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Ponte Morandi, il processo che non c'è

 


Le lezioni di un crimine borghese

15 Agosto 2022

Quattro anni dopo, inizia il processo per il crollo del ponte Morandi, con la benedizione delle autorità e la loro retorica commossa. Ipocrisia pura. Pagheranno nel migliore dei casi alcuni manager della società Autostrade. Ma è già stata assolta la responsabile vera del crimine: la società borghese e il suo Stato.

Pochi casi come la vicenda del ponte Morandi fanno da cartina al tornasole del capitalismo italiano, e dell'intreccio fra grandi gruppi e apparato statale. Riassumiamo. Le Autostrade furono vendute alla grande famiglia dei Benetton a prezzi stracciati dal primo governo Prodi (sostenuto da un centrosinistra comprensivo di Rifondazione). Era il 1998. Dieci anni dopo, 2008, venne introdotta la clausola aggiuntiva capestro, non a caso secretata, secondo cui se lo Stato avesse mai revocato la concessione avrebbe dovuto risarcire all'azienda i profitti perduti, persino in presenza di colpa grave dell'azienda. E i profitti assicurati ai Benetton, già al piede di partenza della privatizzazione, erano letteralmente d'oro: regime di monopolio, liberalizzazione delle tariffe autostradali, e soprattutto assenza di ogni controllo sulla manutenzione.
Dal 1998 al 2018, per la bellezza di vent'anni, i cosiddetti enti di sorveglianza del Ministero dei Trasporti non hanno mai visto né richiesto un solo rapporto sulla sicurezza del ponte più a rischio d'Italia. Parallelamente, per vent'anni i Benetton finanziavano elettoralmente in misura cospicua tutti i principali partiti, al governo e all'opposizione, come risulta in particolare proprio nell'anno 2008, l'anno della clausola capestro.

I fatti del 14 agosto 2018 erano solo un crimine annunciato. Quarantasei persone assassinate dal profitto.
Tutti all'epoca si strapparono le vesti, mimarono scandalo, annunciarono indagini severe e punizioni esemplari. Il Movimento 5 Stelle e l'appena nominato governo Conte vagheggiarono addirittura la nazionalizzazione delle autostrade, con le smargiassate a uso telecamere dei vari Di Maio, Di Battista, Toninelli. Ma era solo demagogia per gonzi. I Benetton non solo sono fuori dal processo, in quanto si ritiene, singolarmente, che la proprietà azionaria non sia responsabile di ciò che fa o che non fa il suo amministratore delegato. Ma escono dalla vicenda col portafoglio rigonfio. Il 22 maggio 2022 la holding Atlantia (cioè in larga misura i Benetton) ha infatti concluso la vendita di Autostrade alla Cassa Depositi e Prestiti (all'80% del Tesoro) per la bellezza di 8,2 miliardi. Otto virgola due miliardi per una società piena di debiti. In altri termini, la grande famiglia capitalistica che ha incassato per vent'anni i profitti (anche) della mancata manutenzione esce dalla scena del crimine più ricca di prima, grazie all'ennesima donazione di risorse pubbliche da parte di quello Stato che si era presentato moralmente come “parte lesa”. La clausola capestro del 2008 è stata a suo modo rispettata. Il conto sarà presentato agli operai.

L'amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, liquidato con una buonuscita di 13 milioni di euro, viene processato non senza aver prima spostato sui propri conti in Lussemburgo (così sembra) circa sette milioni di euro. Ma non pagherà nessun altro. Non i Benetton. Non i ministri che trafficarono con loro. Non i partiti che li sostennero. Non lo Stato.
Nessuna meraviglia. Non può essere la magistratura borghese a realizzare una giustizia sociale riparativa, ma solo una rivoluzione che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti e della loro “democrazia”. Solo un governo dei lavoratori può fare realmente pulizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una campagna da respingere, una contraddizione da risolvere

 


La campagna maccartista del PD e dei partiti reazionari contro l'ANPI, e la necessità di un cambio di linea dell'Associazione

La gazzarra imbastita contro l'ANPI dall'ambiente politico atlantista è inaccettabile. Rientra nella campagna maccartista contro ogni voce di dissenso sui piani di riarmo, contro ogni critica a Zelensky e alla NATO. Respingiamo questa campagna. Non riconosciamo alcun diritto a sindacare sull'ANPI al PD, che per decenni ha dato sponda al corso revisionista sulla Resistenza partigiana, ha diretto guerre “umanitarie”, ha sponsorizzato la Seconda Repubblica e le sue derive antidemocratiche. Il PD, come tutti i partiti borghesi, è parte del campo avversario.

La nostra critica alla direzione dell'ANPI muove semmai dal versante opposto.
Proprio gli attacchi del PD e di tutto il fronte atlantista mostrano il fallimento della linea della “grande alleanza democratica” col PD e col M5S che i vertici dell'ANPI hanno promosso negli ultimi anni. Persino la lotta elementare contro il riarmo e per la pace si è rivelata incompatibile con i sostenitori del governo Draghi. Il PD è oggi il primo propugnatore del riarmo, assieme al ministro degli esteri pentastellato Di Maio. Giuseppe Conte finge una postura più pacifista solo in funzione elettorale, dopo aver gestito da Presidente del Consiglio l'aumento delle spese militari, e aver accettato in ogni caso il principio del riarmo. Sono i costi fisiologici dell'appartenenza alla NATO e della sua preparazione alla guerra.

I nodi sono ormai giunti al pettine. Invece di lamentare gli attacchi del PD, i vertici dell'ANPI dovrebbero rompere con PD e M5S e battersi per una mobilitazione unitaria contro il riarmo di tutte le forze del movimento operaio, politiche e sindacali. Una mobilitazione contro il governo Draghi, contro la NATO, contro i preparativi di guerra, che chiami la CGIL alle proprie responsabilità.

Contemporaneamente sarebbe bene evitare di fornire al PD armi pretestuose contro l'ANPI sulla questione ucraina. Riconoscere il diritto alla resistenza di un popolo invaso è elementare per un'organizzazione antifascista. Vale contro le guerre d'invasione degli imperialismi NATO come contro la guerra dell'imperialismo russo. Certo, il governo ucraino è reazionario, come il regime sciovinista di Putin, e settori fascisti sono presenti non a caso su entrambi i fronti. Ma la guerra attuale non è tra fascismo e antifascismo, è tra l'imperialismo russo e l'Ucraina. Saddam Hussein, Milosevic, i talebani, i regimi di Abu Mazen e Hamas nei territori occupati non sono meglio di Zelensky sotto il profilo democratico. Semmai in qualche caso peggio. Eppure abbiamo difeso e difendiamo i diritti nazionali di quei popoli, nonostante i loro governi, contro le forze d'occupazione imperialiste e sioniste. Come abbiamo difeso contro il governo ucraino i diritti delle popolazioni russofone del Donbass nonostante la natura reazionaria dei governi separatisti e il sostegno militare dell'imperialismo russo. Questo principio deve valere anche per il popolo ucraino, nonostante il sostegno, per i suoi propri interessi, dell'imperialismo NATO.

Anche qui l'ANPI dovrebbe uscire dalla difensiva. Dovrebbe denunciare l'ipocrisia del governo italiano e della NATO che ora parlano di democrazia in Ucraina ma hanno appoggiato i governi post-Maidan contro i diritti del Donbass, sostengono lo Stato sionista d'Israele, trafficano con la Turchia di Erdogan che massacra i curdi, armano l'Arabia Saudita... Oltre ad aver promosso tutte le guerre d'invasione degli ultimi trent'anni giustificandole con le menzogne più spudorate (le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein), compiendo crimini contro i civili (dalle torture di Abu Ghraib alle bombe al fosforo di Falluia), varando sanzioni genocide (come contro l'Iraq con la benedizione ONU).
Difendere il diritto di resistenza ucraina, togliendo al PD ogni alibi strumentale, consentirebbe all'ANPI di denunciare liberamente tutto questo, passare finalmente all'offensiva e disarmare le ipocrite speculazioni del campo avverso .

Il peggio che si possa fare di fronte alla campagna di demonizzazione da parte del PD è continuare a corteggiare (criticamente) il PD fornendogli per di più armi abusive. Per quanto ci riguarda difendiamo e difenderemo l'ANPI, non solo in primo luogo dal PD ma anche dalla sua stessa politica.

Partito Comunista dei Lavoratori

No al riarmo!

 


Per una mobilitazione generale contro l'imperialismo di casa nostra

«Per difendere la sua pace oggi l'Europa deve prepararsi alla guerra. Non per combatterla, si spera, ma per dissuadere gli altri dal fargliela».

Così, il 10 marzo, il quotidiano di Confindustria saluta gli imponenti piani di riarmo che percorrono il vecchio continente. Come sempre, gli imperialismi preparano le guerre nel nome della pace.
La guerra in Ucraina è il pretesto. Il riarmo tedesco è la locomotiva.

L'imperialismo USA aveva chiesto da quasi un decennio agli imperialismi alleati di elevare al 2% del PIL le spese militari. Dovendo concentrarsi sulla grande sfida cinese, e alle prese con problemi di debito e di cassa, la più grande potenza imperialista vuole socializzare gli oneri finanziari della NATO tra tutti i membri dell'Alleanza. Partendo dalla vetta di 800 miliardi annui per la Difesa, l'imperialismo USA non può più reggere sulle proprie spalle i nuovi costi imposti dai venti di guerra.

Gli imperialismi europei, uno dopo l'altro, seguono la direttiva americana. Il 2% del PIL non è stabilito da alcun trattato, si fonda su un accordo politico. Per rispettare l'accordo tutti i governi imperialisti d'Europa hanno accresciuto negli ultimi dieci anni, chi più chi meno, i propri bilanci militari. Tutti. Non senza contraddizioni tra loro.
Il tema dell'esercito europeo è emblematico. Macron pochi mesi or sono aveva definito la NATO un “morto cerebrale”, candidando la Francia a guida di un militarismo continentale, in quanto unica potenza nucleare della UE dopo la Brexit. Ma gli stessi USA che sollecitano un maggior impegno militare degli alleati guardano con diffidenza le ambizioni francesi, temendo un parziale sganciamento europeo dalla NATO. Soprattutto l'imperialismo tedesco non è certo disposto a mettersi a rimorchio dei generali francesi. I 100 nuovi miliardi che la Germania destina al proprio riarmo – tutti presi dal proprio bilancio statale – sono anche una risposta indiretta alla Francia. E in prospettiva una ragione di sottile inquietudine per Parigi.

Impossibilitati a seguire il ritmo tedesco, gli altri imperialismi europei vorrebbero affidare i costi del proprio riarmo alle casse comuni dell'Unione Europea, attraverso il ricorso all'indebitamento continentale. Si è fatto il recovery fund per il Covid, perché non fare lo stesso per la difesa? Nuovo debito a carico dei salariati... Ma la richiesta cozza con l'interesse opposto dei capitalismi nordici, Germania inclusa, che premono invece per il ritorno alle vecchie regole fiscali del patto di stabilità. Dunque la stessa guerra russo-ucraina che sospinge il generale riarmo ripropone all'Unione Europea i nodi irrisolti della propria costruzione. Mentre l'emergenza bellica rilancia l'egemonia americana in Europa.

E l'Italia? L'imperialismo italiano è in prima fila nei piani di riarmo. Cerca di accreditarsi agli occhi degli USA come garante della compattezza NATO, a fronte delle velleità francesi e delle “ambiguità tedesche” verso la Russia.
Il riarmo italiano non è un fatto nuovo. Giuseppe Conte che oggi sbandiera ipocrite posture pacifiste per ragioni elettorali, ha diretto da Presidente del Consiglio un sensibile incremento delle spese militari: rispettivamente del 5% e del 7% nei due governi da lui presieduti. Peraltro Luigi Di Maio, suo concorrente interno di partito, sta studiando da gran commis della borghesia italiana proprio in fatto di politica estera e di difesa.

Dunque Italia “serva” di Washington, come recitano i nostri sovranisti? Niente affatto. L'imperialismo italiano segue la bussola dei propri interessi. In accordo con gli USA ma pensando a sé. Il Gruppo Leonardo è la principale azienda militare in Europa, per fatturato e numero dei dipendenti. Più di Airbus, BAE, MBDA, Indra. Persino il pensionato D'Alema si occupa di procurargli affari nella lontana Colombia. I suoi lobbisti sono di casa presso l'Agenzia europea della Difesa. Non a caso Leonardo ha incassato il grosso dei finanziamenti previsti, e oggi sta spingendo, col pieno supporto di Draghi, per una convenzione europea che riformi i trattati in direzione del potenziamento militare della UE. Quanto alle fortune economiche del gruppo, basta osservare l'impennata verticale delle azioni di Leonardo in Borsa lungo il mese della guerra Ucraina. I venti di guerra soffiano, come sempre, nelle vele dei profitti militari.

Ma il riarmo non è solo un fatto economico. Ogni Stato imperialista mette sul piatto delle proprie ambizioni politiche la forza della propria industria militare, che a sua volta è fattore decisivo della forza del proprio esercito. La guerra in Ucraina è una frustata alla competizione imperialista su scala globale. L'Italia non vuol restare indietro. La grande stampa liberaldemocratica ha indossato l'uniforme. L'avversione all'imperialismo russo è fattore di arruolamento dell'opinione pubblica dell'imperialismo italiano. L'isteria maccartista contro chi si oppone al riarmo misura la febbre dell'ora. «C'è un senso di pericolo imminente, rischio nucleare compreso, e di mobilitazione generale mai vista prima», insiste il quotidiano di Confindustria. La diserzione non è ammessa nell'ora del pericolo. I diritti di resistenza dell'Ucraina contro l'imperialismo russo diventano pretesto degli imperialismi rivali ai fini del grande riarmo.

Preparano la guerra perché preparano la guerra. È necessaria e urgente una mobilitazione di massa contro il riarmo, e contro gli imperialismi NATO che lo promuovono.

NON UN UOMO, NON UN SOLDO PER IL RIARMO!
IL NEMICO È IN CASA NOSTRA!
LA RIVOLUZIONE È L'UNICA VIA DELLA PACE

Partito Comunista dei Lavoratori

La pacificazione alla Beppe Grillo

 


L'odor di fascismo che ancora emana dalla Camera del lavoro devastata di Roma deve aver inebriato Beppe Grillo.

A corto di voti da quando ha mostrato nudo e crudo il volto reazionario e razzista del M5S, oggi per recuperarne qualcuno prova a pescare anche lui nel mare non troppo largo ma comunque cospicuo dei no vax anti-green pass.

La CGIL capitolò al fascismo col "Patto di pacificazione" del 1921. Un secolo dopo, Beppe Grillo capitola ai no vax chiedendo la pacificazione sul green pass.

Ha fatto i calcoli. Sono ancora 19 milioni gli italiani da vaccinare, un terzo. Tolti dodicenni, diciottenni e over sessantenni, restano sei milioni di persone tra la popolazione attiva senza vaccino.

Due terzi però potrebbero essere «disoccupati o inattivi o non occupati». Quindi restano ancora 3,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato, gli unici evidentemente che esistano per Beppe Grillo da vaccinare.

Infatti i lavoratori precari a tempo determinato non entrano in questo strano conteggio. Probabilmente, avendo il suo movimento abolito la povertà, Beppe Grillo deve aver messo i precari tra i beati che possono fregiarsi del ricatto da due soldi del reddito di cittadinanza e godersi la vita spaparanzati sul divano.

Ad ogni modo, per gli ultimi irriducibili no vax, Beppe Grillo propone di pagare il tampone fino a dicembre. La spesa si aggira sul miliardo di euro. Ma il patto di pacificazione alla Beppe Grillo non mette un solo euro sul conto dei padroni. Tutto sul groppone dell'INPS, ossia dello Stato, e cioè non direttamente ai no vax, ma indirettamente a tutti i lavoratori vaccinati e non vaccinati che dovranno pagare un miliardo tasse in più per l’aumento del debito pubblico. Il tutto mentre da qui a dicembre i padroni evaderanno più o meno 20 miliardi di euro.

La pacificazione di Beppe Grillo è tutta qua. È una pacificazione sempre coi padroni. Come Di Maio, prima delle elezioni, faceva il giro delle sette chiese per ingraziarseli, oggi Beppe grillo fa il giro dell'ottava, quella dei no vax, cioè quella più intrisa di squadristi e fascisti, per ingraziarsi anche i loro più fedeli e ignobili zerbini.

In attesa di un'improbabile pacificazione coi lavoratori, auguriamo a Beppe Grillo di fare pace col cervello. Sarà il giorno, almeno, che avrà imparato a fare i conti.

Lorenzo Mortara

No a soluzioni truffa per GKN e Whirlpool

 


Il governo vende fumo per ingannare e dividere gli operai

Lo sblocco dei licenziamenti, sottoscritto da Landini, e la serie di licenziamenti collettivi che ne sono seguiti hanno acceso i fari sul comportamento dei capitalisti.
Gli stessi che hanno liberalizzato i licenziamenti, dietro la copertura di una pietosa raccomandazione a non farli, levano grida scandalizzate e piangono lacrime di coccodrillo. Ministri, autorità istituzionali, dirigenti sindacali, tutti fanno la fila per ostentare la propria indignazione contro gli azionisti Whirlpool, GKN, Gianetti, che hanno semplicemente applicato a proprio vantaggio ciò che è stato loro concesso su un piatto d'argento. Non era forse prevedibile che lo facessero? Il fine dello sblocco, per cui Confindustria aveva tanto insistito, non era forse quello di consentire i licenziamenti?

Ora, siccome i lavoratori di GKN hanno occupato la fabbrica, e sembrano decisi a non mollare, la paura di governo e burocrazie sindacali è che questa forma di lotta possa diventare un precedente pericoloso, capace di contagio. La prima preoccupazione che hanno non è quella di bloccare i licenziamenti, ma di bloccare l'unificazione delle vertenze del lavoro in un unico fronte di lotta. A questo fine il governo Draghi procede con due strumenti complementari.


LE SOLUZIONI PATACCA

Il primo è quello di vender fumo ai lavoratori coinvolti nelle vertenze attorno a possibili soluzioni di mercato.

Ai lavoratori Whirlpool il governo promette un fantomatico piano di mobilità sostenibile che dovrebbe coinvolgere ignoti imprenditori campani del settore delle automotive e che dovrebbe consentire la rioccupazione dei lavoratori dello stabilimento di Napoli.
Facciamo notare che il “piano di mobilità sostenibile” fu la bandiera con cui la Regione Lombardia all'inizio degli anni 2000 liquidò l'Alfa Romeo di Arese. Anche allora, con parole identiche, si promise che i lavoratori sarebbero stati salvaguardati. In realtà accadde l'opposto: la disgregazione di una comunità operaia, una massa di nuovi disoccupati o di lavoratori declassati. E questo accadde oltretutto in un quadro economico sicuramente più florido di quello campano del 2021. Chi vogliamo dunque prendere in giro?

Per la GKN non va diversamente. L'ultima voce ufficiosa è quella per cui il governo farebbe pressione su Stellantis, cliente all'80% di GKN, per risolvere la vertenza. Risolvere come e cosa? Anche le pietre sanno che GKN ha interesse a smobilitare Firenze per inseguire Stellantis in Francia e Polonia. Perché Stellantis dovrebbe occuparsi della sorte dei lavoratori di Firenze invece che dei profitti della sua azienda fornitrice di componentistica?
Oltretutto nella stessa giornata in cui il governo presenta Stellantis come chiave di soluzione della vertenza GKN, l'amministratore delegato di Stellantis Tavares informa la stampa che in azienda vi sono 12000 esuberi e che con questi costi non si può continuare. Non a caso Tavares sta cercando di riconvertire l'enorme prestito concesso da Banca Intesa e coperto dallo stato italiano, per avere una mano più libera in fatto di licenziamenti. Sarebbero questi i salvatori degli operai GKN?

La seconda nuvola di fumo da vendere ai lavoratori è quella di un progetto di legge contro le delocalizzazioni. È la stessa patacca che nel 2018 Luigi Di Maio, allora ministro del lavoro, presentò ai lavoratori della Bekaert e della stessa Whirlpool quale soluzione dei loro problemi. Infatti. L'idea riciclata è quella di disincentivare le delocalizzazioni prevedendo l'informazione preventiva di sei mesi (“avvisateci per tempo”) e multe economiche, più o meno salate. Come se un'azienda interessata strutturalmente a chiudere e investire altrove la produzione per anni o decenni non potesse includere tranquillamente la multa una tantum nel bilancio economico dell'operazione. Ma c'è di più: questi disincentivi irrisori non varrebbero per le delocalizzazioni compiute all'interno dell'Unione Europea, perché questo danneggerebbe la libera concorrenza continentale, cioè la libertà di sfruttamento alla ricerca di tassi di profitto più elevati. Dunque ad esempio GKN potrebbe fare tranquillamente ciò che ha fatto.


LA NAZIONALIZZAZIONE È L'UNICA SOLUZIONE

Tutto questo dimostra una cosa sola: solo una nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio può difendere i posti di lavoro. Solo l'aperta rottura con le regole del gioco della società capitalista può aprire una prospettiva nuova. Solo su questa prospettiva è possibile unificare le tante vertenze a difesa del lavoro in un unico fronte di mobilitazione, capace di metter paura a governo e padroni, di modificare i rapporti di forza, di strappare risultati concreti per gli operai. Fuori da questa prospettiva c'è solo l'eterno ripetersi di un film già visto troppe volte nell'ultimo decennio: quello della sconfitta in ordine sparso, azienda per azienda, del movimento operaio italiano.

“Insorgiamo” hanno detto giustamente i lavoratori di GKN. Per questo diciamo: “fare ovunque come in GKN”. Occupare le aziende che licenziano, impedire che portino via i macchinari, imporre il controllo dei lavoratori sugli stabilimenti in questione.
La parola d'ordine della loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo operaio, ci pare la proiezione naturale della loro occupazione: la via per dare a questa forma di lotta una bandiera unificante, al servizio di tutta la classe operaia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una Libia per l'ENI

 


Di Maio scorta Descalzi a Tripoli. L'imperialismo italiano alla riscossa

24 Marzo 2021

L'amministrazione delegato dell'ENI, appena assolto per un reato di tangenti, si è precipitato in Libia. Il Corriere della Sera, di proprietà Intesa Sanpaolo, titola festoso: «Il premier libico riceve Descalzi: «Riparte l'amicizia»».
In realtà l'amicizia tra ENI e Libia non era mai finita. Con buona pace dei sovranisti terzomondisti di casa nostra, ENI aveva ottime relazioni con Gheddafi, e Gheddafi con ENI. Il trattato di amicizia tra il governo Berlusconi e Gheddafi nel 2008, con tanto di amazzoni al seguito, era stato sponsorizzato innanzitutto da ENI. L'attuale premier libico di unità nazionale, Dadaiba, sostenuto dalle potenze imperialiste d'Occidente, è un vecchio imprenditore arricchitosi in epoca Gheddafi. È emerso dalla polvere della guerra civile proprio per le radici e le relazioni accumulate nella sua lunga esperienza nel mondo degli affari all'ombra di Mu'ammar. Di affari ha parlato oggi con ENI.

L'ENI non è solo la più grande azienda straniera in tutto il continente africano, ma anche la prima azienda in Libia. L'azienda che occupa il maggior numero di lavoratori libici. In altri termini, il primo padrone in Libia è italiano. Un padrone “a casa loro”.
L'azienda ha avuto, come tutte, le sue difficoltà in Libia dopo il 2010. Fosse stato per ENI, avrebbe continuato a far affari con Gheddafi, perché ordine e disciplina erano garantiti dal Colonnello, con la relativa regolarità dei profitti. Ma quando la rivoluzione araba si è rivolta contro Gheddafi, l'imperialismo francese per interessi propri trascinò l'intervento militare europeo, inclusa una Italia recalcitrante perché sentiva che non era il suo gioco. Si aprì una lunga stagione di instabilità interna e di disgregazione delle strutture statali della Libia. La Francia alla fine si è trovata a bocca asciutta, perché è salita sul cavallo sbagliato (Haftar). Russia e Turchia hanno trovato invece uno spazio insperato. L'Italia sembrava in ogni caso la grande sconfitta della vicenda libica.

Ma ora è il momento atteso della riscossa tricolore. Il nuovo premier libico sa di non avere chance negoziali con Russia e Turchia, in larga parte padrone della scena. Ha un'unica possibile sponda per restare in sella ed evitare la sorte toccata ad al-Serraj: la sponda italiana, cioè la sponda ENI.
L'ENI non ha mai cessato di operare in Libia, neppure nei momenti più difficili. Fornisce il gas, raffina il petrolio libico. La ripresa della produzione petrolifera – da mezzo milione a 1,3 milioni di barili quotidiani – è in buona parte di marchio ENI. L'azienda punta ora a «rilanciare i suoi programmi di ricerca di nuovi giacimenti di gas e petrolio nel deserto e offshore, oltre al rafforzamento di quelli esistenti a El Feel, 800 chilometri a sud di Tripoli, a Abu-Attifel, in Cirenaica, e a Mellita, presso il confine tunisino.» (Corriere della Sera, 22 marzo).

Ma l'ENI non si presenta certo a mani vuote. Porta con sé il ministro degli Esteri Di Maio, che – ci informa il Corriere – «si è fatto interprete politico di queste opportunità». Le opportunità dell'ENI, si intende. Ma non solo. Salini Impregilo è interessata alla costruzione dell'autostrada costiera e alla ricostruzione dell'aeroporto internazionale di Tripoli, su cui battono cassa le imprese turche. Lo scontro fra ambizioni ottomane e rivincita italiana passa anche da qui, dalla spartizione del business della ricostruzione, su cui si affacciano peraltro anche interessi francesi e tedeschi. Non a caso Di Maio tornerà a Tripoli giovedì insieme ai ministri degli esteri di Francia e Germania. L'Italia si candida a capotavola degli interessi occidentali in Libia per recuperarla alla propria area di influenza.

Il Corriere festeggia il tutto perché per anni ha perorato la causa dell'interesse italiano in Libia. Ha una sola preoccupazione: «Ma ci sarà la stabilità necessaria? Banditi, mercenari e milizie garantiranno il ritorno dei tecnici italiani?».
Di certo “banditi, mercenari, milizie” libiche continuano ad essere finanziati dallo Stato italiano per segregare i migranti, tra stupri, torture, sequestri, senza che il Corriere batta ciglio. Evidentemente l'unica “stabilità” che interessa a Banca Sanpaolo è la stessa che interessa a ENI. Quella che, in fondo, assicurava Gheddafi. Vecchia nostalgia canaglia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo dei due Presidenti

 


Anatomia di un governo presidenziale

13 Febbraio 2021

La composizione ministeriale del governo conferma la sua natura antioperaia

È il governo di due Presidenti, a fronte di una crisi politica non componibile con soluzioni ordinarie, e di una crisi sanitaria e sociale di portata straordinaria.

Mario Draghi ha raccolto attorno a sé i ministeri economici chiave. Quelli che gestiscono il controllo dei conti, dei flussi di spesa, dei fondi europei. Ne fanno parte quadri dirigenti ultrasperimentati della borghesia italiana, un'alta burocrazia statale che è un tutt'uno con il ministero del Tesoro, con la Banca d'Italia, con la Ragioneria di Stato (Daniele Franco, Roberto Garofoli) e che ha collaborato con tutti i governi. Oppure quadri provenienti dall'alta finanza capitalista e dalle grandi imprese (Vittorio Colao). Questo è il nucleo centrale del governo, sotto diretta tutela di Draghi. Il governo dei migliori quadri del capitale.

Un secondo livello del governo è stato “garantito” dalla presidenza della Repubblica, o sulla base di una relazione fiduciaria e/o per un criterio di continuità. Si tratta anche qui di ministeri chiave dell'apparato statale borghese: Interni (Lamorgese), Esteri (Di Maio), Difesa (Guerini), Giustizia (Cantabria). Da segnalare, con la conferma di Di Maio agli Esteri, il riconoscimento della normalizzazione istituzionale del M5S e un suo indubbio incoraggiamento. Le minacce di impeachment contro Mattarella del Di Maio di due anni fa sono evidentemente per tutti un passato molto remoto, mentre la fede atlantista del giovanotto è ormai a prova di bomba.

Il terzo livello ministeriale, gestito insieme da Draghi e Mattarella, riguarda più direttamente il rapporto con la maggioranza parlamentare che sostiene il governo, e dunque coi partiti di diverso segno che la compongono. Qui si segnalano elementi diversi. Sul versante del centrodestra, la premiazione complessiva delle componenti più inclini alla collaborazione istituzionale, sia in Forza Italia (Brunetta, Carfagna, Gelmini) che nella Lega (Giorgetti, Garavaglia). Sul versante del centrosinistra, si è scelta l'esposizione sulla frontiera sociale: Orlando al Lavoro dovrà gestire lo snodo cruciale dello sblocco dei licenziamenti, Speranza continuerà a vedersela col disastro del sistema sanitario. Come in tanti governi di collaborazione di classe, la sinistra liberale o socialdemocratica ha la funzione di levare le castagne dal fuoco al padronato e di fare da ammortizzatore sociale.

Di certo il nuovo governo “per salvare l'Italia” raccoglie tutti i vecchi arnesi delle peggiori politiche borghesi degli ultimi vent'anni. Quelli che hanno condiviso e gestito – tutti senza eccezione – i 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica, la precarizzazione del lavoro, la distruzione dei diritti. Quelli che hanno varato le peggiori politiche antisindacali nella pubblica amministrazione all'insegna delle campagne contro «i fannulloni», come Brunetta. Quelli che hanno massacrato la scuola pubblica, a partire dagli otto miliardi di tagli della famigerata Gelmini.
L'unità nazionale riassume decenni di politiche comuni. Appare come soluzione di eccezione, ma è solo la rivelazione della normalità.

Maurizio Landini saluta il nuovo governo come una grande occasione per l'Italia, offrendosi come ciambellano. Lo fece anche con Renzi al suo esordio, poi sappiamo come è andata. Di certo la composizione del governo conferma una volta di più tutte le ragioni di un'opposizione di classe, unitaria e di massa, all'unità nazionale dei partiti borghesi. Contro il governo Draghi-Mattarella e chi lo sostiene.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una testimonianza della lotta dei lavoratori Whirlpool


Pubblichiamo una dichiarazione di un operaio della Whirlpool sugli ultimi sviluppi della lotta di resistenza contro la chiusura dello stabilimento di Napoli della multinazionale

Buonasera, sono Antonio Donnarumma, operaio della Whirlpool di Napoli, e voglio aggiornarvi su quello che sta succedendo nella fabbrica dove lavoro.

La vertenza Whirlpool è ormai tristemente nota per tutto quello che sta rappresentando, sia per il mondo sindacale sia per il mondo del lavoro, in quanto il 31 ottobre scorso ha licenziato 350 operai della fabbrica e altri 700 operai facenti parte dell’indotto.
Dal primo novembre la fabbrica è presidiata 24 ore su 24 dagli operai, e nonostante l’emergenza Covid, stiamo gestendo le turnazioni in modo da non lasciare mai il presidio, ma allo stesso tempo di non creare assembramenti. Il presidio è davanti alla portineria, e mantenendo il distanziamento possono starci al massimo 40 persone.

Siamo in una situazione di stallo totale, ma ancora più preoccupante è che siamo in una situazione di silenzio totale. Mentre il sindacato chiede la costituzione di tavoli permanenti, dall’altra parte il governo sembra non sentire la voce dei lavoratori e soprattutto sembra essersi arreso alla volontà della multinazionale. Questo lo dico perché in settimana durante un’interrogazione parlamentare fatta dai senatori Ruotolo ed Errani, il Ministro per lo Sviluppo Economico Patuanelli ha detto che non ci sono più mezzi per fare in modo che la direzione Whirlpool torni indietro, e che sono state avviate trattative con diversi imprenditori “seri” che dovrebbero rilevare la fabbrica con tutti i lavoratori.
Noi lavoratori non crediamo a questa soluzione, anche perché in più di un’occasione, soprattutto durante l’ultima campagna elettorale, il ministro Patuanelli, la candidata alla Regione Campania per il M5S Valeria Ciarambino, e il ministro Di Maio assicurarono che la fabbrica non avrebbe chiuso, e che sarebbe stato loro preciso impegno scongiurare tale chiusura, fatto sta che la chiusura c’è stata.

Riteniamo inaccettabile sia che in diciotto mesi il governo non abbia preparato un piano, da una parte per costringere la multinazionale Whirlpool a tenere la fabbrica aperta, dall’altra per tutelare oltre mille posti di lavoro; sia che venga data la possibilità ad una multinazionale di aprire una fabbrica e poi di chiuderla alla bisogna.
Prendiamo atto pertanto della mancanza di autorevolezza e di competenza dello Stato nel gestire queste situazioni.

Se le restrizioni anti-Covid lo permetteranno, nelle prossime settimane intraprenderemo ulteriori azioni di lotta, in aggiunta a quelle già fatte in autostrada, ferrovia e aeroporto. Purtroppo non è facile con le restrizioni adottate nelle zone rosse, ma contiamo di riuscire a portare avanti la nostra causa.
Nel frattempo stiamo aspettando una convocazione al MISE per una soluzione seria e che includa Whirlpool, e voglio ribadire che non è tollerabile che sia consentito ad una multinazionale di entrare, acquisire soldi pubblici e chiudere licenziando migliaia di lavoratori.

Colgo l’occasione per ringraziare l’area di minoranza CGIL, che ha fatto mettere all'ordine del giorno una relazione sulla nostra situazione, e che si è impegnata a promuovere la nostra cassa di resistenza, istituita lo scorso anno per far fronte alle spese delle manifestazioni e del presidio permanente. Assieme agli altri operai ringrazio e ringraziamo tutti i sodali, la risposta che stiamo ricevendo, sia come partecipazione alle iniziative di lotta sia come contributo alla cassa di resistenza. Significa che dopo anni si sta ricostituendo una coscienza di classe, che è stata nel tempo progressivamente e colpevolmente smantellata, ma che ora stiamo dimostrando di avere.
Concludo dicendo solo che uniti si vince!



Per sostenere la cassa di resistenza:

Conto Cral - 106810, intestato a Cral aziendale Whirlpool Napoli

Codice IBAN IT81 N030 6909 6061 0000 0106 810

Antonio Donnarumma

Whirlpool, tutti i nodi sono giunti al pettine

 


L'unica soluzione è la nazionalizzazione

25 Ottobre 2020

I nodi sono giunti al pettine nella vicenda Whirlpool.
Sullo sfondo della drammatica pandemia in pieno corso, i vertici dell'azienda americana hanno confermato la chiusura dello stabilimento campano. Quasi 400 operai licenziati, più 500 lavoratori dell'indotto. Una soluzione inaccettabile, tanto più a Napoli.

La conferma della chiusura non è una sorpresa. Gli azionisti Whirlpool hanno pianto miseria per un anno intero nonostante i bilanci dell'azienda siano tutti in attivo. Lo scopo era incassare centinaia di milioni di ulteriori regalie pubbliche da parte sia del governo che della regione. Cui si aggiungono, come per tutti i capitalisti, il taglio dell'IRAP a danno della sanità pubblica e le garanzie pubbliche sui crediti bancari. Tutti soldi pagati con la fiscalità generale, quindi dalle tasche dei lavoratori. Ora gli azionisti Whirlpool, incassato il malloppo, hanno dato agli operai il ben servito.

Questo epilogo prevedibile chiama in causa le responsabilità di tutti gli attori pubblici di questa vicenda. Per un anno tutti i partiti di governo, in compagnia degli amministratori regionali, hanno raccontato agli operai che sarebbe stata trovata una soluzione, o che addirittura il problema era già risolto. Si doveva solamente attendere, nutrire fiducia, e soprattutto votarli. In questo ha primeggiato su tutti Luigi Di Maio, che ha costruito su Whirlpool un pezzo delle proprie campagne elettorali in Campania, sino a recitare la parte in commedia delle parole "dure" contro la proprietà, ad uso delle telecamere.

Ora la commedia è finita, perché purtroppo parlano i fatti. E i fatti, a essere onesti, chiamano in causa anche la politica dei vertici sindacali. A cosa è servito alimentare illusioni su un possibile accordo con l'azienda, quando era chiaro che la decisione di chiudere era presa da tempo? A cosa è servito appoggiare le regalie finanziarie del governo agli azionisti Whirlpool in cambio di promesse finte? A nulla.

Ora è necessaria una svolta. Non c'è più nulla da negoziare con la Whirlpool. L'azienda va occupata e presidiata a oltranza dagli operai per impedirle di portar via i macchinari. Dalla fabbrica non deve uscire un bullone. La proprietà Whirlpool va nazionalizzata, senza un euro di indennizzo agli azionisti, e sotto il controllo degli operai. La produzione deve continuare in tutti gli stabilimenti, a salvaguardia dei posti di lavoro e degli stipendi. Questa è l'unica possibile soluzione della vicenda che non sia penalizzante per gli operai. Altre soluzioni, rispettose della produzione e del lavoro, non ne esistono. E infatti oggi nessuno sa indicarle.

Chiediamo a tutte le organizzazioni di fabbrica che fanno riferimento alle ragioni del lavoro di unire la propria azione a sostegno della nazionalizzazione della Whirlpool. Gli operai e le operaie hanno dato prova di una combattività e generosità straordinaria in tutta questa vicenda. Meritano una prova di unità, ma anche di determinazione. L'unica possibilità concreta di salvare il posto di lavoro passa per una svolta radicale dell'azione di lotta. Va costituita una cassa nazionale di resistenza a sostegno di una lotta prolungata e dell'occupazione della fabbrica.

Il governo ha fatto capire che l'unica cosa che teme è la turbativa dell'ordine sociale a Napoli. È la prova che solo un'azione di massa radicale degli operai può scuotere la controparte e strappare risultati. Le direzioni sindacali hanno annunciato formalmente lo «scontro sociale»? Chiediamo che prendano sul serio le proprie parole. Ma soprattutto che le prendano sul serio gli operai attraverso la propria azione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una instabile stabilità

 


Referendum ed elezioni regionali. Il Parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno

Il voto del 20 e 21 settembre registra come ogni voto le dinamiche politiche e sociali ad esso sottese, inclusa la rappresentazione che di queste si fanno milioni di lavoratori e di lavoratrici.


IL LORO NO, IL NOSTRO NO

Il referendum confermativo sul cosiddetto taglio delle poltrone ha raccolto il 70% di consensi contro il 30% di No. La partecipazione al voto referendario è stata relativamente alta, sicuramente trascinata al rialzo dal voto parallelo in sette regioni, e anche dall'assenza di quorum. Tuttavia la differenziazione delle percentuali tra il Sì e il No si è rivelata insensibile al voto regionale. Lo rivela il fatto che il principale promotore della vittoria del Sì ha subìto negli stessi giorni un autentico tracollo elettorale. La differenziazione delle percentuali del Sì e del No è invece molto legata al territorio. Il Sì conosce il successo maggiore nelle regioni del Sud e nei quartieri popolari delle metropoli, il No registra le percentuali più elevate nelle regioni del Nord e nei centro città.
Al tempo stesso, la distribuzione politica del voto ha visto schierato sul No una parte rilevante dell'elettorato del PD e della sinistra. Questa geografia politica e sociale del voto referendario è significativa. La maggioranza della popolazione povera e degli stessi salariati ha votato come il 97% del Parlamento, pensando di votare “contro la casta”, in realtà abboccando all'amo di un'operazione populista promossa prima dal governo Di Maio-Salvini, poi dal governo M5S-PD con la subordinazione di Liberi e Uguali: un'operazione unicamente mirata a dirottare il malcontento sociale verso “i politici” per evitare che si indirizzi contro i padroni. Una minoranza consistente e composita, assai concentrata fra i giovani, ha espresso col No il proprio rigetto del populismo reazionario. Ma lo ha fatto con motivazioni e da angolazioni diverse, in un quadro di grande confusione.

Col No si è schierata una parte significativa dell'establishment, a partire dalla grande stampa borghese, da sempre diffidente verso ogni forza politica che non sia filtrata dai propri salotti. Un establishment già antiberlusconiano, anche se usò Berlusconi. Antirenziano, anche se usò il randello di Renzi contro l'articolo 18. Antisalviniano, anche se usa i decreti di Salvini contro i diritti dei lavoratori. Antigrillino, anche se intasca a mani basse la pioggia di miliardi che il governo riserva ai capitalisti. Questa ipocrita borghesia liberale ha egemonizzato la campagna del No con gli argomenti peggiori: o la difesa della Costituzione borghese, elevata a feticcio; o la rivendicazione della “funzionalità” del Parlamento borghese che il taglio avrebbe intaccato. O addirittura la richiesta di una riforma istituzionale più organica, come quella di Renzi del 2016. In ogni caso la conservazione dell'ordine esistente, di cui il PD è il principale custode e garante.

Il guaio è che le sinistre politiche e sindacali si sono messe a rimorchio di questa impostazione liberale, portandovi il bagaglio di tutte le proprie illusioni sulla “democrazia” dei capitalisti. La “difesa delle istituzioni rappresentative del Paese”, la retorica sulla “Costituzione più bella del mondo” sono state il vessillo non solo dei gruppi dirigenti dell'ANPI, dell'ARCI, dell'attuale sinistra di governo, ma anche della quasi totalità della sinistra di opposizione (riformista o centrista), in ambito politico e sindacale. Il risultato è stato ancora una volta quello di consegnare al populismo reazionario la bandiera del cambiamento agli occhi di milioni di sfruttati, come in tutta la storia della seconda repubblica.

Il nostro No ha mosso da un'angolazione esattamente opposta, un'angolazione di classe e anticapitalista. Col No abbiamo cercato un canale di dialogo e un linguaggio comune con quel settore più avanzato di popolo della sinistra mosso da una sincera preoccupazione democratica e volontà di lotta. Ma non per adattarci alle sue illusioni, bensì per contrastarle. Un no al governo, alla truffa populista, al fronte parlamentare di unità nazionale dei partiti borghesi che l'ha imbastita, al trasformismo subalterno della sinistra di governo che pur di governare l'ha avallata. Non per difendere la Costituzione di De Gasperi e Togliatti. Non per difendere il parlamento borghese, quello che sotto ogni governo ha votato le peggiori misure antioperaie. Non per difendere la governabilità del capitale. Ma per rivendicare il diritto di rappresentanza delle ragioni operaie nel parlamento nemico, contro ogni sua ulteriore manomissione preventiva. Per rivendicare il principio democratico elementare di una rappresentanza interamente proporzionale, a ogni livello istituzionale, senza sbarramenti e distorsioni. Per avanzare la prospettiva di una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici, basata sulla loro organizzazione, la loro forza, il loro governo.

Il nostro No è stato il No dei comunisti, non dei liberali, dei riformisti o dei centristi. Un no legato alla battaglia per una egemonia alternativa nel movimento operaio e nella nuova generazione. Perché la subordinazione alla borghesia liberale, e dunque all'ordine sociale esistente, concima solamente il terreno della reazione. Solo una ripresa di lotta del movimento operaio attorno ai propri interessi indipendenti può contrastare la spinta reazionaria e aprire dal basso uno scenario politico nuovo, anche sul terreno della sensibilità democratica di massa.


IL SUCCESSO DEI GOVERNATORI E IL SUO PARADOSSO

Lo scenario scaturito dal 20-21 settembre conferma una relazione paradossale tra la realtà sociale e il suo riflesso elettorale.

La realtà incontestabile di questi mesi non è solo quella di una drammatica pandemia, è anche quella dello sfascio della sanità pubblica, di milioni di lavoratori costretti in produzione senza condizioni di sicurezza, di infermieri e medici ammazzati dal Covid perché privi di strumenti di protezione, di un governo che per compiacere Confindustria si è rifiutato di recintare i focolai della bergamasca contro il parere delle stesse autorità sanitarie, di una scuola pubblica disossata incapace di aprire in sicurezza con centinaia di migliaia di insegnanti cui viene negato il lavoro, di un milione di lavoratori e lavoratrici precari gettati in mezzo a una strada...
Nulla richiama di più il fallimento della società capitalista e le responsabilità criminali di chi la gestisce quanto l'esperienza di massa di questi mesi. Eppure il segno dominante del voto di settembre è quello della conservazione. Gli stessi governatori di centrodestra o centrosinistra che hanno tagliato e privatizzato la sanità sono i grandi vincitori della prova elettorale, al di sopra di ogni appartenenza e schieramento. Zaia incassa un autentico plebiscito. Toti sfonda in Liguria con percentuali inedite. De Luca stravince, combinando la postura di viceré con la mediazione clientelare democristiana. Emiliano recupera ampiamente, evitando con nettezza una sconfitta che appariva probabile. Una grande massa popolare impaurita dalla pandemia, scossa in ogni certezza, minacciata nella vita e nel lavoro, priva di un riferimento alternativo credibile, cerca nel potere costituito una sponda rassicurante cui appoggiarsi. In questo quadro bilanciato la destra reazionaria fallisce l'obiettivo di destabilizzare il governo, mancando il colpo in Toscana e in Puglia. Il governo Conte, primo responsabile del crimine di Nembro e Alzano, tira un sospiro di sollievo.

«L'esito elettorale ha implicazioni positive perché il rischio politico viene significativamente ridotto" si legge in una nota di Unicredit.» (Il Sole 24 Ore, 23 settembre). Il capitale finanziario saluta la stabilità politica come il quadro migliore per i propri affari, e attende fiducioso i 209 miliardi in arrivo.


LA DINAMICA DEI BLOCCHI ELETTORALI

Interessante la lettura composita del dato elettorale, perché il bilanciamento delle forze (41,2% per il centrosinistra, 42% per il centrodestra, il 7,2% per il M5S) è tutt'altro che statico.

Il centrodestra ha una spalla lussata. Il suo blocco sociale regge complessivamente, il suo potere locale si arricchisce di una nuova regione (Marche), ma la Lega subisce in Toscana, come già in Emilia, l'effetto boomerang di una aspettativa delusa. Il progetto dello sfondamento al Sud conosce una brusca battuta d'arresto, con veri e propri rovesci rispetto al 2019 (dal 25% al 10% in Puglia, dal 19% al 5% in Campania), mentre il plebiscito per la lista Zaia, nel nome dell'autonomia differenziata del Veneto, rappresenta una mina per la Lega nazionale. Intanto l'avanzata di Fratelli d'Italia in tutta Italia, nonostante la sconfitta di Fitto, apre in prospettiva una contesa per la leadership del centrodestra.

Il PD liberale esce bene dalla prova del voto. In Toscana ha replicato il successo emiliano con una polarizzazione elettorale contro la destra che ha drenato il voto a sinistra e dall'elettorato grillino (il 45% del voto grillino a Firenze va a Giani, contro il 33% alla 5 Stelle Galletti). Ma nel Sud il successo del PD è in realtà quello di capibastone trasformisti che lavorano in proprio «al di là della destra e della sinistra» ( De Luca). Il PD ne è ostaggio, più che padrone. La segreteria Zingaretti ha rotto l'assedio delle componenti interne che ne chiedevano la testa (ex renziani) e risulta obiettivamente rafforzata, ma la strategia portante del blocco politico col M5S conosce in Liguria una sconfitta che replica quella dell'Umbria (solo il 56% dell'elettorato grillino ha votato Sansa). Nel mentre il sospirato alleato è travolto da una crisi interna che priva il PD di un interlocutore certo.

La crisi del M5S è l'epicentro dello scenario politico. È il principale ostacolo alla stabilizzazione politica e una incognita di portata sistemica. Dal punto di vista elettorale il tracollo va ben al di là dello scarto tradizionale tra voto amministrativo e voto politico. Il M5S perde sul 2019 i due terzi del proprio elettorato (da 1,9 milioni a 658.000), e dimezza persino il bottino delle elezioni regionali precedenti, del 2015. Due anni di (diverso) governo hanno privato il M5S di una identità riconoscibile presso la larga maggioranza dei propri elettori. Il tentativo di indossare last minute il vecchio abito anticasta non ha impedito la valanga, e difficilmente traccerà una via d'uscita.
Anche perché la crisi del M5S non è solo elettorale. La catena di comando Grillo- Casaleggio che lo guidava dalla nascita si è spezzata. Ne è scaturita «una guerra per bande» (Fico) che attraversa i gruppi parlamentari e i territori, senza che nessuno dei capibanda tenga il bandolo della matassa. Di Maio punta ad una politica di blocco col PD per le prossime elezioni comunali a supporto (provvisorio) del governo Conte per accumulare credito a futura memoria per la propria carriera politica. Intanto spinge per una legge proporzionale sul piano nazionale, riservandosi per l'evenienza la politica dei due forni. In sintesi cerca un ruolo centrale di governo per sé e per il suo partito, sul piano nazionale e locale. È il progetto di normalizzazione del M5S come partito organico del capitale.
Al polo opposto si muove Di Battista, anch'esso votato a tutto e al suo contrario, il cui unico obiettivo decifrabile è prendere la testa del M5S con l'appoggio della Casaleggio Associati. Ha il sostegno dei ministri uscenti del precedente governo con Salvini e della sindaca di Roma e del suo staff (Bugani), che per non essere disarcionata da un accordo tra M5S e PD ha affrettato la ricandidatura per il 2021, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. La rivendicazione dell'identità originaria del M5S (quale?) è solo lo strumento propagandistico dell'operazione.
Ognuna di queste bande è a sua volta attraversata da guerre interne di posizionamento e di ruolo. Parafrasando Grillo, il parlamento borghese ha aperto il M5S come una scatola di tonno. I ruoli ministeriali hanno fatto il resto.
Ora si attendono gli stati generali del M5S come magico evento risolutivo. Ma la loro convocazione viene rinviata ogni volta perché non si capisce chi dovrebbe gestirli, né si capisce chi avrebbe il diritto di voto e soprattutto chi dovrebbe deciderlo.


LA CRISI DEL M5S E LE INCOGNITE DELLO SCENARIO POLITICO

Il punto è che la crisi esplosiva del M5S è la crisi della principale forza parlamentare, quella su cui si appoggia il governo della seconda potenza industriale d'Europa.

I margini di maggioranza al Senato sono esigui, e soprattutto saranno messi alla prova di passaggi strategici per il capitale: il ricorso o meno al MES (con cui finanziare l'abolizione dell'IRAP a scapito della sanità pubblica; la contrattazione e l'uso dei Recovery Fund; la prossima definizione della nota di aggiornamento al DEF con cui avviare la riduzione del debito per gli anni 2022 e 2023 a fronte di una drammatica recessione in corso; la gestione politica e sociale del graduale ritiro degli ammortizzatori straordinari a partire dallo sblocco già avviato dei licenziamenti; la gestione di una politica estera chiamata ad affrontare la spartizione degli equilibri internazionali nel Mediterraneo... Nessun governo imperialista in Europa, con l'eccezione parziale della Spagna, poggia su equilibri parlamentari tanto labili e incerti.

Dunque il voto ha rafforzato nell'immediato la stabilità di governo ma non ha risolto la crisi politica borghese. Lo sfaldamento del vecchio bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che per vent'anni aveva incardinato le politiche di austerità, non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Il centrodestra ha cambiato direzione dopo il tramonto, irreversibile, del berlusconismo ma la nuova guida Salvini non si è stabilizzata e non dispone delle entrature internazionali richieste (assenza di rapporti col PPE, relazioni ambigue con l'imperialismo russo...). Il vecchio centrosinistra si è dissolto, e un nuovo asse tra PD e M5S è ancora un'araba fenice: smentito dalle sconfitte elettorali (Umbria e Liguria), appeso alle incognite interne dei 5 Stelle, osteggiato da larga parte dei salotti buoni del capitale finanziario (che però non vogliono un centrodestra salviniano né dispongono di un'alternativa).
Il nuovo tripolarismo nato nel 2018 cede vistosamente su una gamba, ma non riesce a camminare in equilibrio con le altre due.

La crisi politica borghese, sullo sfondo di una crisi capitalistica drammatica, aprirebbe un ampio spazio d'azione al movimento operaio, se solo le sue direzioni si assumessero le proprie responsabilità. Ma la burocrazia sindacale, a partire da Landini, si offre come scendiletto del governo, rifiutando ogni forma di mobilitazione generale. Il suo obiettivo “strategico” è quello di cogestire la crisi più profonda del dopoguerra a braccetto di Confindustria, la stessa che intanto si oppone al rinnovo dei contratti e chiede la libertà di licenziare. In queste condizioni la politica della CGIL è il principale fattore della passivizzazione di massa, ciò che sinora permette alla borghesia di affrontare la propria crisi al riparo dell'opposizione sociale.


LA CRISI DELLA SINISTRA POLITICA. LA RISPOSTA DEI RIVOLUZIONARI

E la sinistra? Le elezioni amministrative di settembre confermano la sua crisi profonda. Il suicidio compiuto di Rifondazione Comunista tra le braccia del governo Prodi (2006/2008) e lo smarrimento successivo della stessa centralità di classe, con una giostra interminabile di accrocchi elettorali sempre diversi (Arcobaleno, lista Ingroia, il blocco a sostegno di Barbara Spinelli, La Sinistra...) ha prodotto un'onda lunga di delusione e confusione, che si è sovrapposta a sua volta alla crisi capitalista dell'ultimo decennio e al profondo arretramento della classe operaia, dei suoi livelli di mobilitazione, di organizzazione, di coscienza politica. La risultante d'insieme è stata lo sfondamento del populismo reazionario in ampi settori di salariati e la crisi di riconoscibilità e di senso della sinistra politica.

I dati elettorali delle regionali sono emblematici, a partire dalla Toscana (la lista Fattori passa dal 6% al 2,9; il PC di Rizzo dall'1,68% all'1%, il PCI riporta l'1%). Complessivamente un'area elettorale non trascurabile del 3/4% che cerca a suo modo un riferimento politico alternativo ai liberali e ai populisti, e che per metà è attratta da un riferimento comunista, ma a cui si offre ogni volta o un amalgama di natura civico-progressista o un'identità “comunista” ideologica, come quella che si richiama all'eredità di Berlinguer (PCI), come se il compromesso storico non vi fosse mai stato; o peggio quella che scimmiotta lo stalinismo del 1929/1933 (PC), che come allora prova a contendere “il popolo” ai reazionari facendo propri i pregiudizi dei reazionari. La lista PC-PCI nelle Marche ha riscosso l'1,4%; un suo manifesto che contrappone apertamente i diritti sociali ai diritti civili avrebbe potuto essere firmato da CasaPound, senza alcuna esagerazione (1).

Non si esce dalla crisi della sinistra politica, men che meno del campo comunista, con invenzioni o alchimie elettorali, o ripescando i richiami ideologici di tradizioni burocratiche che distrussero il comunismo rivoluzionario magari nel nome dell'unità dei comunisti. Se ne esce combinando l'unità d'azione nelle lotte per ritrovare un radicamento di classe, con un bilancio della storia del movimento operaio e comunista che sappia recuperare le sue radici. Un bilancio su cui formare una nuova generazione di militanti rivoluzionari, da organizzare in partito.

Questa è la nostra politica. Siamo e siamo stati nell'ultimo anno al crocevia di tutti i percorsi unitari della sinistra, dall'assemblea del 7 dicembre, al coordinamento delle sinistre di opposizione, al patto d'azione per il fronte unico anticapitalista. Sempre contrastando ogni visione settaria e autocentrata di chi contrappone la costruzione del partito allo sviluppo unitario del movimento reale. Non a caso l'assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici combattivi/e che si riunirà a Bologna il 27 settembre vede la piena partecipazione e copromozione dei nostri militanti sindacali ovunque collocati, per una prospettiva di allargamento del fronte di classe dell'avanguardia e della sua azione di massa, al di là di ogni confine e divisione.

Ma al tempo stesso non riduciamo la nostra azione al richiamo e alla pratica, pur importante, del fronte unico di lotta. Poniamo il problema dell'organizzazione politica dei militanti rivoluzionari, che è inseparabile da una memoria storica e da una collocazione internazionale conseguente.
Interessati ad aprire un confronto onesto su basi di chiarezza con ogni compagno od organizzazione che voglia unire i rivoluzionari su basi di principio, indipendentemente dai diversi percorsi e provenienze. Perché il PCL non vive per autoconservarsi, ma per costruire il partito della rivoluzione.





(1) Il testo del manifesto è il seguente: «Prova ad interessarti alle minoranze culturali quando sei disoccupato o non arrivi a fine mese. Prova ad interessarti alla libertà di stampa e alla controinformazione quando hai solo la terza media. Prova ad interessarti ai diritti LGBT quando sei costretto a dormire in strada. Prova ad interessarti ai cambiamenti climatici quando sei un disabile che non può lavorare e che ha perso il sussidio che gli spettava. Prima vengono i diritti sociali poi quelli civili».

Partito Comunista dei Lavoratori

Il vero bipolarismo è tra capitale e lavoro

1 Marzo 2020
Il governo galleggia nella assoluta precarietà. Il voto regionale di fine gennaio in Emilia e Calabria, con la smentita delle ambizioni di Salvini, ha provvisoriamente salvato l'esecutivo, ma non ha rimosso le contraddizioni esplosive su cui si regge. La segreteria Zingaretti ne esce rafforzata. Ma la principale forza politica e parlamentare della maggioranza, il M5S, precipita in caduta libera, senza un punto di gravitazione, con una dinamica di possibile scissione, mentre il partito di Renzi rilancia una politica corsara contro ogni asse tra PD e M5S. Il risultato è un estenuante logoramento del governo e della sua immagine, mentre la destra conferma consenso e blocco sociale, a partire dalle periferie e dalla provincia profonda.


IL CROLLO DEL M5S

Il crollo del M5S è al centro dello scenario politico. Due anni fa il movimento conosceva un autentico apogeo capitalizzando cinque anni di opposizione. Uno sfondamento impressionante, in particolare al Sud, che lo candidava a possibile baricentro politico. Questo raccolto è stato disperso in un tempo molto più breve di quello impiegato per accumularlo: in direzione dell'astensione, poi della Lega, poi (in Emilia) del PD. E non si tratta solo di un crollo elettorale. Il M5S non ha spazio e prospettiva politica dopo aver consumato al governo tutte le maschere disponibili. Ogni scelta politica lo espone a nuove emorragie e nuove crisi, mentre al suo interno è saltata la vecchia catena di comando, tra un capo politico costretto alle dimissioni, un comico tornato al suo lavoro, un proprietario aziendale concentrato sui propri affari. Un movimento in cerca di autore non è riuscito a trovarlo. La polarizzazione interna tra opzioni politiche opposte è il portato naturale di questa situazione, nei gruppi parlamentari come tra gli attivisti. Con i primi orientati verso un blocco di centrosinistra a partire dalle prossime regionali, in funzione della stabilizzazione del governo, che è innanzitutto la propria stabilità di seggio, i secondi legati al proprio autonomo marchio identitario nel momento stesso della massima crisi di identità. L'annuncio in pompa magna degli stati generali del movimento appare dunque sempre più un appuntamento col futuro ignoto. La crisi di una forza populista con tratti reazionari che aveva dirottato ampi settori di classe lavoratrice sarebbe di per sé una buona notizia. Il punto è che, nel quadro dell'attuale pace sociale, questa crisi non viene minimamente capitalizzata a sinistra, ma alimenta un nuovo bipolarismo tra liberali e reazionari. La vecchia giostra della politica borghese.


RITORNA IL BIPOLARISMO TRA LIBERALI E REAZIONARI?

Il centrosinistra dopo l'Emilia ha riaperto il proprio cantiere. Zingaretti punta ad arruolare direttamente Articolo Uno in una nuova rimpatriata col PD, mentre la lista Coraggiosa di Elly Schlein diventa il nuovo faro dell'ennesima sinistra del centrosinistra, con la benedizione entusiasta de Il Manifesto, ma anche di Nicola Fratoianni. Un personale politico che partecipò alla distruzione di Rifondazione sull'altare di Prodi spianando la strada al populismo ritorna sul luogo del delitto, come se nulla fosse accaduto. Naturalmente, come sempre, nel nome del nuovo e della contrapposizione alla destra; in realtà, come sempre, concimando il suo pascolo. La crisi verticale delle liste di sinistra autonome dal PD (assenti in Calabria e polverizzate in Emilia) avvantaggia a sua volta l'operazione Coraggiosa nella sua immagine pubblicitaria di unico spazio possibile nel quadro bipolare. È la sinistra del campo liberale, già oggi peraltro al governo.

Le destre reazionarie, dal canto loro, mutano il proprio equilibrio interno. Salvini resta il dominus della coalizione, ma è esposto alle ricadute della sconfitta politica in Emilia e dell'arretramento elettorale in Calabria. Mentre Fratelli d'Italia si sviluppa con una forte accelerazione a scapito della Lega e di Forza Italia, rivelandosi come il soggetto dotato della maggiore capacità di espansione nell'intero scenario politico. Peraltro, la concorrenza tra Meloni e Salvini non si gioca solo sui voti ma anche nella corsa all'accreditamento presso gli ambienti dell’establishment italiano ed europeo. Gli “amici del popolo” sgomitano gli uni con gli altri nel corteggiamento di quelle élite che dileggiano nei propri comizi.


IL VERO BIPOLARISMO È TRA CAPITALE E LAVORO

La lezione di fondo dello scenario italiano è molto semplice. La borghesia fatica a tradurre la propria affermazione sociale in uno stabile equilibrio politico e istituzionale. Ma la crisi del movimento operaio la mette al riparo dalle conseguenze dell'instabilità, ed anzi consolida una deriva reazionaria nei rapporti di forza e nel senso comune di ampi settori di massa.

La via d'uscita da questo vicolo cieco non si pone sul piano delle alchimie elettorali, men che meno di centrosinistra. Si pone sul terreno della lotta di classe. Solo una ripresa dell'opposizione di classe e di massa può alzare un muro contro la reazione e riaprire il varco di una alternativa. Perché solo una ripresa dell'opposizione di classe e di massa può dissolvere l'immaginario populista e ridisegnare il bipolarismo vero: quello tra capitale e lavoro. Whirlpool, Ilva, Conad, Unicredit, Mercatone Uno, Jabil, Air Italy, acciaierie di Piombino... centinaia e centinaia di vertenze abbandonate a sé stesse, isolate le une dalle altre, col sindacato che negozia il prolungamento della cassa integrazione in attesa di un nuovo eventuale padrone e di altri esuberi, lungo un piano inclinato senza fine. È la tragedia di un decennio, che ha disarmato milioni di lavoratori, ha diviso e fiaccato le loro forze, ha consegnato molti di loro alle sirene reazionarie xenofobe o nazionaliste.

Ora basta. Basta marciare in ordine sparso per farsi sconfiggere uno alla volta. Occorre uscire dalle trincee e unire le forze. La battaglia per la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che licenziano è l'unica che può ricomporre un fronte comune delle mille vertenze e trasformare tante debolezze in una forza collettiva capace di incidere. È necessario che i lavoratori e le lavoratrici la possano discutere e decidere, in una assemblea di delegati eletti dalle aziende in lotta. È la proposta del PCL, e oggi del coordinamento unitario delle sinistre di opposizione. Occorre lavorare in questa direzione coinvolgendo l'insieme delle organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale senza veti incrociati e preclusioni. Un'assemblea operaia nazionale dell'avanguardia può essere un passo importante in questa prospettiva: per rilanciare la proposta di una piattaforma generale unificante che segni una svolta unitaria e radicale del movimento operaio italiano, la sola che può aprire una pagina nuova.
Marco Ferrando

Coordinare le sinistre di opposizione per contrastare governo Conte e destre reazionarie

Intervista a Marco Ferrando

4 Dicembre 2019
dal sito Il Pane e le rose
Sabato 7 dicembre, a Roma, si svolgerà un’iniziativa di notevole rilievo: l’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione. Un passaggio convocato da tre organizzazioni (Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista) che ha sin qui ricevuto le adesioni di numerose realtà. Ottenendo un primo, significativo risultato proprio nel rendere più evidente l’esistenza di settori politici che non si appiattiscono sulla logica del “meno peggio” e sul sostegno (più o meno critico) all’attuale governo. Nell’intervista che ci ha rilasciato, Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, spiega che il punto, ora, è valorizzare questo dato per delineare azioni e campagne comuni, così da iniziare a contrastare la presa esercitata dal blocco sociale reazionario sulla nostra classe di riferimento.


Quali sono, a tuo avviso, le differenze e i motivi di continuità tra il primo e il secondo Governo Conte?

Il primo governo Conte (Di Maio-Salvini) si basava su due partiti diversamente reazionari che portavano in dote al grande capitale il controllo su un vasto blocco sociale a direzione medio-borghese (il capitalismo dei distretti per la Lega, le libere professioni per il M5S), purtroppo arruolando nelle proprie file anche un ampio settore dei lavoratori salariati. Il secondo governo Conte, col ritorno al governo del PD, vede di nuovo la presenza diretta del grande capitale al posto di comando. Per questo la sua formazione ha registrato il plauso del grande capitale finanziario, delle cancellerie europee, dell'establishment. L'elemento di continuità è dato non solo ovviamente dal comune rispetto delle compatibilità capitalistiche, al di là della maggiore linearità di relazioni con l'Unione Europea da parte dell'esecutivo attuale, ma dalla conservazione di tutte le peggiori misure reazionarie del Conte uno (Decreti sicurezza in particolare) e più in generale di tutte le misure antioperaie dell'ultimo decennio (Job Acts e Legge Fornero in primis).


Sinora, ci sono stati pochi momenti di opposizione da sinistra al governo attuale, tra i quali un certo rilievo ha avuto lo sciopero generale organizzato da alcuni sindacati di base il 25 ottobre...

Purtroppo il secondo governo Conte si regge non solo sul sostegno di tutta la residua sinistra parlamentare (Liberi e Uguali e Sinistra italiana), ma anche sull'appoggio della burocrazia sindacale, a partire dalla burocrazia CGIL. Possiamo anzi dire che paradossalmente la sua politica padronale si regga oggi più sulla burocrazia sindacale che su Confindustria. Le associazioni confindustriali del Nord, inizialmente fiduciose, sono rimaste deluse per gli insufficienti investimenti infrastrutturali, e sono oggi critiche verso la Legge di stabilità in cantiere, nonostante le sue nuove regalie ai profitti. La segreteria CGIL è invece appagata dalla ritrovata concertazione col governo, e lo circonda di una cintura protettiva su ogni versante, a partire dalle vertenze aziendali (Ilva, Whirlpool), nonostante il fatto che l’esecutivo non dia nulla ai lavoratori salariati, meno ancora delle elemosine concesse dal corso populista precedente ("quota 100"). Il risultato è che con questa politica le direzioni sindacali concorrono a preservare il blocco sociale reazionario: un disastro non solo sindacale ma politico. La ripresa della Lega e l'ascesa di Fratelli d'Italia sono emblematici. L'azione di sciopero del 25 ottobre è stata positiva, ma ha avuto un carattere di stretta avanguardia, per quanto importante. Tra avanguardia di classe e il grosso del proletariato esiste oggi purtroppo una divaricazione ampia. Tanto più in questo quadro, la frammentazione delle iniziative, in seno all'avanguardia, risulta negativa e penalizzante, a vantaggio del padronato e delle burocrazie.


Cosa puoi dire a chi teme che, inasprendo la polemica contro l’odierno esecutivo, si favoriscano le destre reazionarie?

Che lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa al padronato e al governo è una necessità ineludibile e urgente. È l'unica via per ribaltare i rapporti di forza tra le classi nei luoghi di lavoro e nella società. È l'unica via attraverso cui la classe operaia può scrollarsi di dosso i pregiudizi reazionari (per esempio verso i migranti), ricomporre la propria unità, diventare riferimento degli altri movimenti sociali e politici progressivi (antirazzisti, ambientalisti, femministi), favorire lo sviluppo della loro coscienza. L'arretratezza profonda dell’attuale movimento delle “sardine” è anche un portato del riflusso del movimento operaio. Solo una ripresa di massa della lotta operaia può fare egemonia sul senso comune di quella giovanissima generazione che (positivamente) si sta affacciando nelle piazze, introducendo nel suo immaginario il riferimento di classe e costruendo un nuovo blocco egemone. Inoltre è questa l'unica via per disgregare il blocco sociale reazionario e la sua presa tra i lavoratori.


È una nostra impressione o alcuni settori dell’establishment cominciano ad aprire alla possibilità di un governo guidato dalla Lega?

È così. Il capitale non ha valori ma solo interessi. Una parte della grande borghesia del Nord, delusa dal governo Conte, apre un canale di credito alla Lega in vista di una sua possibile leadership in un futuro governo. Sono ambienti che frequentano i governatori leghisti, fanno affari con questi, incoraggiano la "secessione dei ricchi" in funzione di nuove privatizzazioni e saccheggi dei territori. Giorgetti è il loro uomo di riferimento nella Lega, non a caso è colui che più si preoccupa di predisporre un quadro di governabilità istituzionale per un futuro governo a direzione leghista. Le aperture di Salvini a Draghi, gli incontri con Ruini, sono un tentativo di moderare il profilo della Lega agli occhi dell'establishment. Ma la concorrenza di Meloni sulla destra complica l'operazione e costringe Salvini a indossare l'abito intransigente sul MES (Meccanismo europeo di stabilità), un fondo in realtà utile al capitale finanziario di ogni paese, incluse le banche italiane, e a carico di tutti i lavoratori europei. La campagna nazionalista contro il MES "tedesco" serve solo a nascondere dietro abiti patriottici questa sua valenza di classe contro i salariati, italiani e tedeschi. Ma di certo l'establishment non gradisce.


Cosa ti aspetti, in concreto, dall’Assemblea del 7 dicembre?

L'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre è un fatto importante. Mira a unificare l'azione di tutte le sinistre che si collocano all'opposizione del governo del capitale, in controtendenza con le dinamiche di dispersione e frammentazione di questi anni. Non si muove in un'ottica elettorale o di nuovi soggetti politici costruiti in laboratorio. Si muove sul terreno dell'intervento di classe e di massa. Non mette in discussione l'autonomia politica dei diversi soggetti che vi concorrono, ma vuole valorizzare una battaglia comune al servizio del proprio campo sociale, in contrapposizione a ogni logica settaria, in funzione dell'unificazione delle lotte. Il numero crescente delle adesioni collettive raccolte, e la partecipazione che si annuncia, confermano la corrispondenza di questa proposta con un sentire diffuso dell'avanguardia. Dalla assemblea uscirà un passo avanti nel coordinamento dell'azione comune e nella definizione delle campagne unitarie dell'opposizione, dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici.
Stefano Macera