La risibile scusa è che ciò consentirebbe l'impunità dei caporali.

Insomma, un teatro osceno sulla pelle di lavoratrici e lavoratori che provvedono giornalmente all'approvvigionamento alimentare di milioni di concittadini al prezzo di forme inumane di sfruttamento.
Potremmo dire che il capitalismo fa abbastanza schifo da sé, senza bisogno di queste scene vomitevoli. Ma l'imputridimento morale della borghesia apre un baratro senza fondo nella coscienza collettiva tra la loro morale e quella proletaria, la loro morale e la nostra, appunto.
Una volta di più, allo sfacelo politico e morale dell'ordine borghese l'unica soluzione è la lotta unita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori, indigeni e migranti, sulla base di una vertenza unitaria di tutto il mondo del lavoro che includa tra le altre, le rivendicazioni:

- abolizione del reato di clandestinità;
- abolizione di tutte le leggi discriminanti contro i migranti, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini ai più recenti decreti sicurezza;
- liberalizzazione dei flussi migratori;
- istituzione in agricoltura del collocamento pubblico obbligatorio sotto il controllo delle associazioni dei lavoratori bracciantili;
- contratto collettivo nazionale per le operaie e gli operai agricoli;
- nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle aziende grossiste dei prodotti agro-zootecnici;
- nazionalizzazione della GDO del settore agro-zootecnico sotto controllo operaio e senza indennizzo per i grandi azionisti


Il Partito Comunista dei Lavoratori porterà queste rivendicazioni in tutte le occasioni di azione unitaria delle forze politiche e sindacali classiste, così come in tutte le mobilitazioni della classe lavoratrice contro le politiche del padronato, del governo, di istituzioni e forze politiche sue complici, e contro il capitalismo e la sua ennesima crisi.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il capitalismo uccide la natura. L'alternativa o è anticapitalista o non è

Il futuro dell'umanità è in pericolo.
La temperatura del pianeta continua a crescere, l'aria che si respira è sempre più contaminata, i ghiacciai si sciolgono, cresce il livello degli oceani, si estinguono molte specie viventi, si estendono insieme siccità e inondazioni. Nove milioni di persone nel mondo muoiono ogni anno per l'inquinamento.

Non sono dati “di parte”, ma una verità riconosciuta da tutta la comunità scientifica. Eppure è stato necessario un movimento di decine di milioni di giovani per denunciarla agli occhi del mondo.

Ma qual è la causa vera e di fondo della devastazione ambientale? Ci raccontano che sono i consumi individuali sbagliati e gli stili di vita inappropriati. Come a dire che le responsabilità sono di ognuno, e dunque la società non c'entra. Ipocriti! È vero l'opposto. Alla base di tutto sta proprio un'organizzazione della società e dell'economia che mette il profitto sopra ogni cosa, e che subordina a sé ogni individuo. La dittatura del profitto: questo è ciò che distrugge gli ecosistemi del pianeta.

È la dittatura del profitto che ha sospinto le energie fossili, che ha posto al centro il binomio tra auto e petrolio, che ha marginalizzato le energie rinnovabili. È la dittatura del profitto che intossica gli alimenti coi pesticidi, che impoverisce i suoli col supersfruttamento, che trasforma in discariche i mari e i fiumi. E questa dittatura del profitto non è un effetto spiacevole di politiche sbagliate, che si può correggere con qualche riforma. È il pilastro su cui si regge l'intera organizzazione della società. Un'organizzazione che si chiama capitalismo. Senza la messa in discussione del capitalismo, in ogni paese e su scala mondiale, non vi sarà la riconciliazione tra specie umana e natura.

Questa riconciliazione è non solo necessaria ma possibile. Il potenziale tecnico delle energie rinnovabili (sole, vento, acqua) consentirebbe di coprire per oltre 10 volte i bisogni energetici dell'umanità. Una riconversione ecologica dell'economia mondiale creerebbe una mole immensa di nuovo lavoro socialmente utile. Ma solo il rovesciamento della dittatura dei capitalisti, in ogni paese e in una prospettiva mondiale, potrà aprire la via a questa riorganizzazione razionale dell'economia. Una riorganizzazione ecosocialista: nella quale sarà la maggioranza della società a decidere finalmente come, cosa, per chi produrre, e non un pugno di miliardari.

In ogni paese i governi e lo Stato tutelano gli interessi di questi miliardari. Basti pensare che l'ENI incassa ogni anno in Italia ben 16 miliardi di sussidi pubblici per continuare a inquinare. Soldi versati indistintamente da vecchi e nuovi governi. Soldi presi da salari, pensioni, sanità, istruzione. Soldi sottratti (anche) alle bonifiche ambientali, al trasporto pubblico su ferro, al riassetto idrogeologico del territorio. Per non parlare dei 70-80 miliardi versati ogni anno alle banche per pagare gli interessi sui titoli di Stato e gonfiare il portafoglio dei loro grandi azionisti. Gli stessi che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende inquinanti.

Occorre fare piazza pulita di tutto questo. Il movimento studentesco che si è levato il 15 marzo ha potenzialità enormi. Altri vogliono dirottarlo su falsi binari, magari elettorali. Noi vogliamo invece portare al suo interno un progetto anticapitalista, unendo attorno ad esso tutti coloro che lo condividono.
Partito Comunista dei Lavoratori

Prima gli sfruttati! La campagna contro gli immigrati è contro di te

“Prima gli italiani” è la bandiera di Salvini, con Di Maio complice.
Richiama facile consenso ma è una truffa contro di te. Serve a distogliere il tuo sguardo da chi ti sfrutta per indirizzarlo contro altri sfruttati. Perché il tuo vero nemico non è l'immigrato, è il padrone che ti toglie il lavoro, che ti paga un salario da fame, che ti costringe a orari massacranti, oppure il banchiere che ti impicca a un mutuo che vale una vita. Guarda caso sono gli stessi capitalisti cui Salvini e Di Maio regalano la Flat tax mettendola sul tuo conto. Altre decine di miliardi regalati ai padroni, pagati inevitabilmente coi tagli alla sanità, ai servizi, al lavoro (come hanno fatto i governi del PD). Gli italiani che vengono “prima” sono loro, non sei tu. Tu sei quello che paga. Per loro non è mai finita la pacchia, per te non c'è mai stata.

“Cacciamo 500.000 clandestini”, grida Salvini.
Ma i “clandestini” sono quelli che la legge Bossi-Fini ha reso tali. Perché magari hanno perso il lavoro, e dunque il permesso di soggiorno. Perché senza permesso sono sfruttabili senza tutele e senza limiti, a esclusivo vantaggio dei profitti. Perché anche centinaia di migliaia di immigrati regolari, nei campi o nei cantieri, vengono costretti a 12 ore di lavoro per un euro all'ora dalla sola paura di perdere il lavoro, e dunque il permesso. E per questo sono usati a loro volta come arma di ricatto contro i lavoratori italiani. Regolarizzare gli immigrati, cancellare la Bossi-Fini, è dunque nel tuo interesse, non in quello del tuo padrone. A uguale lavoro, uguali diritti!

“Gli immigrati arrivano in troppi, dobbiamo respingerli”.
La verità è che troppi sono i giovani, le donne, i bambini, costretti a fuggire da guerre e saccheggi che da sempre i capitalisti di casa nostra portano a casa loro, a caccia di petrolio, litio, cobalto, espropriando terre e corrompendo governi. In tutta la storia dell'umanità nessuna legge per quanto dura ha mai arrestato la fuga dalla fame e dalla morte. Se 34.000 morti nel Mediterraneo non sono stati sufficienti ad arrestare i flussi, quale legge sarà mai “sufficiente”? L'unico vero effetto degli sbarramenti è aumentare le pene dei migranti. Come quelle inflitte dalle milizie libiche nei campi lager finanziati da Minniti (coi soldi tuoi) col plauso di Salvini. Lo stesso che oggi vorrebbe pagare nuovi campi di concentramento in Libia. Questa è la vera complicità coi trafficanti, a tue spese.

“L'Europa ci ha lasciato soli e ora ci fa la morale”.
La verità è che nessun governo europeo può fare la morale a nessuno. Ognuno di loro vuole continuare a saccheggiare l'Africa (sgomitando con gli alleati concorrenti) e al tempo stesso respinge l'esodo che quel saccheggio produce. Ognuno dichiara principi umanitari, ma solo quando si tratta della frontiera altrui. Ognuno sventola la propria bandiera nazionale, Macron contro Salvini, Salvini contro Macron, i migranti presi come ostaggio: in realtà ognuno cerca di raccattare consenso tra i propri salariati per amministrare gli interessi dei propri capitalisti. Parlano della tua “sovranità”, ma è la sovranità del capitale contro di te. In ogni paese e sotto ogni governo.

C'è allora un solo modo di risolvere la questione dell'immigrazione. Mettere in discussione un regime inumano che la produce e la sfrutta. Quel regime si chiama capitalismo, in Italia, in Francia, in America e ovunque. Invece di farci arruolare dietro le bandiere nazionaliste dei nostri sfruttatori, in una guerra che non ci riguarda e che è fatta contro di noi, è necessario unire in una lotta comune tutti gli sfruttati, di ogni nazione e colore, contro il nemico comune. Per un'Europa socialista.

“Prima gli sfruttati” è ovunque l'unica nostra frontiera.
Partito Comunista dei Lavoratori